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Il prezzo del social, di C. Baldini

Dopo anni di ‘non pensiamoci’, abbiamo scoperto l’acqua calda: abbiamo dovuto cedere la privacy per accedere al mondo virtuale. Le leggi, i regolamenti, i contratti ci sono sempre stati, ma quanti si sono letti 100 pagine di cavilli in inglese?
E poi ancora più bella, la retorica del consenso all’utilizzo dei propri dati, pena il mancato utilizzo del programma che vogliamo utilizzare.
A tutti poi capita di accettare , ignorandolo, il seguente, insulso messaggio: «Questo sito si serve dei cookie di Google per l’erogazione dei servizi, la personalizzazione degli annunci e l’analisi del traffico. Le informazioni sul tuo utilizzo del sito sono condivise con Google. Se prosegui la navigazione acconsenti all’utilizzo dei cookie». Cos’è mai se non l’avvertimento di una profilazione? Ed è su questi ricatti normatizzati che è cresciuta la sostanziale impunità di un sistema fondato sulla totale e irreversibile mancanza di dimensione privata dei suoi iscritti.
E’ evidente che dopo lo scandalo Cambridge Analytica “qualcosa” dovrà cambiare perché la politica, pur contando sempre di meno, non può rinunciare a dar segno di vita. Pertanto stanno per scattare nuove leggi col proposito di vincolare i colossi che mangiano privacy e di tutelare la sfera privata dei cittadini-utenti; il problema è capire se e quanto risolvano davvero queste norme, posto che le aziende sono bravissime a superarle ogni volta con un tasso di innovazione sempre più spinto, che svuota le normative, rivolta a un passato che, anche se vecchio di pochi mesi, appare già remoto.
D’altronde da Obama a Casaleggio tutti hanno utilizzato ed utilizzano i nostri profili, per vincere, per vendere, per guadagnare.
E che cosa sono i Social network se non società private, ma che costituiscono una nuova infrastruttura pubblica su cui si muovono interessi economici oltre al dibattito pubblico?
Quando entri, non paghi un biglietto, ma lasci la carta d’identità della tua anima, a disposizione di tutti.
Ma è ancora possibile lasciare in mano ai privati della Silicon Valley, senza alcuna regolamentazione, la gestione di questa infrastruttura? La datacrazia, cioè il potere di processare i dati e il loro utilizzo, è una materia che pone fondamentali dubbi e angosce
Pensiamo alla politica
La figura dello statista è stata sostituita da quella del politico artificiale, prodotto in laboratorio dagli spin doctor che studiano gli algoritmi, analizzano i big data, pesano i sondaggi, sondano il web, contano i follower, carpiscono gli umori dell’opinione pubblica per convertirli prima in like e poi in voti sonanti.
Ma è legittimo pensare che una politica i cui interpreti sono costruiti a tavolino non può avere più la statura necessaria per sedere a tavoli ben più importanti. Una politica la cui missione primaria è divenuta intercettare i byte e rincorrere il click, perde la sua stessa ragion d’essere, ed è condannata all’obsolescenza programmata.Ed infatti è la desolazione intorno a noi
Intanto a lamentarsi delle procedure ambigue e “criminose” di Facebook siamo noi, i due miliardi di umani che vivono in Facebook. Adesso è di moda l’hashtag “fuori da Facebook” (lanciato dal cofondatore di WhatsApp, Brian Acton, in sospetto malanimo verso Zuckerberg). Ma nessuno ne uscirà mai, perché le nostre relazioni, i nostri contatti, il nostro stesso lavoro sta incatenato lì dentro e il padrone di casa lo sa.
Sa che, passata la bufera, tutti si adegueranno fingendo di credere a nuove tutele che non esisteranno mai (anzi). Per questo può permettersi di mentire quando parla di «sbagli che non dovranno più accadere»: se vuol dire ai suoi di farsi più furbi, allora è credibile, ma se intende che ha scoperto la sacralità dei profili dei suoi utenti, allora fa ridere. Frattanto, appare minacciato da nuove leggi e nuove multe che potrebbero portargli via 1,6 miliardi.
Ma, più che le ritorsioni della politica, è il tanto vituperato mercato a fare giustizia: in poche ore dallo scandalo Cambridge Analytica che lo coinvolge, Zuckerberg s’è fumato 60 miliardi di capitalizzazione in Borsa. Una bella sberla, ma il ragazzo è perfettamente in grado di assorbirla, visto che il titolo, dopo alcune incertezze iniziali, stava sotto i 50 dollari nel 2013 e il 20 marzo ha chiuso a 168,15 dollari e secondo alcuni analisti può arrivare fino a 250 dollari. Che vuoi che sia una multa da un paio di miliardini, subito spalmata?
Certo, nuovi profili giuridici dopo un casino come questo non potranno mancare; ma saranno leggi di facciata, perché come fa la politica a imporre leggi efficaci a qualcuno dal quale dipende e che può crescere solo senza le leggi che lo limitano?
Domanda a noi: accettiamo di essere usati?
Questo è ciò su cui io sto meditando.
Claudia Baldini
Ripartire, ma a determinate condizioni, di S. Valentini

Da oltre un ventennio la sinistra mostra una incapacità a coniugare dialetticamente visione sociale e prospettiva strategica per condurre una efficace iniziativa politica. Il terremoto del voto è anche la conseguenza di questa sua incapacità. Al primo distruttivo scossone del 4 marzo, che ha politicamente spaccato l’Italia in due, nord e sud, ne seguiranno altri, delle scosse di assestamento più o meno intense e violente, che renderanno il panorama di macerie ancora più desolante. E non credo che il modesto 3,5 per cento di Liberi e uguali sia dovuto alla presenza di diverse liste di sinistra. Un punticino in più non avrebbe cambiato l’esito disastroso del voto: si sarebbe aggiunta ulteriore confusione politica alla tanta che già c’è a sinistra e che il dibattito del dopo voto inevitabilmente sta confermando.
È in atto, in Italia come in Europa, un processo di scomposizione e ricomposizione del sistema dei partiti, cioè della cosiddetta “crisi della democrazia”, o meglio della crisi istituzionale, politica e sociale dei sistemi liberali. Da tempo il capitale finanziario ha deciso di fare a meno della democrazia. Le istituzioni europee sono ridotte a momenti decisionali a-democratici. Basta mantenere in piedi un simulacro di “sovranità popolare”. Lo scontro tra i populismi, considerati forze antisistema, e l’élite finanziaria europea in verità non c’è mai stato. La riprova sta nel fatto che i mercati non hanno manifestato nervosismi e lo spettro dello spread non ha avuto picchi pericolosi, nonostante la gigantesca ondata populista. Lo stesso era accaduto con la elezione di Trump negli Usa. Rispetto a questa “crisi di sistema” la socialdemocratica manifesta la sua totale inadeguatezza e la sinistra radicale una residualità fatta di ideologismi impressionante, mentre una sinistra nuova non sempre riesce a emergere e ad affermarsi come soggetto con una discreta base sociale: l’Italia ne è la dimostrazione evidente.
Liberi e uguali si è presentato come un “cartello elettorale”, tra l’altro messo su tardivamente, con l’obiettivo di rilanciare una sinistra che diventasse il motore di un centrosinistra non a trazione renziana. Ha sottovalutato il sistema elettorale prevalentemente proporzionale, dove gli accordi di governo avvengono in Parlamento dopo il voto. Non so se siamo alla terza repubblica. Una cosa però è certa: dopo vent’anni di bipolarismo e di tentativi di costruire il bipartitismo (si pensi all’Ulivo e al Pdl), per molti aspetti siamo tornati alla prima repubblica, con la presenza di due partiti con caratteristiche di massa: Movimento 5 Stelle e Lega. Le due forze hanno dimostrato di saper declinare il lavoro politico del “porta a porta” con gli strumenti tradizionali dei media e con le nuove forme di comunicazione della rivoluzione digitale. Sono formazioni con i tratti del partito di massa (sarebbe errato considerarli dei semplici partiti di opinione). Quindi non è assolutamente vero che il partito di massa abbia esaurito la sua funzione: si è trasformato, ha cambiato pelle. Utilizza in modo intelligente le nuove tecnologie, oltre ovviamente i tradizionali metodi di ricerca del consenso e la costante mobilitazione dei suoi militanti. La sinistra non è stata capace di fare altrettanto.
Tutto ciò è stato possibile in quanto entrambe le formazioni hanno una visione del Paese e non una impostazione gestionale e amministrativa. Quando Salvini e Di Maio affermano che il concetto di destra e di sinistra sono superati non compiono una operazione a-ideologica o esclusivamente programmatica, ma rilanciano una loro precisa e chiara visione della società, definiscono la loro identità. È una forma moderna di ideologia che settori popolari e ceti medi impoveriti percepiscono essere in sintonia con la loro grande voglia di cambiamento, anche se poi queste spinte demagogiche e populiste vengono riassorbite per essere instradate dal sistema: devono infatti fare i conti, proprio perché non sono forze anticapitalistiche, con la realtà data, cioè con l’agenda politica che indica la necessità della stabilità dei governi sulla base dei dettati di Maastricht e del fiscal compact. La trasformazione di Di Maio in leader “responsabile”, attento alle dinamiche dei mercati e “atlantista” non deve perciò più di tanto meravigliare. Il Movimento 5 Stelle e Lega sono due diverse modalità di populismo intrecciato alla demagogia. Ma non sono le uniche: Renzi e Berlusconi non sono stati da meno. Le due formazioni vincitrici delle elezioni hanno vinto poiché in primo luogo hanno i tratti del partito di massa e non tanto perché sono populiste, che è una caratteristica di tutto il sistema politico. Sono state avvertite dalle popolazioni in sofferenza sociale a loro più vicine, proprio per questi tratti che hanno favorito la conduzione di una campagna elettorale in cui il proporzionale è stato valorizzato ed esaltato. Addirittura la Lega, pur facendo parte di uno schieramento di centrodestra, non ha rinunciato a sviluppare una iniziativa politica di forte competizione con Forza Italia.
Tutto ciò a sinistra non è accaduto. Non si è compreso che il problema non era la rifondazione del centrosinistra, ma della ricostruzione di un moderno e nuovo soggetto della sinistra. Con il proporzionale Liberi e uguali aveva l’occasione di mostrare la sua visione di società e la sua identità, invece si è presentato come copia piccina piccina dell’esperienze uliviste. Ha dato questa immagine, cioè di essere un “cartello elettorale” improvvisato, senza visione strategica e identità, dando la sensazione, tra l’altro, di essere la sommatoria di piccoli gruppi della sinistra al limite dell’autoreferenzialità i cui gruppi dirigenti sono un pezzo di ceto politico più volte duramente sconfitto (Si guardi alle ultime vicende della Regione Lazio). A prescindere dall’uso che si è fatto dei media e delle nuove tecnologie digitali, come è stato possibile ritenere che si sarebbe potuto riattivare militanti frustati e delusi dalle politiche del centrosinistra (non solo del Pd di Renzi) senza avere una visione di società, senza indicare una prospettiva, senza una identità che diventasse “senso comune di appartenenza”? A Pomigliano d’Arco la maggioranza degli operai è con la FIOM, ma il 65 per cento di essi ha votato per 5 Stelle!
Occorreva pertanto una discontinuità, di uomini e di proposte con le pratiche del centrosinistra: la precarizzazione (pacchetto Treu), le privatizzazioni (con svendite di un patrimonio produttivo del Paese a inaffidabili “capitani d’industria”), l’abbandono del Mezzogiorno a se stesso, il governo Monti con le sue controriforme sociali e l’inserimento del pareggio di bilancio nella Costituzione, per fare solo alcuni esempi, sono da addebitarsi al centrodestra o al centrosinistra? Su una questione Renzi ha ragione: la soppressione dell’articolo 18 e del jobs-act non sono stati provvedimenti altra cosa rispetto alle politiche uliviste, con tali politiche sono invece in forte continuità. Così Liberi e uguali non è stato un “cartello elettorale” credibile. Non si è presentato come forza nuova, in discontinuità assoluta con il passato. Doveva avere l’ambizione di essere, con la crisi profonda del Pd, una forza di sinistra che aspirava a divenire componente di maggioranza del campo progressista, e non apparire come la corta seconda gamba di un rinnovato centrosinistra. Con il proporzionale era questa la partita che si doveva giocare.
In un sistema proporzionale il centro-sinistra è una delle possibili proposte politiche di governo (in altri tempi si sarebbe detto una formula) su cui costruire in Parlamento una maggioranza, ma non è, a differenza di ciò che avviene in un sistema bipolare maggioritario, una coalizione programmatica e di governo, o addirittura un partito unico del centrosinistra. Non so se la inadeguatezza di Liberi e uguali sia dovuta a mancanza di coraggio o sia l’inevitabile conseguenza di una cultura politica di ispirazione ulivista, sia pure un po’ più a sinistra dal Pd. L’unica cosa certa che so è che il voto ha provocato la sparizione della sinistra (non l’estinzione), lasciando un senso di vuoto e di smarrimento.
Anche sul piano sociale Liberi e uguali ha evidenziato profondi limiti. È mai possibile che in un Paese in cui ci sono 6 milioni di poveri assoluti e una disoccupazione giovanile che in alcune zone del Mezzogiorno si aggira intorno 50 per cento la proposta qualificante della sinistra sia la soppressione delle tasse universitarie anche se importante? È questa la priorità delle popolazioni meridionali, dei giovani? Non dico che bisognava fare come 5 Stelle e la Lega che hanno spettacolarizzato la campagna elettorale con proposte confuse e demagogiche e a volte inquietanti, che però hanno avuto il merito di raccogliere il diffuso e profondo malessere sociale del Paese con messaggi forti. Si è opportunatamente denunciata la crescente diseguaglianza sociale, ma in concreto, oltre a indicare il principio costituzionale della progressività, quali sono state le due/tre proposte forti per rendere possibile e credibile davvero una diversa distribuzione della ricchezza? Idee forti, avrebbe detto Engels: un programma che sia una bandiera piantata nella testa della gente! Perché si è farfugliato sulla riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario dopo aver ricevuto, tra l’altro, dalla Germania una importante sponda? E si potrebbe continuare con il reddito minimo garantito, che avrebbe permesso un confronto non difensivo con la pasticciata proposta del reddito di cittadinanza, per non dire della “riforma Fornero” e di come correggerne gli aspetti più iniqui. Insomma, anche nei programmi ho visto molta timidezza, una cultura politica figlia dell’esperienze di centrosinistra.
Noi abbiamo invece la necessità di rifondare una sinistra del XXI secolo, che non sia la semplice continuazione delle esperienze storiche del Novecento, ma un soggetto nuovo, moderno, capace di raccogliere la sfida della globalizzazione sempre più dominata dal capitale finanziario. Una sinistra che prospetti una visione di andare “oltre il capitale”. Con il voto abbiamo perso una grande opportunità in Italia per avviare tale lavoro di lunga lena, iniziando da quello fondamentale del radicamento sociale. Si deve ripartire, ovviamente da una posizione ancora più arretrata, ma si può ripartire, a determinate condizioni però, non commettendo gli errori che ormai si commettono da più di un ventennio. L’auspicio è che da qui alle elezioni europee si sia imparata finalmente la lezione.
Sandro Valentini
Dopo il voto del 4 marzo, un ritorno a Karl Marx, di A. Angeli

Marx? Non ci ha mai lasciati ! Non sembri una battuta espressa con l’intento di mitigare lo stato d’animo di un uomo di sinistra che avverte la fine di un sogno: realizzare una società socialista. Il discorso politico sul quale il nostro paese sta mettendo a rischio la tenuta democratica, a causa della crisi economica e politica in cui si avvita il sistema, si sta indebolendo fino ad annullare l’idea di comunicazione politica corretta e fondativa di una forma di valore etico, che Habermas e John Rawls davano al discorso nella loro approfondita ed estesa ricerca sociologica e filosofica.
Il richiamo ai due pensatori ha solo la funzione di una riflessione. che diviene cruciale alla luce degli avvenimenti che stanno investendo il mondo in tutte le latitudini e longitudini conosciute. Il tema, allora, non è più quello delle relazioni sociali, prescindendo dalle loro implicazioni comunicative, ma come queste siano intese ed interpretate, stando attenti a non incappare nelle manipolazioni informative, le sole capaci di disorientare la forma dialogante a favore dell’agire strumentale e autoritario.
Dopo quanto accaduto con il voto del 4 marzo anche i più ostinati avversari della logica devono ammettere che il il risultato elettorale è la prova veritativa di quanto stiamo dicendo. Qualsiasi osservatore onesto e lucido può cogliere nel comportamento delle forze politico-parlamentari, e dei partiti che ne sono espressione, uno sbandamento ai limiti dell’incapacità. La gravità di questa evidenza ha il suo riscontro nella serie delle pesanti sconfitte che si devono registrare sul fronte delle riforme: da quella del sistema elettorale indicato come “italicum”, bocciato dalla Consulta, alla riforma delle riforme, che riguardava parti importanti della Costituzione e delle Istituzioni, sonoramente affossata dal referendum.
Oggi, le forze politiche più rappresentative che si erano impegnate a dotare il Paese di una riforma elettorale: PD, Cinquestelle, Forza Italia e Lega Nord, con un patto ad essa sotteso con il quale si impegnavano a determinare le condizioni per sciogliere l’attuale parlamento e indire nuove elezioni subito dopo l’approvazione della nuova legge, hanno clamorosamente fallito. Né i 5 stelle, né la coalizione di centro destra, hanno ottenuto un consenso maggioritario indispensabile per procedere alla costituzione di un Governo. Il PD ( il Renzismo ) è uscito sconfitto, annientato da questa prova elettorale. I flussi elettorali indicano che una buona parte dei voti PD sono andati ai 5 stelle, altri, in verità pochi, alla lega, mentre molti sono gli astenuti.
La prima analisi del voto compiuta dagli organi responsabili del PD post Renziano, senza giri di parole, ha riconosciuto la sconfitta e individuato nell’allontanamento del suo gruppo dirigente dalla realtà sociale, dalle periferie e dal mondo del lavoro la causa prima di questo inevitabile risultato elettorale. Martina è stato confermato reggente e fiduciato a proseguire con un organismo rappresentativo di tutte le culture presenti nel partito. Nessun Aventino, dunque, ma un’apposizione consapevole dei grossi problemi che gravano sul Paese e sul mondo del lavoro, dei giovani, degli esclusi e dei più deboli. Spetta a coloro che hanno ottenuto i maggiori riconoscimenti dal voto elettorale assumersi la responsabilità di indicare al Paese la strada per la costituzione di un governo e le proposte programmatiche su cui sollecitare e aspettarsi una sostegno dalle forze dell’opposizione, in specie dal PD.
In questa prospettiva di lavoro, il tema della ricostituzione di un movimento della sinistra dovrà divenire, nel presente e in modo permanente, una prioritaria e assoluta. La strada di una rifondazione della sinistra nella casa del PD può conseguire un risultato se l’attenzione ai temi del lavoro, dell’equità e della giustizia distributiva saranno assunti come precondizione di un progetto che ricompatti le divisioni che oggi segnano la società italiana, se la sinistra riorienta la sua funzione e ruolo spostando la propria attenzione sul territorio, nei luoghi di lavoro, sulla scuola e nel mondo della ricerca e delle sensibilità sociali.
Tutto questo si svolgerà sotto la vigile attenzione del Presidente della Repubblica al quale spetta, nel rispetto delle prerogative Costituzionali, impedire alle forze populiste di muoversi spregiudicatamente e al di fuori delle regole democratiche mettendo in atto furbizie, ledendo con i loro comportamenti le regole fondamentali su cui poggia la nostra democrazia. In questo senso verrebbe colpito il presupposto fondamentale su cui la teoria discorsiva della morale e della politica Habermassiana fonda l’agire comunicativo, inficiandone la valenza della giustizia come equità, che, nell’idea di Rawls, significa rendere coerente la teoria normativa e i suoi principi di giustizia indispensabili per l’assetto delle istituzioni di base della società con la questione del pluralismo come tratto persistente delle società democratiche.
Sono altresì convinto che la sinistra del nostro Paese potrò riappropriarsi di una sua identità se sarà nella condizione di ritornare a Marx, a rileggere con attenzione i suoi scritti e trarne le dovute elaborazioni teoriche da riproporre in termini di una visione attuale, su cui condurre una “prassi” di lavoro politico per superare la globalizzazione finanziaria e capitalistica.
Parlare quindi di Marx e dell’attualità del suo pensiero, di fronte allo spettacolo degradante in cui si arrabattano le forze politiche del Paese, è riappropriarsi di una cultura teorica da intendere come “prassi” Marxiana da utilizzare come attività trasformatrice del reale e produttrice della storia. Di qui passa il percorso che ci può condurre verso un orizzonte alternativo all’attuale confusione Borghese-capitalistica. Se effettivamente si vuole rinnovare la sinistra, riformare il paese e vincere la lotta contro il tentativo autoritario diviene indispensabile smascherare il ruolo delle èlites e degli opinionisti dell’informazione, che hanno fatto del loro servizio al potere economico e politico al comando l’unico, redditizio compito, esaltando la morte del Marxismo e l’affermazione del liberalismo finanziario
Al proposito della morte di Marx, c’è una battuta che non è mai tramontata: Dio è morto, Marx è morto e io non mi sento affatto bene. Se stiamo ai fatti della storia possiamo riconoscere che Dio se la cava piuttosto bene, specie dopo la venuta di Papa Francesco; e Marx gode di ottima salute, come ci ricorda l’immensa elaborazione bibliografica teorico-interpretativa della sua dottrina e il fallimento del suo nemico storico: il capitalismo occidentale, nel senso della sua decadenza come illustrata da Marx ed Engels nel testo: “ Dell’Ideologia Tedesca”. D’altro canto non sarebbe serio ignorare la sterminata materia di analisi su cui il mondo scientifico e politico si è misurato e spesso scontrato, come se fosse possibile saltare a piè pari la storia della fortuna o sfortuna dei suoi testi; neppure però avventurarsi in un ennesimo studio su Marx e, magari, accettare di essere catalogati fra i Marxisti che pretendono di rappresentarlo dandone un ritratto che spesso è servito ad oscurare la più feconda teoria scientifico-filosofica a vantaggio di una strumentalità politica sintetizzata nell’idea di un disegno politico anticapitalista.
Sicuramente uno dei temi ricorrenti è quello del rapporto tra Marx e il marxismo e questo perché le sue tesi sono sempre state un cantiere aperto, che i tre volumi del Capitale concorrono a confermare per l’incompiutezza della sua opera. Così, voler ricercare una verità, assoluta e unica, conferma uno spirito dogmatico che si esprime in coloro che hanno inteso richiamarvisi al solo scopo di dotare i movimenti politici di una ideologia di forte e intensa motivazione rivoluzionaria.
Ci sono state nel novecento correnti di pensiero che si sono spinte a valutare l’idea di Marx come una forma di nuova sociologia, considerando Marx uno scienziato della società, (penso ad Althusser) così anche il cosiddetto socialismo scientifico è stato collocato in questa struttura interpretativa. Infatti, il richiamo alla rottura epistemologica che dividerebbe il giovane Marx ( 1844 i manoscritti economico-filosofici) dal Capitale, in cui si cimenta come analista della società dello sfruttamento e dell’alienazione. D’altro canto , proprio il riferimento a studi recenti ci aiuta a capire come l’analisi obiettiva delle strutture del capitalismo non sarebbe possibile, in specie se ciò dovesse svolgersi senza appropriarsi dello spirito di Marx e del diffuso senso normativo a cui ricorre spesso con il termine “ critica”, risentendo notevolmente della Critica della filosofia del diritto di Hegel, fino allo stesso Capitale che è sottotitolato «Critica dell’economia politica».
A mio avviso Marx merita la qualifica di pensatore del futuro; per il quale la filosofia non deve limitarsi a descrivere (o addirittura, a contemplare) il mondo, ma deve trasformarlo ( mettendo l’uomo al centro della sua considerazione) come recita una delle Tesi di Feuerbach).
Ancora. Si pensi a Gramsci, che definirà la «filosofia della prassi» a cui Marx giunge partendo da posizioni che condivide con i «giovani hegeliani», nell’ambito di una critica teorica degli errori che coinvolge anche la religione, smascherata come proiezione del desiderio di perfezione dell’uomo
Scrivendo sulla Gazzetta Renana, Marx esplicita l’acquisizione di una conoscenza dell’uomo e mediandola attraverso Dio ne fa risultare una immagine di perfezione e felicità che non può avere. Per lui bisogna modificare le condizioni di miseria e di infelicità in cui di fatto vive. Questo in fondo è il significato fondamentale del materialismo storico che, come lo spettro del comunismo, ha tanto spaventato le borghesie di tutto il mondo. La forza di questa sua visione si ritrova nel “ Manifesto del Partito comunista”, scritto nel 1848, un lavoro «su mandato della Lega dei comunisti», che Marx e Engels scrivono e pubblicano; inoltre, nel 1864 parteciperanno alla fondazione della Associazione internazionale dei lavoratori, che passa alla storia come la Prima Internazionale.
Con queste brevi considerazioni confermo la mia convinzione che Marx, nonostante le apparenze e le opinioni di tanti suoi interpreti, è un «filosofo della storia»; la descrizione scientifica del capitalismo ha solo senso in questa prospettiva di progresso. Allora si deve convenire che nonostante il «sonno della ragione» in cui siamo caduti, Marx ha ancora, e di nuovo, la capacità di svegliare anche noi: davvero, bentornato Marx!
Alberto Angeli
Non dimenticare il Moro politico, di A. Roazzi

Quando ebbi la opportunita’ di sentire dal vivo Aldo Moro pur non essendo mai stato democristiano, ne ricavai una notevole impressione. Ero andato, per farmi professionalmente le…ossa, a seguire il Congresso democristiano nel quale Moro si presento’ Come oppositore della Segreteria del partito e, di fatto, leader della sinistra interna alla Dc. Le prime battute del suo intervento furono durissime ed io mi rivolsi sorpreso verso un collega assai piu’ Esperto di me per chiedergli dove sarebbe andato a parare. Mi disse di portare pazienza…era solo l’inizio. Parlo’ per ore, demolendo con un puntiglio da gigante della politica le ragioni della maggioranza che non tenevano conto dei profondi cambiamenti della societa’ italiana alla fine degli anni 60. Una lectio magistralis che era pero’ anche una appassionata manifestazione di una convinta battaglia politica. Non l’ho piu’ dimenticata anche se ho continuato a votare…a sinistra. Questa era politica, lo dovrebbe essere ancora se non fossimo sprofondati in una mediocrita’ che ora potrebbe far scricchiolare anche le certezze democratiche. Quando fu rapito, speravo che la strada della trattativa aprisse un varco di vita per lui. Negli anni successivi fino ad oggi ho invece capito che il groviglio infernale ed inquietante per taluni aspetti anche oggi nel quale era caduto non poteva essere dipanato. Ed ancora oggi non mi convincono le tesi che intendono spiegare quei terribili giorni, soprattutto se arrivano da inutili ‘sermoni’ dei brigatisti peraltro incredibilmente non confutati da chi li intervista come se fossimo in un rotocalco per…vite vissute, ma anche da taluni settori della pseudo cultura bene. La fine di Moro e’ assai triste anche per questo. Manca tuttora di verita’. Almeno per me.
Alessandro Roazzi
Una sconfitta referendaria, di A. Angeli

“Una sconfitta referendaria, una batosta elettorale, adesso l’eversione. Rifiutarsi di fare un governo nel Parlamento di una democrazia parlamentare, è non solo ignoranza ma protervia nei confronti dei cittadini elettori.” Il tweet è stato battuto alle 04.26 di ieri, prima dell’alba, ma non basta l’ora a giustificarlo, dal Prof. Gianfranco Pasquino. Professore emerito di scienza politica, con un curriculum di studioso ineguagliabile, per tre volte Parlamentare nelle file dei progressisti, candidato a sindaco di Bologna con una sua lista civica ( con il 2% dei voti ricevuti ), il giorno 8 marzo ha twittato questa dura frase contro il PD, cioè Renzi. Si può dire: voce dal sen fuggita o arroganza di un intellettuale che si crede un Dio per il suo ruolo elitario nella cultura nazionale?
Egli percepisce un vitalizio da ex Parlamentare ed è da presumere che all’età di 75 anni addizioni a tale importo la pensione di ex professore e altre varie rendite derivanti dalla sua attività di studioso e Professore. Non un pensionato di media tacca o un uomo di media cultura, al quale possono essere perdonate parole eccessivamente offensive o improprie. A costui, al povero pensionato o uomo di poca cultura daremmo della personalità schizoide, all’uomo di scienza, a cui non dovrebbe fare difetto un’antropologia del significato delle parole, possiamo solo guardare sbigottiti e perplessi per l’esegesi con la quale commenta una volontà politica fino a definirla “ eversiva”.
Non la giustifico con l’età, o forse l’ora in cui ha twittato, le 4 appena del mattino. Certamente è l’odio per una persona e la presuntuosità di essere la sola e unica verità alla quale compete di dare ordine alla vita dei mediocri, anche se comunque chiamati a rappresentare 6 milioni di elettori/cittadini.
Sono tra coloro che avversano decisamente un sostegno ai 5stelle, che sono lontani dalla mia idea di società e di democrazia quanto lo sono le galassie nell’universo infinito. Men che meno mi passa per la testa un appoggio alla destra.
Al voto. Si lavori per percorrere la strada per il voto apportando minime correzioni alla legge elettorale. Sul ruolo delle elites la sinistra deve riflettere e guardare alla storia. Nel momento presente, ad esempio, tutti i media sono collocati nell’area moderata o di destra, vicini alla gande borghesia affaristica. La grande Stampa è orientata a sostenere questo sistema, come anche l’informazione radiotelevisiva è apertamente o di destra o sostenitrice di una linea liberaldemocratica come La Repubblica. Non c’è più un giornale di sinistra né una fonte radiotelevisiva dell’area comunque riformista
Ritengo, per concludere, che non si comprenderà mai adeguatamente la forza dei movimenti populisti se non si coglie la natura dell’attuale modello produttivo liberista; se non si lega l’attuale composizione sociale alla crisi economica; se non si individuano le ragioni alla base del processo di impoverimento di massa che stanno subendo le società occidentali. Aggirando tali questioni, si cadrà sempre nel tranello moralistico in cui le elites si adopereranno per riorientare le aspirazioni delle masse, le loro lotte e delegittimare il modello di partito di cui si sono dotate per rappresentare la sintesi delle loro aspirazioni.
Non si comprenderanno mai adeguatamente i movimenti populisti se non nell’ambito di un’analisi critica dello spogliamento della sovranità economica degli Stati nazionali, frutto del processo di globalizzazione che ha dileguato il controllo della politica sui processi economici generali. Il populismo risponde a questa esigenza di recupero e resistenza nei confronti di queste dinamiche alienanti, e non potrà mai colmarsi il divario tra “popolo” e sinistra se questa non riprende in mano gli strumenti di questa resistenza ai processi della globalizzazione economica, che è, prima di ogni altra cosa, una resistenza popolare e di classe, e solo successivamente una resistenza che accomuna temporaneamente (e in forma mistificata) le ragioni dei lavoratori con quelle di una piccola e media imprenditoria stritolata dal grande capitale transnazionale.
Certo, la sinistra in Europa attraversa un momento storico difficile. Eppure.., eppure non dobbiamo cedere alla rinuncia. Possiamo partire da qui, dagli errori ( per noi, in Italia, quello di Renzi e della scissione dal PD ), e lavorare con fiducia per la ricostruzione di una prospettiva in cui il ruolo del lavoratore, sia esso professionista, autonomo, dipendente, della classe media, sia sentito come valore e forza culturale per rigenerale una nuova forza riformista che lavora per una società giusta e liberata dalle diseguaglianze sociali ed economiche.
Alberto Angeli
Il voto dei fuorisede, la neve abbondante ed i biglietti del treno, di M.Zanier

In questi giorni le nevicate sulla nostra Penisola che hanno imbiancato, strade e paesi ed incredibilmente la capitale hanno sicuramente reso felici i più piccoli ma anche arrecato grandi disagi a chi è costretto a viaggiare ed a muoversi per studio o per lavoro.
Chi scrive ha la possibilità di osservare ogni giorno l’andamento viario di decine e decine di persone, lavorando per una grande ed importante biglietteria ferroviaria e parlando ogni giorno con tanti passeggeri, ascoltando i loro problemi e cercando di soddifare le loro esigenze. Da questo punto di vista posso dire con certezza che in questi giorni la situazione descritta da giornali e telegiornali è ben più complessa ed articolata. La neve infatti ha reso più drammatica la vita di chi, come me, si muove quotidianamente coi treni regionali per andare al lavoro e tornare a casa. In questi giorni anche io ho fatto sinceramente più fatica ad attraversare la metropoli romana, a programmare le mie giornate tra cancellazioni e ritardi frequenti, a trovare il posto a sedere, a costruire il mio tempo libero una volta finito l’orario di lavoro. Ma, come a me, la vita normale, con le sue incertezze e le sue normali aspettative si è complicata per tante altre persone. Soprattutto per i fuorisede.
Il ghiaccio e la neve hanno colpito infatti in un periodo particolarmente delicato per il nostro Paese ed aggiungo, molto atteso da tempo: il voto alle elezioni politiche. Ossia ha colpito non tanto chi voterà nella sua città, perché la neve si è nel frattempo sciolta in quasi tutti i capoluoghi di rilievo ed anche in tanti piccoli centri ma soprattutto chi vive con nostalgia profonda e con disagio il dover lavorare o studiare in un’altra località avendo la residenza nella propria città natale, in cui si torna con piacere solo saltuariamente per rivedere i propri affetti più cari e sicuramente per esercitare il diritto di voto sancito dalla nostra Costituzione.
Sono tanti, tantissimi, più di quanti si possa immaginare i ragazzi e le ragazze costretti dalla crisi economica e dalle difficoltà strutturali della nostra Italia e soprattutto del nostro Mezzogiorno, che tgli ultimi governi hanno abbandonato a se stessi, sono tante le famiglie che si sono dovute stabilire per un periodo di tempo determinato in un’altra regione, soprattutto per il lavoro che manca e con i soldi che non bastano mai (anche io ne so qualcosa, essendomi spostato in passato da casa anni fa per cercare fortuna al Nord in un momento difficile della mia vita, salvo poi dover ritornare a Roma con le pive nel sacco in cerca di un’altra occupazione e della tanto agognata stabilità). Ebbene io con tanti di loro ho parlato con attenzione e rispetto in questi giorni, per pochi minuti ciascuno, nel tempo necessario a fare un biglietto del treno, ma acoltando la loro voce emozionata all’idea di partire o delusa dalle avverse condizioni metereologiche nel non poterlo fare. In questo periodo, tutti noi che lavoriamo alla biglietteria ci siamo caricati sulle spalle, com’è giusto che sia, i differenti problemi che i passeggeri della nostra compagnia, in particolare i fuorisede, si sono trovati davanti a causa dei ritardi frequenti dei convogli ferroviari, delle cancellazioni delle corse previste a causa della neve e del ghiaccio, del riempirsi dei vagoni sui restanti treni in circolazione. Noi tutti abbiamo fatto ore di lavoro in più, abbiamo stretto i denti, aguzzato l’ingegno e messo al frutto al meglio la nostra competenza maturata in anni di lavoro, trovando volta per volta la soluzione migliore per attenuare il disagio, offrire un servizio e non da ultimo garantire il diritto al voto. Anche oggi, anche stamattina, fin all’ultimo minuto del mio orario.
Domani anche io nella mia città, per fortuna la stessa in cui sono nato ed in cui vivo, andrò con la mia scheda elettorale in mano a mettere una croce sul simbolo che mi convince di più. Spero solo che il mio sforzo quotidiano, quello dei colleghi che conosco e dei tanti che non conosco non sia passato inosservato ai tanti, troppi che parlano dei limiti reali degli impianti su ferro nazionali e dei disagi straordinari che questa neve ha causato a ciascuno di noi.
Marco Zanier
Le carceri, la discriminazione e le disuguaglianze, di M. Foroni

Nelle nostre carceri ci moltissimi immigrati, tossicodipendenti e condannati per reati di strada e di sussistenza. Al 1 gennaio 2016 (fonte: ISTAT, giugno 2017) le persone nate all’estero ma residenti in Italia rappresentavano l’8,3% del totale della popolazione, mentre sfioravano il 27% nella popolazione carceraria. I detenuti di nazionalità italiana per corruzione e grandi bancarotte fraudolente rappresentano una percentuale irrilevante (0,9%).
Il diritto penale, divenuto pertanto luogo, nel suo modello normativo, quantomeno dell’uguaglianza formale o liberale davanti alle legge, è cosi diventato di fatto il luogo della massima disuguaglianza e discriminazione sociale ed etnica.
Non solo riproduce le disuguaglianze presenti nella società, ma ormai concretamente codificato discriminazioni e privilegi modellati sugli stessi stereotipi classisti e razzisti el “delinquente sociale”, oltre che “naturale”.
A ciò consegue, nel fatti, una duplicazione del diritto penale: minimo ed inefficace per i ricchi e i potenti, massimo inflessibile ed inefficiente per i poveri, i disadattati e gli emarginati (spesso immigrati) per effetto di una legislazione penale tanto disinteressata alla criminalità dei primi, quanto duramente severa nei confronti della delinquenza dei secondi.
Si pensi in particolare: alle norme penali che nel nostro Paese hanno abbreviato i termini della prescrizione cui sono destinati, i processi per corruzione, peculati e bancarotte e a quelle che, contemporaneamente, hanno aumentato i reati contro il patrimonio; alle varie forme di plea bargaining e di patteggiamento, introdotte anche in Italia sull’esempio degli USA che hanno piegato il diritto penale alla logica del mercato (l’ammissione da parte dell’imputato in cambio di una riduzione della pena, così trasformando il dibattimento in un lusso riservato a chi può permettersi costose difese.
Tutto ciò è chiaramente in aperta contraddizione non solo con il principio di uguaglianza richiamato dalla Costituzione, am anche con un principio elementare di razionalità penalistica. La maggior parte dei reati contro il patrimonio, essendo legati a situazione di disagio sociale e di povertà, richiedono forme di integrazione e di prevenzione legate a politiche sociali pubbliche dirette a ridurne le cause, ad iniziare dalla disoccupazione e della penosa mancanza di mezzi atti a fa condurre una esistenza dignitosa.
Sono la rimozione delle diseguaglianze delle oggi non più tollerabili diseguaglianze sostanziali, in contrasto con il dettato costituzionale, e il rispetto delle differenze gli elementi atti ad operare come il più sicuro ed efficace fattore di integrazione, riducendo i processi di discriminazione e classismo che sono all’origine delle devianze, e degli atti criminogeni degli esclusi dalla società civile.
Marco Foroni
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P.S.: Il regime carcerario previsto dall’art. 41-bis (cosiddetto carcere duro) oggi applicato a circa 700 detenuti facenti parte di organizzazione criminali mafiose (1,3% della popolazione carceraria), introdotto dal DL 8 giugno 1992, n. 306 (cosiddetto Decreto antimafia Martelli-Scotti) subito dopo la strage di Capaci ove persero la vita Giovanni Falcone, la moglie e gli uomini della sua scorta, convertito nella Legge 7 agosto 1992, n. 356.
Il regime dell’art. 41-bis si applica a singoli detenuti ed è volto a ostacolare le comunicazioni degli stessi con le organizzazioni criminali operanti all’esterno, i contatti tra appartenenti alla stessa organizzazione criminale all’interno del carcere e i contrasti tra gli appartenenti a diverse organizzazioni criminali, così da evitare il verificarsi di delitti e garantire la sicurezza e l’ordine pubblico anche fuori dalle carceri.
Anche se ritenuto da alcuni giuristi come incostituzionale, con le pronunce della Corte Costituzionale nel corso degli anni ‘90 (pur osservando incompatibilità del provvedimento con riferimento all’art. 27 della Costituzione, e limitando nel 2013 la incostituzionalità alla sola limitazione ai colloqui con l’avvocato difensore) e della Corte europea dei diritti dell’uomo (ai sensi della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali) è stata confermata la legittimità del provvedimento.
La modernità in Habermas, di A. Angeli

Spesso ho affrontato temi in cui il richiamo alla modernità esprimeva un valore della contemporaneità, vale a dire un concetto sul senso teorico della modernità vissuta nel presente come un pensiero rivolto al futuro, tuttavia destinato ad una fine, ad un superamento: un presente che ancora insiste ancorato al passato. In Habermas, al quale spesso ho fatto ricorso in quelle circostanze richiamandone il pensiero, la modernità è posta come una caratteristica che implica la trasformazione della coscienza del tempo, specialmente nell’ambito dell’analisi che si avventura nella costruzione di un progetto storico in cui il valore del pensiero si misura con l’autonomia della ragione e della parola.
Habermas è un filosofo e “costruttore” di un pensiero in cui l’agire comunicativo costituisce il modello che condensa l’opera magnum di Habermas, intesa come critica sociale e rappresenta l’approdo epistemologicamente più maturo del pensiero habermasiano. E tuttavia, nelle ricerche che ho intrapreso, per meglio comprendere il suo pensiero, mi sono imbattuto in molte critiche al sistema teorico e politico su cui il filosofo ha costruito il suo pensiero. Si tratta quindi di un “caso” che merita attenzione poiché la critica ( da Vattimo a Liguori e altri specialisti della materia ) è indicata sulla stampa come la “ Rivolta dei discepoli contro il Maestro”. In questo caso il Maestro è Habermas. La querelle consisterebbe nella critica alle posizioni del Filosofo Tedesco in materia di Europa e di immigrazione. Insomma, alla interpretazione Habermasiana di un Europa aperta, accogliente e terzomondista, una idea politica alla quale si oppongono i nuovi filosofi del realismo nazionale e, oserei dire, imperiale epopulista
Partiamo dal discorso sulla modernità, il cui pensiero filosofico si sviluppa molto tempo dopo la nascita della filosofia moderna, successivamente alla critica della scolastica e l’imporsi della nuova scienza a seguito della Riforma, cioè dalla “Querelle des Anciens et des Modernes”, ( dal litigio degli antichi e dei moderni ), persino dopo l’illuminismo come filosofia moderna per eccellenza. Non è quindi l’eteronimia tra l’illuminismo e il moderno che viene soggettivizzata ma la loro funzione dialettica (ovverosia, per il fatto che insieme si presentano come critica e giustificazione), a costituire il discorso filosofico del moderno che, secondo Habermas, trova quindi il proprio atto di nascita in Hegel. ( ignorando che, caso mai, è anche a Leopardi che si deve tale riconoscimento. Invero, della modernità. Leopardi rappresenta la tendenza critico-negativa, non quella ottimistica. Leopardi distrugge i miti della civiltà moderna, a cominciare dal progresso. E prende atto, senza veli, della miseria umana).
Procediamo. La prima tesi del libro di Habermas, sul “Discorso filosofico della modernità”, è pubblicato in Germania nel 1985. Egli rileva: “Hegel, per primo, eleva a problema filosofico quel processo di distacco della modernità dalle suggestioni normative del passato che non rientrano in essa”. Seguendo tale linea la modernità si scopre finalmente come epoca, e nel pensiero teorico è pensata come tale ( anche se invero non può darsi come naturale procedere del progresso, una costante comune a tutte le epoche), vale a dire svincolata dal passato e da ogni riferimento che possa legarla alla tradizione. Infatti, riconoscendosi l’epoca come ‘moderna’, dato ritenuto evidente ed enfatico, la modernità si trova immediatamente irretita. In tale logica, infatti, il moderno, per affermarsi, diviene autoreferenziale, solipsistico, pena il negarsi come moderno. Si è indotti allora a pensare che nella modernità, in cui i processi di mutamento della società influenzano il comportamento umano, i soggetti sono interamente rimessi a sé, ed è in questa curvatura soggettivistica che anche il riconoscere norme e valori può evolversi e fondare nella struttura della propria autocoscienza.
Habermas si pone il problema: “se il principio della soggettività, e la struttura dell’autocoscienza ad essa immanente, siano adeguati a porsi come fonte di orientamenti normativi, possano cioè intendersi come sufficienti a costruire una scienza, una morale o opere d’arte in generale, così da stabilizzare una formazione (una sensibilità !) storica affrancata da tutti gli obblighi storici”. Ora, a questo punto, la questione che si pone è: se dalla soggettività e dall’autocoscienza si possano conseguire criteri interpretativi della società, che siano cioè riconosciuti e percepiti come provenienti dal mondo moderno e, al contempo, siano sussunti utili ad orientarsi in esso; talché, si può anche interpretare come una critica alla modernità in quanto non in armonia con se stessa.
Dato atto del fatto che la soggettività è il principio dell’età moderna, e questo implica, in termini psicologici, che il moderno non vuole riferirsi ad altro che a sé, per cui ne scaturisce che, ricorrendo alla dialettica come critica e insieme come giustificazione del moderno, la questione della critica della soggettività diviene un superamento di una ragione soggettocentrica di cui si colgono pienamente i limiti. E tuttavia, al tempo stesso, non un passare oltre, che insiste sui modelli del passato, non essendo la negazione di sé stesso come moderno, ma ponendosi come autentico oltre sè in cui il moderno si rappresenta nella sua realtà. Una dieresi che si ripropone nel concetto di spirito assoluto in Hegel, che sembra sintetizzare queste aporie: lo spirito soggettivo si conserva e si trascende nell’assoluto – ma l’assoluto cessa di essere inscritto nel tempo, dunque non è più moderno, ma eterno; d’altra parte, l’assoluto trattiene ancora in sé le tracce troppo umane del soggetto, vale a dire che la critica della soggettività è condotta qui a partire da una ragione soggettocentrica.
Se tralasciamo la fallace soluzione di un’alterità della ragione soggettiva, il discorso filosofico del moderno si riproduce all’infinito dentro il suo spazio linguistico. In alternativa il discorso ci induce a criticare la soggettività in quanto limitata, spesso “irrazionale”, proclive a realizzarsi in forme autoritarie. Allora, come attuarlo se non attraverso la ragione intesa come organo della soggettività, ossia come autoriflessione del soggetto su se stesso? C’è da domandarsi se dopo questa critica i risultati saranno ancora una volta le astuzie della ragione in cui il soggetto diviene centrale, per cui il rimedio che, se non è peggiore del male, quantomeno risulterebbe uguale ad esso?
” Al discorso della modernità – elaborato da Habermas – i suoi critici muovono un rimprovero, che permane immodificato anche nelle tesi elaborate da Hegel e Marx fino a Nietzsche e Heidegger, da Bataille e Lacan fino a Foucault e Derrida, ed è diretta contro una ragione che si fonda nel principio della soggettività. Una visione dialettica che afferma e denuncia una diversa ragione, che in definitiva scalza tutte le forme esplicite dell’oppressione e dello sfruttamento, della degradazione e dell’estraniazione, con lo scopo di pervenire all’imporsi del dominio della razionalità stessa”
Sorprende allora che Jürgen Habermas, giustamente indicato l’erede della Teoria Critica francofortese, il cui lavoro rappresenta una delle critiche più radicali del razionalismo moderno, assurga a difensore della modernità, esponendosi ad una astratta polemica condotta da quegli intellettuali che disperdono il loro pensiero in argomenti poco seri, ricorrendo ad iperboliche teorie sul post-moderno. Mentre il discorso sulla modernità intende affrontare proprio questo versante della razionalità
Indubbiamente, Habermas, con l’approfondimento di questo tema, in cui convogliano i tratti tipici di tutto del suo pensiero, evoca gli autori, che con le loro analisi e la produzione dei testi e loro attualizzazione pratica, si sono cimentati su questo fronte teorico: Heidegger e Foucault, Benjamin e Bataille.
Trovo un interesse particolare per Habermas poiché il suo impegno teorico sviluppa temi problematici lungo linee interpretative che danno prova della sua proposta intellettuale, che ci trasporta lungo i confini che corrono tra filosofia e sociologia. Sicuramente, si tratta di una straordinaria capacità di sintesi in cui il significato grammaticale ci interroga sulla possibilità di una forma teorica di eclettismo. D’altro canto, seguendo un certo filone interpretativo, spontanea si pone la curiosità riguardo alla proposta habermasiana della teoria dell’agire comunicativo, da cui si può intendere si sviluppi una certa continuità della sua filosofia tanto da costituire il compimento del “discorso filosofico della modernità”.
E tuttavia, l’interesse per Habermas, che deriva dallo spessore e dalla profondità del suo contenuto gnoseologico e dalle sue argomentazioni, che si muovono in un alone di sofisticata capacità di analisi, non neutralizza l’analisi che ci induce a considerarle incomplete, se non problematicamente e esagerate, fino a confortare, anche se limitatamente alla sementaca, una convinzione che egli ricerchi un commiato dal moderno, mettendo in evidenza aporie e singolarità che mantengono aperto il discorso della e sulla modernità.
Riassumendo il pensiero esposto da Habermas, sia la modernità che l’illuminismo rivelano in sé, innata, fin dall’origine dei due sistemi, una ambivalenza arricchita da una dialettica che può essere liquidata dal o nel postmoderno solo al prezzo dell’antimodernismo. Infatti, non si deve ignorare che all’essenza del moderno pertiene storicamente la negazione in sè. Lo scopo di Habermas, come si evince dai suoi scritti, è conservare, mediante una nuova grammatica, questa tensione dialettica del moderno. Ritorna, rinnovato e seducente, per questa via concettuale, il richiamo al termine “dialettica”, del quale si era avvertita l’ assenza nelle lunghe dissertazioni sulla materia della costruzione teorica della “razionalità comunicativa.
I percorsi sui quali cammina questa teoria conducono direttamente al superamento della centralità del soggetto in cui si impone la intersoggettività del comunicare e la sostituzione del paradigma della coscienza peraltro abbozzato tradizionalmente sulla conoscenza dell’oggetto, con quello dell’interscambio comunicativo, come esposte dallo stesso Habermas, edificato su scambievoli pretese di verità falsificabili , seguendo il concetto filosofico di Popper.
Chi si avventurasse, quindi, a seguire “Il discorso filosofico” della modernità, nel bel mezzo dell’esegesi critica di Nietzsche, Heidegger o Derrida, troverà sulla sua strada spezzoni di questo ragionamento, in modo spesso apodittico o estremamente conciso, salvo che nel capitolo finale. Ciò che si presenta come ineludibile, seguendo il contenuto, è che la struttura teorica di questo libro si fonda sul discorso costitutivo dell’opera basilare dell’autore: “Teoria dell’agire comunicativo” (Il Mulino 1986). È nel contenuto di questo lavoro che trovano chiarezza gli argomenti che giustificano la nuova idea della razionalità comunicativa. “Il discorso filosofico della modernità”, nella sostanza, rappresenta una estensione di questi motivi.
E’ una dote di Habermas quella di procedere senza definizioni fisse o formali. Per questo risulterà inconcludente spingere la nostra ricerca a trovare una definizione di primo approccio al significato di modernità. “Moderno”, secondo i canoni tradizionali, segnala semplicemente un complesso di riflessioni filosofiche e un insieme di processi sociali, quindi tutto ciò che attiene alla organizzazione della società e alle istituzioni politiche, in ciò guidati da un’idea di razionalità Hegeliana che oggi è andata appannandosi. Al proposito, all’inizio del libro si parla di scissione tra modernità e contesto storico del razionalismo, per cui, asserisce Habermas,: “i processi di modernizzazione non possono più venire concepiti come un’oggettivazione storica di strutture razionali”.
Questa affermazione ci mette di fronte ad una duplice reazione, che possiamo qualificare, la prima, come post-moderno di carattere neo-conservatore, nel senso che prende atto della separazione storica tra modernizzazione tecnico sociale e la cultura del sé, dando corpo ad una scissione delle idee che ci spinge ad usare la proposizione: fine della storia delle idee; l’altra condizione ci presenta un post-moderno anarchico o anti umanistico, che rifiuta il supposto sganciamento tra la modernità sociale e la sua cultura razionalistica. Lo svelamento che ne scaturisce mette in luce il vero volto del razionalismo e dell’illuminismo, cioè l’assoggettamento del soggetto e della volontà.
E’ facile cogliere nella critica la similitudine tra dominio e ragione critica verso la modernità che si ritrova in tanti autori tra loro diversissimi per percorso intellettuale, sensibilità, rigore teorico. Ciò che li accosta seguendo Habermas è la presunzione di sconfessare in blocco la visione utopica ad essa legata e di uscire dalla modernità e dalla sua razionalità. Habermas rispinge questa presunzione di allontanamento con cui si intende annunciare la fine della modernità, rilevandone la totale contraddittorietà logica, soprattutto perché tale pensiero riposa su una idea unilaterale e scorretta di modernità. Per questo Habermas ricorre al richiamo dei suoi predecessori e ai loro testi. Hegel, Nietzsche, ricostruendone il pensiero e richiamando a sostegno anche l’autorità di Marx.
Qui sarebbe obbligo confrontare l’interpretazione Habermasiana dei classici menzionati con gli esegeti che ad essi riconducono i loro studi, ma non è questo il nostro interesse riguardo alla teoria argomentativa di Habermas, che si sviluppa in una duplice direzione: recuperare una direzione del pensiero che conduceva all’immanenza nella modernità, smarritosi a seguito della perdita della filosofia del soggetto; in alternativa la sconfessione assoluta della modernità che si ritrova in Nietzschiani della scuola di Francoforte. Qui riporto una citazione di Habermas:
“Se alla fine risultasse che anche la strada di Nietzsche non conduce seriamente fuori dalla filosofia del soggetto, non dovremmo ritornare a quella alternativa che Hegel a Jena aveva lasciato cadere a sinistra – ad un concetto di ragione comunicativa che pone in luce diversa la dialettica dell’illuminismo? Forse il discorso della modernità ha preso la direzione sbagliata proprio a quel crocevia, di fronte al quale si era fermato il giovane Marx”. Di fatto Marx ha abbandonato, sì, il soggetto idealistico a favore del concetto di prassi, ma fissandolo al paradigma del lavoro, della produzione. “Soltanto il mutamento di paradigma dall’attività produttiva all’agire comunicativo e la riformulazione in termini di teoria della comunicazione del concetto di ‘mondo della vita ‘ fa nuovamente reincontrare le due tradizioni”. La citazione pone il lettore davanti ad una interpretazione senza che gli siano forniti elementi probanti, peraltro sviluppati nella già ricordata “Teoria dell’agire comunicativo”. E il riferimento è importante, poichè Habermas può parlare di una nuova “intima relazione tra prassi e razionalità”, e dei “contenuti normativi” della razionalità comunicativa.
Dopo questa presentazione è difficile negare al pensiero teorico di Habermas sulla modernità una continuità con la Teoria Critica classica. D’altro canto come non riconoscere nella sua “teoria comunicativa” la ripresa del discorso della modernità intesa come istanza di ragione pubblica e dialogante. Discorso che è stato deviato in una filosofia del soggetto, che ha provocato, di riflesso, la reazione di tutto ciò che è “altro” dal soggetto razionale, sino alla sua radicale negazione. L’ultima forma di questa negazione è da ravvisare nella logica del sistema che egli indica come autosufficiente.
Senza arrenderci alla critica e ai tentativi di mettere in dubbio la coerenza su cui Habermas imposta la sua analisi a favore del razionale, il fatto allora che egli mantenga con fermezza la base teorica su cui poggia il principio della razionalità, costituisce una conferma della forza argomentativa delle tesi con le quali tiene fermo il principio della razionalità essendo: “disposizione di soggetti, in grado di parlare e di agire, ad acquisire e impiegare un sapere fallibile”.
Rimane in sospeso l’incognita sulla effettiva capacità dell’agire comunicativo a sostenere la varietà degli argomenti che l’autore mette in campo nella sua reiterata critica della modernità, poiché, come ho rilevato fin dall’inizio, insorge chiara una difficoltà a combinare le ambivalenze della modernità con i temi della teoria comunicativa. Certamente, rimane un’impresa ambiziosa e non esente da enigmaticità, se solo si pensa all’uso di concetti quali soggetto e coscienza che, nella ricostruzione, si connotano come responsabili dell’involuzione della modernità. Per superare questa ambivalenza Habermas focalizza l’intersoggettività decentrando il soggetto che indica come partner di una comunicazione carica di ragioni.
La strada seguita è sicuramente difficile. Ma l’autore è un pensatore avvezzo alle intraprese più difficili; da molti anni esercita la sua influenza di pensatore su categorie le più diverse e ardite, pur di tenere vivo un concetto forte, integro, critico, normativo di razionalità. Non so se devo definirlo continuatore o grande assertore della modernità, sicuramente da lui continuo a imparare e a scoprire il valore della comunicazione sociale.
Questa riflessione non ha la pretesa di essere uno studio, dato che la mia cassetta degli attrezzi manca di molti strumenti. Sono, vogliono essere solo appunti su uno storico e sociologo che appartiene alla scuola di Francoforte, culla della teoria critica. Habermas, d’altro canto occupa una posizione centrale anche nel dibattito politico sul ruolo dell’Europa Unita. La sua etica del discorso, la teoria dell’agire comunicativo, che si oppone all’agire strumentale, ci offre un orientamento culturale a lavorare per l’intesa e per la non violenza. Avere lavorato molto per raccogliere in queste poche pagine una riflessione, su uno tra i principali esponenti della cultura Europea, ne è valsa la pena. Mi auguro che possa essere condivisa anche da altri.
Alberto Angeli
Per i cittadini del NO “liberi e consapevoli”, di P. Gonzales

Il quotidiano la Stampa riporta che Alessandro Di Battista (Movimento 5 Stelle), durante una incontro con gli operai presso la fabbrica di Riva di Chieri, alla specifica domanda se i Cinque Stelle andranno al governo avrebbe risposto: “Io non lo so, perché gli italiani li vedo molto rincoglioniti”.
La sua affermazione risulta grave e non veritiera se non a uso e consumo per coloro che ritengono che tutti siano intelligenti e trasparenti se votano i loro candidati o partiti e sono, invece, non a posto con la testa se votano e preferiscono altri candidati e partiti.
Personalmente non mi ritengo di rientrare nella categoria degli italiani a cui fa riferimento e, quindi, rinvio a lui tale affermazione ricordandogli che nel suo incarico e ruolo dovrebbe “fare cultura” e opporre ragionamenti meno legati a considerazioni basate sugli umori del momento per raccattare qualche voto in più e far presa sulla pancia dei cittadini.
Quali sono gli elementi che ha seriamente, profondamente e professionalmente valutato ed esaminato il deputato-psicologo Di Battista per affermare di aver visto e, ovviamente, incontrato molti cittadini “rincoglioniti”? Quali sono le sue ragioni, su cosa si fondono? Che ambienti frequenta?
Ricordo a me stesso, prima che al deputato Di Battista, che sarebbe ora di abbandonare i “vaffa day” e di non fare catalogazioni offensive nei confronti dei suoi connazionali (tutti, nessuno escluso!).
Il voto del 4 dicembre 2016 è stato un risultato non tanto e non solo per la campagna fatta dai movimenti e partiti contrari alla deforma costituzionale, ma è stato il voto di intelligenze libere e capaci di ragionare senza condizionamenti.
Le ragioni del NO sono state quelle dei vari giuristi e dei vari Comitati per il NO, non dei partiti o dei movimenti come i 5 Stelle!
Il merito va attribuito soprattutto al lavoro dei Comitati per il NO ed è loro ascrivibile e non ai partii del NO che hanno espresso la loro contrarietà principalmente per andare contro Renzi ed a quel PD ed ai suoi alleati!
La battaglia sui contenuti e sulle libertà che venivano ad essere intaccate e limitate dalla “deforma renziana” sono state portate avanti dai Comitati per il NO ed hanno convinto la stragrande maggioranza degli italiani, gioventù compresa.
E’ possibile, onorevole Di Battista, che in poco più di 24 mesi la maggioranza degli italiani si sia “rincoglionita”?
Credo, invece, che in questi 24 mesi i cittadini siano diventati più saggi, più attenti e più consapevoli nel valutare le proposte politiche e le persone che si candidano a governare questo nostro Paese che, ancora oggi, vorremmo difenderlo dagli assalti dei qualunquisti e del loro vuoti messaggi elettoralistici!
Paolo Gonzales
La Costituzione, il diritto e il dovere del voto, di M. Foroni

Fino a pochi anni fa, il non esercizio del diritto di voto da parte di una cittadina e di un cittadino era sanzionato. Quando ero giovane studente liceale, ho votato per la prima volta nel 1980, ero come i miei coetanei perfettamente consapevole che se non mi fossi recato alle urne ciò sarebbe stato sanzionato.
Il DPR n.361/1957 all’art. 4 enunciava che “l’esercizio del voto è un obbligo al quale nessun cittadino può sottrarsi senza venir meno ad un suo preciso dovere verso il Paese”, e all’art. 115 che “L’elettore che non abbia esercitato il diritto di voto, deve darne giustificazione al sindaco…l’elenco di coloro che si astengono dal voto, senza giustificato motivo, è esposto per la durata di un mese nell’albo comunale. Per il periodo di cinque anni la menzione ‘non ha votato’ è iscritta nei certificati di buona condotta” tenuti presso il casellario giudiziario. Il certificato di buona condotta veniva richiesto dalle aziende al momento della domanda di assunzione, e se non si aveva esercitato il diritto di voto era inibita la partecipazione ai concorsi pubblici. Questa norma è stata abrogata (forse non a caso) nel 1993, l’anno horribilis della Repubblica, quello delle bombe di mafia a Roma e a Firenze, della abolizione della legge elettorale proporzionale disegnata dai costituenti con il passaggio alla legge elettorale maggioritaria, della discesa nell’agone politico del primo Partito mediatico della storia repubblicana, della nascita (per qualcuno) della cosiddetta seconda Repubblica, che non è mai esistita.
Ma rimane ovviamente l’art. 48 della Costituzione, c. II, “Il voto è personale ed eguale, libero e segreto. Il suo esercizio è dovere civico” rafforzato dalla sentenza n.96/1968 della Corte Costituzionale (Presidente Sandulli) dove “in materia di elettorato attivo, l’articolo 48, secondo comma, della Costituzione ha, poi, carattere universale ed i princìpi, con esso enunciati, vanno osservati in ogni caso in cui il relativo diritto debba essere esercitato”. Forse non era solo per motivazioni ideologiche che durante la cosiddetta prima Repubblica dei partiti della Costituente (che sapevano della importanza decisiva della partecipazione al voto per la tenuta della democrazia, usciti da una guerra devastante e dopo venti anni di dittatura fascista), la partecipazione al voto era mediamente al 90%.
Concetti e principi costituzionali da spiegare bene, oggi, a Viola Carofalo e a Gino Strada.
Marco Foroni
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