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La Costituzione, il diritto e il dovere del voto, di M. Foroni

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Fino a pochi anni fa, il non esercizio del diritto di voto da parte di una cittadina e di un cittadino era sanzionato. Quando ero giovane studente liceale, ho votato per la prima volta nel 1980, ero come i miei coetanei perfettamente consapevole che se non mi fossi recato alle urne ciò sarebbe stato sanzionato.

Il DPR n.361/1957 all’art. 4 enunciava che “l’esercizio del voto è un obbligo al quale nessun cittadino può sottrarsi senza venir meno ad un suo preciso dovere verso il Paese”, e all’art. 115 che “L’elettore che non abbia esercitato il diritto di voto, deve darne giustificazione al sindaco…l’elenco di coloro che si astengono dal voto, senza giustificato motivo, è esposto per la durata di un mese nell’albo comunale. Per il periodo di cinque anni la menzione ‘non ha votato’ è iscritta nei certificati di buona condotta” tenuti presso il casellario giudiziario. Il certificato di buona condotta veniva richiesto dalle aziende al momento della domanda di assunzione, e se non si aveva esercitato il diritto di voto era inibita la partecipazione ai concorsi pubblici. Questa norma è stata abrogata (forse non a caso) nel 1993, l’anno horribilis della Repubblica, quello delle bombe di mafia a Roma e a Firenze, della abolizione della legge elettorale proporzionale disegnata dai costituenti con il passaggio alla legge elettorale maggioritaria, della discesa nell’agone politico del primo Partito mediatico della storia repubblicana, della nascita (per qualcuno) della cosiddetta seconda Repubblica, che non è mai esistita.

Ma rimane ovviamente l’art. 48 della Costituzione, c. II, “Il voto è personale ed eguale, libero e segreto. Il suo esercizio è dovere civico” rafforzato dalla sentenza n.96/1968 della Corte Costituzionale (Presidente Sandulli) dove “in materia di elettorato attivo, l’articolo 48, secondo comma, della Costituzione ha, poi, carattere universale ed i princìpi, con esso enunciati, vanno osservati in ogni caso in cui il relativo diritto debba essere esercitato”. Forse non era solo per motivazioni ideologiche che durante la cosiddetta prima Repubblica dei partiti della Costituente (che sapevano della importanza decisiva della partecipazione al voto per la tenuta della democrazia, usciti da una guerra devastante e dopo venti anni di dittatura fascista), la partecipazione al voto era mediamente al 90%.

Concetti e principi costituzionali da spiegare bene, oggi, a Viola Carofalo e a Gino Strada.

Marco Foroni

Amazon, il braccialetto elettronico e lo Statuto dei Lavoratori, di M. Foroni

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Lo Statuto dei lavoratori, legge 300/1970, recitava all’art. 4 nella sua verisone originale: “ È vietato l’uso di impianti audiovisivi e di altre apparecchiature per finalità di controllo a distanza dell’attività dei lavoratori. Gli impianti e le apparecchiature di controllo che siano richiesti da esigenze organizzative e produttive ovvero dalla sicurezza del lavoro, ma dai quali derivi anche la possibilità di controllo a distanza dell’attività dei lavoratori, possono essere installati soltanto previo accordo con le rappresentanze sindacali aziendali, oppure, in mancanza di queste, con la commissione interna. In difetto di accordo, su istanza del datore di lavoro, provvede l’Ispettorato del lavoro, dettando, ove occorra, le modalità per l’uso di tali impianti.”

Il “Jobs act” (D.Lvo 151/2015 attuativo della Legge delega 183/2014) modifica l’art. 4 e ammette, previo accordo con le rappresentanze sindacali o autorizzazione dell’Ispettorato del lavoro, l’utilizzo di apparecchiature dalle quali derivi “indirettamente” la possibilità di un controllo a distanza, ma installate per finalità di organizzazione e sicurezza aziendali. In sostanza quella che era l’eccezione diventerà la regola, infatti, il datore di lavoro avrà la “facoltà” di installare e utilizzare impianti e strumenti dai quali derivi “anche” un controllo sull’attività del lavoratore esclusivamente per (i) esigenze organizzative e produttive, (ii) per la sicurezza del lavoro e (iii) per la tutela del patrimonio aziendale. Viene pertanto delimitata a determinate condizioni una circostanza che prima era solo eventuale ed eccezionale. Resta comunque l’obbligo, in capo al datore di lavoro, di stipulare un previo accordo con le rappresentanze sindacali.

E’ necessario ritornare all’art. 4 originale. Lo Statuto dei lavoratori non è solo l’art. 18. E questo i compagni socialisti Giacomo Brodolini e Gino Giugni lo sapevano benissimo.

Marco Foroni

Superare le divisioni per costruire un progetto del socialismo riformista, di A. Angeli

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« A parità di fattori la spiegazione più semplice è da preferire » (Guglielmo di Occam). Spiegazione: in base al principio stesso del rasoio di Occam, una teoria che progressivamente si appoggiasse alla elaborazione troppo semplice e parziale di termini o a principi sempre più evanescenti alla fine sarebbe da rigettare per la sua stessa inconsistenza. Credo che questa sia l’interpretazione che ha indotto romano Prodi a dichiarare la sua propensione a votare a favore del centrosinistra, mettendo comunque in dubbio una sua preferenza per il PD di Renzi.

Per un qualsiasi osservatore imparziale, seriamente preoccupato per il quadro politico la cui cultura e storia lo orienta a favore delle forze riformiste e che vede i due blocchi: la destra e i cinquestelle in concorrenza tra loro e tuttavia alternativi alla coalizione di centrosinistra e LeU, questo principio logico del rasoio di Occam, inteso come un segnale opportuno in un momento opportuno, è sicuramente applicabile alla situazione che appunto vede in conflitto LeU e PD.

Il punto della divisione a sinistra risiede nella complicata tesi che i fondatori di LeU: Grasso, Bersani, Fratoianni, D’Alema, Civati, sostengono per rifuggire da ogni ipotesi di intesa con il PD: il popolo della sinistra ha scelto di lasciare il PD, noi stiamo con il popolo”. Questa rasoiata che teglia di netto ogni possibile rapporto con il PD, a meno che il voto del 4 marzo non capovolga gli equilibri, vuole anche essere una deliberata e presuntuosa pretesa di qualificare comunque il PD di destra e odiato dal popolo. Ovviamente, ci sono anche le proposte elettorali che sbaragliano ogni ipotesi d’intesa. La reintroduzione dell’art.18 della legge 300/70, la cancellazione del Jobs act e la revisione della legge Fornero, la cancellazione la cosiddetta “Buona scuola” e l’abolizione delle tasse universitarie, tanto per citare i punti di maggiore impegno ( e di attrito ) su cui Leu chiede il voto del popolo, trascurando il fatto che il MdP ex PD( cioè la parte più corposa di Leu ) ha approvato molte di quelle leggi oggi contestate.

D’altro canto, dire oggi:  ma se anziché arrivare alla scissione avessero condotto con forza la loro battaglia all’interno del PD e nel parlamento il confronto elettorale avrebbe avuto un diverso svolgimento, sicuramente. Intanto, perché è realisticamente impossibile che Leu, come anche il PD, possa ottenere un successo elettorale, tale da poter realizzare le sue proposte programmatiche; in alternativa, pur augurandogli un buon risultato, dovrà comunque vedersela o con i 5S o sperare che sia il PD, preso atto della insistita indisponibilità di Leu, ad allearsi con Berlusconi, convinti che già esista un piano in tale senso, ( scommettendo quindi su un risultato favorevole al cavaliere e alla destra )  così da poter trasformare una loro probabile dèbàcle in una (rendita di ) posizione da cui muovere contro lo sperato sodalizio Renzi-Berlusconi.

La realpolitik è stata decisamente ignorata da Leu, poichè dall’opposizione non porterà alcun vantaggio al popolo al quale chiede il consenso  a sostegno di un progetto presumibilmente destinato a rimanere nel cassetto, confidando che  si compia il destino di una riedizione del Nazareno. A meno che;  a meno che Leu non confidi in un successo dei 5S, come del resto si può agilmente cogliere nel ragionare di Bersani e di Grasso, e riprovare ( dopo la brutta figura fatta da Bersani ) a ritessere con il movimento 5S un dialogo su alcuni punti del programma, visto e considerato che Di Maio ogni giorno evolve e modifica il programma e le proposte del movimento, un   comportamento furbesco che lo assimila al personaggio di Fëdor Dostoevskij del bellissimo romanzo “Il Giocatore”, Aleksej Ivànovic, tanto che vaticina la revisione di molte leggi sul mercato del lavoro e sulla previdenza, che possono sollecitare un approccio diverso e possibilista di Leu.

Realisticamente, lo scenario più probabile e sostenuto anche dai bookmaker è un governo Salvini Meloni-Di Maio, poiché le proposte politiche: su finanza, economia, Europa, Euro, lavoro, previdenza, migrazione e riforme sociali di questi partiti hanno molto in comune. Certo il pellegrinare di Di Maio in USA e a Londra, le processioni a cui dà seguito recandosi nei santuari del potere economico e finanziario ( alla Renzi, per intenderci, e come di costume di molti pellegrini del potere politico del passato) per “spiegare il programma del movimento”, lo fa apparire  il Santone colto da una ispirazione dell’oltre mondo, non deve stupirci più di tanto. Perché, poi, in definitiva, saranno i lavoratori, i pensionati, a pagare i danni del progetto di uno vale uno; e allora sarà troppo tardi, per stabilire chi ha la responsabilità di quanto accaduto.

Insomma, con la nascita del movimento di Grasso e l’abbandono di Gramsci per inseguire il popolo, la domanda se per questa strada non si declini il movimento da referente del popolo a nuovo populismo, non trovi una sua risposta nelle macerie che dopo il 4 marzo il mondo della sinistra si troverà sulle spalle. E questa prospettiva non è un pregiudizio profetico. La sinistra del PD, già ridimensionata nell’assegnazione dei seggi dall’autoritarismo di Renzi, se vuole riconquistare posizioni nel nuovo Parlamento dovrà battersi come un leone per difendere il PD, tutto il PD e il suo programma. Una difesa che, come ci insegna Sun Tzu nell’Arte della Guerra, dovranno condurre colpo su colpo per rispondere all’accerchiamento delle altre forze in campo in cui anche Leu è scontato ne farà parte.

Dire che non c’erano alternative è una scusa ingenua e offensiva dell’intelligenza che l’osservatore ( il popolo ) ha ben desta. La scissione poteva essere l’occasione per una costituente socialista, pluralista e aperta a tutte le forze riformiste e della sinistra, per dare corpo ad un movimento socialista moderno con l’intento di recuperare la tradizione e la storia culturale  del socialismo e delle varie esperienze che nel secolo scorso hanno contribuito alla sconfitta del fascismo e alla creazione della repubblica democratica e parlamentare. Gli scissionisti di Leu portano una grande responsabilità, quella di avere lasciato a Renzi la custodia della storia della sinistra italiana: PCI,DS,PDS,PD, per rassegnarsi ad essere un movimento ininfluente per il cambiamento ma decisivo per la sconfitta della sinistra.

Nulla deve darsi per perso. Se ancora nell’animo degli scissionisti sopravvive un riverbero di orgoglio assumano l’iniziativa di aprirsi alla sinistra PD prospettando la disponibilità al confronto su un progetto per il Paese e pronti a ritrovarsi per dare vita ad un partito socialista riformista. Questo è ciò che il popolo si aspetta e di cui il paese, l’Italia, ha estremo bisogno.

 

Alberto Angeli

Una via intitolata non è solo un ricordo! di P. Gonzales

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gonzales

La scomparsa di Giacomo Mancini ha lasciato un vuoto difficilmente colmabile da altro esponente politico meridionale e nazionale, così come la sua figura e storia politica non hanno elementi di confronto con figure di spicco del panorama politico della cosiddetta seconda Repubblica. Mi riferisco sia a parlamentari appartenenti all’area socialriformista che alle altre aree partitiche.

Giacomo Mancini ha interpretato, da attore protagonista e, spesso da regista, la storia del nostro Paese sia nel contesto politico che in quello istituzionale, economico e sociale. Ha avuto parte attiva nella resistenza e, successivamente, nella storia del meridionalismo dal dopoguerra in poi; ha interpretato in modo positivo e concreto il suo ruolo parlamentare facendo in modo che intere generazioni si misurassero con i grandi temi ed altrettanto grandi valori della vita sociale e politica.

E’ stato il primo ministro ambientalista, urbanista di grandi intuizioni ed un grande ministro della Sanità, oltre che dei LL.PP. e del Mezzogiorno!

Si è attivato, con forte senso di responsabilità, per l’affermazione delle conoscenze; per la migliore interpretazione dei bisogni e delle necessità dei giovani fornendo risposte politiche praticabili.

Non ha mai dimenticato la difesa dei meno abbienti; le regole del vivere democratico e del rispetto delle istituzioni. E’ stato al fianco di coloro che giustamente si battevano per conquiste civili e sociali più avanzate quali il divorzio e l’aborto e la sua storia di socialista cosentino si è sempre intrecciata con la storia del nostro Paese.

Ecco i ricordi più immediati che mi vengono in mente ripensando al lungo periodo di collaborazione, iniziato concretamente nel 1968 e, nel ricordarlo a distanza di tanto tempo dalla sua scomparsa, vorrei rispettare la sua figura impegnandomi nel tentativo di ragionare di politica così come mi ha insegnato a fare (tenendo sempre presente i miei limiti).

Giacomo Mancini, con il suo impegno, ha dato un senso al socialismo riformista italiano ed europeo e come sindaco socialista ed urbanista, ha fatto in modo che la nostra città di Cosenza non fosse più una “stretta città provinciale” ed ha accompagnato la cittadinanza tutta verso il suo concreto rinnovamento.

Una delle sue caratteristiche più profonde di uomo politico è stata quella di far comprendere le ragioni culturali e filosofiche dell’essere socialista ed ha fatto ciò, senza arroganza alcuna, attraverso il suo comportamento ed il suo modello di vita (che ritrovo nei suoi appunti che mi trasmetteva nel periodo di collaborazione).

Non ho mai fatto un bilancio del nostro rapporto, poiché la sua scomparsa non ha interrotto il mio dialogo con il suo modo di pensare e di vivere il suo essere politico. Ciò mi permette di poter esprimere alcune considerazioni politiche da socialista avendo sempre presente i bisogni della classi popolari (tanto cari a Giacomo).

E’ il modo migliore di ricordare la figura di Giacomo Mancini non è solo quella di rendere un doveroso omaggio ad un cittadino di valore, ma è la scelta coerente di definire con lui una fase di continuità non solo ideale ed emotiva.

La decisione dell’amministrazione di Roma Capitale è lodevole, ma l’intestazione toponomastica di una via non è e non deve essere solo un ricordo!

L’intestazione della via per noi socialisti assume il significato di dover lavorare ancora di più politicamente per poter offrire ai giovani di oggi un ricordo concreto di un grande socialista cosentino di valore internazionale.

E’ la nostra richiesta di partecipazione socialista, attiva nel confronto politico in atto nel Paese, che non deve interrompersi!

Sono certo che Giacomo Mancini ci avrebbe incoraggiato in tal senso in questa prossima campagna elettorale ed avrebbe invogliato tutti i suoi collaboratori, amici, conoscenti, pur se collocati in posizioni differenti nella stessa area di sinistra, a fare “squadra”.

Oggi, noi cosentini, siamo più orgogliosi della lodevole iniziativa di Roma Capitale e ringrazio gli amministratori, così come il Sindaco il prima persona per la decisione ed il Vice Sindaco Luca Bergamo per il contenuto del suo intervento, di alto spessore, che oggi ha fatto nella cerimonia.

La presenza di tanti compagni di base, di iscritti e la partecipazione di compagni autorevoli di fatto ha sostituito le assenze degli attuali dirigenti nazionali del PSI, certamente impegnati in attività per loro più importanti.

Un mio personale grazie a tutti i presenti ed a coloro che hanno risposto positivamente al mio invito a partecipare, così come a tutti coloro che, per ragioni più che comprensibili, hanno espresso un forte rammarico per la loro assenza.

Ma erano presenti a Via Giacomo Mancini con il cuore, con lo spirito e con una emotività che tutti abbiamo avvertito come se fossero accanto a noi.

Un grazie ancora al Sindaco di Rende che con la sua partecipazione attenta ha condiviso un momento particolare di storia non solo cosentina ed avvicina le due comunità di Cosenza e di Rende stessa.

Avverto il piacere, in chiusura di queste mie brevi riflessioni, di richiamare una delle tantissimi e illuminate riflessioni ed analisi politiche di Giacomo Mancini, quando si rivolgeva ai giovani: “La gioventù calabrese è la gioventù meno felice del nostro Paese…. È la gioventù senza giovinezza … e senza prospettiva di un dignitoso lavoro. Ai giovani i socialisti rivolgono un appello di mobilitazione e di presenza ed assumono l’impegno solenne ed immediato di non far cadere la grande e non rinviabile questione giovanile… Questo è l’impegno dei socialisti nei confronti delle elettrici e degli elettori delle classi giovanili e delle loro famiglie. Noi socialisti ci batteremo in loro favore”.

Noi socialisti e riformisti, con Giacomo Mancini alla guida, abbiamo portato avanti questo impegno negli anni, ma vista la situazione giovanile di questi tempi che non riguarda solo ed esclusivamente la gioventù calabrese, mi domando e chiedo se i prossimi candidati alle elezioni avranno pari impegno?
Una volta eletti nel ruolo di parlamentari o di consiglieri negli enti locali, si “batteranno per superare la grande questione giovanile tutta italiana” con lo stesso suo spessore culturale e con pari incisività politica?

Il destino delle comunità è legato alla capacità dei futuri governanti di incidere positivamente e concretamente per determinare le migliori condizioni di crescita e sviluppo per le nuove generazioni.

Se ciò corrisponde al vero Giacomo Mancini, è stato un politico che ha vissuto la sua vita per dare un futuro migliore (culturale, democratico, garantista e professionale) non solo a noi meridionali ma a intere generazioni del nostro Paese.

Ciao Giacomo

Paolo Gonzales

P.S. – Mi rammarico, purtroppo, di non essere stato in grado di farlo appassionare alla “pallacanestro”!

I socialisti denunciano la incostituzionalità delle leggi elettorali. No ai dilettanti.

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convegno campobasso leggi elettorali

Nella prestigiosa Sala del Consiglio Comunale di Campobasso, si è tenuto il’8 gennaio 2018 il previsto Convegno sul tema della incostituzionalità delle leggi elettorali nazionale e regionale, promosso da Socialisti in Movimento.
Alla presenza di numerosi compagni e dei rappresentanti delle altre forze politiche,sono intervenuti il Presidente del Consiglio comunale Dr. Michele Durante, il Dr. Michele Barone,esperto di diritto Costituzionale,ha relazionato il Sen. Felice Besostri del coordinamento degli Avv.ti anti-Italikum e promotore dei ricorsi sulla incostituzionalità dell’attuale legge nazionale, ha concluso i lavori l’On.Angelo Sollazzo di Socialisti in Movimento.
E’ stata rilevata la assoluta inadeguatezza dei promulgatori delle due leggi ed il dilettantismo dimostrato nel promulgare le regole elettorali che sono manifestamente incostituzionali.

Il diritto allo Studio, lo Stato sociale e la Costituzione, di M. Foroni

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Se un cittadino ricco e uno povero si presentano, per una emergenza, al pronto soccorso perché bisognosi di cure, non pagano nulla e vengono assistiti allo stesso modo. Tutela della salute, fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività (art. 32 della Costituzione). Come si finanzia la sanità pubblica? Attraverso la fiscalità generale, dove in base al sistema fiscale progressivo chi più ha, più contribuisce. Lo dice, sempre, la Costituzione.

Ciò vale anche per la scuola e l’Università pubblica, ovvero per quell’insieme di prestazioni e servizi pubblici che, insieme ad altre, caratterizzano e definiscono i diritti di cittadinanza. Si chiama Welfare state, ovvero Stato sociale di diritto. Richiamato da numerosi articoli della nostra Costituzione. Lo Stato sociale di diritto si fonda, oltre che sul diritto al lavoro, su tre pilastri fondamentali: il diritto alla salute, il diritto allo studio, il sistema previdenziale/assistenziale.

Il diritto allo studio è uno dei diritti fondamentali ed inalienabili della persona, come enunciato dalla Dichiarazione Universale dei diritti umani dell’ONU (art. 26).

Nell’ordinamento italiano il diritto allo studio è un diritto soggettivo che trova il suo fondamento nell’art. 34, comma 3 e 4, della Costituzione: “I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi. La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso.”

Il diritto allo studio si differenzia dal diritto all’istruzione che è il diritto, sancito dai primi due commi dell’art. 34 per i quali “La scuola è aperta a tutti. L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita.”

Il diritto allo studio riguarda dunque il percorso scolastico successivo all’obbligo e quello universitario, canali di formazione non obbligatori che il cittadino ha libertà di intraprendere e di concludere e che lo Stato deve garantire attraverso l’erogazione di borse di studio a coloro che si dimostrano capaci e meritevoli ma privi di mezzi economici.

La Costituzione della Repubblica anticipa e amplia tale diritto rispetto alla Dichiarazione universale dei diritti umani, per quanto riguarda l’istruzione nell’articolo 33 e soprattutto nell’articolo 34, che parla di scuola aperta a tutti e di istruzione inferiore gratuita da impartirsi per almeno otto anni; l’obbligo di frequenza e la gratuità non riguardano, al contrario, l’istruzione superiore e quella di livello universitario.

Appare evidente la concezione dell’istruzione e della cultura come un servizio pubblico necessario ad assicurare il pieno sviluppo della persona umana, rispetto alla condizione di partenza sfavorevole di qualcuno. Ciò secondo il principio democratico della pari opportunità per ogni individuo. Quindi, l’impegno dell’autorità pubblica, come richiesto dall’art. 3, secondo comma della Costituzione, consiste nella rimozione di quegli ostacoli di ordine economico-sociale che caratterizzano il cammino di individui capaci e predisposti allo studio avanzato.

L’art. 33 della Costituzione afferma che la Repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi. Secondo precedenti sentenze della Corte Costituzionale il diritto di accedere e di usufruire delle prestazioni, che l’organizzazione scolastica è chiamata a fornire, parte dagli asili nido e si estende sino alle università.

Per quanto riguarda gli studi universitari, il dpr 24 luglio 1977, trasferì le funzioni delle opere universitarie alle Regioni. La normativa che regola i principi del settore è Decreto Legislativo 29 marzo 2012, n. 68 che all’art.1 afferma: “Il presente decreto, in attuazione degli articoli 3 e 34 della Costituzione, detta norme finalizzate a rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano l’uguaglianza dei cittadini nell’accesso all’istruzione superiore e, in particolare, a consentire ai capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, di raggiungere i gradi più alti degli studi. A tale fine, la Repubblica promuove un sistema integrato di strumenti e servizi per favorire la più’ ampia partecipazione agli studi universitari sul territorio nazionale”.

La promozione di un “sistema integrato di strumenti e servizi” si può effettuare anche attraverso la progressiva riduzione e gratuità delle tasse di accesso, che saranno a carico della fiscalità generale. Per la quale la Costituzione ci dice, art. 53, che tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva, e che il sistema tributario è informato a criteri di progressività: ovvero le tasse si pagano in base al reddito e ai patrimoni e chi più ha, più contribuisce. Regola fondativa, secondo il pensiero dei costituenti, del nostro stare insieme collettivo.

Marco Foroni

Dedicato a chi gioisce per la presenza del simbolo socialista, di A. Potenza

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Aldo Potenza

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Ovviamente nessuno sinceramente può pensare che il PSI da solo possa eleggere qualcuno, sarebbe solo un atto di pura testimonianza che non guasterebbe, ma non consentirebbe l’elezione di qualche parlamentare considerata anche in passato la condizione necessaria per esprimere una presenza politica, ma, come i fatti si sono incaricati di dimostrare, non sufficiente a causa delle scelte compiute.
Ciò detto sono altrettanto convinto che se il simbolo fosse presentato a sostegno di FI, Lega e Fratelli d’Italia, nessuno farebbe salti di gioia e lo voterebbe. Quindi oltre alla presenza del simbolo conta l’alleanza politica che si propone.

Fatta questa premessa, ci sono socialisti che hanno contrastato la legge elettorale precedente e quella attuale; che hanno votato NO al referendum confermativo delle modifiche costituzionali; che hanno avversato la così detta buona scuola; che hanno fortemente criticato il job act; che hanno avversato il PD renziano quando ha considerato i corpi intermedi fastidiosi intralci alla politica con la sola esclusione della Confindustria, ed altro ancora.

In altre parole, questi compagni hanno avversato una politica, peraltro sostenuta dall’attuale PSI, frutto della guida renziana del PD che ha portato la sinistra nell’attuale disastrosa condizione.
Mi sia consentito di osservare che proporre ancora l’alleanza con il PD, anche se questa volta viene proposta assieme ad altri e con l’esposizione del simbolo, politicamente altro non è che la continuità di una politica che abbiamo avversato e che con le varie elezioni che si sono succedute è stata ampiamente bocciata anche dall’elettorato (Sicilia etc….). Dove sarebbe la novità?

Non basta la retorica del simbolo, questo deve rappresentare una cesura politica con il passato, altrimenti all’inganno del partito corsaro, mai esistito,si prosegue con l’appello a sostenere un simbolo dietro il quale si nasconde una continuità politica che rappresenta il motivo di tanti abbandoni, di molte divisioni e degli insuccessi elettorali del partito di riferimento ovvero il PD.
Mi dispiace compagni io non gioisco, anzi.

Alla domanda che spesso viene rivolta, ma ora che altro avremmo potuto fare, rispondo mestamente non chiedetelo a noi, ma a chi vi ha ridotto in queste condizioni a partire dal 2013 e alla rinuncia a svolgere una autonoma azione parlamentare.

Aldo Potenza

Liberi e libere. Uguali. Lo dice la Costituzione, di M. Foroni

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Basso e Nenni

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Come ci ha indicato Piero Grasso nel suo primo intervento di alcuni giorni fa, un Programma politico si definisce (e non può non definirsi), in un punto solo, quale quadro di riferimento. Unico, essenziale, imprescindibile. Questo:

“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

E` compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.”

E’ l’articolo 3 della Costituzione, l’articolo di Lelio Basso, socialista, antifascista. E’ l’articolo principio fondamentale della nostra Costituzione democratica, nel quale i costituenti ci indicano le vie.

La via dell’uguaglianza tra le persone, cittadine e cittadini; la via della libertà, spirituale e materiale; la via della giustizia sociale, dello stato sociale di diritto, nella abolizione delle differenze tra le categorie di cittadini; la via dell’internazionalismo, perché l’Italia fa parte del sistema internazionale di protezione dei diritti dell’uomo.

L’articolo 3 è il portato dei valori che si richiamano alla Rivoluzione francese del 1789 (Liberté, égalité et fraternité) e sono propri della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. E’ il principio che afferma l’ uguaglianza formale (tutti i cittadini e le cittadine sono uguali davanti alla legge, nonché titolari dei medesimi diritti e doveri) e quello, ben più pregnante, della uguaglianza sostanziale mirante a rimuovere le differenze di fatto o le posizioni di svantaggio sociale, attraverso le azioni che ne devono conseguire.

Questo il quadro di Programma di riferimento. Da conseguire con l’azione di governo e legislativa del Parlamento, adottando con le idonee politiche economiche, industriali, fiscali, di welfare (scuola, sanità, lavoro, previdenza, servizi sociali).

Azione legislativa che va espressa attraverso quelle azioni positive atte a rimuovere le discriminazioni di genere, nell’adeguare continuamente il quadro dei diritti e dei doveri all’evoluzione economica e sociale del Paese. Attraverso il canone della ragionevolezza, come indicato dalla giurisprudenza della Corte Costituzionale, vero cuore del principio di uguaglianza, i divieti di discriminazioni sono stati estesi agli orientamenti sessuali, all’appartenenza ad una minoranza, all’handicap fisico, all’età.

Il principio di uguaglianza esprime la democrazia compiuta, attraverso la sovranità del popolo. Al quale non appartiene il “potere” (come ben avevano presente i costituenti, nel prevenire possibili derive populistiche) ma, in quanto organo costituzionale (come ci insegnò Paolo Barile), appartiene la sovranità “che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione” (articolo 1).

Liberi e libere. Uguali. Come ci hanno indicato i costituenti. Per una società più giusta.

Marco Foroni

Costruire una sinistra per il cambiamento: è una prospettiva possibile, con l’impegno di tutti i progressisti. di A. Angeli

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Alberto Angeli 2

Huoston abbiamo un problema: “il motore sinistro dell’astronave si è bloccato, rischiamo di cadere! Navighiamo affidandoci al solo motore di destra”. Dall’avventura spaziale a quella terrestre, il paragone di confronto della realtà eterea con quella terrestre, in cui sopravvive la rappresentanza della sinistra in questo inizio secolo, non toglie nulla al valore della metafora: la sinistra è fuori gioco, non solo in Italia, ma anche in Europa. Infatti, sono ormai labili le tracce della sua presenza alla guida dei singoli Governi dei Paesi dell’Europa Unita, anche mediante coalizioni. Resistono in colore rosa: Portogallo, Grecia e, con tutti i sospiri del caso, l’Italia, con il governo Gentiloni sostenuto dal PD e da ciò che rimane del centro.  Una dèbàcle spaventosa, un’apocalisse moderna. Ricercare la causa di questa dissolvenza politica dovrebbe costituire l’impegno a cui dedicare ogni inimmaginabile risorsa intellettuale e culturale, per trovare la cura in grado di avviarne la lenta, ma sicura guarigione.

La Sicilia è stata la macchina della verità: l’ago ha oscillato disegnando la responsabilità ( la colpa !) di entrambi gli schieramenti della sinistra. Una lampante batosta dalla quale non sembra originare alcuna volontà di ripensamento dalle due parti, PD e MdP e da ( poco, per la verità) ciò che residua alla loro sinistra. L’elettore tradizionalmente di sinistra e progressista, ( che costoro insistono a ricordare solo per ridondare affermazioni tipo: il cittadino, altrimenti non ci capirebbe…..), ben consapevole di cosa sta accadendo non riesce a trovare una sola spiegazione plausibile, attendibile, convincente allo scontro distruttivo che coinvolge la sinistra italiana a tutto vantaggio del M5S e della destra.

Non mancano i soccorritori: prima Pisapia, poi Grasso e infine la Boldrini, sono saliti sulla scena per dire ognuno la sua in merito a come risolvere il problema da essi indicato nell’alternativa al PD, soprattutto a Renzi. Il suo abbandono, di Renzi si intende, è auspicato come extrema ratio per ricostruire un minimo d’intesa sul versante PDMdP, nel senso che a Canossa deve andare il PD, rinunciando alla sua pretesa identitaria con Renzi.

Tutto questo ricorda  “La Patente” di Pirandello, in cui il personaggio centrale Chiàrchiaro deve confrontarsi con la perdita della propria identità a causa degli altri, che qui si immedesima nella sinistra, quando questi Cavalieri dell’Apocalisse ( in attesa del quarto, ovviamente, per dare concretezza all’opera) si susseguono sul Palco nella loro perorazione per una nuova sinistra, però alternativa al PD ( salvo la bonaria sensibilità a cui ricorre Pisapia), pur mantenendo, i due Presidenti, la Carica e il ruolo Istituzionale. Dobbiamo così attendere che una quarta figura venga a completare il quartetto, con lo scopo di proporsi quale nuovo alfiere al quale affidare la guida di una rivoluzione che, al massimo, porterà al 10% la rappresentanza di questo schieramento, ma con un governo per il 2018 consegnato alla destra o ai cinquestelle.

“E gli uomini vollero piuttosto le tenebre che la luce” (vangelo di Giovanni) dove tenebre e luce si  confrontano e rappresentano l’idea dell’uomo che prende coscienza del proprio stato, nel senso che egli è nulla a confronto della potenza delle cose. E le cose non sono come le vedono Renzi, Bersani, Pazienza, D’Alema, Grasso, Boldrini, Civati, Fratoianni, Vendola e la infinita compagnia dei cerchi più o meno magici. Infatti, i tanti, i milioni di ignoti che si sentono vicini alla sinistra e che si muovono nella società, che vivono i problemi della quotidianità: servizi scadenti, scuole fatiscenti, progressivo smantellamento della sanità pubblica, povertà diffusa, disoccupazione giovanile a due cifre, disuguaglianze sempre più marcate, migrazione, accoglienza e inclusione fuori controllo, per cui si diffonde l’insicurezza, la paura del diverso, infine il Welfare da riformare e ridefinire, si aspettano risposte e non battaglie, non si sentono coinvolti in questa atmosfera di acrimonia personale. Per questo si astengono o scelgono altre rappresentanze, sperimentano altre vie, o si lasciano tentare da proposte radicali, alternative al sistema democratico, arrivando a votare per i populismi.

Allora, non si guardi al PD come ad un nemico, solo perché Renzi è il Segretario. Si guardi alla nostra destra dove cresce e si rafforza il vero nemico della democrazia e della libertà. Si tratta di un contagio che ormai supera i nostri confini. Infatti, l’Europa non va sicuramente a sinistra: in Polonia manifestano le destre estreme, nazionaliste; in Romania, Bulgaria, Austria, Germania, le cose non sembra vadano molto meglio. Anche in Italia la destra estrema dilaga ( non solo Ostia o Lucca), trovando compiacente plausibilità nella cosiddetta stampa opinionista. Non è più tempo di cincischiare ma di lavorare per trovare un’intesa su pochi temi in carattere con il pensiero progressista e egualitario della sinistra moderna. Il PD ha le sue responsabilità, e tuttavia è votato da uomini e donne, giovani e non più giovani, che hanno creduto e credono nel progetto di una società nuova e migliore, non è possibile costruire un’altra sinistra più a sinistra pensando di sottrargli i voti. E in attesa lasciare che le destre finiscano il loro lavoro, riprendendo dai disastri sociali ed economici lasciati dai Governi di Berlusconi e la Lega; oppure si esperimenti il movimento cinquestelle, cioè per uscire dall’Europa e dall’euro, per una politica economica di cui nessun economista è stato in grado di darne una lucida interpretazione.

L’alternativa vera è che PD, MdP, e ciò che rimane delle sinistre, si siedano attorno ad un tavolo e si confrontino sui temi che abbiano come centralità il lavoro, i giovani, la scuola, l’ambiente, il rilancio dell’economia; e ancora: la ricerca e innovazione di prodotto, rilancio della sanità pubblica, recuperando la sua universalità; rispetto della progressione fiscale con una lotta decisa e rigida contro l’evasione; egualitarismo e giustizia su tutti i fronti: dagli stipendi ai trattamenti di pensione, stabilendo per un certo periodo un massimo e un minimo; introduzione di un salario di avviamento al lavoro e riforma del Welfare soprattutto recuperando lo sbriciolamento delle erogazioni. Ancora: una politica seria rivolta al fenomeno della migrazione, con la soluzione programmata dei problemi che si sono creati in questi anni di accoglienza effettuata senza programmazione, riportando ordine e sicurezza nelle periferie e nelle città. Inoltre una politica di Pace e impegnarsi per un’Europa finalmente unita.

Una società giusta non è un’utopia ma una possibilità alla quale possiamo guardare, consapevoli che spetta a noi lavorare per questo obiettivo. Allora, al lavoro!

Alberto Angeli

Alleanza popolare per la democrazia e l’uguaglianza dopo il Brancaccio, di A. Potenza

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Aldo Potenza

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Credo che nessuno si illudesse sulla facilità di un progetto così complicato come quello di pervenire a conclusioni convergenti nel difficile mondo della sinistra italiana.

La partenza era stata già un segnale non molto promettente giacchè al Brancaccio si ascoltarono fortissime contestazioni dirette anche verso chi, nel variegato mondo della sinistra , aveva condotto un vigoroso ed efficace sostegno a favore del NO al referendum costituzionale.

In tal modo più che unire il popolo della sinistra del no, si scavarono delle tricee che sarebbe poi stato difficile superare.

Un segnale in tal senso venne anche quando Speranza avanzò la proposta di istituire un tavolo (brutta espressione per indicare un luogo d’incontro) per avviare il confronto fra tutte le organizzazioni della sinistra del no e per verificare la possibilità di pervenire alla individuazione delle proposte politiche capaci di unirle con la presentazione di una lista comune.

Anche in questo caso la risposta di Alleanza popolare fu negativa.

Sicchè le strade intraprese da MDP e Alleanza popolare continuarono ad essere separate.
Più recentemente la pubblicazione di un documento politico che ha avuto anche il consenso di massima di Alleanza popolare era parso finalmente l’avvio di una convergenza che sembrava potesse concludersi con la individuazione di una lista comune.

Purtroppo così non è stato, o almeno così sembra dopo la recente dichiarazione di Alleanza popolare e l’annullamento della assemblea del 18 p.v.

Mi sia consentita una prima considerazione. Ammesso che il progetto del Brancaccio prosegua in autonomia e che si siano ravvisate ragioni per cui non si ritiene di dover dare seguito al documento che sembrava essere la base per un accordo, perchè annullare l’assemblea del 18?

Non poteva essere quella l’occasione per chiarire gli aspetti che non convincono?

Le giustificazioni che sono state espresse per l’annullamento di quell’appuntamento sembrano piuttosto nascere da un forte malcontento che viene dalla base del movimento che si era caricata di umori negativi verso una parte della sinistra del no e che oggi avrebbe dovuto accettare un accordo che porta alla conluenza in un unico contenitore elettorale.

Probabilmente la contestazione nasce sia per il metodo, il consenso dato al documento in questione, considerato verticistico, sia per la nomenclatura con cui, dopo le feroci critiche del Brancaccio, si sarebbero dovuto affrontare in una unica lista le elezioni, sia forse per le modlità proposte per la composizione delle liste.
Certo anche MDP non ha favorito con le sue incertezze ed ambiguità la costruzione di un campo comune di impegno. 
Come non ricordare la telenovela con Pisapia?

Come si può dimenticare la continua preoccupazione della sorte del centro sinistra fino a rendersi disponibile ad un accordo se fosse stata modificata la legge elettorale, come se la politica del PD potesse essere valutata diversamente in caso di accordo sulla legge in questione?

Insomma asprezze polemiche,ed altre considerazioni, da una parte, incertezze, e non solo, dall’altra, oggi sembrano far tramontare il progetto di una lista comune che avrebbe dovuto essere, data l’esiguità del tempo a disposizione per compiere un percorso politico più convincente, non una semplice aggregazione di diverse sigle, ma l’avvio di un polo alternativo al centro destra, al PD e ai grillini.

Non so se alla fine qualcosa possa accadere per evitare una competizione a più voci a sinistra del PD, ma in ogni caso la speranza è che dopo le elezioni si possa cominciare a costruire un quarto polo della politica italiana.

Tutto fa prevedere che queste elezioni saranno un passaggio che non consentirà la formazione di un governo stabile e che presto probabilmente si dovrà tornare a votare con una nuova legge elettorale, almeno per allora si spera che si mettano definitivamente da parte le asprezze polemiche e si avvii un percorso politico nuovo, una sorta di Epinay italiana, che consenta di chiamare a raccolta tutta la sinistra riformista, per aggiornare idee e programmi all’altezza dei tempi e favorisca l’emergere di nuovi protagonisti più credibili, senza rottamazioni, ma con la consapevolezza che il cambiamento anche di uomini è necessario poichè nessuno può sempre essere protagonista di tutte le stagioni.

Aldo Potenza