Laicità

Area socialista: un Si contro le trivelle, un No allo stravolgimento della Costituzione

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Purtroppo non c’è peggior sordo che non vuol sentire:
Area Socialista ha dichiarato a più riprese le ragioni politiche e pratiche che hanno orientato la decisione di non partecipare ad un Congresso di fatto già confezionato che ha in origine mutilato le possibilità di dialettica, originato da vizi formali e che avevamo consigliato di rinviare per la contemporaneità referendaria e per l’imminente campagna amministrativa di fatto già avviata.
Area Socialista ha promosso una posizione politica chiara sulla questione delle trivelle aderendo alle ragioni del SI, non attendendo un orientamento di “libertà di voto” contraddetta immediatamente dallo schieramento del segretario Nencini sul No.
Ha promosso da tempo il COMITATO PER IL NO AL REFERENDUM COSTITUZIONALE  in attesa di formalizzarne la nascita e di formulare il manifesto di adesione in un’assise che si terrà a Roma fra il 16 e il 17 Aprile.
Una posizione chiara che non poteva essere assunta da coloro che hanno ripetutamente votato a favore di questa riforma e alla legge elettorale Italicum, questione quest’ultima da non ritenere negoziabile in un’assise congressuale attenendo a principi e valori essenziali per una forza politica di ispirazione socialista e democratica.
Ha garantito la propria presenza a fianco i compagni candidati alle amministrative sotto il simbolo socialista pur sapendo che in grandi aree urbane del paese non sarà presente alcuna lista nonostante una certa propaganda insista nell’affermare il contrario.
Promuove la prospettiva di una lista larga e unitaria del socialismo italiano come prospettiva elettorale, posizione in evidente contrasto con la condotta sin qui tenuta dal segretario del PSI che non pone nel suo orizzonte politico ciò che da tempo i socialisti reclamano.
Non sappiamo allo stato quale rito liturgico verrà esercitato al congresso,  emergono tuttavia due posizioni nette e chiaramente contrapposte e difficilmente sovrapponibili
E la prospettiva del mantenimento in vita di una posizione politica afferente al socialismo democratico italiano é troppo importante per essere liquidata con la burocrazia e la propaganda.

Area Socialista

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Alma, il socialismo e le Unioni civili, di M. Foroni

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Era il lontano 1988. E in quell’anno fu presentata per la prima volta una proposta di legge per regolamentare le “Famiglie di fatto”. Sono passati quasi trenta anni da quella preziosa iniziativa di un deputato, e la ricordo ancora bene. E quel deputato era una donna, una socialista, una compagna straordinaria e il suo nome era Agata Alma Cappiello.
Dopo un approfondito dibattito con varie associazioni e l’Arcigay, Alma presentò la Proposita di legge (PdL N. 2340, Disciplina della famiglia di fatto, 12 febbraio 1988) per il riconoscimento delle convivenze tra “persone”. La Proposta di Legge non venne mai calendarizzati tra i lavori del Parlamento.
La proposta di Alma, che ebbe ampia risonanza sulla stampa (che con una semplificazione giornalistica parlò di “matrimonio di serie b”), mirava a riconoscere i diritti della famiglia di fatto anche alle coppie omosessuali.
Una Proposta di Legge che nei contenuti anticipava le sentenze della Corte Costituzionale (Sentenza 138/2010) e della Corte di Cassazione (Sentenza n. 4184/2012, depositata il 15 marzo 2012) nel riconoscere “ per formazione sociale (art. 2 Costituzione) ogni forma di comunità, semplice o complessa, idonea a consentire e favorire il libero sviluppo della persona nella vita di relazione, nel contesto di una valorizzazione del modello pluralistico. In tale nozione è da annoverare anche l’unione omosessuale, intesa come stabile convivenza tra due persone dello stesso sesso, cui spetta il diritto fondamentale di vivere liberamente una condizione di coppia, ottenendone – nei tempi, nei modi e nei limiti stabiliti dalla legge – il riconoscimento giuridico con i connessi diritti e doveri”.
Brillante avvocato milanese, ma di origini napoletane, Alma non dimenticò mai la vera essenza del socialismo, quella fatta dai diritti civili, in particolare per le donne e per le minoranze, come la comunità lgbt.
Alma non c’è più ormai da dieci anni, ci ha lasciato troppo presto ancora giovane a soli cinquantotto anni, dopo essere transitata nel centrosinistra, dove sperava di poter condurre ancora le sue battaglie per i diritti civili.
Nel 1988, quasi trenta anni fa, c’era una donna nella politica capace di pensare a due uomini che convivono come una “famiglia di fatto”. Una donna di una bellezza stordente, di una bravura e con una passione politica unica, che ho conosciuto e che ricordo con affetto e ammirazione. Agata Alma Cappiello, pasionaria socialista.
Marco Foroni

I clerico fascisti, i grillini e la violazione dei Diritti umani, di M. Foroni

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Nel mentre in molti si dilettano in questi giorni a commentare, a discutere, e a scaricarsi gli uni verso gli altri le responsabilità sulla mancata approvazione della legge sulla regolamentazione delle Unioni civili, è sempre utile ricordarci e a ricordare ai parlamentari (tutti) che mentre loro giocano su questioni di potere e di regolamenti, umiliano aspetti giuridico-etici che riguardano la vita di milioni di persone. E non solo.
Perché anche se loro (tutti), i parlamentari della Repubblica (eletti con una legge incostituzionale, giova ricordarlo) fanno finta di non sapere, l’Italia deve introdurre il riconoscimento legale per le coppie dello stesso sesso. E semplicemente perché lo ha stabilito la Corte europea dei diritti dell’uomo. Nella scorsa estate, infatti, i giudici di Strasburgo hanno condannato l’Italia per la violazione dei diritti di tre coppie omosessuali (Case of Oliari and Others v. Italy, (Applications nos. 18766/11 and 36030/11, 21 July 2015).
Nel dettaglio, giova sapere che la Corte ha condannato l’Italia per violazione dell’articolo 8 della Convenzione dei diritti dell’uomo, quello sul “diritto al rispetto della vita familiare e privata”. Il giudizio è stato emesso all’unanimità nell’ambito del caso sollevato da Oliari e altri contro l’Italia. Nella motivazione, tra l’altro, si legge: “La Corte ha considerato che la tutela legale attualmente disponibile in Italia per le coppie omosessuali non solo fallisce nel provvedere ai bisogni chiave di una coppia impegnata in una relazione stabile, ma non è nemmeno sufficientemente affidabile; un’unione civile o una partnership registrata sarebbe il modo più adeguato per riconoscere legalmente le coppie dello stesso sesso“.
La sentenza della Corte arrivò dopo diverse determinazioni del Parlamento europeo in materia, l’ultima del 9 giugno 2015, quando è stata approvata (con 341 voti favorevoli, 281 contrari e 81 astensioni) una Relazione in cui si chiede di riconoscere i diritti delle famiglie gay, dove il Parlamento stesso “prende atto dell’evolversi della definizione di famiglia” (Rapporto sull’uguaglianza di genere in Europa)
La Corte ha condannato lo Stato italiano al risarcimento per ognuno dei ricorrenti 5 mila euro per danni morali. La Corte ha sottolineato, inoltre, che tra i Paesi membri del Consiglio d’Europa c’è la tendenza a riconoscere i matrimoni omosessuali, con 25 su 47 stati che hanno adottato una legislazione in tal senso, e ha ricordato che la Corte Costituzionale italiana ha invitato ripetutamente a creare una protezione legale anche in Italia.
E in effetti, le sentenze della Corte Costituzionale (Sentenza 138/2010) e della Corte di Cassazione (Sentenza n. 4184/2012, depositata il 15 marzo 2012) riconoscono “per formazione sociale (art. 2 Costituzione) ogni forma di comunità, semplice o complessa, idonea a consentire e favorire il libero sviluppo della persona nella vita di relazione, nel contesto di una valorizzazione del modello pluralistico. In tale nozione è da annoverare anche l’unione omosessuale, intesa come stabile convivenza tra due persone dello stesso sesso, cui spetta il diritto fondamentale di vivere liberamente una condizione di coppia, ottenendone – nei tempi, nei modi e nei limiti stabiliti dalla legge – il riconoscimento giuridico con i connessi diritti e doveri”.
Fuori dalla Costituzione della Repubblica e con i Diritti umani violati, nel non rispetto della vita familiare e privata. A questo siamo. A questo non sanno, o non vogliono, dare forma giuridica. Perchè il Parlamento (come recita la nostra Costituzione) non governa, ma approva le leggi. Che lo ricordino, loro, i nostri parlamentari. Tutti.
Marco Foroni

Serve una cultura di pace, oggi è minoritaria, di G. Viale

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La guerra non è fatta solo di armi, eserciti, fronti, distruzione e morte. Comporta anche militarizzazione della società, sospensione dello stato di diritto, cambio radicale di abitudini, milioni di profughi, comparsa di “quinte colonne” e, viva iddio, migliaia di disertori e disfattisti, amici della pace. Quanto basta per capire che siamo già in mezzo a una guerra mondiale, anche se, come dice il papa, “a pezzi”.

Questa guerra, o quel suo “pezzo che si svolge intorno al Mediterraneo, è difficile da riconoscere per l’indeterminatezza dei fronti, in continuo movimento, ma soprattutto degli schieramenti. Se il nemico è il terrorismo islamista e soprattutto l’Isis, che ne è il coagulo, chi combatte l’Isis e chi lo sostiene? A combatterlo sono Iran, Russia e Assad, tutti ancora sotto sanzione o embargo da parte di USA e UE; poi i peshmerga curdi, che sono truppe irregolari, ma soprattutto le milizie del Rojava e il Pkk, che la Turchia di Erdogan vuole distruggere, e Hezbollah, messa al bando da USA e UE, insieme al Pkk, come organizzazioni terroristiche. A sostenere e armare l’Isis, anche ora che fingono di combatterlo (ma non lo fanno), ci sono Arabia Saudita, il maggiore alleato degli Usa in Medioriente, e Turchia, membro strategico della Nato. D’altronde, ad armare l’Isis al suo esordio sono stati proprio gli Stati uniti, come avevano fatto con i talebani in Afghanistan. E se la Libia sta per diventare una propaggine dello stato islamico, lo dobbiamo a Usa, Francia, Italia e altri, che l’hanno fatta a pezzi senza pensare al dopo. Così l’Europa si ritrova in mezzo a una guerra senza fronti definiti e comincia a pagarne conseguenze mai messe in conto.

La posta maggiore di questa guerra sono i profughi: quelli che hanno varcato i confini dell’Unione europea, ma soprattutto i dieci milioni che stazionano ai suoi bordi: in Turchia, Siria, Iran, Libano, Egitto, Libia e Tunisia; in parte in fuga dalla guerra in Siria, in parte cacciati dalle dittature e dal degrado ambientale che l’Occidente sta imponendo nei loro paesi di origine. Respingerli significa restituirli a coloro che li hanno fatti fuggire, rimetterli in loro balìa; costringerli ad accettare il fatto che non hanno altro posto al mondo in cui stare; usare i naufragi come mezzi di dissuasione.
Oppure, come si è cercato di fare al vertice euro-africano di Malta, allestire e finanziare campi di detenzione nei paesi di transito, in quel deserto senza legge che ne ha già inghiottiti più del Mediterraneo; insomma dimostrare che l’Europa è peggio di loro. Ma respingerli vuol dire soprattutto farne il principale punto di forza di un fronte che non comprende solo l’Isis, le sue “province” vassalle ormai presenti in larga parte dell’Africa e i suoi sostenitori più o meno occulti; include anche una moltitudine di cittadini europei o di migranti già residenti in Europa che condividono con quei profughi cultura, nazione, comunità e spesso lingua, tribù e famiglia di origine; e che di fronte al cinismo e alla ferocia dei governi europei vengono sospinti verso una radicalizzazione che, in mancanza di prospettive politiche, si manifesta in una “islamizzazione” feroce e fasulla.
Un processo che non si arresta certo respingendo alle frontiere i profughi, che per le vicende che li hanno segnati sono per forza di cose messaggeri di pace.

Troppa poca attenzione è stata dedicata invece alle tante stragi, spesso altrettanto gravi di quella di Parigi, che costellano quasi ogni giorno i teatri di guerra di Siria, Iraq, Afghanistan, Libia, Nigeria, Yemen, ma anche Libano o Turchia. Non solo a quelle causate da bombardamenti scellerati delle potenze occidentali, ma anche quelle perpetrate dall’Isis e dai suoi sostenitori, di Stato e non, le cui vittime non sono solo yazidi e cristiani, ma soprattutto musulmani. “Si ammazzano tra di loro” viene da pensare a molti, come spesso si fa anche con i delitti di mafia. Ma questo pensiero, come quella disattenzione, sono segni inequivocabili del disprezzo in cui, senza neanche accorgercene, teniamo un’intera componente dell’umanità.
E’ di fronte a quel disprezzo che si formano le “quinte colonne” di giovani, in gran parte nati, cresciuti e “convertiti” in Europa, che poi seminano il terrore nella metropoli a costo e in sprezzo delle proprie come delle altrui vite; e che lo faranno in futuro sempre di più, perché i flussi di profughi e le cause che li determinano (guerre, dittature, miseria e degrado ambientale) non sono destinati a fermarsi, quali che siano le misure adottate per trasformare l’Europa in una fortezza (e quelle adottate o prospettate sono grottesche, se non fossero soprattutto tragiche e criminali).

Coloro che invocano un’altra guerra dell’Europa in Siria, in Libia, e fin nel profondo dell’Africa, resuscitando le invettive di Oriana Fallaci, che speravamo sepolte, contro l’ignavia europea, non si rendono conto dei danni inflitti a quei paesi e a quelle moltitudini costrette a cercare una via di scampo tra noi; né dell’effetto moltiplicatore di una nuova guerra. Ma in realtà vogliono che a quella ferocia verso l’esterno ne corrisponda un’altra, di genere solo per ora differente, verso l’interno: militarizzazione e disciplinamento della vita quotidiana, legittimazione e istituzionalizzazione del razzismo, della discriminazione e dell’arbitrio, rafforzamento delle gerarchie sociali, dissoluzione di ogni forma di solidarietà tra gli oppressi. Non hanno imparato nulla da ciò che la storia tragica dell’Europa avrebbe dovuto insegnarci.

Una politica di accoglienza e di inclusione dei milioni di profughi diretti verso la “fortezza Europa”, dunque, non è solo questione di umanità, condizione comunque irrinunciabile per la comune sopravvivenza. E’ anche la via per ricostruire una vera cultura di pace, oggi resa minoritaria dal frastuono delle incitazioni alla guerra. Perché solo così si può promuovere diserzione e ripensamento anche tra le truppe di coloro che attentano alle nostre vite; e soprattutto ribellione tra la componente femminile delle loro compagini, che è la vera posta in gioco della loro guerra. Nei prossimi decenni i profughi saranno al centro sia del conflitto sociale e politico all’interno degli Stati membri dell’UE, sia del destino stesso dell’Unione, oggi divisa, come mai in passato, dato che ogni governo cerca di scaricare sugli altri il “peso” dell’accoglienza.

Eppure, fino alla crisi del 2008 l’UE assorbiva circa un milione di migranti ogni anno (e ne occorrerebbero ben 3 milioni all’anno per compensare il calo demografico). Ma perché, allora, l’arrivo di un milione di profughi è diventato improvvisamente una sciagura insostenibile? Perché da allora l’Europa ha messo in atto una politica di austerity, a lungo covata negli anni precedenti, finalizzata a smantellare tutti i presidi del lavoro e del sostegno sociale e a privatizzare a man bassa tutti i beni comuni e i servizi pubblici da cui il capitale si ripromette quei profitti che non riesce più a ricavare dalla produzione industriale. Ma quelle politiche, che non danno più né lavoro né redditi decenti a molti, né futuro a milioni di giovani, non possono certo concedere quelle stesse cose a profughi e migranti. Devono solo costringerli alla clandestinità, per pagarli pochissimo, ridurli in condizione servile, usarli come arma di ricatto verso i lavoratori europei per eroderne le conquiste.

Per combattere questa deriva occorrono non solo misure di accoglienza (canali umanitari per sottrarre i profughi ai rischi e allo sfruttamento degli “scafisti” di terra e di mare, e permessi di soggiorno incondizionati, che permettano di muoversi e lavorare in tutti i paesi dell’Unione); ma anche politiche di inclusione: insediamenti distribuiti per facilitare il contatto con le comunità locali, reti sociali di inserimento, accesso all’istruzione e ai sevizi, possibilità di organizzarsi per avere voce quando si decide il futuro dei loro paesi di origine. Ma soprattutto, lavoro: una cosa che un grande piano europeo di conversione ecologica diffusa, indispensabile per fare fronte ai cambiamenti climatici in corso e alternativo alle politiche di austerity, renderebbe comunque necessaria.
Ma per parlare di pace occorre che venga bloccata la vendita di armi di ogni tipo agli Stati da cui si riforniscono l’Isis e i suoi vassalli, che non le producono certo in proprio.

Guido Viale

 

Pubblicato su “Il manifesto” il 18/11/2015

http://ilmanifesto.info/serve-una-cultura-di-pace-oggi-e-minoritaria/

La capitale immorale, di A. Asor Rosa

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Adesso basta. Roma ha più del dop­pio degli abi­tanti di Milano (2.869.169 con­tro 1.342.385). Quanto ad esten­sione, il con­fronto non è nean­che pen­sa­bile (1.287,36 kmq con­tro 181,67; se si parla delle due città metro­po­li­tane, il diva­rio si allarga a dismi­sura: 5.363,28 kmq, con­tro 1.575). Se caliamo la mappa di Milano su quella di Roma, Milano parte dal Quar­tic­ciolo e arriva a Porta San Gio­vanni: non entra nean­che nella por­zione sto­rica e monu­men­tale della Capi­tale. Non si capi­sce quale senso abbia la vana chiac­chiera di tra­sfe­rire il modello dell’una (se c’è) sull’altra.

Natu­ral­mente, si può gover­nare bene una città di medie dimen­sioni (come Milano) e male una metro­poli (come Roma), come anche vice­versa. Le dimen­sioni e i rap­porti, però, sono incom­men­su­ra­bili. Roma è al quarto posto fra le grandi città euro­pee, dopo Lon­dra, Ber­lino e Madrid, non a caso tutte capi­tali dei rispet­tivi Stati. Milano si col­loca nel campo delle città di medie dimen­sioni (al tre­di­ce­simo posto al livello euro­peo, credo). Se si deve ipo­tiz­zare un rap­porto a livello mon­diale, l’unica città ita­liana degna d’esser presa in con­si­de­ra­zione è Roma (per que­sti, e soprat­tutto per altri motivi, sui quali tor­nerò più avanti).
Milano “capi­tale morale”? Qual­che anno fa apparve un bel libro, Il mito della capi­tale morale, forse recen­te­mente ristam­pato, di Gio­vanna Rosa (non ci sono paren­tele, nean­che a metà, fra me e l’autrice): libro che nes­suno cita, e nes­suno mostra di aver letto. Il “mito”, appunto: non “la capi­tale morale”. Un lungo per­corso dal Risor­gi­mento a oggi, fatto di fatti, illu­sioni e disil­lu­sioni, cadute e riprese, riprese e cadute. Del resto, se pren­des­simo alla let­tera per Milano la defi­ni­zione di “capi­tale morale”, dovremmo chie­derci sul piano sto­rico come sia stato pos­si­bile che da sif­fatta realtà politico-urbanistico-civile siano pre­ci­pi­tate sull’Italia le due scia­gure politico-istituzionali ed etico-politiche più ter­ri­fi­canti dell’ultimo secolo e mezzo, Benito Mus­so­lini e Sil­vio Ber­lu­sconi. Che Torino, culla della nostra unità nazio­nale, per que­sto e per altri motivi, sia più degna di tale definizione?

Su Roma, la Capi­tale, l’unica città ita­liana in grado di entrare in una com­pe­ti­zione e clas­si­fi­ca­zione inter­na­zio­nale, sono pre­ci­pi­tate nel tempo tutte le con­trad­di­zioni e tutto il degrado di cui è stato capace (o inca­pace) que­sto disgra­ziato paese, — l’Italia. Roma è, ahimè, il luogo del potere e dei Palazzi: la Pre­si­denza della Repub­blica, la Pre­si­denza del Con­si­glio e il Governo, il Senato, la Camera dei Depu­tati, i Mini­steri, gli orga­ni­smi diri­genti della Magi­stra­tura, della scuola, dell’Università, dei corpi sepa­rati dello Stato, ecc. ecc. Tutti, ovvia­mente, gestiti al novanta per cento da non romani: tutti orien­tati a difen­dere inte­ressi che con Roma non ave­vano niente a che fare. Roma, per quanto mi con­cerne, è se mai vit­tima, non car­ne­fice. Quando ha preso demo­cra­ti­ca­mente la parola, lo ha fatto poco e male. Con Ale­manno ha dato il peg­gio di sé, sul piano etico, civile e ammi­ni­stra­tivo. Anche que­sto oggi è ampia­mente e visto­sa­mente dimen­ti­cato e accan­to­nato, per non inter­fe­rire nean­che men­tal­mente con le pro­ce­dure di ese­cu­zione som­ma­ria dell’ultimo Sindaco.

A Roma, poi (anche que­sto avete dimen­ti­cato?), c’è il Vati­cano. Il Vati­cano è al tempo stesso una grande potenza reli­giosa e una grande potenza tem­po­rale, ter­rena. E, — lo dico con asso­luta per­sua­sione, — non può essere che così. Non può essere che così, nes­suno, né dal basso né dall’alto, potrebbe impe­dirlo (Gesù, unico, per volerlo fare, è finito nell’orto di Getse­mani e poi sulla croce). La pro­cla­ma­zione del pre­sente Giu­bi­leo ne è la più vicina e lam­pante testi­mo­nianza. Esprimo il mio stu­pore: non c’è com­men­ta­tore di qual­che por­tata che si sia sof­fer­mato come meri­tava su que­sto pas­sag­gio. Un bel giorno Papa Fran­ce­sco pro­clama un Giu­bi­leo straor­di­na­rio della Mise­ri­cor­dia. E’ l’ultima maz­zata: trenta milioni di pel­le­grini e migliaia di ceri­mo­nie nella Capi­tale, molto immo­rale forse, ma di certo molto, molto stra­paz­zata. Sic­come è impro­ba­bile che il Giu­bi­leo si svolga den­tro le mura dello Stato Vati­cano, che del resto non acco­glie quasi nulla di quanto lo riguarda, la città intiera ne sarà tra­volta. Ci sono state con­sul­ta­zioni pre­ven­tive in pro­po­sito? Qual­cuno, al di qua del Tevere, ha rispo­sto che andava tutto bene? Impro­ba­bile. Dun­que, il Vati­cano dispone di Roma come fosse cosa sua (è già acca­duto altre volte nella sto­ria, anche dopo il 1870). I poteri democratico-rappresentativi a quel punto sono spinti ine­vi­ta­bil­mente in un angolo. Cosa potrebbe dire o fare di fronte a un mes­sag­gio universalistico-religioso di tale por­tata? Ma il mes­sag­gio universalistico-religioso si tra­sforma rapi­da­mente in una serie di Ukase politico-temporali sem­pre più assil­lanti e per­sino da un certo momento in poi anche vio­lenti: avete chiuso le buche? Avete rat­top­pato le metro­po­li­tane? A che punto siete con l’accoglienza? Siete in grado di garan­tire il ristoro? E la sicu­rezza, la sicu­rezza, come va?

Il grande evento di Mise­ri­cor­dia vale dun­que per tutto il mondo (così almeno si dice): ma non vale per Roma, né per i suoi cit­ta­dini, né per i suoi ammi­ni­stra­tori, che infatti, in tutte le occa­sioni pos­si­bili, sono trat­tati a pesci in fac­cia, coo­pe­rando ine­vi­ta­bil­mente (e diciamo con­sa­pe­vol­mente) alla distru­zione della loro cre­di­bi­lità e del loro prestigio.

A Roma non ci sono gli “anti­corpi”? Sì, que­sto è un po’ vero. Infatti, a Roma, nelle scorse set­ti­mane, e con acce­le­ra­zione cre­scente negli ultimi giorni, si è con­su­mata la più impo­nente e capil­lare distru­zione di anti­corpi che si sia mai vista in Ita­lia dalla Libe­ra­zione a oggi. Anche qui esprimo il mio stu­pore: osser­va­tori, avete colto dav­vero quel che è acca­duto a Roma nelle scorse set­ti­mane e con acce­le­ra­zione cre­scente negli ultimi giorni? Il giu­di­zio sul com­por­ta­mento e le atti­tu­dini diri­gen­ziali del sin­daco Marino, — un “mar­ziano”, un inetto, un inca­pace, un sup­po­nente, da un certo momento in poi anche uno poco cor­retto, — non ha niente a che fare con lo svol­gi­mento e la con­clu­sione della fac­cenda. Se si doves­sero rimuo­vere dai loro inca­ri­chi Sin­daci, Pre­si­denti delle Regioni, Mini­stri, Diret­tori Gene­rali, Ret­tori, ecc. ecc., — per­ché “mar­ziani”, inetti, inca­paci, sup­po­nenti, poco cor­retti, ecc. ecc, — assi­ste­remmo in poco tempo al crollo ver­ti­cale dell’intera mac­china politico-istituzionale ita­liana (sarebbe comun­que affare della magi­stra­tura, come tal­volta già accade, non dei poli­tici). Quel che invece è acca­duto a Roma è la defe­ne­stra­zione dall’alto, — per vie poli­ti­che, non legali, intendo, — di un uomo poli­tico che non era in grado (e pro­ba­bil­mente non voleva) garan­tire le attese dei prin­ci­pali poteri inte­res­sati alla vicenda: la nuova forma della poli­tica oggi domi­nante in Ita­lia, il Vati­cano, i poteri eco­no­mici all’arrembaggio della nuova torta.

Il risul­tato di tutta la vicenda è che esi­ste oggi in Ita­lia un Potere Supremo il quale è in grado di sba­raz­zarsi di qual­siasi osta­colo demo­cra­ti­ca­mente rap­pre­sen­ta­tivo, sosti­tuen­dolo con la figura fin qui ano­mala ed ecce­zio­nale del Com­mis­sa­rio, il quale ovvia­mente è, e non potrebbe non essere, un dele­gato al ser­vi­zio di quel mede­simo Potere Supe­riore. Il quale, essendo anch’esso non deter­mi­nato dal voto popo­lare ma, diciamo, da una sorta di auto­com­mis­sa­ria­mento del mede­simo (com’è noto, il nostro Pre­si­dente del Con­si­glio non ha goduto di tale inve­sti­tura), tende a ripro­dursi per gemi­na­zione secondo le mede­sime modalità.

Roma, se è e resta la Capi­tale d’Italia, la quarta città euro­pea, una delle più impor­tanti del mondo, dal punto di vista del patri­mo­nio arti­stico e cul­tu­rale è senza ombra di dub­bio la prima. Que­sto suscita da un bel po’ di tempo una cor­rente d’invidia e di gelo­sia, nazio­nale e inter­na­zio­nale, da far spa­vento. Essa si col­lega, e stret­ta­mente si con­giunge, al pro­getto dell’attuale potere poli­tico ita­liano di farne da tutti i punti di sta una cosa pro­pria. A Roma, più che in qual­siasi altra città ita­liana, abbiamo a che fare con una massa di potere inim­ma­gi­na­bile altrove: Vati­cano, poteri eco­no­mici forti, potere poli­tico di tipo nuovo, incline al com­mis­sa­ria­mento della Nazione ovun­que sia pos­si­bile e a suo avviso neces­sa­rio, pro­ce­dono affian­cati, e nella mede­sima dire­zione (non c’è biso­gno di pen­sare a incon­tri segreti a Via dei Peni­ten­zieri o a Largo Chigi o magari a Palazzo Vec­chio a Firenze: basta pen­sarla nello stesso modo).

Ce la faranno Roma, e i romani, a rove­sciare que­sta mostruosa ten­denza? I romani, senza i quali anche il mito di Roma rischia di diven­tare un’astrazione, sono delusi, con­fusi, smar­riti. Come volete che siano? Ave­vano votato trion­fal­mente per Marino esat­ta­mente per dare una svol­tata alla sto­ria. Ora forze potenti della poli­tica e dell’informazione si affan­nano quo­ti­dia­na­mente a spie­gar loro che Marino era sem­pli­ce­mente un “mar­ziano”, un inetto, un inca­pace, un sup­po­nente, uno poco cor­retto, ecc. ecc., e a spie­gar­glielo sono esat­ta­mente innan­zi­tutto quelli del suo pro­prio par­tito, quelli che ave­vano chie­sto loro di votarlo (nean­che uno dei con­si­glieri comu­nali “dem” che abbia resi­stito alla sferza del capo, che ver­go­gna!). Però, al tempo stesso, monta l’indignazione, anzi, una rab­bia cupa e vio­lenta, con­tro tutti quelli che hanno real­mente com­bi­nato tutto que­sto, il Potere Supe­riore e i suoi mol­te­plici alleati.

La Capi­tale immo­rale giace così sotto il peso degli errori com­messi, quelli suoi, certo, ma soprat­tutto, soprat­tutto quelli degli altri. Come ultimo schiaffo viene inviato a gover­narla un Pre­fetto dal nome beneau­gu­rante di Tronca. All’Expo, — per sue dichia­ra­zioni, — si è occu­pato dell’ordine pub­blico; in pre­ce­denza, dei Vigili del fuoco. Com­pe­tenze, que­ste, indu­bi­ta­bil­mente ade­guate a gover­nare la metro­poli Roma, le sue con­trad­di­zioni e lace­ra­zioni, e a susci­tare in lei i nuovi anti­corpi. Nel frat­tempo il Potere Supe­riore garan­ti­sce che il Giu­bi­leo sarà un suc­cesso come l’Expo. Tutto è money, d’accordo, ma forse qui siamo andati un po’ troppo oltre. Il Vati­cano sod­di­sfatto annuisce.

Per sot­trarsi a que­sta nefa­sta spi­rale, ed evi­tare altre can­to­nate, ci vorrà un lavoro lungo e in pro­fon­dità, razio­nale, sì, ma anche rab­bioso. Il tempo delle media­zioni è finito, ne comin­cia un altro, meno dispo­ni­bile alle prese in giro.

Se ci sono voci dispo­ste a par­lare in que­sto senso, si fac­ciano sen­tire presto.

Alberto Asor Rosa

 

articolo pubblicato su “Il manifesto” il 3 novembre 2015  (http://ilmanifesto.info/la-capitale-immorale/)

Roma, di P. Ciofi

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Com’era prevedibile, Ignazio Marino alla fine è stato dimissionato e la capitale d’Italia sarà governata da un commissario modello Expo sia pure «adattato», dentro il quale gli esperti intendono imbragare l’intero paese secondo loro a corto di anticorpi. Dunque, l’unico memorabile risultato ottenuto a Roma in questi anni da Matteo Renzi, capo del governo e segretario del Pd, è stato questo: la cacciata del sindaco del Pd eletto con una vasta maggioranza contro Alemanno, a dimostrazione – tra l’altro – che qualche anticorpo in questa città nonostante tutto ancora esiste. Gli applausi scrosciano e pressoché unanimi sono i complimenti dei poteri forti, economici e mediatici. Un altro importante obiettivo è stato raggiunto!

Sembra una gag di Petrolini. E invece è il risultato di una crisi devastante che investe il Pd degradato ormai a un’aggregazione di interessi, dove alligna la corruzione e il malaffare alimentati dalle privatizzazioni e dalla mercatizzazione dei diritti. Senza un’idea di Roma e senza strategie in quella che continua ad essere di gran lunga la principale metropoli del paese, e la quarta in Europa, nella quale hanno sede gli apparati pubblici e le fondamentali istituzioni dello Stato e della democrazia rappresentativa. Un problema nazionale di prima grandezza, che incide pesantemente non solo sulla vita sempre più difficile dei romani, ma anche sull’efficienza e sulla produttività del sistema paese e sulla stessa tenuta unitaria della nazione. Sul quale però ormai da tempo è stata spenta la luce, dando la stura, da un lato, al leghismo più becero e, dall’altro, alla bolsa e inconcludente retorica di Roma capitale.

Ignazio Marino, trionfatore alle primarie come Renzi e presentatosi con una posizione antipolitica (ricordate lo slogan «non è politica è Roma»?), si è dimostrato un sindaco di buona volontà ma non all’altezza e pastrocchione. La sua è stata un’esperienza che ripropone il tema stringente di dove e come si forma una classe dirigente politico-amministrativa in assenza di partiti radicati nella società, che facciano da tramite tra la società medesima e le istituzioni perché i cittadini, secondo la Costituzione, possano concorrere con metodo democratico a governare la cosa pubblica. La situazione è al limite: nel vuoto di rappresentanza e di partecipazione sociale politicamente organizzata, in cui i poteri economici hanno campo libero, vagano le persone in cerca dei diritti e senza l’obbligo dei doveri, mentre si moltiplica l’invadenza dei burocrati e si creano i presupposti per l’uomo solo al comando.

Mi sono sentito dire che anche il Pci, quando presentò Argan sindaco di Roma, fece ricorso a una personalità non di partito. È vero, ma allora il Pci e Argan avevano un’idea di Roma, poi in parte realizzata dai sindaci Petroselli e Vetere, e il Pci era un partito profondamente inserito nella società con quasi 100 mila iscritti. Inoltre, Giulio Carlo Argan era un grande intellettuale torinese che sapeva di storia e conosceva bene la capitale del suo paese. Oggi, invece, abbiamo a che fare un tizio calato da Torino in “aiuto” di Marino che si vanta di aver gridato allo stadio «Roma merda», assessore ai trasporti dimissionario che dei trasporti non sa neanche che il 64 collega San Pietro a Termini.

È l’approdo emblematico del degrado della politica, dell’arroganza del potere e del disprezzo verso un’intera comunità. Un atteggiamento semplicemente vergognoso. Come vergognoso, e foriero di ulteriori danni, è aver elevato Marino, che pure ha le sue responsabilità, a capro espiatorio di tutti i mali di Roma. Ma dopo il vertiginoso successo della liquidazione del sindaco, qual è l’analisi del Pd sui mali della metropoli? Ha, il Pd, una qualche idea sulla crisi profonda, di identità e di prospettiva, che percuote Roma? E sulla questione morale, che è tornata ad essere centrale nella politica e nell’amministrazione pubblica, quali proposte ha da avanzare per fare pulizia al Comune e in tutte le sue articolazioni territoriali e imprenditoriali? Non se ne ha notizia. Forse perché il Pd dei nuovi mali di Roma è uno dei fattori, e non ha la forza né la possibilità di tagliare i ponti con la rendita immobiliare e finanziaria.

E Renzi? Twitta, e ripete come un disco rotto che Roma «non funziona». Basta chiacchiere, precisa: «una città funziona o non funziona». Al di sopra di questa vetta il suo pensiero non sembra in grado di elevarsi, e questa è la sua idea di Roma. Le strade dissestate, le disfunzioni dei trasporti, i disservizi nello smaltimento dei rifiuti sono in larga misura l’effetto di gestioni incistate dalla corruzione e dalla malavita, che richiedono una svolta radicale nel modo di governare e nel sistema dei controlli. Ma nelle condizioni di oggi la buona amministrazione non basta, se non è sorretta da una visione della metropoli come comunità solidale, che contrasti le disuguaglianze e le ingiustizie. E che ponga al centro della funzione pubblica statuale, e quindi della capitale dello Stato, la «tutela del lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni» (articolo 35 della Costituzione) insieme alla salvaguardia del territorio e dell’ambiente, nonché del patrimonio storico e artistico della nazione (articolo 9).

Come sosteneva Teodoro Mommsen, non si sta a Roma senza un’idea universale. E noi questa idea universale, che prospetta una civiltà più avanzata, la vediamo delineata nella Costituzione della Repubblica democratica fondata sul lavoro. Che ne facciamo di Roma in questo contesto? Una città museale, pietrificata nelle sue vestigia antiche, a disposizione di inconsapevoli tribù turistiche mordi e fuggi, mentre la rendita parassitaria s’ingrassa e le periferie degradano nello squallore, in attesa che si innalzino nuovi muri per blindarci nel nostro residuale benessere contro chi fugge dalla povertà e dalla fame? E cosa diciamo alle ragazze e ai giovani disoccupati di questa città, che ormai sono quasi la metà della popolazione giovanile? Che vadano al Colosseo a truccarsi da finti gladiatori? O che vadano a Londra a fare le cameriere?

Roma ha le risorse, morali e materiali, tecniche e intellettuali, per uscire dal declino e avviare una fase di rinascimento civile, economico e sociale, a beneficio dei suoi abitanti e dell’intero paese. Bisogna però cercarle queste risorse, stimolarle e metterle insieme: in un progetto di cambiamento capace di raccogliere i malesseri e i contrasti che ribollono nella metropoli, e di assicurare a tutti i diritti fondamentali. Da una parte, occorre recuperare la virtù dell’accoglienza, che da secoli caratterizza questa città straordinaria. Dall’altra, è indispensabile rovesciare la vecchia e fallimentare visione delle classi dirigenti non solo locali, che hanno estratto da Roma rendite di ogni genere. Degradandola nel contempo al ruolo di città da assistere con elargizioni clientelari, invece di valorizzarla come risorsa disponibile per la comunità nazionale.

Una metropoli e una capitale in cui si configuri un intenso rapporto politico-istituzionale con la cultura e con la scienza, con tutte le espressioni del lavoro, e in sinergia con le forme più avanzate di partecipazione civile, di democrazia diretta e di proprietà autogestita da produttori e utenti, puntando decisamente sull’innovazione e assumendo l’ambiente e il patrimonio culturale e artistico accumulato come risorse e parametri di una nuova qualità della vita. Questo, insieme alla configurazione della Città metropolitana e alla qualificazione di territori e funzioni dei Comuni-Municipi, dovrebbe essere l’obiettivo cui tendere, in una fase in cui la rivoluzione scientifica e tecnologica non si arresta e darà ancora imprevedibili frutti.

La tensione verso la progettualità permanente e l’elevazione culturale di massa per disegnare una metropoli a misura degli esseri umani e del loro libero sviluppo è il contrario della cultura dell’evento straordinario, di cui in anticipo si annunciano straordinarie meraviglie per poi fare i conti con i danni accertati. Fatti salvi, ovviamente, i pingui introiti di chi promuove il business. Rutelli fu un bravo organizzatore del Giubileo del 2000 che si svolse con successo. Ma dopo, in particolare con Veltroni, a Roma il dominio della rendita immobiliare e finanziaria ha raggiunto il massimo del suo fulgore, consolidando il modello di città in cui viviamo. Naturalmente, auspichiamo che anche il Giubileo promosso da papa Francesco nel segno della umiltà abbia successo. Ciò non toglie tuttavia, e anzi sottolinea, che occorre cambiare radicalmente proprio quel modello di città, che nulla ha di francescano.

Marino non offriva sufficienti garanzie al Vaticano. Ma neanche a Renzi, massimo esponente della cultura dell’evento. E grande esperto nei colpi di palazzo, giacché dopo Letta anche l’ignaro Ignazio è stato liquidato con un colpo di palazzo, impedendo al Consiglio comunale di riunirsi e di deliberare su una vicenda cruciale per i destini della città. La democrazia è stata sospesa, il messaggio è molto chiaro e da non sottovalutare: il Consiglio comunale eletto dal popolo non conta niente; il voto degli elettori non conta niente; i cittadini di Roma non contano niente. Conta solo chi comanda, l’uomo al comando. E il potere dell’apparato burocratico che lo circonda.

A questa impostazione occorre reagire con nettezza, mettendo in campo un progetto alternativo, che può nascere solo dalla mobilitazione sui problemi reali che coinvolgono la vita delle persone. Raccogliendo e unificando le tante energie di cui dispone Roma, oggi disperse e separate in mille rivoli, per farle confluire in un grande fiume che rompa gli argini della passività, del disincanto, dell’astensionismo. Le centinaia di associazioni che operano nel territorio trovino la forza di guardarsi in faccia, di superare la propria parzialità spesso priva di sbocchi, di misurarsi senza preconcetti con le esperienze e con le pratiche degli altri. Si costituisca un coordinamento e si lavori alla convocazione di una Costituente per Roma, che di Roma individui i nuovi mali e la via per superarli. È il primo passo indispensabile. Tutto il resto viene dopo.

Paolo Ciofi

tratto dal sito: http://www.paolociofi.it

Sulla laicità delle istituzioni e le responsabilità della sinistra, di M. Zanier

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In un periodo in cui si guarda al Papa come al miglior referente per il rispetto dei diritti dei più deboli, ci si dimentica troppo spesso del ruolo storico delle forze della sinistra e della laicità delle nostre istituzioni, io torno col pensiero alla Breccia di Porta Pia ed al sacrificio dei bersaglieri caduti per rendere l’Italia unita e libera quel 20 settembre 1870. Quel giorno, al temine della Terza Guerra d’Indipendenza, essi si sono aperti faticosamente una breccia nelle mura vaticane a suon di cannonate e sono entrati vittoriosi a Roma guidati dal generale Raffaele Cadorna. Da quel giorno è ufficialmente finito il potere temporale della Chiesa, lo Stato Pontificio è caduto, al suo posto è nata l’Italia unita. Pochi mesi dopo Roma verrà proclamata capitale d’Italia.

Al momento della nascita della Repubblica Italiana, i padri costituenti hanno voluto sancire le fondamenta laiche del nostro Stato, scrivendo nella nostra Costituzione l’Articolo 7 : “Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani. I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi. Le modificazioni dei Patti accettate dalle due parti, non richiedono procedimento di revisione costituzionale”. E la separazione dei poteri è stata confermata dal successivo Concordato, sottoscritto dai i due Stati nel 1984. Ed oggi che assistiamo alle ennesime ingerenze di oltretevere nelle vicende italiane (si veda il caso Marino e la resistenza delle forze politiche di ispirazione cattolica a far pagare l’IMU agli immobili del Vaticano od a far approvare la legge sulle unioni civili mentre si continuano a sovvenzionare le scuole private cattoliche coi soldi della scuola pubblica ed il fatto che lo stesso succede nella sanità ) mi domando se non sia il caso di ripartire anche da lì per definire il profilo e gli obiettivi di una politica alternativa realmente efficace per il Paese. Non intendo con questo il limitarsi al laicismo di facciata senza toccare le controriforme degli ultimi governi e di questo in particolare che hanno attaccato e distrutto le ultime certezze dello Stato sociale rimaste negli italiani (abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori e del contratto di lavoro a tempo indeterminato, trasformazione della Scuola pubblica in una succursale delle aziende private con la chiamata diretta del preside-manager, riduzione drastica della democrazia rappresentativa con il ridimensionamento drastico del ruolo del Senato e l’elaborazione dell’Italikum, ossia la legge elettorale che annulla i contrappesi istituzionali previsti dalla Costituzione) ma coniugare le istanze più serie e rigorose della difesa dei diritti dei lavoratori, dei pensionati, dei tanti tantissimi precari e senza reddito né certezze abitative e dei ceti medi in grandissima difficoltà con una sana, antica e indispensabile presa di distanza dalla politica pontificia, che dovrebbe riguardare solo la Città del Vaticano.

Per questo oggi, sento il bisogno di guardare anche indietro a quel 20 settembre 1870 ed ai 49 bersaglieri caduti, perché è al loro sacrificio che dobbiamo l’unità d’Italia. Tutti quanti. E sento il bisogno di ricordare i loro nomi, sperando di non essere il solo a sentirsi riconoscente per il loro sacrificio:  PAGUARI GIACOMO, PALAZZOLI MICHELE, CASCARELLA EMANUELE,PARILLO GIACOMO, RIPA ALARICO, AGOSTINELLI PIETRO, CANAL LUIGI,GAMBINI ANGELO, BOSI CESARE, MATRICCIANI ACHILLE, MORRARA SERAFINO, ZOBOLI GAETANO, VALENZIANI AUGUSTO, SANTUNIONE TOMMASO, PERRETTO PIETRO, MARTINI DOMENICO, PAOLETTI CESARE, THEORISOD LUIGI DAVID, RISATO DOMENICO, MARABINI PIO, LEONI ANDREA, IACCARINO LUIGI, IZZI PAOLO, CARDILLO BENIAMINO, GIANNITI LUIGI, CORSI CARLO, RAMBALDI DOMENICO, GIOIA GUGLIELMO, BONEZZI TOMMASO, SANGIORGI PAOLO, CALCATERRA ANTONIO, TURINA CARLO, ROMAGNOLI GIUSEPPE, MATTESINI FERDINAND, BERTUCCIO DOMENICO, ZANARDI PIETRO, COMPAGNOLO DOMENICO, BOSCO ANTONIO, MAZZOCCHI DOMENICO, CAVALLO LORENZO, TUMINO GIUSEPPE, MADDALENA DOMENICO, ALOISIO VALENTINO, BIANCHETTI MARTINO, DE FRANCISI FRANCESCO, SPAGNOLO GIUSEPPE, FRANCISI FRANCESCO SPAGNOLO, GIUSEPPE XHARRA LUIGI, RENZI ANTONIO.

Marco Zanier.