Sinistra

Un grosso schiaffo a Salvini. di G. Giudice

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Giudice Giuseppe

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Una reazione molto a caldo, ma il grosso schiaffo a Salvini in Emilia è l’unica cosa che rende veramente felice. Non sono emiliano, abito a molta distanza da quella regione. Credo che però l’alta affluenza alle urne sia stata il motivo della sonora sconfitta di Salvini che è stata pesante (ma in Emilia!!) …..una forte reazione democratica e popolare contro una campagna elettorale condotta nel modo più indegno possibile (ma del resto cosa ti vuoi aspettare da un reazionario?) , seminando odio e paura, criminalizzando intere comunità. Certo , non mi faccio illusioni: la Lega è resterà forte, la destra è maggioritaria nel paese, amministra la gran parte delle regioni. Ed ero e resto distantissimo dal PD non credendo affatto in una sua mutazione genetica a sinistra e socialista. E’ una forza organica all’attuale modello economico e sociale (ma come, con diverse declinazioni è la Lega). Ma lo schiaffo sonoro a Salvini ci voleva.

Certamente la situazione in Italia resterà incerta e confusa per molto tempo, ma credo che le elezioni anticipate si allontanino. Poi avremo modo di approfondire meglio , a mente più fredda. Resta a sinistra del PD un vasto e potenziale spazio aperto che certo una sinistra ribellistica e veterocomunista radicalmente minoritaria nella visione non potrà mai coprire ed è destinata alla piena estinzione. Come ci sarà da riflettere sul destino del 5s (che non ho mai amato).Il problema è che alla sinistra del PD c’è un potenziale spazio per una sinistra socialista alla Sanders e Corbyn , critica del “pensiero unico” e critica del capitalismo nella sua forma odierna. Il problema è di individuare le soggettività e costruire una cultura politica organica , cose notoriamente non facile nel bailamme di questo maledetto paese.

Giuseppe Giudice

La Sinistra rimetta al centro il conflitto, il lavoro, la questione sociale. di P. P. Caserta

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Quanti hanno a cuore oggi la ricostruzione di una sinistra che sia terza e autonoma dovrebbero stare attenti a non finire nel tritacarne neoliberale del movimentismo post-ideologico.

È un rischio sempre incombente, lo abbiamo visto con il M5S, lo stiamo vedendo con le sardine (anche se tra i due movimenti ci sono sia assonanze che differenze) e lo vedremo, credo, ancora in forme nuove. Non si tratta di disprezzare nessuno, ma solo di capire che non si può pensare di affidare ai movimenti post-ideologici il lavoro che è nostro. Non solo questo, in realtà. Tra le braccia di questi movimenti sono finite e finiscono molte delle speranze dei delusi della sinistra. Bisogna, allora, trovare il modo di rendere chiaro che un vasto coinvolgimento di massa non rende un movimento popolare nello scopo. I movimenti post-ideologici, figli della ritirata e della disintermediazione della politica, sono elitisti nell’essenza. Non c’è bisogno di alcuna dietrologia per affermare questo, è più che sufficiente leggerne le premesse reali. Sono movimenti organici alla polarizzazione del dibattito ideologico da tempo in essere, che riduce l”alternativa” alla falsa scelta tra un blocco nazional-populista e uno elitista, in un gioco di specchi, di legittimazione reciproca, che deve escludere una politica popolare.

Si risponde decostruendo i movimenti ma si risponde, soprattutto, essendo sinistra oltre i nominalismi, tornando nei luoghi del conflitto, mettendo al centro il Lavoro e la questione sociale, lavorando, in connessione con le migliori realtà nella scena internazionale, alla costruzione di una sinistra né populista né elitista, ma popolare ed eco-socialista.

Il fatto che la sinistra debba tornare nei luoghi del conflitto non significa che debba tornare semplicemente nei vecchi luoghi. Occorre, invece, leggere i nuovi luoghi e le nuove forme del conflitto, che è sempre in primo luogo il conflitto tra Capitale e lavoro e le cui forme mutano nel tempo. In effetti, a me pare che l’errore qui sia stato duplice: a volte la sinistra ha abbandonato i luoghi del conflitto, persino il tema del conflitto. In altri casi è tornata nei vecchi luoghi del conflitto, ma non vi ha trovato quasi più nessuno, mentre altrove, nei luoghi nuovi, la sofferenza e il risentimento crescevano, e altri avanzavano per intercettarli, rappresentarli e canalizzarli.

Questi due errori corrispondono approssimativamente alla pseudo-sinistra neoliberista e alla sinistra vetero-comunista nelle sue forme più sclerotizzate. Anche per questo c’è bisogno del Socialismo, che ha la cultura di non irrigidirsi in formule interpretative definitive e chiuse della realtà sociale. 

Il conflitto si è spostato. Le nuove forme del conflitto non sostituiscono le vecchie, vi si aggiungono. Da questo non si può prescindere e occorre riprendere il filo.

Pier Paolo Caserta

“Conflitto di classe” e “lotta di classe”. di P. P. Caserta

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Pier Paolo Caserta

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A sinistra del PD, come è noto, c’è il vuoto. Ora, poiché il PD non è sinistra, ne dovrebbe conseguire, per via di sillogismo, che la sinistra è ridotta a vuoto, al Nulla.

La Sinistra è nichilista? Autolesionista?

In primissimo luogo, non c’è sinistra senza visione conflittualistica della società.

Se, almeno in Italia (anche altrove non mancano le difficoltà ma va un po’ meglio), da un punto di vista politico la sinistra è nulla, significa che non c’è nessuno o quasi capace di farsi interprete di  una visione conflittualistica, di far propria una visione conflittualistica in modo adeguato ai tempi.

Capita che qualcuno mi rimproveri, anche da sinistra, di parlare “ancora” di lotta di classe, sarei antico. Hanno ragione e hanno torto. In realtà penso si debba distinguere tra “conflitto di classe” e “lotta di classe”. Il conflitto di classe è nelle cose, è un dato, è nella società, c’è sempre, in ogni epoca, in forma specifica, e la nostra epoca non fa eccezione. La lotta di classe è, invece, il risultato della decisione consapevole di farsi carico del conflitto di classe, per affrontarlo. Perciò hanno ragione e hanno torto. Hanno torto perché il conflitto di classe esiste eccome, hanno ragione perché la lotta di classe è stata addormentata, deviata, con un’efficacia forse senza precedenti. La sinistra che non risponde su questo piano è una sinistra che si adatta, che si lascia incantare, sedurre, sviare, che si conforma e si annulla nel conformismo (compreso l’anti-salvinismo), che si assottiglia e si spegne mentre rincorre appena qualche sbiadito feticcio.

Pier Paolo Caserta

Io resto con Corbyn e Mc Donnell. di G. Giudice

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Giudice Giuseppe

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Perché sono socialisti veri. Sono compagni seri perché hanno saputo fare una seria autocritica, Sono pienamente disponibili a farsi da parte, ma hanno dichiarato che il loro dovere è garantire che la nuova classe dirigente dovrà garantire la continuità del programma (che resta , soprattutto in una fase come questa, il più avanzato ed organico progetto per la sinistra e per la rifondazione del socialismo democratico vero (che è rottura con la le derive neoliberali dei vari establishment socialdemocratici europei (che hanno prodotto una forte caduta dei loro consensi).

Del resto, da un sondaggio la maggior parte della popolazione apprezza i vari punti di quel programma. “non siamo stati in grado , però, dice lo stesso Corbyn , di trasformare quel consenso sociale, in un consenso maggioritario al nostro partito (che comunque ha preso più di 10 milioni di voti. Ed ha anche indicato i motivi di questa mancata trasformazione. Dalla proposta (che lui stesso ha dovuto sorbire) di un secondo referendum sulla Brexit, alla difficoltà di recuperare un rapporto con quelle aree che sono state colpite dalla desertificazione industrale, che, come dice Corbyn, fu il frutto di una precisa volontà politica , già negli anni ’80, da parte della Thatcher (ed accettata poi da Blair) di puntare tutto sulla finanziarizzazione dell’economia. E comunque , rimando alla lettura dell’artcolo, del senso di impotenza di queste popolazioni che hanno subito un profondo rifiuto delle politica.

Del resto viste dall’interno , le cose sono molto più complesse da come sono viste in Italia. E come non dimenticare la campagna martellante contro la dirigenza del Labour con le risibili accuse di “bolscevismo” , antisemitismo e via discorrendo. Sulla UE. Corbyn , in diverse interviste , ha sempre espresso la sua profonda criticità verso la UE, vista come fonte delle politiche neoliberiste, di austerità e contestato la subalternità delle socialdemocrazie a tali impostazioni. Lui voleva infatti una Brexit che mantenesse l’unione doganale (insomma la vecchia Cee) e rifiutasse le regole del mercato unico.

Sappiamo che, anche tra i suoi sostenitori, come Nomentum , che comunque ha svolto un prezioso lavoro presso i giovani precari del nuovo proletariato del terziario, si voleva un ritorno nella UE nell’illusione che una vittoria laburista potesse innescare un processo di riforma profonda della UE stessa. Comunque c’è da dire che tra il 60% dei giovano dai trentacinque anni in giù ha votato Labour. E non è cosa da poco. E davanti a Johnson non vi saranno giorni tranquilli. Comunque spero ardentemente che la nuova dirigenza del Labour (e vi sono le condizioni per sperarlo) vada avanti lungo le linee indicate dal programma. Resta sempre un fondamentale punto di riferimento.

Giuseppe Giudice

Europa, la lezione delle elezioni spagnole. di P. Borioni

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s200_paolo.borioni

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Il Belgio rimasto, alcuni anni fa, senza governo e soluzioni politiche per lungo tempo poteva sembrare una patologia di una paese complesso, in cui la difficile convivenza fra fiamminghi e valloni spaccava in due tutte le famiglie politiche rendendo incerta ogni coalizione.

Il Belgio è solo l’avanguardia

La realtà, confermata quasi ovunque è che stavamo entrando allora in un’epoca in cui vacillano anche i sistemi partitici e le culture politiche più salde. La Spagna alla quarta elezione di fila senza esito, la Svezia governata in modo del tutto precario, la Germania in cui la Grande coalizione perde il 30% dei voti e quasi scompare da intere zone del paese, il UK in preda alla anarchia post-Brexit, l’Austria che consuma formule politiche in serie, la Francia oscillante fra stabilità maggioritaria e tumulti continui.

I due maggiori fattori sono la grande crisi economica di alcuni anni fa, abbinata alle dottrine economiche consustanziali alla odierna Ue: le società europee un tempo incamminate lungo la strada del rapporto stretto fra eguaglianza e mobilità sociale si stanno trasformando in società gerarchiche in arretramento.

Il “caso” portoghese

La positiva eccezione portoghese, non a caso, deriva dal “rimbalzo” posteriore a un’epoca di feroce austerità, che il governo socialista sostenuto dalla sinistra ha invertito, ricominciando (prudentemente) a redistribuire verso categorie collocate in basso. Ma è improbabile che a Costa sarà consentita la fase successiva: addurre la propria esperienza come la definitiva confutazione dei dogmi ordoliberali europei.

I socialdemocratici danesi

Anche in Danimarca sono i socialdemocratici a consentire un governo relativamente stabile, ma anche qui (pur in un quadro economicamente più che sano!) ciò è frutto di una strategia determinata a cambiare per esempio le politiche pensionistiche restrittive, la sperequazione fra comuni ricchi e poveri. Ma assieme a ciò per riconquistare i ceti operai persi verso il nazional-populismo il sindacato danese tiene duro contro un padronato che vuole risolvere ogni problema di mercato del lavoro importando nuova manodopera a basso costo, e la socialdemocrazia è pronta a cambiare gli aspetti più disumani e propagandistici della politica migratoria della destra, ma mantenendo regole restrittive. Il fine principe è “integrare i danesi di retroterra non occidentale” già presenti, non aprire a nuovi rifugiati o immigrati.

Se arretrano diritti e welfare

In Spagna il Psoe conferma che i socialisti hanno difficoltà evidenti, ma non sono più in crisi di altri. Perdono tre seggi, ma ne ottengono 120, il Partido Popular, pur avanzando di 11 seggi rimane distante a 87, aggiudicandosi molto meno di quanto perde l’altra destra (evanescente e nuovista) di Ciudadanos, che crolla da 40 a 10 seggi. Anche chi riteneva di essere la grande novità dominante, Podemos, perde ben 7 seggi (da a 42 a 35), il che solo in parte si spiega con la scissione dell’efebico, eloquente e fumosamente postmateriale Errejon, che con il suo Mas Paìs ottiene solo 3 seggi.

Avanza la destra di Vox

Ma la vera bomba spagnola è quella di Vox, un nazionalpopulismo che ben poco si differenzia da un fascismo franchista che dista solo 40 anni, dopo essere durato altri 40. Vox esplode: da 24 a 52 seggi, ma l’elemento centrale è l’intensità dell’accelerazione di un partito che a quanto leggiamo (da non esperti di cose iberiche) solo due anni fa non era presente in alcuna istituzione elettiva. Ciò eguaglia e forse sopravanza la prestazione che pareva imbattibile dell’estrema destra svedese (Sverigedemokraterna): assente dal parlamento tre legislature fa, oggi totalizza il 17%, nei sondaggi è seconda ad un punto dai socialdemocratici, e spacca la vecchia alleanza fra partiti liberal-conservatori borghesi che aveva governato fra 2006 e 2014.

Se arretrano diritti e welfare

Si obbietterà che in Spagna è la questione Catalana a rendere tutto più anomalo, ma il quadro generale sembra affermare ben di più. Senza contare che anche la Catalogna (così come il regionalismo differenziato Lombardo-Veneto) è dentro un contesto che, spaccando le società nazionali, provoca reazioni identitarie di vario tipo: le regioni più avanzate disdicono la solidarietà con quelle meno performanti, cercando così di rimanere nelle catene produttive europee del valore ai costi sempre più bassi che queste impongono.

Allo stesso modo le classi medie e operaie in difficoltà, a cui da decenni si è scolpito in testa che welfare, diritti e salari possono e devono solo arretrare, cercano almeno di escluderne “i nuovi” per non dividere con troppi ciò che hanno visto sempre più scarseggiare.

Il purgatorio della Lega

Sono questi gli elementi comuni di anomia, di incertezza, di imprevedibilità. Elementi crescenti. Ricordiamo che la nostra Lega ci ha messo 30 anni per raggiungere i livelli attuali. Nonostante Tangentopoli e, dal 1994, la scomparsa unica di un’intero sistema politico, essa ha dovuto attendere il disfarsi di una destra berlusconiana che, a vederla oggi, era qualcosa di diverso.

Si apriva ad elementi populistici (la personalità di Berlusconi, alcuni toni anti-meridionali della Lega nella fase di Bossi) ma al contempo accoglieva la “ex destra” di Fini in cammino sincero verso la normalizzazione, e si muniva largamente di una classe dirigente della “prima repubblica” tutt’altro che populista (Casini, Sacconi, Cicchitto, Pisanu) in comunicazione soprattutto con l’elettorato ancora schiettamente moderato, rimasto orfano del “pentapartito”.

L’accelerazione della Spagna

Oggi invece avanza ovunque una nuova destra che cavalca libera (è lei ad assorbire gli ex-moderati, non viceversa), e può farlo sia con nuovi partiti, sia conquistando quelli pluricentenari (i Tories britannici, i repubblicani in Usa).
A confronto con tutto ciò pare quindi che la
Spagna confermi una accelerazione inquietante verso qualcosa di più nudamente e schiettamente nazional-populista, di cui il nostro paese è parte.

Un fenomeno con differenziazioni e particolarità nazionali, regionali e locali, ma troppo esteso per essere risolto con gli aforismi autorazzisti alla Flaiano o alla Eco (il fascismo carattere nazionale, il “fascismo eterno”), con gli stereotipi antropologici (il welfare nordico generoso solo con chi è biondo e luterano) o con le nuove caricature sulla perfida Albione (gli inglesi posseduti da un destino imperiale extraeuropeo).

Rispetto per i patti costituzionali antifascisti

Occorre essere umili, tornare alla storia e vedere quali politiche e quali culture politiche rafforzano la democrazia, e quali le sono nocive. Tutto, come è ovvio, va adattato a tempi diversi, senza idoli e idealizzazioni. Ma sapendo che i mantra “da terza via” non risolvono: nessuna integrazione internazionale, europea o globale, regge se gerarchizza sistematicamente anziché includere programmaticamente, se non si riequilibra lasciando spazio alle democrazie nazionali. E se non rispetta i patti costituzionali antifascisti che esse si sono date all’epoca in cui la democrazia davvero avanzava.

Paolo Borioni

Articolo tratto dal sito Strisciarossa: http://www.strisciarossa.it/europa-la-lezione-delle-elezioni-spagnole/?fbclid=IwAR1cZZG7V1W9N1YLZEbiKe8lZwD2mAIPzgQJZZ_DzTzjWnJz5OY-mXCB0Pw

Liberi e libere. Uguali. Lo dice la Costituzione, di M. Foroni

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Basso e Nenni

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Come ci ha indicato Piero Grasso nel suo primo intervento di alcuni giorni fa, un Programma politico si definisce (e non può non definirsi), in un punto solo, quale quadro di riferimento. Unico, essenziale, imprescindibile. Questo:

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

E` compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.”

E’ l’articolo 3 della Costituzione, l’articolo di Lelio Basso, socialista, antifascista. E’ l’articolo principio fondamentale della nostra Costituzione democratica, nel quale i costituenti ci indicano le vie.

La via dell’uguaglianza tra le persone, cittadine e cittadini; la via della libertà, spirituale e materiale; la via della giustizia sociale, dello stato sociale di diritto, nella abolizione delle differenze tra le categorie di cittadini; la via dell’internazionalismo, perché l’Italia fa parte del sistema internazionale di protezione dei diritti dell’uomo.

L’articolo 3 è il portato dei valori che si richiamano alla Rivoluzione francese del 1789 (Liberté, égalité et fraternité) e sono propri della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. E’ il principio che afferma l’ uguaglianza formale (tutti i cittadini e le cittadine sono uguali davanti alla legge, nonché titolari dei medesimi diritti e doveri) e quello, ben più pregnante, della uguaglianza sostanziale mirante a rimuovere le differenze di fatto o le posizioni di svantaggio sociale, attraverso le azioni che ne devono conseguire.

Questo il quadro di Programma di riferimento. Da conseguire con l’azione di governo e legislativa del Parlamento, adottando con le idonee politiche economiche, industriali, fiscali, di welfare (scuola, sanità, lavoro, previdenza, servizi sociali).

Azione legislativa che va espressa attraverso quelle azioni positive atte a rimuovere le discriminazioni di genere, nell’adeguare continuamente il quadro dei diritti e dei doveri all’evoluzione economica e sociale del Paese. Attraverso il canone della ragionevolezza, come indicato dalla giurisprudenza della Corte Costituzionale, vero cuore del principio di uguaglianza, i divieti di discriminazioni sono stati estesi agli orientamenti sessuali, all’appartenenza ad una minoranza, all’handicap fisico, all’età.

Il principio di uguaglianza esprime la democrazia compiuta, attraverso la sovranità del popolo. Al quale non appartiene il “potere” (come ben avevano presente i costituenti, nel prevenire possibili derive populistiche) ma, in quanto organo costituzionale (come ci insegnò Paolo Barile), appartiene la sovranità “che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione” (articolo 1).

Liberi e libere. Uguali. Come ci hanno indicato i costituenti. Per una società più giusta.

Marco Foroni

Appello ai socialisti che si tengono fuori dal Psi, di M. Molinari

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Maurizio Molinari

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Se vi è una critica che io, con molti altri, ho rivolto alla politica dell’attuale gruppo dirigente del PSI e’ quella di essere appiattiti sulla politica del PD e troppo ossequienti verso il loro segretario Renzi un segretario ormai inviso a troppi per supponenza , arroganza e superficialità ( chissà se andrà nelle zone terremotate a a parlare di casa Italia, sembrava cosa fatta).
Guardate pero’ che la frantumazione a sinistra del PD, non e’ meno arrogante , superficiale e antisocialista del PD,sono spezzoni di movimenti, ad essere gentili,che hanno come il PD tagliato i ponti con il loro passato, ripudiato la cornice culturale che ne tracciava i limiti ideali, nel contempo incapaci di creare un muovo progetto politico, rifugiandosi in un generico progressismo, invocando un centrosinistra, formula da noi creata nel lontano 1963, che ha finito la sua spinta rinnovatrice a fine anni 80, 30 anni fa.

Voi ora dite che volete influenzare, rendere piu’ riformista quella maionese impazzita che e’ la sinistra al PD, un progetto neanche tanto originale, visto che era lo stesso di quanti aderirono PD e si e’ visto come e’ finita. Mi dite, di grazia, che differenza esiste tra il cercare candidature nel PD e cercarle in Art.1 MDP e simili ?

Se unendo i vari circoli partitini e associazioni che si dicono socialisti (sono decine in Italia) ci si sente tanto forti da influenzare in senso socialista il Pd o altri soggetti di sinistra, tanto piu’ saremmo in grado di influenzare , dare nuovo slancio e un nuovo progetto politico al nostro partito, perche’ non rientrare e riiscriversi, se il partito in Sicilia e’ in mano a Vizzini e Oddo e ci possono non soddisfare nella loro conduzione, lottiamo nell’interno per cambiare, nulla potra’ cambiare se i compagni e le compagne critici verso la conduzione del partito saranno lasciati soli.
Questo non significa , non allearsi, non fare liste insieme ad altre forze ma con un confronto con pari dignita, dove deve essere preminente il carattere socialista, ben visibile la partecipazione del partito non di gruppi sparsi.

Non sta a me entrare nel merito delle scelte circa le prossime regionali io sono di Torino, ma l’ invito e l’appello che vi faccio e quello che facciate ogni sforzo possibile perche’ i socialisti siciliani affrontino unitariamente la prossima sfida elettorale, se ciò sarà possibile il socialismo avrà vinto, differentemente avremo perso tutti. Scusate , lungi da me il voler dare consigli o lezioni , ma volevo esprimervi , con franchezza, quella che e’ una mia grande preoccupazione, a 70 anni e 47 di militanza vorrei rivedere il mio partito a dibattere al suo interno, anche con asprezza, ma tornare unito a difendere i ceti deboli che da 125 anni e’ la sua missione, meditiamo compagne/i la sinistra o tornerà ad essere socialista o semplicemente non esisterà.

Maurizio Molinari