Dopo il voto del 4 marzo, un ritorno a Karl Marx, di A. Angeli

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Marx? Non ci ha mai lasciati ! Non sembri una battuta espressa  con l’intento di mitigare lo stato d’animo di un uomo di sinistra che avverte la fine di un sogno: realizzare una società socialista. Il discorso politico  sul quale il nostro paese sta mettendo a rischio la tenuta democratica, a causa della crisi economica e politica  in cui si avvita il sistema, si sta indebolendo fino ad annullare l’idea di comunicazione politica corretta e fondativa di una forma di valore etico, che Habermas  e John Rawls davano al discorso nella loro approfondita  ed estesa ricerca  sociologica e filosofica.

Il richiamo ai due pensatori ha solo la funzione di una riflessione. che diviene cruciale alla luce degli avvenimenti che stanno investendo il mondo in tutte le latitudini e longitudini  conosciute. Il tema, allora, non è più quello delle relazioni sociali, prescindendo dalle loro implicazioni comunicative, ma come queste siano intese ed interpretate, stando attenti a non incappare nelle manipolazioni informative, le sole capaci di disorientare  la forma dialogante a favore dell’agire strumentale e autoritario.

Dopo  quanto accaduto con il voto del 4 marzo anche i più ostinati avversari della logica devono ammettere che il il risultato elettorale è la prova veritativa di quanto stiamo dicendo. Qualsiasi osservatore onesto e lucido può cogliere nel comportamento delle forze politico-parlamentari, e dei partiti che ne sono espressione, uno sbandamento ai limiti dell’incapacità. La gravità di questa evidenza ha il suo riscontro nella serie delle pesanti sconfitte che si devono registrare sul fronte delle riforme: da quella del sistema elettorale indicato come “italicum”, bocciato dalla Consulta, alla riforma delle riforme, che riguardava parti importanti della Costituzione e delle Istituzioni, sonoramente affossata dal referendum.

Oggi, le forze politiche più rappresentative che si erano impegnate a dotare il Paese di una riforma elettorale: PD, Cinquestelle, Forza Italia e Lega Nord, con un patto ad essa sotteso con il quale si impegnavano a determinare le condizioni per sciogliere l’attuale parlamento e indire nuove elezioni subito dopo l’approvazione della nuova legge, hanno clamorosamente fallito. Né i 5 stelle, né la coalizione di centro destra,  hanno ottenuto un consenso maggioritario indispensabile per procedere alla costituzione di un Governo. Il PD ( il Renzismo ) è uscito sconfitto, annientato da questa prova elettorale. I flussi elettorali indicano che una buona parte dei voti PD sono andati ai 5 stelle, altri, in verità pochi, alla lega, mentre molti sono gli astenuti.

La prima analisi del voto compiuta dagli organi responsabili del PD  post Renziano, senza giri di parole, ha riconosciuto la sconfitta e individuato nell’allontanamento del suo gruppo dirigente dalla realtà sociale, dalle periferie e dal mondo del lavoro la causa prima di questo inevitabile risultato elettorale. Martina è stato confermato reggente e fiduciato a proseguire con un organismo rappresentativo di tutte le culture presenti nel partito.  Nessun Aventino, dunque, ma un’apposizione consapevole dei grossi problemi che gravano sul Paese e sul mondo del lavoro, dei giovani, degli esclusi  e dei più deboli. Spetta a coloro che hanno ottenuto i maggiori riconoscimenti dal voto elettorale assumersi la responsabilità di indicare al Paese la strada per la costituzione di un governo e le proposte programmatiche su cui sollecitare e aspettarsi una sostegno dalle forze dell’opposizione, in specie dal PD.

In questa prospettiva di lavoro, il tema della ricostituzione di un movimento della sinistra dovrà divenire, nel presente e in modo permanente, una prioritaria e assoluta.  La strada di una rifondazione della sinistra nella casa del PD può conseguire un risultato se l’attenzione ai temi del lavoro, dell’equità e della giustizia distributiva saranno assunti come precondizione di un progetto che ricompatti le divisioni che oggi segnano la società italiana, se la sinistra riorienta la sua funzione e ruolo spostando la propria attenzione sul territorio, nei luoghi di lavoro, sulla  scuola e nel mondo della ricerca e delle sensibilità sociali.

Tutto questo si svolgerà sotto la vigile attenzione del Presidente della Repubblica al quale spetta, nel rispetto delle prerogative Costituzionali, impedire alle forze populiste di muoversi spregiudicatamente e  al di fuori delle regole democratiche mettendo in atto furbizie, ledendo con i loro comportamenti le regole fondamentali su cui poggia la nostra democrazia. In questo senso verrebbe colpito il presupposto fondamentale su cui la teoria discorsiva della morale e della politica Habermassiana fonda l’agire comunicativo, inficiandone la valenza della giustizia come equità, che, nell’idea di Rawls, significa rendere coerente la teoria normativa e i suoi principi di giustizia indispensabili per l’assetto delle istituzioni di base della società con la questione del pluralismo come tratto persistente delle società democratiche.

Sono altresì convinto che la sinistra del nostro Paese potrò riappropriarsi di una sua identità se sarà nella condizione di ritornare a Marx, a rileggere con attenzione i suoi scritti e trarne le dovute elaborazioni teoriche da riproporre in termini di una visione attuale, su cui condurre una “prassi” di lavoro politico per superare la globalizzazione finanziaria e capitalistica.

Parlare quindi di Marx e dell’attualità del suo pensiero, di fronte allo spettacolo degradante in cui si arrabattano le forze politiche del Paese, è riappropriarsi di una cultura teorica da intendere come “prassi” Marxiana da  utilizzare come attività trasformatrice del reale e produttrice della storia. Di qui passa il percorso che ci può  condurre verso un orizzonte  alternativo all’attuale confusione Borghese-capitalistica. Se effettivamente si vuole rinnovare la sinistra, riformare il paese e vincere  la lotta contro il tentativo autoritario diviene indispensabile smascherare il ruolo delle èlites e degli opinionisti dell’informazione,  che hanno fatto del loro servizio al potere economico e politico al comando l’unico, redditizio compito, esaltando la morte del Marxismo e l’affermazione del liberalismo finanziario

Al proposito della morte di Marx, c’è una battuta che non è mai tramontata: Dio è morto, Marx è morto e io non mi sento affatto bene. Se stiamo ai fatti della storia possiamo riconoscere che Dio se la cava piuttosto bene, specie dopo la venuta di Papa Francesco; e Marx gode di ottima salute, come ci ricorda l’immensa elaborazione bibliografica teorico-interpretativa della sua dottrina e il fallimento del suo nemico storico: il capitalismo occidentale, nel senso della sua decadenza  come illustrata da Marx ed Engels nel testo: “ Dell’Ideologia Tedesca”.  D’altro canto non sarebbe serio ignorare la sterminata materia di analisi su cui il mondo scientifico e politico si è misurato e spesso scontrato, come se fosse possibile saltare a piè pari la storia della fortuna o sfortuna dei suoi testi; neppure però avventurarsi in un ennesimo studio su Marx e, magari, accettare di essere catalogati fra i Marxisti che pretendono di rappresentarlo dandone un ritratto che spesso è servito ad oscurare la più feconda teoria scientifico-filosofica a vantaggio di una strumentalità politica sintetizzata nell’idea di un disegno politico anticapitalista.

Sicuramente uno dei temi ricorrenti è quello del rapporto tra Marx e il marxismo e questo perché le sue tesi sono sempre state un cantiere aperto, che i tre volumi del Capitale concorrono a confermare per l’incompiutezza della sua opera. Così, voler ricercare una verità, assoluta e unica, conferma uno spirito dogmatico che si esprime in coloro che hanno inteso richiamarvisi al solo scopo di dotare i movimenti politici di una ideologia di forte e intensa motivazione rivoluzionaria.

Ci sono state nel novecento correnti di pensiero che si sono spinte a valutare l’idea di Marx come una forma di nuova sociologia, considerando Marx uno scienziato della società, (penso ad Althusser) così anche il cosiddetto socialismo scientifico è stato collocato in questa struttura interpretativa. Infatti, il richiamo alla rottura epistemologica che dividerebbe il giovane Marx ( 1844 i manoscritti economico-filosofici) dal Capitale, in cui si cimenta come analista della società dello sfruttamento e dell’alienazione. D’altro canto , proprio il riferimento a studi recenti ci aiuta a capire come l’analisi obiettiva delle strutture del capitalismo non sarebbe possibile, in specie se ciò dovesse svolgersi senza appropriarsi dello spirito di Marx e del diffuso senso normativo a cui ricorre spesso con il termine “ critica”, risentendo notevolmente della Critica della filosofia del diritto di Hegel, fino allo stesso Capitale che è sottotitolato «Critica dell’economia politica».

A mio avviso Marx merita la qualifica di pensatore del futuro; per il quale la filosofia non deve limitarsi a descrivere (o addirittura, a contemplare) il mondo, ma deve trasformarlo ( mettendo l’uomo al centro della sua considerazione) come recita una delle Tesi di Feuerbach).

Ancora. Si pensi a Gramsci, che definirà la «filosofia della prassi» a cui Marx giunge partendo da posizioni che condivide con i «giovani hegeliani», nell’ambito di una critica teorica degli errori che coinvolge anche la religione, smascherata come proiezione del desiderio di perfezione dell’uomo

Scrivendo sulla Gazzetta Renana, Marx esplicita l’acquisizione di una conoscenza dell’uomo e mediandola attraverso Dio ne fa risultare una immagine di perfezione e felicità che non può avere. Per lui bisogna modificare le condizioni di miseria e di infelicità in cui di fatto vive. Questo in fondo è il significato fondamentale del materialismo storico che, come lo spettro del comunismo, ha tanto spaventato le borghesie di tutto il mondo. La forza di questa sua visione si ritrova nel “ Manifesto del Partito comunista”, scritto nel 1848, un lavoro «su mandato della Lega dei comunisti», che Marx e Engels scrivono e pubblicano; inoltre, nel 1864 parteciperanno alla fondazione della Associazione internazionale dei lavoratori, che passa alla storia come la Prima Internazionale.

Con queste brevi considerazioni confermo la mia convinzione che Marx, nonostante le apparenze e le opinioni di tanti suoi interpreti, è un «filosofo della storia»; la descrizione scientifica del capitalismo ha solo senso in questa prospettiva di progresso. Allora si deve convenire che nonostante il «sonno della ragione» in cui siamo caduti, Marx ha ancora, e di nuovo, la capacità di svegliare anche noi: davvero, bentornato Marx!

Alberto Angeli

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