modello cinese

La pace una priorità, se vogliamo salvare il mondo. di A. Angeli

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Provate a scrivere per esteso la cifra: trecentomila miliardi di dollari, ( poco meno del 350% del PIL mondiale). A tanto ammontava il debito globale detenuto da famiglie, imprese, banche e governi alla fine del 2022. Un peso enorme, che già all’inizio di questo 2023 è andato aumentando a causa della guerra e che grava come un masso sulle spalle dei debitori, alle prese con il rialzo dei tassi di interesse resosi necessario per sconfiggere l’inflazione ( una sfida ben lontana dall’essere vinta ). C’è di che essere preoccupati: se un paese è inadempiente verso i suoi creditori è un grosso problema per i suoi cittadini, ma se sono molti paesi ad andare in default, è il mondo a precipitare nella crisi.

Se guardiamo agli anni ’80, il default in America Latina determinò l’iperinflazione, rivolte di popolo e instabilità in molti paesi: Argentina, Brasile, Perù. Oggi, 2023, il mondo si trova sull’orlo di un’altra crisi del debito e con oltre 56 guerre attive, di cui quella scatenata dalla Russia contro l’Ucraina deve considerarsi la più pericolosa, sia per la stabilità dell’ordine geopolitico mondiale sia per i riflessi economici e finanziari legati all’andamento dell’interscambio internazionale, su cui grava l’inflazione, la crisi energetica e la fornitura di materie prime e la conseguente crisi della containerizzazione. Una crisi nelle mani dei leader del mondo, gli unici che riunendosi potrebbero concordare e sostenere le necessarie misure per impedire una catastrofe, poiché si stanno manifestando i segnali della recessione in Germania e un default del bilancio americano, se non interverrà un accordo tra democratici e liberali. E questi leader dovrebbero utilizzare la cassetta degli attrezzi in cui sono stati risposti gli strumenti che contribuirono a superare la crisi del debito latinoamericano, specie la parte delle misure che indussero i creditori a condividere il dolore del rigore e ad accettare meno di quanto fosse il loro credito.

Molti paesi si erano esposti eccessivamente e avevano un debito insostenibile anche prima che il Covid 19 spargesse le sue spore nel mondo ( il debito Italiano a fine 2022 registrava un 150,3 % sul pil ). La pandemia ha aggravato questa situazione spingendo molti paesi a deliberare nuovi debiti per rimanere a galla e fare fronte al rallentamento del commercio internazionale. Poi la guerra in Ucraina, crisi energetica, prezzi alle stelle, inflazione, scarsità nei rifornimenti. Ora, l’aumento dei tassi di interesse ha notevolmente ampliato il costo del servizio di quel debito. Si stima che 56 paesi siano in difficoltà debitoria o a rischio, più del doppio rispetto al 2015. Una situazione pesante, che condiziona la struttura del bilancio, imponendo ai paesi indebitati di spendere una quota del bilancio nazionale a ridurre il debito e a pagare gli interessi su quello rimanente. E quando i paesi devono dedicare una parte rilevante delle entrate del governo al servizio del debito, si trovano con meno risorse per pagare le necessità di base come la formazione, i trasporti, la prevenzione e le cure sanitarie , l’energia, insomma i servizi necessari per il funzionamento di un’economia e per la cura dei propri cittadini. Né hanno abbastanza da investire per il futuro: nei sistemi sanitari per prepararsi alla prossima pandemia o nella transizione energetica verde. D’altro canto anche gli investitori stranieri, se avvertono rischi di perdere molto denaro su larga scala, adatteranno la loro condotta di investitori alla nuova situazione, con effetti imprevedibili sui mercati finanziari.

Agli inizi del 2023 ci sono stati alcuni progressi nelle riunioni del Fondo monetario internazionale e della Banca mondiale a Washington, una circostanza che ha messo a confronto tutti gli attori: banche multilaterali di sviluppo, istituzioni finanziarie private e di settore, prestatori sovrani ( con i big di Cina e USA), per trovare una soluzione su come accelerare la ristrutturazione del debito e superare i colli di bottiglia nel processo di rianamento. Questa nuova Tavola rotonda sul debito sovrano globale, guidata dal FMI, dalla Banca mondiale e dall’India, l’attuale presidente del Gruppo dei 20, ha raggiunto un accordo su alcune questioni, anche se molto che rimane irrisolto su come verrà effettuata la ristrutturazione.

Seguendo il detto: qualsiasi progresso è una buona notizia, o la speranza è l’ultima a morire, il mondo si attende novità su questo fronte, mentre indugia su quello che rappresenta l’incognita più pericolosa e la questione prioritaria : il fronte di guerra della Russia contro l’Ucraina. Allora, seguendo la logica, si può dire che il debito può attendere. Mentre la pace deve essere ora la priorità assoluta, e un’occasione per i paesi irretiti nelle maglie del debito di impegnarsi con più decisione per una tregua, prima fase del confronto per raggiungere la pace e definire il nuovo equilibrio globale che, realisticamente, dovrà sostituire il vecchio ordine già messo in discussione fin dal 2008 e poi nel 2014, con l’aggressione Russa alla Georgia e poi con l’occupazione della Crimea. Sono gli scontri geopolitici una delle ragioni principali per cui i negoziati sul debito sono impantanati. In questo processo di ridefinizione dell’ordine geopolitico globale, in cui includere il debito globale e la ricerca della pace, la presenza della Cina costituirebbe un segno di quanto le cose siano cambiate dagli anni ’90, quando la Cina era principalmente un mutuatario. Oggi è il più grande creditore bilaterale del mondo . In questo nuovo panorama, è molto più difficile raggiungere un accordo su chi dovrebbe essere rimborsato e su quale lunghezza temporale definire il rimborso. La Cina, che ha prestato circa 900 miliardi di dollari ai paesi in via di sviluppo negli ultimi 10 anni, principalmente per progetti infrastrutturali nell’ambito della sua Belt and Road Initiative, è stata riluttante a concedere la riduzione del debito, a meno che gli obbligazionisti commerciali e le banche multilaterali di sviluppo non adottino lo stesso criterio. Purtroppo, tutte le iniziative che la Cina ha intrapreso nello corso di questi ultimi anni, dalla emergenza virale, alla via della seta, dalla soluzione del debito alla ambigua proposta di pace sulla guerra scatenata dalla Russia con l’occupazione della Crimea, non segnalano nulla di confortante e di positivo. Certo, l’America, prima con Trump e oggi con Biden, ha al suo attivo rilevanti responsabilità, si potrebbe dire imperdonabili scelte politiche, che la Cina non poteva non interpretare come vere e proprie sfide, sia su Taiwan, che su il contenzioso sul commercio transfrontaliero dei chip e la guerra dei dazi.

I nostro globo è oggi avvolto da un immenso calore, e non è solo il prodomo di un collasso climatico, ma il segnale di un disastro politico globale che i leader dei paesi più importanti sembrano incapaci di gestire e affrontare con la dovuta intelligenza e lungimiranza. Bisognerebbe ricorrere all’imperativo categorico di Kant:” è il solo e unico principio a priori della ragione, che comanda alla volontà di essere buona in se stessa, cioè di agire prescindendo da qualunque inclinazione sensibile e da qualunque fine particolare, assumendo un punto di vista universale”

Alberto Angeli

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Il modello cinese. di S. Bagnasco

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Oggi, in tanti considerano il “modello cinese” come vincente per affrontare l’emergenza sanitaria.

Fino a poche settimane fa, la Cina era un lontano paese asiatico saldamente ancorato agli stereotipi di noi europei che non sappiamo guardare alle trasformazioni della Cina avvenute in soli sette decenni.

Poche settimane fa consideravamo il COVID19, come adesso lo chiamiamo perché “coronavirus” sa poco di scientifico, un problema cinese e del lontano mondo asiatico dove si mangiano topi vivi e vi invito a non considerarla una battuta da uno Zaia qualsiasi, perché riflette un diffuso atteggiamento mentale.

Sia come sia, la Cina è passata in sette decenni dalla fame e da un’aspettativa di vita intorno ai 40 anni ai 76 attuali; oggi la Cina è il secondo Paese per PIL al mondo e sta combattendo una battaglia formidabile per salire la classifica del PIL pro capite, dove occupa tuttora l’85° posto.

Ma cos’è il modello cinese?

E’ la capacità di costruire in pochi giorni un ospedale? E’ la capacità di prendere decisioni rigorose in poco tempo? NO! Tutto ciò è il prodotto del modello cinese, non è il modello cinese. Il modello cinese si basa su un’economia pianificata, su un forte controllo sociale, su una formidabile attualizzazione dell’antico mercantilismo cinese che porta la Cina a essere protagonista di un sistema di “cooperazione” in Africa (di cui il mondo si disinteressa, nonostante gli evidenti aspetti negativi di questa moderna colonizzazione), a modellare una nuova geopolitica mondiale con la Via della Seta, a essere protagonista nelle politiche spaziali internazionali sbarcando non sulla luna ma sulla “faccia nascosta” della luna, quella che non vediamo mai.

E’ da qui che deve partire il confronto tra modelli.

La Cina, a differenza dell’Occidente, vale a dire di USA, Canada, UK e UE, può prendere decisioni importanti e drastiche senza scatenare il panico nei mercati e senza scatenare la guerra tra fazioni politiche sull’entità degli interventi economici, sugli scenari recessivi, sulle responsabilità dell’UE, su aperte e violente critiche nei confronti di Lagarde, Macron, Boris Johnson, Trump …

Inutile guardare al “modello cinese” se ci tappiamo gli occhi per non vedere le differenze tra Europa e Cina. Differenze che mai ci consentiranno di adottare il modello cinese.

Allora? Allora serve intelligenza e orgoglio per la nostra storia e le nostre specificità.

Il nostro modello dovrebbe farci comprendere che quando siamo sereni e ci dedichiamo agli apericena … dovremmo approntare protocolli e piani minuziosi per affrontare le emergenze sanitarie … che non esistono giacché sappiamo che arriveranno, mentre ignoriamo quando arriveranno e che sembianze avranno, ma possiamo intuire le criticità che possono determinare agli organi vitali. Se avessimo questi piani e la popolazione fosse educata a queste emergenze, come dovrebbe avvenire per gli incendi, le catastrofi naturali, gli incidenti nucleari, i disastri chimici … allora ci sottrarremmo alle polemiche politiche, agli indugi per paura di perdere il consenso, alla stupida mediazione tra posizioni politiche … come se l’emergenza sanitaria fosse una causa civile.

Noi abbiamo strumenti e mezzi di gran lunga superiori a quelli cinesi, ma non ne siamo consapevoli perché disprezziamo la grandezza delle nostre malconce democrazie, che affossiamo invece di solidificarle.

Il modello italiano e europeo ha potenzialità formidabili: spetta a noi decidere di attuarle … e per farlo dobbiamo pensarci in tempi di bonaccia.

In Europa abbiamo una diffusa cultura solidaristica, estranea alla cultura americana, questo ci offre condizioni di partenza ottimali per attrezzarci per tempo a fronteggiare le emergenze sanitarie.

Saremo capaci di comprenderlo? Impareremo qualcosa da questa situazione che viviamo con apprensione o ci limiteremo a un brindisi e a una collettivo “l’abbiamo sfangata anche questa volta”?

La decisione spetta a noi.

Sergio Bagnasco