Relazione G. Rodano

Giulia RodanoCostituzione, democrazia, riforme

di Giulia Rodano

Anche a quanti, come me, non sono costituzionalisti non sarà difficile vedere come il tema della costituzione, della sua modifica o della sua difesa e applicazione sia tornato prepotentemente all’ordine del giorno.

Negli ultimi trenta anni il tema della modifica della Costituzione è stata al centro delle politiche del centrodestra e anche di molte forze del centrosinistra.

Nel corso degli ultimi due decenni, si è cercato di far divenire senso comune del Paese che la Carta sarebbe divenuta ormai vecchia, segnata, troppo vincolistica. Un vero e proprio impaccio alla modernizzazione del Paese.

La Costituzione italiana, come le altre costituzioni, scritte dalle forze antifascisti vincitrici della seconda guerra mondiale, vengono oggi considerate dai potenti dell’economia e della finanza ostacoli alla piena espressione della libertà di mercato

La presenza di temi della responsabilità sociale dell’impresa, della tutela dei beni comuni, l’affermazione nella Carta fondamentale di diritti dei cittadini, non negoziabili e inerenti alla stessa natura della cittadinanza e quindi contenuti incancellabili del patto costituzionale tra cittadini e Repubblica, vengono considerati dai potenti della terra sempre più  alternativi e ostativi delle politiche dominanti.

Non solo i diritti politici, ma i diritti sociali e civili e lo stesso carattere programmatico e progressivo della Costituzione, vengono considerati lacci al predominio dell’economia e del mercato e contemporaneamente hanno confermato di rappresentare ormai uno dei pochi reali ostacoli allo strapotere delle lobby affaristico-finanziarie.

Se pensiamo agli ultimi interventi della Corte, oltre quello decisivo sulla legge elettorale, la Consulta è intervenuta proprio a ribadire diritti sociali e civili, messi in discussione dalla legislazione ispirata dalla destra, dalla legge 40, alle leggi ad personam, fino alla Fini-Giovanardi.

In questi anni a sinistra abbiamo compiuto un errore che abbiamo pagato molto caro. Abbiamo pensato, con l’illusione di avere ancora di fronte le forze ideali e politiche che avevano dato vita alla Costituzione del 1948, che fosse possibile migliorare la Carta (per esempio nelle parti che riguardano la famiglia, la proprietà privata, le questioni del regionalismo) e che fosse indispensabile farlo attraverso la convergenza di tutte le forze politiche.

Ma il panorama politico è profondamente cambiato e si è finito per discutere della Costituzione con quanti non se ne sentivano rappresentati e anzi erano determinati a travolgere il carattere stesso della nostra Carta costituzionale.

Abbiamo avuto, in questi anni, numerosi esempi del rovesciamento di tentativi di trasformazione nel loro opposto.

Il primo è costituito dalla legge elettorale il maggioritario è stato portato dalla crisi morale e politica dei partiti della prima repubblica e si è trasformata con il Porcellum, prima e con l’Italicum poi nel tentativo di travolgere il carattere parlamentare e partecipativo della costituzione, per affermare una vera e propria deriva autoritaria dei poteri dell’esecutivo.

Anche il bicameralismo perfetto ha avuto lo stesso destino. Non credo sia casuale che l’accusa ripetutamente scagliata contro quanti difendono il dettato della Carta consista nell’essere nostalgici del bicameralismo perfetto, considerato, per altro del tutto a torto, inutile lungaggine burocratica. E’ vero, il bicameralismo perfetto non è e non è stata mai una parola d’ordine della sinistra, che semmai era stata monocameralista. Ma oggi l’uscita dal bicameralismo viene strumentalmente utilizzata per sostenere concettualmente e poi procedere alla eliminazione del sistema di contrappesi e equilibrio di poteri essenziale per qualunque democrazia, compresa quella americana.

Altro esempio è sotto i nostri occhi ed è costituito dalla involuzione della costruzione della esperienza europea. Ormai è, di fatto, del tutto accantonata l’idea della creazione di una cittadinanza europea, di una Europa fatta di affermazione di comuni diritti politici e sociali, di costruzione di nuovi luoghi della democrazia. Al massimo si discute dell’equilibrio di poteri tra gli stati e le lobby economiche del continente.

Eppure l’articolo 11 della costituzione è chiarissimo: non solo l’Italia ripudia la guerra, ma ammette cessioni di sovranità nazionale solo a condizione che essa assicuri “pace e giustizia tra le nazioni”. E’ evidente che l’articolo 11 oggi è gravemente inapplicato e non solo a causa degli interventi militari sostenuti dal nostro Paese, ma persino nelle politiche europee.

Oggi siamo nel pieno di un attacco non solo politico, ma culturale e addirittura ideologico, contro ogni forma di democrazia progressiva.

L’avvento di Renzi alla guida del PD ha definitivamente tolto a questo partito ogni residua remora o incertezza sulla strada dello stravolgimento della Costituzione e della messa in discussione di principi e regole fondamentali per il funzionamento della democrazia.

La stessa enfasi sull’importanza della velocità delle decisioni, sulla rapidità dell’esecuzione, l’attacco alle sedi autonome di ricerca e elaborazione, come la demonizzazione dell’Ufficio studi del Senato, la criminalizzazione dei professoroni, l’accusa di conservatori e posapiano a tutti coloro che vogliono difendere le regole, rappresentano l’espressione plastica della insofferenza del ceto politico italiano, di destra e del nuovo centrosinistra renziano verso la costituzione e i suoi principi informatori.

Il combinato disposto tra riforma del senato, legge elettorale, l’attacco e i tagli alla scuola, all’università, al ruolo e alla funzione terza dello stato e della pubblica amministrazione, l’uso dei commissari speciali, il commissariamento per ragioni economiche di comuni e regioni, la legislazione sul lavoro e la perdita progressiva di diritti a e nel lavoro configurano un processo di restrizione della democrazia, di accentramento e di prevalenza delle ragioni della finanza e dell’equilibrio finanziario su ogni altro contenuto. Non possono esistere, secondo le larghe intese che oggi governano l’Italia e l’Europa, diritti, tutele, equilibri che mettano in discussione le ragioni dell’economia e del mercato.

Di fatto principi sanciti dalla Costituzione sono oggi negati e questa negazione e inapplicazione vengono giustificate dalle necessità dell’economia. Il diritto negato non sarebbe più un problema da rimuovere, ma una condizione necessaria da accettare. Anche i diritti sociali più riconosciuti in Italia, dal diritto allo studio a quelli dei disabili, sanciti esplicitamente dalla Costituzione, vengon, senza nessun problema, subordinati e negati in nome dell’equilibrio finanziario.

Oggi nel nostro Paese è in discussione la prima parte della Costituzione, a cominciare dall’articolo 3, l’articolo programmatico per eccellenza

Oggi quindi il tema che la sinistra deve mettere al centro è tornare alla Costituzione, difenderla, e soprattutto applicarla.

La Costituzione è tornata a rappresentare un vero e proprio programma politico, la cornice per affrontare e risolvere anche i temi nuovi che le innovazioni tecnologiche da un lato e i nuovi movimenti stanno ponendo all’ordine del giorno, dai diritti dei migranti, alle questione dell’informazione e della comunicazione, fino alla gestione dei beni comuni, alla responsabilità sociale dell’impresa e della proprietà.

È questo un terreno fondamentale di riflessione per le case della sinistra.

L’esperienza della lista “Un’altra Europa con Tsipras” rappresenta un primo passo importante, proprio perché nel suo programma e nelle sue parole d’ordine pone la centro della battaglia della sinistra europea proprio questi temi e inizia un percorso di emancipazione da ogni subalternità culturale al pensiero unico dominante negli ultimi venti anni.

Da lì si può ripartire e ricostruire. Dall’esperienza compiuta in queste settimane, dalle energie che si sono prodotte, dalle speranze che si sono suscitate.

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