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2 Giugno 1946: dalla Monarchia costituzionale alla Repubblica. di U. Signorelli

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2 giugno. Viva la Repubblica, grazie Nenni! - Avanti

Il 2 Giugno è la festa della Repubblica, l’atto fondativo, che lo stesso popolo italiano ha decretato con il proprio voto nel referendum istituzionale del 1946.

Il vero dramma è che molti lo ignorino e che non si senta in maniera diffusa e unitaria il desiderio di festeggiare.

Osservo solo l’accettazione fredda di una festa del tutto svuotata di senso, snaturata dai soliti rituali ufficiali: parate militari, evoluzioni di frecce tricolori alla presenza delle massime autorità dello Stato.

Una Repubblica nata dalla Resistenza, fondata su una Costituzione che “ripudia” la guerra noi non la festeggiamo con i fuochi pirotecnici, i balli in piazza e i pranzi collettivi come fanno gli americani il 4 Luglio e i francesi il 14.

Assistiamo ai tentativi costanti di tutte le destre di cancellare il 25 Aprile, che ci ricorda la vittoria sul nazifascismo, come la festa intestata all’Anpi, così come il Primo Maggio sarebbe appannaggio dei sindacati, ma perché il 2 Giugno non è sentito come la festa della libertà e della democrazia?

La Repubblica è nata dopo una guerra anche civile, in cui gli italiani si sono venuti a trovare su due fronti contrapposti e la barricata non è stata abbattuta del tutto.

La nascita di una nazione è importante per il suo sviluppo successivo come quella di un bambino. Il 2 Giugno 1946 è nata la Repubblica italiana, un po’ “in sordina, senza gesti giacobini, senza rappresaglie e senza comitati di salute pubblica: Repubblica in prosa e a lumi spenti”, così Calamandrei; gli italiani hanno dato “scacco al re”in modo civile e composto: una grande prova di maturità politica e di resistenza morale, dopo 20 anni di fascismo e 3 di guerra; la penisola trasformata in un enorme campo di battaglia in cui tutta la popolazione venne coinvolta, con sofferenze e patimenti, mai prima di allora conosciuti. Una situazione che ha messo a rischio la stessa unità nazionale. Unità che la Resistenza riesce a ricomporre solo in parte, maggiormente dove spira il “vento del nord”, mentre il “regno del Sud”, liberato dagli alleati vede il riorganizzarsi dei tradizionali gruppi dominanti, fermi al potere con il beneplacito degli alleati. Un’Italia divisa geograficamente, che rischia di sfasciarsi insieme alla sconfitta della guerra fascista e che dal giugno del ’45 è guidata da un uomo integerrimo: Ferruccio Parri, messo però nella più assoluta impossibilità di agire dal ferreo controllo alleato che è responsabile in primis della mancata epurazione delle più alte sfere dello Stato e della burocrazia. Per i partiti antifascisti una reale possibilità di rinnovamento è la Costituente e la vittoria della Repubblica al Referendum istituzionale.

Anche i cattolici votano per la Repubblica, ma ben 6 degli 8 milioni di voti democristiani vanno alla monarchia; certo l’atteggiamento di De Gasperi non è adamantino, da politico avveduto lascia libertà di coscienza al proprio elettorato, ben consapevole che se la Chiesa non prende una posizione pubblica netta, è però filomonarchica tanto da ritardare il rientro in Italia di don Sturzo, sincero repubblicano. La Dc è inoltre una convinta sostenitrice del voto alle donne, in quanto le reputa maggiormente influenzabili dalla Chiesa. La monarchia sabauda, anche in questo frangente, gioca sporco, ben salda sul trono, cerca di rimandare la prova elettorale per riconquistare consenso, ben sostenuta dai partiti di destra: liberali, monarchici e fascisti, che rifanno capolino e in seguito ingrossano le fila de L’uomo qualunque di Giannini.

Anche Togliatti con la solita ambiguità e doppiezza, lascia la libertà di coscienza al proprio elettorato nella paura di perdere parte del proprio elettorato popolare, seguendo anche le direttive di Mosca che in accordo con gli alleati lasciano indeterminata la questione della monarchia.

I Socialisti sono gli unici che fanno una fortissima campagna elettorale per la Repubblica, senza se e senza ma, e Pietro Nenni con lo slogan “La Repubblica o il caos” ne è l’emblema, il vero Padre della Repubblica che si riallaccia al filo rosso socialista del Risorgimento e della Resistenza.

La fotografia lo coglie nell’ultimo infiammato appello radio per la Repubblica.

Il profilo severo di donna turrita, inserito nella scheda del referendum sulla forma istituzionale dello Stato dai fautori della Repubblica, è un’immagine classica, l’unica immagine che riescono a proporre i partiti che portano avanti la battaglia per la Repubblica.

Casa Savoia ripropone lo stemma monarchico. Una monarchia che ricorre al ridicolo del re di Maggio, ultima carta da giocare visto che ormai non si può più rimandare, mentre avrebbero dovuto, con dignità, allontanarsi dall’Italia, che hanno loro sì portato nel baratro del fascismo, della guerra e della distruzione, non solo non fanno alcun passo indietro, ma con il supporto delle gerarchie cattoliche, conducono una campagna referendaria serrata, accusando poi i fautori della Repubblica di “brogli”elettorali.

La Repubblica si e’ poi presa la sua rivincita e l’immagine di una donna giovane e bella ne è diventata la rappresentazione.

La giovane donna sorridente che alza sulla propria testa la prima pagina del Corriere della Sera in cui campeggia la scritta “è nata la Repubblica italiana” e’ pubblicata dal settimanale Il Tempo il giorno della proclamazione della Repubblica. Una foto scattata da Federico Patellani.

L’avere ignorato per 70 anni l’identità di questa donna ha reso più facile farla diventare l’icona di tutte le donne e delle loro lotte, ma, grazie ad un “crowdsourcing intorno a un sorriso”, quel bellissimo volto ha un nome e un cognome: Anna Iberti, che all’epoca aveva 24 anni e lavorava al giornale Socialista l’Avanti.

La nostra Repubblica nasce tra luci ed ombre, per questo dovremmo festeggiarla tutti nel segno dell’unità, della democrazia e della libertà.

Buon settantacinquesimo anno Repubblica Italiana!

Ulisse Signorelli

Israele – Palestina: due popoli due stati. Per raggiungere la pace l’Europa esca dal sogno dell’equidistanza. di A. Angeli

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Alberto Angeli | Comitato socialista per il NO

Nonostante il rinvio della Corte Suprema Israeliana, l’imminente sfratto di sei famiglie palestinesi che vivono nel quartiere di Sheikh Jarrah di Gerusalemme est, ha inizialmente scatenato duri scontri tra israeliani e palestinesi , fino a trasformarsi in un vero conflitto armato con Hamas, dando vita ad una spirale verso l’ennesima guerra. La causa del confitto sembra doversi attribuire ad una parola, che nella comunità ebraica americana, europea e del resto del mondo è sconosciuta, anche se si ratta di un termine evocativo poiché la parola “la Nakba, o “catastrofe” in arabo, riassume gli oltre 700.000 palestinesi che sono stati espulsi o sono fuggiti terrorizzati durante la fondazione di Israele. Nakba evoca le espulsioni che si sono susseguite da allora: i circa 300.000 palestinesi che Israele ha sfollato quando ha conquistato la Cisgiordania e la Striscia di Gaza nel 1967; i circa 250.000 palestinesi che non potevano tornare in Cisgiordania e a Gaza dopo che Israele aveva revocato i loro diritti di residenza tra il 1967 e il 1994; le centinaia di palestinesi scacciati e le cui case Israele ha demolito solo nel 2020. Gli sfratti di Gerusalemme est sono stati quindi il combustibile che ha portato all’esasperazione la popolazione palestinese contro un modello autoritario di espulsione vecchio quanto Israele stesso.

Evidentemente, la parola : Nakba, diffusa tra i palestinesi che ne conoscono il significato terribile per il loro popolo, non è così terribile per gli ebrei per i quali questa parola: “la Nakba” è legata indissolubilmente alla creazione dello Stato di Israele. Dalle dodici tribù alla nascita del sionismo 1897, dal 1929 sotto l’influenza Inglese e fino al 1947 anno della deliberazione dell’ONU a favore della creazione di uno Stato Ebraico, storicamente il problema della convivenza di questi due popoli costituisce una ignominia della incapacità delle potenze mondiali a dare una soluzione definitiva al problema di due popoli due stati. Il nodo del problema che rende problematica e difficile la soluzione è dato dal peso demografico che vede i palestinesi prevalere, senza ovviamente ignorare un’altra verità, anch’essa di impedimento a trovare una soluzione: gli interessi geopolitici ( e petroliferi ) in cui il ruolo di Israele è fondamentale per i giochi in atto tra le grandi potenze America, Russia, Cina e i Principati arabi come contorno. Infatti, senza l’espulsione di massa dei palestinesi nel 1948, i leader sionisti non avrebbero avuto né la terra né la capacità di accogliere gli ebrei sparsi per il mondo nella misura necessaria a creare uno stato ebraico forte e autorevole come lo conosciamo.

Per disinnescare questa miccia, che rimane sempre accesa e pronta a trasmettere l’input all’esplosione, è necessario immaginare e mettere in calendario un altro tipo di politica da parte di Israele, in cui centrale diventi una disponibilità a ragionare su un programma in cui prevalente diventi l’idea di considerare i palestinesi cittadini uguali, con pari diritti e doveri, quindi non più una minaccia demografica che, per molte ragioni ormai, costituisce oggi solo un pretesto utile alla destra Israeliana e alla parte retrograda dei Rabbini , per mantenere uno stato di tensione e di continua attesa di una guerra ( non più solo di Jhavè ebraico ). Una parte considerevole di Ebrei, e con essi molti intellettuali, sono dell’avviso che occorra trovare una soluzione rapida al problema della convivenza e disporsi anche alla creazione di due stai e due popoli. Infatti, molti di essi trovano al quanto ironico che da parte della destra Israeliana e rabbinica si insista sull’aspettativa che i palestinesi abbandonino l’idea o la speranza di tornare in patria, questo perché nessuno popolo nella storia umana ha dimostrato tanto attaccamento e ostinazione per un ritorno alla propria terra quanto lo sono stati gli Ebrei. E questo desiderio va avanti da oltre 2000 anni. Per cui non si può chiedere ad un altro popolo, che possiede gli stessi diritti di abbandonare ogni speranza o pretesa a insediarsi sulla terra dei suoi avi. “Dopo essere stato esiliato con la forza dalla loro terra”, proclama la Dichiarazione d’Indipendenza di Israele , “il popolo ha mantenuto fede ad essa per tutta la sua dispersione”. Se l’impegno a superare l’esilio è sacro per gli ebrei, come possiamo condannare i palestinesi perché si battono per realizzare la stessa cosa?

Non dobbiamo esser sprovveduti, non significa che l’eventuale ritorno dei rifugiati sarebbe un processo semplice, sappiamo quanto è lungo il procedere della giustizia. Insomma, Israele non deve portare avanti il proposito di fare di Gerusalemme una città ebraica; rifiutandosi di affrontare la Nakba del 1948, il governo israeliano e i suoi alleati, USA,UE, ma anche l’ONU, si assumono la grave responsabilità della continuità che la Nakba continui. C’è al proposito un bellissimo fatto riguardo al modo diverso con cui i cittadini guardano al problema, lo ha scritto George Bisharat, un professore di diritto palestinese-americano, a proposito della casa a Gerusalemme che suo nonno aveva costruito e di cui era stato derubato dagli Israeliani. Infatti, un ex soldato israeliano che lì aveva vissuto lo contattò inaspettatamente. “Mi dispiace, ero cieco. Quello che abbiamo fatto è sbagliato, ma io vi ho partecipato e non posso negarlo”, ha detto l’ex soldato quando si sono incontrati, e poi ha aggiunto: “Devo alla tua famiglia diversi mesi di affitto”. Bisharat in seguito scrisse che sentiva di doversi ispirare nei suoi comportamenti all’umanità israeliana. “Proprio quella risposta, scritta con il cuore e la speranza, è ciò che Israele deve mettere in atto per riunirsi con i palestinesi”, così da recuperare la grande saggezza dei palestinesi e la loro buona volontà per trasformare le relazioni tra i due popoli”. Due popoli, due stati. Da qui passa la pace e la forza della ragione per una convivenza che possa essere esempio per tutti.

Alberto Angeli

La sfida del XXI secolo: realizzare il Socialismo per combattere i nuovi poteri economici. di G. Martinelli e A. Angeli

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Il XX secolo terminò con un drammatico interrogativo sul destino dell’idea socialista, sulla quale ormai è diventato un luogo comune affermarne la crisi d’identità e di rappresentanza della sinistra politica quale sintesi del riformismo e del progresso. Molte sono state le tesi che agli inizi del III° millennio presagirono “ la fine del socialismo come rappresentante della sinistra ”. A dare una qualche fondatezza a quelle tesi sono gli avvenimenti del XX secolo che segnarono una svolta nella storia della sinistra mondiale e italiana: la caduta del muro di Berlino nel 1989, la fine del PCI e la nascita del PDS nel febbraio 1991 e del Comunismo Sovietico dicembre 1991. Tuttavia, i processi sociali e politici che si sono susseguiti nel tempo hanno portato in superficie una realtà che rappresenta tutt’altra cosa rispetto ai segnali, questi si profetici, di quelle tesi deterministiche sulle quali si misurava la coincidenza della fine del socialismo con la crisi della sinistra Europea, poiché mentre coincideva con la fine del comunismo , non poteva darsi per scontato che a questa crisi seguisse quella del socialismo democratico europeo dato che, appunto, non aveva alcuna attinenza con la crisi del marxleinilismo. E infatti il socialismo Europeo mantiene tuttora una presenza politica a partitica e di governance in molti Paesi dell’Europa, una identità che però ha subito una metamorfosi fino a patire una trasfigurazione identitaria e politica degli ideali socialisti, con l’archiviazione del pensiero rivoluzionario e anticapitalistico, sostituendolo con un distopico sogno di rifondazione di un socialismo liberale del XXI secolo, come sta avvenendo in Italia. E qui s’impone un’altra precisazione: è totalmente sbagliato attribuire a un fenomeno naturale o al destino cinico e baro la destrutturazione dell’ideale socialista, conseguenza di una metamorfosi identitaria e di prospettiva politica, che si è concretizzata nell’abbandono della sua vocazione genetica di alternativa al capitalismo per identificarsi in una politica liberal-borghese e di collaborazione con il potere economico e finanziario, e scoprire così di ritrovarsi nell’indistinto processo politico in cui destra e sinistra si annullano in un indeterminismo sociale a vantaggio dei populisti e sovranisti. E’ questa curvatura politica che determina per la sinistra la perdita del sostegno elettorale del mondo del lavoro, degli esclusi, di chi subisce le diseguaglianze prodotte dalla globalizzazione, che sembra inarrestabile in molti Paesi, ma, per quanto c’interessa qui rilevare, soprattutto in Italia. Ed è in questa frattura che si inserisce il populismo con la manipolazione dei temi sensibili: lavoro, reddito, sicurezza, immigrazione, ambiente, politica Europea, ruolo dell’Euro, fino a spingersi ad una messa in discussione del parlamento, della democrazia, dell’antifascismo Costituzionale. L’economista Shoshana Zuboff afferma nel suo ultimo lavoro: “ogni vaccino inizia con un’attenta conoscenza della malattia nemica”, e per il socialismo la malattia sono le nuove forme di sfruttamento e di condizionamento delle libertà individuali e collettive e l’antidoto, il vaccino contro la malattia del nuovo capitalismo moderno è il socialismo, anche se, certamente, occorre un laboratorio in cui approfondire la ricerca di queste nuove forme patologiche con le quali si manifesta la malattia, e non solo perché siamo nel XXI secolo, ma perché il socialismo rimane oggi l’unica e ultima risposta.

Gabriele Martinelli e Alberto Angeli

I 50 anni de “Il Manifesto” di G. Benvenuto

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50 anni di storia della sinistra sono racchiusi nella “memoria” della esperienza de Il Manifesto e questo basterebbe per un augurio di buon compleanno. È stata una lunga stagione di confronti anche accesi, di scontri culturali e politici talvolta duri ma sempre di spessore, mentre l’uscita de Il Manifesto “obbligava” chi faceva vita sindacale a documentarsi su quanto vi era scritto anche a prezzo di solenni arrabbiature. Ma era comunque sempre uno scenario nel quale ci si muoveva da “compagni”. E questo confronto rifletteva un mondo variegato della sinistra vitale, aperto, combattivo, pronto comunque a scommettere e lottare per un cambiamento.

La data è nota: il primo numero del quotidiano uscì il 28 aprile 1971. Ci si era appena lasciati alle spalle le grandi lotte dell’Autunno caldo. Si stava scivolando verso un periodo di restaurazione politica, annunciato dalla famosa e tragica strategia della tensione, con le elezioni del 1972. In quella occasione si registrò il fallimento di proposte politiche nuove a sinistra, molto innovative, come l’Mpl di Labor e, appunto, Il Manifesto. Esperienze che avevano un tratto in comune che oggi siamo portati a sottovalutare: ruppero due monolitismi, quello del voto dei cattolici destinato immancabilmente alla Dc, quello del centralismo del Pci che aveva generato la “cacciata” dei fondatori de Il Manifesto. In quel momento persero, ma in realtà avevano dimostrato che quel modo di intendere la politica non reggeva più, era superato. Ed ebbero, storicamente, ragione.

Quella data, il 29 aprile, suscita in chi ha militato nel sindacato dell’industria suggestioni ancora forti. Due anni prima, nel 1968, nasceva la piattaforma contrattuale dei metalmeccanici, unitaria e sancita poi da una consultazione di massa come mai si era vista, che apriva una stagione fondamentale di conquiste contrattuali volte a restituire dignità e diritti ai lavoratori. In quel periodo il gruppo de Il Manifesto, da Rossana Rossanda a Luciana Castellina, da Aldo Natoli a Valentino Parlato, da Luigi Pintor a Lucio Magri e tanti altri, era già una delle anime più vivaci del risveglio sociale e politico che attraversava la nostra società, dagli studenti agli operai.

E divenne presto una realtà che otteneva grande simpatia nel mondo sindacale e non solo perché… vittima dell’ultima condanna di frazionismo nel Pci. Ma anche perché si sforzava di cogliere quegli aspetti di novità che già erano presenti nelle lotte operaie e nelle manifestazioni studentesche presentando il conto ad una politica, ad un costume, ad un modo di pensare che ormai appariva anacronistico rispetto alla evoluzione del Paese.

Quando uscì Il Manifesto quotidiano nella Flm appena costituita divenne subito di casa. Sporgeva da molte tasche dei sindacalisti, ma era soprattutto oggetto di discussione sui tavoli delle riunioni appassionate di quel tempo. Quel gruppo poteva, ed aveva, idee diverse dal riformismo sindacale e politico ma si esprimeva con una passione ed una curiosità verso i nuovi fenomeni dell’Italia di allora che lo rendeva comunque vicino alla sensibilità di una parte consistente del movimento sindacale, ovvero quella più determinata a realizzare il sogno dell’unità. Unità sindacale che sembrava a portata di mano ma che poi, come si sa, rifluì nella costituzione della Federazione unitaria Cgil, Cisl, Uil.

Il Manifesto si propose nel periodo nel quale la stampa sindacale acquisiva per merito di tanti bravi giornalisti un rilievo ed una attenzione mai avuta prima di allora. Si andò ben oltre le pagine di cronaca nelle quali i grandi media dell’epoca confinavano scioperi e contratti. Il Manifesto partecipò attivamente a questa opera di rinnovamento del giornalismo, anche sul piano del linguaggio. E divenne una scuola di giornalismo controcorrente, molto attenta all’evoluzione sociale, come dovrebbe fare sempre una sinistra che non vuol perdere il contatto con la realtà.

Giorgio Benvenuto

(Presidente della Fondazione Bruno Buozzi)

50 anni manifesti. di G. Polo

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Oggi il manifesto compie 50 anni. Si dice che a questa età ognuno abbia la faccia che si merita. Nel caso valga anche per un giornale, il manifesto ha raffigurato a lungo quella di un’intelligente eresia comunista. Almeno finché è esistita una “chiesa” da rivoluzionare o riformare. E sotto quella faccia un corpo di donne e uomini uniti in una storia d’amore collettiva, ardente e litigiosa. Almeno finché sono riusciti a nutrirla di una passione comune.

Nato negli anni dell’assalto al cielo come una forma originale della politica, questo giornale forse non è mai diventato un progetto compiuto, ma è sempre rimasto – aggiornando l’eresia originaria – ben dentro la società e il suo “movimento reale”, uno specchio della sinistra, di quel che è stata o dovrebbe essere, nel bene e nel male.

Negli anni Ottanta è stato anche una zattera che ha raccolto tanti protagonisti del decennio precedente. A molti ha dato un’ancora di pensiero critico, a qualcuno di noi il privilegio raro di trasformare in lavoro le proprie convinzioni. E un mestiere, formando una generazione di giornalisti che deve molto di ciò che è a questo giornale, a chi lo ha fondato e nutrito. Militanti dell’informazione, dicevamo. Per tenere insieme mezzi e fini: un quotidiano comunista.

A lungo ci si è poi dovuti arrangiare con il mondo che andava in direzione opposta: il mezzo diventava via via più concreto del fine, la faccia aggiornava grafica e tecnologie, il corpo cambiava con il correre del tempo. Aggiungendo nuove culture e appartenenze a quelle originarie. Una ricchezza, testimoniata da centinaia d’inserti e supplementi; una complicazione, anche, visibile nella “federazione delle pagine”, creativa quanto disorganica. La realtà cambiava e non come avremmo voluto, il capitale frammentava storie e persone, il lavoro veniva ridotto a merce precaria, la sinistra si divideva tra abdicazioni, rinunce, chiusure. E noi specchio del nostro mondo – per fortuna – delle diversità crescenti tra i nostri compagni e lettori, unici veri nostri padroni. Ma sempre alla ricerca della contaminazione tra generi e linguaggi, politicizzando il racconto per ricostruire un patrimonio comune. Dall’informazione alla formazione, questo è stato lo sforzo. Perché ci insegnavano che si può essere partigiani senza diventare settari, restare aperti e cambiare mantenendo le proprie identità, apprendere dall’accoglienza per farne un comune campo di appartenenza. La politica, insomma.

Un collettivo, dicevamo, molto più che una redazione o una cooperativa. E per questo capace non solo di pubblicare un giornale, ma di indire assemblee, concerti, seminari, persino manifestazioni, come quando – il 25 aprile del 1994 – la rappresentanza politica appariva annichilita dalla berlusconiana nuova autobiografia della nazione.

Di questo percorso collettivo siamo vissuti, nel discorso pubblico come nelle nostre regole democratiche. Cercando coerenza tra enunciazioni e pratiche, per poter serenamente tirare le fila ogni giorno da un punto di vista alternativo alle leggi del capitale. E fissarlo in un articolo o nella bellezza dei titoli nutriti dalla nostra faticosa struttura orizzontale. Alla base di tutto, condizione essenziale, c’è stato il privilegio di essere liberi. Anche di gestire direzioni collettive violando la sacralità del direttore unico – in genere maschio – che segna ancor oggi il mondo dell’informazione.

Liberi anche economicamente, naturalmente. Perché il nostro vero nemico di sempre è stato il mercato con le sue leggi; una condizione materiale, prima che una convinzione ideologica. Di cui abbiamo pagato il prezzo. Perché quando non sono più bastati né gli stipendi austeri e sempre in ritardo, né la generosità dei lettori – le tante sottoscrizioni, cene, numeri speciali a prezzi esorbitanti – la nostra stessa libertà si è ristretta, mentre si desertificava quella del Paese e del mondo. Così il mezzo è diventato il fine, tutto si riassumeva nella sopravvivenza del giornale, a qualunque costo. Il racconto si è spoliticizzato, le contaminazioni evaporate, la comunicazione tra noi ogni giorno più difficile, persino le diversità generazionali sono diventate un problema. Così per continuare a vivere il manifesto ha rinunciato a una parte di sé, per molti un’amputazione dolorosa.

Ma del resto per tenere in vita una storia d’amore bisogna volerlo in due. Almeno in due.

Gabriele Polo

25 aprile 1945: ora e sempre Resistenza. di R. Giuliani

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Nella lotta nazionale di popolo rinasce con la CGIL unitaria il sindacato italiano, ancora oggi grande ed insostituibile protagonista sociale a tutela dei lavoratori.

A sessanta anni di distanza, la Resistenza conserva inalterato il suo profondo significato di spartiacque politico ed ideale della storia dell’Italia contemporanea. Ad alimentare la funzione svolta in questa direzione dalla guerra di liberazione nazionale, non concorre solo il fatto che con essa si pone termine al ventennale periodo di dittatura fascista e si avvia a compimento la costruzione del nuovo stato democratico e repubblicano. Altrettanto decisiva, infatti, è la natura dei processi che la caratterizzano, dandole insieme la forma di prima guerra veramente popolare nella storia del paese e di prima occasione specifica per il ritrovato ruolo di direzione politica esercitato dal movimento operaio dopo gli anni della dittatura.

Gli scioperi operai del marzo del 1943 e lo sciopero insurrezionale della primavera del 1945 diventano, pertanto, i termini concreti entro cui si definisce, svolgendosi in tutta la sua complessità, la maturazione di questi processi, destinati ad influenzare non solo l’esito della guerra di liberazione, ma anche la nascita del nuovo stato e del sistema politico che gli corrisponde. Al di là di tutto questo, i fenomeni di disgregazione delle basi di massa del regime fascista, se sono il segno distintivo della Resistenza, hanno la loro genesi in tempi più remoti, e precisamente affondano le radici nelle contraddizioni crescenti incontrate dalla società italiana all’indomani della grande crisi del 1929. E’ qui infatti che si avvia la intensa stagione di lotte che, come un ricorrente filo rosso, segna le vicende del regime nel corso degli anni trenta. Ed è qui anche che prende corpo quella politica di riconversioni radicali dei settori produttivi e finanziari dell’economia nazionale che, imponendo nuove e decisive contraddizioni, finisce per trascinare il paese nella politica di guerra del fascismo: all’occupazione dell’Etiopia prima, all’intervento nella guerra civile spagnola, più tardi, ed infine all’apertura delle ostilità contro la Francia e l’Inghilterra, dichiarata il 10 giugno 1940, che segna l’ingresso nel vortice della seconda guerra mondiale.

Anche in quest’ultimo senso, la Resistenza si configura come il momento storico nel quale giungono a maturazione spinte sociali e politiche diverse, le quali, filtrate da anni di lotta di opposizione clandestina, trovano il loro punto di equilibrio nel deciso rifiuto di tutta intera l’esperienza fascista e, come tali, si pongono alla base dei nuovi istituti e dei nuovi organismi dell’Italia democratica. Per il movimento sindacale questo richiamo è ancora più significativo, giacchè esso rinasce nelle lotte sociali che accompagnano la Resistenza, ricevendone impronte ed influenze destinate a caratterizzare il suo ruolo e la sua azione negli anni successivi.

Con gli scioperi del marzo 1943 si compiva un intero ciclo di lotte iniziato nell’autunno 1942. “Pace, pane e libertà” le parole d’ordine contro lo sfruttamento, contro il fascismo e contro la guerra. Con il “Patto di Roma” rinasce il sindacato, la CGIL unitaria voluta da Di Vittorio, Grandi e Lizzadri. Ne diviene leader Bruno Buozzi, socialista, che per la lunga e coerente milizia poteva dirsi il simbolo stesso della tradizione di classe del sindacalismo italiano.

Buozzi verrà ucciso dai nazisti in fuga da Roma nella notte tra il 3 ed il 4 giugno del 1944 pagando così con la vita il suo fermo impegno in favore della causa dei lavoratori.

Rino Giuliani

S’ode a sinistra uno squillo di tromba! di D. Lamacchia

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Curzio Maltese su Repubblica di stamane fa un paragone tra Enrico Letta e Enrico Berlinguer. In sostanza assimila Letta a Berlinguer. Ognuno è libero di associare quello che vuole e se ci si sforza similitudini si trovano anche tra il carciofo e la pastinaca…

Chiarisco subito che è solo una battuta, non ho giudizi negativi su Letta. Solo rimarcare come si possa usare un qualsiasi paragone pur di giustificare l’adesione a questa o a quella linea politica. L’intento di Maltese è cercare di attribuire a Letta caratteri di sinistra. Quindi come meglio che paragonarlo a Berlinguer?

Ora il punto vero è: Letta è di sinistra o no? E ancora cosa vuol dire essere di “sinistra”? Cosa differenzia “destra” da “sinistra? Lungi dall’avere la presunzione di sciogliere nodi che personalità ben più dotate di me non sono state capaci di sciogliere provo a dare una mia modesta interpretazione. Ci si potrebbe sbrigare affermando che nel conflitto capitale-lavoro è di sinistra chi sta dalla parte del lavoro, di destra il contrario. Tuttavia non è sufficiente.

Ad entrare in gioco ci sono componenti che non possono essere ridotte tutte a mera conflittualità socio-economica. Per esempio le ragioni socio-culturali o quelle religiose. Oggi giorno non si può prescindere dalla variabile ecologica per esempio. Per molti essa è la variabile centrale fino a confondere l’ecologia come caposaldo della cultura di sinistra. Per me un’errore. Gramsci è stato il pensatore che maggiormente ha considerato queste variabili. Si pensi al suo concetto di “egemonia” e alle forme e agli strumenti del gruppo dominante di esercitarla. Dunque oltre al lavoro cos’altro?

Partiamo da una considerazione che prova a sintetizzare i concetti, consideriamo le dinamiche in termine di cicli. Il liberismo osserva il ciclo impresa-persona-impresa. Il focus di una visione liberista è l’economicismo rappresentato nell’esempio dall’impresa. Per semplificare in una situazione di crisi il ramo secco è la persona e l’oggetto da preservare è l’impresa. La persona è considerata un mezzo e non un fine. In una cultura di sinistra il ciclo da considerare è persona-impresa-persona. Il focus è la persona, l’impresa un mezzo, ancorché efficiente e produttivo. Il centro della riflessione quindi è quali sono le finalità che un sistema sociale si prefigge. In questo schema sicuramente entrano come variabili importanti temi come la libertà, di pensiero e di azione, delle singole persone e dei soggetti associati. Libertà che è relativa alla sfera economica e non. Come si formano i desideri, le motivazioni al consumo, all’agire? Chi seleziona i bisogni? Chi organizza le risposte ai bisogni?

In altri termini per stare a Gramsci come si formano le dominanti egemoni? Se il centro è l’impresa tutto le si conforma. Diverso se il centro è la persona, la persona che lavora. Il termine “ricchezza” assume significato diverso se la finalità è l’impresa o la persona. Letta da che parte sta? Ora è indubbio che l’attenzione alla persona è l’elemento che più accomuna una visione cattolica a cui egli appartiene e una visione politicamente di sinistra. Non basta però. Ciò è solo una premessa, servono pratiche, programmi, azioni. Giusto come esempi grossolani, articolo 18 si o no? Industria bellica si o no? Ius soli si o no? Bersani, D’Alema o Renzi, Verdini? Ecc.

Buona riflessione.

Donato Lamacchia

Il dramma del socialismo italiano. di G. Giudice

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Da tempo sostengo che è pura e semplice assurdità politica voler rifondare il PSI. E poi quale PSI? Credo che una sinistra nuova e larga abbia bisogno anche dell’apporto essenziale della migliore cultura e tradizione socialista italiana.

Ma deve comprendere anche altre tradizioni ed esperienze, e forze nuove che emergono oggi che sono perfettamente compatibili con istanze socialiste, intese in senso largo. Se è vero che una damnatio memoriae del socialismo è frutto della infelice stagione dell’Ulivismo prodiano. Era utile per rinunziare a quelle istanze che si ponevano in conflitto con il capitalismo, per accettare il liberismo “progressista” di Clinton.

Ma a questa damnatio memoriae hanno contribuito (nei limiti delle forze che avevano a disposizione) anche i “cespugli ” post-craxiani dallo SDI di Boselli ( che ha sempre cercato di ricavarsi degli strapuntini proprio nel campo dell’Ulivo), fino ad una sigla che si è posta sotto l’ala protettiva di Renzi (!!!!!). Ma a parte queste manovre, politicamente molto discutibili, questi cespuglietti si sono fondati (seguite anche da alcune associazioni) sul dato che l’unico vero PSI è stato quello di Craxi. E tutto quello che veniva prima, era “preistoria del socialismo”. Quindi preistoria erano Lombardi, De Martino, Codignola, Foa, Santi, Brodolini Basso, Mancini, Bertoldi e molti altri. Naturalmente non osavano criticare Nenni e Pertini (i quali oggi si rivolterebbero nella tomba) perchè troppo amati. Naturalmente tutto ciò è ridicolo, ma è stato un grave danno per tutta la sinistra, soprattutto per coloro, che per mancanza di informazioni, tendevano di ridurre il PSI al bonapartismo craxiano. Addirittura Boselli con la politicamente ridicola esperienza della “Rosa nel Pugno” mise Zapatero, Blair e Fortuna tra i suoi modelli ispiratori. Questa è, comunque è una delle ragioni per cui mi sono battuto per dare un quadro d’insieme, non mistificato, della tradizione cultura socialista italiana.

Se tra i renziani travestiti da socialisti si definisce Corbyn un bolscevico. O se qualcuno , che oggi sta in Forza Italia (proveniente dal craxismo) , definisce Lombardi comunista, la misura è colma.

Giuseppe Giudice

Lo sciopero Amazon ripropone la centralità strategica di questo strumento di lotta nella scuola come altrove. di F. Cannizzaro

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Oggi 22 marzo 2021 è in fase di realizzazione il primo sciopero globale delle lavoratrici e dei lavoratori del colosso dell’e-commerce Amazon.

Da più parti e giustamente si è ribadito che questa mobilitazione, senza precedenti, è stata pensata ed organizzata per affermare pienamente i diritti di chi lavora per questa multinazionale

Tra gli obiettivi, anche in Italia, ci sono: la riduzione dei carichi di lavoro, migliori condizioni di sicurezza e la stabilizzazione dei precari.

Ci consola, in tal prospettiva, che a sostenere i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori siano scesi in campo le Federazioni di categoria di CGIL, CISL, UIL, affiancate anche da altre organizzazioni sindacali.

Ovviamente il nostro auspicio è quello che lo SCIOPERO riesca e serva a definire una nuova, diversa stagione nel modo in cui, in Italia come altrove, Amazon tratta i lavoratori, cosa che permetterà se così fosse, di definire relazioni sindacali reali e durature.

Da parte nostra, Noi tutti, possiamo sostenere questi lavoratori, quste lavoratrici astenendoci, almeno nella giornata di oggi, dal fare acquisti su Amazon.

Permettetemi a margine di questo utile, doveroso richiamo alla solidarietà con i lavoratori e le lavoratrici di Amazon di ricordare a noi tutti che le prassi adottate da quel colosso globale del commercio su Internet non sono solo o tanto un’eccezione ma rischiano in concreto nel Mondo, e anche in Italia, di divenire un “paradigma” di riferimento.

Ovvero esiste la possibilità reale che si assista ad una AMAZONIZZAZIONE nelle e delle relazioni tra datori e lavoratori.

Di fronte a questa possibilità tutt’altro che ipotetica è nostro dovere esigere che i nostri sindacati, le organizzazioni categoriali e/o confederali a cui ognuno di noi aderisce contrastino queste logiche.

Può e deve inoltre fare riflettere, ad esempio, che la piattaforma che rappresenta in Italia le richieste di questi lavoratori e lavoratrici ponga al centro della mobilitazione temi tra i quali: la riduzione dei carichi di lavoro, migliori condizioni di sicurezza e la stabilizzazione dei precari.

Temi che non differiscono di molto da quelli che contribuiscono a fare parte di tante delle necessità dei lavoratori di questo Paese non esclusi noi del comparto #Scuola o #Istruzione che dir si voglia.

Questa “convergenza” deve farci riflettere tutti su un dato fondante e fondamentale ovvero che questi ed altri risultati possono essere ottenuti solo se saremo in grado anche noi, al pari dei lavoratori di Amazon, di prassi di #mobilitazione e #vertenzializzazione dei bisogni anche se si dovesse passare per lo strumento, organizzato, articolato e ben pianificato, dello SCIOPERO.

Ci chiediamo: le nostre Federazioni di categoria, le nostre Confederazioni avranno altrettanta attenzione e coscienza di questa necessità?

Fabio Cannizzaro

Pacatamente, serenamente, addio CGIL. di C. Baldini

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“Complimenti sinceri a Enrico Letta per le idee e il programma alla base della sua elezione a segretario del Partito democratico”. Lo dichiara il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini.

“La Cgil, aggiunge il segretario del sindacato di Corso Italia, è interessata ad un confronto programmatico e considera necessario un nuovo modello sociale e di sviluppo sostenibile, fondato sul lavoro dì qualità e non precario”. “Questo è il modo, prosegue Landini, per dare speranze e futuro ai giovani, e affermare una nuova cultura inclusiva e solidale che assume la parità e la differenza di genere. Ed è molto importante che nel quadro politico si apra una nuova fase capace di ricostruire un rapporto profondo tra la politica, il mondo del lavoro e il Paese, con tutte le forze sociali”. “E’ questo il modo migliore, conclude il numero uno della Cgil, per affermare i valori e i principi della nostra Carta costituzionale e costruire una vera Europa sociale e del lavoro”.

Occorre capire che la Cgil è profondamente mutata seguendo la politica. Molti di noi pensavano che Maurizio Landini continuasse il ruolo che aveva mantenuto in Fiom. Ma non era possibile. Cgil non è più il sindacato dei militanti della sinistra, semplicemente perché la sinistra è poca e quindi non fa tessere. Nel complesso, viene fuori dall’Istat, che tra i cigiellini, il Pd, soprattutto nello SPI, che ha ancora qualcuno di sinistra radicale, che resta per agevolazioni nelle dichiarazioni dei redditi, mantiene la maggioranza col 58%, ma il 38,4% dei tesserati all’ultima tornata elettorale europea si è diviso tra il Carroccio (18,5%) e i Cinque Stelle (19,9%), facendo registrare un travaso dai grillini alla Lega rispetto alle ultime politiche. Prima i pentastellati tra gli iscritti al sindacato rosso avevano raggiunto il 33%, mentre la Lega si era fermata al 10. In questo puzzle ci sta tutta la fiducia che dava Camusso al PD e che entusiasticamente offre Landini al potere liberista che governa. Va anche sottolineato come Cgil sia un grande sindacato che, come il PD, gode di una eredità che viene da lontano e che viene sventolata nelle celebrazioni.

Intendiamoci, non c’è paragone con gli altri due in onestà, capacità, organizzazione. Sempre più lontana però dai conflitti del reale : ex ILVA, Whirlpool, Texprint, ecc.. dalle lotte per l’ambiente, ma anche Cgil non parla più di sfruttamento, di salari da fame, ha firmato un contratto metalmeccanici ridicolo, se non fosse tragico. Però Cgil ha una forza nel volontariato dello SPI. Un capillare volontariato di assistenza sul territorio, per caf, consulenze, badanti ecc… Dove, se sei tesserato, spendi poco e sei seguito bene. Se non sei del club, ovviamente, spendi di più. Certo, si potrebbe dare lavoro a qualche disoccupato, ma ciò vale per molto volontariato in Italia.

E niente, il mondo è questo, o ti adegui e lo servi o fai la fine di Cristo, la gente continua a preferire il mondo dei Barabba,forse perché assomiglia ai Barabba. 71 anni di responsabilità e militanza faticose che non rinnego, ma non servono più, roba da vecchi.

Dal coordinamento chimici della Brianza, a segretario Sgs Fairchild, già dirigente Ricerca&Sviluppo, persino negli anni americani al MIT a Boston non lasciavo cadere occasione di discussione. Non è stata una passeggiata sostenere questo sindacato, quando i dirigenti erano Snals. Caro Landini ti avrebbe fatto bene capire chi sono questi a cui tu elargisci endorsment. Poi a scuola sempre in trincea, collaborando con Roberta e contro i parafascisti dell’università. Altro che le sardine dall’università al PD.

Una tessera è un impegno per chi la tiene in borsa e per chi la firma. Io ho cambiato modi, metodi di militanza. Voi avete cambiato valori. La mia amarezza è senza fine, mi censurano pure nel gruppo fb ‘Io sto con la Cgil’. Pure da questo uscirò, perché io non sto in un gruppo organo di propaganda PD e frammenti. Penso che l’anno prossimo manterrò la tessera del club per le agevolazioni, ma cercherò intanto un sindacato che difenda i deboli e che conosca ancora il valore delle parole anticapitalismo, antisfruttamento, lotta di classe.

Addio Di Vittorio, ciao babbo Fiom, ti ricorderò sempre, ma non tra chi ti ha tradito.

Claudia Baldini