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Appunti per un dibattito più serio sul MES. di V. F. Russo

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Vincenzo Russo

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Il MES (meccanismo per la stabilità dell’Eurozona, alias, fondo salva Stati) nasce nel 2010 come evoluzione della EFSF (strumento per la stabilità finanziaria europea) per offrire assistenza finanziaria sulla base di un emendamento all’art. 136 del TFUE (Trattato sul funzionamento dell’Unione europea). Questo dice che i Paesi membri PM dell’Eurozona “possono attivare il meccanismo se indispensabile per la salvaguardia della stabilità dell’eurozona nel suo insieme e che la necessaria assistenza finanziaria richiesta sarà assoggettata a precisa condizionalità”.

Chiariamo subito che la missione fondamentale del MES è garantire la stabilità finanziaria dell’area euro nel suo insieme e che stabilizzazione finanziaria non significa quella del ciclo economico che resta compito delle politiche economiche dei Paesi Membri (PM). La dotazione iniziale di risorse da prestare ai PM che lo richiedano fu fissata in 500 miliardi ed è stata incrementata successivamente.

L’art. 12 prevede le condizionalità che il MES può collegare alle due principali linee di credito attivabili su richiesta di un PM in difficoltà: a)  le PCCL (Precautionary Conditioned Credit Line), che comportano una condizionalità attenuata; e linee di credito rafforzate, ECCL (Enhanced Conditions Credit Line), dove la condizionalità è relativamente maggiore ma sempre concordata nel Memorandum d’intesa.

L’art. 13 prevede i termini della condizionalità che sono concordati all’interno di un Memorandum di intesa tra il paese richiedente assistenza e il MES anche attraverso le c.d. Clausole di azione collettiva a suo tempo fissate dall’Eurogruppo il 28-11-2010. La procedura di richiesta di assistenza da parte degli PM scatta dopo che si sia accertata l’esistenza di un rischio per la stabilità dell’area euro o di uno o più PM. È prevista anche la possibilità di partecipazione del Fondo monetario internazionale FMI in ragione della sua storica esperienza in materia.

L’art. 14 prevede la precautionary financial assistance, ossia, l’assistenza finanziaria precauzionale tesa a prevenire le crisi che, se non affrontate tempestivamente, di norma, portano alla perdita dell’accesso ai mercati finanziari come è successo alla Grecia. Il programma di assistenza preventiva viene elaborato dal Consiglio e dal Direttore del MES sulla base di un Report preparato dalla Commissione europea. Dopo un primo utilizzo delle risorse (prestito oppure il ricavo di un acquisto di titoli del DP (debito pubblico) emessi dal PM richiedente nel mercato primario) il MES d’intesa con la Commissione europea e con la BCE decidono se la linea di credito aperta è sufficiente per continuare oppure se occorre attivare altri strumenti di assistenza finanziaria. Credo che anche da questa sintesi dell’art 14 emerge chiaramente come l’alternativa proposta da alcuni critici del MES (BCE si MES no) è mal posta e infondata. La BCE è comunque coinvolta. Il MES interviene con operazioni analoghe che fa la BCE. Ma c’è di più, senza un intervento preliminare del MES, la BCE non potrebbe attivare le Outright Monetary Transactions OMT che prevedono acquisti illimitati di titoli del debito pubblico di PM in difficoltà nonostante i primi interventi del MES.   È coinvolta soprattutto la Commissione che è organo di governo che deve prevenire i rischi di crisi sistemiche della stabilità dell’Eurozona innescati da uno o più PM per motivi diversi, cause simmetriche e asimmetriche.  Rebus sic stantibus, il rifiuto di avvalersi degli strumenti di assistenza del MES sarebbe un suicidio.

L’Art. 15 prevede l’utilizzo di linee di credito attivabili dal MES per la ricapitalizzazione di istituzioni finanziarie dei PM. Questi prestiti vengono concessi seguendo la stessa procedura riassunta nell’art. 14: Memorandum d’intesa tra MES e PM richiedenti a seguito di un Report della Commissione europea.

L’art. 16 è rubricato come prestiti (diretti) del MES ed è probabilmente l’articolo che i suoi contestatori hanno in mente quando attaccano questa istituzione. Non lo dicono perché molti di loro non hanno letto il Trattato e parlano per sentito dire. Ai sensi dell’art. 16 il MES offre i suoi prestiti in cambio di programmi di aggiustamenti macro-economici concordati nel Memorandum d’intesa definito anche questo sulla base di un Report della Commissione europea che, di noma, propone le famigerate riforme strutturali. È questa la odiata condizionalità che esponenti dell’opposizione non vogliono trascurando che squilibri macroeconomici nei conti pubblici, nella bilancia dei pagamenti, prima o poi, creano rischi di instabilità non solo per il paese che li ha causati o subiti ma anche per l’area euro nel suo insieme. Trascurando che nella Commissione e nello stesso Board del MES e della BCE ogni PM ha i suoi rappresentanti e che nel MES l’Italia, come la Francia e la Germania, ha potere di veto in ragione dell’entità della sua quota di partecipazione e del suo voto per i casi di particolare urgenza. Trascurando che in una istituzione sovranazionale e anche in uno Stato federale vero e proprio uno Stato federato non ottiene aiuti ad libitum senza alcuna condizionalità. Non pochi Italiani credono nelle favole e nella Fata Misericordiosa che li deve assistere comunque a prescindere da ogni valutazione di merito di credito. E’ noto che non pochi italiani sono creduloni e, per questo motivo, politici disinvolti dell’opposizione e anche del M5S hanno gioco facile a continuare ad ingannare i loro stessi elettori.  Chiusa la parentesi, ribadisco che questa appena descritta è la missione fondamentale del MES: assistenza finanziaria ai PM dell’Eurozona aprendo linee di   credito, acquistando titoli del debito pubblico emessi dai PM in difficoltà che ne fanno richiesta, offrendo direttamente prestiti ai sensi dell’art. 16 citato. Da ultimo il MES è stato autorizzato ad aprire una linea di credito per le spese sanitarie dirette ed indirette provocate dal Covid-19 ma per carità non solo l’opposizione ma neanche il governo vuole avvalersi di essa. 

Come previsto dall’art. 21 del Trattato, il MES si procura la liquidità per svolgere la sua missione emettendo titoli da piazzare nei mercati finanziari, indebitandosi con banche, con istituzioni finanziarie o “con altre persone o istituzioni” – sì proprio così. Detto in altre parole, a ben riflettere il ruolo del MES è quello di un Ufficio del Tesoro e/o del debito pubblico che fa quello che attualmente non possono fare la Commissione europea e la BCE. Se questo è vero, è del tutto infondata la demonizzazione che del MES si è fatta in Italia. Di certo, porta lo stigma del caso Grecia ma pochi sanno o ricordano che a prescrivere quelle operazioni non era il solo MES. Dietro e sopra di esso c’era la Troika formata da delegati della BCE, FMI e CE. E sappiamo ancora chi c’era dietro e sopra la stessa Troika: il Consiglio europeo e l’Eurogruppo.  E se l’Italia non avesse voluto il massacro della Grecia avrebbe potuto porre il veto. Ma non l’ha fatto.

Venendo brevemente alle questioni urgenti sul tavolo: come trovare le ingenti risorse per finanziare il rilancio della crescita che, in questa fase, si collega alla riconversione ecologica e alla digitalizzazione dell’economia, ai fabbisogni straordinari di finanziamento degli ammortizzatori sociali, allo sviluppo sostenibile, in sintesi, ai cosiddetti Recovery Bond ed ora anche ad un aggiuntivo e/o collaterale strumento di trasferimenti a fondo perduto, collegati al  QFP (Quadro finanziario poliennale)  non ancora approvato è stato posto e sollevato anche dalla Presidente della CE Ursula Von Der Leyen la questione di soluzioni ponte nel suo recente discorso davanti al PE. Se si dovesse prendere sul serio la proposta di una soluzione ponte non vedo altra soluzione “tempestiva” che l’utilizzo del MES che, nel giro di qualche mese, potrebbe essere autorizzato ad aprire nuove linee di credito previa emissione dei famigerati eurobond. Ogni altra soluzione rischia di slittare alla Primavera 2021 se non oltre.    

Ancora non sappiamo cosa significhi esattamente l’aggancio del Recovery Fund al QFP (non un vero bilancio come a disposizione di ogni governo di un paese centralizzato o decentralizzato). Secondo me, non significa granché o meglio può significare che il servizio del debito pubblico emesso dal Fondo sarà finanziato con i contributi dei PM al QFP – ancora non approvato. La cosa non cambia radicalmente rispetto al modo in cui viene finanziato il MES. Agganciare l’emissione di eurobond alla contestuale costituzione di una capacità fiscale all’interno del bilancio come alcuni propongono è proposta  fumosa per due motivi principali: 1) richiede tempi lunghi per raggiungere un accordo tra i PM pur in presenza di elaborate proposte di diversa consistenza e provenienza; 2) perché data l’entità delle risorse necessarie per la grande trasformazione e per uscire dalla recessione servono alcune migliaia di miliardi di euro e non vedo tributi propri che possano finanziare un tale livello di spesa pubblica. Ragionevolmente possono finanziare il servizio del nuovo debito pubblico da emettere. Ma data la natura delle spese da fare (a media e lunga produttività) è scelta obbligata ed equa ricorrere alla emissione di debito pubblico. 

Ho spiegato in miei interventi precedenti   che per come è finanziato il QFP non c’è solidarietà se non in termini minimi in relazioni ai fondi strutturali, regionali e in generale di coesione. Infatti, il QFP è costruito con il metodo dei saldi netti: ognuno contribuisce in base al PIL; poi cerca di riprendersi il massimo possibile riducendo la contribuzione netta. anche questa è concorrenza fiscale al ribasso.

L’altro modello, in una necessitata fase transitoria, è e resta quello del MES questo costruito sulla base del modello BCE; qual è allora la differenza? Agganciando il Recovery Fund al QFP avremmo un modello generale analogo a quello della BCE per interventi su shock simmetrici e asimmetrici; il MES resterebbe uno strumento speciale complementare e integrativo per correggere o combattere shock asimmetrici riguardanti uno o più PM con squilibri particolari sui conti pubblici, sul debito, nella sanità pubblica, ecc.

In Italia il MES è stato demonizzato dallo stesso governo Conte per via del dissenso interno alla stessa maggioranza di governo che ripetutamente ha dichiarato che non si avvarrà dei finanziamenti che potrebbe ricevere per le spese sanitarie dirette e indirette che ha dovuto effettuare a causa del Covid-19. Raffinati giuristi mettono in evidenza che la Commissione e la BCE sono istituzioni europee previste dai Trattati e quindi di diritto comunitario mentre il MES è una istituzione creata con un Trattato intergovernativo e quindi di diritto internazionale. Come economista osservo che gli obiettivi di politica economica perseguiti sono gli stessi anche il MES è istituzione europea in ragione della missione che gli è stata affidata.  E questa può riassumersi nel coordinamento delle politiche economiche e finanziarie che la Commissione non riesce a conseguire nonostante le norme del Patto di stabilità e crescita, del semestre europeo, del MES e quelle del Fiscal Compact di cui, a suo tempo, si è detto e scritto di peggio rispetto al MES.

Nella teoria della politica economica si sono sempre contrapposte due visioni di condotta pratica della stessa: regole o discrezionalità. I paesi egemoni dell’UE che non si fidano degli altri né di loro stessi hanno scelto di sviluppare le regolamentazioni più particolareggiate ma si scontrano con quelli che prendono sottogamba dette regole. Secondo studi e ricerche del FMI le regole elaborate direttamente nei Trattati e negli annessi regolamenti, direttive e raccomandazioni sono state sempre ampiamente violate e/o ignorate. Nel frattempo per via della globalizzazione e della piena libertà dei movimenti di capitale si sono sviluppate le società di rating che guidano gli investitori internazionali e valutano le prospettive di crescita dei vari paesi del mondo. In altre parole, si è sviluppata una certa funzione di monitoraggio (secondo alcuni di disciplina) dei mercati che, in qualche caso, essa è stata utilizzata a fini di lucro. Nella UE, alcuni governi egemoni hanno ammonito i PM poco propensi al rispetto delle regole concordate minacciando di lasciarli in preda a detta “disciplina dei mercati” ma neanche questa ha funzionato secondo le aspettative. La mia valutazione è che non è possibile elaborare regole scritte casistiche che prevedano tutti gli eventi futuri. Pochi avevano previsto l’arrivo della crisi dei mutui subprime e il suo diffondersi a livello mondiale nel 2008. Nessuno ha previsto l’arrivo del Covid-19.  Il senno di poi ci conferma che l’UE ha affrontato male e tardi la prima crisi. Adesso sta rispondendo meglio e più rapidamente alla Pandemia e alla recessione ma resta il fatto che l’assetto istituzionale e gli strumenti a disposizione sono inadeguati. Non abbiamo l’Unione bancaria, meno che mai un mercato unico dei capitali, non abbiamo un vero e proprio governo al centro in grado di svolgere una politica economica ad un tempo unitaria e debitamente articolata a livello continentale. Abbiamo un Parlamento europeo senza il potere sovrano di istituire tributi propri. Abbiamo al vertice un Consiglio europeo giano bifronte più attento agli interessi nazionali che a quelli europei. Va sostituito con un Senato federale eletto direttamente dai cittadini europei.  Anche i nuovi strumenti che sono stati proposti recentemente che segnano una significativa svolta nella direzione giusta restano insufficienti rispetto alla dimensione e complessità dei problemi da affrontare. PQM è urgente abbandonare la prevista Conferenza e riaprire il cantiere delle riforme istituzionali per passare ad un assetto di stampo più genuinamente federale. L’unica istituzione che può aprire una tale fase costituente è il Parlamento europeo. Ma sarà in grado di farlo?    

Vincenzo F. Russo

Tratto dal Blog personale dell’autore al link: http://enzorusso.blog/2020/05/25/appunti-per-un-dibattito-piu-serio-sul-mes/

Il paradosso di Keynes. di A. Angeli

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Non siamo ancora alla catastrofe, e tuttavia i segnali sono evidenti e incontrovertibili. Tutti gli indici economici sono al negativo e sicuramente nella immediata prospettiva, senza l’aiuto dell’Europa, con la quale dobbiamo trattare e concludere un accordo, ci troveremmo al default economico e sociale e nel breve volgere di tempo, costretti ad accettare un’austerity pesantissima o usciere dall’Europa, con tutte le immaginabili conseguenze sociali alle quali seguirebbero sicuramente ricadute sulla tenuta democratica del paese. Due dati: quello della disoccupazione e a seguire della domanda aggregata, scandiscono il tempo di questa crisi alla quale il governo può sopperire indebitandosi oltre ogni immaginazione, senza indugiare su MES si o MES no, una volta accertata la caduta di ogni condizionalità. D’altro canto, la crisi epidemica ha scansioni temporali di diffusione non coincidenti con le necessità del paese di riavviare la macchina produttiva,  e l’esperienza vissuta in questi sessanta giorni di lockdown ha spinto il paese ad adottare difese che hanno inciso fortemente su tutti i settori della produzione e quindi nella formazione della ricchezza.

Tuttavia, ora si tratta di ripartire e puntare alla ripresa, allo sviluppo della produzione e alla creazione della ricchezza, dentro un disegno e un progetto di sviluppo che porti il paese nella modernità, nella green economy, nella digitalizzazione, nei nuovi processi informatizzati, insomma nella società dei Big data. Le condizioni ci sono tutte. Infatti, una volta superata l’epidemia, sarà come se il paese dovesse ripartire da zero. Spetta quindi al governo dimostrare intelligenza e lungimiranza, proprio ora che l’Europa ha accantonato molti vincoli, deliberato sostegni finanziari di diverso tipo e natura, e sembra orienta ad adottare i recovey bond, dopo che sarà costituito il recovey fund; spetta, quindi, al governo e alle forze di maggioranza  dare prova di volontà, di lucidità, di coerenza. 

Tuttavia non dobbiamo nasconderci che ci sono ostacoli non indifferenti a trovare tutte le risorse  necessarie, questo perché  il governo  non ha messo a punto alcun progetto sia per la parte che riguarda la linea di sviluppo che intende seguire per la difesa delle aziende fondamentali e delicate per lo sviluppo del paese, che per quantificare lo stock di risorse finanziarie delle quali indicare presuntivamente il fabbisogno al fine di costruire un quadro macroeconomico affidabile e perseguibile.  Nel frattempo ci sarà l’imperativo categorico del lavoro che manca e della necessaria riorganizzazione del welfare, puntando convintamente al superamento della povertà, della precarietà, del lavoro nero o sottopagato, anche inventando un nuovo sistema di redistribuzione della ricchezza. Magari anche rivedendo gli astrusi strumenti finora messi in campo  ( quota cento, reddito cittadinanza, e tanto altro ) senza un significativo ritorno di  risultati sul fronte del lavoro e della diminuzione della povertà. Certo, questa non è la classica congiuntura economica, che si caratterizza per mancanza d’investimenti e disoccupazione. E’ qualcosa di più e, per l’ordine di grandezza del disastro economico, è di più difficile.   

Per questo un breve richiamo a Keynes, il quale aveva ben presente che, in antitesi a quanto ritenuto dai teorici a lui precedenti, la situazione d’insufficienza della domanda è un duraturo fenomeno di squilibrio tra risparmi e investimenti (pensiamo alle enormi disparità di reddito e all’abbondanza di ricchezza privata, pari questa a quattro volte il debito pubblico). Nella Teoria generale del 1936, scriveva: Se il Tesoro si mettesse a riempire di biglietti di banca vecchie bottiglie, le sotterrasse ad una profondità adatta in miniere di carbone abbandonate, e queste fossero riempite poi fino alla superficie con i rifiuti della città, e si lasciasse all’iniziativa privata… di scavar fuori di nuovo i biglietti…, non dovrebbe più esistere disoccupazione e, tenendo conto degli effetti secondari, il reddito reale e anche la ricchezza in capitale della collettività diverrebbero probabilmente assai maggiori di quanto sono attualmente”. Insomma, anche scavare buche, per poi riempirle, potrebbe essere di stimolo alla ripresa. Uscendo dalla metafora, si pensi alle difficoltà per la nostra agricoltura, la quale presto si troverà a fare i conti con la mancanza di manodopera per provvedere ai raccolti; si pensi alla formazione dei lavoratori, alla quale il paese dovrà ricorre nel breve tempo e che sarà giocoforza determinata dalla fase post covid19: trasporti, scuola, luoghi di lavoro, servizi, commercio, industrie, poiché il nuovo paradigma del lavoro sarà il distanziamento, la protezione, la salvaguardia della salute. E ciò comporterà una rivalutazione delle condizioni di lavoro e degli stessi processi, delle stesse procedure, del modello organizzativo.  Ecco, scavare buche per poi riempirle ci serve per capire che nessuno deve essere di peso, che il momento nel quale tutti siamo chiamati a dare il nostro contributo e a fare la nostra parte è ora. Altrimenti, nella buca, ci cadremo tutti.

Alberto Angeli

Preparare un’alternativa a questo Governo. di A. Angeli

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Alberto Angeli 2

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C’è del tragico, nella confusa strategia del Governo per il reperimento delle vitali risorse finanziarie con le quali affrontare l’emergenza e disegnare un orientamento, un orizzonte oltre il quale condurre il paese una volta superata questa difficile fase pandemica.  Aspettando Godot, cioè che Conte si svegli, La BCE, la Banca centrale europea,  il 12 marzo ha allargato di 120 miliardi di euro il suo piano di acquisti di titoli pubblici e privati tramite l’emissione di nuova moneta (il Quantitative easing, che era già in corso con l’obiettivo di comprare 240 miliardi di euro di titoli). Il 18 marzo, il piano di acquisti per il 2020, è stato rafforzato con un nuovo programma aggiuntivo da 750 miliardi. Il programma è stato anche reso più flessibile perché è stato slegato dall’obbligo di acquistare titoli di diversi Stati in proporzione alla loro presenza nel capitale della Bce: questo le ha permesso a marzo di acquistare 12 miliardi di titoli italiani e solo 2 miliardi di titoli tedeschi. Da qui alla fine dell’anno la Bce comprerà 220 miliardi di titoli italiani, tra Btp, obbligazioni private e altri titoli. Il fondo salva stati viene finanziato con 240 miliardi. Anche il MES è stato sdoganato per affrontare questa crisi pandemica, senza condizionalità per le spese sanitarie, ma respinto con sdegno da Conte e i 5Stelle. Da 4 anni le banche private possono ottenere denaro a tasso zero dalla Bce. Dal 12 marzo le regole patrimoniali sono state allentate per favorire l’aumento del credito.

Altri sostegni sono previsti a favore dei Prestiti concessi alle imprese da Bei e Comse, la Banca europea per gli investimenti, i cui azionisti sono tutti gli Stati dell’Unione europea, la quale ha proposto la creazione di un fondo da 25 miliardi che servirà a garantire prestiti alle imprese per 200 miliardi di euro. Stop al patto di stabilità dal 20 di marzo. Con questa decisione la Commissione europea ha deciso di applicare, per la prima volta nella sua storia, la “clausola di salvaguardia” prevista dall’articolo 107 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea. Utilizzo immediato dei fondi disponibili, per cui per l’Italia significa anticipare l’impiego dei 37 miliardi ancora disponibili nell’attuale bilancio 2014/2020 sul Fondo Europeo Sviluppo Regionale (FESR) e Fondo Sociale Europeo (FSE), che le regioni e alcuni ministeri dovranno spendere entro il 2023. Il 2 aprile la Commissione europea ha lanciato il programma SURE, un fondo europeo da 100 miliardi contro la disoccupazione. Il Fondo, attraverso 25 miliardi di garanzie volontarie degli Stati membri, proporzionate al loro Pil, permetterà di finanziare le “casse integrazioni” nazionali. Sempre la Commissione Europea raccoglierà risorse sui mercati emettendo un prototipo di Eurobond (con tripla A, quindi a tassi bassissimi), che saranno a disposizione dei Paesi che hanno bisogno di prestiti con scadenze a lungo termine, come il nostro paese. Oltre ai fondi strutturali e agli strumenti di debito la Commissione propone di ampliare l’ambito di applicazione del Fondo di solidarietà Ue (strumento di sostegno ai Paesi colpiti da calamità naturali), per aiutare gli Stati membri in questa circostanza eccezionale. La misura permetterà agli Stati membri colpiti più duramente di accedere a un sostegno supplementare per un importo che potrà toccare 800 milioni e che potrà essere ampliato.

La reazione di Conte, quasi imperturbabile e fredda: “Lotteremo fino alla fine per gli eurobond”. E sul Mes: “Non è adeguato, l’Italia non ne ha bisogno. Tanto per non mettere in difficoltà Di Maio. Per il resto del governo, silenzio.  Quindi, il governo si muove alla cieca, senza un piano e al buio. Cosi nessuno, proprio il nessuno omerico, sa quanti soldi serviranno per portare il paese fuori dalla crisi e quale sia il piano del Governo per fronteggiare l’emergenza e il piano di sviluppo per il dopo, nonostante l’inflazione delle commissioni speciali, costituite allo scopo di indagare sul sistema dell’universo infinito. Come l’asino di Buridano, Conte non sa scegliere e rischia di far morire il paese.  Non mancano certo le proposte, dalla patrimoniale estesa, partendo da una fascia di reddito di 80.000€, a quella di conteggiare il risparmio privato a diminuzione del debito pubblico che, secondo lo studio apparso sul Sole 24 Ore, consentirebbe di abbatterlo per il 25% della sua grandezza. O, ancora, rivolgersi ai risparmi privati depositati o in titoli, per un valore di circa di 1800 mld di euro, con l’emissione di un Btp ad hoc, denominato titolo salva Italia, per raccogliere poche decine di miliardi da rendere quando?, con quale interesse e per sostenere quale programma? Insomma, comunque si giri la frittata, è sempre al risparmio degli italiani verso cui  guarda e si orienta l’attenzione degli economisti sicuramene della scuola del pensatore Austriaco  Friedrich August von Hayek.  Altre strade sono possibili, ma non è questo il governo dal quale aspettarci una risposta all’altezza dei problemi e delle difficoltà. Spetterebbe al PD e alla sinistra riformista farsi carico di una proposta, un progetto, al quale legare l’emergenza e disegnare il dopo, dimostrando audacia, fierezza riformista sui temi e sulle politiche da sostenere e proporre all’Europa per il futuro dell’Italia, quale unica strada da seguire per indicare ai cittadini, ai lavoratori, ai giovani, una prospettiva credibile, coinvolgendoli nella preparazione, ciascuno secondo le sue capacità e le sue possibilità, perché sentano così di avere contribuito a renderla possibile.

Alberto Angeli

Sveglia! di S. Valentini

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Nella sostanza riscrivo un articolo che FB mi ha censurato. Voglio verificare se è così solerte di farlo di nuovo.

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In Italia dietro alle polemiche mascherine sì mascherine no, tamponi sì tamponi no, si nasconde una cruda verità: non abbiamo né mascherine, né tamponi e né sufficiente materiale sanitario, tra cui i ventilatori, per affrontare in modo adeguato l’emergenza drammatica della pandemia. L’elevato numero di morti è causato da questo terribile dato, oltre che da sottovalutazioni, carenze ed errori del nostro sistema sanitario, in particolare da quello lombardo, rispetto ad altri paesi europei come la Germania.

E’ solo responsabilità di questo Governo e delle Regioni? O non sono responsabili tutti i governi che in questi trent’anni si sono susseguiti nel Paese? Tutti hanno operato tagli alla sanità pubblica e impostato una politica di sua progressiva privatizzazione. La Lombardia di questo processo è uno degli esempi più evidenti.

Anche gli imprenditori non sono esenti da responsabilità. In questi anni hanno fatto la scelta di non produrre mascherini, tamponi e attrezzature sanitarie per fronteggiare una possibile pandemia che gli scienziati sostenevano che prima o poi sarebbe arrivata. Non lo hanno fatto in quanto i profitti di queste produzioni sono marginali: da queste produzioni non si ricavano lauti profitti. E la politica non solo non ha sollecitato tali produzioni ma addirittura ha sostenuto e coperto le scelte e le strategie dell’industria farmaceutica nella sua finalità esclusivamente di lucro. Così si è messo in discussione il primo diritto fondamentale dei cittadini: il diritto alla salute per tutti. Ora siamo costretti a importare la produzione di questi materiali sanitari dall’estero in quantitativi enormi ma è evidente che con la pandemia in atto anche la possibilità di garantirsi un numero sufficiente di questi materiali è oggi difficile e richiede tanto tempo.

Tutto il sistema con la pandemia scricchiola rischia di rotolare. Che fare? Allora avanti con la retorica. Restiamo, nonostante tutto, il paese dei poeti, dei navigatori ed ect. ect. Ma risorse sulla ricerca e sulla formazione zero! Il capitalismo italiano è – come insegna Gramsci – un capitalismo straccione. E la sua classe dirigente – e non mi riferisco solo ai politici, ma anche agli intellettuali, ai giornalisti, agli scienziati, spesso modesti poiché i migliori sono emigrati all’estero – è espressione di questo capitalismo che perpetua il suo dominio riproducendo l’antico divario, mai colmato, tra un nord sempre più nella sfera di influenza del capitale tedesco e di un sud abbandonato al suo destino. A riguardo i radicali di sinistra nostrani, spesso inconcludenti, che osteggiarono negli anni ’60 il giudizio di Giorgio Amendola sul capitalismo italiano oggi sorvolano su quel confronto e gli storici tacciono. Però con orgoglio tutti sostengono che il nostro sistema sanitario è tra i migliori del mondo e siamo la settima potenza mondiale! Ma se il coronavirus avesse avuto l’epicentro non in Lombardia ma in città come Napoli, Bari, Palermo o Cagliari, di che cosa staremmo a discutere oggi? Nella drammatica disgrazia l’Italia è stata pure fortunata.

Ora molto si discute e si polemizza sulla ripresa, in un Paese messo in ginocchio – e stava messo male anche prima della pandemia -. Si discute sulle risorse per fronteggiare l’emergenza economica e sociale e di come avviare la ripresa, sull’UE, sul ruolo della BCE, sul MES e sugli eurobond. Nonostante gli sforzi del Governo le risorse messe a disposizione sono del tutto insufficienti e date spesso a pioggia, senza un vero piano per fronteggiare l’emergenza sociale. A questo proposito la lettera inviata a tutti i prefetti dal Ministro degli Interni un po’ m’inquieta. Che occorra fare molta attenzione al rischio di penetrazioni mafiose è un giusto allarme, penso per città come Roma, Napoli, Palermo, ma anche per città come Milano. Ma che il Ministro parli nella lettera anche di gruppi estremistici che potrebbero far leva sul grave disagio sociale per creare problemi mi lascia molto perplesso. A chi si riferisce? A gruppi fascisti? Allora lo dica! Se domani, in una fabbrica qualunque, ci dovessero essere degli scioperi spontanei – come già è avvenuto – perché gli operai non si sentono tutelati da un padrone che non prende le necessarie misure di sicurezza, questi lavoratori sono degli estremisti da perseguire? E se cresce di tono e di intensità, soprattutto nelle grandi periferie urbane, la protesta sociale dei più deboli e dei più esposti alla crisi economica e sociale la risposta dello Stato è di garantire la tutela dell’ordine pubblico con misure di polizia? Esagero? Spero di sì, ma questa lettera un poco mi preoccupa.

Vado all’Europa o meglio all’UE. Questa Unione è stata costruita, come disse Altero Spinelli, sulla sabbia, cioè come unione monetaria e basta e senza che la BCE diventasse la banca centrale della stessa unione. Infatti la BCE è il punto di incontro degli interessi delle oligarchie finanziarie e delle banche. Dei suoi indirizzi non risponde al Parlamento europeo, che non ha nessun potere, e neppure risponde alle volontà politiche dei singoli Stati. Si giudica un grande successo la sospensione della parità di bilancio ma nessuno ricorda che questa scelta della politica del rigore neoliberista fu messa addirittura nella Carta Costituzionale. La sospensione della regola della parità di bilancio è già qualcosa, ma dopo, superata l’emergenza sanitaria, che ne sarà di questa regola? Si tornerà alla politiche di rigore? E chi pagherà l’enorme debito pubblico accumulato, tra l’altro in una fase di drammatica recessione? Si fanno polemiche, anche molto aspre, su MES e Eurobond ma nessuno indica un’altra strada, alternativa a questa UE, cioè alla costruzione degli Stati Uniti d’Europa con politiche economiche e fiscali, comuni, con uno stato sociale non frantumato, ma rafforzato, qualificato e comune, a iniziare dal sistema sanitario. Gli Eurobond si ottengono se si lavora per questa prospettiva, se si superano le politiche neoliberiste imposte dal capitale finanziario; senza un’azione politica efficace gli Eurobond diventano una bandierina propagandistica per nascondere una dura verità: l’UE altro non è che l’asse Berlino-Parigi, espressione del dominio invasivo del capitale finanziario e l’Italia di questo asse è un vassallo.

Se è vero che con la globalizzazione, iniziata con la fine della convertibilità del dollaro in oro, ha come tratto fondamentale la trasformazione della moneta da strumento di scambio a merce, anzi è divenuta la merce più pregiata, per cui l’attività di vendere e compare moneta è molto più redditizia del vendere o compare merci, si è passati, almeno in Occidente, a una nuova fase del capitale, che si riproduce molto di più velocemente con le transazioni finanziarie speculative e non più con la tradizionale attività produttiva. Allora o l’Occidente supera questa fase del capitale o il rischio del suo declino, soprattutto qui in Europa, sarà inarrestabile. Aumenteranno le diseguaglianze sociali, saliranno le tensioni sociali e un ristretto manipolo di persone deterrà sempre di più una immane ricchezza. E dal punto di vista dei beni materiali e delle risorse energetiche strategiche sarà sempre più dipendente dall’industria cinese, molto sofisticata e tecnologicamente avanzata o dalla Russia, che con la Siberia detiene all’incirca il 50 per cento delle risorse energetiche strategiche del pianeta.

Ecco perché la pandemia in Occidente da emergenza sanitaria rapidamente si sta trasformando in una terribile crisi economica e sociale. E i primi paesi che rischiano di rimetterci le penne in Europa sono quelli mediterranei, come Portogallo, Spagna, Italia e Grecia. Non è in discussione la democrazia. Da tempo siamo ormai in Europa in un sistema politico sempre meno democratico e sempre più a-democratico, in cui chi conta, chi prende le decisioni politiche ed economiche vere, non sono i politici, ridotti a essere dei tecnici che devono solo amministrare e gestire il presente e quello che offre, ma sono i manager dell’alta finanza, le banche, persone non elette da nessuno ma semplicemente designate o cooptate che quasi sempre sono in ombra, dietro le quinte, insomma sono i Draghi.

Ma il coronavirus ha riproposto con durezza – e qui vengo alla frase per cui forse FB mi ha censurato – anche il conflitto sociale, la lotta di classe che nell’89 troppo sbrigativamente si era data per morta in nome di un capitalismo che avrebbe garantito a tutti un futuro di pace, di benessere e di progresso. La lotta di classe si manifesta oggi in tutta la sua forza. Mi si può censurare ma così è, ed è un processo in atto che nessuna censura o stucchevoli retoriche possono fermare e che si ripropone, anche se i media, i politici e l’intellighenzia non ne parlano. Ma per trasformare la protesta sociale in azione politica per la trasformazione della società, per liberarci una volta per tutte dalle politiche neoliberiste e guardare avanti, al futuro, a una prospettiva socialista, occorre costruire un soggetto politico della sinistra all’altezza della fase. Insomma che raccolga il disagio sociale trasformandolo in iniziativa politica, in lotta di classe appunto. Allora sveglia! È ora di riprendere la partita, di spezzare i lacci e i laccioli del pensiero liberaldemocratico in tutti questi anni subalterno alle dottrine e alle pratiche neoliberiste.

Sandro Valentini

Ti sarò sempre grato compagno Corbyn. di G. Giudice

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E’ forse destino della sinistra socialista, la sconfitta. Ma una sconfitta che è venuta in seguito ad un periodo, in cui idee e fatti concreti si sono realizzati ed hanno lasciato il segno. Lo è stato per gli austromarxisti, per G.H,Cole , Bevan, Benn in Inghilterra, per Lombardi in Italia. Ma voglio comunque esprimere la mia profonda gratitudine a Jeremy Corbyn, un compagno , che ha avuto una coerenza ed una fedeltà agli ideali socialisti, trovandosi in minoranza , anche momenti più difficili. Un esempio non solo per socialisti. Ed il grande merito di aver operato una rottura non solo politica , ma anche psicologica , con quelle derive di destra neoliberali (che tanto piacevano a molti postcomunisti e postcraxiani, nonché a Repubblica) di piena subalternità al finanzcapitalismo. Corbyn , dato per out-sider vince in modo netto tre congressi del Labour Party, nel 2015, nel 2016. E’ l’oggetto di attacchi forsennati di tutto l’establishment economico , politico e finanziario e dei mezzi di comunicazione ad essi legati. Quale quello odioso e falso di antisemitismo, solo per sua forte ed intransigente critica alla politica colonialista del governo israeliano (mentre l’Europa taceva). Odiato perché attaccava la politica criminale della monarchia saudita verso lo Yemen e la condanna ai governi europei (compreso quello inglese) di vendere armi ed aerei ai sauditi. Accusato di estremismo, quando il suo programma economico e sociale era proprio di una socialdemocrazia radicale ma innovativa. Riuscì a prendere il 40% alle elezioni del 2017 su questo programma. Poi abbiamo avuto una fase molto convulsa (e di cui abbiamo parlato a lungo) ….la questione della Brexit. Su cui nel partito c’erano posizioni articolate, da quelle eurocritiche di Corbyn e Mc Donnell , favorevole ad una soft brexit, a quelle più pro-ue che non erano certo limitati ai blairiani, piccola minoranza (alcuni anche usciti dal partito) , ma anche a settori che condividevano in larga parte il programma di Corbyn. Ma certo lo stesso Corbyn era contro la Brexit dei conservatori, finalizzata a fare della GB una colonia USA. E ci sono stati momenti molto difficili di cui abbiamo parlato a lungo e non mi dilungo, nel gestire una situazione complessa con una coperta troppo corta ec in cui è difficile non commettere errori. Certo il Labour ha subito una sconfitta. Ma su un programma fortemente riformatore ed ambizioso ha preso il 32,5%, 10 milioni e mezzo di voti (più di quanti ne prese Blair nel 2005). Non so quale partito della sinistra in Europa è in grado di giungere neanche ad un terzo di quei voti. Certo Corbyn ha accettato la sconfitta, ha evidenziato anche i suoi errori e però ha fornito anche una spiegazione di essa. Ed è rimasto in carica per il tempo necessario per trovare un nuovo leader. Che Keir Stammer (che ha scelto come vice Angela Rayner) potesse essere il nuovo leader era dato per scontato. Ora , non ho molte informazioni , ma avendo letto interviste del nuovo leader ed articoli su Stammer, credo sia profondamente errata l’idea di considerarlo un blairiano. E’ stato contro la guerra in Iraq, Diciamo che nel Labour ha una posizione definibile di centro-sinistra. Ha dichiarato che manterrà punti qualificanti del programma come quello delle socializzazioni, si è dichiarato convintamente socialista. Il suo più grande difetto : essere troppo pro-ue. E comunque la sua vice Angela Rayner è della sinistra (anche se non proprio blairiana) , viene da una famiglia poverissima ed è fortemente impegnata a recuperare il voto operaio nel nord-est inglese. E comunque Stammer e la Rayner se la dovranno vedere con il dramma di questa terribile pandemia. Ma la mia nota è dedicata al compagno Jeremy. Perchè ci ha acceso una speranza. E dopo questa terribile prova a cui è sottoposta l’umanità, la speranza socialista dovrà rinascere; alternativa sarebbe peggio della barbarie.

Giuseppe Giudice

Anche i call center nella terra di nessuno. di G. Sbordoni

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Eccola, un’altra storia dalla terra di nessuno. All’orizzonte c’è la trincea del Coronavirus e fa davvero paura. La vediamo dalla nostra trincea, scavata tra il divano e la cucina. In mezzo c’è quella striscia, totalmente esposta al nemico, e persino al fuoco amico. Il virus famelico è pronto ad aggredirla, i decreti del governo, almeno fino a questa mattina, hanno deciso di sacrificarla. È la terra degli operai, che ieri hanno protestato e scioperato dappertutto. È quella di altre categorie escluse dall’ultimo decreto, pur se il loro lavoro non salva vite e non è fondamentale per la sopravvivenza della comunità. Carne da macello ripetevano indignati in molti ieri, mentre incrociavano le braccia davanti alle fabbriche.

Nel caso degli operatori di call center, carne da macello completamente disarmata. Nella storia che stiamo per raccontarvi, infatti, non trovano posto i simboli per eccellenza della lotta al Covid-19: la mascherina, il metro di distanza e il lavaggio frequente delle mani. La prima, per chi lavora al telefono, potete immaginarlo, è di fatto impossibile da indossare. Il secondo, fino a pochi giorni fa, non era stato concesso e i lavoratori continuavano a darsi da fare spalla a spalla, a decine nello stesso open space. Il terzo, considerando i ritmi serrati (tre pause in otto ore) è di fatto un’utopia.

E allora seguite il filo del racconto, anche se non è facile dipanarlo, perché chi ha deciso di portarlo alla nostra attenzione, persino in questi tempi bui di emergenza globale in cui tutti temiamo di ammalarci gravemente, rischia ritorsioni e ha chiesto di restare anonimo e che non venisse citato il nome dell’azienda. Siamo al Nord, dove da tempo hanno familiarizzato con il concetto di zona rossa. Eppure, in questo grande call center ancora ieri mattina tutto continuava come niente fosse o quasi.

La prima frase dell’intervista telefonica, per noi che siamo responsabilmente chiusi in casa, è tutta un programma: “Tra un po’ mi devo preparare per andare al lavoro”. Ma che cosa fai esattamente? “Customer care per i clienti di un’azienda di telefonia. In sintesi, rispondo a domande tipo: quando finisce la mia promozione? Quanto credito ho? Quanti giga mi rimangono? Dovrei ricaricare”. Non salvano vite umane, insomma. Cerchiamo, tuttavia, di restare neutri, di capire anche che milioni di italiani chiusi in casa possano aver bisogno ancor di più di un servizio di assistenza di questo genere. Ma non potete, almeno voi, lavorare da casa, almeno in questa emergenza? “Assolutamente sì, basta un pc, non abbiamo bisogno di particolari attrezzature”. E allora che cosa ci fate ancora al lavoro? “Non riesco a capirlo. L’azienda aveva millantato responsabilità sociale in pubblico, annunciando l’intenzione di metterci in telelavoro. Peccato che il giorno dopo tale annuncio ci hanno chiamato in piccoli gruppi, insieme con i team leader, per chiederci di tenere duro, perché siamo un’azienda di servizi e dobbiamo restare sul posto”.

Ma qualche regola, a voi avanguardia del contagio, ve l’avranno pur data. “Fino alla settimana scorsa eravamo seduti uno accanto all’altro in open space. Soltanto quando l’allarme è salito di livello, hanno imposto il distanziamento di un metro”. E i dispositivi di protezione individuale? “La mascherina, lavorando al telefono, è impraticabile. I guanti se li è portati chi ci ha pensato. A un certo punto, però, hanno munito ogni postazione di carta assorbente e gel igienizzante: quando arrivavi dovevi disinfettare gli strumenti”. Tutto qui? “Ci hanno detto di lavarci spesso le mani”. E lo hai potuto fare, considerando la fama dei vostri ritmi? “Io sono full time, 8 ore. Faccio 15 minuti di pausa dopo due ore, poi, dopo altre due ore la pausa pranzo, poi, dopo altre due ore, altri 15 minuti di pausa”. Quindi al massimo te le puoi lavare tre volte, le mani. Ti posso chiedere quanto guadagnate? “I full time, 1.200 euro. I part time a 30 ore, circa 1.000”. Perché hai deciso di raccontarcelo? “Volevo che venisse fuori il modo in cui ci trattano. Ma temo che se mi scoprono me la facciano pagare, negandomi ferie o permessi o peggio”.

Nel pomeriggio il nostro testimone ci ha detto che l’azienda ha deciso, finalmente, di attivare lo smart working. Con un ritardo inaccettabile, che potrebbe costar caro in termini di contagiati, in un territorio come quello del Nord Italia, in cui le strutture ospedaliere sono al collasso e i posti liberi in terapia intensiva ridotti all’osso. Anche in questa triste storia del Coronavirus, il filo rosso della condotta padronale resta il massimo ribasso, in termini di spesa, di diritti, di salute e sicurezza, di considerazione per il lavoratore. Che continua a strisciare nel pantano della terra di nessuno, lasciato senza riparo da questo capitalismo disumano.

Giorgio Sbordoni

Tratto dal sito rassegna.it al link https://www.rassegna.it/articoli/anche-i-call-center-nella-terra-di-nessuno

Il modello cinese. di S. Bagnasco

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Oggi, in tanti considerano il “modello cinese” come vincente per affrontare l’emergenza sanitaria.

Fino a poche settimane fa, la Cina era un lontano paese asiatico saldamente ancorato agli stereotipi di noi europei che non sappiamo guardare alle trasformazioni della Cina avvenute in soli sette decenni.

Poche settimane fa consideravamo il COVID19, come adesso lo chiamiamo perché “coronavirus” sa poco di scientifico, un problema cinese e del lontano mondo asiatico dove si mangiano topi vivi e vi invito a non considerarla una battuta da uno Zaia qualsiasi, perché riflette un diffuso atteggiamento mentale.

Sia come sia, la Cina è passata in sette decenni dalla fame e da un’aspettativa di vita intorno ai 40 anni ai 76 attuali; oggi la Cina è il secondo Paese per PIL al mondo e sta combattendo una battaglia formidabile per salire la classifica del PIL pro capite, dove occupa tuttora l’85° posto.

Ma cos’è il modello cinese?

E’ la capacità di costruire in pochi giorni un ospedale? E’ la capacità di prendere decisioni rigorose in poco tempo? NO! Tutto ciò è il prodotto del modello cinese, non è il modello cinese. Il modello cinese si basa su un’economia pianificata, su un forte controllo sociale, su una formidabile attualizzazione dell’antico mercantilismo cinese che porta la Cina a essere protagonista di un sistema di “cooperazione” in Africa (di cui il mondo si disinteressa, nonostante gli evidenti aspetti negativi di questa moderna colonizzazione), a modellare una nuova geopolitica mondiale con la Via della Seta, a essere protagonista nelle politiche spaziali internazionali sbarcando non sulla luna ma sulla “faccia nascosta” della luna, quella che non vediamo mai.

E’ da qui che deve partire il confronto tra modelli.

La Cina, a differenza dell’Occidente, vale a dire di USA, Canada, UK e UE, può prendere decisioni importanti e drastiche senza scatenare il panico nei mercati e senza scatenare la guerra tra fazioni politiche sull’entità degli interventi economici, sugli scenari recessivi, sulle responsabilità dell’UE, su aperte e violente critiche nei confronti di Lagarde, Macron, Boris Johnson, Trump …

Inutile guardare al “modello cinese” se ci tappiamo gli occhi per non vedere le differenze tra Europa e Cina. Differenze che mai ci consentiranno di adottare il modello cinese.

Allora? Allora serve intelligenza e orgoglio per la nostra storia e le nostre specificità.

Il nostro modello dovrebbe farci comprendere che quando siamo sereni e ci dedichiamo agli apericena … dovremmo approntare protocolli e piani minuziosi per affrontare le emergenze sanitarie … che non esistono giacché sappiamo che arriveranno, mentre ignoriamo quando arriveranno e che sembianze avranno, ma possiamo intuire le criticità che possono determinare agli organi vitali. Se avessimo questi piani e la popolazione fosse educata a queste emergenze, come dovrebbe avvenire per gli incendi, le catastrofi naturali, gli incidenti nucleari, i disastri chimici … allora ci sottrarremmo alle polemiche politiche, agli indugi per paura di perdere il consenso, alla stupida mediazione tra posizioni politiche … come se l’emergenza sanitaria fosse una causa civile.

Noi abbiamo strumenti e mezzi di gran lunga superiori a quelli cinesi, ma non ne siamo consapevoli perché disprezziamo la grandezza delle nostre malconce democrazie, che affossiamo invece di solidificarle.

Il modello italiano e europeo ha potenzialità formidabili: spetta a noi decidere di attuarle … e per farlo dobbiamo pensarci in tempi di bonaccia.

In Europa abbiamo una diffusa cultura solidaristica, estranea alla cultura americana, questo ci offre condizioni di partenza ottimali per attrezzarci per tempo a fronteggiare le emergenze sanitarie.

Saremo capaci di comprenderlo? Impareremo qualcosa da questa situazione che viviamo con apprensione o ci limiteremo a un brindisi e a una collettivo “l’abbiamo sfangata anche questa volta”?

La decisione spetta a noi.

Sergio Bagnasco

Dalla peste di Camus al 2020. di A. Angeli

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Orano un giorno d’aprile 194.., il medico Rieux scopre il cadavere di un ratto sul suo pianerottolo. Il portinaio, il signor Michel, pensa che siano dei burloni che si divertono a mettere questi cadaveri di ratti all’interno dell’edificio……” E’ questo l’inizio del romanzo La Peste di Camus scritto tra il 46 e il 47, un successo letterario, una tragedia descritta in 5 atti e che ha inizio nel 194.. nella città di Orano,  che “volge le spalle al mare”. Alcuni giorni più tardi, un’agenzia di stampa annuncia che più di sei mila ratti sono stati raccolti quel giorno.  L’allarme aumenta, alcune persone iniziano a prendersela col sindaco. Quando, improvvisamente, il numero di cadaveri diminuisce, le strade tornano pulite, la città si crede salva.  Il Signor Michel, il portinaio, cade però malato. Rieux  tenta di curarlo, ma la malattia peggiora rapidamente. Rieux non può fare nulla per salvarlo. Nel leggere i 5 atti il lettore capirà come la peste raccontata da Camus non è una malattia, ma la malattia dell’umanità, una terribile sciagura imprevedibile e spietata, Così come lo è stata la seconda guerra mondiale, con quanto di particolarmente orribile l’ha accompagnata. Alla fine del racconto, quando la peste era finita e il terrore scomparso, allora le coppie separate dalla quanrantena e quanti obbligati a rinchiudersi per nascondersi al contagio si ritrovarono, e povere di parole, affermavano in mezzo al tumulto, con gioia e una esagerata felicità, che la peste era finita e che il panico aveva fatto il suo tempo. Negavano [i sopravvissuti ] tranquillamente e contro ogni evidenza che noi avessimo mai conosciuto un mondo insensato, in cui l’uccisione d’un uomo era quotidiana (…) negavano insomma che noi eravamo stati un popolo stordito, di cui tutti i giorni una parte, stipata nella bocca di un forno, evaporava in fumi grassi, mentre l’altra, carica delle catene dell’impotenza e della paura, aspettava il suo turno.” La metafora che Camus ci consegna è quella della guerra dell’anno 194.. in cui si svolsero i fatti, ma nello stesso tempo evidenzia i tipi con la loro leggerezza e inclinazione alla speculazione, quelli che ne approfittano per arricchirsi, quelli che accettano con fede ipocrita la peste, quelli che tentano di fuggire, ma poi ragionano e si sentono coinvolti nella lotta. Resta la morte, anche quando l’epidemia è finita e i parenti e gli amici si ritrovano; “tutti sanno però che il microbo della peste non muore mai” allora Camus lascia che il narratore affermi: “e può restare dormiente per decenni, ma non scompare”:  ( la guerra potrà tornare, il senso della metafora ).

Rileggere la Peste di Camus è un ottimo esercizio mentale con il quale valutare serietà e razionalità di chi ha la responsabilità istituzionale e politica di assolvere ad un compito, delicato e difficile, quale quello di difendere la salute e la vita dei cittadini, i quali si aspettano un comportamento  come il medico Reiux che, coinvolgendo le autorità, ottiene di chiudere la città, dopo che le stesse hanno considerato la gravità dell’epidemia in corso. Anno 2020, fine febbraio, la nuova peste del secolo ha il nome Covid 19, coronavirus, e per  l’OMS è emergenza sanitaria globale, con la Cina punto focale dell’epidemia. Il mondo si trova quindi a dover fronteggiare l’evoluzione dell’infezione, per cui ognuno di noi, benchè preoccupato, confida e affida la propria fiducia alla capacità dei propri governanti di organizzare rapidamente una risposta efficace e complessiva. Mentre lo spettacolo che ci viene proposto è una risposta  disordinata, fino al punto che ogni Paese improvvisa provvedimenti in totale disarmonia con i vicini, ritenendo di poter fronteggiare il flagello epidemico chiudendo i propri confini, ricorrendo  all’isolamento, anzichè  organizzare le necessarie difese per combattere e debellare il virus rispettando le indicazioni degli scienziati. Cosi la responsabilità politica, che pertiene alle istituzioni e ai politici, ha preso la forma di una nuova guerra tribale, nella quale corriamo il rischio di bruciare il patrimonio di civiltà conquistata dopo la seconda guerra mondiale.

L’altro rischio virale, che il mondo sta correndo, è il crollo dell’economia, i cui segnali ci sono dati dall’andamento delle borse, sempre in calo, comprovando una evidente sensibilità dall’andamento crescente dell’epidemia globale anche a causa della tipologia delle risposte: interruzione dei rapporti economici, commerciali, di mobilità delle merci, finanziari, che i paesi infettati mano a mano adottano in un crescendo distruttivo della produzione e della ricchezza. Certo, qui il ruolo dell’ONU, del FMI, dell’Europa, della BCE, è al momento totalmente assente o, almeno, impercettibile. E queste assenze pesano sull’economia, sulla produzione, sul lavoro, sui redditi delle famiglie. Sono queste attenzioni, che il cittadino richiede, rivendica, e si aspetta.  Chiunque, di buon senso, avverte in primis il dovere di combattere l’infezione, ma non ignora che la lotta contro l’epidemia deve e può essere condotta anche difendendo i posti di lavoro, la mobilità, la sicurezza degli scambi e soprattutto i redditi dei lavoratori e dei pensionati. E l’Italia? L’emergenza epidemica si combina con quella economica, con gravi ripercussioni generali: crisi del turismo, chiusura delle scuole e delle università, dei servizi e del terziario, dei trasporti terrestri e aerei, isolamento di intere aree del paese e chiusura delle frontiere adottata e imposta da  numerosi Paesi. Tutto questo non è avvenuto per caso. E’ giusto riconoscerlo, a inizio crisi c’è stato un surplus di notizie da parte del Governo, ma la stampa e i media hanno strabordato e concorso a determinare panico e paura, incrementando una psicosi suicida che, meno male,  lentamente sta rientrando. Ma il più spregiudicato è stato il comportamento della Lega e del suo segretario, il quale continua nella sua inqualificabile azione distruttiva di ogni razionalità, coerenza, rettitudine e responsabilità al solo scopo di portare all’incasso il sogno di un governo autoritario e sovranista. Dobbiamo confidare che il governo resista al difficile momento e che i provvedimenti che si accinge  a deliberare vadano nella direzione di un sostegno all’economia, al lavoro, al reddito, cogliendo il momento sicuramente serio per disegnare un diverso modello di sviluppo verso cui indirizzare i provvedimenti,  affinchè una volta pacatasi la violenza dell’epidemia, il paese possa continuare nel cammino per approdare a un modello di società aperta, solidale ed egualitaria.

Alberto Angeli

L’Attualità di Walter Benjamin “ Il Capitalismo come religione “. di A. Angeli

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Il capitalismo come religione” è un breve saggio di Walter Benjamin, invero si tratta di appunti anche se ben strutturati, scritto nel 1921, forse propedeutico a un progetto più ampio di politica, che non porterà a termine a seguito della tragica morte, avvenuta nel 1940 sulla soglia dei cinquanta anni, al confine Franco-Spagnolo ( si suicida nella notte del 25 settembre, presagendo la cattura da parte della polizia di frontiera spagnola per essere espulso dalla Spagna verso la Francia saldamente nelle mani del nazifascismo. Era in attesa del visto per gli USA che, gioco della sorte, giunse il giorno successivo). Sono anni tragici e ferocemente violenti (materia, la violenza, alla quale Benjiamin dedica molto del suo impegno con l’intento di farne un’opera mai nata) quelli ereditati dalla prima guerra mondiale, un conflitto crudele che ha travolto il significato della convivenza ed il senso dell’Europa, terminata da pochi anni, e tuttavia anni di una durezza insopportabile per chi viveva in Germania. Soprattutto tra il 1918-1919, anni funestati da una continua guerra civile a bassa intensità, che sboccò nella soluzione conosciuta come la rivoluzione di novembre, tra i vari movimenti che si contendevano il potere: le destre, che poi assumeranno il potere trasformandosi in nazisti,  e le sinistre, a loro volta divise in fazioni, ispirandosi alla rivoluzione Russa; e, ancora, le forze che si riuniranno nella provvisoria Repubblica di Weimar.

Nel breve saggio Benjamin non si limita a compiere una lettura e un’analisi della cultura di quel momento storico, ma compie una dilatazione del suo pensiero, dedicando il suo interesse allo studio di testi e nell’approfondimento degli avvenimenti del periodo, mettendo a fuoco le controversie che animano lo scontro politico e culturale in atto tra le varie forze che occupano la scena di quel periodo. Due testi, di rilevante importanza teorica, sono oggetto delle sue letture e approfondimenti: “ Il capitalismo moderno”, di Werner Sombart, scritto e pubblicato nel 1902, e “L’etica protestante e lo spirito del capitalismo”, di Max Weber, scritto nel 1904; due testi che emblematicamente riproducono il percorso seguito dal pensiero della scuola Tedesca, che Benjamin studia e cita con sorprendente padronanza nel suo breve scritto, soprattutto con riferimento a Weber, rilevando ed evidenziando la tesi di dipendenza del capitalismo dallo spirito protestante.

A sostegno della centralità del capitalismo come artefice dei fenomeni sociali e politici, nel suo lavoro di  studio e riflessione Benjamin si spinge a compiere una ricognizione concettuale della fenomenologia di Husserl, dalla quale estrae e sintetizza quanto rappresentato nelle riflessioni del filosofo Austriaco, quella dell’illimitatezza del desiderio che costituisce la forma di vita che il capitalismo diffonde nel mondo, un richiamo sul quale può quindi aprire la sua riflessione su quanto, nello stesso periodo, Sombart elabora in materia di capitalismo moderno, pervenendo a distinguere tra “mentalità economica precapitalistica”,  invero, “ equilibrio tra quel che si spende e quel che si ottiene nella produzione di beni necessari all’uomo”, e “ capitalismo”, intesa tale forma come una organizzazione economica di scambio, caratterizzata da una nuova collaborazione  dominata dal principio del profitto e dal razionalismo economico. Più precisamente, per Sombart, ciò che si deve considerare immanente all’idea di organizzazione capitalistica “è il semplice aumento della quantità di denaro, quale scopo unico e oggettivo del capitalismo”.

D’altro canto anche per Karl Marx, ( del quale Sombart conosce le teorie economiche, studiate con attenzione essendo allora un socialista impegnato ), il modo di produzione capitalista si contraddistingue per l’accumulazione di lavoro inerte, vale a dire di “denaro”, prescindendo dai mezzi allo scopo impiegati per conseguire, mediante lo sfruttamento del lavoro, tale risultato. Allora, per Sombart, la formula del plusvalore si rovescia, si trasforma, per cui il fine dell’economia non ha più il significato di vivere bene, ma creare valore, in linea di principio indefinito e illimitato. Il valore, nella concezione capitalistica, diviene direttamente una forma sociale, un sistema mediante cui creare unità nel processo produttivo, da cui il valore prende forma e dissolve ogni differenza di ruoli per assumere una propria visibilità nella matrice del denaro. Per questo la finalità alla quale tendere è rivolta a creare la massima quantità possibile di valore, cioè di denaro, che  costituisce il simbolo  del potere.

Seguendo questa interpretazione ne scaturisce l’immagine dell’uomo incapace di una propria auto determinazione, perché intrappolato in un ruolo di consumatore e dominato dall’idea “che il tenore di vita debba essere conforme al proprio ceto sociale”, e quindi adeguato allo status di classe sociale alla quale sente di appartenere.  Qui Sombart evidenzia la natura delle forme sociali alle quali l’uomo piega i propri desideri: il lusso e il nutrimento. Per Sombart, rileva Benjamin, l’uomo non si è proposto di lavorare per trarne un profitto, nè per diventare ricco, questo perché il lusso, l’agiatezza, sono generi che appartengono a speciali  categorie sociali in quanto richiedono una responsabilità verso Dio e gli uomini. Ciò indurrà Benjamin ad affermare, verso la fine della sua analisi, che il capitalismo non ha vie d’uscita, nessuna via comunitaria, nel senso di un collettivismo, un Noi, ma si afferma come individuale-materiale. D’altro canto, ci ricorda Benjamin, riportando e interpretando il pensiero della tradizione culturale da lui presa in considerazione, il concetto di economia è radicalmente diverso da quello di denaro, possedendo il quale si accede a quella parte sociale che gode del benessere e del lusso e questo avviene nonostante che l’uomo non sia separabile dalle proprie azioni, come non lo è dalle sue cose e dal lavoro, un concetto eminentemente capitalista. Insomma, secondo la tradizione cristiano-economica l’uomo non lavora solo per il denaro poiché ciò che può essere donato, tempo e vita del lavoratore, richiede reciprocità, lealtà, il senso del dovere e responsabilità.  A sostegno di quanto affermato ci soccorre  quanto scritto nel saggio “La grande trasformazione “ ( di Karl Polanyi edito da Einaudi ), precisamente il riferimento alla rivoluzione industriale: “separare il lavoro dalle altre attività della vita ed assoggettarlo alle leggi del mercato significa annullare tutte le forme organiche”, a voler significare un riduzione delle relazioni sociali rispetto alle strutture totali, a segnare quindi un limite alla libertà dell’individuo nel suo rapporto con le istituzioni sociali e politiche in cui egli si muove e agisce ( al proposito si veda anche Axel Honneth “ Il diritto della libertà” edito Mondadori ).

Weber su quanto fino ad ora richiamato si esprime con minore nettezza, poiché per lui l’attività costituisce un insieme di tecniche e orientamenti, quando non un calcolo assiduo, che definisce “un agire sobrio, riflessivo, costante, ma anche audace” ( vedi “Etica protestante…….. ), non quindi uno spontaneismo selvaggio, o l’irrazionalità, per cui, pur mettendo in luce l’ambivalenza, ne evidenzia una relazione tra insorgere del capitalismo e spirito protestante, luterano e calvinista. E tuttavia, l’irrazionalità possiede dei sentimenti, un legame eterico con certe rappresentazioni religiose che, secondo Weber, spinge gli uomini a fare denaro come espressione dell’essere, attenti alle proprie faccende. Si tratta insomma di idee, di un’etica tesa a valorizzare la professione, a dare senso e significato al dovere, quindi non una sovrastruttura di condizioni economiche, afferma Weber in polemica con Marx. Weber si muove quindi nell’ambito di una fiducia nella potenza spirituale della modernità, nella quale non manca di cogliere i segnali di tendenze autodistruttive, e quindi una presagita perdita del senso religioso e la derubricazione degli enunciati morali dal contesto in cui egli colloca la sua opera. Ecco allora che alla razionalità procedurale si deve pervenire solo se si è propensi a conservare comunque la coscienza normativa, quale struttura dello spirito, per non perdere il senso religioso. Si tratta quindi di una base, quella della razionalizzazione, sulla quale salire esorcizzando ogni incantesimo originato dalle tendenze distruttive (delle quali scrive Habermas ) e rendere riconoscibile il senso religioso di questa razionalizzazione decodificando i segnali della modernità.

Nel saggio di Benjamin, che raccoglie gli scritti politici (1919-1940), è posta la domanda se nel capitalismo è possibile ravvisarvi una religione, poiché, secondo la lettura del lavoro di Weber, scrive Benjamin, il capitalismo è una conformazione determinata dalla religione, ovvero un fenomeno fondamentalmente religioso, in quanto “il capitalismo serve essenzialmente alla soddisfazione delle medesime ansie, sofferenze, inquietudini, cui un tempo davano risposta le cosiddette religioni”. Per Benjamin si tratta di una religione culturale, forse radicalizzata, un genuino riferimento al culto o a un rito ( come lo definisce Habermas ) poiché carico di gesti, di forme, di pratiche, insomma non proprio una vera teologia, in quanto il capitalismo non  ubbidisce a nessuna “dottrina evangelica” essendo geneticamente disponibile a vestire qualsiasi abito fornito dalla stoffa del profitto, che Benjamin assimila all’”utilitarismo”, da noi oggi identificato con il liberismo. Un culto, quindi, che si svolge senza pietà, ininterrottamente, e che tuttavia genera un’ambiguità demoniaca, cioè anche debito. Al proposito Bemjamin scrive “il capitalismo è verosimilmente il primo caso di culto che non purifica ma colpevolizza [ed indebita]. Così facendo, tale sistema religioso precipita in un moto immane”, immane coscienza della colpa, questo perché dal debito non ci si redime (purifica) , cioè nell’ “immane coscienza della colpa [del debito] che non sa purificarsi [da cui non ci si redime], fa ricorso al culto non per espiazione in esso di questa colpa, ma per renderla universale, per martellarla nella coscienza e infine e soprattutto per coinvolgere Dio stesso in questa colpa e interessarlo infine all’espiazione”. Ma questa espiazione è impossibile, poiché “sta nell’essenza di questo movimento religioso che è il capitalismo, resistere sino alla fine, fino alla definitiva, completa, colpevolizzazione di dio, fino al raggiungimento dello stato di disperazione del mondo”. Noi diremmo: autodistruzione, quale scatenamento del capitale nella forma della finanziarizzazione globalizzata.

In sostanza, per Benjamin “l’elemento storicamente inaudito del capitalismo, la religione, non è più riforma dell’essere, ma la sua riduzione in frantumi”, più chiaramente “l’estensione della disperazione a stato religioso del mondo, da cui attendere la salvezza”. L’uomo si ritrova nella completa solitudine, in uno stato psicologico di colpa, che trascende ogni implicazione di Dio nel destino dell’uomo.   La relazione tra denaro e colpa all’interno delle religioni pagane contiene già la “demoniaca ambiguità” di una colpa che è in sé già sempre debito. Al proposito soccorre il richiamo di Benjamin a Nietzsche, Marx e Freud, che gli consente di giocare la carta della colpa, poiché già Nietzsche afferma che il “basilare concetto morale di ‘colpa ha preso origine dal concetto molto materiale di ‘debito’ e riconduce genealogicamente l’origine dei concetti morali di colpa, coscienza e dovere alla sfera del diritto delle obbligazioni”. Parimenti in Marx “il capitalismo, che non inverte la rotta, diviene, con interessi ed interessi composti che sono funzioni della colpa, socialismo”.

Insomma, seguendo questa logica (sic) anche il socialismo [“nella sua versione industrialista e progressista, ipostatizzante la tecnica e lo sviluppo materiale delle forze produttive”] “appartiene al dominio sacerdotale di questo culto”. Partecipa al culto. Per rafforzare questo assunto Benjamin scrive: “il capitalismo è una religione di mero culto, senza dogma”. Si tratta di un rilievo che del resto si ritrova in Marx, precisamente nel terzo volume de “Il Capitale”, al termine del cap. 35° sul tema dei metalli preziosi e il corso dei cambi, in cui è leggibile quanto segue: “il sistema monetario è essenzialmente cattolico, il sistema creditizio è essenzialmente protestante. Come carta l’esistenza monetaria delle merci ha soltanto un’esistenza sociale. E’ la fede che rende beati [ forse si riferisce  alla dottrina di Lutero]. La fede nel valore monetario come spirito immanente delle merci, la fede nel modo di produzione e nel suo ordine prestabilito, la fede nei singoli agenti della produzione come semplici personificazioni del capitale autovalorizzantesi. Ma come il protestantesimo non riesce ad emanciparsi dai principi del cattolicesimo, così il sistema creditizio non si emancipa dalla base del sistema monetario” (Editori Riuniti, p.690). Qui si coglie una certa vicinanza a Weber, una vicinanza ma solo come eco, poiché il capitalismo si sviluppa in occidente senza una vera concorrenza, ma anzi prevalendo sul cristianesimo, così che al completamento del percorso della storia possiamo affermare che il cristianesimo si è trasformato in capitalismo. Ovviamente  manca qualcosa per raggiungere l’illimitatezza, e con essa superare l’angoscia che ce la rende necessaria, anche con un impegno sistematico, che poi è  la “mancanza di una via di uscita comunitaria, non individuale-materiale”.

 Il saggio di Benjamin è stato negligentemente trascurato benché costituisca un’analisi insuperata riguardo al rapporto dell’economia capitalista e  la religione. Ancora, dunque, non è stata data risposta alla ricerca condotta da Benjamin su questo tema, per cui non possiamo chiamarci fuori, senza trascendere il contenuto della sua analisi sul capitalismo nel rapporto con la religione.   Certamente, l’attuale fase del capitalismo non va confusa con le precedenti, “ ancora orientate all’interno di un’economia della scarsità, dove al culto del mercato bastavano le merci. Ora, le merci non bastano più”. Ora le merci non sono più sufficienti per sostenere il nuovo Dio, il consumismo globalizzato.  Il nuovo demone a cui l’uomo non ha ancora trovato una risposta per esorcizzarlo.

Alberto Angeli

Io resto con Corbyn e Mc Donnell. di G. Giudice

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Giudice Giuseppe

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Perché sono socialisti veri. Sono compagni seri perché hanno saputo fare una seria autocritica, Sono pienamente disponibili a farsi da parte, ma hanno dichiarato che il loro dovere è garantire che la nuova classe dirigente dovrà garantire la continuità del programma (che resta , soprattutto in una fase come questa, il più avanzato ed organico progetto per la sinistra e per la rifondazione del socialismo democratico vero (che è rottura con la le derive neoliberali dei vari establishment socialdemocratici europei (che hanno prodotto una forte caduta dei loro consensi).

Del resto, da un sondaggio la maggior parte della popolazione apprezza i vari punti di quel programma. “non siamo stati in grado , però, dice lo stesso Corbyn , di trasformare quel consenso sociale, in un consenso maggioritario al nostro partito (che comunque ha preso più di 10 milioni di voti. Ed ha anche indicato i motivi di questa mancata trasformazione. Dalla proposta (che lui stesso ha dovuto sorbire) di un secondo referendum sulla Brexit, alla difficoltà di recuperare un rapporto con quelle aree che sono state colpite dalla desertificazione industrale, che, come dice Corbyn, fu il frutto di una precisa volontà politica , già negli anni ’80, da parte della Thatcher (ed accettata poi da Blair) di puntare tutto sulla finanziarizzazione dell’economia. E comunque , rimando alla lettura dell’artcolo, del senso di impotenza di queste popolazioni che hanno subito un profondo rifiuto delle politica.

Del resto viste dall’interno , le cose sono molto più complesse da come sono viste in Italia. E come non dimenticare la campagna martellante contro la dirigenza del Labour con le risibili accuse di “bolscevismo” , antisemitismo e via discorrendo. Sulla UE. Corbyn , in diverse interviste , ha sempre espresso la sua profonda criticità verso la UE, vista come fonte delle politiche neoliberiste, di austerità e contestato la subalternità delle socialdemocrazie a tali impostazioni. Lui voleva infatti una Brexit che mantenesse l’unione doganale (insomma la vecchia Cee) e rifiutasse le regole del mercato unico.

Sappiamo che, anche tra i suoi sostenitori, come Nomentum , che comunque ha svolto un prezioso lavoro presso i giovani precari del nuovo proletariato del terziario, si voleva un ritorno nella UE nell’illusione che una vittoria laburista potesse innescare un processo di riforma profonda della UE stessa. Comunque c’è da dire che tra il 60% dei giovano dai trentacinque anni in giù ha votato Labour. E non è cosa da poco. E davanti a Johnson non vi saranno giorni tranquilli. Comunque spero ardentemente che la nuova dirigenza del Labour (e vi sono le condizioni per sperarlo) vada avanti lungo le linee indicate dal programma. Resta sempre un fondamentale punto di riferimento.

Giuseppe Giudice