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L’Attualità di Walter Benjamin “ Il Capitalismo come religione “. di A. Angeli

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Il capitalismo come religione” è un breve saggio di Walter Benjamin, invero si tratta di appunti anche se ben strutturati, scritto nel 1921, forse propedeutico a un progetto più ampio di politica, che non porterà a termine a seguito della tragica morte, avvenuta nel 1940 sulla soglia dei cinquanta anni, al confine Franco-Spagnolo ( si suicida nella notte del 25 settembre, presagendo la cattura da parte della polizia di frontiera spagnola per essere espulso dalla Spagna verso la Francia saldamente nelle mani del nazifascismo. Era in attesa del visto per gli USA che, gioco della sorte, giunse il giorno successivo). Sono anni tragici e ferocemente violenti (materia, la violenza, alla quale Benjiamin dedica molto del suo impegno con l’intento di farne un’opera mai nata) quelli ereditati dalla prima guerra mondiale, un conflitto crudele che ha travolto il significato della convivenza ed il senso dell’Europa, terminata da pochi anni, e tuttavia anni di una durezza insopportabile per chi viveva in Germania. Soprattutto tra il 1918-1919, anni funestati da una continua guerra civile a bassa intensità, che sboccò nella soluzione conosciuta come la rivoluzione di novembre, tra i vari movimenti che si contendevano il potere: le destre, che poi assumeranno il potere trasformandosi in nazisti,  e le sinistre, a loro volta divise in fazioni, ispirandosi alla rivoluzione Russa; e, ancora, le forze che si riuniranno nella provvisoria Repubblica di Weimar.

Nel breve saggio Benjamin non si limita a compiere una lettura e un’analisi della cultura di quel momento storico, ma compie una dilatazione del suo pensiero, dedicando il suo interesse allo studio di testi e nell’approfondimento degli avvenimenti del periodo, mettendo a fuoco le controversie che animano lo scontro politico e culturale in atto tra le varie forze che occupano la scena di quel periodo. Due testi, di rilevante importanza teorica, sono oggetto delle sue letture e approfondimenti: “ Il capitalismo moderno”, di Werner Sombart, scritto e pubblicato nel 1902, e “L’etica protestante e lo spirito del capitalismo”, di Max Weber, scritto nel 1904; due testi che emblematicamente riproducono il percorso seguito dal pensiero della scuola Tedesca, che Benjamin studia e cita con sorprendente padronanza nel suo breve scritto, soprattutto con riferimento a Weber, rilevando ed evidenziando la tesi di dipendenza del capitalismo dallo spirito protestante.

A sostegno della centralità del capitalismo come artefice dei fenomeni sociali e politici, nel suo lavoro di  studio e riflessione Benjamin si spinge a compiere una ricognizione concettuale della fenomenologia di Husserl, dalla quale estrae e sintetizza quanto rappresentato nelle riflessioni del filosofo Austriaco, quella dell’illimitatezza del desiderio che costituisce la forma di vita che il capitalismo diffonde nel mondo, un richiamo sul quale può quindi aprire la sua riflessione su quanto, nello stesso periodo, Sombart elabora in materia di capitalismo moderno, pervenendo a distinguere tra “mentalità economica precapitalistica”,  invero, “ equilibrio tra quel che si spende e quel che si ottiene nella produzione di beni necessari all’uomo”, e “ capitalismo”, intesa tale forma come una organizzazione economica di scambio, caratterizzata da una nuova collaborazione  dominata dal principio del profitto e dal razionalismo economico. Più precisamente, per Sombart, ciò che si deve considerare immanente all’idea di organizzazione capitalistica “è il semplice aumento della quantità di denaro, quale scopo unico e oggettivo del capitalismo”.

D’altro canto anche per Karl Marx, ( del quale Sombart conosce le teorie economiche, studiate con attenzione essendo allora un socialista impegnato ), il modo di produzione capitalista si contraddistingue per l’accumulazione di lavoro inerte, vale a dire di “denaro”, prescindendo dai mezzi allo scopo impiegati per conseguire, mediante lo sfruttamento del lavoro, tale risultato. Allora, per Sombart, la formula del plusvalore si rovescia, si trasforma, per cui il fine dell’economia non ha più il significato di vivere bene, ma creare valore, in linea di principio indefinito e illimitato. Il valore, nella concezione capitalistica, diviene direttamente una forma sociale, un sistema mediante cui creare unità nel processo produttivo, da cui il valore prende forma e dissolve ogni differenza di ruoli per assumere una propria visibilità nella matrice del denaro. Per questo la finalità alla quale tendere è rivolta a creare la massima quantità possibile di valore, cioè di denaro, che  costituisce il simbolo  del potere.

Seguendo questa interpretazione ne scaturisce l’immagine dell’uomo incapace di una propria auto determinazione, perché intrappolato in un ruolo di consumatore e dominato dall’idea “che il tenore di vita debba essere conforme al proprio ceto sociale”, e quindi adeguato allo status di classe sociale alla quale sente di appartenere.  Qui Sombart evidenzia la natura delle forme sociali alle quali l’uomo piega i propri desideri: il lusso e il nutrimento. Per Sombart, rileva Benjamin, l’uomo non si è proposto di lavorare per trarne un profitto, nè per diventare ricco, questo perché il lusso, l’agiatezza, sono generi che appartengono a speciali  categorie sociali in quanto richiedono una responsabilità verso Dio e gli uomini. Ciò indurrà Benjamin ad affermare, verso la fine della sua analisi, che il capitalismo non ha vie d’uscita, nessuna via comunitaria, nel senso di un collettivismo, un Noi, ma si afferma come individuale-materiale. D’altro canto, ci ricorda Benjamin, riportando e interpretando il pensiero della tradizione culturale da lui presa in considerazione, il concetto di economia è radicalmente diverso da quello di denaro, possedendo il quale si accede a quella parte sociale che gode del benessere e del lusso e questo avviene nonostante che l’uomo non sia separabile dalle proprie azioni, come non lo è dalle sue cose e dal lavoro, un concetto eminentemente capitalista. Insomma, secondo la tradizione cristiano-economica l’uomo non lavora solo per il denaro poiché ciò che può essere donato, tempo e vita del lavoratore, richiede reciprocità, lealtà, il senso del dovere e responsabilità.  A sostegno di quanto affermato ci soccorre  quanto scritto nel saggio “La grande trasformazione “ ( di Karl Polanyi edito da Einaudi ), precisamente il riferimento alla rivoluzione industriale: “separare il lavoro dalle altre attività della vita ed assoggettarlo alle leggi del mercato significa annullare tutte le forme organiche”, a voler significare un riduzione delle relazioni sociali rispetto alle strutture totali, a segnare quindi un limite alla libertà dell’individuo nel suo rapporto con le istituzioni sociali e politiche in cui egli si muove e agisce ( al proposito si veda anche Axel Honneth “ Il diritto della libertà” edito Mondadori ).

Weber su quanto fino ad ora richiamato si esprime con minore nettezza, poiché per lui l’attività costituisce un insieme di tecniche e orientamenti, quando non un calcolo assiduo, che definisce “un agire sobrio, riflessivo, costante, ma anche audace” ( vedi “Etica protestante…….. ), non quindi uno spontaneismo selvaggio, o l’irrazionalità, per cui, pur mettendo in luce l’ambivalenza, ne evidenzia una relazione tra insorgere del capitalismo e spirito protestante, luterano e calvinista. E tuttavia, l’irrazionalità possiede dei sentimenti, un legame eterico con certe rappresentazioni religiose che, secondo Weber, spinge gli uomini a fare denaro come espressione dell’essere, attenti alle proprie faccende. Si tratta insomma di idee, di un’etica tesa a valorizzare la professione, a dare senso e significato al dovere, quindi non una sovrastruttura di condizioni economiche, afferma Weber in polemica con Marx. Weber si muove quindi nell’ambito di una fiducia nella potenza spirituale della modernità, nella quale non manca di cogliere i segnali di tendenze autodistruttive, e quindi una presagita perdita del senso religioso e la derubricazione degli enunciati morali dal contesto in cui egli colloca la sua opera. Ecco allora che alla razionalità procedurale si deve pervenire solo se si è propensi a conservare comunque la coscienza normativa, quale struttura dello spirito, per non perdere il senso religioso. Si tratta quindi di una base, quella della razionalizzazione, sulla quale salire esorcizzando ogni incantesimo originato dalle tendenze distruttive (delle quali scrive Habermas ) e rendere riconoscibile il senso religioso di questa razionalizzazione decodificando i segnali della modernità.

Nel saggio di Benjamin, che raccoglie gli scritti politici (1919-1940), è posta la domanda se nel capitalismo è possibile ravvisarvi una religione, poiché, secondo la lettura del lavoro di Weber, scrive Benjamin, il capitalismo è una conformazione determinata dalla religione, ovvero un fenomeno fondamentalmente religioso, in quanto “il capitalismo serve essenzialmente alla soddisfazione delle medesime ansie, sofferenze, inquietudini, cui un tempo davano risposta le cosiddette religioni”. Per Benjamin si tratta di una religione culturale, forse radicalizzata, un genuino riferimento al culto o a un rito ( come lo definisce Habermas ) poiché carico di gesti, di forme, di pratiche, insomma non proprio una vera teologia, in quanto il capitalismo non  ubbidisce a nessuna “dottrina evangelica” essendo geneticamente disponibile a vestire qualsiasi abito fornito dalla stoffa del profitto, che Benjamin assimila all’”utilitarismo”, da noi oggi identificato con il liberismo. Un culto, quindi, che si svolge senza pietà, ininterrottamente, e che tuttavia genera un’ambiguità demoniaca, cioè anche debito. Al proposito Bemjamin scrive “il capitalismo è verosimilmente il primo caso di culto che non purifica ma colpevolizza [ed indebita]. Così facendo, tale sistema religioso precipita in un moto immane”, immane coscienza della colpa, questo perché dal debito non ci si redime (purifica) , cioè nell’ “immane coscienza della colpa [del debito] che non sa purificarsi [da cui non ci si redime], fa ricorso al culto non per espiazione in esso di questa colpa, ma per renderla universale, per martellarla nella coscienza e infine e soprattutto per coinvolgere Dio stesso in questa colpa e interessarlo infine all’espiazione”. Ma questa espiazione è impossibile, poiché “sta nell’essenza di questo movimento religioso che è il capitalismo, resistere sino alla fine, fino alla definitiva, completa, colpevolizzazione di dio, fino al raggiungimento dello stato di disperazione del mondo”. Noi diremmo: autodistruzione, quale scatenamento del capitale nella forma della finanziarizzazione globalizzata.

In sostanza, per Benjamin “l’elemento storicamente inaudito del capitalismo, la religione, non è più riforma dell’essere, ma la sua riduzione in frantumi”, più chiaramente “l’estensione della disperazione a stato religioso del mondo, da cui attendere la salvezza”. L’uomo si ritrova nella completa solitudine, in uno stato psicologico di colpa, che trascende ogni implicazione di Dio nel destino dell’uomo.   La relazione tra denaro e colpa all’interno delle religioni pagane contiene già la “demoniaca ambiguità” di una colpa che è in sé già sempre debito. Al proposito soccorre il richiamo di Benjamin a Nietzsche, Marx e Freud, che gli consente di giocare la carta della colpa, poiché già Nietzsche afferma che il “basilare concetto morale di ‘colpa ha preso origine dal concetto molto materiale di ‘debito’ e riconduce genealogicamente l’origine dei concetti morali di colpa, coscienza e dovere alla sfera del diritto delle obbligazioni”. Parimenti in Marx “il capitalismo, che non inverte la rotta, diviene, con interessi ed interessi composti che sono funzioni della colpa, socialismo”.

Insomma, seguendo questa logica (sic) anche il socialismo [“nella sua versione industrialista e progressista, ipostatizzante la tecnica e lo sviluppo materiale delle forze produttive”] “appartiene al dominio sacerdotale di questo culto”. Partecipa al culto. Per rafforzare questo assunto Benjamin scrive: “il capitalismo è una religione di mero culto, senza dogma”. Si tratta di un rilievo che del resto si ritrova in Marx, precisamente nel terzo volume de “Il Capitale”, al termine del cap. 35° sul tema dei metalli preziosi e il corso dei cambi, in cui è leggibile quanto segue: “il sistema monetario è essenzialmente cattolico, il sistema creditizio è essenzialmente protestante. Come carta l’esistenza monetaria delle merci ha soltanto un’esistenza sociale. E’ la fede che rende beati [ forse si riferisce  alla dottrina di Lutero]. La fede nel valore monetario come spirito immanente delle merci, la fede nel modo di produzione e nel suo ordine prestabilito, la fede nei singoli agenti della produzione come semplici personificazioni del capitale autovalorizzantesi. Ma come il protestantesimo non riesce ad emanciparsi dai principi del cattolicesimo, così il sistema creditizio non si emancipa dalla base del sistema monetario” (Editori Riuniti, p.690). Qui si coglie una certa vicinanza a Weber, una vicinanza ma solo come eco, poiché il capitalismo si sviluppa in occidente senza una vera concorrenza, ma anzi prevalendo sul cristianesimo, così che al completamento del percorso della storia possiamo affermare che il cristianesimo si è trasformato in capitalismo. Ovviamente  manca qualcosa per raggiungere l’illimitatezza, e con essa superare l’angoscia che ce la rende necessaria, anche con un impegno sistematico, che poi è  la “mancanza di una via di uscita comunitaria, non individuale-materiale”.

 Il saggio di Benjamin è stato negligentemente trascurato benché costituisca un’analisi insuperata riguardo al rapporto dell’economia capitalista e  la religione. Ancora, dunque, non è stata data risposta alla ricerca condotta da Benjamin su questo tema, per cui non possiamo chiamarci fuori, senza trascendere il contenuto della sua analisi sul capitalismo nel rapporto con la religione.   Certamente, l’attuale fase del capitalismo non va confusa con le precedenti, “ ancora orientate all’interno di un’economia della scarsità, dove al culto del mercato bastavano le merci. Ora, le merci non bastano più”. Ora le merci non sono più sufficienti per sostenere il nuovo Dio, il consumismo globalizzato.  Il nuovo demone a cui l’uomo non ha ancora trovato una risposta per esorcizzarlo.

Alberto Angeli

Io resto con Corbyn e Mc Donnell. di G. Giudice

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Giudice Giuseppe

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Perché sono socialisti veri. Sono compagni seri perché hanno saputo fare una seria autocritica, Sono pienamente disponibili a farsi da parte, ma hanno dichiarato che il loro dovere è garantire che la nuova classe dirigente dovrà garantire la continuità del programma (che resta , soprattutto in una fase come questa, il più avanzato ed organico progetto per la sinistra e per la rifondazione del socialismo democratico vero (che è rottura con la le derive neoliberali dei vari establishment socialdemocratici europei (che hanno prodotto una forte caduta dei loro consensi).

Del resto, da un sondaggio la maggior parte della popolazione apprezza i vari punti di quel programma. “non siamo stati in grado , però, dice lo stesso Corbyn , di trasformare quel consenso sociale, in un consenso maggioritario al nostro partito (che comunque ha preso più di 10 milioni di voti. Ed ha anche indicato i motivi di questa mancata trasformazione. Dalla proposta (che lui stesso ha dovuto sorbire) di un secondo referendum sulla Brexit, alla difficoltà di recuperare un rapporto con quelle aree che sono state colpite dalla desertificazione industrale, che, come dice Corbyn, fu il frutto di una precisa volontà politica , già negli anni ’80, da parte della Thatcher (ed accettata poi da Blair) di puntare tutto sulla finanziarizzazione dell’economia. E comunque , rimando alla lettura dell’artcolo, del senso di impotenza di queste popolazioni che hanno subito un profondo rifiuto delle politica.

Del resto viste dall’interno , le cose sono molto più complesse da come sono viste in Italia. E come non dimenticare la campagna martellante contro la dirigenza del Labour con le risibili accuse di “bolscevismo” , antisemitismo e via discorrendo. Sulla UE. Corbyn , in diverse interviste , ha sempre espresso la sua profonda criticità verso la UE, vista come fonte delle politiche neoliberiste, di austerità e contestato la subalternità delle socialdemocrazie a tali impostazioni. Lui voleva infatti una Brexit che mantenesse l’unione doganale (insomma la vecchia Cee) e rifiutasse le regole del mercato unico.

Sappiamo che, anche tra i suoi sostenitori, come Nomentum , che comunque ha svolto un prezioso lavoro presso i giovani precari del nuovo proletariato del terziario, si voleva un ritorno nella UE nell’illusione che una vittoria laburista potesse innescare un processo di riforma profonda della UE stessa. Comunque c’è da dire che tra il 60% dei giovano dai trentacinque anni in giù ha votato Labour. E non è cosa da poco. E davanti a Johnson non vi saranno giorni tranquilli. Comunque spero ardentemente che la nuova dirigenza del Labour (e vi sono le condizioni per sperarlo) vada avanti lungo le linee indicate dal programma. Resta sempre un fondamentale punto di riferimento.

Giuseppe Giudice

Una via intitolata non è solo un ricordo! di P. Gonzales

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gonzales

La scomparsa di Giacomo Mancini ha lasciato un vuoto difficilmente colmabile da altro esponente politico meridionale e nazionale, così come la sua figura e storia politica non hanno elementi di confronto con figure di spicco del panorama politico della cosiddetta seconda Repubblica. Mi riferisco sia a parlamentari appartenenti all’area socialriformista che alle altre aree partitiche.

Giacomo Mancini ha interpretato, da attore protagonista e, spesso da regista, la storia del nostro Paese sia nel contesto politico che in quello istituzionale, economico e sociale. Ha avuto parte attiva nella resistenza e, successivamente, nella storia del meridionalismo dal dopoguerra in poi; ha interpretato in modo positivo e concreto il suo ruolo parlamentare facendo in modo che intere generazioni si misurassero con i grandi temi ed altrettanto grandi valori della vita sociale e politica.

E’ stato il primo ministro ambientalista, urbanista di grandi intuizioni ed un grande ministro della Sanità, oltre che dei LL.PP. e del Mezzogiorno!

Si è attivato, con forte senso di responsabilità, per l’affermazione delle conoscenze; per la migliore interpretazione dei bisogni e delle necessità dei giovani fornendo risposte politiche praticabili.

Non ha mai dimenticato la difesa dei meno abbienti; le regole del vivere democratico e del rispetto delle istituzioni. E’ stato al fianco di coloro che giustamente si battevano per conquiste civili e sociali più avanzate quali il divorzio e l’aborto e la sua storia di socialista cosentino si è sempre intrecciata con la storia del nostro Paese.

Ecco i ricordi più immediati che mi vengono in mente ripensando al lungo periodo di collaborazione, iniziato concretamente nel 1968 e, nel ricordarlo a distanza di tanto tempo dalla sua scomparsa, vorrei rispettare la sua figura impegnandomi nel tentativo di ragionare di politica così come mi ha insegnato a fare (tenendo sempre presente i miei limiti).

Giacomo Mancini, con il suo impegno, ha dato un senso al socialismo riformista italiano ed europeo e come sindaco socialista ed urbanista, ha fatto in modo che la nostra città di Cosenza non fosse più una “stretta città provinciale” ed ha accompagnato la cittadinanza tutta verso il suo concreto rinnovamento.

Una delle sue caratteristiche più profonde di uomo politico è stata quella di far comprendere le ragioni culturali e filosofiche dell’essere socialista ed ha fatto ciò, senza arroganza alcuna, attraverso il suo comportamento ed il suo modello di vita (che ritrovo nei suoi appunti che mi trasmetteva nel periodo di collaborazione).

Non ho mai fatto un bilancio del nostro rapporto, poiché la sua scomparsa non ha interrotto il mio dialogo con il suo modo di pensare e di vivere il suo essere politico. Ciò mi permette di poter esprimere alcune considerazioni politiche da socialista avendo sempre presente i bisogni della classi popolari (tanto cari a Giacomo).

E’ il modo migliore di ricordare la figura di Giacomo Mancini non è solo quella di rendere un doveroso omaggio ad un cittadino di valore, ma è la scelta coerente di definire con lui una fase di continuità non solo ideale ed emotiva.

La decisione dell’amministrazione di Roma Capitale è lodevole, ma l’intestazione toponomastica di una via non è e non deve essere solo un ricordo!

L’intestazione della via per noi socialisti assume il significato di dover lavorare ancora di più politicamente per poter offrire ai giovani di oggi un ricordo concreto di un grande socialista cosentino di valore internazionale.

E’ la nostra richiesta di partecipazione socialista, attiva nel confronto politico in atto nel Paese, che non deve interrompersi!

Sono certo che Giacomo Mancini ci avrebbe incoraggiato in tal senso in questa prossima campagna elettorale ed avrebbe invogliato tutti i suoi collaboratori, amici, conoscenti, pur se collocati in posizioni differenti nella stessa area di sinistra, a fare “squadra”.

Oggi, noi cosentini, siamo più orgogliosi della lodevole iniziativa di Roma Capitale e ringrazio gli amministratori, così come il Sindaco il prima persona per la decisione ed il Vice Sindaco Luca Bergamo per il contenuto del suo intervento, di alto spessore, che oggi ha fatto nella cerimonia.

La presenza di tanti compagni di base, di iscritti e la partecipazione di compagni autorevoli di fatto ha sostituito le assenze degli attuali dirigenti nazionali del PSI, certamente impegnati in attività per loro più importanti.

Un mio personale grazie a tutti i presenti ed a coloro che hanno risposto positivamente al mio invito a partecipare, così come a tutti coloro che, per ragioni più che comprensibili, hanno espresso un forte rammarico per la loro assenza.

Ma erano presenti a Via Giacomo Mancini con il cuore, con lo spirito e con una emotività che tutti abbiamo avvertito come se fossero accanto a noi.

Un grazie ancora al Sindaco di Rende che con la sua partecipazione attenta ha condiviso un momento particolare di storia non solo cosentina ed avvicina le due comunità di Cosenza e di Rende stessa.

Avverto il piacere, in chiusura di queste mie brevi riflessioni, di richiamare una delle tantissimi e illuminate riflessioni ed analisi politiche di Giacomo Mancini, quando si rivolgeva ai giovani: “La gioventù calabrese è la gioventù meno felice del nostro Paese…. È la gioventù senza giovinezza … e senza prospettiva di un dignitoso lavoro. Ai giovani i socialisti rivolgono un appello di mobilitazione e di presenza ed assumono l’impegno solenne ed immediato di non far cadere la grande e non rinviabile questione giovanile… Questo è l’impegno dei socialisti nei confronti delle elettrici e degli elettori delle classi giovanili e delle loro famiglie. Noi socialisti ci batteremo in loro favore”.

Noi socialisti e riformisti, con Giacomo Mancini alla guida, abbiamo portato avanti questo impegno negli anni, ma vista la situazione giovanile di questi tempi che non riguarda solo ed esclusivamente la gioventù calabrese, mi domando e chiedo se i prossimi candidati alle elezioni avranno pari impegno?
Una volta eletti nel ruolo di parlamentari o di consiglieri negli enti locali, si “batteranno per superare la grande questione giovanile tutta italiana” con lo stesso suo spessore culturale e con pari incisività politica?

Il destino delle comunità è legato alla capacità dei futuri governanti di incidere positivamente e concretamente per determinare le migliori condizioni di crescita e sviluppo per le nuove generazioni.

Se ciò corrisponde al vero Giacomo Mancini, è stato un politico che ha vissuto la sua vita per dare un futuro migliore (culturale, democratico, garantista e professionale) non solo a noi meridionali ma a intere generazioni del nostro Paese.

Ciao Giacomo

Paolo Gonzales

P.S. – Mi rammarico, purtroppo, di non essere stato in grado di farlo appassionare alla “pallacanestro”!

“ Etica e economia” J. M. Keynes -L’attualità del suo messaggio, di A. Angeli

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Il 21 aprile 1946 muore J-M-Keynes. Egli era fortemente legato a Piero Sraffa, di cui è stato il “protettore” nel periodo durante il quale  insegnò in Inghilterra 1926, ( con Keynes ha condiviso nel 1961 la medaglia Södeström dell’Accademia svedese delle scienze che costituisce l’antecedente dei premi Nobel di economia), Saffra, legato ad Antonio Grmasci, annoverava tra le sue amicizie anche quella di Bertrand Rassel  e di Wittngestein. Muore a Cambridge il 3 settembre 1983. Con questo breve saggio cerco di recuperare il valore di un famoso scritto di Keynes, in cui mi sono imposto di sintetizzarne il pensiero, che ritengo ancora attuale, cosciente che ciò possa esporsi ad una critica di banalizzazione di un pensiero di alto contenuto culturale e teorico.  “Etica ed economia” è la sintesi del pensiero di John Maynard Keynes, che affronto nel presente scritto, forse illudendomi di dare un contributo e un segnale alternativo alla indifferenza del momento politico che stiamo vivendo. Il richiamo a Sraffa è sintomatico di una continuità intellettuale che legava i due teorici dell’economia e che ha segnato il XX secolo. Lo scritto vorrebbe offrire uno stimolo alla riflessione sui fenomeni economici e sulla politica economica, sulle trasformazioni del sistema finanziario globalizzato e sul ruolo delle monete e, per l’attualità, dell’Euro. Nel breve scritto che segue, l’impostazione analitica dei temi indicati è appena accennata, mai sospinta fuori del tema, e tuttavia si presta ad una comprensione coerente del pensiero Keynesiano.

John Maynard Keynes, “ Etica e economia”. Una sintesi del pensiero Keynesiano

 Nel Saggio: “ Sono un Liberale?”  Keynes scrive :“Dobbiamo inventare una saggezza nuova per una nuova era. E nel frattempo, se vogliamo fare qualcosa di buono, dobbiamo apparire eterodossi, problematici, pericolosi e disobbedienti agli occhi dei nostri progenitori”.  Sono queste le conclusioni, con le quali  Keynes  nello scritto del  1925, consegna  le sue riflessioni  sulle numerose questioni di ordine politico, economico e sociale, che nel nuovo contesto mondiale, governato dal capitalismo, si vanno prefigurando. E’ quindi con una domanda, la stessa che dà il titolo allo scritto, con cui si chiude il saggio del grande economista, richiamandosi all’unica possibile conclusione che poteva scaturire da un’analisi tanto articolata, quanto problematica, dell’avvicinarsi dei “tempi moderni”. Il senso ultimo di questa visione culturale è quello che accompagnerà Keynes per lungo tempo, fino all’uscita della Teoria Generale nel 1936. Infatti, è con quel poderoso lavoro che sarà data unitarietà e spessore alla critica dell’ economia monetaria di produzione – in cui il capitalismo evidenzia in termini chiari la sua natura di sistema predatorio  e  iniquo – e alla capacità di autoregolazione dell’economia di mercato.

Il saggio “ Sono un liberale?” è la raccolta di numerosi scritti Keynesiani  che riproducono una serie di interventi ed articoli dell’economista, riconducibili alla fine degli anni 20 e 30, dalla lettura dei quali si avverte la forte e avvincente tensione culturale trasmessa dalla riflessione di Keynes sui grandi temi dell’economia del momento, ma con una visione profetica rivolta al futuro. Il testo brilla per la finezza e la rilevante chiarezza espressiva a cui il Keynes faceva ricorso,  dando alle sue analisi un sostegno argomentativo tale da rendere fluenti i suoi ragionamenti teorici, altrimenti incomprensibili.

La prima parte mette in luce il tragico passaggio dall’ “ordine” ottocentesco a quello del XX secolo, evidenziando  gli squassi del primo conflitto mondiale, per chiarire come le  conseguenze a cui porteranno le riparazioni di guerra inflitte ai tedeschi.  Peraltro quella fu la circostanza in cui rassegnò le proprie dimissioni dalla carica di rappresentante del Tesoro inglese alla Conferenza di Versailles.  Nella sua condanna di quelle deliberazioni  il rilievo del “problema economico” è dirompente. Infatti, di lì a poco, l’Europa andrà incontro alla Grande Depressione nel 1929, e al secondo conflitto mondiale un decennio più tardi.

Dalla sua  posizione  di analista della società il “problema economico” è posto come la questione pressante con cui deve fare i conti la società moderna e questo nonostante le meraviglie che il progresso sembra porgere su un piatto d’argento.  Egli scrive: “Abbiamo contratto un morbo di cui forse il lettore non conosce ancora il nome, ma del quale sentirà molto parlare negli anni a venire – la disoccupazione tecnologica -. Scopriamo sempre nuovi sistemi per risparmiare forza lavoro, e li scopriamo troppo in fretta per individuare nuovi impieghi per la forza lavoro”. Un passo che egli  ci invia come posta per riflettere sulle prospettive economiche per i nostri nipoti. Nella sostanza,  egli ci dice, la “povertà nell’abbondanza” è l’intrinseca contraddizione in cui vive il capitalismo, ed è questa contraddizione che è necessario spiegare se si vuole recuperare un senso positivo nel progresso, sgombrando il campo dagli opposti pessimismi che si vanno fronteggiando. Ossia, da una parte,  “il pessimismo dei rivoluzionari, convinti che una situazione così compromessa renda inevitabile un cambiamento radicale, e quello dei reazionari, persuasi che la nostra vita economica e sociale si regga su un equilibrio talmente instabile da sconsigliare qualsiasi forma di esperimento”

Nella sostanza, prosegue, l’ “amore per il denaro” è alla radice di tutto il sistema, anche se non è propriamente  l’ “amore per il denaro che serve a vivere meglio, a gustare la vita”, scrive,  ma il “possesso del denaro”, che rende il sistema  ingiusto.  (Auri sacra fames). Inoltre, sul fronte del profitto, è in regime di laissez faire che “il profitto va all’individuo che, per abilità o fortuna, si trova con le sue risorse produttive nel posto giusto al momento giusto” (La fine del laissez faire).  E’ in queste condizioni di iniquità, che secondo  Keynes,  “Un sistema che permette all’individuo abile ( e avido) o fortunato di raccogliere l’intero frutto di questa congiuntura offre chiaramente un incentivo immenso a coltivare l’arte di trovarsi nel posto giusto al momento giusto. Così uno dei più forti moventi umani, cioè l’amore per il denaro, viene asservito al compito di distribuire le risorse economiche nel modo migliore per aumentare la ricchezza al fine di ottenere la massima produzione di ciò che è maggiormente desiderato secondo la misura del valore di scambio”.

La questione è persino più ampia e, secondo Keynes, c’è bisogno di una nuova etica perché: “sembra ogni giorno più evidente che il problema morale della nostra epoca ha a che fare con l’amore per il denaro, con l’abituale ricorso al movente del denaro in gran parte delle attività della vita,  con l’approvazione sociale del denaro come misura concreta di successo e con l’appello della società all’istinto di accumulazione…” Questa  riflessione lo porta a spostare il suo sguardo alla Russia, verso la quale  lo spinge un sincero interesse verso il comunismo russo –  da cui, secondo Keynes, proviene o spira  una sorta di “afflato religioso, poiché, lì, si cerca di costruire una struttura della società in cui le motivazioni economiche,  come fattori condizionanti, avranno un’importanza relativa diversa, per il fatto che l’approvazione sociale sarà distribuita in altro modo, e dove i comportamenti  da prima erano normali e rispettabili, poi non lo saranno più”. Qui Keynes,  espressione della borghesia colta, approfondisce con il dovuto distacco quella che chiama “fede comunista”,  evidenziando come per lui non è certamente possibile accettare una “dottrina che, preferendo la melma al pesce, esalta il proletario al di sopra della borghesia e dell’intellighentjia”, pur ammettendo con decisione che è ineludibile la necessità di una nuova etica dell’economia.

I pensieri keynesiani portano però all’attenzione del lettore qualcosa di ancora più impegnativo  nella sua analisi della società. Intanto, per ciò che egli ritiene e indica come una rivoluzione da attuarsi nel metodo dell’analisi economica, facendo quindi camminare a fianco a fianco società ed economia,  per cui è solo comprendendo il profondo legame che le tiene insieme, è possibile assimilare il “rivoluzionario” messaggio di cui la Teoria Generale è portatrice.

Nel suo pensiero la funzione  del capitalismo è riassunta come una lotteria, in cui domina incontrastata l’incertezza  e l’alterità del semplice calcolo probabilistico, essendo infatti la moneta a gettare un ponte tra presente e futuro, sono  allora gli spiriti animali degli imprenditori a determinare lo stato e l’andamento della domanda effettiva del sistema economico.  Al proposito Keynes precisa: “ è una domanda che, misurandosi esclusivamente sui valori di scambio, nulla ha a che fare con il valore d’uso dei beni prodotti, e dunque con i bisogni che la società esprime”.  Molti studiosi di Keynes hanno trovato in questo passaggio  un doveroso tributo alle dimenticate analisi di Malthus e a quanto egli aveva intuito in merito al ruolo trainante della domanda nel dirigere il processo produttivo. Qui entra  in gioco anche  il confronto con Ricardo.  Ma  è a Piero Sraffa, che si deve il ritrovamento delle lettere mancanti,  riguardanti la corrispondenza tra Malthus e Ricardo, nelle quali vi si colgono, di fatto, gli inizi della teoria economica nonchè le linee divergenti,  lungo le quali la materia può essere sviluppata. Infatti , Ricardo studia la teoria della distribuzione del prodotto in condizioni di equilibrio, e Malthus si concentra su ciò che determina il volume della produzione giorno per giorno nel mondo reale. Ancora, Malthus tratta dell’economia monetaria in cui viviamo; Ricardo dell’astrazione di una un’economia con moneta neutrale.

Il pensiero di Keynes ha un percorso speculativo e formativo fondato su basi logiche. Era sua consuetudine ritrovarsi con i maggiori logici e matematici a lui coevi. A Cambridge con Russel – matematico e filosofo- che lo guida nelle conversazioni verso una teoria che deve assumere un valore strumentale rispetto alla pratica, che spinge Keynes ad impadronirsi di un linguaggio in cui faccia premio un ragionamento basato sul senso comune. Segue le lezioni di Marshall, da cui apprende i moderni metodi diagrammatici, necessari per cogliere la complessità dei fenomeni sociali e per arricchire la sua preparazione con lo scopo di muoversi nell’ambito della ricerca storica, della filosofia e, cosa inaspettata, proporsi come conoscitore della cosa pubblica.

Keynes, conclude il saggio affermando:  “l’economia è una scienza molto pericolosa”,  e gli economisti non sono profeti.   Ad ogni modo a Keynes non sfugge  il fatto  che i “tempi moderni  necessitano di nuove politiche e nuovi strumenti per adeguare e controllare il funzionamento delle forze economiche, così che non interferiscano in maniera intollerabile con l’idea odierna di che cosa sia appropriato e giusto nell’interesse della stabilità e della giustizia sociale”.

Perché riappropriarsi di Keynes , di questo  spirito critico,  di cui ogni tanto alcuni rimembrano le sue teorie per rianimare un’economia esausta e sostituita dalla finanziarizzazione globale. ma non tanto da essere annoverato nelle fila della cultura marxista.? Perchè  questo eretico tra gli eretici,  lascia infine che siano altri a rispondere alla domanda da cui è partito: “Sono un liberale?” La risposta sta tutta nella considerazione che dobbiamo dare all’importanza di non banalizzare le forme dei conflitti di classe sapendo leggere con attenzione e mettere a confronto Marx e Keynes.

Albero Angeli

Reddito di cittadinanza – una ipotesi di lavoro per ritrovare il ruolo della sinistra, di A. Angeli

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Alberto Angeli 2

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“Reddito di cittadinanza, per l’Italia unica speranza. Onestà e dignità subito”: con questo slogan, cantato dalla testa del corteo del M5S, si è svolta sabato 20 maggio la marcia Perugia-Assisi per il reddito di cittadinanza. Questo punto del programma dei cinquestelle non sembra suscitare nella sinistra del nostro paese alcun interesse. Anzi, si coglie una alquanto sorprendente noncuranza, quasi un fastidioso silenzio. In verità alcune voci si sono spinte fino a dichiarare la richiesta poco realistica, se non valutata poco interessante, per la difficile sostenibilità economica. Altri propongo invece, come alternativa, un reddito minimo garantito ( reddito di inclusione) guardato come un indispensabile ampliamento del welfare, a cui associare politiche orientate verso il pieno impiego in una visione di complementarietà dei due temi. Entrambe le proposte partono dalla considerazione che annota il basso tasso di occupazione, la lentezza con cui viaggia l’economia e la forte esposizione debitoria del paese, trascurando il fatto che ciò costituisce un ostacolo molto serio alla introduzione di un reddito minimo garantito di tipo universalistico.

Su questa materia sono varie e articolate le ipotesi alle quali riferirsi, anche se condizionate dal modo con cui è pensato il reddito minimo. Ad esempio:

a) garantire un reddito minimo a chi non ha un lavoro, ovvero risulta indigente;

b) mettere in atto forme di lotta alla povertà mediante una rete di protezione minima, che garantisca la sussistenza, legando gli adeguamenti alla rilevazione dell’ISTAT sui dati del minimo vitale;

c) riorganizzare e ridisegnare il sistema del welfare creando un unico referente per la gestione del sociale e delle risorse economiche.

Ovviamente, cassa integrazione e sussidi di disoccupazione, già esistenti e basati sulla contribuzione obbligatoria, continuerebbero a persistere sotto il Ministero del Lavoro e della Previdenza. Il reddito garantito dovrebbe quindi rivolgersi a chi ha esaurito o non ha accesso ai due strumenti: a) e b), destinandolo alle persone in cerca prima occupazione o indigenti

Seguendo l’andamento della disoccupazione richiamando i dati ISTAT, possiamo rilevare che il tasso di disoccupazione è stabile all’11,9%, mentre risulta in lieve calo quella giovanile. La fotografia dell’Istat effettuata su gennaio 2017 evidenzia che le persone in cerca di occupazione erano 3.097.000, in aumento di 2.000 unità su dicembre 2016 e di 126.000 unità su gennaio 2016. E’ il caso di ricordare che a gennaio 2016 il tasso di disoccupazione era all’11,6%. L’Istat ci spiega che  l’aumento dei disoccupati rispetto all’anno precedente insieme all’aumento degli occupati (236.000 rispetto a gennaio 2016) è dovuto al calo degli inattivi tra i 15 e i 64 anni pari a -461.000.

Sul fronte della disoccupazione giovanile Il tasso cala invece al 37,9% dal 39,2% di dicembre, quindi un -1,3 punti. Ne risulta che l’incidenza dei giovani disoccupati tra 15 e 24 anni, sul totale dei giovani della stessa classe di età, risulta pari al 10,1%, risultando in calo di 0,6 punti rispetto a dicembre. Il tasso di occupazione dei 15-24enni permane stabile, mentre quello di inattività cresce di 0,6 punti.

Dal dato di gennaio si rileva che gli occupati crescono di 30.000 unità rispetto a dicembre, conseguendo quindi un +0,1% in percentuale e di 236.000 unità su gennaio 2016 ( dato assoluto) e +1 in percentuale. Tale aumento mensile, si rileva dalla nota dell’Istat, riguarda gli uomini e considera gli ultracinquantenni. Inoltre, il tasso di occupazione tra i 15 e i 64 risulta pari al 57,5% , cioè un +0,1 punti percentuali rispetto a dicembre. Gli occupati sono a quota 22.856.000. Per completare il dato prendiamo in considerazione quelli forniti dall’Eurostat , sull’andamento della disoccupazione dell’eurozona, che risulta stabile al 9,6% a gennaio 2017 rispetto a dicembre, mentre scende da 8,2% a 8,1% nella UE dei 28 ( includendo l’Inghilterra ) segnando in cifra il miglior risultato da gennaio 2009). Il dato italiano si attesta al quarto posto più alto dopo Grecia (23%), Spagna (18,2%) e Cipro (14,1%). Nel mese di gennaio, seguendo i dati dell’Eurostat, il tasso più basso si è rilevato a favore della Repubblica Ceca (3,4%) e della Germania (3,8%). Un dato positivo è Il calo della disoccupazione giovanile: nella zona euro passa dal 19,3% al 17,7%; mentre nella UE- dei 28 Paesi , passa dal 21,7% al 20%. Vale rilevare al proposito che in Italia resta la terza più alta d’Europa , dopo Grecia (45,7%) e Spagna (42,2%).

I dati ISTAT sulla difficile situazione sociale del Paese rilevata al 2015 stima che il 28,7% delle persone residenti in Italia sia a rischio di povertà o esclusione sociale. Se accettiamo la definizione adottata nell’ambito della Strategia Europa 2020, le persone che si trovano almeno in una delle condizioni adottate , sono indicate secondo il rischio o situazione: di povertà, grave deprivazione materiale, bassa intensità di lavoro.

La quota è sostanzialmente equiparabile a quella rilevata al 2014 (era al 28,3%) che, in sintesi, segnala un aumento degli individui a rischio di povertà (dal 19,4% a 19,9%) e il calo di quelli che vivono in famiglie a bassa intensità lavorativa (da 12,1% a 11,7%); permane invariata stima di chi vive in famiglie gravemente deprivate (11,5%).

Il Mezzogiorno risulta l’area più esposta al rischio di povertà o esclusione sociale: il dato ISTAT segnala che nel 2015 le persone coinvolte sale al 46,4%, dal 45,6% dell’anno precedente; quota che risulta in aumento anche al Centro (da 22,1% a 24%), mentre la cifra che riguarda il Nord si registra un calo dal 17,9% al 17,4%.

Ancora: la rilevazione Istat segnala come le persone che vivono in famiglie con cinque o più componenti, sono quelle più a rischio di povertà o esclusione sociale ( passano al 43,7% del 2015 dal 40,2% del 2014), quota che sale al 48,3% (dal 39,4%) se si tratta di coppie con tre o più figli e raggiunge il 51,2% (da 42,8%) nelle famiglie con tre o più minori.

Nel 2014, escludendo gli affitti figurativi, si stima che il reddito netto medio annuo per famiglia sia di 29.472 euro (circa 2.456 euro al mese). Considerando l’inflazione, il reddito medio rimane per la prima volta sostanzialmente stabile in termini reali rispetto al 2013, dopo il calo registrato dal 2009 (complessivamente -12% che diventa -10% se si considera l’aggiustamento per dimensione e composizione familiare, cioè il reddito equivalente). Inoltre, la metà delle famiglie residenti in Italia percepisce un reddito netto non superiore a 24.190 euro l’anno (circa 2.016 euro al mese), sostanzialmente stabile rispetto al 2013; nel Mezzogiorno scende a 20.000 euro (circa 1.667 euro mensili).

Fra le famiglie che hanno come fonte principale il reddito da lavoro, una su due dispone di non più di 29.406 euro se si tratta di lavoro dipendente e di non più di 28.556 euro nel caso di lavoro autonomo. Per le famiglie che vivono prevalentemente di pensione o trasferimenti pubblici la somma scende a 19.487 euro.

Includendo gli affitti figurativi, si stima che il 20% più ricco delle famiglie percepisca il 37,3% del reddito equivalente totale; il 20% più povero solo il 7,7%. Dal 2009 al 2014 il reddito in termini reali cala più per le famiglie appartenenti al 20% più povero, ampliando la distanza dalle famiglie più ricche il cui reddito passa da 4,6 a 4,9 volte quello delle più povere.

BREVE LETTURA DEGLI GLI AMMORTIZZATORI SOCIALI OPERANTI NELL’ORDINAMENTO ITALIANO

Nella tradizione della famiglia italiana il ruolo preminente del capofamiglia, cioè della figura che con il suo lavoro garantiva all’intero nucleo familiare il reddito necessario al suo sostentamento, ha decisamente influenzato l’evoluzione e l’orientamento giuridico dei sistemi di assistenza alla famiglia. Accadeva così che, se, per varie ragioni, l’unico percettore del reddito si fosse trovato nella condizione di non poter più provvedere a questa funzione, al sistema sociale vigente era affidato il compito di attivarsi secondo le condizioni che il sistema previsto. Questa caratteristica, comune alla maggioranza degli stati occidentali, è andata evolvendo nel corso del tempo, in specie dagli anni 60 in poi, in quanto è andata diffondendosi una cultura più aperta al ruolo della donna nel concorrere all’acquisizione di una parte del reddito familiare.

Con la nascita dello stato democratico e l’adozione della Carta Costituzionale, la struttura della società Italiana si regge quindi sul dettato previsto dall’art. 1 della Carta, che sintetizza inequivocabilmente il nuovo percorso socio-politico sul quale il Paese intende muoversi, affermando che:” che l’Italia è una repubblica democratica, fondata sul lavoro”. La Repubblica riconosce il diritto di ogni cittadino ad avere un lavoro e assume l’impegno affinché possa essere garantito a tutti, favorendo l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese, attraverso l’eliminazione di quegli impedimenti di ordine economico e sociale che ostacolano la libertà dei cittadini e creano ingiuste disuguaglianze tra gli stessi.

Il lavoro, che la Carta riconosce come un diritto, diviene, al contempo, un dovere di ogni cittadino, al quale si richiede di contribuire al progresso materiale e spirituale della società, in specie se lo stesso abbia uno stato psico-fisico con lo renda capace al lavoro. In corrispondenza a tale contributo al lavoratore uomo o donna è previsto sia riconosciuta e assicurata una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del lavoro svolto, sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’assistenza libera e dignitosa. Nel caso uno di essi diventi temporaneamente o permanentemente inabile al lavoro a causa di infortunio, malattia, invalidità o vecchiaia, invero, per motivi estranei alla sua volontà, venga meno il rapporto lavorativo, è riconosciuto Il diritto a ricevere l’assistenza dello Stato, in modo da non essere privato dei mezzi adeguati alle proprie esigenze di vita. Serve rilevare come l’ordinamento italiano preveda molteplici forme di assistenza al lavoratore disoccupato sotto forma di ammortizzatori sociali. In genere si tratta di sussidi economici di durata prestabilita per legge e di importo normalmente inferiore alla retribuzione prima percepita.

La dottrina che è venuta formandosi nel tempo in materia sociale, ha riformulato la nozione di “ammortizzatori sociali”, ritenendo estranee a tale sistema le indennità corrisposte in ragione dell’incapacità e inabilità lavorativa secondo le seguenti categorie : ad es. indennità per malattia o infortunio, pensioni di invalidità. Mentre ricomprende, invece, quelle che assistono il lavoratore in caso di interruzione o sospensione involontaria del rapporto lavorativo, erogate per un periodo d tempo ritenuto indispensabile al reperimento di una nuova occupazione o alla ripresa di quella sospesa, affinché il lavoratore non rimanga totalmente privo di risorse di sussistenza.

Il sistema degli ammortizzatori sociali è composto da molteplici strumenti. Nel tempo sono intervenute modifiche legislative che hanno accresciuto le differenze nelle modalità di applicazione di misure a sostegno del reddito e delle indennità. Generalmente gli ammortizzatori sociali sono classificati in tre categorie:

a) In caso di sospensione del rapporto di lavoro: trattamenti di integrazione al reddito (Cassa integrazione guadagni ordinaria

b) CIGO, e cassa integrazione guadagni straordinaria, CIGS) inclusi i trattamenti specifici per il settore agricolo e edile. In questa classe di interventi sono inclusi gli interventi in deroga della CIGS e i contratti di solidarietà nonché l’indennità di disoccupazione per i lavoratori sospesi.

c) b) In caso di cessazione del rapporto di lavoro: indennità di mobilità e indennità di disoccupazione.

d) c) Misure temporanee a sostegno dei lavoratori a tempo determinato, apprendisti e parasubordinati in regime di monocommittenza

Altri strumenti annoverabili come Ammortizzatori Sociali ed i relativi interventi di sostegno al reddito adottati sia a livello nazionale che a livello regionale, come accedere e le novità 2017:

-Assegno familiare (ANF) è una prestazione economica erogata ai lavoratori dipendenti in base a composizione famiglia (almeno due soggetti) e redditi dichiarati, che devono posizionarsi al di sotto dei

-Sussidio SIA, sussidio di inclusione attiva, potenziamento agevolazione per determinate tipologie di nucleo familiare, nuovi modelli di domanda;

-Cassa integrazione erogata dall’INPS e comprende: Sussidi agricoli, CISOA,DMAG e riguarda lavoratori agricoli, ( operai, impiegati, quadri e apprendisti, compresi i soci delle cooperative, apprendisti.

-Reddito Inclusione ( REI ) Al proposito è stato siglato il memorandum d’intesa sul reddito di inclusione (Rei) tra il Presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, l’Alleanza contro la povertà e il ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, Giuliano Poletti. Si tratta delle linee guida che definiscono i dettagli della nuova misura di contrasto alla povertà introdotta – in sostituzione di SIA, Carta Acquisti e ASDI – dal disegno di legge n. 2494, ovvero la Delega recante norme relative al contrasto della povertà, in termini di limiti di intervento e i requisiti per l’accesso al sussidio e di misure di supporto a livello…

-Maggiorazione assegno social

-Naspi durante il tirocinio, che non è un’attività lavorativa, di conseguenza il reddito che ne deriva è cumulabile con la Naspi: l’indicazione è contenuta nelle Linee Guida sul tirocinio.

-Pensione sociale e sussidi compatibili

-Sussidi ai terremotati: i beneficiari al sussidio sono i lavoratori delle zone colpite dal terremoto dello scorso anno (24 agosto e 26 ottobre 2016) e che, a causa di tale evento, hanno dovuto interrompere l’attività: Ministero del Lavoro e Regioni hanno siglato la Convenzione che consentirà di erogare fino a 4 mesi di sussidi a dipendenti, lavoratori autonomi, anche titolari di impresa, professionisti iscritti a qualsiasi forma obbligatoria di previdenza e assistenza e collaboratori coordinati e continuativi. Sospensione contributi sisma: domanda INPS L’indennità verrà erogata entro un limite di spesa…

-Reddito di inclusione,

-Ricollocamento disoccupati: si tratta di 30 mila disoccupati italiani, estratti a caso, (tra coloro che percepiscono la NASpI da almeno 4 mesi), stanno arrivando le prime lettere per beneficiare dell’assegno di ricollocamento.

-NASPI è possibile presentare la richiesta dopo aver sottoscritto un accordo di conciliazione non presso la DTL

-Sussidio Fondo integrazione salariale (FIS)

-Sussidi erogati dalle Regioni e dai comuni: i nuovi requisiti restano invariati rispetto al 2015 e 2016. Lo comunica l’INPS, con circolare 55/2017,

-APe Social,

-NASpI 2017, (assicurazione sociale per l’impiego )

-Dis-coll stabile, estesa a ricercatori e dottorati, così Il sussidio di disoccupazione Dis-Coll diventa strutturale:

-Premio alla nascita, la domanda, in via telematica, deve essere rivolta all’INPS e solo dopo il settimo mese di gravidanza

-Lavoratori Socialmente Utili-

-Assegno di natalità

-Assegni Familiari in part-time

-Fondo solidarietà personale del credito

Quelli elencati sono solo alcuni degli strumenti a cui la politica sociale del Paese ricorre, una diffusa e smagliata rete di interventi, che ingloba anche una mini serie di altre provvidenze che sfuggono alla contabilità generale, poiché la fonte di spesa è gestita direttamente dai Comuni o dalle Regioni. Ad esempio: sconti su metano, immondizia, integrazioni o interventi sociali a sostegno delle famiglie impossibilitate a pagare un canone d’affitto, altre iniziative difficili da rendicontare.  Tutto ciò, il sistema del Welfare nel suo complesso, ha una spesa che, direttamente o indirettamente, poggia sul bilancio dello Stato. Una lettura dei conti evidenzia come il Welfare del nostro Paese sia il più caro d’Europa.

Brevemente: la spesa per prestazioni sociali nel 2015 ammonta a 444,396 mld di euro, venendo a gravare per il 54,13% sulla spesa statale comprensiva degli interessi sul debito, rappresentando il 27,34% del PIL; un dato che ci proietta nella prima fila Europea. Una spesa enorme, inimmaginabile la possibilità di sostenerla per il futuro a favore delle giovani generazioni, sulle quali grava già l’enormità del debito pubblico.

Il Ministro Poletti afferma con convinzione che il sistema tiene e prospetta una sostenibilità nel tempo, sia sul versante delle pensioni che dei conti pubblici. Ma se stiamo alle cifre, guardando i dati del welfare del 2014, di cui si può disporre delle entrate tributarie, si replica con le stesse cifre pari a 444,507 mld, per ripetere questa performance occorrono tutti i contributi sociali per pensioni e prestazioni temporanee, quelli dell’Inail, tutta l’rpef, l’ires, lirap e kl 36% dell’Isos. Vale a dire tutte le imposte dirette, così che la restante spesa pubblica si finanzia con le imposte indirette.

Secondo i dati dell’IPNS la spesa pensionistica di tutte le gestioni è stata per il 2015 pari a 217,895 mld di euro, con un incremento rispetto al 2014 dello 0,82%, un dato contenuto dal basso livello dell’inflazione e all’applicazione della sentenza della Consulta in relazione alla rivalutazione, che il Governo Renzi ha applicato in termini riduttivi. C’è poi da considerare l’applicazione dei provvedimenti Fornero, da cui è pervenuta una spinta per le pensioni anticipate, che ha consentito nel 2015 il pensionamento di circa il 74% degli aspiranti sul dato del 2014.

La spesa reale, sottratte le entrate contributive a favore dello Stato da quella effettiva dei lavoratori e datori di lavoro, si attesa a quota 172,214 mld. che scende ulteriormente se si sottrae quanto incassa lo stato direttamente, la spesa totale si attesta a 159,164 mld di euro.

Un altro campo di spesa è quello dell’assistenza che nel 2015 ha riguardato circa 4.040.626 assistiti e 4.265.233 di altri assistiti mediante integrazioni al minimo e maggiorazioni sociali, quindi un totale di 8.305.859 beneficiari, vale a dire il 51,34% dei pensionati. Nella sostanza, il costo totale degli interventi assistenziali vale nel 2015 all’incirca 103,00 mld.

Se volessimo completare la riflessione su questa parte, riportando quanto negli altri Paesi dell’Europa viene fatto per il Welfare e speso per il sostegno alle politiche sociali, sicuramente ciò sarebbe utile ma ci allontanerebbe dal nostro proposito che, in definitiva, resta quello di capire come muoverci nella direzione di una politica a favore del reddito di cittadinanza. A ciò si lega il quadro delle risorse economiche e dove cercarle e a quale fasce di società destinare l’intervento. Un intervento, si badi bene, che si pone in alternativa al reddito di inclusione, su cui l’attuale Governo e la maggioranza che lo sostiene si stanno muovendo con atti decisivi.

D’altro canto una rapida attenzione alla contabilità ci rende immediato l’ordine dei fattori su cui costruire anche una minima ipotesi. Infatti, partendo dall’analisi effettuata finora, è possibile svolgere un calcolo riguardo al costo di un eventuale reddito di base incondizionato e pari a 600,00 Euro mensili, cioè all’anno 7.200,00 Euro netti, pari alla soglia di povertà accettata statisticamente. Si potrebbe poi proseguire per fasce di indigenza, adottando i dati forniti dall’ISTAT, fino all’ultima fascia della povertà assoluta che, a seconda della condizione del calcolo, fornirebbe una cifra che oscillerebbe dai 32,346 mld di euro a quella massima di 46,356 mld.

In conclusione di questa riflessione, sulla base dei calcoli statistici che qui non sono riprodotti, anche per il fatto che in certi casi i dati sono purtroppo approssimati e non aggregabili per mancanza di indagini e analisi ( e anche per non appesantire questa breve nota), è evidente una insostenibilità economica concreta di un eventuale progetto volto ad introdurre il reddito di cittadinanza universalistico. Un rilievo che non è privo di alternative, che potrebbero però profilarsi nel caso di un sistematico e profondo riordino di tutto il Welfare e di una revisione del sistema fiscale, in specie per la parte delle deduzioni e detrazioni che, secondo una linea presente in molti economisti, possono essere riaggiornate con notevoli risparmi per l’erario e lo Stato.

Quindi, la storia non dovrebbe finire qui. Chi scrive ritiene che nonostante le difficoltà del bilancio pubblico, i dati della disoccupazione, la diffusa povertà ed esclusione sociale, la lentezza che l’economia registra e la difficoltà in cui si trova il sistema bancario; insomma nonostante il paese non viva uno dei suoi momenti migliori anche la sola riflessione riguardante l’introduzione del reddito di cittadinanza implica un cambio ideologico e di mentalità, al punto da potersi considerare una svolta rivoluzionaria del pensiero della sinistra.

La sociologia – e la storia della sinistra – ci ricorda come la maggior parte delle persone lavora solamente per guadagnarsi un reddito per vivere; il lavoro non è fine a se stesso ma è finalizzato solo ad ottenere una remunerazione. Sicuramente uno strumento di difesa come quello individuato nel reddito di cittadinanza, conferirebbe coraggio al cittadino, una maggiore fiducia e credibilità verso le istituzioni, e a nessuno verrebbe la tentazione di ottenere profitti a discapito di altri.

Certo, questa prospettiva introduce problemi di grande rilevanza sia sotto l’aspetto dell’equità che di quello della giustizia e della coerenza. Intanto con la parola universalità già si introduce un tema delicato che riguarda una delicata questione relativa alla definizione di cittadino. Sappiamo che  la cittadinanza italiana è regolata dal cosiddetto “ius sanguinis”, letteralmente diritto di sangue. Nella sostanza, tale concetto significa che è cittadino italiano chi nasce da genitori con cittadinanza italiana, o se è nato sul territorio italiano con entrambi i genitori ignoti o apolidi oppure se il figlio non segue la cittadinanza dei genitori secondo la legge dello Stato al quale appartengono. Infine, acquisisce cittadinanza italiana per nascita anche il figlio di ignoti trovato nel territorio italiano nel momento in cui non viene provato il possesso di un’altra cittadinanza. La stessa normativa stabilisce delle eccezioni, dando la possibilità di acquisire la cittadinanza attraverso lo “ius soli”, diritto di territorio; infine, vi è la possibilità di acquisire la cittadinanza tramite il matrimonio se si è in presenza di determinati requisiti il coniuge, che sia straniero o apolide, di cittadino italiano, acquisisce la cittadinanza quando, dopo il matrimonio, risiede legalmente per 2 anni in Italia. Questi sono alcuni casi che presuppongono comunque una presa di coscienza della diversità di normativa, più favorevole, che viene applicata in altri Paesi dell’Europa.

D’altro canto, in un mercato del lavoro sempre più flessibile e precarizzato come l’esperienza del nostro paese ci ricorda, dove diventa sempre più facile perdere anziché trovare un nuovo lavoro, un dispositivo di reddito di cittadinanza permetterebbe al cittadino posto fuori dal mercato di avere una continuità economica per i periodi in cui il mercato non offre possibilità di reimpiego; ciò costituirebbe un aiuto positivo innanzitutto per i lavoratori, ma anche per il mercato stesso. Sempre per quanto concerne il livello sociale, attraverso un dispositivo di questo genere, è possibile prevenire l’esclusione sociale degli individui con un reddito non continuo ed esiguo, ovviamente mantenendo un rigido controllo sugli utenti del beneficio per evitare comportamenti tesi a violare la natura e lo scopo specifico del reddito di cittadinanza

Questo comporta un ‘controllo’ sulla effettiva disponibilità a lavorare e ad accettare le proposte di lavoro che gli Enti preposti alla formazione e assistenza al quel cittadino formuleranno al proposito. Questo rischio è richiamato con forza da coloro che contrastano o sono decisamente contrari all’introduzione del reddito di cittadinanza. I beneficiari potranno quindi decidere se un lavoro è coerente con le proprie competenze, decidere se trasferirsi o meno per lavorare, e non essere obbligati a farlo. Con la presenza di un dispositivo di questo genere, è possibile combattere il lavoro nero, ci sarebbero meno presupposti per incoraggiarlo, in quanto si è dotati di un minimo vitale e anche perché, nel momento in cui si compie il reato, vi è la sospensione del sussidio.

Dopo aver esposto le caratteristiche principali del sistema attuale delle politiche per il sociale del nostro paese e delle sue lacune, dagli ammortizzatori sociali ai fenomeni di precarietà, disoccupazione ed esclusione sociale, senza ignorare le difficoltà politiche e poi quelle economiche, si può concludere sostenendo che il reddito di cittadinanza si prospetta come una variabile politica innovativa e concettualmente ( ed economicamente ) percorribile. Poiché, incamminandosi su questa strada, la sinistra può ritrovare il ruolo che la storia le ha assegnato, essendo questo il terreno del sistema sociale su cui ha costruito la lotta e la prospettiva del cambiamento politico. Qui, può recuperare il suo ruolo e ritrovare il consenso necessario per porsi come l’unica alternativa al populismo .

Alberto Angeli 
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NB: i dati sono rilevati da:

INPS, ISTAT, Banca d’Italia, Eurostat, OO.SS., Centro Studi Conf.a

La grande battaglia: il debito greco sul tavolo dell’Eurogruppo, di A. A. Panagopoulos

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Agiris 2

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Le misure per la riduzione del debito greco nel medio e nel lungo periodo saranno affrontate oggi dall’Eurogruppo, mentre si aspetta dai ministri delle Finanze della eurozona di concludere la seconda valutazione del paese che permetterà il pagamento di una tranche di finanziamento di 7,5 miliardi. La Grecia paga ogni anno tra i 6 e i 7 miliardi di interessi per il suo debito e una riduzione dei soli interessi permetterebbe di aumentare gli investimenti pubblici e far crescere l’economia.
La questione della riduzione del debito rappresenta per Alexis Tsipras, il suo governo e SYRIZA “la madre di tutte le battaglie”, perché la riduzione del debito permetterà e garantirà al paese uno sviluppo forte e sostenibile, la creazione di posti di lavoro e la diminuzione delle diseguaglianze che sono cresciute dalle politiche neoliberiste. Si aspetta che la riunione dell’Eurogruppo di oggi apre la strada per una soluzione nelle prossime settimane, anche se ad Atene e alcuni funzionari europei credono che si potrà avere una soluzione anche oggi.
Il ministro della Finanze Tsakalotos ha detto al parlamento che le misure per la riduzione dei deficit che saranno adottate dal governo di sinistra saranno complessivamente di 14 miliardi per il 7 anni tra il 2015 e il 2022, mentre le misure a favore gli strati deboli e colpiti dalla crisi superano di molto questa cifra. Secondo alcuni calcoli del governo greco le misure positive possono arrivare anche al doppio di quelle non volute e imposte dai creditori, perché le misure positive sono constanti nel tempo mentre quelle imposte transitorie che dureranno solo fino alla fine del commissariamento del paese. Secondo Tsakalotos dalle misure positive saranno beneficiati almeno 6 milioni di greci, sui 10,5 milioni di popolazione. I tagli fatti dai governi di Papandreou, Papadimos e Samaras sono arrivati ai 63 miliardi nei 5 anni che hanno distrutto il paese, senza prendere mai una sola misura a favore della gente.

Papadimitriou, ministro dell’Economia: crescita oltre il 2,1%

Il ministro dell’Economia e dello sviluppo Papadimitriou parlando alla radio “stokokkino” ha detto che la crescita dell’economia greca sarà più alta del 2,1% delle previsioni della Commissione europea se i partner europei manterranno i loro impegni che permetteranno l’entrata della Grecia al Quantitative Easing della BCE, si procede alla riduzione del debito greco e si rafforza la liquidità del mercato.
Papadimitriou ha espresso anche le considerazioni del governo greco per la quattro soluzioni possibili per la questione del debito.
– Come ha detto il ministro dell’Economia il 65% dei prestiti europei dell’ESM ha un tasso di interesse variabile, che espone il paese ad una tendenza al rialzo in futuro. “Quello che vogliamo sono tassi di interesse bassi e fissi”, ha detto.
– Il governo greco sostiene inoltre la riduzione del valore del debito, una remissione in termini nominali, che “non so se siamo in grado di ottenerla, ma la vogliamo”.
– Un’altra soluzione potrebbe essere l’estensione del piano del pagamento degli obblighi esistenti.
– Infine, rispettivamente benefico sarebbe stato anche un periodo di grazia per il mancato pagamento degli interessi per un certo tempo.

Tsipras e Macron: D’accordo sulla riduzione del debito

Il primo ministro greco Alexis Tsipras ha avuto un colloquio telefonico con il neoeletto presidente francese Emmanuel Macron per quando riguarda il debito greco nel quale il presidente francese “ha detto che spera di raggiungere un accordo presto, che a sua volta sarà di alleviare il peso del debito greco”, secondo fonti del governo greco.
Tsipras ha sottolineato a Mcron la necessità di una soluzione completa per il debito greco “per il bene della Grecia e della zona euro”. “Questa è la rotta di marcia del ministro dell’Economia Bruno Le Mer, che oggi parteciperà dell’Eurogruppo a Bruxelles”, ha aggiunto il palazzo presidenziale dell’Eliseo.
I due hanno convenuto di lavorare in questa direzione e in stretta e costante comunicazione. Macron durante la recente campagna elettorale si è espresso ripetutamente a favore della riduzione del debito greco e gli altri debiti in Europa.

Incontro Le Mer e Schaeuble a Berlino

Il ministro delle Finanze tedesco Schaeuble durante la conferenza stampa a Berlino con il suo omologo francese Le Mer, poche ore prima dell’Eurogruppo, ha sottolineando che “non stiamo negoziando nuove misure per la Grecia, che richiederebbero un nuovo programma di assistenza” ma facciamo “sforzi… per trovare una soluzione per il debito della Grecia”.
Nel corso della conferenza stampa Schaeuble ha detto che “la zona euro e l’FMI continuano ad avere approcci diversi”, sottolineando però che “cercheremo di trovare una soluzione”. Schaeuble ha attribuito queste differenze alle moderate stime del Fondo per l’economia greca.
Da parte sua il ministro delle Finanze francese Le Mer ha messo in chiaro che Emmanuel Macron vuole che la Grecia rimane nella zona euro. Per quanto riguarda la riunione dell’Eurogruppo di oggi, egli ha osservato che “ci saranno discussioni sulla soluzione tecnica della sostenibilità del debito greco”.

Gabriel, SPD e ministro degli Esteri: dobbiamo mantenete le nostre promesse

In Grecia è stata promessa più e più volte la riduzione del debito, se si saranno le riforme. Ora dobbiamo mantenere la nostra promessa”, ha detto il socialdemocratico ministro degli Esteri tedesco Gabriel chiedendo oggi l’impegno formale della zona euro per la riduzione del debito greco, esprimendo indirettamente una critica contro Schaeuble per le sue dure posizioni.
Schaeuble e gli altri ministri delle Finanze dell’Unione europea si riuniranno oggi per discutere il rilascio della tranche di 7,5 miliardi alla Grecia dopo che il paese ha votato la scorsa settimana le misure richieste dai suoi creditori, che in linea di principio hanno concordato di ristrutturazione del debito, ma non i dettagli.
“Alla Grecia è stata promessa più e più volte la riduzione del debito, se faceva le riforme” ha dichiarato Gabriel al quotidiano tedesco Sueddeutsche Zeitung. “Ora dobbiamo mantenere la nostra promessa. Questo non dovrebbe fallire a causa della resistenza tedesca°, ha aggiunto.

Moscovici, Commissario europeo: I partner devono
assumere le loro responsabilità

Il Commissario francese Moscovici ha sostenuto che la decisione formale di sospendere la procedura per i disavanzi eccessivi della Grecia sarà presa una volta che sarà adottata una decisione politica totale per la questione greca.
Moscovici ha sottolineato che la Grecia ha ridotto il suo deficit sotto il 3% del Pil sia per il 2016 che per il 2017 aggiungendo che “questa è una buona notizia”. Per il Commissario europeo della Finanze l’Eurogruppo di oggi, discuterà il completamento della seconda valutazione e il percorso del debito greco nel medio e lungo termine. “Spero che in modo positivo”, ha detto il Commissario francese, sottolineando che “dopo quello che è successo da parte delle autorità greche, il popolo greco e il parlamento greco è arrivato il momento che i partner della Grecia prendono le proprie responsabilità”.

Argyrios Argiris Panagopoulos

Con il voto delle primarie il Pd ha rottamato se stesso. Non è più il partito fondato 10 anni fa. Ha perso valori, forma, storia e ambizione maggioritaria, di C. Maltese

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CONFERENZA STAMPA LISTA TSIPRAS

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Con il voto delle primarie il Pd ha rottamato se stesso. Non è più il partito fondato dieci anni fa. E non solo perché oltre la metà dei 45 padri fondatori se ne sono già andati e altri seguiranno. Di quel partito ha perso i valori, la forma, il forte ancoraggio alla storia della sinistra italiana e infine l’ambizione maggioritaria. Nei fatti il Pd è diventato da unico partito strutturato d’Italia a ultima lista personale, il PdR, simile a Forza Italia di Berlusconi o alla Lega di Salvini. Si è convertito al personalismo proprio quando questo modello sembra superato dalla storia. La mutazione genetica del Pd si è dunque compiuta, come temeva Eugenio Scalfari ai tempi del duello Bersani-Renzi. Il Pd è ora un partito di centro che guarda a destra. Alle prossime elezioni sarà alleato, sia pure non dichiarato, del diavolo in persona, Silvio Berlusconi, del quale del resto Renzi condivide in pieno il programma sociale, la visione d’Italia, la retorica ottimista e finanche la posizione sull’Europa.

La leadership, lo stile, la politica e le alleanze del PdR sono del tutto chiare. Meno chiaro è il peso elettorale del nuovo soggetto. I sondaggi lo accreditano di un 25-30 per cento, sopra o sotto di poco al Movimento 5 Stelle. I dati del voto reale raccontano un’altra storia. Nella storia del Pd la partecipazione al voto delle primarie ha sempre annunciato il risultato elettorale delle elezioni successive. Le primarie del Pd di Veltroni portarono ai gazebo 3,5 milioni di persone e il partito ottenne l’anno dopo il 33,4. Con Bersani segretario il Pd scese sotto i tre milioni di voti alle primarie e ben sotto il 30 per cento alle politiche. Se questo calcolo ha un senso, e forse ne ha uno più autentico dei sondaggi, oggi il Pd di Renzi faticherebbe a toccare il 20 per cento. Naturalmente i renziani sono troppo furbi per non aver sparso alla vigilia stime talmente basse da poter festeggiare oggi il milione e 800 mila votanti. Ma si tratta di un dato assai deludente, in una fase in cui in Italia e in Europa, come testimoniano tutte le elezioni e i referendum, i popoli hanno riscoperto l’arma del voto.

Un Pd a immagine e somiglianza di Matteo Renzi, con un peso elettorale ridotto e un’alleanza organica col berlusconismo, pone le condizioni perché anche in Italia nasca un’ampia area di sinistra alternativa, com’è stato prima nella Grecia di Syriza, quindi nell’Irlanda del Sinn Fein, nella Spagna di Podemos e ora nella Francia Insoumise di Jean-Luc Mélenchon.

Occorre che a sinistra del Pd i molti leader e partitini facciano un passo indietro, mettendo da parte i narcisismi, e due in avanti, convocando una grande assemblea unitaria, aperta alla società, alle associazioni, ai sindacati e soprattutto ai milioni di cittadini di sinistra che oggi non hanno più una casa politica. Non c’è molto tempo per i distinguo. Renzi sta per staccare la spina al governo e si rischia di andare alle prime elezioni della storia repubblicana senza una vera sinistra. Fate presto.

Curzio Maltese

Tratto dal Blog dell’ Huffington Post del 1° Maggio 2017   http://www.huffingtonpost.it/curzio-maltese/con-il-voto-delle-primarie-il-pd-ha-rottamato-se-stesso_a_22063615/