Sinistra unita

La scelta di campo e la lezione di Togliatti. di S. Valentini

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Quando Togliatti attuò la svolta di Salerno, con il partito nuovo – di massa – ed enunciò in termini compiuti la strategia della democrazia progressiva tramite la quale realizzare l’avanzata del Pci verso il socialismo – la via italiana al socialismo – contribuendo così in modo decisivo anche al varo della Carta Costituzionale, riconfermò senza nessuna incertezza la scelta di campo con l’Urss. Non è che in Italia Togliatti volesse fare “come in Russia”, ma era cosciente che senza quel campo socialista, che svolgeva il ruolo di contrappeso all’imperialismo Usa, non si sarebbero mai determinate le condizioni per realizzare nel nostro Paese una strategia “rivoluzionaria”, democratica e socialista. E l’insieme di quelle scelte fecero grande per quarant’anni il Partito comunista italiano.
Pare che tutto questo dibattito oggi sia consegnato agli storici. Siamo in un altro mondo. Che siamo in un altro mondo è del tutto evidente, ma davvero da quel insegnamento di Togliatti non si trae oggi nessun insegnamento per la politica, per condurre una lotta incisiva per la trasformazione della società?
Purtroppo c’è voluto il corona virus per rendere esplicito e chiaro che siamo in un mondo multipolare caratterizzato da un lato dagli imperialismi (Usa – Giappone – polo franco-tedesco), con le loro drammatiche e brutali contraddizioni, in forte competizione tra loro (Trump conduce la guerra commerciale non solo alla Cina ma anche all’Europa), e dall’altro lato, dall’asse Pechino-Mosca allargato ai paesi socialisti, come Cuba e Vietnam, e a paesi che stanno lottando per liberarsi, alcuni anche militarmente, da politiche imperialiste; e infine una serie di paesi, soprattutto africani e sudamericani, che guardano con simpatia a quest’asse. E questo asse sta formando un nuovo campo, molto più forte, mi pare, del disciolto campo socialista sovietico. Questo è il risultato geopolitico oggi della globalizzazione.
Si dirà, come si fa a mettere insieme nello stesso campo la Russia con la Cina? Anche qui sarebbe bene tornare ai “fondamentali”. Gli imperialismi sono sempre più espressione del dominio del capitale finanziario, cosa assai diversa del sistema capitalistico industriale. Un capitale finanziario che usa oramai la moneta, non tanto come strumento di scambio di merci, ma come se fosse essa stessa una merce; si vende e si compra valuta, per realizzare lauti profitti, trasformati poi in rendite per nuove transazioni finanziarie speculative. Le transazioni in denaro sono oggi di gran lunga il maggiore dei “commerci” nel mondo. La Russia ha certamente introdotto forme di capitalismo monopolistico di Stato, ma di uno Stato che però lotta duramente contro le oligarchie finanziarie (si guardi ai provvedimenti duri del governo contro gli oligarchi o al giudizio articolato del Partito comunista russo, primo partito di opposizione, sulla Presidenza Putin); mentre la Cina, governata da un partito comunista, e un paese che tenta la via della trasformazione, sia pur tra limiti e contraddizioni, verso il socialismo.
Vi è quasi una divisione dei ruoli tra Pechino e Mosca. Alla Russia soprattutto quello politico e militare. Sue sono quasi tutte le importanti iniziative politiche a livello internazionale. È come se i cinesi avessero deciso di non spendere troppo in armamenti (rammento che la terza potenza nucleare per numero di testate è la Francia e non la Cina) e delegassero ai russi il compito di mantenere gli equilibri planetari politici e militari. Dal canto loro i russi utilizzano l’ombrello cinese di super potenza economica e tecnologica (nonostante che la Siberia abbia circa il 50 per cento delle risorse strategiche del pianeta) per garantirsi un livello economico e sociale di vita non molto dissimile da quello occidentale. Così tra le due potenze vi è una convergenza di interessi tali che le ha portate a stringere un’alleanza strategica.
Se si valuta con un po’ di obiettività gli avvenimenti venezuelani (altro paese strategico per le risorse del suo sottosuolo), iraniani e siriani, emerge l’incapacità delle potenze imperialistiche a risolvere in modo a loro favorevole, la situazione. Se si valuta la presenza cinese in Africa, con la realizzazione in primo luogo di grandi opere infrastrutturali, si comprende meglio l’influenza crescente di Pechino in questo continente in cui, passo dopo passo, sta soppiantamdo l’Occidente, un tempo appunto colonizzatore dell’Africa.
In questa globalizzazione fatta di cose molto diverse, in questa molteplicità della fase, sempre più evidente è – il corona virus sta lì a confermarlo, impietoso è il confronto tra Cina e Usa – il declino statunitense di super potenza dominatrice del mondo. Non è più così e non lo è già da diversi anni. E anche per questo suo declino che crescono le contraddizioni tra gli imperialismi, proprio perché non vi più un polo considerato egemone come nel passato. Gli Usa mantengono ancora un certo vantaggio in quanto sono una superpotenza militare, Germania e Giappone, come si sa, non lo sono.
Dunque vi è un campo, solido e forte, che compete su scala globale con gli imperialismi, tra l’altro sempre più divisi. Ma questo la sinistra italiana ed europea lo ha capito? Mi pare di no. C’è un divario oramai abissale tra la sinistra di tutto il mondo e quella europea, sempre più subalterna al pensiero liberale, e cosa peggiore, se si guarda a quello che succede nell’Ue, è investita da una crisi grave di consensi e di prospettiva, in particolare il Partito socialista europea, del tutto incapace di contrastare gli egoismi delle borghesie capitalistiche e il ruolo invasivo del capitale finanziario franco-tedesco.
Ecco allora che torna di grande attualità la lezione di Togliatti. Non si tratta, ovviamente, di imitare modelli altrui, ma di considerare il campo costruito da Pechino e Mosca un contrappeso formidabile per realizzare un’alternativa alle politiche neoliberiste espressione dell’assoluto dominio del capitale finanziario. Lottare, insomma, per una Europa dei popoli, come prima tappa di un processo democratico di avanzata al socialismo.
Se non si mette mano a una riforma vera e profonda dell’Ue, a iniziare dai trattati rigoristi, a dare un ruolo e capacità legislativa al Parlamento europeo per un welfare unitario e un sistema fiscale unico, se non si riforma la Bce, che diventi effettivamente la banca degli Stati Uniti d’Europa e non il punto di raccordo e di riferimento del sistema bancario e dell’alta finanza preoccupata solo di controllare l’inflazione, se non si realizza un grande piano pubblico per la ripresa e l’occupazione uscendo dai vincoli e dai lacci del debito, se non si cancella la norma della stabilità e del pareggio di bilancio (che noi in Italia abbiamo messo diligentemente in Costituzione), non vi sarà proposta che tenga, compresi gli eurobond, si continuerà a essere sempre sotto schiaffo del capitale finanziario, cioè di quella ristrettissima oligarchie che disegnano la politica e di volta in volta indicano la via da prendere.
Per condurre una lotta senza quartiere al capitale finanziario occorre una sinistra capace di farlo e che abbia, anche fuori Europa, delle alleanze forti e strategiche, per avere più peso, per contare, per influenzare e far crescere un movimento di massa per riformare dalle fondamenta l’Ue. Non una sinistra subalterna al pensiero liberaldemocratico, per cui siamo giunti al punto che all’Onu l’Europa vota sempre con gli Usa di Trump, anche quando si tratta di superare, in tempi di corona virus, tutti gli odiosi imbarchi (o sanzioni) posti da questa brutale e tragica (anche quando rasenta il ridicolo) amministrazione americana, con grande soddisfazione di chi è preoccupato delle posizioni scarsamente atlantiste del Ministro degli esteri Di Maio. Ma in nome di quali interessi l’Ue avalla le sanzioni o gli embarghi alla Russia, all’Iran, al Venezuela e a Cuba? L’omertà dei politici e dei media regna sovrana. Anche una parte consistente della cosiddetta sinistra radicale tace. Così però non si va da nessuna parte, si è solo pedine di un gioco che ha nell’ormai sperimentata maggioranza Ppe e Pse il punto di equilibrio politico voluto dal capitale.
Se la sinistra non fa una precisa scelta di campo, in quanto antimperialista ed internazionalista, e in questa quadro, in un rapporto stretto e continuo tra teoria e prassi, definisce, come fece Togliatti, una sua strategia, inevitabilmente allora il suo destino sarà, ancora per un lungo periodo, quello di restare forza ininfluente in un continente che avrebbe invece bisogno di una ben altra sinistra,altre idee e iniziative, se non vuole essere travolto dal caos del multipolarismo e dallo strapotere della Germania, come è successo alla Grecia. Occorre una sinistra quindi che si batta per una Europa rifondata e che sia solidale, stringendo forti relazioni, con tutti i progressisti della terra che si battono per un altro mondo possibile.

Sandro Valentini

Non possiamo essere complici dello sterminio. di C. Baldini

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Quattordici ministri degli esteri europei hanno finalmente trovato la forza, dopo l’appello di Papa Francesco, di chiedere la fine del massacro di Idlib.

Sono i capi delle diplomazia di Italia, Francia, Germania, Paesi Bassi, Spagna, Portogallo, Belgio, Estonia, Polonia, Lituania, Svezia, Danimarca, Finlandia e Irlanda.
Arriva dopo che un numero incredibile di scuole è stato colpito dai raid aerei dei russi e dei siriani e dopo le operazioni militari dei turchi.

Un milione di civili rischiano ormai di morire di stenti e privazioni, di freddo, di fame. La maggioranza di loro sono bambini. Gli assiderati dei giorni scorsi fecero scalpore, poi basta. Ma l’emergenza è assoluta, questione di ore. Quel milione di individui è ancora lì, rischiano tutti un destino atroce. E domani si aggiungeranno o si potrebbero aggiungere altri due milioni di essere umani, gli altri disperati civili che vivono a Idlib.

E il mondo dell’associazionismo c’è? La nostra società civile non ha nulla da dire? Nulla da obiettare? La nostra coscienza tace?

Ho letto le denunce di Amnesty, altre voci importanti, certamente. Ma dove siamo, noi? Impauriti dal Coronavirus non sappiamo più distinguere il reale dall’ipotetico? O siamo stati assorbiti, inghiottiti da una liquefazione della coscienza individuale e collettiva?

Questo mondo è il nostro mondo. Quello che accade è opera nostra. Dei nostri silenzi, della nostra acquiescenza, disattenzione.

Chi ha parlato di “male minore” avrà per sempre su di sé il peso, per me, di un errore enorme.
Scuole bombardate, bambini in fuga verso il nulla. Il muro turco impedisce alla popolazione di fuggire, il fuoco di Assad li incalza senza via di fuga.

Erdogan, dopo aver armato l’altra canaglia, i jihadisti, che ha tormentato questa popolazione, pensa solo ai suoi confini e al suo espansionismo.
Ma ai civili di Idlib non pensa proprio nessuno?

Io credo che sia arrivata l’ora di una grande mobilitazione nazionale per la coscienza umana di ciascuno di noi. Sottrarsi vorrebbe dire essere complici.

Fuggono verso la Grecia che li respinge con lacrimogeni. Muoiono di freddo e di polmoniti.

Scendiamo tutti in piazza per Umanità. Non importa chi ci organizzerà. Bisogna farlo.

Claudia Baldini

La Sinistra rimetta al centro il conflitto, il lavoro, la questione sociale. di P. P. Caserta

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Quanti hanno a cuore oggi la ricostruzione di una sinistra che sia terza e autonoma dovrebbero stare attenti a non finire nel tritacarne neoliberale del movimentismo post-ideologico.

È un rischio sempre incombente, lo abbiamo visto con il M5S, lo stiamo vedendo con le sardine (anche se tra i due movimenti ci sono sia assonanze che differenze) e lo vedremo, credo, ancora in forme nuove. Non si tratta di disprezzare nessuno, ma solo di capire che non si può pensare di affidare ai movimenti post-ideologici il lavoro che è nostro. Non solo questo, in realtà. Tra le braccia di questi movimenti sono finite e finiscono molte delle speranze dei delusi della sinistra. Bisogna, allora, trovare il modo di rendere chiaro che un vasto coinvolgimento di massa non rende un movimento popolare nello scopo. I movimenti post-ideologici, figli della ritirata e della disintermediazione della politica, sono elitisti nell’essenza. Non c’è bisogno di alcuna dietrologia per affermare questo, è più che sufficiente leggerne le premesse reali. Sono movimenti organici alla polarizzazione del dibattito ideologico da tempo in essere, che riduce l”alternativa” alla falsa scelta tra un blocco nazional-populista e uno elitista, in un gioco di specchi, di legittimazione reciproca, che deve escludere una politica popolare.

Si risponde decostruendo i movimenti ma si risponde, soprattutto, essendo sinistra oltre i nominalismi, tornando nei luoghi del conflitto, mettendo al centro il Lavoro e la questione sociale, lavorando, in connessione con le migliori realtà nella scena internazionale, alla costruzione di una sinistra né populista né elitista, ma popolare ed eco-socialista.

Il fatto che la sinistra debba tornare nei luoghi del conflitto non significa che debba tornare semplicemente nei vecchi luoghi. Occorre, invece, leggere i nuovi luoghi e le nuove forme del conflitto, che è sempre in primo luogo il conflitto tra Capitale e lavoro e le cui forme mutano nel tempo. In effetti, a me pare che l’errore qui sia stato duplice: a volte la sinistra ha abbandonato i luoghi del conflitto, persino il tema del conflitto. In altri casi è tornata nei vecchi luoghi del conflitto, ma non vi ha trovato quasi più nessuno, mentre altrove, nei luoghi nuovi, la sofferenza e il risentimento crescevano, e altri avanzavano per intercettarli, rappresentarli e canalizzarli.

Questi due errori corrispondono approssimativamente alla pseudo-sinistra neoliberista e alla sinistra vetero-comunista nelle sue forme più sclerotizzate. Anche per questo c’è bisogno del Socialismo, che ha la cultura di non irrigidirsi in formule interpretative definitive e chiuse della realtà sociale. 

Il conflitto si è spostato. Le nuove forme del conflitto non sostituiscono le vecchie, vi si aggiungono. Da questo non si può prescindere e occorre riprendere il filo.

Pier Paolo Caserta

Liberi e libere. Uguali. Lo dice la Costituzione, di M. Foroni

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Basso e Nenni

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Come ci ha indicato Piero Grasso nel suo primo intervento di alcuni giorni fa, un Programma politico si definisce (e non può non definirsi), in un punto solo, quale quadro di riferimento. Unico, essenziale, imprescindibile. Questo:

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

E` compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.”

E’ l’articolo 3 della Costituzione, l’articolo di Lelio Basso, socialista, antifascista. E’ l’articolo principio fondamentale della nostra Costituzione democratica, nel quale i costituenti ci indicano le vie.

La via dell’uguaglianza tra le persone, cittadine e cittadini; la via della libertà, spirituale e materiale; la via della giustizia sociale, dello stato sociale di diritto, nella abolizione delle differenze tra le categorie di cittadini; la via dell’internazionalismo, perché l’Italia fa parte del sistema internazionale di protezione dei diritti dell’uomo.

L’articolo 3 è il portato dei valori che si richiamano alla Rivoluzione francese del 1789 (Liberté, égalité et fraternité) e sono propri della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. E’ il principio che afferma l’ uguaglianza formale (tutti i cittadini e le cittadine sono uguali davanti alla legge, nonché titolari dei medesimi diritti e doveri) e quello, ben più pregnante, della uguaglianza sostanziale mirante a rimuovere le differenze di fatto o le posizioni di svantaggio sociale, attraverso le azioni che ne devono conseguire.

Questo il quadro di Programma di riferimento. Da conseguire con l’azione di governo e legislativa del Parlamento, adottando con le idonee politiche economiche, industriali, fiscali, di welfare (scuola, sanità, lavoro, previdenza, servizi sociali).

Azione legislativa che va espressa attraverso quelle azioni positive atte a rimuovere le discriminazioni di genere, nell’adeguare continuamente il quadro dei diritti e dei doveri all’evoluzione economica e sociale del Paese. Attraverso il canone della ragionevolezza, come indicato dalla giurisprudenza della Corte Costituzionale, vero cuore del principio di uguaglianza, i divieti di discriminazioni sono stati estesi agli orientamenti sessuali, all’appartenenza ad una minoranza, all’handicap fisico, all’età.

Il principio di uguaglianza esprime la democrazia compiuta, attraverso la sovranità del popolo. Al quale non appartiene il “potere” (come ben avevano presente i costituenti, nel prevenire possibili derive populistiche) ma, in quanto organo costituzionale (come ci insegnò Paolo Barile), appartiene la sovranità “che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione” (articolo 1).

Liberi e libere. Uguali. Come ci hanno indicato i costituenti. Per una società più giusta.

Marco Foroni

Una riflessione da sinistra sulla Giunta Raggi, di A. Valeri

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Andrrea Valeri

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Spesso quando critico la Giunta Raggi, soprattutto nel campo della Cultura, l’obiezione principale che mi viene mossa è quella di non indicare soluzioni alternative.
Ho deciso quindi di pubblicare uno stralcio di un mio articolo di prossima pubblicazione in cui si delineano in modo organico quelle che dovrebbero essere le misure da adottare in concreto per rilanciare la Cultura in questa città.

E’ un po lungo ma credo che ormai da troppo tempo si affronti la questione della Cultura a Roma solo per slogan. E’ invece necessario un ragionamento approfondito che dedico quindi a tutti coloro i quali avranno la bontà di leggerlo.

In questi giorni il Comune di Roma, per voce del suo Vicesindaco e Assessore alla Crescita culturale Luca Bergamo, ha coniato uno slogan nuovo di zecca con l’obiettivo di ridare slancio all’azione amministrativa e che recita pressapoco cosi: “Per Roma non serve una mano di bianco ma riforme strutturali alle quali stiamo lavorando”.

Un’enunciazione che, al di là dei toni roboanti ed ambiziosi, risulta essere assolutamente vacua visto che non è dato di sapere né come si voglia procedere né quale siano questi interventi strutturali.
La sensazione che si è avuto sin dal principio è invece esattamente opposta: quella di una gestione schizofrenica in cui l’agenda di governo è stata sino ad ora più dettata dalle emergenze anziché essere improntata ad una vera nuova visione di asset che da troppo tempo manca per questa città.
Proviamo quindi a mettere nel piatto qualche elemento per dare un po’ più di concretezza alla discussione su come “non dare mani di bianco” ma rilanciare strategicamente le politiche culturali a Roma.
Innanzitutto, ci sarebbe bisogno di un reale luogo di incontro tra amministrazione e operatori culturali e non la solita passerella, né l’ennesimo seminario, ma uno spazio in cui discutere e decidere assieme le priorità di intervento.

Al di là di qualche convegno o assemblea, infatti, in questa città non vi è mai stato un luogo permanente per una gestione partecipativa delle politiche culturali, basato su un nuovo patto sociale che preveda, da una parte, una cessione di sovranità di chi amministra nel decidere le priorità e dall’altra un impegno degli operatori di uscire dalla singola visione della propria condizione personale e lavorare a soluzioni che riformino il settore nel suo complesso.
Trasparenza, partecipazione e corresponsabilità nelle scelte sono oggi gli unici elementi per uscire insieme da una situazione di crisi cronica che colpisce in egual misura amministrazione e mondo della cultura.

Da un confronto come questo uno dei primi problemi ad emergere sarebbe sicuramente quello dell’eccessiva burocratizzazione legata all’organizzazione degli eventi.
Una giungla di leggi, norme, permessi, pareri, controlli, costi, divieti, che costituiscono una zavorra insopportabile al decollo e allo sviluppo culturale sul territorio.
Ci sarebbe bisogno di una “cultura da slegare”, che al pari di quanto fatto per le imprese, possa contare su una reale sburocratizzazione e una forte defiscalizzazione in grado di liberare energie e creatività.
Mi chiedo infatti perché, in tempi di crisi, con tagli draconiani alla cultura, oltre a portare avanti una fondamentale battaglia di civiltà per l’aumento dell’allocazione delle risorse sulla cultura contemporaneamente non si metta mai mano a tutte quelle misure che un amministrazione ha il potere di introdurre per ridurre i costi di chi lavora o vuole intraprendere l’attività culturale.

Quando si affronta questa questione, come alibi si agita lo spauracchio “del mancato introito e della Corte dei Conti” , palesando così l’incapacità politica di intervenire in un nuovo quadro normativo: si preferisce amministrare lo status quo anzi che assumersi la responsabilità di governare introducendo riforme innovative che abbattano questo “cultural divide”. Naturalmente defiscalizzare non basta ed occorre sviluppare nuove politiche di accesso al credito.
Innanzitutto aumentando le voci di bilancio, abbandonando una visione della cultura come qualcosa di superfluo rispetto ad altri servizi essenziali ma elevandola a settore strategico per il benessere, la vitalità, il lavoro e l’offerta turistica della città. Poi facendo un serio e strutturato ricorso alle opportunità che l’Europa ci consente, sia in termini di fondi che di beni e servizi.
Infine un diverso rapporto con il capitale privato, non più basato su una visione di mecenatismo commerciale ma come vero e proprio finanziamento a supporto dell’impresa culturale e della tutela del patrimonio, rivendicando una superiorità del pubblico rispetto al privato e salvaguardando l’interesse collettivo sull’ interesse del singolo. Altra questione cruciale su cui bisognerebbe avere parole chiere e azioni concrete e quello della rigenerazione e fruizione degli spazi. Una questione talmente urgente da non poter più continuare a far finta di nulla.
Non si può neanche parlare di nuova visione culturale della città prescindendo da una ridefinizione complessiva delle necessità dei diversi territori e dei diversi filoni culturali e creando degli spazi che servano a realizzarli in modo organico. Un enorme patrimonio di luoghi chiusi ed abbandonati, di proprietà pubblica e privata, che si vorrebbero alienare per una mera esigenza di cassa o per qualche speculazione legata alla rendita e che prioritariamente dovrebbero invece essere affidati per l’erogazione di quei servizi culturali e sociali che l’amministrazione non è in grado di garantire.
Per fare ciò occorrerebbe attuare un vero e proprio decentramento amministrativo, che superi la duplicazione dei ruoli e degli interventi tra Comune e territori e che affidi poteri specifici agli enti di prossimità e alla periferia, snellendo il carico di lavoro dell’amministrazione centrale che manterrebbe in questo modo i la sola funzione di coordinamento delle attività e controllo e la gestione di grandi eventi.

Personalmente penso che lo strumento più adatto a rispondere a queste necessità sia quello del distretto culturale evoluto, in grado di connettere il tessuto culturale e imprenditoriale di un territorio, creando un’offerta progettuale in grado di attrarre capitale privato e che trasformerebbe le municipalità in veri enti di crescita culturale in grado di dare risposte più immediate al territorio.
Quest’anno ricorre il quarantesimo anniversario dell’Estate Romana e tutti noi possiamo avere in mente cosa significhi una vera rinascita culturale per questa città.
Senza risposte concrete alle questioni fin qui poste l’affermazione di “riforme strutturali” non rappresenterà un processo virtuoso di riscatto collettivo, ma solamente due parole prive di senso per uno slogan già dimenticato.

Andrea Valeri

Riflessioni a sinistra sul Brancaccio, di R. Achilli

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Quando Montanari dice “mai con il Pd e con il centrosinistra” è in buona fede. D’altra parte, dietro di lui c’è D’Alema, che non potrà più costruire alcun rapporto umano e politico con Renzi.

In verità, sono gli assetti politici del prossimo Parlamento ad escludere, per inutilità, SI/Lista Falcone-Montanari da qualsiasi schema coalizionale. Un Berlusconi che non potrà più fare alleanze con Salvini, che chiede lo scalpo della leadership di centrodestra, potrebbe mettersi insieme al Pd renziano ed alle fronde centriste alfaniane, perché questa è, numericamente, l’unica ipotesi di maggioranza parlamentare fra “sistemici” che possa essere costruita. In questo caso, Pisapia finirà nell’insignificanza, se l’operazione di ricucitura di Prodi e D’Alema non avesse successo, oppure, più probabilmente, si alleerà con questa larga coalizione, facendone la coscienza critica (di facciata). Risucchiando nuovamente tutta o parte di Mdp, e lasciando all’opposizione il resto della sinistra.

Ovviamente, nel caso ipotetico in cui M5S, Lega e Fratelli d’Italia riuscissero a fare una coalizione di antisistemici, a maggior ragione non ci sarebbe alcuna alleanza con il Pd, visto che tutti starebbero all’opposizione per conto loro.

Ma il punto vero è un altro. Il punto vero è sul programma e sulla capacità organizzativa di costruirlo ed imporlo. I temi dell’Europa, delle politiche economiche, della verticalizzazione oligarchica imposta alla politica, che la svuota di senso, tramite il progressivo stravolgimento delle istituzioni rappresentative, e la parallela verticalizzazione oligarchica in campo sociale, che allarga le diseguaglianze e, aumentando le barriere alla mobilità, le congela, sono i temi sui quali concentrare la proposta. Sono i temi che hanno consentito a Sanders, a Mélenchon ed a Corbyn di ottenere risultati straordinari, rimettendo in campo una proposta di politica economica e sociale di tipo socialista, tradizionale, pre-blairiana.

Sul secondo punto, occorre una struttura partitica robusta, fatta di classi dirigenti preparate culturalmente e di quadri intermedi, nazionali e territoriali, in grado di riportare verso l’alto la domanda sociale e costruire una sintesi. Non è concepibile affidare la costruzione della proposta ad una società civile devastata da oltre 25 anni di assenza politica, caduta di rappresentanza, perdita di coscienza di classe, atomizzata nell’individualismo metodologico del neoliberismo. La società va ricostruita, perché non esiste più., o per meglio dire, esiste ma non è in grado di darsi una autorappresentazione politica che non sia l’immaginario liberista.

Senza queste due cose, i discorsi sull’unificazione delle liste elettorali e sul posizionamento nell’arco parlamentare, Pd sì/Pd no, centrosinistra sì/centrosinistra no, non portano alcun consenso, sono letti come un farfugliamento autoreferenziale di apparati dirigenti alla ricerca di una sopravvivenza, non costruiscono politica. Non costruiscono nemmeno un popolo, dopo che l’entusiasmo per i 1.600 accalcati davanti al Brancaccio si esaurisce. Perché il popolo non si costruisce con gli eventi mediatici, ma con un paziente lavoro di ricostruzione di basi culturali e politico-programmatiche, e di luoghi fisici ed organizzativi dove far lievitare la passione.

E allora mi dispiace, ma nell’evento di ieri, non essendo ancora stato colto il punto vero della questione, non posso che leggere il tentativo di “fare qualcosa”, di fare movimento e quindi muovere un po’ di aria, nella speranza di far passare la nottata, di trovare un/una leader spendibile mediaticamente ed una aritmetica additiva in vista del 3%. Un grande stratega del calcio, che è un ruzzino per alcuni versi istruttivo, ovvero Liedholm, diceva sempre che la squadra vincente è quella che fa muovere il pallone più dei giocatori. Se si muovono i giocatori ma il pallone non viaggia, si gira a vuoto e si sprecano energie.

E siccome credo che D’Alema, il vero organizzatore dell’evento di ieri, non sia uno sciocco, ma anzi una intelligenza fine e perfida, da vent’anni impegnata a sterilizzare ogni energia di sinistra dentro schemi centristi e liberali, mi viene da pensare che l’ennesimo richiamo all’orizzontalismo civico e agli slogan buonisti non sia altro che un tentativo di rientrare in gioco (essendo lo spazio vicino al Pd precluso a D’Alema fintanto che Renzi sarà in vita) costruendosi una sinistra innocua e priva di capacità di esprimere una alternativa reale, di sistema.

Riccardo Achilli

Con il voto delle primarie il Pd ha rottamato se stesso. Non è più il partito fondato 10 anni fa. Ha perso valori, forma, storia e ambizione maggioritaria, di C. Maltese

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CONFERENZA STAMPA LISTA TSIPRAS

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Con il voto delle primarie il Pd ha rottamato se stesso. Non è più il partito fondato dieci anni fa. E non solo perché oltre la metà dei 45 padri fondatori se ne sono già andati e altri seguiranno. Di quel partito ha perso i valori, la forma, il forte ancoraggio alla storia della sinistra italiana e infine l’ambizione maggioritaria. Nei fatti il Pd è diventato da unico partito strutturato d’Italia a ultima lista personale, il PdR, simile a Forza Italia di Berlusconi o alla Lega di Salvini. Si è convertito al personalismo proprio quando questo modello sembra superato dalla storia. La mutazione genetica del Pd si è dunque compiuta, come temeva Eugenio Scalfari ai tempi del duello Bersani-Renzi. Il Pd è ora un partito di centro che guarda a destra. Alle prossime elezioni sarà alleato, sia pure non dichiarato, del diavolo in persona, Silvio Berlusconi, del quale del resto Renzi condivide in pieno il programma sociale, la visione d’Italia, la retorica ottimista e finanche la posizione sull’Europa.

La leadership, lo stile, la politica e le alleanze del PdR sono del tutto chiare. Meno chiaro è il peso elettorale del nuovo soggetto. I sondaggi lo accreditano di un 25-30 per cento, sopra o sotto di poco al Movimento 5 Stelle. I dati del voto reale raccontano un’altra storia. Nella storia del Pd la partecipazione al voto delle primarie ha sempre annunciato il risultato elettorale delle elezioni successive. Le primarie del Pd di Veltroni portarono ai gazebo 3,5 milioni di persone e il partito ottenne l’anno dopo il 33,4. Con Bersani segretario il Pd scese sotto i tre milioni di voti alle primarie e ben sotto il 30 per cento alle politiche. Se questo calcolo ha un senso, e forse ne ha uno più autentico dei sondaggi, oggi il Pd di Renzi faticherebbe a toccare il 20 per cento. Naturalmente i renziani sono troppo furbi per non aver sparso alla vigilia stime talmente basse da poter festeggiare oggi il milione e 800 mila votanti. Ma si tratta di un dato assai deludente, in una fase in cui in Italia e in Europa, come testimoniano tutte le elezioni e i referendum, i popoli hanno riscoperto l’arma del voto.

Un Pd a immagine e somiglianza di Matteo Renzi, con un peso elettorale ridotto e un’alleanza organica col berlusconismo, pone le condizioni perché anche in Italia nasca un’ampia area di sinistra alternativa, com’è stato prima nella Grecia di Syriza, quindi nell’Irlanda del Sinn Fein, nella Spagna di Podemos e ora nella Francia Insoumise di Jean-Luc Mélenchon.

Occorre che a sinistra del Pd i molti leader e partitini facciano un passo indietro, mettendo da parte i narcisismi, e due in avanti, convocando una grande assemblea unitaria, aperta alla società, alle associazioni, ai sindacati e soprattutto ai milioni di cittadini di sinistra che oggi non hanno più una casa politica. Non c’è molto tempo per i distinguo. Renzi sta per staccare la spina al governo e si rischia di andare alle prime elezioni della storia repubblicana senza una vera sinistra. Fate presto.

Curzio Maltese

Tratto dal Blog dell’ Huffington Post del 1° Maggio 2017   http://www.huffingtonpost.it/curzio-maltese/con-il-voto-delle-primarie-il-pd-ha-rottamato-se-stesso_a_22063615/