guerra

Lo scontro politico in Europa e la questione del diritto di veto. di A. Benzoni

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Nel periodo che separa i Trattati di Roma dall’inizio dell’”epoca dei torbidi”, l’esistenza del diritto di veto non aveva mai costituito un problema. Anche perché questo non era stato mai concepito come tutela permanente a tutela di interessi inviolabili; ma semmai come un ostacolo che poteva e doveva essere superato, attraverso una corretta opera di persuasione con annesse piccole contropartite.

Logico che fosse così. Non si aderiva a un blocco politico/militare; si entrava in uno spazio di libertà e di

pace dove tutti avrebbero avuto gli stessi diritti e tutti sarebbero stati sottoposti alle medesime regole. In un mondo la cui gestione era affidata a tecnici e a esperti, in un processo basato sulla mediazione e la

ricerca permanente del consenso; e quindi nella misura del possibile, tenuto al riparo da pressioni politiche esterne come anche da improvvide reazioni popolari.

Di fatto, il passaggio indolore e inconsapevole dall’Europa economica a quella politica, si sarebbe rivelato, a partire dagli inizi degli anni Novanta, del tutto impraticabile. Con una reazione di rigetto che si sarebbe ben presto manifestata prima con la bocciatura della nuova Costituzione nei referendum francesi e olandesi e poi con la contestazione delle politiche di austerità in diversi paesi e con la nascita di nuovi partiti,

variamente antisistema, di tipo populista/sovranista.

E’ in questo quadro che, agli inizi degli anni venti, si pone per la prima volta in discussione il diritto di veto.

A farlo, e in modo esplicito, è il paese forse più sovranista di tutti; la Francia di Macron. Ben consapevole, però, che l’esercizio della sovranità è possibile solo all’interno di un’Europa anch’essa sovrana e indipendente. E, in prospettiva, caratterizzata non dalla concorrenza al ribasso e dal dumping sociale e fiscale ma dalle politiche comuni. Un processo reso peraltro impraticabile dall’alleanza tutt’altro che santa tra rigoristi finanziari del Nord e reazionari dell’Est.

Nessuno si propone, naturalmente, una volta bocciata, di proporre il voto a maggioranza, contrario alle regole e agli stessi principi su cui si basa l’Unione.

L’alternativa è allora quella di far scattare una specie di piano B, consentito anzi previsto dalle regole comunitarie; quello della “cooperazione rafforzata”. Traducibile, in chiaro, nella possibilità, rivendicata

dalla Francia (con il silenzio/assenso degli altri grandi paesi occidentali) di andare avanti da soli sulla via

delle politiche e delle regole comuni (salario minimo, fiscalità, possibilità di sottrarre le politiche di

investimento dai vincoli di Bruxelles e così via), scontando il fatto che questa innovazione virtuosa potesse essere, nel corso del tempo, adottata anche da altri.

Dopo lo scoppio della guerra in Ucraina (legato, a scanso di equivoci, all’aggressione russa) il quadro cambia radicalmente. Perché, a invocare, non importa se esplicitamente o in linea di fatto, l’abolizione del diritto di veto sono i vertici Ue. E non per procedere più rapidamente lungo questa via. Ma per aprire un percorso che porterà alla scomparsa dell’Europa; o, più esattamente, all’annullamento della sua specificità.

In primo luogo, perchè si tratta di un processo esogeno ed eterodiretto. A premere, a indicare le scelte non sono le autorità interne a ciò preposte, ma gli Stati Uniti e la Nato. E’ la prima volta che ciò accade dai tempi di Messina a oggi; e il dato va sottolineato, a prescindere da qualsiasi valutazione di merito.

Sono gli Stati Uniti e la Nato a premere per l’entrata, anche se solo simbolicamente immediata, dell’Ucraina nell’Ue. Dimenticando, volutamente, che non esistono le condizioni perché questo processo possa avviarsi e tanto meno concludersi in un futuro prevedibile. Almeno sino a oggi, entravano in Europa solo gli stati la cui condizione interna e internazionale corrispondesse agli standard esistenti nell’Unione; standard da cui l’Ucraina era assai distante prima della guerra; figuriamoci poi dopo.

Sono gli Stati Uniti e la Nato a determinare l’allargamento a Est e la stessa natura del confronto con la Russia. Ma, anche qui, non c’è bisogno di entrare nel merito, per affermare che questa scelta sbarrerebbe definitivamente la strada a quell’Europa politica e militare che si continua a sbandierare a vanvera come sbocco prossimo dell’attuale crisi. E, per inciso anche la realtà di un’Europa come spazio indipendente all’interno di un universo multipolare.

Sono ancora questi due agenti esterni a spingerci verso uno stato di guerra permanente, anche se non combattuta o formalmente dichiarata; e questo a tutto danno, come appare particolarmente nel nostro paese, della stessa funzionalità del sistema democratico.

E sono, infine, queste pressioni esterne a mettere in forse le aperture verso il mondo che ci circonda: vedi il veto turco all’entrata della Svezia e della Finlandia nella Nato; vedi le torsioni nella politica migratoria; vedi, infine, la rinuncia a esercitare un qualsiasi ruolo nell’area mediterranea e mediorientale.

Stiamo parlando, naturalmente, di un processo in corso. Che trova, a livello di stati e di sensibilità politiche, consensi e dissensi. Come è ovvio che sia.

Quello che non è affatto ovvio, per non dire inaccettabile, è che i consensi a questo processo siano veicolati apertamente e in modo martellante: in particolare dall’asse Washington-Varsavia e dall’Europa baltica.

Mentre i dissensi o quanto meno le riserve di fondo dei grandi paesi della vecchia Europa – Francia,

Germania, Italia, Spagna – sono espressi a mezza bocca e rimangono sotto traccia; salvo ad esprimersi, nel momento della scelta, con l’esercizio del diritto di veto. Manifestazione legittima. Ma che segnerebbe

rotture insanabili e tali da mettere in discussione l’esistenza stessa dell’Europa.

Qui e oggi, quando tutto è ancora in sospeso, un confronto aperto tra queste diverse opzioni è necessario e urgente. E non per arrivare ad una posizione comune qui e oggi; ma per discutere insieme, e a bocce ferme, insieme, sul futuro politico del nostro continente e dei paesi che lo compongono. Senza furbizie e, soprattutto, senza arroganza.

Una pausa, un periodo di tregua che converrebbe, in particolare, al nostro paese. Perché, che lo si voglia o

no, l’Italia sarebbe la prima vittima della nuova alleanza tra l’Europa di Maastricht e quella di Washington/Varsavia. Che si tratti della situazione libica o mediorientale o di nuovi vincoli alla nostra politica di bilancio. Dei nostri rapporti economici e internazionali o della crisi irreversibile del nostro sistema politico. Guai in arrivo di cui ci accorgeremo ben presto.

Alberto Benzoni

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L’Europa è in pericolo. di A. Angeli

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Del discorso pronunciato da Mario Draghi al Parlamento europeo il 3 maggio riporto i tre paragrafi terminali, introdotti dall’omaggio reso alla memoria di David Sassoli che ha presieduto il Parlamento Europeo in anni difficili e alla sua visione di speranza per un’Europa” che innova, che protegge, che illumina”. Ecco i paragrafi: i padri dell’Europa ci hanno mostrato come rendere efficace la democrazia nel nostro continente nelle sue progressive trasformazioni; l’integrazione europea è l’alleato migliore che abbiamo per affrontare le sfide che la storia ci pone davanti; oggi, come in tutti gli snodi decisivi dal dopoguerra in poi, servono determinazione, visione, ma soprattutto unità. Ho letto l’intero discorso e il pragmatismo politico ( S. Peirce ) ne costituisce la linea discorsiva, propositiva, e tuttavia alla visione realistica propria di una concezione analitica del ragionamento riguardo alla guerra manca quella connessione fra conoscenza e azione. Nel discorso dominante è il richiamo alla pace e all’impegno diplomatico per una tregua della guerra in corso e al sostegno all’Ucraina, che si sviluppa in più direzioni, di particolare rilievo l’impegno a fornire le armi  ( lascio ai poltrointellettuali di casa la distinzione tra armi difensive o offensive) per contenere l’invasione e indurre Putin ad una trattativa. Purtroppo, ciò su cui il discorso si impoverisce è la visione strategica sulla quale costruire un pensiero che consideri la realtà della situazione e pragmaticamente strutturi una proposta e una iniziativa alternativa a quella di Washington. Infatti, la realtà di cui l’Europa deve prendere atto è il totale disinteresse di Putin a trattare con l’Europa, essendo il suo obiettivo, la sua vera sfida, quella di indurre l’America di Biden  a trattare la resa dell’Ucraina, invero quella degli USA.

Il fatto che nel discorso di Draghi non ci sia alcun accenno alla posizione  politica di Biden e di Antony Blinken ,  che si riassume nell’aspettativa di una sconfitta della Russia sul campo Ucraino che porti alla  sostituzione di Putin, non ci deve sorprendere essendo un allievo di quella classe sociale o elitaria allevata ad  asset finanziari  e diplomazia bancaria; oppure, poiché, come da tempo si profetizza, dovrà incontrarsi con Biden e lì chiarire le sue valutazioni politiche sulla guerra in corso e le eventuali iniziative diplomatiche da seguire, è ragionevole pensare che anche in quella sede prevarrà il pragmatismo: ma  per quale obiettivo? Lo stato dei fatti ci dice che Draghi non solo non ha un mandato europeo per far cambiate idea a Biden, ma non è portatore neppure di una proposta europea alternativa, una strategia di lavoro su cui far leva per ottenere una tregua e avviare un percorso diplomatico serio, risolutivo per la pace. Questa miseria di idee mette in pericolo l’Europa, al momento non ancora coinvolta direttamente anche se, come si dice, si trova con i sassi alla porta. Ma è solo un’ipotesi, poiché il “ caso” può nascere in ogni istante; e allora sarebbe troppo tardi e l’America troppo lontana.  Ecco, questo è il punto vero della situazione: l’Europa vive nell’alleanza con gli USA in una posizione troppo subordinata, per cui se vuole trovare una soluzione rapida a questa guerra e riportare la pace nel nostro continente, deve cercare all’interno la sua forza e una sua strategia su cui impostare una trattativa che tenga conto della realtà modellata da oltre 70 giorni di guerra. Non è pensabile che Draghi riesca in questa impresa, pur essendo l’Italia, per l’America, un partener storico, poiché le divisioni e quindi la debolezza dell’Europa ( le divisioni sulle sanzioni petrolifere docet ) non gli conferiscono quella credibilità e la forza che solo un Europa unita, attraverso le sue istituzioni, può presentarsi al confronto con gli Americani non per assentire, caso mai per dotare l’alleanza  atlantica di una linea politica che corrisponda al livello di guardia della crisi che ormai investe e ridisegna l’attuale assetto geopolitico, di cui l’aggressione Russa all’Ucraina ne rappresenta l’allarmante e irreversibile stato dei fatti.

Poi c’è l’opinione pubblica. Un’inflazione di sondaggi ci rivela l’orientamento degli italiani sulla guerra in corso e sulla politica del governo, sostanzialmente una maggioranza quella che condanna l’aggressione Russa, ma anche una spaccatura simmetrica tra i contrari e incerti riguardo alla fornitura delle armi. Tutti vogliono la pace, anche se le strade da perseguire per raggiungere lo scopo spesso divergono. Poi ci sono le conseguenze economiche e sociali, che la guerra produce e diffonde fino a far presagire sacrifici enormi, che verrebbero a sommarsi a quelli che già il cittadino sopporta da oltre due anni a seguito  della pandemia virale. Una situazione che comincia ad avere riflessi sulla tenuta del consenso a sostegno della politica di favore verso l’Ucraina, una reazione dovuta all’assenza di una strategia dalla quale si possa comprendere fin dove il governo o, meglio, la NATO intende spingersi per pervenire ad una tregua e aprire un percorso per la pace. La larga maggioranza che sostiene il governo dà segni di squilibri, con il movimento 5stelle e la Lega che si preparano alle prossime scadenze elettorali  di giugno prossimo e le politiche del 2023, profittando delle forti tensioni che percorrono il paese, sia per la crisi economica e la forte inflazione che si mangia i redditi delle pensioni e del lavoro, che per le avvisaglie di una recessione economica che trova nel provvedimento della FED una previsione piuttosto allarmante.

Se quindi il discorso di Draghi a Bruxelles è stato considerato importante e pragmaticamente impegnativo sul piano della forma, nella sostanza segna l’assenza di una visione di emergenza e di piena assunzione di responsabilità da parte dell’Europa sul fronte della guerra e rispetto alla linea interpretativa dell’America, che espone l’Europa a un rischioso confronto con la Russia, contro la quale le sanzioni deliberate hanno un ritorno di fiamma che incendia la nostra debole economia, riorienta l’opinione pubblica verso una caduta di solidarietà a favore dell’Ucraina e di distanziamento dal governo Draghi e dai partiti che lo sostengono a vantaggio di quelle forze, Conte e Salvini, pronte a ricostruire l’avventura di un populismo che si rivelerebbe disastroso per la tenuta della democrazia del nostro Paese.

Alberto Angeli

Sulla crisi economica e il ruolo della globalizzazione. di A. Angeli

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Herschel Ivan Grossman, è stato un economista americano noto soprattutto per il suo lavoro sullo squilibrio generale, condotto con Robert Barro negli anni ’70, e in seguito sui diritti di proprietà e l’emergere dello stato. Un anno prima della sua morte, nel 2003, iniziò la sua conferenza sul peggioramento della crisi economica a livello mondiale, tenuta a Timlil,  con un richiamo biblico: la cacciata dal Giardino dell’Eden di Adamo e Eva e sopra di essi l’apparizione dei quattro cavalieri dell’apocalisse, che nel corso del tempo hanno devastato l’umanità: carestia, malattie, disastri naturali e le guerre. Nei tempi moderni, sia la scienza che la tecnologia hanno concorso a mitigare il peggio dei primi tre, di cui ancora godiamo i benefici, mentre l’indole dell’umanità verso il peggio, la guerra, ha consegnato al cavaliere dell’apocalisse che la rappresenta le sorti del mondo e del suo benessere sociale e economico.

Quello di Grossman è stato un aforisma azzeccato: la pandemia prima e oggi la guerra che sta devastando l’Ucraina, a cui sono seguite le sanzioni adottate da un numero rilevate di paesi contro la Russia per la sconvolgente e inumana invasione di un libero Paese induce, appunto, a richiamare l’apocalisse. Si tratta di un evento epocale che mette in discussione un ordine economico e sociale già sottoposto a tensioni sul fronte  dei commerci, delle forniture, della produzione e degli scambi  interrompendo la marcia della globalizzazione economico-finanziaria appena riavvita dopo la pandemia. L’incognita del dopo guerra pesa sulle valutazioni degli addetti a questi processi economici, soprattutto per capire se si tratterà di un nuovo ordine geopolitico e quindi di una de-globalizzazione o un nuovo sistema di scambi commerciali e finanziari in  cui la Cina di Xi Jinping sarà chiamata a svolgere un ruolo molto più ridondante. Al momento, la massima preoccupazione è data dal risveglio piuttosto scioccante dell’inflazione che, come da scuola, è dovuta all’aumento dei prezzi, innescati da quelli della crisi energetica.

 Grossman ci inviterebbe a mettere il cuore in pace e riflettere con intelligenza sul da farsi riguardo alla crisi economica: la corsa dell’inflazione in Italia viaggia verso una media per l’anno 2022 al 6,7%, al 7,9% negli Stati Uniti, al 7,3% in Germania e al 9,8% in Spagna. Gli analisti ci illustrano che i dati mostrano molti elementi transitori, anche se alcuni appaiono invece strutturali, per cui potrebbero rivelarsi duraturi comunque, sicuramente, non scompariranno molto presto. Per scaramanzia si è portati a pensare che dai picchi attuali il costo della vita calerà, prima o poi; questo lo prevedono tutti gli economisti, ma nessuno pensa che torneremo ai livelli di mini-inflazione che abbiamo conosciuto prima del Covid. E difficilmente passeremo questo anno senza dover riconsiderare il dato, condizionato dalla guerra in corso e dal nuovo ordine geopolitico che ne seguirà. D’altro canto sono proprio i dati di previsione elaborati da alcuni istituti di ricerca, sottoposti ad aggiornamenti quotidiani inseguendo l’andamento dei costi del gas del petrolio e degli approvvigionamenti, a ricordarci la volatilità delle precedenti elaborazioni, soprattutto poiché tutto il quadro macro economico è condizionato dallo scenario in cui la durata della guerra è una variabile cruciale. Alcuni istituti, come la Confindustria, si spingono a dipingere uno scenario deludente riguardo alle stime di crescita del PIL, a causa del costo del caro energia per le famiglie e le imprese e per le previsioni critiche del Pnrr e i suoi effetti  lungo i termini del piano stesso, mettendo in conto una sua riconsiderazione.

Il dato dell’inflazione tendenziale, che alcuni prevedono, supererà il 7%, avrà effetti terribili sui depositi a risparmio, che ammontano a circa 1800 mld di euro, sui redditi da lavoro e sulle pensioni, già sottoposti alle tensioni negative degli aumenti energetici, con riflessi sui consumi e sulla tenuta dell’occupazione, del sistema sociale e dell’economia. Tutto questo avrà influenza sull’andamento dell’economia e sulla formazione del reddito nazionale che, seguendo le previsioni elaborate da S&P, è previsto che il  Pil Italiano per 2022 passi dalle stime previste dal +4,7 al +3,1%, mettendo però in conto una previsione di probabile miglioramento su 2023 e 2024; ovviamente si tratta di un quadro di previsioni condizionato dall’andamento della guerra, dalla sua durata e dall’assetto geopolitico che ne scaturirà e quali conseguenze si combineranno nel processo di revisione della globalizzazione e dell’organizzazione commerciale e di intermediazione che andranno a formarsi dopo la guerra.  

La guerra, appunto, perché è causata dall’uomo e rimane la più difficile da risolvere, nonostante i risultati che potrebbero derivare dal fatto che un sistema commerciale globale aperto potrà impedire a uno stato di avviare una guerra contro qualsiasi partner commerciale, perché altri partner commerciali nei mercati globali preferiscono fare affari con un attore “pacifico”. Quindi, teoricamente, l’apertura commerciale globale può ridurre l’incentivo a provocare un conflitto bilaterale. Allora questa probabilità ci induce a pensare che gli stati aperti ( come indica Popper ) possano essere più pacifici perché diventano più disponibili alla libertà politica e alla democrazia. Questo perché, ci dicono gli esperti, applicano meglio il diritto internazionale e impiegano il buon governo.

Pertanto, seguendo la dottrina degli esperti, la globalizzazione promuove la pace attraverso due canali: uno dal maggiore vantaggio che la pace detiene per l’interdipendenza commerciale bilaterale e l’altro dall’integrazione di un paese nel mercato globale, indipendentemente dall’entità del commercio con ciascun partner commerciale. La “globalizzazione”, è la tesi, è stata una delle caratteristiche più salienti dell’economia mondiale nell’ultimo secolo. I mercati emergenti e i paesi in via di sviluppo continuano a integrarsi nel sistema commerciale globale. Il commercio mondiale ( dati rilevati da Capitale e Ideologia di Thomas Piketty) è aumentato rapidamente, in particolare dopo la seconda guerra mondiale, dal 18% del PIL mondiale nel 1950 al 52% nel 2007. Allo stesso tempo, anche il numero di paesi coinvolti nel commercio mondiale è aumentato in modo significativo. Seguendo i risultati deli studi condotti suggeriscono ci svelano come l’integrazione commerciale non solo si traduce in un guadagno economico, ma può anche portare a un significativo guadagno politico, come un significativo “dividendo di pace” tra i partner commerciali. Spiegano anche perché l’integrazione economica regionale o globale viene spesso avviata per soddisfare motivi politici e di sicurezza. Ad esempio, la ragion d’essere dietro la formazione dell’UE dopo la seconda guerra mondiale era il desiderio di pace, in particolare tra Francia e Germania.

In risposta all’attuale crisi finanziaria e economica, alcuni paesi hanno fatto ricorso a misure restrittive del commercio per cercare di proteggere le imprese e i posti di lavoro nazionali. Il mondo dovrebbe ricordare che il protezionismo nel periodo tra le due guerre ha provocato un’ondata di azioni di ritorsione che non solo ha fatto precipitare il mondo più profondamente nella Grande Depressione, ma ha anche messo a rischio le relazioni internazionali. Proprio in questi giorni di guerra molti economisti, dall’analisi dei dati economici, rilevano una tendenza che indicano come un ritorno alla stagflazione degli anni ’70. Anche se altri sono pronti a scommettere sul fatto che ci sono, tuttavia, buone ragioni, per preoccuparsi del fatto che stiamo assistendo a una replica economica del 1914, l’anno che pose fine a quella che alcuni economisti ricordano come la prima ondata di globalizzazione , una vasta espansione del commercio mondiale.

Nel suo libro del 1919 “The Economic Consequences of the Peace”, John Maynard Keynes – che in seguito ci insegnerà a capire le depressioni – lamentava quella che vedeva, correttamente, come la fine di un’era, “uno straordinario episodio nel progresso economico di uomo.” Alla vigilia della prima guerra mondiale, scrisse, un abitante di Londra poteva facilmente ordinare “i vari prodotti di tutta la terra, nella quantità che riteneva opportuno, e ragionevolmente aspettarsi la loro consegna anticipata alla sua porta”. Ma non doveva durare, grazie ai «progetti e alle politiche del militarismo e dell’imperialismo, delle rivalità razziali e culturali». Keynes aveva ragione a vedere la prima guerra mondiale come la fine di un’era per l’economia globale. Per fare un esempio chiaramente rilevante, nel 1913 l’impero russo era un grande esportatore di grano; sarebbero passate tre generazioni prima che alcune delle ex repubbliche dell’Unione Sovietica riprendessero quel ruolo. E la seconda ondata di globalizzazione, con le sue catene di approvvigionamento a livello mondiale rese possibili dalla containerizzazione e dalle telecomunicazioni, non è iniziata davvero fino al 1990 circa. Quindi stiamo per assistere a una seconda de-globalizzazione? La risposta, probabilmente, è sì. E mentre ci sono stati importanti aspetti negativi della globalizzazione come la conoscevamo, ci saranno conseguenze ancora più nette se vedremo un rallentamento del commercio mondiale. Sfortunatamente, stiamo riapprendendo le lezioni della prima guerra mondiale: i benefici della globalizzazione sono sempre a rischio dalla minaccia della guerra e dai capricci dei dittatori. Per rendere il mondo durevolmente più ricco, dobbiamo renderlo più sicuro.

Alberto Angeli

La nuova Bad Godesberg della sinistra italiana? di D. Lamacchia

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Bad Godesberg borgo di Bonn dove nel 1959 si tenne il congresso della SPD e dove la stessa decise di adottare un programma non più rivoluzionario ma più marcatamente socialdemocratico con apertura al riformismo, al mercato e alle classi medie.

Perché il richiamo a Bad Godesberg? Perché si sta assistendo in questi giorni ad uno stravolgimento della cultura politica di gran parte della sinistra storica italiana o di ciò che ne è rimasto dopo la fine del PCI. Molti sono i temi su cui ci si divide, dal ruolo del mercato, dell’ecologia, delle istituzioni, delle alleanze politiche, ecc.

Ciò che ha fatto emergere la guerra è che una divisione si è creata tra chi ha abbracciato convintamente una cultura “atlantista” e chi no.

Cosa si intende per ”atlantismo”? L’insieme delle visioni politiche ed economiche che sottostanno al “Patto atlantico”. Personalità che magari in gioventù hanno marciato per condannare convintamente l’intervento in Vietnam dell’America, hanno condannato il golpe fascista in Cile sostenuto dalla stessa America e i successivi interventi militari tesi ad “esportare democrazia”, ora si ritrovano affianco dell’America e della NATO ad approvare aiuti militari all’Ucraina in nome dei valori di democrazia e libertà per cui starebbero a battersi gli ucraini stessi contro “l’impero delle dittature” rappresentato da Putin. Senza entrare nel merito delle cause e concause della mai troppo condannabile invasione da parte dell’autocrate russo, qui si vuole analizzare il fenomeno “schieramento atlantista” di gran parte dell’opinione di sinistra italiana. Insomma questa sinistra ha sposato interamente il concetto secondo cui Putin avrebbe invaso l’Ucraina perché con l’ingresso in NATO della stessa, un pezzo importante del suo mondo si convertirebbe ai principi di libertà e di democrazia da lui avversati. A conferma di una contrapposizione tra “mondo libero” quello occidentale da una parte e “mondo delle oppressioni” dall’altro. Di qui la necessità di schierarsi senza esitazioni da parte della democrazia. Sebbene questa rappresentazione, per ragioni di spazio, è molto schematizzata, devo dire che ha il limite di tutte le semplificazioni. Non rappresenta tutta la verità e come tutte le semplificazioni nascono con lo scopo di giustificare pensieri e azioni.  Ci sono differenza tra occidente e oriente? Certo! Ci si può divertire ad andare indietro al mondo greco-romano patria del pensiero critico classico e del diritto che ha forgiato tutta la cultura del mondo occidentale o all’illuminismo, alla cultura del liberalismo scaturita dalla rivoluzione francese, al positivismo e ancora alla rivoluzione democratico-borghese che ha visto l’occidente come protagonista. Mentre ad est veniva conservata una storia tutta basata sul principio di autorità che mai ha abbandonato una origine “tribale”, patriarcale fino all’epoca dei soviet e all’oligarchia odierna. Tutto oro ciò che luccica ad occidente? Assolutamente no. Al pensiero liberale e critico di Spinoza, Locke, Montesquieu, Kant si sono contrapposti i regimi autoritari dei monarchi e imperatori assolutisti e dei regimi nazi-fascisti di epoca contemporanea. Leggiamoci o rileggiamoci la sofferta vita di Karl Marx per esempio, uno tra tanti, costretto dai regimi autoritari a vagare tra un paese e l’altro d’Europa per sfuggire alla persecuzione. Come se una dicotomia si sia sempre attuata tra pensiero teoretico e azione politica. Che dire della cultura razzista e colonialista, di certa cultura oscurantista di stampo religioso diffusa per tutto il ‘900 fino ai giorni nostri? Ci si può liberare di tutto ciò con una scrollata di spalle? Non sono storia e memoria dell’occidente? Pur tuttavia la sinistra è chiamata a fare i conti con certa “memoria”. Dopo le esperienze da “socialismo realizzato” che soluzione dare al “conflitto” tra uguaglianza e libertà? Come rispondere al trasferimento di impresa da un paese più ricco con salari più alti ad uno con salari più bassi che genera sviluppo e benessere tra altri lavoratori? Come conciliare piena occupazione e salvaguardia ambientale? Come conciliare piena occupazione e sviluppo tecnologico? Come conciliare sicurezza sociale e debito pubblico? Come conciliare le migrazioni epocali con i principi di uguaglianza e solidarietà umana? Come si fa a convivere tra culture diverse in un mondo globalizzato quando gli scambi da un “mondo” a l’altro non sono più una scelta ma un dato di fatto ineludibile? Cosa produrre? Come produrre? Per chi produrre? Solo alcuni degli interrogativi pesanti a cui necessita dare risposta. La risposta a questi interrogativi rappresenta la sfida del pensiero egualitario.  Sono forse le risposte chiuse nelle pieghe del pensiero “atlantista”? Non sono chiuse in quel modello il liberismo, il mercatismo, l’ordoliberalismo? Non sono questi modelli basati sul principio della competizione? Non richiede la competizione la definizione di un mondo “chiuso” da contrapporre ad un altro altrettanto chiuso. “Aperto” sì, ma solo al suo interno e chiuso verso l’esterno? Non diventa perciò questa competizione anche di tipo militare? La NATO non è funzionale a questo modello?  Le sfide del mondo ineludibilmente globalizzato non richiedono invece la ricerca di modelli basati sul principio della cooperazione? Conosco l’obiezione, per cooperare bisogna essere in due almeno e quindi necessita che anche l’ ”altro” ne abbia volontà ma se questa volontà non c’è la chiusura è inevitabile. Vero! Ma ciò non ci esime dall’avere una visione che contrasta con questa prospettiva e dal lavorare perché si affermi una visione da “mondo aperto”. Come si esce da una situazione di transizione se non con uno sguardo verso il futuro e non con uno sguardo verso il passato? Non diventa così l’atlantismo un arnese obsoleto anzi addirittura pericoloso? Perché allora una parte della sinistra ha abbracciato l’atlantismo? Non posso che dire che l’abbia fatto per incapacità di saper guardare lontano per chiudersi in una zona di confort facile a portata di mano. Una volontà tesa a scrollarsi di dosso l’ultimo tabù e liberarsi di un peccato originale che fu l’aver condiviso il passato con il sovietismo ora incarnatosi inconsciamente in Putin. “Komunismo” ecco di cosa emendarsi. Liberiamoci pure della “K” ma non smarriamo una visione egualitaria per la soluzione dei problemi. Rileggiamo Gramsci e il suo rapporto con il liberalismo gobettiano, Ingrao. Ingrao ha speso tutta la sua vita a cercare di conciliare egualitarismo e libertà. Riprendiamo il suo pensiero per un nuovo governo unitario del mondo. Quando egli scriveva di queste cose era considerato, me compreso, troppo in avanti coi tempi. Ora siamo in quei tempi! Ci siamo con tutta la drammaticità di una guerra che rischia di diventare tragedia mondiale. Non ci si può nascondere dietro schemi sorpassati e inefficaci, serve la visione di una prospettiva “aperta” alla cooperazione, non di ”atlantismo”.

Donato Lamacchia

Nel discorso di Putin i prodromi della guerra. di A. Angeli

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Osserva bene l’immagine, la distanza tra Putin e i membri del consiglio di sicurezza, che rende efficacemente l’idea del senso di autoritarismo o Cesarismo che quell’autocrate rappresenta. E’ in questa recita  che l’acme del potere, manipolando la storia al solo scopo di affermare il sogno di Putin per una grande Russia, usa l’arma ottocentesca della guerra per scatenare l’apocalisse.  Seguiamo alcuni passaggi del delirante discorso di Putin, per capirne il senso, l’obbiettivo e il significato. Un discorso durato oltre un’ora con il quale il Presidente della Russia si è spinto ben oltre lo scopo dichiarato di riconoscere l’indipendenza di due territori appartenenti all’Ucraina, occupati dai separatisti con il sostegno dei soldati Russi. Un discorso traboccante di nazionalismo intransigente, una paranoica rabbia contro l’occidente, ricostruzioni storiche ridondanti di falsità, un senso di perduto orgoglio imperiale. Ma lasciamo parlare Putin, che dopo l’occupazione delle due provincie ucraine  Donetsk e Luhansk, articola una prolissa giustificazione per una ulteriore invasione dell’Ucraina, la quale trasmette a buon intenditore minacce per una probabile avanzata verso Kiev..

Da tempo immemorabile, le persone che vivono nel sud-ovest di quella che è stata storicamente terra russa si chiamano Russi e Cristiani Ortodossi . Quindi, inizierò con il fatto che l’Ucraina moderna è stata interamente creata dalla Russia o, per essere più precisi, dai bolscevichi, la Russia comunista. Questo processo iniziò praticamente subito dopo la rivoluzione del 1917, e Lenin e i suoi associati lo fecero in un modo estremamente duro per la Russia: separando, recidendo ciò che è storicamente terra russa”.

Stando a Putin i confini dell’Ucraina sono una creazione artificiale di pianificatori sovietici che hanno ingiustamente donato la legittima terra russa all’interno della Repubblica socialista sovietica ucraina. In realtà, i confini interni sovietici riflettevano secolari divisioni culturali e politiche, così come quella che gli stessi censitori di Mosca ritennero essere una maggioranza etnica ucraina in tutto quel territorio, inclusa quella che oggi è l’Ucraina orientale.

I commenti di Putin, che si basano sulla sua giustificazione per l’annessione della Crimea nel 2014  implicano un mandato per affermare la sovranità russa su parte o tutta l’Ucraina orientale, anche se per ora sta solo riconoscendo l’indipendenza dei separatisti sostenuti da Mosca che ne controllano parti. I suoi ripetuti riferimenti all’Ucraina come artificiale e il suo passato continua affermando che: “l’Ucraina non è nemmeno uno stato”,  per cui, come ha affermato nel 2008, suggeriscono l’interpretazione che spetta alla Russia la possibilità di dichiarare tutta l’Ucraina un’invenzione storica, che serve a giustificare un’invasione più ampia. Al proposito prosegue: “E oggi la “progenie riconoscente” ha distrutto  i monumenti a Lenin in Ucraina. La chiamano de-comunizzazione. Vuoi la de-comunizzazione? Molto bene, questo ci sta benissimo. Ma perché fermarsi a metà? Siamo pronti a mostrare cosa significherebbe la vera de-comunizzazioni per l’Ucraina”.

Putin sta espressamente suggerendo che gli ucraini avrebbero dovuto ringraziare Vladimir Lenin, il leader  fondatore  del Comunismo sovietico che Putin incolpa per i confini dell’Ucraina, piuttosto che rovesciare le statue dell’era sovietica durante le proteste del 2014 contro il governo filo-Mosca di Kiev. Una lettura che ci consente di cogliere nel suo riferimento alla “reale de-comunizzazione”  che Putin si stia preparando a cancellare quella che considera l’effettiva eredità di Lenin ridisegnando con la forza i confini dell’Ucraina a suo piacimento.

 Continua: “ l’immunità statale dalla malattia del nazionalismo stava diffondendosi. Come ho già detto, non c’era  un diritto di secessione dall’Unione Sovietica”. Un passaggio del disco molto chiaro poiché Putin si presenta allo stesso tempo come un difensore del nazionalismo russo, attraverso rivendicazioni territoriali sanguinolente, e come combattente contro la “malattia del nazionalismo”, in questo caso la lunga lotta dell’Ucraina per l’autonomia nazionale. Questa contraddizione è radicata nella sua ossessione per lo scioglimento dell’Unione Sovietica, a cui dedica una lunga parte del suo discorso.

È ora che radicali e nazionalisti, compresi e principalmente quelli in Ucraina, cessino di prendersi il merito di aver ottenuto l’indipendenza. Come possiamo vedere, questo è assolutamente sbagliato. La disintegrazione del nostro Paese unito è stata determinata dagli errori storici e strategici da parte dei dirigenti bolscevichi e della dirigenza del PCUS, errori commessi in tempi diversi nella costruzione dello stato e nelle politiche economiche ed etniche. Il crollo della Russia storica nota come URSS è sulla loro coscienza”. Un passaggio, questo, che non lascia dubbi sulle vere intenzioni del Presidente della Russia. Infatti, putin sostiene che l’Ucraina e altre ex repubbliche sovietiche sono state manipolate per dichiarare l’indipendenza da Mosca da opportunisti egocentrici. In realtà, la stragrande maggioranza degli ucraini – comprese le regioni dell’Ucraina orientale che Putin suggerisce siano state strappate dalla Russia contro la volontà dei loro residenti – ha votato per stabilire uno stato indipendente. Nella sostanza, da questi riferimenti si evince come Putin ritenga lo stato ucraino come una creazione illegittima: un atto di furto alla Russia; allora è inevitabile che agli ucraini  ritornino  sotto il governo di Mosca. Si tratta di una pericolosa escalation che suscita preoccupazione in tutta Europa, poichè Putin suggerisce che questo vale per tutte le ex repubbliche sovietiche. Tre di questi paesi sono ora membri della NATO, il che significa che l’alleanza si è impegnata nella loro difesa: Estonia, Lettonia e Lituania. Ma per Putin: “Le autorità ucraine – lo sottolineo – hanno iniziato costruendo la loro statualità sulla negazione di tutto ciò che ci univa, cercando di distorcere la mentalità e la memoria storica di milioni di persone, di intere generazioni che vivono in Ucraina. Non sorprende che la società ucraina abbia dovuto affrontare l’ascesa del nazionalismo di estrema destra, che si è rapidamente trasformato in russofobia e neonazismo aggressivi”.

Quanto riportato costituisce una esplicita presa di posizione di Putin per una guerra  dichiarata e condotta per impadronirsi non solo di parti dell’Ucraina ma spingere la sua determinazione oltre i confini di quel Paese, verso l’Europa.  L’Occidente, in particolare l’Europa, hanno sul tavolo una precisa minaccia alla pace ed un uomo al comando di una potenza militare che si è posto un disegno preciso, un obbiettivo: ricostruire l’impero Russo del XIX secolo e con la stessa mentalità di quell’epoca muove le sue forze, confidando sulla incapacità di una risposta decisa e all’altezza del momento da parte dell’Occidente – USA e Europa -. Non sono le sanzioni la risposta sufficiente, è necessario ricorre all’ONU e rivendicare ottenere e costruire un corpo militare sotto l’egida dell’ONU, anche se la Russia dovesse far valere la sua condizionalità, da disporre ai confini oggetto dell’atto di guerra da parte di una potenza militare contro uno stato e un popolo indifeso.

Alberto Angeli

La caduta di Kabul. di A. Angeli

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La tragedia dell’Afghanistan è ben resa dalla foto che riproduce i combattenti talebani armati dietro la scrivania di legno decorata del presidente Ashraf Ghani, e non è un set cinematografico ma il palazzo presidenziale afghano ora sotto il loro controllo.  Essa ci dà la conferma visiva che il potere nel paese  è ora completamente passato di mano. Si potesse tornare indietro nel tempo, mettiamo uno di noi e immaginare cosa sarebbe accaduto venti anni dopo, cioè oggi, troverebbe assurdo quanto accaduto, e cioè che il palazzo più fortemente difeso di una capitale tra le più fortemente difese sarebbe caduto così rapidamente. Solo alcuni giorni fa, il Presidente Ghani si  era rivolto alla nazione da dietro la stessa scrivania, davanti allo stesso dipinto per rassicurare che non sarebbe fuggito e avrebbe cercato un’intesa coi capi dei Talebani. Quanto della tragedia possiamo dire oggi, dopo venti anni, è soprattutto la rapidità con cui i talebani hanno riconquistato la capitale, Kabul dopo, appunto, due decenni di sforzi sanguinosi e incredibilmente costosi per stabilire un governo laico con forze di sicurezza funzionanti in Afghanistan è, soprattutto, indescrivibilmente drammatico. Dietro a tutto ciò c’è una vera tragedia Shakespeareniana di una nazione, gli USA, e dei suoi alleati, che si era definita la “nazione indispensabile” per dare forma a un sogno di un mondo in cui regnano i valori dei diritti civili, dell’emancipazione femminile e della tolleranza religiosa, e che la forza delle cose ha svelato essere proprio questo: un sogno.

Se ripercorriamo a ritroso la fase storica di questa lunga guerra condotta dagli americani e dai suoi alleati, tra cui anche l’Italia, ci ricorderemo come fin dall’inizio fu chiamata la prima: Operazione Enduring Freedom e poi Operazione Freedom’s Sentinel. Tuttavia, dopo 1000 miliardi di dollari e almeno 2.448 vite di membri del servizio militare americano persi in Afghanistan oltre a 4000 feriti,  numeri sottostimati poiché mancano quelli degli altri paesi, ad esempio quelli dell’Italia, è difficile trovare oggi una giustificazione e riflettere su cosa sia stato raggiunto di significato duraturo che possa ritornarci come gratificazione. Non meno rilevante è poi la responsabilità che i Paesi coinvolti, e quindi una nuova tragedia, si caricano sulle proprie spalle riguardo ai molti afgani che hanno lavorato con le forze americane e gli alleati, condividendone il sogno  e,  particolarmente, delle ragazze e delle donne che avevano abbracciato una speranza di raggiunta uguaglianza nello stile di vita,  rischiano di essere lasciati alla mercé di uno spietato nemico, poiché è inimmaginabile che gli americani e i suoi alleati si fermino a guardare indietro a difendere quel poco di buono del sogno spezzato dai talebani, magari recuperando qualche migliaio di collaboratori, ma lasciando il resto di quel sogno alla mercè dei giovani indottrinati.

Eppure, solo per onestà intellettuale, bisogna ammettere che il Presidente Biden , con il placet dei suoi alleati, avesse ragione di porre fine alla guerra. E tuttavia, non c’è alcuna accettabile giustificazione strategica alla quale riferirsi perché questa fuga finisse in un tale caos, con così poca provvidenza per tutti coloro che hanno sacrificato così tanto nella speranza di un Afghanistan migliore. Insomma, nel volgere di poche ore, molti afgani che avevano lavorato per anni al fianco di truppe americane e alleate, gruppi della società civile, organizzazioni umanitarie e giornalisti,  domenica si sono trovati improvvisamente in pericolo di vita quando i talebani hanno fatto irruzione a Kabul, mentre i leaders del governo afghano, compreso il presidente Ashraf Ghani, si sono diretti verso l’aeroporto per la fuga. Le notizie che ci arrivano dall’Afghanistan dimostrano una velocità inarrestabile del crollo delle istituzioni rappresentative dello stato, del governo, dell’esercito, della polizia, tanto da risultare scioccante. Anche se, invero, il risultato non dovrebbe essere una sorpresa. I talebani si sono già rivolti verso la Cina e la Russia Putiniana, ricevendo speciali considerazioni accompagnate, come da protocollo internazionale sotto cui gli equivoci sono ben protetti, inviti a dare corso alla ricostruzione delle istituzioni e a un processo di pacificazione indispensabile al paese e evitare una guerra civile.

La lezione è stata comunque durissima per tutti gli attori che lungo l’arco di questi venti anni sono stati gli artefici di un esperimento naufragato tragicamente. Gli errori commessi sono stati tanti, in ogni senso, in specie quelli dovuti all’idea di poter esportare il pensiero, un sistema democratico/illuminista, un modus di vita consumistico all’occidentale, ma fondamentale è stato l’errore di poter superare una tradizione millenaria in cui religione e stato si confondono così intimamente da rendere inaccessibile il virus della modernità occidentale. Epperò di questa lezione il nostro Ministro degli Esteri non sembra avere appreso granché, coma si rileva seguendo la sua recente intervista su questa tragedia. Non sarebbe male che da parte del Parlamento si aprisse una seria inchiesta e un dibattito su questa triste esperienza, per una riflessione sulla nostra idea della geopolitica e  per  ridefinire il ruolo dell’Italia -, cogliendo dall’Afghanistan il giusto ammaestramento per il presente futuro riguardo al ruolo della NATO e in essa del nostro Paese.

Alberto Angeli

Non possiamo essere complici dello sterminio. di C. Baldini

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baldini claudia 4

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Quattordici ministri degli esteri europei hanno finalmente trovato la forza, dopo l’appello di Papa Francesco, di chiedere la fine del massacro di Idlib.

Sono i capi delle diplomazia di Italia, Francia, Germania, Paesi Bassi, Spagna, Portogallo, Belgio, Estonia, Polonia, Lituania, Svezia, Danimarca, Finlandia e Irlanda.
Arriva dopo che un numero incredibile di scuole è stato colpito dai raid aerei dei russi e dei siriani e dopo le operazioni militari dei turchi.

Un milione di civili rischiano ormai di morire di stenti e privazioni, di freddo, di fame. La maggioranza di loro sono bambini. Gli assiderati dei giorni scorsi fecero scalpore, poi basta. Ma l’emergenza è assoluta, questione di ore. Quel milione di individui è ancora lì, rischiano tutti un destino atroce. E domani si aggiungeranno o si potrebbero aggiungere altri due milioni di essere umani, gli altri disperati civili che vivono a Idlib.

E il mondo dell’associazionismo c’è? La nostra società civile non ha nulla da dire? Nulla da obiettare? La nostra coscienza tace?

Ho letto le denunce di Amnesty, altre voci importanti, certamente. Ma dove siamo, noi? Impauriti dal Coronavirus non sappiamo più distinguere il reale dall’ipotetico? O siamo stati assorbiti, inghiottiti da una liquefazione della coscienza individuale e collettiva?

Questo mondo è il nostro mondo. Quello che accade è opera nostra. Dei nostri silenzi, della nostra acquiescenza, disattenzione.

Chi ha parlato di “male minore” avrà per sempre su di sé il peso, per me, di un errore enorme.
Scuole bombardate, bambini in fuga verso il nulla. Il muro turco impedisce alla popolazione di fuggire, il fuoco di Assad li incalza senza via di fuga.

Erdogan, dopo aver armato l’altra canaglia, i jihadisti, che ha tormentato questa popolazione, pensa solo ai suoi confini e al suo espansionismo.
Ma ai civili di Idlib non pensa proprio nessuno?

Io credo che sia arrivata l’ora di una grande mobilitazione nazionale per la coscienza umana di ciascuno di noi. Sottrarsi vorrebbe dire essere complici.

Fuggono verso la Grecia che li respinge con lacrimogeni. Muoiono di freddo e di polmoniti.

Scendiamo tutti in piazza per Umanità. Non importa chi ci organizzerà. Bisogna farlo.

Claudia Baldini

La logica della guerra. Il grande nulla nella guerra per la guerra. di G. Marigo

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Marigo Giandiego (2)

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La logica della guerra si nutre di dicotomie, contraddizioni ed assoluti categorici se così non fosse non potrebbe funzionare. Essa esige adepti e seguaci che non si pongano domande sulle altrui ragioni e che credano ciecamente di essere nel giusto (l’unico giusto possibile) e che sia loro dovere difendere le ragioni dell’una o dell’altra parte.

Scegliere fra Trump e Soleimani e fra il mondo che il Cow -boy incappucciato di bianco vede e quello che il generale islamico difendeva è sinceramente difficile ed anche per nulla interessante per me.

Entrambi sono colorati di colori cupi, grevi … a loro modo orrendi. Il Mondo migliore possibile che speriamo e nel quale crediamo è lontanissimo e diverso da tutti loro.

Eppure potremmo finire persino con il dover combattere per difendere l’uno dall’altro ed a dover credere che esista una vera  una ragione per farlo. Salvo poi, quando la storia descriverà questo periodo, scoprire d’essere stati manipolati ed usati a pretesto per il Grande Nulla della guerra per la guerra, come è sempre stato prima dell’ultima … Usati per un risiko mortale ed inutile, per un aggiustamento di posizione al tavolo del potere assoluto. Per il petrolio o il coltan, oppure il rame e le terre rare, per l’uranio o l’acqua; oppure qualsiasi altra cosa stupida e materiale che sia servita a reale pretesto … ed anche questo sarà una scusa per mascherare le ragioni d’una follia assoluta fatta di competizione e di pura rivalsa di deformato senso del possesso, dell’assurda convinzioni d’essere padroni di qualsiasi cosa. Un orrendo risvolto della natura umana?

Prendere una parte significa accettare la logica folle e demenziale che le vede contrappost, che arricchisce solamente chi dallo scontro e dalla competizione riceve linfa e vigore, chi gestisce il potere reale di questo mondo. Chi mai rischierà di morire in questo teatro degli orrori.

Aprire gli occhi sulla realtà ci porterebbe a scoprire come, stranamente, i veri burattinai della competizione pranzino assieme, frequentino gli stessi luoghi, abbiano i medesimi status simbol, abbiano i medesimi interessi e prevedano di rifugiarsi nel medesimo bunker in caso di disastro epocale.

Scopriremmo come gli interessi che muovono questa commedia tragica siano del medesimo tipo da una parte e dall’altra, anzi come essi non abbiano parte alcuna.

Le guerre alla fine son tutte uguali non le vince davvero nessuno e non risolvono nulla, eppure ogni volta ci caschiamo quando una testa di legno, un uomo di cartone, un servo burattino del potere vero si prende la briga di giocare questo gioco stupido e criminale.

Stranamente è sempre il medesimo tipo d’uomo che interpreta la parte del macellaio si chiami Giulio Cesare, Napoleone, Mussolini, Hitler, Truman Churchill, Roosevelt, Khomeini, Khamenei, Netanyahu, Soulimani o Trump,con i loro servitori sciocchi e d estimatori e le loro nefande tifoserie schierate (I Salvini e le Meloni di casa nostra, ma non solo), mentre i mercanti di armi, i generali … i venditori di anime e gli inventori di crociate traggono tutti i vantaggi possibili dal momento, finalmente a loro favorevole … ammesso che ve ne sia uno che non lo sia.

E così ci stanno trascinando in una nuova follia, con la prospettiva che la prossima guerra si combatta nuovamente con clave e sassi, ammesso di sopravvivere a quella che si sta prospettando sempre più chiaramente e che forse non ha mai finito di covare sottotraccia sin dalla fine del secondo conflitto mondiale.

La scusa per accenderla ormai è innescata, da tempo. Così come da tempo è iniziato il giochino del “dar ragione” a Putin piuttosto che a Trump o Obama A Netanyahu piuttosto che a Khamenei o a Kim Jong-Un. Figli di differenti, ma uguali oligarchie … uomini di potere e tigri di carta dalle quali dovremmo piuttosto liberarci, ma che finiamo per incensare. Chi scrive non sta con nessuno di loro e crede solamente nella Pace … ma forse saremo davvero troppo pochi ad essere convinti di questo e quel che vogliono succeda, succederà comunque.

Giandiego Marigo