classe operaia

L’opposizione al green pass non può e non deve diventare la madre di tutte le battaglie. di P. P. Caserta

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Così proprio non va. Sono del parere che le modalità applicative del green pass e in generale la gestione politica della crisi pandemica siano criticabili da molti punti di vista. Considero deprecabile, come ho detto più volte, il modo in cui il sistema informativo criminalizza i non vaccinati in assenza di obbligo vaccinale e sono disgustato dall’autorizzazione pubblica a riversare disprezzo sui non vaccinati, insensatamente e strumentalmente equiparati a “no-vax”, in assenza di obbligo vaccinale.

Detto e ribadito ciò, sono convinto che non sia e non debba diventare, quella contro il green pass, la madre di tutte le battaglie. Occorre, questo sì, vigilare per arginare nuovi arretramenti sui diritti del Lavoro e dei lavoratori. Il rischio che l’emergenza diventi il piano inclinato per normalizzare una sottrazione di diritti esiste sempre. Ma occorre, soprattutto, guardare oltre il contingente. Bisogna occuparsi dei nodi strutturali e, nella misura in cui mancano massa critica e capacità organizzativa, porsi il problema di come intraprendere un percorso efficace per poterle riottenere. Occorre porsi in relazione con la crisi pandemica, con i cambiamenti complessi che ha prodotto e con gli interessi che ha promosso. Altrimenti ci si condanna ad una visione di cortissimo respiro e si finisce per essere risucchiati in una agenda setting incardinata intorno a falsi problemi. e false opposizioni. Anche sul fronte del lavoro, non è chiaro che i pericoli maggiori vengano oggi da una misura probabilmente limitata nel tempo come il green-pass (e se dovesse essere proseguita, allora ci si dovrà attivare seriamente).

Chissà che i pericoli più gravi per i lavoratori non vengano dai lavoratori stessi. Qualche giorno fa ho letto un sondaggio secondo il quale una percentuale elevata di lavoratori (non ho conservato traccia e non sono dunque in grado di citare con esattezza) sarebbe oggi disposta a rinunciare a una quota della propria retribuzione per non tornare in ufficio e continuare a lavorare da casa. Ho incrociato diverse notizie e sondaggi di questo tipo. Mi sembra chiaro che, quando sono commissionate proprio da alcune grandi aziende, queste indagini servono non a raccogliere opinioni ma a preparare il terreno. Anche nel mondo della scuola, nel quale lavoro, non sono pochi i docenti che sarebbero disposti a continuare a svolgere a distanza gli incontri collegiali oltre la data del 31 dicembre ad oggi fissata per la fine dello stato di emergenza. Questa disposizione mi sembra più pericolosa del green pass. La pandemia ha cambiato le carte in tavola e molti lavoratori sembrano disposti a cedere spontaneamente diritti e sottrarre spazio alla relazione pur di poter stare più “comodi”. Il lavoro a distanza, smart per alcuni, ha conquistato durante la pandemia un vasto terreno sul quale è cresciuto a dismisura il radicamento degli interessi delle grandi multinazionali digitali, che non potranno essere ricacciati indietro da un giorno all’altro. Quali strumenti e quale visione abbiamo per combattere su questo terreno? Quali risposte sappiamo mettere in campo? L’atteggiamento migliore è opporsi frontalmente al lavoro a distanza o entrare nella logica della sua inevitabilità per ridefinire i termini della tutela dei diritti? Sono domande alla quali occorre rispondere evidentemente a partire da una analisi articolata dei cambiamenti intervenuti.

I rischi maggiori per il lavoro provengono dal green pass o dall’egemonia del Capitalismo digitale, che la pandemia non ha inventato ma ha ulteriormente accresciuto? E non è forse vero che questa egemonia raccoglie il suo frutto più pieno nel momento in cui sono proprio i lavoratori ad essere pronti a rinunciare a una parte del loro stipendio, alla socializzazione in ambiente di lavoro, ai diritti? Non sarebbe, forse, qualora venisse tradotto in atto in modo sistematico, stato raggiunto il risultato più compiuto dell’alienazione, se questa viene ricercata dai lavoratori stessi? Sono stato fortemente contrario alla schiaffo che il governo volle rifilare al personale scolastico, categoria vaccinata quasi al 90% prima della campanella di inizio anno scolastico, imponendo un obbligo vaccinale obliquo, dal momento che né il governo né le multinazionali farmaceutiche intendono farsi carico degli eventuali effetti gravi imprevisti. È alla scuola che il ceto politico si rivolge per raccogliere consenso spicciolo e, in questo caso, anzitutto per distogliere l’attenzione dal nulla assoluto fatto da governo e ministero in un anno e mezzo di pandemia per affrontare i problemi strutturali (trasporti pubblici locali, classi sovraffollate, ricerca di nuove aule e nuovi spazi), una cui soluzione anche parziale avrebbe al contempo rappresentato, guarda caso, anche un efficace fattore di contenimento del contagio.

Tuttavia, non credo che il green pass sia la linea del fronte. Oltretutto, e viepiù in assenza, in Italia, di un grande partito del Lavoro e dei lavoratori che sappia interpretare, aggregare ma anche quando necessario riorientare le istanze di malessere e di cambiamento, bisogna realisticamente prendere atto che concentrandosi troppo sul green pass si rischia in concreto una insostenibile coabitazione con le forze reazionarie che si sono messe alla guida della protesta. Credo, dunque, che su questo terreno si esca orrmai sicuramente perdenti.

Per concentrarsi sui nodi strutturali, bisogna guardare direttamente agli interessi che la pandemia ha promosso e rafforzato e che l’attuale governo Draghi compiutamente esprime. E pertanto, dopo la corale manifestazione antifascista, che solleva anch’essa un problema di coabitazione con chi ha con l’antifascismo un rapporto per ben che vada nominalistico (ma per meglio dire strumentale e conveniente, avendolo usato per rilanciarsi), occorre porsi il problema di essere concretamente ed efficacemente antagonisti al governo Draghi e agli interessi di cui esso è la diretta traduzione politica. Mi fermo qui perché mi sono già molto dilungato, ma è un ragionamento aperto che conto di proseguire.

Pier Paolo Caserta

Fascisti sulla Terra. di G. Polo

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Sono partiti in duemila da piazza del Popolo a Corso d’Italia. Camminando con calma, in corteo, alla testa Roberto Fiore e Giuliano Castellino, i capi di Forza Nuova. Fascisti pregiudicati. Nessuno li ha fermati. In mezz’ora sono arrivati alla sede nazionale della Cgil – passando accanto a un paio di blindati delle forze dell’ordine – hanno sfondato le porte del sindacato, iniziando a rompere tutto. Un manipolo di carabinieri li guardava, lasciando fare. Coerenti con il motto del “noi tireremo dritto” hanno imboccato il corridoio di fronte all’ingresso, sono entrati nelle stanze dei redattori della casa editrice sindacale e hanno fatto l’unica cosa che sanno fare e che hanno sempre fatto, cent’anni fa come oggi: sfasciare ogni cosa, computer e scaffali, libri e quadri, scrivanie e sedie, trasformando il lavoro in macerie. Dalla Questura, nessuna reazione. Qualcuno è salito al quarto piano, voleva bruciare la porta dell’ufficio di Maurizio Landini. Un poliziotto infiltrato tra loro li ha convinti a lasciar perdere. Dopo quaranta minuti sono usciti, imboccando la strada per Palazzo Chigi con l’intenzione di farne una romana Capitol Hill. Lì sono stati fermati. A fatica, con i Palazzi del potere sotto assedio. Dicono che il centro della città era troppo intasato per permettere alla polizia d’intervenire rapidamente. Loro, invece, si sono mossi senza problemi. E nemmeno correndo, per ore. Forse Salvini qualche eredità al Viminale l’ha lasciata. Gridavano “libertà, libertà”, ed erano migliaia. I fascisti in testa, gli altri dietro. Gli “altri” chi? “Noi siamo il popolo”, scandivano. E certamente un pezzo di popolo sono. Quello che concepisce la libertà come una proprietà personale, di cui non deve rispondere a nessuno; soprattutto, di chi non la coniuga con la responsabilità, con il dovere di vivere insieme agli altri: “mi faccio gli affari miei”, nessuna interferenza. Egoismo assoluto. Radicato nella storia italiana dei sudditi mai cittadini, stimolato dal plebiscitarismo, eccitato dal sospetto per tutto ciò che è estraneo o che turba la “comunità degli atomi solitari”, un forestiero come un vaccino. La natura profonda della destra. In “basso” è la paura di perdersi negli altri cui si reagisce cercando di spaventare tutti gli altri. In “alto” è la demagogia populista o lo squadrismo fascista che trovano consenso e rappresentanza. In “mezzo” il lavoro come luogo dello scontro, perché è lì che si definisce la cittadinanza, anche dei tanti lavoratori che non si vogliono vaccinare.Ed è su questo che ci si batte, su questo si gioca la Costituzione, materiale e formale. Non un retorico dibattito sui “nostalgici”: la discrimine non è essere figli o meno del Ventennio, il punto di demarcazione è il fascismo di oggi. Quello in idee e azioni, in carne e ossa.

Gabriele Polo

pubblicato su Ytali.com

Israele – Palestina: due popoli due stati. Per raggiungere la pace l’Europa esca dal sogno dell’equidistanza. di A. Angeli

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Alberto Angeli | Comitato socialista per il NO

Nonostante il rinvio della Corte Suprema Israeliana, l’imminente sfratto di sei famiglie palestinesi che vivono nel quartiere di Sheikh Jarrah di Gerusalemme est, ha inizialmente scatenato duri scontri tra israeliani e palestinesi , fino a trasformarsi in un vero conflitto armato con Hamas, dando vita ad una spirale verso l’ennesima guerra. La causa del confitto sembra doversi attribuire ad una parola, che nella comunità ebraica americana, europea e del resto del mondo è sconosciuta, anche se si ratta di un termine evocativo poiché la parola “la Nakba, o “catastrofe” in arabo, riassume gli oltre 700.000 palestinesi che sono stati espulsi o sono fuggiti terrorizzati durante la fondazione di Israele. Nakba evoca le espulsioni che si sono susseguite da allora: i circa 300.000 palestinesi che Israele ha sfollato quando ha conquistato la Cisgiordania e la Striscia di Gaza nel 1967; i circa 250.000 palestinesi che non potevano tornare in Cisgiordania e a Gaza dopo che Israele aveva revocato i loro diritti di residenza tra il 1967 e il 1994; le centinaia di palestinesi scacciati e le cui case Israele ha demolito solo nel 2020. Gli sfratti di Gerusalemme est sono stati quindi il combustibile che ha portato all’esasperazione la popolazione palestinese contro un modello autoritario di espulsione vecchio quanto Israele stesso.

Evidentemente, la parola : Nakba, diffusa tra i palestinesi che ne conoscono il significato terribile per il loro popolo, non è così terribile per gli ebrei per i quali questa parola: “la Nakba” è legata indissolubilmente alla creazione dello Stato di Israele. Dalle dodici tribù alla nascita del sionismo 1897, dal 1929 sotto l’influenza Inglese e fino al 1947 anno della deliberazione dell’ONU a favore della creazione di uno Stato Ebraico, storicamente il problema della convivenza di questi due popoli costituisce una ignominia della incapacità delle potenze mondiali a dare una soluzione definitiva al problema di due popoli due stati. Il nodo del problema che rende problematica e difficile la soluzione è dato dal peso demografico che vede i palestinesi prevalere, senza ovviamente ignorare un’altra verità, anch’essa di impedimento a trovare una soluzione: gli interessi geopolitici ( e petroliferi ) in cui il ruolo di Israele è fondamentale per i giochi in atto tra le grandi potenze America, Russia, Cina e i Principati arabi come contorno. Infatti, senza l’espulsione di massa dei palestinesi nel 1948, i leader sionisti non avrebbero avuto né la terra né la capacità di accogliere gli ebrei sparsi per il mondo nella misura necessaria a creare uno stato ebraico forte e autorevole come lo conosciamo.

Per disinnescare questa miccia, che rimane sempre accesa e pronta a trasmettere l’input all’esplosione, è necessario immaginare e mettere in calendario un altro tipo di politica da parte di Israele, in cui centrale diventi una disponibilità a ragionare su un programma in cui prevalente diventi l’idea di considerare i palestinesi cittadini uguali, con pari diritti e doveri, quindi non più una minaccia demografica che, per molte ragioni ormai, costituisce oggi solo un pretesto utile alla destra Israeliana e alla parte retrograda dei Rabbini , per mantenere uno stato di tensione e di continua attesa di una guerra ( non più solo di Jhavè ebraico ). Una parte considerevole di Ebrei, e con essi molti intellettuali, sono dell’avviso che occorra trovare una soluzione rapida al problema della convivenza e disporsi anche alla creazione di due stai e due popoli. Infatti, molti di essi trovano al quanto ironico che da parte della destra Israeliana e rabbinica si insista sull’aspettativa che i palestinesi abbandonino l’idea o la speranza di tornare in patria, questo perché nessuno popolo nella storia umana ha dimostrato tanto attaccamento e ostinazione per un ritorno alla propria terra quanto lo sono stati gli Ebrei. E questo desiderio va avanti da oltre 2000 anni. Per cui non si può chiedere ad un altro popolo, che possiede gli stessi diritti di abbandonare ogni speranza o pretesa a insediarsi sulla terra dei suoi avi. “Dopo essere stato esiliato con la forza dalla loro terra”, proclama la Dichiarazione d’Indipendenza di Israele , “il popolo ha mantenuto fede ad essa per tutta la sua dispersione”. Se l’impegno a superare l’esilio è sacro per gli ebrei, come possiamo condannare i palestinesi perché si battono per realizzare la stessa cosa?

Non dobbiamo esser sprovveduti, non significa che l’eventuale ritorno dei rifugiati sarebbe un processo semplice, sappiamo quanto è lungo il procedere della giustizia. Insomma, Israele non deve portare avanti il proposito di fare di Gerusalemme una città ebraica; rifiutandosi di affrontare la Nakba del 1948, il governo israeliano e i suoi alleati, USA,UE, ma anche l’ONU, si assumono la grave responsabilità della continuità che la Nakba continui. C’è al proposito un bellissimo fatto riguardo al modo diverso con cui i cittadini guardano al problema, lo ha scritto George Bisharat, un professore di diritto palestinese-americano, a proposito della casa a Gerusalemme che suo nonno aveva costruito e di cui era stato derubato dagli Israeliani. Infatti, un ex soldato israeliano che lì aveva vissuto lo contattò inaspettatamente. “Mi dispiace, ero cieco. Quello che abbiamo fatto è sbagliato, ma io vi ho partecipato e non posso negarlo”, ha detto l’ex soldato quando si sono incontrati, e poi ha aggiunto: “Devo alla tua famiglia diversi mesi di affitto”. Bisharat in seguito scrisse che sentiva di doversi ispirare nei suoi comportamenti all’umanità israeliana. “Proprio quella risposta, scritta con il cuore e la speranza, è ciò che Israele deve mettere in atto per riunirsi con i palestinesi”, così da recuperare la grande saggezza dei palestinesi e la loro buona volontà per trasformare le relazioni tra i due popoli”. Due popoli, due stati. Da qui passa la pace e la forza della ragione per una convivenza che possa essere esempio per tutti.

Alberto Angeli

La sfida del XXI secolo: realizzare il Socialismo per combattere i nuovi poteri economici. di G. Martinelli e A. Angeli

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Il XX secolo terminò con un drammatico interrogativo sul destino dell’idea socialista, sulla quale ormai è diventato un luogo comune affermarne la crisi d’identità e di rappresentanza della sinistra politica quale sintesi del riformismo e del progresso. Molte sono state le tesi che agli inizi del III° millennio presagirono “ la fine del socialismo come rappresentante della sinistra ”. A dare una qualche fondatezza a quelle tesi sono gli avvenimenti del XX secolo che segnarono una svolta nella storia della sinistra mondiale e italiana: la caduta del muro di Berlino nel 1989, la fine del PCI e la nascita del PDS nel febbraio 1991 e del Comunismo Sovietico dicembre 1991. Tuttavia, i processi sociali e politici che si sono susseguiti nel tempo hanno portato in superficie una realtà che rappresenta tutt’altra cosa rispetto ai segnali, questi si profetici, di quelle tesi deterministiche sulle quali si misurava la coincidenza della fine del socialismo con la crisi della sinistra Europea, poiché mentre coincideva con la fine del comunismo , non poteva darsi per scontato che a questa crisi seguisse quella del socialismo democratico europeo dato che, appunto, non aveva alcuna attinenza con la crisi del marxleinilismo. E infatti il socialismo Europeo mantiene tuttora una presenza politica a partitica e di governance in molti Paesi dell’Europa, una identità che però ha subito una metamorfosi fino a patire una trasfigurazione identitaria e politica degli ideali socialisti, con l’archiviazione del pensiero rivoluzionario e anticapitalistico, sostituendolo con un distopico sogno di rifondazione di un socialismo liberale del XXI secolo, come sta avvenendo in Italia. E qui s’impone un’altra precisazione: è totalmente sbagliato attribuire a un fenomeno naturale o al destino cinico e baro la destrutturazione dell’ideale socialista, conseguenza di una metamorfosi identitaria e di prospettiva politica, che si è concretizzata nell’abbandono della sua vocazione genetica di alternativa al capitalismo per identificarsi in una politica liberal-borghese e di collaborazione con il potere economico e finanziario, e scoprire così di ritrovarsi nell’indistinto processo politico in cui destra e sinistra si annullano in un indeterminismo sociale a vantaggio dei populisti e sovranisti. E’ questa curvatura politica che determina per la sinistra la perdita del sostegno elettorale del mondo del lavoro, degli esclusi, di chi subisce le diseguaglianze prodotte dalla globalizzazione, che sembra inarrestabile in molti Paesi, ma, per quanto c’interessa qui rilevare, soprattutto in Italia. Ed è in questa frattura che si inserisce il populismo con la manipolazione dei temi sensibili: lavoro, reddito, sicurezza, immigrazione, ambiente, politica Europea, ruolo dell’Euro, fino a spingersi ad una messa in discussione del parlamento, della democrazia, dell’antifascismo Costituzionale. L’economista Shoshana Zuboff afferma nel suo ultimo lavoro: “ogni vaccino inizia con un’attenta conoscenza della malattia nemica”, e per il socialismo la malattia sono le nuove forme di sfruttamento e di condizionamento delle libertà individuali e collettive e l’antidoto, il vaccino contro la malattia del nuovo capitalismo moderno è il socialismo, anche se, certamente, occorre un laboratorio in cui approfondire la ricerca di queste nuove forme patologiche con le quali si manifesta la malattia, e non solo perché siamo nel XXI secolo, ma perché il socialismo rimane oggi l’unica e ultima risposta.

Gabriele Martinelli e Alberto Angeli

I 50 anni de “Il Manifesto” di G. Benvenuto

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50 anni di storia della sinistra sono racchiusi nella “memoria” della esperienza de Il Manifesto e questo basterebbe per un augurio di buon compleanno. È stata una lunga stagione di confronti anche accesi, di scontri culturali e politici talvolta duri ma sempre di spessore, mentre l’uscita de Il Manifesto “obbligava” chi faceva vita sindacale a documentarsi su quanto vi era scritto anche a prezzo di solenni arrabbiature. Ma era comunque sempre uno scenario nel quale ci si muoveva da “compagni”. E questo confronto rifletteva un mondo variegato della sinistra vitale, aperto, combattivo, pronto comunque a scommettere e lottare per un cambiamento.

La data è nota: il primo numero del quotidiano uscì il 28 aprile 1971. Ci si era appena lasciati alle spalle le grandi lotte dell’Autunno caldo. Si stava scivolando verso un periodo di restaurazione politica, annunciato dalla famosa e tragica strategia della tensione, con le elezioni del 1972. In quella occasione si registrò il fallimento di proposte politiche nuove a sinistra, molto innovative, come l’Mpl di Labor e, appunto, Il Manifesto. Esperienze che avevano un tratto in comune che oggi siamo portati a sottovalutare: ruppero due monolitismi, quello del voto dei cattolici destinato immancabilmente alla Dc, quello del centralismo del Pci che aveva generato la “cacciata” dei fondatori de Il Manifesto. In quel momento persero, ma in realtà avevano dimostrato che quel modo di intendere la politica non reggeva più, era superato. Ed ebbero, storicamente, ragione.

Quella data, il 29 aprile, suscita in chi ha militato nel sindacato dell’industria suggestioni ancora forti. Due anni prima, nel 1968, nasceva la piattaforma contrattuale dei metalmeccanici, unitaria e sancita poi da una consultazione di massa come mai si era vista, che apriva una stagione fondamentale di conquiste contrattuali volte a restituire dignità e diritti ai lavoratori. In quel periodo il gruppo de Il Manifesto, da Rossana Rossanda a Luciana Castellina, da Aldo Natoli a Valentino Parlato, da Luigi Pintor a Lucio Magri e tanti altri, era già una delle anime più vivaci del risveglio sociale e politico che attraversava la nostra società, dagli studenti agli operai.

E divenne presto una realtà che otteneva grande simpatia nel mondo sindacale e non solo perché… vittima dell’ultima condanna di frazionismo nel Pci. Ma anche perché si sforzava di cogliere quegli aspetti di novità che già erano presenti nelle lotte operaie e nelle manifestazioni studentesche presentando il conto ad una politica, ad un costume, ad un modo di pensare che ormai appariva anacronistico rispetto alla evoluzione del Paese.

Quando uscì Il Manifesto quotidiano nella Flm appena costituita divenne subito di casa. Sporgeva da molte tasche dei sindacalisti, ma era soprattutto oggetto di discussione sui tavoli delle riunioni appassionate di quel tempo. Quel gruppo poteva, ed aveva, idee diverse dal riformismo sindacale e politico ma si esprimeva con una passione ed una curiosità verso i nuovi fenomeni dell’Italia di allora che lo rendeva comunque vicino alla sensibilità di una parte consistente del movimento sindacale, ovvero quella più determinata a realizzare il sogno dell’unità. Unità sindacale che sembrava a portata di mano ma che poi, come si sa, rifluì nella costituzione della Federazione unitaria Cgil, Cisl, Uil.

Il Manifesto si propose nel periodo nel quale la stampa sindacale acquisiva per merito di tanti bravi giornalisti un rilievo ed una attenzione mai avuta prima di allora. Si andò ben oltre le pagine di cronaca nelle quali i grandi media dell’epoca confinavano scioperi e contratti. Il Manifesto partecipò attivamente a questa opera di rinnovamento del giornalismo, anche sul piano del linguaggio. E divenne una scuola di giornalismo controcorrente, molto attenta all’evoluzione sociale, come dovrebbe fare sempre una sinistra che non vuol perdere il contatto con la realtà.

Giorgio Benvenuto

(Presidente della Fondazione Bruno Buozzi)

50 anni manifesti. di G. Polo

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Oggi il manifesto compie 50 anni. Si dice che a questa età ognuno abbia la faccia che si merita. Nel caso valga anche per un giornale, il manifesto ha raffigurato a lungo quella di un’intelligente eresia comunista. Almeno finché è esistita una “chiesa” da rivoluzionare o riformare. E sotto quella faccia un corpo di donne e uomini uniti in una storia d’amore collettiva, ardente e litigiosa. Almeno finché sono riusciti a nutrirla di una passione comune.

Nato negli anni dell’assalto al cielo come una forma originale della politica, questo giornale forse non è mai diventato un progetto compiuto, ma è sempre rimasto – aggiornando l’eresia originaria – ben dentro la società e il suo “movimento reale”, uno specchio della sinistra, di quel che è stata o dovrebbe essere, nel bene e nel male.

Negli anni Ottanta è stato anche una zattera che ha raccolto tanti protagonisti del decennio precedente. A molti ha dato un’ancora di pensiero critico, a qualcuno di noi il privilegio raro di trasformare in lavoro le proprie convinzioni. E un mestiere, formando una generazione di giornalisti che deve molto di ciò che è a questo giornale, a chi lo ha fondato e nutrito. Militanti dell’informazione, dicevamo. Per tenere insieme mezzi e fini: un quotidiano comunista.

A lungo ci si è poi dovuti arrangiare con il mondo che andava in direzione opposta: il mezzo diventava via via più concreto del fine, la faccia aggiornava grafica e tecnologie, il corpo cambiava con il correre del tempo. Aggiungendo nuove culture e appartenenze a quelle originarie. Una ricchezza, testimoniata da centinaia d’inserti e supplementi; una complicazione, anche, visibile nella “federazione delle pagine”, creativa quanto disorganica. La realtà cambiava e non come avremmo voluto, il capitale frammentava storie e persone, il lavoro veniva ridotto a merce precaria, la sinistra si divideva tra abdicazioni, rinunce, chiusure. E noi specchio del nostro mondo – per fortuna – delle diversità crescenti tra i nostri compagni e lettori, unici veri nostri padroni. Ma sempre alla ricerca della contaminazione tra generi e linguaggi, politicizzando il racconto per ricostruire un patrimonio comune. Dall’informazione alla formazione, questo è stato lo sforzo. Perché ci insegnavano che si può essere partigiani senza diventare settari, restare aperti e cambiare mantenendo le proprie identità, apprendere dall’accoglienza per farne un comune campo di appartenenza. La politica, insomma.

Un collettivo, dicevamo, molto più che una redazione o una cooperativa. E per questo capace non solo di pubblicare un giornale, ma di indire assemblee, concerti, seminari, persino manifestazioni, come quando – il 25 aprile del 1994 – la rappresentanza politica appariva annichilita dalla berlusconiana nuova autobiografia della nazione.

Di questo percorso collettivo siamo vissuti, nel discorso pubblico come nelle nostre regole democratiche. Cercando coerenza tra enunciazioni e pratiche, per poter serenamente tirare le fila ogni giorno da un punto di vista alternativo alle leggi del capitale. E fissarlo in un articolo o nella bellezza dei titoli nutriti dalla nostra faticosa struttura orizzontale. Alla base di tutto, condizione essenziale, c’è stato il privilegio di essere liberi. Anche di gestire direzioni collettive violando la sacralità del direttore unico – in genere maschio – che segna ancor oggi il mondo dell’informazione.

Liberi anche economicamente, naturalmente. Perché il nostro vero nemico di sempre è stato il mercato con le sue leggi; una condizione materiale, prima che una convinzione ideologica. Di cui abbiamo pagato il prezzo. Perché quando non sono più bastati né gli stipendi austeri e sempre in ritardo, né la generosità dei lettori – le tante sottoscrizioni, cene, numeri speciali a prezzi esorbitanti – la nostra stessa libertà si è ristretta, mentre si desertificava quella del Paese e del mondo. Così il mezzo è diventato il fine, tutto si riassumeva nella sopravvivenza del giornale, a qualunque costo. Il racconto si è spoliticizzato, le contaminazioni evaporate, la comunicazione tra noi ogni giorno più difficile, persino le diversità generazionali sono diventate un problema. Così per continuare a vivere il manifesto ha rinunciato a una parte di sé, per molti un’amputazione dolorosa.

Ma del resto per tenere in vita una storia d’amore bisogna volerlo in due. Almeno in due.

Gabriele Polo

25 aprile 1945: ora e sempre Resistenza. di R. Giuliani

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Nella lotta nazionale di popolo rinasce con la CGIL unitaria il sindacato italiano, ancora oggi grande ed insostituibile protagonista sociale a tutela dei lavoratori.

A sessanta anni di distanza, la Resistenza conserva inalterato il suo profondo significato di spartiacque politico ed ideale della storia dell’Italia contemporanea. Ad alimentare la funzione svolta in questa direzione dalla guerra di liberazione nazionale, non concorre solo il fatto che con essa si pone termine al ventennale periodo di dittatura fascista e si avvia a compimento la costruzione del nuovo stato democratico e repubblicano. Altrettanto decisiva, infatti, è la natura dei processi che la caratterizzano, dandole insieme la forma di prima guerra veramente popolare nella storia del paese e di prima occasione specifica per il ritrovato ruolo di direzione politica esercitato dal movimento operaio dopo gli anni della dittatura.

Gli scioperi operai del marzo del 1943 e lo sciopero insurrezionale della primavera del 1945 diventano, pertanto, i termini concreti entro cui si definisce, svolgendosi in tutta la sua complessità, la maturazione di questi processi, destinati ad influenzare non solo l’esito della guerra di liberazione, ma anche la nascita del nuovo stato e del sistema politico che gli corrisponde. Al di là di tutto questo, i fenomeni di disgregazione delle basi di massa del regime fascista, se sono il segno distintivo della Resistenza, hanno la loro genesi in tempi più remoti, e precisamente affondano le radici nelle contraddizioni crescenti incontrate dalla società italiana all’indomani della grande crisi del 1929. E’ qui infatti che si avvia la intensa stagione di lotte che, come un ricorrente filo rosso, segna le vicende del regime nel corso degli anni trenta. Ed è qui anche che prende corpo quella politica di riconversioni radicali dei settori produttivi e finanziari dell’economia nazionale che, imponendo nuove e decisive contraddizioni, finisce per trascinare il paese nella politica di guerra del fascismo: all’occupazione dell’Etiopia prima, all’intervento nella guerra civile spagnola, più tardi, ed infine all’apertura delle ostilità contro la Francia e l’Inghilterra, dichiarata il 10 giugno 1940, che segna l’ingresso nel vortice della seconda guerra mondiale.

Anche in quest’ultimo senso, la Resistenza si configura come il momento storico nel quale giungono a maturazione spinte sociali e politiche diverse, le quali, filtrate da anni di lotta di opposizione clandestina, trovano il loro punto di equilibrio nel deciso rifiuto di tutta intera l’esperienza fascista e, come tali, si pongono alla base dei nuovi istituti e dei nuovi organismi dell’Italia democratica. Per il movimento sindacale questo richiamo è ancora più significativo, giacchè esso rinasce nelle lotte sociali che accompagnano la Resistenza, ricevendone impronte ed influenze destinate a caratterizzare il suo ruolo e la sua azione negli anni successivi.

Con gli scioperi del marzo 1943 si compiva un intero ciclo di lotte iniziato nell’autunno 1942. “Pace, pane e libertà” le parole d’ordine contro lo sfruttamento, contro il fascismo e contro la guerra. Con il “Patto di Roma” rinasce il sindacato, la CGIL unitaria voluta da Di Vittorio, Grandi e Lizzadri. Ne diviene leader Bruno Buozzi, socialista, che per la lunga e coerente milizia poteva dirsi il simbolo stesso della tradizione di classe del sindacalismo italiano.

Buozzi verrà ucciso dai nazisti in fuga da Roma nella notte tra il 3 ed il 4 giugno del 1944 pagando così con la vita il suo fermo impegno in favore della causa dei lavoratori.

Rino Giuliani

Lo sciopero Amazon ripropone la centralità strategica di questo strumento di lotta nella scuola come altrove. di F. Cannizzaro

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Oggi 22 marzo 2021 è in fase di realizzazione il primo sciopero globale delle lavoratrici e dei lavoratori del colosso dell’e-commerce Amazon.

Da più parti e giustamente si è ribadito che questa mobilitazione, senza precedenti, è stata pensata ed organizzata per affermare pienamente i diritti di chi lavora per questa multinazionale

Tra gli obiettivi, anche in Italia, ci sono: la riduzione dei carichi di lavoro, migliori condizioni di sicurezza e la stabilizzazione dei precari.

Ci consola, in tal prospettiva, che a sostenere i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori siano scesi in campo le Federazioni di categoria di CGIL, CISL, UIL, affiancate anche da altre organizzazioni sindacali.

Ovviamente il nostro auspicio è quello che lo SCIOPERO riesca e serva a definire una nuova, diversa stagione nel modo in cui, in Italia come altrove, Amazon tratta i lavoratori, cosa che permetterà se così fosse, di definire relazioni sindacali reali e durature.

Da parte nostra, Noi tutti, possiamo sostenere questi lavoratori, quste lavoratrici astenendoci, almeno nella giornata di oggi, dal fare acquisti su Amazon.

Permettetemi a margine di questo utile, doveroso richiamo alla solidarietà con i lavoratori e le lavoratrici di Amazon di ricordare a noi tutti che le prassi adottate da quel colosso globale del commercio su Internet non sono solo o tanto un’eccezione ma rischiano in concreto nel Mondo, e anche in Italia, di divenire un “paradigma” di riferimento.

Ovvero esiste la possibilità reale che si assista ad una AMAZONIZZAZIONE nelle e delle relazioni tra datori e lavoratori.

Di fronte a questa possibilità tutt’altro che ipotetica è nostro dovere esigere che i nostri sindacati, le organizzazioni categoriali e/o confederali a cui ognuno di noi aderisce contrastino queste logiche.

Può e deve inoltre fare riflettere, ad esempio, che la piattaforma che rappresenta in Italia le richieste di questi lavoratori e lavoratrici ponga al centro della mobilitazione temi tra i quali: la riduzione dei carichi di lavoro, migliori condizioni di sicurezza e la stabilizzazione dei precari.

Temi che non differiscono di molto da quelli che contribuiscono a fare parte di tante delle necessità dei lavoratori di questo Paese non esclusi noi del comparto #Scuola o #Istruzione che dir si voglia.

Questa “convergenza” deve farci riflettere tutti su un dato fondante e fondamentale ovvero che questi ed altri risultati possono essere ottenuti solo se saremo in grado anche noi, al pari dei lavoratori di Amazon, di prassi di #mobilitazione e #vertenzializzazione dei bisogni anche se si dovesse passare per lo strumento, organizzato, articolato e ben pianificato, dello SCIOPERO.

Ci chiediamo: le nostre Federazioni di categoria, le nostre Confederazioni avranno altrettanta attenzione e coscienza di questa necessità?

Fabio Cannizzaro

Pacatamente, serenamente, addio CGIL. di C. Baldini

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“Complimenti sinceri a Enrico Letta per le idee e il programma alla base della sua elezione a segretario del Partito democratico”. Lo dichiara il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini.

“La Cgil, aggiunge il segretario del sindacato di Corso Italia, è interessata ad un confronto programmatico e considera necessario un nuovo modello sociale e di sviluppo sostenibile, fondato sul lavoro dì qualità e non precario”. “Questo è il modo, prosegue Landini, per dare speranze e futuro ai giovani, e affermare una nuova cultura inclusiva e solidale che assume la parità e la differenza di genere. Ed è molto importante che nel quadro politico si apra una nuova fase capace di ricostruire un rapporto profondo tra la politica, il mondo del lavoro e il Paese, con tutte le forze sociali”. “E’ questo il modo migliore, conclude il numero uno della Cgil, per affermare i valori e i principi della nostra Carta costituzionale e costruire una vera Europa sociale e del lavoro”.

Occorre capire che la Cgil è profondamente mutata seguendo la politica. Molti di noi pensavano che Maurizio Landini continuasse il ruolo che aveva mantenuto in Fiom. Ma non era possibile. Cgil non è più il sindacato dei militanti della sinistra, semplicemente perché la sinistra è poca e quindi non fa tessere. Nel complesso, viene fuori dall’Istat, che tra i cigiellini, il Pd, soprattutto nello SPI, che ha ancora qualcuno di sinistra radicale, che resta per agevolazioni nelle dichiarazioni dei redditi, mantiene la maggioranza col 58%, ma il 38,4% dei tesserati all’ultima tornata elettorale europea si è diviso tra il Carroccio (18,5%) e i Cinque Stelle (19,9%), facendo registrare un travaso dai grillini alla Lega rispetto alle ultime politiche. Prima i pentastellati tra gli iscritti al sindacato rosso avevano raggiunto il 33%, mentre la Lega si era fermata al 10. In questo puzzle ci sta tutta la fiducia che dava Camusso al PD e che entusiasticamente offre Landini al potere liberista che governa. Va anche sottolineato come Cgil sia un grande sindacato che, come il PD, gode di una eredità che viene da lontano e che viene sventolata nelle celebrazioni.

Intendiamoci, non c’è paragone con gli altri due in onestà, capacità, organizzazione. Sempre più lontana però dai conflitti del reale : ex ILVA, Whirlpool, Texprint, ecc.. dalle lotte per l’ambiente, ma anche Cgil non parla più di sfruttamento, di salari da fame, ha firmato un contratto metalmeccanici ridicolo, se non fosse tragico. Però Cgil ha una forza nel volontariato dello SPI. Un capillare volontariato di assistenza sul territorio, per caf, consulenze, badanti ecc… Dove, se sei tesserato, spendi poco e sei seguito bene. Se non sei del club, ovviamente, spendi di più. Certo, si potrebbe dare lavoro a qualche disoccupato, ma ciò vale per molto volontariato in Italia.

E niente, il mondo è questo, o ti adegui e lo servi o fai la fine di Cristo, la gente continua a preferire il mondo dei Barabba,forse perché assomiglia ai Barabba. 71 anni di responsabilità e militanza faticose che non rinnego, ma non servono più, roba da vecchi.

Dal coordinamento chimici della Brianza, a segretario Sgs Fairchild, già dirigente Ricerca&Sviluppo, persino negli anni americani al MIT a Boston non lasciavo cadere occasione di discussione. Non è stata una passeggiata sostenere questo sindacato, quando i dirigenti erano Snals. Caro Landini ti avrebbe fatto bene capire chi sono questi a cui tu elargisci endorsment. Poi a scuola sempre in trincea, collaborando con Roberta e contro i parafascisti dell’università. Altro che le sardine dall’università al PD.

Una tessera è un impegno per chi la tiene in borsa e per chi la firma. Io ho cambiato modi, metodi di militanza. Voi avete cambiato valori. La mia amarezza è senza fine, mi censurano pure nel gruppo fb ‘Io sto con la Cgil’. Pure da questo uscirò, perché io non sto in un gruppo organo di propaganda PD e frammenti. Penso che l’anno prossimo manterrò la tessera del club per le agevolazioni, ma cercherò intanto un sindacato che difenda i deboli e che conosca ancora il valore delle parole anticapitalismo, antisfruttamento, lotta di classe.

Addio Di Vittorio, ciao babbo Fiom, ti ricorderò sempre, ma non tra chi ti ha tradito.

Claudia Baldini

Cento anni fa (14 febbraio 1921) nasceva Raniero Panzieri. di U. Signorelli

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Fu uno degli esponenti di una sinistra socialista originale , molto lontana da quella “grigia” di Vecchietti e Valori. Tant’è , che pur essendo contrarissimo al centrosinistra non aderì mai al PSIUP.

A dispetto di ciò che gli fu attribuito, non si considerò mai operaista – termine fatto proprio da Tronti e Negri (con i quali ruppe , poco prima di morire). Panzieri, dopo il 1960 rinunziò a tutti gli incarichi nel PSI. Eppure era stato responsabile cultura del PSI, condirettore di Mondo Operaio (ma di fatto direttore). Morandi lo inviò a fare il segretario regionale siciliano del PSI negli anni 50, diresse le lotte contadine e dei minatori, meritandosi l’elogio di Nenni.

La sua grande capacità di unire l’approfondimento teorico con la presenza e la guida nelle lotte, ne fanno un personaggio raro. Panzieri risente molto dell’influenza di Morandi, ma soprattutto del Morandi ante-1946. Quello del socialismo libertario e dei consigli di gestione. Ma era molto interessato al dibattito che si svolgeva oltre le Alpi. Soprattutto in Francia con la rivista “Socialisme ou barbarie”, uno dei punti fermi di una critica da sinistra al socialismo reale. Di qui il suo approfondimento sul tema della non neutralità dell’uso delle macchine, rispetto ai “rapporti di produzione” , a vedere nel Capitale una opera di sociologia. La ripulitura di Marx dall’heghelismo. Il tutto sfocia nel discorso sui “contropoteri” come via per giungere all’autogestione socialista fino a raggiungere la stessa autogestione del Piano. Queste idee sono certo da collocarsi in un certo contesto storico che è quello del neocapitalismo degli anni 60. Ma vi sono delle suggestioni che poi hanno ispirato in parte le lotte dei lavoratori a cavallo tra la fine degli anni 60 e l’inizio dei 70. La lotta non solo per gli aumenti salariali, ma anche per modificare l’organizzazione del lavoro.

Riccardo Lombardi integrò parte del Panzieri dei contropoteri nel suo schema del “riformismo rivoluzionario”, dopo il 68. E se ne servì per dare forza al superamento di una visione economicista e produttivista del socialismo. Panzieri , il cui pensiero è rimasto incompiuto per la morte prematura a soli 43 anni, il 9 Ottobre 1964, rappresenta comunque una delle personalità più affascinanti del socialismo italiano del dopoguerra.

Ho avuto la grande opportunità e fortuna di conoscere Raniero Panzieri nella disadorna Federazione PSI di Biella negli anni 1962/63, frequentavo la 1° liceo classico e Raniero teneva lezioni su Marx e Rosa Luxemburg personalmente, o mandava Emilio Agazzi. Erano letture collettive del Capitale, dispense, discussioni ed io ero affascinato e intimidito dalla Sua immensa cultura e semplicità.

Segretario della Federazione era Pino Ferraris e attorno a lui c’erano Franco Ramella, Clemente Ciocchetti ed altri che avevano fondato i “Circoli di nuova resistenza” che Raniero convinse a trasformare in “Centri studi marxisti”.

L’ultima volta che vidi Panzieri gli dissi che avrei fatto giurisprudenza a Torino e che avrei voluto continuare quelle lezioni con Lui, mi diede il Suo numero telefonico e mi disse di chiamarlo se andavo a Torino dove mi stabilii nel 1965, un anno dopo la Sua immatura e rimpianta scomparsa. Vittorio Rieser, ancora iscritto al PSI, mi confermò che Raniero, con il quale aveva collaborato, quando morì era ancora iscritto al PSI e così anche altri Compagni Socialisti che avevano continuato a frequentarLo. Anni dopo conobbi la moglie di Raniero e parlando mi confermò che era morto con la tessera in tasca del PSI che a Torino lo aveva lasciato solo.

Raniero non era solo di un’onestà intellettuale cristallina, ma era anche di una coerenza profondissima per cui preferiva avere torto dentro il Partito piuttosto che ragione fuori di esso e, ribadisco, come Riccardo Lombardi, è morto con la tessera del PSI in tasca. Questa è la vera Storia di vita vissuta e non quella di fatti dedotti per comodità da storici revisionisti di destra o di sinistra.

Ulisse Signorelli