Il prezzo del social, di C. Baldini

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Dopo anni di ‘non pensiamoci’, abbiamo scoperto l’acqua calda: abbiamo dovuto cedere la privacy per accedere al mondo virtuale. Le leggi, i regolamenti, i contratti ci sono sempre stati, ma quanti si sono letti 100 pagine di cavilli in inglese?

E poi ancora più bella, la retorica del consenso all’utilizzo dei propri dati, pena il mancato utilizzo del programma che vogliamo utilizzare.
A tutti poi capita di accettare , ignorandolo, il seguente, insulso messaggio: «Questo sito si serve dei cookie di Google per l’erogazione dei servizi, la personalizzazione degli annunci e l’analisi del traffico. Le informazioni sul tuo utilizzo del sito sono condivise con Google. Se prosegui la navigazione acconsenti all’utilizzo dei cookie». Cos’è mai se non l’avvertimento di una profilazione? Ed è su questi ricatti normatizzati che è cresciuta la sostanziale impunità di un sistema fondato sulla totale e irreversibile mancanza di dimensione privata dei suoi iscritti.

E’ evidente che dopo lo scandalo Cambridge Analytica “qualcosa” dovrà cambiare perché la politica, pur contando sempre di meno, non può rinunciare a dar segno di vita. Pertanto stanno per scattare nuove leggi col proposito di vincolare i colossi che mangiano privacy e di tutelare la sfera privata dei cittadini-utenti; il problema è capire se e quanto risolvano davvero queste norme, posto che le aziende sono bravissime a superarle ogni volta con un tasso di innovazione sempre più spinto, che svuota le normative, rivolta a un passato che, anche se vecchio di pochi mesi, appare già remoto.

D’altronde da Obama a Casaleggio tutti hanno utilizzato ed utilizzano i nostri profili, per vincere, per vendere, per guadagnare.
E che cosa sono i Social network se non società private, ma che costituiscono una nuova infrastruttura pubblica su cui si muovono interessi economici oltre al dibattito pubblico?
Quando entri, non paghi un biglietto, ma lasci la carta d’identità della tua anima, a disposizione di tutti.

Ma è ancora possibile lasciare in mano ai privati della Silicon Valley, senza alcuna regolamentazione, la gestione di questa infrastruttura? La datacrazia, cioè il potere di processare i dati e il loro utilizzo, è una materia che pone fondamentali dubbi e angosce

Pensiamo alla politica
La figura dello statista è stata sostituita da quella del politico artificiale, prodotto in laboratorio dagli spin doctor che studiano gli algoritmi, analizzano i big data, pesano i sondaggi, sondano il web, contano i follower, carpiscono gli umori dell’opinione pubblica per convertirli prima in like e poi in voti sonanti.

Ma è legittimo pensare che una politica i cui interpreti sono costruiti a tavolino non può avere più la statura necessaria per sedere a tavoli ben più importanti. Una politica la cui missione primaria è divenuta intercettare i byte e rincorrere il click, perde la sua stessa ragion d’essere, ed è condannata all’obsolescenza programmata.Ed infatti è la desolazione intorno a noi

Intanto a lamentarsi delle procedure ambigue e “criminose” di Facebook siamo noi, i due miliardi di umani che vivono in Facebook. Adesso è di moda l’hashtag “fuori da Facebook” (lanciato dal cofondatore di WhatsApp, Brian Acton, in sospetto malanimo verso Zuckerberg). Ma nessuno ne uscirà mai, perché le nostre relazioni, i nostri contatti, il nostro stesso lavoro sta incatenato lì dentro e il padrone di casa lo sa.
Sa che, passata la bufera, tutti si adegueranno fingendo di credere a nuove tutele che non esisteranno mai (anzi). Per questo può permettersi di mentire quando parla di «sbagli che non dovranno più accadere»: se vuol dire ai suoi di farsi più furbi, allora è credibile, ma se intende che ha scoperto la sacralità dei profili dei suoi utenti, allora fa ridere. Frattanto, appare minacciato da nuove leggi e nuove multe che potrebbero portargli via 1,6 miliardi.

Ma, più che le ritorsioni della politica, è il tanto vituperato mercato a fare giustizia: in poche ore dallo scandalo Cambridge Analytica che lo coinvolge, Zuckerberg s’è fumato 60 miliardi di capitalizzazione in Borsa. Una bella sberla, ma il ragazzo è perfettamente in grado di assorbirla, visto che il titolo, dopo alcune incertezze iniziali, stava sotto i 50 dollari nel 2013 e il 20 marzo ha chiuso a 168,15 dollari e secondo alcuni analisti può arrivare fino a 250 dollari. Che vuoi che sia una multa da un paio di miliardini, subito spalmata?

Certo, nuovi profili giuridici dopo un casino come questo non potranno mancare; ma saranno leggi di facciata, perché come fa la politica a imporre leggi efficaci a qualcuno dal quale dipende e che può crescere solo senza le leggi che lo limitano?
Domanda a noi: accettiamo di essere usati?
Questo è ciò su cui io sto meditando.

Claudia Baldini

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