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La sfida del XXI secolo: realizzare il Socialismo per combattere i nuovi poteri economici. di G. Martinelli e A. Angeli

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Il XX secolo terminò con un drammatico interrogativo sul destino dell’idea socialista, sulla quale ormai è diventato un luogo comune affermarne la crisi d’identità e di rappresentanza della sinistra politica quale sintesi del riformismo e del progresso. Molte sono state le tesi che agli inizi del III° millennio presagirono “ la fine del socialismo come rappresentante della sinistra ”. A dare una qualche fondatezza a quelle tesi sono gli avvenimenti del XX secolo che segnarono una svolta nella storia della sinistra mondiale e italiana: la caduta del muro di Berlino nel 1989, la fine del PCI e la nascita del PDS nel febbraio 1991 e del Comunismo Sovietico dicembre 1991. Tuttavia, i processi sociali e politici che si sono susseguiti nel tempo hanno portato in superficie una realtà che rappresenta tutt’altra cosa rispetto ai segnali, questi si profetici, di quelle tesi deterministiche sulle quali si misurava la coincidenza della fine del socialismo con la crisi della sinistra Europea, poiché mentre coincideva con la fine del comunismo , non poteva darsi per scontato che a questa crisi seguisse quella del socialismo democratico europeo dato che, appunto, non aveva alcuna attinenza con la crisi del marxleinilismo. E infatti il socialismo Europeo mantiene tuttora una presenza politica a partitica e di governance in molti Paesi dell’Europa, una identità che però ha subito una metamorfosi fino a patire una trasfigurazione identitaria e politica degli ideali socialisti, con l’archiviazione del pensiero rivoluzionario e anticapitalistico, sostituendolo con un distopico sogno di rifondazione di un socialismo liberale del XXI secolo, come sta avvenendo in Italia. E qui s’impone un’altra precisazione: è totalmente sbagliato attribuire a un fenomeno naturale o al destino cinico e baro la destrutturazione dell’ideale socialista, conseguenza di una metamorfosi identitaria e di prospettiva politica, che si è concretizzata nell’abbandono della sua vocazione genetica di alternativa al capitalismo per identificarsi in una politica liberal-borghese e di collaborazione con il potere economico e finanziario, e scoprire così di ritrovarsi nell’indistinto processo politico in cui destra e sinistra si annullano in un indeterminismo sociale a vantaggio dei populisti e sovranisti. E’ questa curvatura politica che determina per la sinistra la perdita del sostegno elettorale del mondo del lavoro, degli esclusi, di chi subisce le diseguaglianze prodotte dalla globalizzazione, che sembra inarrestabile in molti Paesi, ma, per quanto c’interessa qui rilevare, soprattutto in Italia. Ed è in questa frattura che si inserisce il populismo con la manipolazione dei temi sensibili: lavoro, reddito, sicurezza, immigrazione, ambiente, politica Europea, ruolo dell’Euro, fino a spingersi ad una messa in discussione del parlamento, della democrazia, dell’antifascismo Costituzionale. L’economista Shoshana Zuboff afferma nel suo ultimo lavoro: “ogni vaccino inizia con un’attenta conoscenza della malattia nemica”, e per il socialismo la malattia sono le nuove forme di sfruttamento e di condizionamento delle libertà individuali e collettive e l’antidoto, il vaccino contro la malattia del nuovo capitalismo moderno è il socialismo, anche se, certamente, occorre un laboratorio in cui approfondire la ricerca di queste nuove forme patologiche con le quali si manifesta la malattia, e non solo perché siamo nel XXI secolo, ma perché il socialismo rimane oggi l’unica e ultima risposta.

Gabriele Martinelli e Alberto Angeli

Su Draghi profezie telegrafiche di Tiresia? di L. Manisco

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Il neo-presidente del Consiglio non ama parlare, ma quando ha parlato per più di un’ora al senato ha intonato una filastrocca di traguardi da raggiungere senza indicare scadenze, mezzi e procedure.Non siamo astuti come lui ma le astuzie altrui meritano la nostra attenzione. Ne abbiamo decifrate due. Della sua politica contro il cambiamento climatico ha usato il termine di “transizione” verso direttive a tal uopo. E del rilancio dell’economia ha detto che debbono essere “selettive”. Allusioni indicative? Non tanto. Per citare l’Alighieri i termini usati erano “Sì come cosa in suo segno diretta”. La transizione vuol dire solo prender tempo, rinviare, fors’anche devolvere a governi futuri quel compito. I provvedimenti economici e finanziari per il Super Mario vanno promossi con metodo selettivo: sostenere fiscalmente le aziende produttive e privare di qualsiasi sostegno quelle – la maggioranza – colpite dalla crisi che rischiano il fallimento. Il che, diciamo noi, vuol dire disoccupazione di massa e povertà senza ritorno.Il Draghi è un “Chicago’s boy”, un prodotto della scuola economica iper-libertista fibdata da ultra-conservatori del calibro di Milton Friedman e George Stigler. Ha lasciato vistose tracce su quanto ha appreso alla Goldman Sachs ed ha applicato alla BCE. Ritenere che possa cambiare idea a Palazzo Chigi è una pia illusione. Anzi, la grave crisi che ha colpito il Bel Paese potrà stimolare la sua creatività e il suo rigore. Non riuscirà ad aumentare significativamente il Pil di 1.649 miliardi ma cercherà di ridurre l’astronomico debito pubblico di 2.620 miliardi. Come? Ristrutturare e mimetizzare la destinazione dei 209 miliardi rateizzati dall’Unione Europea? Troppo poco! Tagliare lo stato sociale e la sanità, investendo quel che resta sulle misure anti covid-19 e le vaccinazioni. Scelta obbligata per un regime capitalistico. E se non basta ancora affittare il Colosseo alla McDonald’s e vendere la Fontana di Trevi. Non è solo una battuta: mentre il signor Draghi strangolava la Grecia un giornale inglese menzionò la possibilità per il British Museum di comprarsi metà dell’Acropoli.La politica estera: il Draghi si dichiara atlantico convinto proprio mentre la Merkel e Macron al Presidente Biden che al G-7 proclama “l’America è tornata” ribattono che per l’Europa ci vuole più autonomia. I mass media italiani evitano di menzionare quanto sopra: il silenzio è totale:”tutto tace, questa pace fuor di qui dove trovarla?”.Non prevediamo come il cieco indovino Tiresia il futuro. Guardiamo al presente stato delle cose senza transizioni e selettività.

Lucio Manisco

Draghi premier, chi ha vinto? di S. Valentini

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La crisi di governo aperta da Renzi non poteva che avere come inevitabile esito quello di uno spostamento verso un assetto ancora più moderato del quadro politico, con buona pace di Leu che immaginava un patto di legislatura con il Pd, 5 Stelle, con l’aggiunta dei “costruttori”, per intraprendere politiche in grado di affrontare la drammatica emergenza della pandemia in un contesto però di ripresa economica del Paese su basi più eque.

Il patto di fine legislatura tra le tre forze politiche esce a pezzi con l’avvento di Mario Draghi. Lo scopo fondamentale della apertura della crisi era quello di determinare chi avrebbe gestito il Recovery Fund, i 209 miliardi della UE. In altre parole, per quali politiche saranno spesi e soprattutto chi saranno i principali beneficiari di questo enorme fiume di denaro. Questa ripartizione della torta deve essere definita entro aprile e si intreccia con la scadenza del semestre bianco che inizia ad agosto. Dopo si entra nella fase della elezione del Presidente della Repubblica, che dovrà essere del perimetro della nuova maggioranza di Draghi, e dell’iter per l’approvazione di una legge elettorale semi proporzionale. Due atti politici fondamentali per destrutturare il blocco delle destre. I fautori del maggioritario, del bipolarismo e dell’alternanza arricceranno – virtuosi liberali – il naso, ma questa è la strada che imboccherà il nuovo governo e la maggioranza che lo sostiene. La necessità diviene virtù in politica!

Allora vista da questa ottica la crisi è tutt’altro che incomprensibile. Del resto numerosi erano stati i segnali che si andava in questa direzione. Il più importante è stato l’imponente riassetto proprietario dei maggiori media oggi sotto il ferreo controllo dei grandi gruppi monopolistici e delle oligarchie finanziarie. Mi pare allora evidente che la crisi non è solo il risultato dell’egocentrismo di Renzi. Le scelte politiche non si spiegano con una psicologia da accatto. La posta in gioco è molto grande: la collocazione internazionale dell’Italia e il suo futuro post-pandemia. Questione resa ancora più preminente e urgente dal fatto che il Presidente del Consiglio italiano è chiamato a presidiare per il 2021 il vertici del G.20.

La sconfitta di Trump ha aperto in Occidente una fase politica nuova. La destra nazionalista e populista aveva già subito in Europa una pesante sconfitta con la nascita della “maggioranza Ursula” (quella che nel 2019 ha permesso la conferma della presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen). Questo dato politico va assolutamente evidenziato. E in Italia, dopo il governo giallo-verde del primo Conte vi è stato un riallineamento con Francia e Germania con il Conte bis sostenuto dal Pd. Le oligarchie finanziarie, di qua e al di là dell’Atlantico, non vogliono populisti e nazionalisti al governo. La stagione in cui una parte del capitale finanziario ha fatto loro l’occhiolino, per usarli al fine di dare una base di consenso a feroci politiche neoliberiste, con la elezione di Biden, si è sostanzialmente conclusa. Ci saranno indubbiamente dei forti colpi di coda, ma le forze nazionaliste e populiste sono per ora in fase discendente. Lo ha capito molto bene Giorgetti che chiede di ricollocare la Lega su una posizione moderata e filo atlantica. Ora l’Occidente, nel bel mezzo di una drammatica crisi sanitaria, economica e sociale, ritrova i suoi cosiddetti valori comuni. Ma l’economia cinese va come un treno e quindi vi è bisogno di condurre politiche nuove per competere con il colosso asiatico e i suoi alleati, in primo luogo la Russia. Ovviamente, questa nuova situazione, non favorevole all’Occidente, non risolve i problemi. Le cancellerie europee e quella statunitense sono consapevoli che non è possibile tornare agli equilibri mondiali emersi dopo l’89. Gli ultimi vent’anni hanno segnato un rovesciamento dei rapporti di forza che si sono determinati dopo il crollo dell’Urss. Il mondo è profondamente cambiato: siamo in un mondo multipolare caratterizzato dal declino statunitense come grande potenza economica. Anche l’UE, (Germania e Francia in testa) vuole dire la sua e ricercare il suo spazio per competere su scala globale con gli altri fondamentali poli dell’economia mondiale. Nazionalisti e populisti escono battuti, sconfitti, ma non per questo l’Occidente ha ritrovato la sua unità di fondo. Può sbandierare i comuni valori, ma le divisioni tra Usa e UE restano tutte e si aggravano, sono evidenti, a iniziare dai rapporti economici e commerciali da stabilire con la Cina e la Russia. La “guerra dei vaccini” si ascrive tragicamente in questo scontro politico, economico e finanziario, prima ancora di essere una emergenza sanitaria.

L’Italia non ha la storia della Francia e neppure è la Germania, locomotiva dell’economia europea. In Italia il partito trasversale atlantico e filo-americano è sempre stato molto forte e nel passato si è scontrato duramente non solo con la sinistra ma anche con le forze che puntavano decisamente all’integrazione economica europea. Il partito filo-americano, oggi rappresentato soprattutto da Renzi e forse da Giorgetti, ma anche da una parte del Pd, (si guardi la fanfara mediatica messa in piedi da Zingaretti sulla vittoria elettorale di Biden e sul mito della democrazia americana, o alle rozze campagne antirusse e anticinesi), si è però indebolito nell’ultimo periodo. Il Pd non ha una posizione strategica sulla grandi questioni geopolitiche, è appiattito sulle decisioni della Casa Bianca, condividendo molte delle scelte compiute in politica estera prima da Obama e poi da Trump, non distinguendosi da quelle più scellerate che quest’ultimo ha fatto. Il partito filo-americano si è indebolito poi anche per la massiccia presenza politica e istituzionale del Movimento 5 Stelle che ha determinato un forte appannamento dell’atlantismo italiano. Da questa situazione scaturisce la manovra degli atlantisti più intransigenti che tentano un riequilibrio che riavvicini l’Italia a Biden, il nuovo inquilino della Casa Bianca. Ma i 209 e rotti miliardi di euro e l’enorme debito pubblico accumulato in questi mesi sono garantiti non dagli Usa ma dalla Germania. Troppo spesso si dimentica questo aspetto essenziale. Ecco perché il confronto tra chi vuole una UE atlantista e tra chi invece vuole dare forza e velocità al progetto di vera integrazione è molto forte in seno al blocco politico, finanziario ed economico dominante in Europa.

Gli Usa hanno però i loro drammatici e straordinari problemi da affrontare. Biden è preoccupato dalla instabilità della situazione interna dovuta alla radicalità dello scontro politico in atto nel paese, che è spaccato in due come una mela, deve fare i conti con l’emergenza pandemica e con una crisi economica e sociale, ma anche di valori fondativi del paese, che forse non ha precedenti nella storia americana. Tale situazione lascia pochi margini e possibilità di iniziativa a sostegno degli “amici” europei. Tra l’altro la soluzione non può essere quella di stampare dollari all’infinito per fronteggiare la crisi economica. È una operazione che porta a un ulteriore indebitamento degli Stati Uniti proprio verso la Cina.

Dunque, l’Europa è costretta a fare da sola, per la prima volta dopo il secondo conflitto mondiale, deve camminare sulle sue gambe. Del resto l’UE, oltre a non avere un sostegno economico dagli Usa, come in passato (non credo che si attenuerà la guerra commerciale con la Germania anche se sarà condotta con altre modalità), deve sempre più fare a meno di uno strumento diplomatico e militare di pressione a Est e nel Sud del mondo come la Nato. La presenza di paesi come la Turchia complica e rende molto difficile l’utilizzo della Nato in chiave pro-UE, come strumento di tutela dei suoi interessi. In un mondo multipolare l’UE ha bisogno di una sua maggiore autonomia politica, economica e persino militare dagli Stati Uniti. Essere insomma amica di tutti e competere nello stesso tempo con tutti.

La crisi aperta da Renzi si sviluppa dunque all’interno di questo scenario, cioè la collocazione e il ruolo dell’Europa nel prossimo futuro che si trova ad un bivio, da un lato la visione perseguita dall’asse strategico franco-tedesco, pur tra limiti e contraddizioni, dall’altro l’antico rapporto di subalternità con gli Usa. Naturalmente lo scontro non è ancora così netto. I margini di mediazione tra le due diverse spinte sono ancora ampi. Ma il confronto è aperto e si gioca oggi una partita che potrebbe porre una forte ipoteca sulla opzione europeista. Il Regno Unito, con la Brexit, ha fatto la sua scelta e vedremo cosa succederà nei prossimi anni in Irlanda e in Scozia. Mentre la Cdu tedesca prepara il dopo Merkel in perfetta continuità con la sua politica, respingendo le posizioni di quella parte del partito che vorrebbero una politica meno europeista. La Francia, anche quando è stata governata dalle sinistre, ha sempre fatto leva sull’orgoglio nazionale francese. L’anello debole dello scenario è l’Italia.

Non è pertanto una polemica pretestuosa quella del leader di Italia Viva che ha criticato Conte per l’intestazione della delega ai servizi segreti o per la condanna troppo tiepida dell’assalto al Campidoglio degli Stati Uniti in quanto troppo legato a Trump, forse proprio tramite l’intelligence. La questione della collocazione internazionale dell’Italia non è punto trascurabile della crisi. Nella sua lettura occorre tenerne conto e solo qualche raro commentatore lo ha fatto. La richiesta del Ponte di Messina e del Mes, che in Europa nessun paese ha deciso di utilizzare, sono argomenti di pura propaganda per dare maggiore forza alla polemica politica. Draghi aveva già reso esplicito il suo pensiero a proposito e cioè che non riteneva opportuno chiederlo per non allarmare i mercati. Caso mai l’unico interrogativo legittimo è sapere se effettivamente Renzi sia un paladino della nuova amministrazione democratica americana o si è illuso di poterlo essere. Mi pare che Giorgetti abbia carte migliori da giocare. Comunque si vedrà strada facendo, soprattutto se sarà confermata la notizia che dalla Casa Bianca sarà candidato a Segretario generale della Nato grazie ad una vecchia promessa fatta da Obama. D’altronde i suoi rapporti con l’Arabia Saudita sono un indizio. In politica contano le azioni e quella compiuta da Renzi si colloca nel solco del partito filo-americano.

Il piatto principale però del confronto/scontro è il Recovery Fund, un mucchio di denaro che dovrà affluire dall’UE nei prossimi sei anni. Leggo che molti sostengono, soprattutto a sinistra, che Renzi sia una delle punte di diamante di questo disegno, funzionale al grande capitale. In questa analisi c’è del vero, ma chi sostiene che Renzi sia il maggior sostenitore di politiche neoliberiste nostrane dimentica che anche gran parte del Pd è funzionale a questi interessi, come anche qualcuno del Movimento 5 Stelle, per non parlare dei centristi o di Forza Italia e della Lega. Per essere più esplicito: quali discontinuità ha introdotto Zingaretti rispetto a Renzi? Forse il primo ha come referenti più i sindacati che la Confindustria? Certamente l’attuale segretario del Pd è portatore di una politica economica che contiene alcuni aspetti cari alle socialdemocrazie (aspetti e non nodi tematici fondamentali), ma non vi è stato da parte del Pd nessun ripensamento critico rispetto alle scelte fatte dal centrosinistra in questi trent’anni. La pandemia impone oggi un ulteriore indebitamento del Paese, ma subito dopo, finita l’emergenza, si tornerà a una politica liberista rigorosa. Il trattato di Maastricht è stato sospeso, non è stato abrogato!

Che siamo in piena emergenza lo ha capito molto bene la Germania della Merkel non adottando la stessa politica che aveva condotto nei confronti della Grecia o di altri paesi europei. Con una pandemia in corso, che ha un impatto sociale drammatico, non si è di sinistra perché vengono bloccati i licenziamenti, o perché si potenzia la cassa integrazione, o perché vengono distribuiti un po’ di bonus o sussidi. Misure analoghe sono state prese da quasi tutti i governi, compreso quello del vituperato Trump, quindi non da queste misure si distingue un governo di destra da uno di sinistra. Un governo di sinistra si caratterizza per interventi volti ad una più equa redistribuzione della ricchezza, per le politiche per il lavoro e l’occupazione, per investimenti strutturali nella economia green, per lo sviluppo di servizi pubblici essenziali: sanità, casa, innovazione tecnologica, formazione. Per questo sono convinto che la politica economica di Draghi, a differenza del governo Monti, non sarà, almeno nella fase emergenziale pandemica, segnata da provvedimenti “lacrime e sangue”. Non sarà insomma all’inizio una politica improntata alla pura austerità liberalista. Non è questa la fase che sta attraversando l’UE.

Lo scontro politico dunque che si è aperto con la crisi di governo non è tra riformisti e neoliberisti, cosa che Leu fatica a comprendere, ma muove dalla opzione di quali interessi economici e finanziari deve rappresentare la politica. C’è chi guarda agli Usa e continua a intrecciare i suoi legami con quelli del capitale finanziario americano, chi punta alla Germania, che già controlla, in modo diretto o indiretto, buona parte del tessuto produttivo del Nord del Paese, chi infine vuole fare affari, senza avere troppo lacci politici, con la Cina, ma anche con la Russia. Un groviglio di interessi insomma non riconducibili a una visione politica unitaria del blocco di forze dominanti. Un insieme di contraddizioni che la politica non riesce adeguatamente a mediare. Tutti vogliono mettere le mani sul malloppo che viene dall’UE, avendo però molto chiaro che la parte del leone nel dettare la ripartizione delle risorse non poteva essere prerogativa solo del Movimento 5 Stelle e Conte, insieme ad un Pd ondivago che non ha una visione strategica. Questo è il vero motivo che ha scatenato l’opposizione della Confindustria, della grande stampa e dei media, controllati appunto dalle oligarchie finanziarie, che da tempo lavoravano per giocare la carta Draghi.

L’iniziativa di Renzi, condivisa anche dal Pd (e chissà da chi altro nel centrodestra), partiva dalla necessità di procedere a un forte rimpasto di governo per ridimensionare la presenza nell’esecutivo del Movimento 5 Stelle poi, se ci scappava pure il cambio del premier tanto meglio, nessuno si sarebbe strappato i capelli. Ma il piano iniziale ha imboccato un altro sentiero. La manovra si è combinata con il ruolo di Mattarella che ha imposto tutt’altra piega alla crisi. Il Presidente della Repubblica e il suo fido Franceschini hanno determinato un esito non previsto rispetto agli obiettivi iniziali che si volevano ottenere dalla manovra. Molti commentatori hanno notato che il nome di Draghi è stato proposto da Mattarella appena poco dopo che Fico gli ha riferito l’esito negativo del suo tentativo di rimettere in piedi la maggioranza parlamentare uscente per un Conte ter. Ciò vuol dire che il Presidente della Repubblica stava preparando il “pacco” da giorni, lo aveva pianificato. Mattarella ha lasciato prima bruciare l’ipotesi Conte, e tutti quelli che si illudevano, in testa Zingaretti e Bettini (lo stratega!), di costruire una alleanza politica con il Movimento 5 Stelle e con i cosiddetti “costruttori”, sono rimasti con un pugno di mosche, per poi compiere un vero e proprio colpo di mano, politico e istituzionale, da Statuto Albertino più che da Carta Costituzionale, più da monarca che da presidente di una repubblica parlamentare. Al Presidente della Repubblica non deve inoltre essere piaciuta – e non si può dargli torto – la campagna acquisti di parlamentari dal centrodestra, tra l’altro solo in parte riuscita, per tentare di formare una maggioranza di governo senza Italia Viva. Un ulteriore degrado e immiserimento della politica che Leu non ha colto. Una ennesima pagina nera del trasformismo parlamentare, questa volta con l’avallo anche della sinistra.

Con estrema abilità, da raffinato democristiano, Mattarella ha azzerato le ambizioni di tutti i principali protagonisti, ma ha fatto in modo che tutte le responsabilità della crisi fossero scaricate su Renzi, che credeva di essere il grande manovratore, ma che invece è stato manovrato come tutti gli altri protagonisti della crisi. L’argomento che ha ben chiaro il Quirinale è che si debba tenere conto della Germania che garantisce il nostro enorme debito pubblico e ci mette in mano ingenti risorse finanziarie. Mi pare più propenso quindi a raccogliere le istanze del processo di integrazione europea che vengono da Berlino. Del resto una partita simile, dalle grandi conseguenze politiche, economiche e finanziarie, persino di ordine geopolitico, non poteva essere lasciata in mano a un governicchio esposto agli umori quotidiani del Movimento 5 Stelle, di Italia Viva e di un Pd senza spina dorsale. Insomma Mattarella ha fatto lo stesso ragionamento che il Pd e Italia Viva avevano fatto su Conte e il Movimento 5 Stelle. Se non ci fossero di mezzo le drammatiche sorti del Paese sembrerebbe una commedia umoristica degli equivoci.

209 miliardi dall’UE saranno dunque gestiti da un tecnocrate della finanza europea che ha solide relazioni con i grandi gruppi monopolistici, con le banche e con le oligarchie finanziarie. Saranno quindi questi poteri forti a realizzare i progetti del Recovery Fund e nello stesso tempo dare tutte le garanzie al capitale finanziario europeo che tali progetti saranno funzionali ai suoi interessi. E non a caso i mercati volano mentre l’economia reale è in agonia. Chi meglio di Draghi può garantire questa straordinaria operazione con una maggioranza di governo in cui tutti i grandi potentati hanno un posto a tavola? L’esito della crisi conferma inoltre che il sistema istituzionale e politico europeo è un sistema a-democratico totalmente dominato dal capitale finanziario. Anche la democrazia formale oramai è stata messa in discussione. Ci vogliono altre prove politiche per capirlo?

Dalla crisi escono quindi con le ossa rotte il Pd, il Movimento 5 Stelle e Leu. Renzi può salvarsi solo se i suoi amici americani gli daranno un incarico di rilievo. Si dirà: Franceschini e Mattarella sono del Pd. Vero. Ma dentro il PD molti ex democristiani sono convinti che occorra ricostruire un forte partito o schieramento neocentrista che sia il polo egemone di un governo moderato e allineato alla maggioranza che governa l’UE. Una formazione che sia l’argine principale di uno schieramento politico e parlamentare impegnato prima di tutto a sbarrare la strada a quelle destre che non intendono ridurre il loro tasso di nazionalismo e di populismo. Facendo leva sulle contraddizioni della Lega l’obiettivo è di ridimensionare il loro spazio politico. Il secondo obiettivo del nuovo polo neocentrista è ridurre la base elettorale del Pd, svuotarlo politicamente e bloccare il suo pur velleitario tentativo di inglobare in modo subalterno la sinistra. Il terzo obiettivo, infine, è impedire che la sinistra possa dare vita a una formazione influente. In questo disegno strategico quindi non c’è spazio per il Pd di Zingaretti senza arte né parte. Questo disegno neocentrista, portato avanti soprattutto dal diffuso mondo ex democristiano, è funzionale, a me pare, alla strategia dell’asse Berlino-Parigi di integrazione europea. Con Draghi si intende normalizzare il quadro politico dopo i grandi guasti determinati da bipolarismo e dal vento populista figlio illegittimo del governo Monti.

In questa prospettiva non regge la critica di chi sostiene che le risorse del Recovery Fund devono essere utilizzate per realizzare progetti qualificati se effettivamente si vuole la loro approvazione da parte della Commissione europea. In questa partita ciò che veramente conta è che i progetti siano organici agli interessi e all’espansione del capitale franco-tedesco. Dunque è necessario correre, fare presto e affidarsi mani e piedi alle oligarchie finanziarie europee. L’obbligo al senso della responsabilità della politica alla fin fine si riduce a questa urgenza posta dalla finanza. Nel 2021 si ripropone insomma, sia pur in forme nuove, il metodo politico della Dc, un partito che sapeva mediare tra le diverse spinte del capitalismo italiano, tra imprese pubbliche e imprese private. Una inedita riesumazione della prima repubblica anche se i cavalli di razza di allora oggi sono dei ronzini, con le dovute eccezioni. Una nuova maggioranza politica centrista, senz’altro amica degli Usa, almeno finché non matureranno altre condizioni dettate dall’asse franco-tedesca. Un forte polo moderato ma centrista insomma che abbia lo sguardo rivolto soprattutto ai padroni dell’UE. Draghi per condurre tale politica è perfetto!

In questo disegno c’è spazio pure per Conte come leader di una parte importante del Movimento 5 Stelle e possa raccogliere anche un po’ di elettorato deluso dal Pd, in modo che, dopo la frantumazione dei partiti attuali, solo dei pezzi marginali vadano alle destre o alla sinistra. Il lavoro di costruzione di un forte polo politico centrista attorno alla figura di Draghi è un cantiere aperto e lungo la strada è indubbio che vi saranno correzioni e assestamenti, ma la via imboccata è questa. Allora una alleanza strategica tra Leu, Pd e Movimento 5 Stelle non regge alla prova delle trasformazioni politiche in corso. In primo luogo in quanto è concepita come operazione di palazzo e non come processo unitario che dovrebbe svilupparsi a partire dai territori. Basta dare una occhiata a quello che è avvenuto in questi anni nelle elezioni amministrative, comunali e regionali, e allo stato dei rapporti tra i tre partiti nei comuni dove si vota, a iniziare da Roma e Torino. In secondo luogo perché una parte dei gruppi dirigenti del Pd e del Movimento 5 Stelle perseguono altre opzioni strategiche e non si muovono nella direzione di costruire una nuova alleanza politica che sia una riesumazione di un centrosinistra, travestito dietro a delle formule amene, magari un po’ più spostato a sinistra. Vi sono contraddizioni strutturali tali in questa potenziale alleanza evocata che impedisce il decollo politico dell’operazione, non ha sufficiente credibilità e consenso elettorale, non è né vincente né centrale.

Molti sostengono che il governo è fragile. Ha una maggioranza parlamentare composita. Ma il governo, nel fronteggiare l’emergenza della pandemia, deve fare tre cose: decidere gli indirizzi e come utilizzare le risorse del Recovery Fund in accordo soprattutto con la Germania; garantire la elezione di un Presidente della Repubblica che sia dentro a questo perimetro e prospettiva del Paese; fare una legge elettorale un po’ più proporzionale, sufficiente a smontare ulteriormente l’attuale centrodestra. E per fare queste cose i numeri di partenza sono più che sufficienti. Cresceranno con il consolidarsi dell’operazione politica. Questo è il suo compito e non ha importanza come definire il governo: maggioranza Ursula, governo istituzionale o di unità nazionale, governo tecnico o politico. La debolezza politica (ma non numerica) della maggioranza parlamentare che lo sostiene è la sua forza, anche perché a questo governo non ci sono alternative se non quella del voto che la maggior parte del Parlamento e delle forze politiche non vogliono. Ma soprattutto non le vuole il grande capitale. L’unico progetto in campo – che ha 209 miliardi di motivazione convincenti – è quello di legare ancora di più il destino del Paese alla Germania. Ecco perché il partito filo-americano non si è rafforzato e alla lunga forse è destinato a soccombere. Questo passaggio della crisi di governo conferma il declino statunitense in atto. Quando invece dei Di Bella da New York, come opinionisti fissi nei Tg, ce ne sarà uno presente tutte le sere da Berlino, forse gli italiani inizieranno a comprendere dove sta andando il Paese.

Per concludere vorrei aggiungere qualche riflessione sulla sinistra. Però ho poco da dire. Posso solo affermare che è totalmente fuori fase e forse conta poco anche per questo. Dovrebbe cogliere i processi in atto, ma non è in grado di farlo. Emergono due tendenze nella martoriata, povera e divisa sinistra, entrambe prive di consistenza politica.

La prima, del tutto politicistica, utilizza l’argomento di non lasciare il governo Draghi alle destre, come se il pericolo fosse la collocazione parlamentare del suo governo. Draghi non è di destra, semplicemente è diretta espressione del potere, quello vero, che pesa e conta. L’atteggiamento da avere rispetto governo Draghi non può essere ridotto a tattica parlamentare, spacciandola per sopraffina manovra togliattiana. Leu non è il Pci e neppure tra le sue file c’è un nuovo Togliatti. La seconda tendenza è ideologica. Si ricorda giustamente cosa rappresenta in termini di potere Draghi e per questa ragione si crede che riproporrà per l’immediato una politica economica di austerità, come fecero la Bce e l’UE dieci anni fa quando soffocarono la Grecia e misero in riga tutta una serie di paesi europei, tra cui l’Italia. Ripeto, non siamo in quella fase. Una politica liberista da adottare, dopo la fine dell’emergenza pandemica, resta una prospettiva di fondo, ma non si concretizzerà nei primi mesi del governo Draghi, anzi produrrà al contrario qualche sorpresa, spiazzando la campagna ideologica di chi denuncia, ancora prima di vedere il governo all’opera, selvagge politiche antipopolari da subito, perdendo così la pochissima credibilità che ancora vanta. Per dirla in altro modo non credo che Draghi chiederà il Mes, o che voglia sopprimere il reddito di cittadinanza (caso mai lo riformerà per farne esclusivamente uno strumento di sussidio per le famiglie più povere) e tratterà con i sindacati su quota cento e soprattutto sul blocco dei licenziamenti. Prevedo che finché il Paese sarà in piena emergenza pandemica si avvarrà dell’attuale sistema emergenziale di protezione sociale per non gettare il Paese nel totale caos sociale. Il suo compito è soprattutto preparare e impostare strategicamente la nuova legislatura che sarà quella sì di “lacrime e sangue”, garantita magari da lui come Presidente della Repubblica.

La sinistra dunque cosa dovrebbe fare? Leu intanto, invece di imbarcarsi nel governo Draghi (mentre scrivo vi è qualche incertezza di Sinistra Italiana), dovrebbe marcare una forte discontinuità politica prendendo le distanze dal governo, anche considerato che ha una modestissima pattuglia di parlamentari, del tutto ininfluente per le sorti della maggioranza. Sarebbe così più credibile per poter promuovere una iniziativa politica rivolta all’insieme della sinistra, sia verso alcuni settori del Movimento 5 Stelle che del Pd, sia verso quelle forze della sinistra fuori dal Parlamento che potrebbero essere sensibili a un processo costituente di un nuovo partito. Occorre da oggi, partendo dalla condizione data, costruire una prospettiva nuova per la sinistra. Ma non mi pare però che sia questo l’intendimento. Dall’altro lato i partitini extra-parlamentari, più o meno residuali e autoreferenziali, dovrebbero sciogliersi invece di agitarsi senza costrutto nel fare spicciola propaganda ideologica. Ma l’aria che tira, anche in questo caso è pessima. Dunque la discussione sulla necessità di costruire una forza di sinistra capace di incidere sugli scenari politici italiani ed europei è rimandata, rinviata a data da destinarsi, con molta probabilità dopo le elezioni politiche.

C’è chi evoca la ripresa della lotta sociale. Ma le tensioni sociali sono già forti, dopo un anno di pandemia, e oggettivamente sono destinate a crescere nei prossimi mesi, nei prossimi due/tre anni. Dopo una prima fase di assoluta emergenza pandemica, che durerà ancora a essere ottimisti fino all’estate, si passerà inevitabilmente al ritorno a politiche rigorose per fronteggiare l’enorme debito pubblico, ma con un piano strategico del Recovery Fund approvato e avviato e con un quadro politico totalmente diverso. Vi è una penuria di risorse che si rivela anche nel caso del Recovery Fund, se non si conduce una politica vera di ridistribuzione della ricchezza e di lotta alle diseguaglianze che naturalmente non si prende in considerazione. Nonostante l’ingente flusso di finanziamenti, dopo una corposa trance iniziale, per i prossimi sei anni non arriverà a erogare che poco più di 10 miliardi all’anno tra finanziamenti a fondo perduto e risparmi di interessi, a meno che l’UE non decida altri provvedimenti. Ben poca cosa rispetto all’enormità di una crisi che ha creato una massa immane di imprese insolventi, come ricordato proprio da Draghi. Diventa allora urgente affidare al “tecnico” l’impostazione di una politica economica fortemente competitiva e selettiva, una politica di assoluto rigore e di contenimento del debito pubblico. La questione vera è quindi la ripresa della lotta politica! Per questo ci sono le condizioni oggettive per la formazione di un nuovo partito della sinistra, ma non quelle soggettive. Una volta chiarito che il Pd non giocherà più un ruolo centrale nel quadro politico italiano e sarà nel contempo ridotto, sotto il livello di guardia, il pericolo delle destre nazionaliste e populiste, e quindi verrà meno il ricatto del voto utile, forse si realizzeranno anche le condizioni soggettive per spingere alla formazione di un forte partito della sinistra che non nasca per una politica basata su un illusorio riformismo rinchiuso dentro gli steccati di un sistema a-democratico dominato dal capitale finanziario. Nutro fermamente questa speranza, anche se per i prossimi due o tre anni non vedo all’orizzonte nulla di buono.

P.S.

Chi è Mario Draghi? Dal 1991 al 2001 è Direttore Generale del Ministero del Tesoro, dove viene chiamato da Guido Carli, ministro del Tesoro del Governo Andreotti VII, su suggerimento di Carlo Azeglio Ciampi, all’epoca governatore della Banca d’Italia. È stato confermato da tutti i governi successivi: Amato I, Ciampi, Berlusconi I, Dini, Prodi I, D’Alema I e II, Amato II e Berlusconi II. In questi anni è stato l’artefice delle privatizzazioni delle società partecipate in varia misura dallo Stato italiano.

Nel 1992, prima che in Italia avesse inizio la stagione delle privatizzazioni, incontrò alti rappresentanti della comunità finanziaria internazionale sul panfilo HMY Britannia della regina d’Inghilterra Elisabetta II. Questo episodio scatena un’accesa polemica nel dibattito pubblico italiano. Nel 2008, il Presidente emerito della Repubblica italiana, Francesco Cossiga, ricordando quest’episodio, respinse l’ipotesi di vederlo sostituire Romano Prodi a Palazzo Chigi. Cossiga affermò assai esplicitamente: <<Un vile, un vile affarista…socio della Goldman & Sachs, grande banca d’affari americana …il liquidatore, dopo la famosa crociera sul Britannia, dell’industria pubblica, la svendita dell’industria pubblica italiana, quand’era Direttore Generale del Tesoro, colui che svenderebbe quel che rimane di questa povera patria (Finmeccanica, l’Enel, l’Eni) ai suoi comparuzzi di Goldman Sachs>>. In questa Banca fu dal gennaio 2002 al dicembre 2005, quando divenne Governatore della Banca d’Italia, dove rimase fino alla nomina a quella Centrale Europea nel 2011.

Dalla campagna di privatizzazione di società come IRI, Telecom, Eni, Enel, Comit, Credit e varie altre, consegnate ai cosiddetti “capitani coraggiosi”, lo Stato italiano ricavò all’incirca 182.000 miliardi di lire. Secondo alcune stime, il rapporto debito pubblico italiano sul Pil scese dal 125 per cento del 1991 al 115 del 2001. Fu inoltre la guida della commissione governativa che scrisse la nuova normativa in materia di mercati e finanza e per questa ragione viene informalmente chiamata legge Draghi (Decreto legislativo 24 febbraio 1998 e come ben si nota, qui ci si attiene al terrore del debito pubblico, tipica concezione della scuola neoclassica tradizionale, prekeynesiana. Quindi Draghi, svendendo le imprese pubbliche, viene considerato benemerito per aver ridotto questo debito. E poi, solo alla fine del mandato alla BCE, egli si ricorda vagamente di alcune tematiche keynesiane e accenna ad una autocritica per l’austerità caratteristica di tutta la politica economica della UE.

Ci vuole tanto a capire che siamo oramai in un sistema a-democratico dominato dal capitale finanziario e dai suoi tecnocrati? Quando la politica è incapace di prendere decisioni allora subentrano loro con l’appellativo di salvatori della Patria, ma devono solo gestire, come per il Recovery Fund, un fiume di denaro per conto delle oligarchie finanziarie europee, in particolare della Germania.

Quello di Mattarella è un colpo di mano? Sì, ma non è il primo e non sarà l’ultimo. La Costituzione italiana è solo carta da sbandierare per fare retorica sull’ideologia della democrazia.

Sandro Valentini

Un nuovo Governo per gestire le risorse europee e riformare il Paese. di A. Angeli

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Basta con questo atteggiamento morboso” risponde piccato Conte al giornalista che gli chiedeva del MES. Una dura risposta che è agevole leggere come  l’aforisma: dire a suocera perchè nuora intenda; rimbeccare il giornalista per messaggiare a Zingaretti che la sua insistenza sul MES è patologicamente (politicamente) psicotica. Il Conte di cui parliamo è il Conte tornato vincitore dallo scontro sul Recovery Fund, applaudito dalla maggioranza del Parlamento per questo successo; è il Conte immodesto, fino all’umiltà al punto che si propone di gestire lui, direttamente, i 209 mld dei 750 stanziati dall’Europa per una risposta comune alla più grande recessione economica della storia dell’Unione. E’ il Conte autoconvintosi di essere stato l’artefice – certo, dopo avere convinto la Merkel e Macron con la sua incontestata dialettica – predominante su tutta la difficile trattativa durante la quale ha duellato con il capo dei “frugali” Rutt. Si dice sempre che sarà la storia a giudicare, in specie quando ci si trova di fronte a momenti che hanno proprio il sapore di una novità storica, come quella decisa dall’Europa poiché, per la prima volta, è affermato il principio secondo cui una istituzione europea, la Commissione, viene autorizzata a fare debito comune, un tabù che sarebbe stato impensabile solo qualche mese fa.

Ma non giochiamo con gli equivoci: i mallevadori di questo successo sono Merkel e Macron e i Paesi frugali non hanno subito sconfitte, al pari dei quattro di Visegrad che manterranno intatta la loro visione di una democrazia illiberale e la loro sfida alle istituzioni democratiche dell’Europa. Ecco, il successo di Conte termina là dove la Merkel a Macron hanno portato l’Europa, in uno spazio e in una dimensione da esplorare, un nuovo orizzonte politico su cui ricostruire la ragione e la  forza dell’Istituzione Europea, una prima forma di federalismo, che potrà avere sviluppi imprevedibili e rifondativi di sistema, di integrazione di aree e comparti finanziari, sociali economici, giuridici, di cui l’accordo sul Recovery Fund è un primo, decisivo passo per incamminare i 27 in quella direzione. E’ qui, su questa linea, che demarca la presunta vittoria di Conte dal disegno che presiede all’accordo sul Recovery, che si avverte la limitatezza, l’impreparazione i limiti di questo Governo e del suo Presidente del Consiglio. La scommessa è di poter ancora recuperare l’Italia quale partner indispensabile e insostituibile per dare contenuto a questa sfida. Allora non illudiamoci, le condizionalità sostanziali introdotte con il Recovery Fund, non potranno essere eluse, escluse, superate: le riforme che i nostri protettori si aspettano siano realizzate dovranno rispettare le compatibilità e conciliarsi con il disegno del cambiamento. Non ci saranno appelli e loro non ci daranno tregua perchè troppo compromessi ed esposti ai rischi di un fallimento.

A Conte mancano le tre qualità che Max Weber riteneva sommamente decisive per l’uomo politico: passione, senso della responsabilità, lungimiranza ( dalla Politica come professione 1919 ). Passione nel senso di Sachlichkeit: [obbiettività] dedizione appassionata a una “causa” (Sache), al dio o al diavolo che la dirige. […] Essa non crea l’uomo politico mettendolo al servizio di una “causa” e quindi facendo della responsabilità, nei confronti appunto di questa causa, la guida determinante dell’azione. Da qui la necessità della lungimiranza – attitudine psichica decisiva per l’uomo politico – ossia della capacità di lasciare che la realtà operi su di noi con calma e raccoglimento interiore: come dire, cioè, la distanza tra le cose e gli uomini. La “mancanza di distacco” [Distanzlosigkeit], semplicemente come tale, è uno dei peccati mortali di qualsiasi uomo politico e una di quelle qualità che, coltivate nella giovane generazione dei nostri intellettuali, li condannerà all’inettitudine politica. E il problema è appunto questo: come possono coabitare in un medesimo animo l’ardente passione e la fredda lungimiranza? La politica si fa col cervello e non con altre parti del corpo o con altre facoltà dell’animo. E tuttavia la dedizione alla politica, se questa non dev’essere un frivolo gioco intellettuale ma azione schiettamente umana, può nascere ed essere alimentata soltanto dalla passione. Ma quel fermo controllo del proprio animo che caratterizza il politico appassionato e lo distingue dai dilettanti della politica che semplicemente “si agitano a vuoto”, è solo possibile attraverso l’abitudine alla distanza in tutti i sensi della parola. Spetterebbe al PD prendere l’iniziativa e mettere i 5stelle di fronte ad una implacabile realtà: cogliere l’opportunità del cambiamento che i Recovery Fund e l’Europa ci prospettano mettendo a punto un programma con un nuovo governo guidato da una personalità che esprima al meglio le tre qualità indicate da Mx Weber. Una scelta da compiere in fretta, entro quest’anno, per intraprendere una nuova strada che porti il nostro Paese al centro dell’Europa con un nuovo modello di sviluppo centrato sul lavoro, la solidarietà, l’istruzione generalizzata, l’assistenza sanitaria universale e gratuita e un progetto per l’ambiente e il clima in linea con i valori contenuti nel programma di cui si è dotata la nuova commissione Europea.

Alberto Angeli

Vittoria? di S. Bagnasco

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Considero positivo, nonostante le criticità, l’accordo raggiunto in Europa sul cosiddetto Recovery Fund, ma non trovo ci sia nulla da esultare, al punto di sproloquiare di vincitori.

Se ci sono dei vincitori vuol dire che ci sono degli sconfitti e questo in ogni caso non va bene in una comunità sovranazionale.

Più produttivo sarebbe tentare di comprendere in cosa consiste l’intervento europeo.

Nessuno ci regala 209 miliardi di euro; stiamo parlando sostanzialmente di debito che andrà restituito e in più sottoposto a condizioni e gradimento del Consiglio europeo.

Le condizioni poste coincidono con le raccomandazioni fatte all’Italia, che da tempo sono viste con sdegno da buona parte del mondo politico italiano, e con gli obiettivi che l’UE si è data (transizione verde e digitalizzazione).

Le raccomandazioni che ci riguardano direttamente sono: riforma del fisco, riforma del lavoro, riforma della giustizia, riduzione del debito e a questo scopo andranno indirizzate tutte le entrate straordinarie, taglio strutturale della spesa pubblica pari a 0,6% del PIL.

Ciascun Paese presenterà entro l’autunno un piano triennale (2021-2023) che, una volta approvato dalla Commissione e dal Consiglio europeo, diventerà esecutivo ma dovrà soddisfare i target intermedi e finali. Il Comitato economico e finanziario verificherà questi target e se in questa sede qualche Paese riterrà che ci siano problemi, potrà chiedere che il Consiglio europeo deliberi la sospensione dell’erogazione dei finanziamenti.

Il piano approvato consentirà di ricevere il 70% dei fondi nel biennio 2021-2022 e il 30% l’anno successivo. L’Italia, dunque, dovrebbe ricevere 146 miliardi nei prossimi due anni e 63 nel 2023, ma attenzione perché il piano è sottoposto a revisione nel 2022, prima della ripartizione della tranche relativa al 2023. Su questi fondi potremo ricevere una anticipazione pari al 10% già a fine anno, diversamente bisognerà attendere con molta probabilità la primavera 2021.

In confronto le condizioni per l’utilizzo del fondo Mes destinato alle spese sanitarie dirette e indirette sono una passeggiata in riva al mare.

Perché si esulta per un prestito condizionato che si chiama Recovery Fund e si ostinano a dire no al prestito immediatamente disponibile rappresentato dal fondo Mes per le spese sanitarie?

In definitiva, si tratta di prestiti con condizionalità minori con il fondo Mes, maggiori con il Recovery.

Quando qualcuno, a partire da Conte, spiegherà perché bisogna esultare per il condizionato prestito del Recovery e stare alla larga dal poco condizionato fondo Mes … allora si potrà cominciare a discutere seriamente, chiudendo la stagione dell’infantilismo politico.

Pioveranno sull’Italia 209 miliardi di euro di cui 81,4 a fondo perduto? Abbiamo vinto la lotteria?

Le cose non stanno esattamente in questi termini.

I cosiddetti aiuti a fondo perduto sono in realtà quasi tutti prestiti; perché questi fondi arrivano dall’emissione di bond da parte della Commissione europea che aumenterà il bilancio dell’Unione Europea messo a garanzia.

Ogni Paese contribuisce pro quota al bilancio dell’UE e con certezza al momento sappiamo che circa 55 miliardi di questi 81,4, erroneamente definiti a “fondo perduto”, dovranno essere restituiti a partire dal 2027. Tutti i prestiti dovranno essere in ogni caso restituiti entro il 2058.

In definitiva, di prestiti stiamo parlando e realisticamente non potrebbe essere diversamente poiché l’UE vive con le contribuzioni dei Paesi membri e se si finanzia sui mercati a sua volta deve rimborsare quanto raccolto.

La cosa vera d cui dovremmo esultare è che per la prima volta i Paesi UE hanno deciso di sottoscrivere un debito comune e abbiamo così l’opportunità di rimettere in piedi il Paese senza ricorrere direttamente ai mercati finanziari facendo lievitare i già stratosferici interessi.

Una opportunità che spetterà a noi saper cogliere.

A questo punto, due considerazioni dal mio punto di vista non secondarie.

Questa “vittoria” è stata comprata svincolando di fatto gli aiuti finanziari dal rispetto dello “stato di diritto” e dei principi fondativi dell’UE, con grande soddisfazione soprattutto di Ungheria e Polonia.

Con questo accordo è altamente probabile che il quantitative easing, di cui l’Italia è il primo beneficiario, non sarà rinnovato e questo deve indurci a grande cautela perché se non operiamo con equilibrio tra assistenza, rilancio dell’economia e risanamento della macchina statale, rischiamo di far schizzare lo spread e di conseguenza i tassi di interesse.
L’altro punto da tenere presente è che adesso in nome della pandemia è stato abbandonato il cosiddetto “capital key”, vale a dire la regola secondo cui la BCE può acquistare titoli dei paesi membri rispettando le quote di partecipazione di ogni Paese al capitale della BCE. Se dovesse essere ripristinato questo principio, l’Italia perderebbe un vantaggio di cui sinora ha goduto.

Si tenga infine presente che la contribuzione di ogni Paese alla BCE è in relazione a due parametri: popolazione e PIL. Anche il bilancio dell’UE è basato per il 70% sulle contribuzioni di ciascun paese con riferimento alla quota di PIL nazionale sulla somma dei PIL dei paesi membri.
Ne consegue che un cittadino lussemburghese contribuisce in misura doppia rispetto a un cittadino italiano; anche un cittadino olandese, finlandese e austriaco contribuisce più di un italiano. Quindi, finiamola di stupirci per la giusta attenzione che questi Paesi hanno per l’utilizzo dei soldi europei.

Abbiamo una grande opportunità, ma non parliamo di vittoria perché la partita deve ancora iniziare e la vera vittoria ci sarà quando ci metteremo alle spalle atavici comportamenti.

Non trasformiamo una non-vittoria in una vera e pesante sconfitta.

Sergio Bagnasco

Joseph E. Stiglitz – Un Capitalismo progressista. di A. Angeli

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Da pochi mesi è uscito nelle librerie italiane il nuovo lavoro di Joseph Stiglitz: Popolo, Potere e Profitti – Un capitalismo progressista in un’epoca di malcontento. Un lavoro che posiamo considerare la continuità del saggio tradotto e disponibile dal 2002 (Editore Einaudi) e dal titolo La globalizzazione e i suoi nemici, pubblicato nel 2001 negli USA dopo l’esperienza vissuta come componente del Consiglio dei consulenti economici di Bill Clinton durante il primo mandato Presidenziale (93/97) e dal 1997 al 2000 come chef economist e senior vice president presso la Banca Mondiale. In questo lavoro del 2001, di analisi critica delle politiche economiche promosse dalle principali istituzioni della globalizzazione, Stiglitz. come un chirurgo, lavorando sul corpo della globalizzazione minuziosamente ne evidenzia i mali: non funziona per molti poveri del mondo, non funziona per gran parte dell’ambiente e non funziona per la stabilità dell’economia mondiale. La transizione dal comunismo all’economia di mercato è stata gestita talmente male che, rileva l’autore, fatta eccezione per la Cina, il Vietnam e qualche Paese dell’Europa orientale, la povertà è aumentata a dismisura e i redditi sono crollati. Nonostante questi rilievi negativi, Stiglitz si dichiara contro chi vorrebbe abbandonare la globalizzazione, perché non fattibile né auspicabile poiché, evidenzia con puntigliosa precisione, la globalizzazione ha portato enormi vantaggi: il successo dell’Est asiatico nato dalla globalizzazione, per la facilità dell’accesso ai mercati, per le migliorate condizioni di salute e per avere facilitato la creazione di una società civile globale e attiva che combatte per ottenere più democrazia e una maggiore giustizia sociale. Nelle pagine che compongono la parte conclusiva del lavoro illustra le riforme che ritiene indispensabili a raggiungere il cambiamento per rendere la globalizzazione più equa e più efficace nel migliorare il tenore di vita delle popolazioni: insomma, una globalizzazione dal volto umano.

In questo lavoro si coglie una visione ristretta della globalizzazione, poiché è interpretata come un processo teso “ all’eliminazione degli ostacoli al libero commercio ed una più ampia integrazione delle economie nazionali”  la cui “forza” è “l’arricchimento di tutti, in modo particolare dei poveri”. E’ questa una visione della globalizzazione essenzialmente economicistica, che ha in sé un indubbio potenziale accademico, mentre il dibattito dovrebbe basarsi piuttosto sul modo di “amministrare” la globalizzazione, cioè la messa a punto di regole giuridiche e politiche mediante le quali debilitare e inibire le forme speculative della finanza e del monopolio dei mercati. Nella sostanza, partendo da queste idee, ne “La globalizzazione e i suoi oppositori”, egli punta il dito soprattutto contro il FMI. Anche se quasi tutto ciò che scrive è vero; dalla miopia nell’applicazione degli strumenti fino all’arroganza dei suoi funzionari che fanno pressioni per riforme strutturali, ciniche e cariche di sacrifici. Certamente Stiglitz, in questo saggio, dice cose interessanti in materia di economia e in alcuni momenti ha delle ispirazioni di eterodossia, se si pensa alle posizioni tradizionali della prevalente scuola economica di matrice liberale. E tuttavia è evidente che nella globalizzazione influiscono anche altri processi, come quelli che vanno dall’ambito delle ideologie politiche ai modelli culturali di consumo e del mercato, che Stiglitz li rammenta ogni tanto, a volte li intuisce, ma non li elabora in profondità. Nonostante questi limiti, per la scuola di pensiero liberale questo lavoro sembrerebbe avere svelato un nuovo volto di stglitz, dal momento che, un economista liberale come lui, finisce per essere indicato come progressista e imporsi con interesse anche tra le forze di sinistra, convinte di avere trovato in lui un nuovo profeta del progressismo.

E infatti, con l’ultimo saggio: Popolo, Potere e Profitti – un capitalismo progressista in un’epoca di malcontento, ( anno 2020 editore Einaudi ) che Stiglitz affronta il mercato finanziario e mette in risalto il diffuso malcontento negli Stati Uniti e nel mondo. A suo giudizio non è soltanto la teoria economica ad avere fallito in America, ma anche la politica. Si è determinata una frattura tra l’economia e la politica, rileva, così ne risulta rafforzata la parte economica, cioè coloro che detengono denaro e potere e li hanno usati per riscrivere le regole del gioco economico e politico. C’è una parte ristretta dell’èlite negli Stati Uniti che detiene una quota crescente dei frutti dell’economia, e una base più estesa praticamente priva di risorse e le conseguenze di questa economia e di questa politica hanno ricadute che influenzano la natura della società e dell’ identità americane, determinando una economia e una politica squilibrate, egoiste e miopi e ripercussioni sul sistema economico e politico.  Per buona parte del lavoro il sistema economico e politico dell’America è centrale nell’analisi di Stiglitz, con le sue disuguaglianze profonde e diffuse, la crescente onda razziale, che monta fino a coinvolgere le vette dell’Amministrazione, gli attacchi al sistema giudiziario, a quello universitario e alla scienza, alle comunicazioni, al sistema sanitario impostato con l’Obamacare, fino a rilevare i guasti di un’economia che distrugge l’ambiente e compromette il futuro climatico del mondo, sono i sintomi di una società che declina verso una crisi identitaria e di svalutazione di ogni valore etico, morale e sociale. Molte pagine del saggio chiamano in causa Trump, e la sua politica economica scelleratamente a favore dei ricchi, che con la legge fiscale del 2017 “il parto del più profondo cinismo”, consente a chi lavora nei fondi di private equity di corrispondere un’aliquota massimale del 20%, invece dell’aliquota quasi doppia pagata da altri americani attivi e, a seguito dell’abrogazione dell’imposta minima, sono favorite scappatoie alla corresponsione di una percentuale minima di base del loro reddito.   Una riforma pensata per favorire i ricchi, ma che ha impoverito la classe media e resa più profonda la disuguaglianza di ricchezza, risultando così che il 1% detiene più del 40% ella ricchezza degli S.U., quasi il doppio della quota di redditi ( il reddito si riferisce a quanto guadagna un individuo nell’anno, mentre la ricchezza include bene, asset, posseduto). Per l’americano la ricchezza consiste principalmente del possesso della casa e dell’auto, scontata del mutuo la prima e delle rate da rimborsare la seconda ).

Per uscire dal malessere in cui sono caduti gli Stati Uniti Stiglitz sviluppa un’agenda economica con la quale ripristinare la crescita e la giustizia sociale e consentire alla gran parte dei cittadini  di avere la vita della classe media alla quale aspirano. Lavoro e produttività, incrementare l’apprendimento e la conoscenza, superare l’insicurezza individuale, favorendo la protezione sociale superando le carenze del sistema assicurativo, introdurre il reddito minimo universale; recuperare dignità al lavoro e garantire buone condizioni nei luoghi di lavoro, sostenere la piena occupazione e una politica fiscale efficiente e progressiva, che superi il regressivo sistema americano. Nella previsione di un’economia più dinamica, l’agenda prevede di ripristinare le opportunità e la giustizia sociale, superare le discriminazioni e riportare la giustizia tra le generazioni. Lo scopo, per Stiglitz è consentire una vita dignitosa per tutti, garantendo l’accesso all’università e all’assistenza sanitaria, migliorare il funzionamento del sistema pensionistico intervenendo sull’attuale sistema di security, garantire l’istruzione universale coinvolgendo il governo federale perchè incentivi e sostenga gli stati con opportuni finanziamenti, ritenendo l’istruzione fondamentale per completare l’agenda per una nuova America, guardando ai fallimenti del passato come prologo al futuro e salvare il capitalismo da se stesso.

Non si colgono, nel nuovo saggio 2020, novità rispetto a quello della globalizzazione e suoi nemici anno 2002: là si concludeva con la previsione di rendere più umana la globalizzazione, in questo si vuole salvare il capitalismo da se stesso trasformandolo in progressista. Una lezione accademica lunga 343, in cui l’America e Trump costituiscono l’oggetto dell’analisi socio economica e il laboratorio all’interno del quale costruire l’agenda economica da valere per gli Stati Uniti e sollecitare nei cittadini americani una rivolta contro le politiche sociale e economica di Trump. Manca all’appello l’Europa, mentre è ricordata la Cina ma non la Russia Putiniana, poco è detto della necessità di riformare il WTO e rivedere e ridefinire le norme giuridiche mediante le quali condizionare la globalizzazione finanziaria e i processi speculativi che spesso si materializzano nelle fasi di intermediazione negoziale. Limitarsi a richiedere una riforma fiscale equa e giusta, costituisce una proposta di buon senso, ma non esaurisce il problema di tassare le ricchezze e i patrimoni ( questi, ad esempio, sottoporli ad una forte tassa di successione ) per una giusta redistribuzione delle risorse e delle ricchezze, con il fine di realizzare quanto Stiglitz propone in merito alla formazione e all’istruzione, dalla suola materna all’università. Nulla è detto sui paradisi fiscali, sul principio di unificazione dei diritti alla mobilità, ai temi dell’emigrazione, delle guerre in atto e sui ritardi riguardanti gli accori sul clima, sui quali soprattutto gli Stati Uniti sono fortemente debitori .  Piketty, con il saggio Capitale e Ideologia ( del quale mi sono già interessato ) è stato scientificamente più completo. E’ pur vero che il suo lavoro si sviluppa con dati, grafici e riferimenti storici per un volume di pagine 4 volte superiori, ma nelle conclusioni offre risposte percorribili, plausibili e, sotto un certo punto di vista, anche rivoluzionarie. Per concludere, questo 2020 ci fa scoprire che due eminenti studiosi  dell’economia ( uno, Stiglitz Premio Nobel e l’altro Piketty, con al suo attivo saggi di economia importanti ) si rivelano interessati a realizzare una riforma del capitalismo e della globalizzazione in senso socialista e progressista. Non accontentiamoci, confidiamo che ci aiutino a realizzare il socialismo.

Alberto Angeli

Appunti per un dibattito più serio sul MES. di V. F. Russo

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Vincenzo Russo

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Il MES (meccanismo per la stabilità dell’Eurozona, alias, fondo salva Stati) nasce nel 2010 come evoluzione della EFSF (strumento per la stabilità finanziaria europea) per offrire assistenza finanziaria sulla base di un emendamento all’art. 136 del TFUE (Trattato sul funzionamento dell’Unione europea). Questo dice che i Paesi membri PM dell’Eurozona “possono attivare il meccanismo se indispensabile per la salvaguardia della stabilità dell’eurozona nel suo insieme e che la necessaria assistenza finanziaria richiesta sarà assoggettata a precisa condizionalità”.

Chiariamo subito che la missione fondamentale del MES è garantire la stabilità finanziaria dell’area euro nel suo insieme e che stabilizzazione finanziaria non significa quella del ciclo economico che resta compito delle politiche economiche dei Paesi Membri (PM). La dotazione iniziale di risorse da prestare ai PM che lo richiedano fu fissata in 500 miliardi ed è stata incrementata successivamente.

L’art. 12 prevede le condizionalità che il MES può collegare alle due principali linee di credito attivabili su richiesta di un PM in difficoltà: a)  le PCCL (Precautionary Conditioned Credit Line), che comportano una condizionalità attenuata; e linee di credito rafforzate, ECCL (Enhanced Conditions Credit Line), dove la condizionalità è relativamente maggiore ma sempre concordata nel Memorandum d’intesa.

L’art. 13 prevede i termini della condizionalità che sono concordati all’interno di un Memorandum di intesa tra il paese richiedente assistenza e il MES anche attraverso le c.d. Clausole di azione collettiva a suo tempo fissate dall’Eurogruppo il 28-11-2010. La procedura di richiesta di assistenza da parte degli PM scatta dopo che si sia accertata l’esistenza di un rischio per la stabilità dell’area euro o di uno o più PM. È prevista anche la possibilità di partecipazione del Fondo monetario internazionale FMI in ragione della sua storica esperienza in materia.

L’art. 14 prevede la precautionary financial assistance, ossia, l’assistenza finanziaria precauzionale tesa a prevenire le crisi che, se non affrontate tempestivamente, di norma, portano alla perdita dell’accesso ai mercati finanziari come è successo alla Grecia. Il programma di assistenza preventiva viene elaborato dal Consiglio e dal Direttore del MES sulla base di un Report preparato dalla Commissione europea. Dopo un primo utilizzo delle risorse (prestito oppure il ricavo di un acquisto di titoli del DP (debito pubblico) emessi dal PM richiedente nel mercato primario) il MES d’intesa con la Commissione europea e con la BCE decidono se la linea di credito aperta è sufficiente per continuare oppure se occorre attivare altri strumenti di assistenza finanziaria. Credo che anche da questa sintesi dell’art 14 emerge chiaramente come l’alternativa proposta da alcuni critici del MES (BCE si MES no) è mal posta e infondata. La BCE è comunque coinvolta. Il MES interviene con operazioni analoghe che fa la BCE. Ma c’è di più, senza un intervento preliminare del MES, la BCE non potrebbe attivare le Outright Monetary Transactions OMT che prevedono acquisti illimitati di titoli del debito pubblico di PM in difficoltà nonostante i primi interventi del MES.   È coinvolta soprattutto la Commissione che è organo di governo che deve prevenire i rischi di crisi sistemiche della stabilità dell’Eurozona innescati da uno o più PM per motivi diversi, cause simmetriche e asimmetriche.  Rebus sic stantibus, il rifiuto di avvalersi degli strumenti di assistenza del MES sarebbe un suicidio.

L’Art. 15 prevede l’utilizzo di linee di credito attivabili dal MES per la ricapitalizzazione di istituzioni finanziarie dei PM. Questi prestiti vengono concessi seguendo la stessa procedura riassunta nell’art. 14: Memorandum d’intesa tra MES e PM richiedenti a seguito di un Report della Commissione europea.

L’art. 16 è rubricato come prestiti (diretti) del MES ed è probabilmente l’articolo che i suoi contestatori hanno in mente quando attaccano questa istituzione. Non lo dicono perché molti di loro non hanno letto il Trattato e parlano per sentito dire. Ai sensi dell’art. 16 il MES offre i suoi prestiti in cambio di programmi di aggiustamenti macro-economici concordati nel Memorandum d’intesa definito anche questo sulla base di un Report della Commissione europea che, di noma, propone le famigerate riforme strutturali. È questa la odiata condizionalità che esponenti dell’opposizione non vogliono trascurando che squilibri macroeconomici nei conti pubblici, nella bilancia dei pagamenti, prima o poi, creano rischi di instabilità non solo per il paese che li ha causati o subiti ma anche per l’area euro nel suo insieme. Trascurando che nella Commissione e nello stesso Board del MES e della BCE ogni PM ha i suoi rappresentanti e che nel MES l’Italia, come la Francia e la Germania, ha potere di veto in ragione dell’entità della sua quota di partecipazione e del suo voto per i casi di particolare urgenza. Trascurando che in una istituzione sovranazionale e anche in uno Stato federale vero e proprio uno Stato federato non ottiene aiuti ad libitum senza alcuna condizionalità. Non pochi Italiani credono nelle favole e nella Fata Misericordiosa che li deve assistere comunque a prescindere da ogni valutazione di merito di credito. E’ noto che non pochi italiani sono creduloni e, per questo motivo, politici disinvolti dell’opposizione e anche del M5S hanno gioco facile a continuare ad ingannare i loro stessi elettori.  Chiusa la parentesi, ribadisco che questa appena descritta è la missione fondamentale del MES: assistenza finanziaria ai PM dell’Eurozona aprendo linee di   credito, acquistando titoli del debito pubblico emessi dai PM in difficoltà che ne fanno richiesta, offrendo direttamente prestiti ai sensi dell’art. 16 citato. Da ultimo il MES è stato autorizzato ad aprire una linea di credito per le spese sanitarie dirette ed indirette provocate dal Covid-19 ma per carità non solo l’opposizione ma neanche il governo vuole avvalersi di essa. 

Come previsto dall’art. 21 del Trattato, il MES si procura la liquidità per svolgere la sua missione emettendo titoli da piazzare nei mercati finanziari, indebitandosi con banche, con istituzioni finanziarie o “con altre persone o istituzioni” – sì proprio così. Detto in altre parole, a ben riflettere il ruolo del MES è quello di un Ufficio del Tesoro e/o del debito pubblico che fa quello che attualmente non possono fare la Commissione europea e la BCE. Se questo è vero, è del tutto infondata la demonizzazione che del MES si è fatta in Italia. Di certo, porta lo stigma del caso Grecia ma pochi sanno o ricordano che a prescrivere quelle operazioni non era il solo MES. Dietro e sopra di esso c’era la Troika formata da delegati della BCE, FMI e CE. E sappiamo ancora chi c’era dietro e sopra la stessa Troika: il Consiglio europeo e l’Eurogruppo.  E se l’Italia non avesse voluto il massacro della Grecia avrebbe potuto porre il veto. Ma non l’ha fatto.

Venendo brevemente alle questioni urgenti sul tavolo: come trovare le ingenti risorse per finanziare il rilancio della crescita che, in questa fase, si collega alla riconversione ecologica e alla digitalizzazione dell’economia, ai fabbisogni straordinari di finanziamento degli ammortizzatori sociali, allo sviluppo sostenibile, in sintesi, ai cosiddetti Recovery Bond ed ora anche ad un aggiuntivo e/o collaterale strumento di trasferimenti a fondo perduto, collegati al  QFP (Quadro finanziario poliennale)  non ancora approvato è stato posto e sollevato anche dalla Presidente della CE Ursula Von Der Leyen la questione di soluzioni ponte nel suo recente discorso davanti al PE. Se si dovesse prendere sul serio la proposta di una soluzione ponte non vedo altra soluzione “tempestiva” che l’utilizzo del MES che, nel giro di qualche mese, potrebbe essere autorizzato ad aprire nuove linee di credito previa emissione dei famigerati eurobond. Ogni altra soluzione rischia di slittare alla Primavera 2021 se non oltre.    

Ancora non sappiamo cosa significhi esattamente l’aggancio del Recovery Fund al QFP (non un vero bilancio come a disposizione di ogni governo di un paese centralizzato o decentralizzato). Secondo me, non significa granché o meglio può significare che il servizio del debito pubblico emesso dal Fondo sarà finanziato con i contributi dei PM al QFP – ancora non approvato. La cosa non cambia radicalmente rispetto al modo in cui viene finanziato il MES. Agganciare l’emissione di eurobond alla contestuale costituzione di una capacità fiscale all’interno del bilancio come alcuni propongono è proposta  fumosa per due motivi principali: 1) richiede tempi lunghi per raggiungere un accordo tra i PM pur in presenza di elaborate proposte di diversa consistenza e provenienza; 2) perché data l’entità delle risorse necessarie per la grande trasformazione e per uscire dalla recessione servono alcune migliaia di miliardi di euro e non vedo tributi propri che possano finanziare un tale livello di spesa pubblica. Ragionevolmente possono finanziare il servizio del nuovo debito pubblico da emettere. Ma data la natura delle spese da fare (a media e lunga produttività) è scelta obbligata ed equa ricorrere alla emissione di debito pubblico. 

Ho spiegato in miei interventi precedenti   che per come è finanziato il QFP non c’è solidarietà se non in termini minimi in relazioni ai fondi strutturali, regionali e in generale di coesione. Infatti, il QFP è costruito con il metodo dei saldi netti: ognuno contribuisce in base al PIL; poi cerca di riprendersi il massimo possibile riducendo la contribuzione netta. anche questa è concorrenza fiscale al ribasso.

L’altro modello, in una necessitata fase transitoria, è e resta quello del MES questo costruito sulla base del modello BCE; qual è allora la differenza? Agganciando il Recovery Fund al QFP avremmo un modello generale analogo a quello della BCE per interventi su shock simmetrici e asimmetrici; il MES resterebbe uno strumento speciale complementare e integrativo per correggere o combattere shock asimmetrici riguardanti uno o più PM con squilibri particolari sui conti pubblici, sul debito, nella sanità pubblica, ecc.

In Italia il MES è stato demonizzato dallo stesso governo Conte per via del dissenso interno alla stessa maggioranza di governo che ripetutamente ha dichiarato che non si avvarrà dei finanziamenti che potrebbe ricevere per le spese sanitarie dirette e indirette che ha dovuto effettuare a causa del Covid-19. Raffinati giuristi mettono in evidenza che la Commissione e la BCE sono istituzioni europee previste dai Trattati e quindi di diritto comunitario mentre il MES è una istituzione creata con un Trattato intergovernativo e quindi di diritto internazionale. Come economista osservo che gli obiettivi di politica economica perseguiti sono gli stessi anche il MES è istituzione europea in ragione della missione che gli è stata affidata.  E questa può riassumersi nel coordinamento delle politiche economiche e finanziarie che la Commissione non riesce a conseguire nonostante le norme del Patto di stabilità e crescita, del semestre europeo, del MES e quelle del Fiscal Compact di cui, a suo tempo, si è detto e scritto di peggio rispetto al MES.

Nella teoria della politica economica si sono sempre contrapposte due visioni di condotta pratica della stessa: regole o discrezionalità. I paesi egemoni dell’UE che non si fidano degli altri né di loro stessi hanno scelto di sviluppare le regolamentazioni più particolareggiate ma si scontrano con quelli che prendono sottogamba dette regole. Secondo studi e ricerche del FMI le regole elaborate direttamente nei Trattati e negli annessi regolamenti, direttive e raccomandazioni sono state sempre ampiamente violate e/o ignorate. Nel frattempo per via della globalizzazione e della piena libertà dei movimenti di capitale si sono sviluppate le società di rating che guidano gli investitori internazionali e valutano le prospettive di crescita dei vari paesi del mondo. In altre parole, si è sviluppata una certa funzione di monitoraggio (secondo alcuni di disciplina) dei mercati che, in qualche caso, essa è stata utilizzata a fini di lucro. Nella UE, alcuni governi egemoni hanno ammonito i PM poco propensi al rispetto delle regole concordate minacciando di lasciarli in preda a detta “disciplina dei mercati” ma neanche questa ha funzionato secondo le aspettative. La mia valutazione è che non è possibile elaborare regole scritte casistiche che prevedano tutti gli eventi futuri. Pochi avevano previsto l’arrivo della crisi dei mutui subprime e il suo diffondersi a livello mondiale nel 2008. Nessuno ha previsto l’arrivo del Covid-19.  Il senno di poi ci conferma che l’UE ha affrontato male e tardi la prima crisi. Adesso sta rispondendo meglio e più rapidamente alla Pandemia e alla recessione ma resta il fatto che l’assetto istituzionale e gli strumenti a disposizione sono inadeguati. Non abbiamo l’Unione bancaria, meno che mai un mercato unico dei capitali, non abbiamo un vero e proprio governo al centro in grado di svolgere una politica economica ad un tempo unitaria e debitamente articolata a livello continentale. Abbiamo un Parlamento europeo senza il potere sovrano di istituire tributi propri. Abbiamo al vertice un Consiglio europeo giano bifronte più attento agli interessi nazionali che a quelli europei. Va sostituito con un Senato federale eletto direttamente dai cittadini europei.  Anche i nuovi strumenti che sono stati proposti recentemente che segnano una significativa svolta nella direzione giusta restano insufficienti rispetto alla dimensione e complessità dei problemi da affrontare. PQM è urgente abbandonare la prevista Conferenza e riaprire il cantiere delle riforme istituzionali per passare ad un assetto di stampo più genuinamente federale. L’unica istituzione che può aprire una tale fase costituente è il Parlamento europeo. Ma sarà in grado di farlo?    

Vincenzo F. Russo

Tratto dal Blog personale dell’autore al link: http://enzorusso.blog/2020/05/25/appunti-per-un-dibattito-piu-serio-sul-mes/

Il paradosso di Keynes. di A. Angeli

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Non siamo ancora alla catastrofe, e tuttavia i segnali sono evidenti e incontrovertibili. Tutti gli indici economici sono al negativo e sicuramente nella immediata prospettiva, senza l’aiuto dell’Europa, con la quale dobbiamo trattare e concludere un accordo, ci troveremmo al default economico e sociale e nel breve volgere di tempo, costretti ad accettare un’austerity pesantissima o usciere dall’Europa, con tutte le immaginabili conseguenze sociali alle quali seguirebbero sicuramente ricadute sulla tenuta democratica del paese. Due dati: quello della disoccupazione e a seguire della domanda aggregata, scandiscono il tempo di questa crisi alla quale il governo può sopperire indebitandosi oltre ogni immaginazione, senza indugiare su MES si o MES no, una volta accertata la caduta di ogni condizionalità. D’altro canto, la crisi epidemica ha scansioni temporali di diffusione non coincidenti con le necessità del paese di riavviare la macchina produttiva,  e l’esperienza vissuta in questi sessanta giorni di lockdown ha spinto il paese ad adottare difese che hanno inciso fortemente su tutti i settori della produzione e quindi nella formazione della ricchezza.

Tuttavia, ora si tratta di ripartire e puntare alla ripresa, allo sviluppo della produzione e alla creazione della ricchezza, dentro un disegno e un progetto di sviluppo che porti il paese nella modernità, nella green economy, nella digitalizzazione, nei nuovi processi informatizzati, insomma nella società dei Big data. Le condizioni ci sono tutte. Infatti, una volta superata l’epidemia, sarà come se il paese dovesse ripartire da zero. Spetta quindi al governo dimostrare intelligenza e lungimiranza, proprio ora che l’Europa ha accantonato molti vincoli, deliberato sostegni finanziari di diverso tipo e natura, e sembra orienta ad adottare i recovey bond, dopo che sarà costituito il recovey fund; spetta, quindi, al governo e alle forze di maggioranza  dare prova di volontà, di lucidità, di coerenza. 

Tuttavia non dobbiamo nasconderci che ci sono ostacoli non indifferenti a trovare tutte le risorse  necessarie, questo perché  il governo  non ha messo a punto alcun progetto sia per la parte che riguarda la linea di sviluppo che intende seguire per la difesa delle aziende fondamentali e delicate per lo sviluppo del paese, che per quantificare lo stock di risorse finanziarie delle quali indicare presuntivamente il fabbisogno al fine di costruire un quadro macroeconomico affidabile e perseguibile.  Nel frattempo ci sarà l’imperativo categorico del lavoro che manca e della necessaria riorganizzazione del welfare, puntando convintamente al superamento della povertà, della precarietà, del lavoro nero o sottopagato, anche inventando un nuovo sistema di redistribuzione della ricchezza. Magari anche rivedendo gli astrusi strumenti finora messi in campo  ( quota cento, reddito cittadinanza, e tanto altro ) senza un significativo ritorno di  risultati sul fronte del lavoro e della diminuzione della povertà. Certo, questa non è la classica congiuntura economica, che si caratterizza per mancanza d’investimenti e disoccupazione. E’ qualcosa di più e, per l’ordine di grandezza del disastro economico, è di più difficile.   

Per questo un breve richiamo a Keynes, il quale aveva ben presente che, in antitesi a quanto ritenuto dai teorici a lui precedenti, la situazione d’insufficienza della domanda è un duraturo fenomeno di squilibrio tra risparmi e investimenti (pensiamo alle enormi disparità di reddito e all’abbondanza di ricchezza privata, pari questa a quattro volte il debito pubblico). Nella Teoria generale del 1936, scriveva: Se il Tesoro si mettesse a riempire di biglietti di banca vecchie bottiglie, le sotterrasse ad una profondità adatta in miniere di carbone abbandonate, e queste fossero riempite poi fino alla superficie con i rifiuti della città, e si lasciasse all’iniziativa privata… di scavar fuori di nuovo i biglietti…, non dovrebbe più esistere disoccupazione e, tenendo conto degli effetti secondari, il reddito reale e anche la ricchezza in capitale della collettività diverrebbero probabilmente assai maggiori di quanto sono attualmente”. Insomma, anche scavare buche, per poi riempirle, potrebbe essere di stimolo alla ripresa. Uscendo dalla metafora, si pensi alle difficoltà per la nostra agricoltura, la quale presto si troverà a fare i conti con la mancanza di manodopera per provvedere ai raccolti; si pensi alla formazione dei lavoratori, alla quale il paese dovrà ricorre nel breve tempo e che sarà giocoforza determinata dalla fase post covid19: trasporti, scuola, luoghi di lavoro, servizi, commercio, industrie, poiché il nuovo paradigma del lavoro sarà il distanziamento, la protezione, la salvaguardia della salute. E ciò comporterà una rivalutazione delle condizioni di lavoro e degli stessi processi, delle stesse procedure, del modello organizzativo.  Ecco, scavare buche per poi riempirle ci serve per capire che nessuno deve essere di peso, che il momento nel quale tutti siamo chiamati a dare il nostro contributo e a fare la nostra parte è ora. Altrimenti, nella buca, ci cadremo tutti.

Alberto Angeli

Preparare un’alternativa a questo Governo. di A. Angeli

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C’è del tragico, nella confusa strategia del Governo per il reperimento delle vitali risorse finanziarie con le quali affrontare l’emergenza e disegnare un orientamento, un orizzonte oltre il quale condurre il paese una volta superata questa difficile fase pandemica.  Aspettando Godot, cioè che Conte si svegli, La BCE, la Banca centrale europea,  il 12 marzo ha allargato di 120 miliardi di euro il suo piano di acquisti di titoli pubblici e privati tramite l’emissione di nuova moneta (il Quantitative easing, che era già in corso con l’obiettivo di comprare 240 miliardi di euro di titoli). Il 18 marzo, il piano di acquisti per il 2020, è stato rafforzato con un nuovo programma aggiuntivo da 750 miliardi. Il programma è stato anche reso più flessibile perché è stato slegato dall’obbligo di acquistare titoli di diversi Stati in proporzione alla loro presenza nel capitale della Bce: questo le ha permesso a marzo di acquistare 12 miliardi di titoli italiani e solo 2 miliardi di titoli tedeschi. Da qui alla fine dell’anno la Bce comprerà 220 miliardi di titoli italiani, tra Btp, obbligazioni private e altri titoli. Il fondo salva stati viene finanziato con 240 miliardi. Anche il MES è stato sdoganato per affrontare questa crisi pandemica, senza condizionalità per le spese sanitarie, ma respinto con sdegno da Conte e i 5Stelle. Da 4 anni le banche private possono ottenere denaro a tasso zero dalla Bce. Dal 12 marzo le regole patrimoniali sono state allentate per favorire l’aumento del credito.

Altri sostegni sono previsti a favore dei Prestiti concessi alle imprese da Bei e Comse, la Banca europea per gli investimenti, i cui azionisti sono tutti gli Stati dell’Unione europea, la quale ha proposto la creazione di un fondo da 25 miliardi che servirà a garantire prestiti alle imprese per 200 miliardi di euro. Stop al patto di stabilità dal 20 di marzo. Con questa decisione la Commissione europea ha deciso di applicare, per la prima volta nella sua storia, la “clausola di salvaguardia” prevista dall’articolo 107 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea. Utilizzo immediato dei fondi disponibili, per cui per l’Italia significa anticipare l’impiego dei 37 miliardi ancora disponibili nell’attuale bilancio 2014/2020 sul Fondo Europeo Sviluppo Regionale (FESR) e Fondo Sociale Europeo (FSE), che le regioni e alcuni ministeri dovranno spendere entro il 2023. Il 2 aprile la Commissione europea ha lanciato il programma SURE, un fondo europeo da 100 miliardi contro la disoccupazione. Il Fondo, attraverso 25 miliardi di garanzie volontarie degli Stati membri, proporzionate al loro Pil, permetterà di finanziare le “casse integrazioni” nazionali. Sempre la Commissione Europea raccoglierà risorse sui mercati emettendo un prototipo di Eurobond (con tripla A, quindi a tassi bassissimi), che saranno a disposizione dei Paesi che hanno bisogno di prestiti con scadenze a lungo termine, come il nostro paese. Oltre ai fondi strutturali e agli strumenti di debito la Commissione propone di ampliare l’ambito di applicazione del Fondo di solidarietà Ue (strumento di sostegno ai Paesi colpiti da calamità naturali), per aiutare gli Stati membri in questa circostanza eccezionale. La misura permetterà agli Stati membri colpiti più duramente di accedere a un sostegno supplementare per un importo che potrà toccare 800 milioni e che potrà essere ampliato.

La reazione di Conte, quasi imperturbabile e fredda: “Lotteremo fino alla fine per gli eurobond”. E sul Mes: “Non è adeguato, l’Italia non ne ha bisogno. Tanto per non mettere in difficoltà Di Maio. Per il resto del governo, silenzio.  Quindi, il governo si muove alla cieca, senza un piano e al buio. Cosi nessuno, proprio il nessuno omerico, sa quanti soldi serviranno per portare il paese fuori dalla crisi e quale sia il piano del Governo per fronteggiare l’emergenza e il piano di sviluppo per il dopo, nonostante l’inflazione delle commissioni speciali, costituite allo scopo di indagare sul sistema dell’universo infinito. Come l’asino di Buridano, Conte non sa scegliere e rischia di far morire il paese.  Non mancano certo le proposte, dalla patrimoniale estesa, partendo da una fascia di reddito di 80.000€, a quella di conteggiare il risparmio privato a diminuzione del debito pubblico che, secondo lo studio apparso sul Sole 24 Ore, consentirebbe di abbatterlo per il 25% della sua grandezza. O, ancora, rivolgersi ai risparmi privati depositati o in titoli, per un valore di circa di 1800 mld di euro, con l’emissione di un Btp ad hoc, denominato titolo salva Italia, per raccogliere poche decine di miliardi da rendere quando?, con quale interesse e per sostenere quale programma? Insomma, comunque si giri la frittata, è sempre al risparmio degli italiani verso cui  guarda e si orienta l’attenzione degli economisti sicuramene della scuola del pensatore Austriaco  Friedrich August von Hayek.  Altre strade sono possibili, ma non è questo il governo dal quale aspettarci una risposta all’altezza dei problemi e delle difficoltà. Spetterebbe al PD e alla sinistra riformista farsi carico di una proposta, un progetto, al quale legare l’emergenza e disegnare il dopo, dimostrando audacia, fierezza riformista sui temi e sulle politiche da sostenere e proporre all’Europa per il futuro dell’Italia, quale unica strada da seguire per indicare ai cittadini, ai lavoratori, ai giovani, una prospettiva credibile, coinvolgendoli nella preparazione, ciascuno secondo le sue capacità e le sue possibilità, perché sentano così di avere contribuito a renderla possibile.

Alberto Angeli

Sveglia! di S. Valentini

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Nella sostanza riscrivo un articolo che FB mi ha censurato. Voglio verificare se è così solerte di farlo di nuovo.

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In Italia dietro alle polemiche mascherine sì mascherine no, tamponi sì tamponi no, si nasconde una cruda verità: non abbiamo né mascherine, né tamponi e né sufficiente materiale sanitario, tra cui i ventilatori, per affrontare in modo adeguato l’emergenza drammatica della pandemia. L’elevato numero di morti è causato da questo terribile dato, oltre che da sottovalutazioni, carenze ed errori del nostro sistema sanitario, in particolare da quello lombardo, rispetto ad altri paesi europei come la Germania.

E’ solo responsabilità di questo Governo e delle Regioni? O non sono responsabili tutti i governi che in questi trent’anni si sono susseguiti nel Paese? Tutti hanno operato tagli alla sanità pubblica e impostato una politica di sua progressiva privatizzazione. La Lombardia di questo processo è uno degli esempi più evidenti.

Anche gli imprenditori non sono esenti da responsabilità. In questi anni hanno fatto la scelta di non produrre mascherini, tamponi e attrezzature sanitarie per fronteggiare una possibile pandemia che gli scienziati sostenevano che prima o poi sarebbe arrivata. Non lo hanno fatto in quanto i profitti di queste produzioni sono marginali: da queste produzioni non si ricavano lauti profitti. E la politica non solo non ha sollecitato tali produzioni ma addirittura ha sostenuto e coperto le scelte e le strategie dell’industria farmaceutica nella sua finalità esclusivamente di lucro. Così si è messo in discussione il primo diritto fondamentale dei cittadini: il diritto alla salute per tutti. Ora siamo costretti a importare la produzione di questi materiali sanitari dall’estero in quantitativi enormi ma è evidente che con la pandemia in atto anche la possibilità di garantirsi un numero sufficiente di questi materiali è oggi difficile e richiede tanto tempo.

Tutto il sistema con la pandemia scricchiola rischia di rotolare. Che fare? Allora avanti con la retorica. Restiamo, nonostante tutto, il paese dei poeti, dei navigatori ed ect. ect. Ma risorse sulla ricerca e sulla formazione zero! Il capitalismo italiano è – come insegna Gramsci – un capitalismo straccione. E la sua classe dirigente – e non mi riferisco solo ai politici, ma anche agli intellettuali, ai giornalisti, agli scienziati, spesso modesti poiché i migliori sono emigrati all’estero – è espressione di questo capitalismo che perpetua il suo dominio riproducendo l’antico divario, mai colmato, tra un nord sempre più nella sfera di influenza del capitale tedesco e di un sud abbandonato al suo destino. A riguardo i radicali di sinistra nostrani, spesso inconcludenti, che osteggiarono negli anni ’60 il giudizio di Giorgio Amendola sul capitalismo italiano oggi sorvolano su quel confronto e gli storici tacciono. Però con orgoglio tutti sostengono che il nostro sistema sanitario è tra i migliori del mondo e siamo la settima potenza mondiale! Ma se il coronavirus avesse avuto l’epicentro non in Lombardia ma in città come Napoli, Bari, Palermo o Cagliari, di che cosa staremmo a discutere oggi? Nella drammatica disgrazia l’Italia è stata pure fortunata.

Ora molto si discute e si polemizza sulla ripresa, in un Paese messo in ginocchio – e stava messo male anche prima della pandemia -. Si discute sulle risorse per fronteggiare l’emergenza economica e sociale e di come avviare la ripresa, sull’UE, sul ruolo della BCE, sul MES e sugli eurobond. Nonostante gli sforzi del Governo le risorse messe a disposizione sono del tutto insufficienti e date spesso a pioggia, senza un vero piano per fronteggiare l’emergenza sociale. A questo proposito la lettera inviata a tutti i prefetti dal Ministro degli Interni un po’ m’inquieta. Che occorra fare molta attenzione al rischio di penetrazioni mafiose è un giusto allarme, penso per città come Roma, Napoli, Palermo, ma anche per città come Milano. Ma che il Ministro parli nella lettera anche di gruppi estremistici che potrebbero far leva sul grave disagio sociale per creare problemi mi lascia molto perplesso. A chi si riferisce? A gruppi fascisti? Allora lo dica! Se domani, in una fabbrica qualunque, ci dovessero essere degli scioperi spontanei – come già è avvenuto – perché gli operai non si sentono tutelati da un padrone che non prende le necessarie misure di sicurezza, questi lavoratori sono degli estremisti da perseguire? E se cresce di tono e di intensità, soprattutto nelle grandi periferie urbane, la protesta sociale dei più deboli e dei più esposti alla crisi economica e sociale la risposta dello Stato è di garantire la tutela dell’ordine pubblico con misure di polizia? Esagero? Spero di sì, ma questa lettera un poco mi preoccupa.

Vado all’Europa o meglio all’UE. Questa Unione è stata costruita, come disse Altero Spinelli, sulla sabbia, cioè come unione monetaria e basta e senza che la BCE diventasse la banca centrale della stessa unione. Infatti la BCE è il punto di incontro degli interessi delle oligarchie finanziarie e delle banche. Dei suoi indirizzi non risponde al Parlamento europeo, che non ha nessun potere, e neppure risponde alle volontà politiche dei singoli Stati. Si giudica un grande successo la sospensione della parità di bilancio ma nessuno ricorda che questa scelta della politica del rigore neoliberista fu messa addirittura nella Carta Costituzionale. La sospensione della regola della parità di bilancio è già qualcosa, ma dopo, superata l’emergenza sanitaria, che ne sarà di questa regola? Si tornerà alla politiche di rigore? E chi pagherà l’enorme debito pubblico accumulato, tra l’altro in una fase di drammatica recessione? Si fanno polemiche, anche molto aspre, su MES e Eurobond ma nessuno indica un’altra strada, alternativa a questa UE, cioè alla costruzione degli Stati Uniti d’Europa con politiche economiche e fiscali, comuni, con uno stato sociale non frantumato, ma rafforzato, qualificato e comune, a iniziare dal sistema sanitario. Gli Eurobond si ottengono se si lavora per questa prospettiva, se si superano le politiche neoliberiste imposte dal capitale finanziario; senza un’azione politica efficace gli Eurobond diventano una bandierina propagandistica per nascondere una dura verità: l’UE altro non è che l’asse Berlino-Parigi, espressione del dominio invasivo del capitale finanziario e l’Italia di questo asse è un vassallo.

Se è vero che con la globalizzazione, iniziata con la fine della convertibilità del dollaro in oro, ha come tratto fondamentale la trasformazione della moneta da strumento di scambio a merce, anzi è divenuta la merce più pregiata, per cui l’attività di vendere e compare moneta è molto più redditizia del vendere o compare merci, si è passati, almeno in Occidente, a una nuova fase del capitale, che si riproduce molto di più velocemente con le transazioni finanziarie speculative e non più con la tradizionale attività produttiva. Allora o l’Occidente supera questa fase del capitale o il rischio del suo declino, soprattutto qui in Europa, sarà inarrestabile. Aumenteranno le diseguaglianze sociali, saliranno le tensioni sociali e un ristretto manipolo di persone deterrà sempre di più una immane ricchezza. E dal punto di vista dei beni materiali e delle risorse energetiche strategiche sarà sempre più dipendente dall’industria cinese, molto sofisticata e tecnologicamente avanzata o dalla Russia, che con la Siberia detiene all’incirca il 50 per cento delle risorse energetiche strategiche del pianeta.

Ecco perché la pandemia in Occidente da emergenza sanitaria rapidamente si sta trasformando in una terribile crisi economica e sociale. E i primi paesi che rischiano di rimetterci le penne in Europa sono quelli mediterranei, come Portogallo, Spagna, Italia e Grecia. Non è in discussione la democrazia. Da tempo siamo ormai in Europa in un sistema politico sempre meno democratico e sempre più a-democratico, in cui chi conta, chi prende le decisioni politiche ed economiche vere, non sono i politici, ridotti a essere dei tecnici che devono solo amministrare e gestire il presente e quello che offre, ma sono i manager dell’alta finanza, le banche, persone non elette da nessuno ma semplicemente designate o cooptate che quasi sempre sono in ombra, dietro le quinte, insomma sono i Draghi.

Ma il coronavirus ha riproposto con durezza – e qui vengo alla frase per cui forse FB mi ha censurato – anche il conflitto sociale, la lotta di classe che nell’89 troppo sbrigativamente si era data per morta in nome di un capitalismo che avrebbe garantito a tutti un futuro di pace, di benessere e di progresso. La lotta di classe si manifesta oggi in tutta la sua forza. Mi si può censurare ma così è, ed è un processo in atto che nessuna censura o stucchevoli retoriche possono fermare e che si ripropone, anche se i media, i politici e l’intellighenzia non ne parlano. Ma per trasformare la protesta sociale in azione politica per la trasformazione della società, per liberarci una volta per tutte dalle politiche neoliberiste e guardare avanti, al futuro, a una prospettiva socialista, occorre costruire un soggetto politico della sinistra all’altezza della fase. Insomma che raccolga il disagio sociale trasformandolo in iniziativa politica, in lotta di classe appunto. Allora sveglia! È ora di riprendere la partita, di spezzare i lacci e i laccioli del pensiero liberaldemocratico in tutti questi anni subalterno alle dottrine e alle pratiche neoliberiste.

Sandro Valentini