Olof Palme

Idealismo e materialismo. di R. C. Gatti

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Renato Gatti

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Se io, dalle mele, pere, fragole, mandorle – reali – mi formo la rappresentazione generale “frutto”, se vado oltre e immagino che il “frutto” – la mia rappresentazione astratta, ricavata dalle frutta reali – sia un’essenza esistente fuori di me, sia anzi l’essenza vera della pera, della mela, ecc., io dichiaro – con espressione speculativa – che “il frutto” è la “sostanza” della pera, della mela, della mandorla ecc. Io dico quindi che per la pera non è essenziale essere pera, che per la mela non è essenziale essere mela. L’essenziale, in queste cose, non sarebbe la loro esistenza reale, sensibilmente intuibile, ma l’essenza che io ho astratto da esse e ad esse ho attribuito.

Karl Marx (La sacra famiglia)

Leggendo l’interessantissimo articolo di Paolo Borioni su Pandora ho avvertito un disagio, che ho fatto fatica a inquadrare, ma che covando nel profondo ha messo in moto un processo di ricerca e riflessioni che spero di tradurvi nel seguito di questo intervento. Vediamo quel che dice il Borioni.

Escludere lo sfruttamento

Il titolo, il messaggio dell’articolo è l’esclusione dello sfruttamento indicato come l’obiettivo comune della “parabola storica del liberalismo e del possibile incontro con il pensiero socialista”. Il riferimento storico si rifà al New Deal e alla socialdemocrazia, periodi in cui “ le società occidentali riuscirono a creare le condizioni affinché il capitalismo non dominasse indisturbato impedendo che esso dispiegasse i suoi effetti più negativi”. E si rifà pure agli anni tra il 1930 e il 1980 anni in cui “un movimento operaio organizzato ha spinto ad attuare politiche di riforme per costringere gradualmente il capitalismo a non usare lo sfruttamento come leva competitiva. Si tratta di politiche di welfare, della domanda, politiche attive del lavoro, di investimento pubblico, che sono state sviluppate e coordinate per dimostrare che l’innovazione avviene meglio e più sistematicamente qualora vengano esclusi gli incentivi a competere mediante lo sfruttamento”. ”Il recupero del consenso popolare, la ricostruzione di una democrazia partecipata, il rifiuto del neolibelarismo globale e dell’ordolibelarismo europeo passano per il confronto con il capitalismo in merito all’ammissibilità dello sfruttamento”.

Definire lo sfruttamento

Quando andiamo a definire lo sfruttamento abbiamo due contributi:

quello di Roosvelt che “permette di identificare il punto fondamentale di una possibile congiunzione fra liberalismo e socialismo democratico: Nessuna impresa che dipenda, per il suo successo, dal pagare i suoi lavoratori meno di quanto serva loro per vivere ha diritto di sopravvivere in questo Paese” (Discorso sul National Recovery 1933);

quello del primo ministro danese Krag che “scriveva nel 1944 I socialisti lottano per una distribuzione del reddito molto più egualitaria dell’attuale (…) più è ineguale la distribuzione del reddito, maggiore è il risparmio (…) maggiore è il pericolo che esso sia così grande che non ne seguano investimenti e allora abbiamo la crisi” (In Anderson Socialistiske okonomer og Keynes)

Ovviamente la definizione di Roosvelt è molto limitante essendo addirittura più limitata della concezione che il capitalismo ha del salario, esso infatti deve bastare non solo alla sopravvivenza dei suoi lavoratori ma anche alla loro riproduzione finalizzata a sostituire la mano d’opera che viene a mancare e ad alimentare un esercito di riserva.

Viene allora introdotto il concetto di welfare che “non va considerato come un mero diritto di cittadinanza liberale, ma anche come un sistema che influisce sul mercato del lavoro, determinando il grado di maggiore o minore mercificazione dei lavoratori, di coloro che in altri contesti siano indicati come persone o cittadini”. “Il mercato del lavoro appare dunque un ambito decisivo, in quanto è la dignità del lavoro, più di altre sfere, a determinare la qualità dell’essere persona o cittadino. In un contesto capitalistico attenuare le protezioni (o le politiche per la piena occupazione) implica per i lavoratori l’essere sfruttati in condizioni di crescente minorità”.

Quali programmi allora

Si può dunque comprendere su quale tipo di keynesismo socialisti e liberal possono trovare un punto di convergenza” “parità capitale-lavoro che si congiunga a un insieme di politiche che prevedano la protezione dei salari, la produzione delle competenze – ovvero le politiche attive del lavoro – e del concorso pubblico (in aggiunta a quello privato) come garanzia della domanda reale delle competenze prodotte”. “Dunque sulla strada verso un’innovazione democratica, un’economia senza sfruttamento, occorre potenziare e coordinare investimento progettuale, politiche attive, ricerca e welfare concependo quest’ultimo come pavimento che escluda l’economia informale e precaria. Chi lavora deve poter contare su un’assicurazione ampiamente finanziata dallo Stato, la quale in caso di mobilità, garantisca un tasso di sostituzione prossimo all’ultima retribuzione percepita, con una distanza minore per i salari più bassi. A coloro invece che perdono o non possano disporre di queste prestazioni è necessario garantire un reddito meno elevato ma significativo, vicino all’attuale reddito di cittadinanza. Entrambi questi strumenti dovrebbero essere connessi, nel modo più sistematico possibile a politiche attive che siano a loro volta legate all’investimento di lungo periodo”.

Mie considerazioni

Il modello socialdemocratico nordeuropeo che l’autore ci indica, ci rimanda ad un’altra domanda ovvero se quel modello sia ancora il modello adeguato alla storia attuale. Non sottovaluto le conquiste di quel modello, anzi ci sarebbe da dire magari lo avessimo anche noi, tuttavia non possiamo nasconderci che forse la situazione in cui viviamo ci chiede qualche ripensamento. Il modello che ci viene proposto è il classico modello alla Olof Palme con la sua metafora del pelo da radere senza ledere la pecora. Ecco che allora dobbiamo rivolgere il ragionamento sullo stato di salute della pecora e se, stante quello stato di salute, dobbiamo pensare ad un riformismo con quella pecora, all’interno cioè di quella struttura od invece non sia tempo di pensare a riforme di struttura (riprendo le parole di Riccardo Lombardi), che mettano cioè in discussione l’attuale struttura proponendo e perseguendo un nuovo modello di sviluppo.

La vera differenza che esiste all’interno del pensiero socialista sta, a mio parere, proprio in questa alternativa tra un riformismo dell’esistente modello di sviluppo e un atteggiamento riformatore di superamento dell’attuale modello di sviluppo. Mi pare che questo argomento dialettico sia sempre stato presente e che oggi, o forse da sempre, sia giunto ad un livello finale.

Eppure, in un suo passaggio, Paolo Borioni centra, a mio modo di vedere, il punto filosofico essenziale del pensiero socialista; egli scrive “La prima deriva da quanto appena affermato: anche se in un orizzonte riformista e democratico il socialismo deve, con i suoi alleati, contendere al capitalismo la nozione di razionalità economica”.

Ma questa razionalità economica non nasce nel regno dell’idealismo disgiunto dalla storia e dall’evidenza delle cose, essa deve nascere dall’osservazione e dalla critica del reale. (Mi riviene alla mente la Filosofia della miseria di Proudhom cui Marx rispose con la Miseria della filosofia). Quando Roosvelt, come ci ricorda l’autore, tenta di creare “le condizioni affinchè il capitalismo non dominasse indisturbato, impedendo che esso dispiegasse i suoi effetti più negativi” non giunge a questa conclusione da riflessioni speculative, ma sull’onda della crisi del ‘29. Crisi alla quale ne sono seguite innumerevoli altre, fino a quella del 2007 i cui effetti sono ancora pesantemente lì a condizionare la vita dei paesi. E tali crisi sono destinate a ripetersi probabilmente sempre più di frequente e sempre più gravi.

C’è da chiedersi quindi se si può pensare ad un riformismo all’interno di questo modello di sviluppo o se invece la “razionalità economica” del socialismo non debba rivendicare il suo primato e indicare un nuovo modello di sviluppo.

Certo la dignità del lavoratore, la protezione dei salari, la lotta alle disuguaglianze, la protezione assicurativa, il welfare etc. sono tutte cose auspicabili ma esse non colgono il vero punto della situazione attuale. Ci sono obiettivi che questo tipo di approccio lascia negletti: cosa produrre, come produrre, quali investimenti strategici privilegiare, quale domani preparare per le nuove generazioni etc. Ma sarà o no una cosa importante se partecipare o meno alla costruzione del sincrotrone del CERN, se investire nella ricerca, nella sanità, nella scienza. Basta la democrazia formale senza una reale eguaglianza tra capitale e lavoro?

Il monopolio del capitale nelle scelte politiche è il vero ente programmatore del nostro futuro, ed oggi il capitale proprio a causa dell’inadeguatezza del sistema produttivo capitalistico ad affrontare le crisi che esso stesso produce, di fronte alle difficoltà del produrre un saggio di profitto soddisfacente al capitale stesso, alle difficoltà di mantenere l’egemonia imperialistica, non può che tentare di trovare nuove fonti di profitto dalla emarginazione del mondo del lavoro utilizzando il miglior prodotto del lavoro stesso, ovvero la tecnologia, e d’altro canto ricercare nella finanziarizzazione una fonte di profitto più elevato di quel che la crisi produttiva possa oggi produrre.

Questi due elementi, ovvero:

l’appropriazione da parte del capitale del bene comune rappresentato dalla tecnologia, frutto tipico del mondo del lavoro, utilizzato come mezzo di contrasto alla caduta del saggio tendenziale del profitto;

la fuga del capitale dal mondo produttivo verso la finanza che, per sua natura, non crea ricchezza ma la sposta dagli outsiders verso gli insiders nella più classica espressione dell’income by appropriation;

sono le basi materialistiche di interpretazione della realtà, cui andrebbero a mio parere dedicati i nostri sforzi. Gli sforzi per scavare diritti, protezioni, dignità, welfare all’interno di una struttura in crisi di sopravvivenza, sono sforzi, a mio modo di vedere senza speranza, e meglio andrebbero impegnati per affermare la razionalità economica del socialismo.

Renato Costanzo Gatti