Socialismo

Appello ai socialisti che si tengono fuori dal Psi, di M. Molinari

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Maurizio Molinari

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Se vi è una critica che io, con molti altri, ho rivolto alla politica dell’attuale gruppo dirigente del PSI e’ quella di essere appiattiti sulla politica del PD e troppo ossequienti verso il loro segretario Renzi un segretario ormai inviso a troppi per supponenza , arroganza e superficialità ( chissà se andrà nelle zone terremotate a a parlare di casa Italia, sembrava cosa fatta).
Guardate pero’ che la frantumazione a sinistra del PD, non e’ meno arrogante , superficiale e antisocialista del PD,sono spezzoni di movimenti, ad essere gentili,che hanno come il PD tagliato i ponti con il loro passato, ripudiato la cornice culturale che ne tracciava i limiti ideali, nel contempo incapaci di creare un muovo progetto politico, rifugiandosi in un generico progressismo, invocando un centrosinistra, formula da noi creata nel lontano 1963, che ha finito la sua spinta rinnovatrice a fine anni 80, 30 anni fa.

Voi ora dite che volete influenzare, rendere piu’ riformista quella maionese impazzita che e’ la sinistra al PD, un progetto neanche tanto originale, visto che era lo stesso di quanti aderirono PD e si e’ visto come e’ finita. Mi dite, di grazia, che differenza esiste tra il cercare candidature nel PD e cercarle in Art.1 MDP e simili ?

Se unendo i vari circoli partitini e associazioni che si dicono socialisti (sono decine in Italia) ci si sente tanto forti da influenzare in senso socialista il Pd o altri soggetti di sinistra, tanto piu’ saremmo in grado di influenzare , dare nuovo slancio e un nuovo progetto politico al nostro partito, perche’ non rientrare e riiscriversi, se il partito in Sicilia e’ in mano a Vizzini e Oddo e ci possono non soddisfare nella loro conduzione, lottiamo nell’interno per cambiare, nulla potra’ cambiare se i compagni e le compagne critici verso la conduzione del partito saranno lasciati soli.
Questo non significa , non allearsi, non fare liste insieme ad altre forze ma con un confronto con pari dignita, dove deve essere preminente il carattere socialista, ben visibile la partecipazione del partito non di gruppi sparsi.

Non sta a me entrare nel merito delle scelte circa le prossime regionali io sono di Torino, ma l’ invito e l’appello che vi faccio e quello che facciate ogni sforzo possibile perche’ i socialisti siciliani affrontino unitariamente la prossima sfida elettorale, se ciò sarà possibile il socialismo avrà vinto, differentemente avremo perso tutti. Scusate , lungi da me il voler dare consigli o lezioni , ma volevo esprimervi , con franchezza, quella che e’ una mia grande preoccupazione, a 70 anni e 47 di militanza vorrei rivedere il mio partito a dibattere al suo interno, anche con asprezza, ma tornare unito a difendere i ceti deboli che da 125 anni e’ la sua missione, meditiamo compagne/i la sinistra o tornerà ad essere socialista o semplicemente non esisterà.

Maurizio Molinari

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Riflessioni a sinistra sul Brancaccio, di R. Achilli

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achilli riccardo

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Quando Montanari dice “mai con il Pd e con il centrosinistra” è in buona fede. D’altra parte, dietro di lui c’è D’Alema, che non potrà più costruire alcun rapporto umano e politico con Renzi.

In verità, sono gli assetti politici del prossimo Parlamento ad escludere, per inutilità, SI/Lista Falcone-Montanari da qualsiasi schema coalizionale. Un Berlusconi che non potrà più fare alleanze con Salvini, che chiede lo scalpo della leadership di centrodestra, potrebbe mettersi insieme al Pd renziano ed alle fronde centriste alfaniane, perché questa è, numericamente, l’unica ipotesi di maggioranza parlamentare fra “sistemici” che possa essere costruita. In questo caso, Pisapia finirà nell’insignificanza, se l’operazione di ricucitura di Prodi e D’Alema non avesse successo, oppure, più probabilmente, si alleerà con questa larga coalizione, facendone la coscienza critica (di facciata). Risucchiando nuovamente tutta o parte di Mdp, e lasciando all’opposizione il resto della sinistra.

Ovviamente, nel caso ipotetico in cui M5S, Lega e Fratelli d’Italia riuscissero a fare una coalizione di antisistemici, a maggior ragione non ci sarebbe alcuna alleanza con il Pd, visto che tutti starebbero all’opposizione per conto loro.

Ma il punto vero è un altro. Il punto vero è sul programma e sulla capacità organizzativa di costruirlo ed imporlo. I temi dell’Europa, delle politiche economiche, della verticalizzazione oligarchica imposta alla politica, che la svuota di senso, tramite il progressivo stravolgimento delle istituzioni rappresentative, e la parallela verticalizzazione oligarchica in campo sociale, che allarga le diseguaglianze e, aumentando le barriere alla mobilità, le congela, sono i temi sui quali concentrare la proposta. Sono i temi che hanno consentito a Sanders, a Mélenchon ed a Corbyn di ottenere risultati straordinari, rimettendo in campo una proposta di politica economica e sociale di tipo socialista, tradizionale, pre-blairiana.

Sul secondo punto, occorre una struttura partitica robusta, fatta di classi dirigenti preparate culturalmente e di quadri intermedi, nazionali e territoriali, in grado di riportare verso l’alto la domanda sociale e costruire una sintesi. Non è concepibile affidare la costruzione della proposta ad una società civile devastata da oltre 25 anni di assenza politica, caduta di rappresentanza, perdita di coscienza di classe, atomizzata nell’individualismo metodologico del neoliberismo. La società va ricostruita, perché non esiste più., o per meglio dire, esiste ma non è in grado di darsi una autorappresentazione politica che non sia l’immaginario liberista.

Senza queste due cose, i discorsi sull’unificazione delle liste elettorali e sul posizionamento nell’arco parlamentare, Pd sì/Pd no, centrosinistra sì/centrosinistra no, non portano alcun consenso, sono letti come un farfugliamento autoreferenziale di apparati dirigenti alla ricerca di una sopravvivenza, non costruiscono politica. Non costruiscono nemmeno un popolo, dopo che l’entusiasmo per i 1.600 accalcati davanti al Brancaccio si esaurisce. Perché il popolo non si costruisce con gli eventi mediatici, ma con un paziente lavoro di ricostruzione di basi culturali e politico-programmatiche, e di luoghi fisici ed organizzativi dove far lievitare la passione.

E allora mi dispiace, ma nell’evento di ieri, non essendo ancora stato colto il punto vero della questione, non posso che leggere il tentativo di “fare qualcosa”, di fare movimento e quindi muovere un po’ di aria, nella speranza di far passare la nottata, di trovare un/una leader spendibile mediaticamente ed una aritmetica additiva in vista del 3%. Un grande stratega del calcio, che è un ruzzino per alcuni versi istruttivo, ovvero Liedholm, diceva sempre che la squadra vincente è quella che fa muovere il pallone più dei giocatori. Se si muovono i giocatori ma il pallone non viaggia, si gira a vuoto e si sprecano energie.

E siccome credo che D’Alema, il vero organizzatore dell’evento di ieri, non sia uno sciocco, ma anzi una intelligenza fine e perfida, da vent’anni impegnata a sterilizzare ogni energia di sinistra dentro schemi centristi e liberali, mi viene da pensare che l’ennesimo richiamo all’orizzontalismo civico e agli slogan buonisti non sia altro che un tentativo di rientrare in gioco (essendo lo spazio vicino al Pd precluso a D’Alema fintanto che Renzi sarà in vita) costruendosi una sinistra innocua e priva di capacità di esprimere una alternativa reale, di sistema.

Riccardo Achilli

«Non ci è concessa la libertà di stampa? Ce la prendiamo». Storia della rivista antifascista «Non Mollare», di N. Corrado

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Non Mollare” fu il primo periodico clandestino antifascista, stampato senza cadenza fissa (Esce quando può) a Firenze tra il gennaio e l’ottobre del 1925. Cessò le pubblicazioni dopo 22 numeri.Con lo stesso nome riprese le pubblicazioni come rivista dal 1945 al 1961.
A partire dal gennaio 1925, un gruppo d’intellettuali salveminiani – Nello Traquandi, Tommaso Ramorino, Carlo e Nello Rosselli, Ernesto Rossi e lo stesso Salvemini – dopo l’esperienza fiorentina del “Circolo della cultura”, destinata ad essere bruscamente interrotta da una violenta incursione delle camicie nere nella sede del circolo in Borgo Santi Apostoli, e quella ancor più rischiosa di Italia Libera, decise di dare vita ad un «foglio clandestino di battaglia».
Il titolo, come ricorda Gaetano Salvemini richiamandosi ad un racconto di Ernesto Rossi, venne suggerito da Nello Rosselli.

Avevamo passato in rassegna i nomi dei periodici italiani e stranieri che conoscevamo, risalendo fino a quelli del Risorgimento. Nessuno ci sembrava adatto per la testata del giornaletto che volevamo fare. In mancanza di meglio ci eravamo fermati sul nome “Il Crepuscolo”. Ma non eravamo soddisfatti. Poteva dar luogo ad equivoci […], dal sostantivo si sarebbe potuto trarne l’aggettivo “crepuscolari”, con il quale non ci sarebbe certo piaciuto di essere qualificati… Fu Nello Rosselli finalmente a suggerire: Chiamiamolo “Non Mollare”. E tutti fummo subito d’accordo”.
Gli scopi del “Non Mollare”, nelle intenzioni dei suoi fondatori, non erano tanto quelle di costituire un quotidiano di informazione, ma soprattutto quelle di disobbedire alle proibizioni impartite dal governo fascista, esercitando il diritto a promuovere il libero pensiero.
Regolarmente venivano stampate due o tremila copie, grazie al contributo volontario dei lettori e, nel giro di poco tempo, il giornale clandestino iniziò a circolare rapidamente.
“Chi riceve il bollettino”, si avvertono i lettori, “è moralmente impegnato a farlo circolare”. La distribuzione includeva i capoluoghi maggiori del centro-nord. Spettava a Rossi recapitare i pacchi del giornale ad amici che si chiamavano Riccardo Bauer, Umberto Morra di Lavriano, Gino Luzzatto, Camillo Berneri, Umberto Zanotti Bianco. Provvidenziale era il tramite ferroviario, assicurato, attraverso adepti devoti, dal ferroviere Traquandi. I contenuti vertevano su argomenti elementari, orecchiabili. Un posto rilevante assumeva la diffidenza verso gli oppositori ufficiali del fascismo, acquattati sulle pendici dell’ Aventino. Il giornale li considera verbosi, irresoluti, mollicci e attendisti.

Il numero 5, del febbraio 1925, tirò 25.000 copie grazie alla pubblicazione del memoriale di Filippo Filippelli, direttore del quotidiano fascista “Corriere Italiano” e proprietario dell’automobile sulla quale era stato ucciso Giacomo Matteotti, in cui Mussolini venne chiamato in causa come mandante dell’assassinio di Matteotti.

E un mese più tardi, nel n. 7, appariva una lettera in cui un capomanipolo della milizia fascista affermava che era stato il generale De Bono, “il senatore puttaniere”, ad ordinare che il deputato Giovanni Amendola venisse bastonato dagli squadristi.
“Il Duce deve vivere”, auspica il “Non mollare” nel suo numero 17, uno degli ultimi. “Deve vedere abbattuto, per volontà del popolo, il catafalco di delitti su cui si è innalzato. Deve trascinare nell’ ergastolo la catena al piede”.

Nell’aprile del 1925 i fascisti trovarono alcuni pacchetti del giornale nello studio di tre avvocati fiorentini. A questo punto per il gruppo del “Non mollare” l’esilio divenne una via obbligata.

Alcuni redattori della rivista “Non mollare”. Da sinistra a destra: Nello Traquandi, Tommaso Ramorino, Carlo Rosselli, Ernesto Rossi, Luigi Emery, Nello Rosselli.

Nicolino Corrado

Reddito di cittadinanza – una ipotesi di lavoro per ritrovare il ruolo della sinistra, di A. Angeli

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Alberto Angeli 2

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“Reddito di cittadinanza, per l’Italia unica speranza. Onestà e dignità subito”: con questo slogan, cantato dalla testa del corteo del M5S, si è svolta sabato 20 maggio la marcia Perugia-Assisi per il reddito di cittadinanza. Questo punto del programma dei cinquestelle non sembra suscitare nella sinistra del nostro paese alcun interesse. Anzi, si coglie una alquanto sorprendente noncuranza, quasi un fastidioso silenzio. In verità alcune voci si sono spinte fino a dichiarare la richiesta poco realistica, se non valutata poco interessante, per la difficile sostenibilità economica. Altri propongo invece, come alternativa, un reddito minimo garantito ( reddito di inclusione) guardato come un indispensabile ampliamento del welfare, a cui associare politiche orientate verso il pieno impiego in una visione di complementarietà dei due temi. Entrambe le proposte partono dalla considerazione che annota il basso tasso di occupazione, la lentezza con cui viaggia l’economia e la forte esposizione debitoria del paese, trascurando il fatto che ciò costituisce un ostacolo molto serio alla introduzione di un reddito minimo garantito di tipo universalistico.

Su questa materia sono varie e articolate le ipotesi alle quali riferirsi, anche se condizionate dal modo con cui è pensato il reddito minimo. Ad esempio:

a) garantire un reddito minimo a chi non ha un lavoro, ovvero risulta indigente;

b) mettere in atto forme di lotta alla povertà mediante una rete di protezione minima, che garantisca la sussistenza, legando gli adeguamenti alla rilevazione dell’ISTAT sui dati del minimo vitale;

c) riorganizzare e ridisegnare il sistema del welfare creando un unico referente per la gestione del sociale e delle risorse economiche.

Ovviamente, cassa integrazione e sussidi di disoccupazione, già esistenti e basati sulla contribuzione obbligatoria, continuerebbero a persistere sotto il Ministero del Lavoro e della Previdenza. Il reddito garantito dovrebbe quindi rivolgersi a chi ha esaurito o non ha accesso ai due strumenti: a) e b), destinandolo alle persone in cerca prima occupazione o indigenti

Seguendo l’andamento della disoccupazione richiamando i dati ISTAT, possiamo rilevare che il tasso di disoccupazione è stabile all’11,9%, mentre risulta in lieve calo quella giovanile. La fotografia dell’Istat effettuata su gennaio 2017 evidenzia che le persone in cerca di occupazione erano 3.097.000, in aumento di 2.000 unità su dicembre 2016 e di 126.000 unità su gennaio 2016. E’ il caso di ricordare che a gennaio 2016 il tasso di disoccupazione era all’11,6%. L’Istat ci spiega che  l’aumento dei disoccupati rispetto all’anno precedente insieme all’aumento degli occupati (236.000 rispetto a gennaio 2016) è dovuto al calo degli inattivi tra i 15 e i 64 anni pari a -461.000.

Sul fronte della disoccupazione giovanile Il tasso cala invece al 37,9% dal 39,2% di dicembre, quindi un -1,3 punti. Ne risulta che l’incidenza dei giovani disoccupati tra 15 e 24 anni, sul totale dei giovani della stessa classe di età, risulta pari al 10,1%, risultando in calo di 0,6 punti rispetto a dicembre. Il tasso di occupazione dei 15-24enni permane stabile, mentre quello di inattività cresce di 0,6 punti.

Dal dato di gennaio si rileva che gli occupati crescono di 30.000 unità rispetto a dicembre, conseguendo quindi un +0,1% in percentuale e di 236.000 unità su gennaio 2016 ( dato assoluto) e +1 in percentuale. Tale aumento mensile, si rileva dalla nota dell’Istat, riguarda gli uomini e considera gli ultracinquantenni. Inoltre, il tasso di occupazione tra i 15 e i 64 risulta pari al 57,5% , cioè un +0,1 punti percentuali rispetto a dicembre. Gli occupati sono a quota 22.856.000. Per completare il dato prendiamo in considerazione quelli forniti dall’Eurostat , sull’andamento della disoccupazione dell’eurozona, che risulta stabile al 9,6% a gennaio 2017 rispetto a dicembre, mentre scende da 8,2% a 8,1% nella UE dei 28 ( includendo l’Inghilterra ) segnando in cifra il miglior risultato da gennaio 2009). Il dato italiano si attesta al quarto posto più alto dopo Grecia (23%), Spagna (18,2%) e Cipro (14,1%). Nel mese di gennaio, seguendo i dati dell’Eurostat, il tasso più basso si è rilevato a favore della Repubblica Ceca (3,4%) e della Germania (3,8%). Un dato positivo è Il calo della disoccupazione giovanile: nella zona euro passa dal 19,3% al 17,7%; mentre nella UE- dei 28 Paesi , passa dal 21,7% al 20%. Vale rilevare al proposito che in Italia resta la terza più alta d’Europa , dopo Grecia (45,7%) e Spagna (42,2%).

I dati ISTAT sulla difficile situazione sociale del Paese rilevata al 2015 stima che il 28,7% delle persone residenti in Italia sia a rischio di povertà o esclusione sociale. Se accettiamo la definizione adottata nell’ambito della Strategia Europa 2020, le persone che si trovano almeno in una delle condizioni adottate , sono indicate secondo il rischio o situazione: di povertà, grave deprivazione materiale, bassa intensità di lavoro.

La quota è sostanzialmente equiparabile a quella rilevata al 2014 (era al 28,3%) che, in sintesi, segnala un aumento degli individui a rischio di povertà (dal 19,4% a 19,9%) e il calo di quelli che vivono in famiglie a bassa intensità lavorativa (da 12,1% a 11,7%); permane invariata stima di chi vive in famiglie gravemente deprivate (11,5%).

Il Mezzogiorno risulta l’area più esposta al rischio di povertà o esclusione sociale: il dato ISTAT segnala che nel 2015 le persone coinvolte sale al 46,4%, dal 45,6% dell’anno precedente; quota che risulta in aumento anche al Centro (da 22,1% a 24%), mentre la cifra che riguarda il Nord si registra un calo dal 17,9% al 17,4%.

Ancora: la rilevazione Istat segnala come le persone che vivono in famiglie con cinque o più componenti, sono quelle più a rischio di povertà o esclusione sociale ( passano al 43,7% del 2015 dal 40,2% del 2014), quota che sale al 48,3% (dal 39,4%) se si tratta di coppie con tre o più figli e raggiunge il 51,2% (da 42,8%) nelle famiglie con tre o più minori.

Nel 2014, escludendo gli affitti figurativi, si stima che il reddito netto medio annuo per famiglia sia di 29.472 euro (circa 2.456 euro al mese). Considerando l’inflazione, il reddito medio rimane per la prima volta sostanzialmente stabile in termini reali rispetto al 2013, dopo il calo registrato dal 2009 (complessivamente -12% che diventa -10% se si considera l’aggiustamento per dimensione e composizione familiare, cioè il reddito equivalente). Inoltre, la metà delle famiglie residenti in Italia percepisce un reddito netto non superiore a 24.190 euro l’anno (circa 2.016 euro al mese), sostanzialmente stabile rispetto al 2013; nel Mezzogiorno scende a 20.000 euro (circa 1.667 euro mensili).

Fra le famiglie che hanno come fonte principale il reddito da lavoro, una su due dispone di non più di 29.406 euro se si tratta di lavoro dipendente e di non più di 28.556 euro nel caso di lavoro autonomo. Per le famiglie che vivono prevalentemente di pensione o trasferimenti pubblici la somma scende a 19.487 euro.

Includendo gli affitti figurativi, si stima che il 20% più ricco delle famiglie percepisca il 37,3% del reddito equivalente totale; il 20% più povero solo il 7,7%. Dal 2009 al 2014 il reddito in termini reali cala più per le famiglie appartenenti al 20% più povero, ampliando la distanza dalle famiglie più ricche il cui reddito passa da 4,6 a 4,9 volte quello delle più povere.

BREVE LETTURA DEGLI GLI AMMORTIZZATORI SOCIALI OPERANTI NELL’ORDINAMENTO ITALIANO

Nella tradizione della famiglia italiana il ruolo preminente del capofamiglia, cioè della figura che con il suo lavoro garantiva all’intero nucleo familiare il reddito necessario al suo sostentamento, ha decisamente influenzato l’evoluzione e l’orientamento giuridico dei sistemi di assistenza alla famiglia. Accadeva così che, se, per varie ragioni, l’unico percettore del reddito si fosse trovato nella condizione di non poter più provvedere a questa funzione, al sistema sociale vigente era affidato il compito di attivarsi secondo le condizioni che il sistema previsto. Questa caratteristica, comune alla maggioranza degli stati occidentali, è andata evolvendo nel corso del tempo, in specie dagli anni 60 in poi, in quanto è andata diffondendosi una cultura più aperta al ruolo della donna nel concorrere all’acquisizione di una parte del reddito familiare.

Con la nascita dello stato democratico e l’adozione della Carta Costituzionale, la struttura della società Italiana si regge quindi sul dettato previsto dall’art. 1 della Carta, che sintetizza inequivocabilmente il nuovo percorso socio-politico sul quale il Paese intende muoversi, affermando che:” che l’Italia è una repubblica democratica, fondata sul lavoro”. La Repubblica riconosce il diritto di ogni cittadino ad avere un lavoro e assume l’impegno affinché possa essere garantito a tutti, favorendo l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese, attraverso l’eliminazione di quegli impedimenti di ordine economico e sociale che ostacolano la libertà dei cittadini e creano ingiuste disuguaglianze tra gli stessi.

Il lavoro, che la Carta riconosce come un diritto, diviene, al contempo, un dovere di ogni cittadino, al quale si richiede di contribuire al progresso materiale e spirituale della società, in specie se lo stesso abbia uno stato psico-fisico con lo renda capace al lavoro. In corrispondenza a tale contributo al lavoratore uomo o donna è previsto sia riconosciuta e assicurata una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del lavoro svolto, sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’assistenza libera e dignitosa. Nel caso uno di essi diventi temporaneamente o permanentemente inabile al lavoro a causa di infortunio, malattia, invalidità o vecchiaia, invero, per motivi estranei alla sua volontà, venga meno il rapporto lavorativo, è riconosciuto Il diritto a ricevere l’assistenza dello Stato, in modo da non essere privato dei mezzi adeguati alle proprie esigenze di vita. Serve rilevare come l’ordinamento italiano preveda molteplici forme di assistenza al lavoratore disoccupato sotto forma di ammortizzatori sociali. In genere si tratta di sussidi economici di durata prestabilita per legge e di importo normalmente inferiore alla retribuzione prima percepita.

La dottrina che è venuta formandosi nel tempo in materia sociale, ha riformulato la nozione di “ammortizzatori sociali”, ritenendo estranee a tale sistema le indennità corrisposte in ragione dell’incapacità e inabilità lavorativa secondo le seguenti categorie : ad es. indennità per malattia o infortunio, pensioni di invalidità. Mentre ricomprende, invece, quelle che assistono il lavoratore in caso di interruzione o sospensione involontaria del rapporto lavorativo, erogate per un periodo d tempo ritenuto indispensabile al reperimento di una nuova occupazione o alla ripresa di quella sospesa, affinché il lavoratore non rimanga totalmente privo di risorse di sussistenza.

Il sistema degli ammortizzatori sociali è composto da molteplici strumenti. Nel tempo sono intervenute modifiche legislative che hanno accresciuto le differenze nelle modalità di applicazione di misure a sostegno del reddito e delle indennità. Generalmente gli ammortizzatori sociali sono classificati in tre categorie:

a) In caso di sospensione del rapporto di lavoro: trattamenti di integrazione al reddito (Cassa integrazione guadagni ordinaria

b) CIGO, e cassa integrazione guadagni straordinaria, CIGS) inclusi i trattamenti specifici per il settore agricolo e edile. In questa classe di interventi sono inclusi gli interventi in deroga della CIGS e i contratti di solidarietà nonché l’indennità di disoccupazione per i lavoratori sospesi.

c) b) In caso di cessazione del rapporto di lavoro: indennità di mobilità e indennità di disoccupazione.

d) c) Misure temporanee a sostegno dei lavoratori a tempo determinato, apprendisti e parasubordinati in regime di monocommittenza

Altri strumenti annoverabili come Ammortizzatori Sociali ed i relativi interventi di sostegno al reddito adottati sia a livello nazionale che a livello regionale, come accedere e le novità 2017:

-Assegno familiare (ANF) è una prestazione economica erogata ai lavoratori dipendenti in base a composizione famiglia (almeno due soggetti) e redditi dichiarati, che devono posizionarsi al di sotto dei

-Sussidio SIA, sussidio di inclusione attiva, potenziamento agevolazione per determinate tipologie di nucleo familiare, nuovi modelli di domanda;

-Cassa integrazione erogata dall’INPS e comprende: Sussidi agricoli, CISOA,DMAG e riguarda lavoratori agricoli, ( operai, impiegati, quadri e apprendisti, compresi i soci delle cooperative, apprendisti.

-Reddito Inclusione ( REI ) Al proposito è stato siglato il memorandum d’intesa sul reddito di inclusione (Rei) tra il Presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, l’Alleanza contro la povertà e il ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, Giuliano Poletti. Si tratta delle linee guida che definiscono i dettagli della nuova misura di contrasto alla povertà introdotta – in sostituzione di SIA, Carta Acquisti e ASDI – dal disegno di legge n. 2494, ovvero la Delega recante norme relative al contrasto della povertà, in termini di limiti di intervento e i requisiti per l’accesso al sussidio e di misure di supporto a livello…

-Maggiorazione assegno social

-Naspi durante il tirocinio, che non è un’attività lavorativa, di conseguenza il reddito che ne deriva è cumulabile con la Naspi: l’indicazione è contenuta nelle Linee Guida sul tirocinio.

-Pensione sociale e sussidi compatibili

-Sussidi ai terremotati: i beneficiari al sussidio sono i lavoratori delle zone colpite dal terremoto dello scorso anno (24 agosto e 26 ottobre 2016) e che, a causa di tale evento, hanno dovuto interrompere l’attività: Ministero del Lavoro e Regioni hanno siglato la Convenzione che consentirà di erogare fino a 4 mesi di sussidi a dipendenti, lavoratori autonomi, anche titolari di impresa, professionisti iscritti a qualsiasi forma obbligatoria di previdenza e assistenza e collaboratori coordinati e continuativi. Sospensione contributi sisma: domanda INPS L’indennità verrà erogata entro un limite di spesa…

-Reddito di inclusione,

-Ricollocamento disoccupati: si tratta di 30 mila disoccupati italiani, estratti a caso, (tra coloro che percepiscono la NASpI da almeno 4 mesi), stanno arrivando le prime lettere per beneficiare dell’assegno di ricollocamento.

-NASPI è possibile presentare la richiesta dopo aver sottoscritto un accordo di conciliazione non presso la DTL

-Sussidio Fondo integrazione salariale (FIS)

-Sussidi erogati dalle Regioni e dai comuni: i nuovi requisiti restano invariati rispetto al 2015 e 2016. Lo comunica l’INPS, con circolare 55/2017,

-APe Social,

-NASpI 2017, (assicurazione sociale per l’impiego )

-Dis-coll stabile, estesa a ricercatori e dottorati, così Il sussidio di disoccupazione Dis-Coll diventa strutturale:

-Premio alla nascita, la domanda, in via telematica, deve essere rivolta all’INPS e solo dopo il settimo mese di gravidanza

-Lavoratori Socialmente Utili-

-Assegno di natalità

-Assegni Familiari in part-time

-Fondo solidarietà personale del credito

Quelli elencati sono solo alcuni degli strumenti a cui la politica sociale del Paese ricorre, una diffusa e smagliata rete di interventi, che ingloba anche una mini serie di altre provvidenze che sfuggono alla contabilità generale, poiché la fonte di spesa è gestita direttamente dai Comuni o dalle Regioni. Ad esempio: sconti su metano, immondizia, integrazioni o interventi sociali a sostegno delle famiglie impossibilitate a pagare un canone d’affitto, altre iniziative difficili da rendicontare.  Tutto ciò, il sistema del Welfare nel suo complesso, ha una spesa che, direttamente o indirettamente, poggia sul bilancio dello Stato. Una lettura dei conti evidenzia come il Welfare del nostro Paese sia il più caro d’Europa.

Brevemente: la spesa per prestazioni sociali nel 2015 ammonta a 444,396 mld di euro, venendo a gravare per il 54,13% sulla spesa statale comprensiva degli interessi sul debito, rappresentando il 27,34% del PIL; un dato che ci proietta nella prima fila Europea. Una spesa enorme, inimmaginabile la possibilità di sostenerla per il futuro a favore delle giovani generazioni, sulle quali grava già l’enormità del debito pubblico.

Il Ministro Poletti afferma con convinzione che il sistema tiene e prospetta una sostenibilità nel tempo, sia sul versante delle pensioni che dei conti pubblici. Ma se stiamo alle cifre, guardando i dati del welfare del 2014, di cui si può disporre delle entrate tributarie, si replica con le stesse cifre pari a 444,507 mld, per ripetere questa performance occorrono tutti i contributi sociali per pensioni e prestazioni temporanee, quelli dell’Inail, tutta l’rpef, l’ires, lirap e kl 36% dell’Isos. Vale a dire tutte le imposte dirette, così che la restante spesa pubblica si finanzia con le imposte indirette.

Secondo i dati dell’IPNS la spesa pensionistica di tutte le gestioni è stata per il 2015 pari a 217,895 mld di euro, con un incremento rispetto al 2014 dello 0,82%, un dato contenuto dal basso livello dell’inflazione e all’applicazione della sentenza della Consulta in relazione alla rivalutazione, che il Governo Renzi ha applicato in termini riduttivi. C’è poi da considerare l’applicazione dei provvedimenti Fornero, da cui è pervenuta una spinta per le pensioni anticipate, che ha consentito nel 2015 il pensionamento di circa il 74% degli aspiranti sul dato del 2014.

La spesa reale, sottratte le entrate contributive a favore dello Stato da quella effettiva dei lavoratori e datori di lavoro, si attesa a quota 172,214 mld. che scende ulteriormente se si sottrae quanto incassa lo stato direttamente, la spesa totale si attesta a 159,164 mld di euro.

Un altro campo di spesa è quello dell’assistenza che nel 2015 ha riguardato circa 4.040.626 assistiti e 4.265.233 di altri assistiti mediante integrazioni al minimo e maggiorazioni sociali, quindi un totale di 8.305.859 beneficiari, vale a dire il 51,34% dei pensionati. Nella sostanza, il costo totale degli interventi assistenziali vale nel 2015 all’incirca 103,00 mld.

Se volessimo completare la riflessione su questa parte, riportando quanto negli altri Paesi dell’Europa viene fatto per il Welfare e speso per il sostegno alle politiche sociali, sicuramente ciò sarebbe utile ma ci allontanerebbe dal nostro proposito che, in definitiva, resta quello di capire come muoverci nella direzione di una politica a favore del reddito di cittadinanza. A ciò si lega il quadro delle risorse economiche e dove cercarle e a quale fasce di società destinare l’intervento. Un intervento, si badi bene, che si pone in alternativa al reddito di inclusione, su cui l’attuale Governo e la maggioranza che lo sostiene si stanno muovendo con atti decisivi.

D’altro canto una rapida attenzione alla contabilità ci rende immediato l’ordine dei fattori su cui costruire anche una minima ipotesi. Infatti, partendo dall’analisi effettuata finora, è possibile svolgere un calcolo riguardo al costo di un eventuale reddito di base incondizionato e pari a 600,00 Euro mensili, cioè all’anno 7.200,00 Euro netti, pari alla soglia di povertà accettata statisticamente. Si potrebbe poi proseguire per fasce di indigenza, adottando i dati forniti dall’ISTAT, fino all’ultima fascia della povertà assoluta che, a seconda della condizione del calcolo, fornirebbe una cifra che oscillerebbe dai 32,346 mld di euro a quella massima di 46,356 mld.

In conclusione di questa riflessione, sulla base dei calcoli statistici che qui non sono riprodotti, anche per il fatto che in certi casi i dati sono purtroppo approssimati e non aggregabili per mancanza di indagini e analisi ( e anche per non appesantire questa breve nota), è evidente una insostenibilità economica concreta di un eventuale progetto volto ad introdurre il reddito di cittadinanza universalistico. Un rilievo che non è privo di alternative, che potrebbero però profilarsi nel caso di un sistematico e profondo riordino di tutto il Welfare e di una revisione del sistema fiscale, in specie per la parte delle deduzioni e detrazioni che, secondo una linea presente in molti economisti, possono essere riaggiornate con notevoli risparmi per l’erario e lo Stato.

Quindi, la storia non dovrebbe finire qui. Chi scrive ritiene che nonostante le difficoltà del bilancio pubblico, i dati della disoccupazione, la diffusa povertà ed esclusione sociale, la lentezza che l’economia registra e la difficoltà in cui si trova il sistema bancario; insomma nonostante il paese non viva uno dei suoi momenti migliori anche la sola riflessione riguardante l’introduzione del reddito di cittadinanza implica un cambio ideologico e di mentalità, al punto da potersi considerare una svolta rivoluzionaria del pensiero della sinistra.

La sociologia – e la storia della sinistra – ci ricorda come la maggior parte delle persone lavora solamente per guadagnarsi un reddito per vivere; il lavoro non è fine a se stesso ma è finalizzato solo ad ottenere una remunerazione. Sicuramente uno strumento di difesa come quello individuato nel reddito di cittadinanza, conferirebbe coraggio al cittadino, una maggiore fiducia e credibilità verso le istituzioni, e a nessuno verrebbe la tentazione di ottenere profitti a discapito di altri.

Certo, questa prospettiva introduce problemi di grande rilevanza sia sotto l’aspetto dell’equità che di quello della giustizia e della coerenza. Intanto con la parola universalità già si introduce un tema delicato che riguarda una delicata questione relativa alla definizione di cittadino. Sappiamo che  la cittadinanza italiana è regolata dal cosiddetto “ius sanguinis”, letteralmente diritto di sangue. Nella sostanza, tale concetto significa che è cittadino italiano chi nasce da genitori con cittadinanza italiana, o se è nato sul territorio italiano con entrambi i genitori ignoti o apolidi oppure se il figlio non segue la cittadinanza dei genitori secondo la legge dello Stato al quale appartengono. Infine, acquisisce cittadinanza italiana per nascita anche il figlio di ignoti trovato nel territorio italiano nel momento in cui non viene provato il possesso di un’altra cittadinanza. La stessa normativa stabilisce delle eccezioni, dando la possibilità di acquisire la cittadinanza attraverso lo “ius soli”, diritto di territorio; infine, vi è la possibilità di acquisire la cittadinanza tramite il matrimonio se si è in presenza di determinati requisiti il coniuge, che sia straniero o apolide, di cittadino italiano, acquisisce la cittadinanza quando, dopo il matrimonio, risiede legalmente per 2 anni in Italia. Questi sono alcuni casi che presuppongono comunque una presa di coscienza della diversità di normativa, più favorevole, che viene applicata in altri Paesi dell’Europa.

D’altro canto, in un mercato del lavoro sempre più flessibile e precarizzato come l’esperienza del nostro paese ci ricorda, dove diventa sempre più facile perdere anziché trovare un nuovo lavoro, un dispositivo di reddito di cittadinanza permetterebbe al cittadino posto fuori dal mercato di avere una continuità economica per i periodi in cui il mercato non offre possibilità di reimpiego; ciò costituirebbe un aiuto positivo innanzitutto per i lavoratori, ma anche per il mercato stesso. Sempre per quanto concerne il livello sociale, attraverso un dispositivo di questo genere, è possibile prevenire l’esclusione sociale degli individui con un reddito non continuo ed esiguo, ovviamente mantenendo un rigido controllo sugli utenti del beneficio per evitare comportamenti tesi a violare la natura e lo scopo specifico del reddito di cittadinanza

Questo comporta un ‘controllo’ sulla effettiva disponibilità a lavorare e ad accettare le proposte di lavoro che gli Enti preposti alla formazione e assistenza al quel cittadino formuleranno al proposito. Questo rischio è richiamato con forza da coloro che contrastano o sono decisamente contrari all’introduzione del reddito di cittadinanza. I beneficiari potranno quindi decidere se un lavoro è coerente con le proprie competenze, decidere se trasferirsi o meno per lavorare, e non essere obbligati a farlo. Con la presenza di un dispositivo di questo genere, è possibile combattere il lavoro nero, ci sarebbero meno presupposti per incoraggiarlo, in quanto si è dotati di un minimo vitale e anche perché, nel momento in cui si compie il reato, vi è la sospensione del sussidio.

Dopo aver esposto le caratteristiche principali del sistema attuale delle politiche per il sociale del nostro paese e delle sue lacune, dagli ammortizzatori sociali ai fenomeni di precarietà, disoccupazione ed esclusione sociale, senza ignorare le difficoltà politiche e poi quelle economiche, si può concludere sostenendo che il reddito di cittadinanza si prospetta come una variabile politica innovativa e concettualmente ( ed economicamente ) percorribile. Poiché, incamminandosi su questa strada, la sinistra può ritrovare il ruolo che la storia le ha assegnato, essendo questo il terreno del sistema sociale su cui ha costruito la lotta e la prospettiva del cambiamento politico. Qui, può recuperare il suo ruolo e ritrovare il consenso necessario per porsi come l’unica alternativa al populismo .

Alberto Angeli 
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NB: i dati sono rilevati da:

INPS, ISTAT, Banca d’Italia, Eurostat, OO.SS., Centro Studi Conf.a

Il 1° Maggio 1947, nel racconto di Serafino Petta, ultimo sopravvissuto alla strage di Portella della Ginestra

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Portella della Ginestra

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Due giorni fa, al “Giornale di Sicilia”, l’ultimo sopravvissuto all’eccidio dei lavoratori avvenuto a Portella della Ginestra il 1° Maggio 1947 ha lasciato la sua testimonianza importante, che vogliamo ricordare anche noi per capire il valore del 1° Maggio che quest’anno CGIL, CISL e UIL hanno deciso di festeggiare uniti proprio in quella località, per non dimenticare. Questo il suo racconto:

“Ci eravamo dati appuntamento per festeggiare il Primo maggio ma anche l’avanzata della sinistra all’ultima tornata elettorale e per manifestare contro il latifondismo. Non era neanche arrivato l’oratore quando sentimmo degli spari”, racconta settant’anni dopo ancora commosso Serafino Pett, l’ultimo sopravvissuto alla strage di contadini di Portella della Ginestra, che fece 12 morti e 27 feriti.

“Avevo 16 anni, pensavo che fossero i petardi della festa, ma alla seconda raffica ho capito – continua -. Ho cominciato a cercare mio padre, non l’ho trovato. Quello che ho visto sono i corpi distesi per terra. I primi due erano di donne: la prima morta, sua figlia incinta ferita. Questa scena ce l’ho ancora oggi negli occhi, non la posso dimenticare”.

“A sparare fu la banda di Salvatore Giuliano, i mandanti non si conoscono ancora ma ad armare la sua mano furono la mafia, i politici e i grandi feudatari – spiega Petta -. Volevano farci abbassare la testa perché lottavamo contro un sistema in cui poche persone possedevano migliaia di ettari di terra e vi facevano pascolare le pecore, mentre i contadini facevano la fame”.

“Un mese dopo successe però una cosa importante – dice con orgoglio – Tornammo qua a commemorare i morti senza paura, “Non ci fermerete”, gridavamo tutti e non ci hanno fermati. Abbiamo cominciato la lotta per la riforma agraria e nel ’52 abbiamo ottenuto 150 assegnatari di piccoli lotti. Ma neanche loro si sono fermati, e a giugno bruciarono sedi di Cgil e partito comunista, poi nel mirino finirono anche i sindacalisti”.

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La fonte di questo articolo è consultabile al link  http://palermo.gds.it/2017/04/30/portella-della-ginestra-la-strage-negli-occhi-dellultimo-sopravvissuto-ora-la-mafia-e-nei-palazzi_659736/

Tranquilli, non c’è solo il Presidente. La Francia, la Costituzione e l’aquila a due teste, di M. Foroni

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Marco Foroni foto 2

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Tutti a scrivere e dibattere da giorni sul prossimo Presidente della Repubblica francese, dai gossip banali da social, alle questioni politiche e di Programma. E le scontate banalità massmediatiche per far presa, audit e cronaca. Ma attenzione, perché in Francia non c’è solo il Presidente ai vertici istituzionali e la situazione è molto più complessa di ciò che sembra.

Va detto intanto che i caratteri essenziali della forma di governo francese sono, in sintesi i seguenti:

– un Presidente della Repubblica eletto dai cittadini, con funzioni di Capo dello Stato

– un Governo, guidato dal Primo ministro, nominato si dal Presidente ma politicamente responsabile di fronte al Parlamento

Un sistema quindi complesso, che il costituzionalista Duverger raffigurò (negli anni ‘80) come un’aquila a due teste, ovvero come una struttura di tipo diarchico caratterizzata da un dualismo reale, o potenziale, nell’esercizio delle funzioni di governo del paese.

Nella ripartizione delle funzioni esecutive vengono così a fronteggiarsi, di volta in volta, due soggetti che traggono entrambi la proprio fonte di legittimazione dall’elezione popolare: direttamente il Presidente e indirettamente, attraverso la fiducia della maggioranza parlamentare, il Primo ministro.

E pertanto attenzione! E’ il contesto politico che di volta in volta fa pendere l’ago della bilancia dalla parte dell’uno o dell’altro attore, venendo così a mutare addirittura assetti ed equilibri nel funzionamento del sistema. Un sistema, quello semipresidenziale francese della V Repubblica voluta da De Gaulle, il cui funzionamento appare assai variabile. E così è stato negli ultimi trenta anni quando, con volti diversi, ha realizzato importanti e corpose redistribuzioni del potere politico tra i due soggetti.

Questo perché. Perchè nella realtà la Costituzione attribuisce anche al Primo ministro rilevanti poteri di direzione politica, coerentemente alle modifiche avvenute dal 1958 che hanno visto un notevole potenziamento del ruolo dell’Esecutivo. Il Primo ministro che sembrerebbe talvolta, addirittura, la chiave di volta del sistema. In un quadro di rapporti tra poteri che non sono affatto fissati una volta per tutte dalla Costituzione.

Non si vota in Francia quindi solo per il Presidente al prossimo ballottaggio, ma anche per il Parlamento. E cosa potrebbe accadere? Che il ruolo apparentemente in ombra del Primo ministro potrebbe emergere prepotentemente, come accadde a partire dalla Presidenza di Giscar d’Estaing tra il 1974 e il 1981. Quando, dovendo tener conto di una Assemblea nazionale dove il partito gollista era nettamente prevalente, non fu totalmente libero nella scelta del Primo Ministro, e dovette designare il leader di quel partito, Jacques Chirac.

Ma addirittura, alla seconda elezione del socialista Francois Mitterand nel 1986, accadde addirittura che il parlamento avesse una maggioranza di centrodestra. Per la prima volta, quindi, il Presidente e la maggioranza parlamentare furono espressione di partiti di schieramenti opposti. E fu allora che fu inventato (dal Primo ministro Eduard Balladour) il termine cohabitation.

Periodo nel quale, seppure previsti dal dettato costituzionale, il Presidente vede notevolmente ridotto l’esercizio delle sue prerogative. Addirittura, in questo caso, il Primo ministro viene ad assumere la direzione effettiva della politica interna e la responsabilità dell’attuazione del Programma di governo.

E se tutto questo, visto anche il risultato riportato dalle forze politiche in gioco, si dovesse riproporre anche oggi? Magari a parti invertite, visto il grande risultato della Gauche di Jean-Luc Mélenchon ? Certo non si può affatto escludere. E ciò ci farebbe vedere, con occhi e attenzione differenti, e ci darebbe chiavi di lettura diverse, anche in merito alle scelte delle forze politiche di appoggiare o meno l’uno o l’altro candidato al ballottaggio. Non è tutto, come spesso accade, così facilmente scontato.

Marco Foroni

Nascita dei Movimenti e del movimentismo, un pensiero minoritario o un’alternativa ai partiti ?, di A. Angeli

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Alberto Angeli 2

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Uno strano fenomeno sembra pervadere la vita politica del nostro Paese, i partiti della tradizione repubblicana cambiano la loro natura di massa ( seguendo il lessico Weberiano) e al loro posto nascono movimenti, circoli, comitati, raggruppamenti. Insomma, alla tipica rappresentanza dei partiti si va sostituendo quella del movimentismo. Un contagio, si badi bene, che colpisce pure la tradizione della chiesa, delle parrocchie, nel passato animatrici di comitati parrocchiali e di gruppi per la preparazione catechistica. Questa propensione al movimentismo, dunque, sembra non avere preferenze di colore o collocazione politica, nasce a sinistra come a destra della rappresentanza politica. Ma, mentre per la destra politica la costituzione di un movimento politico non costituisce l’abbandono di una ideologia, questo non vale per la sinistra, la quale sembra muoversi in un orizzonte di superamento del marxismo come ideologia “ufficiale”, uccidendo contestualmente ciò che di più profondo la legava alla concezione Gramsciana della forma partito.

La scissione dal PD della parte costituitasi in MDP, quindi alla nascita di un nuovo movimento, non pare ai più attenti osservatori che abbia portato alla produzione di un altro “pensiero forte”, cioè strutturalmente definito e abbastanza univoco nella sua interpretazione e applicazione ai tradizionali modelli di rappresentanza partitica. Così anche per quella parte di socialisti ( PSI) che, a seguito del risultato referendario, si sono definiti “Movimento”, vale la domanda se ciò possa qualificarsi come un “pensiero forte”, cioè strutturato in termini di prospettiva e di valenza politica

Chi scrive rimane ad ogni modo convinto che non per questo le sinistre, tanto “di movimento” quanto quelle che ancora mantengono un legame con la tradizione/partitica, abbiano rinunciato o tagliato completamente le radici della tradizione ideologica su cui hanno fondato la loro esistenza. Questo rilievo vale soprattutto per quelle forze della sinistra radicale, quella parte della sinistra purista, che si è formata tra il post-strutturalismo di suolo francese (Foucault, Deleuze, Guattari), e con una dose della scuola di Francoforte (Marcuse) alla quale è associabile la speculazione politico-filosofica post-operaista di Toni Negri, esegeta di Spinoza, e Michael Hardt, per arrivare fino a Marcuse, tra i più ricordati filosofi del ‘900; e poi Foucault, filosofo critico del potere costituito e delle sue articolazioni,

Se lo stato delle cose è quello descritto, questa la domanda: la sinistra non è più nella condizione di rappresentare un’alternativa al capitalismo? Oppure si deve essere indotti a pensare che il momentaneo passaggio al movimentismo costituisca una scelta momentanea, una sosta per riflettere e rielaborare una progetto su cui ricostruire il Partito della sinistra?. Un progetto su cui si deve scommettere, per il semplice fatto che al di là delle critiche, come quelle di Jean Claude Michèa ed altri, il pensiero che prevale all’interno delle sinistre, sia riformiste che radicali, si fonda sul pensiero filosofico Marxiano e sulla consistente forza culturale del progetto Gramsciano.

Se si prende in esame la più influente tematizzazione della forma partito del XX secolo, contenuta nello scritto di Lenin Che fare?, si scopre che – per Lenin – il partito funziona come l’intelletto agente di Aristotele, che giunge a noi dal di fuori: “Solo l’intelligenza giunge dall’esterno e solo essa è divina, perché l’attività corporea non ha nulla in comune con la sua attività”. Nella grammatica Aristotelica, l’intelligenza, cioè l’anima, sta al corpo, simbolicamente, come il partito sta alla classe proletaria, come appunto indicato da Lenin. In questa fase storica, ci possiamo spingere allora a dare una più compiuta valenza al pensiero Aristotelico per cui è il partito che sta agli elettori, al corpo sociale, In tale passo Aristotele sembra conferire una certa equidistanza tra la forma e la sostanza dell’anima, di tipo Platonico, per intenderci. Così come la storia del rapporto partito/classe, nella cultura contemporanea del nostro Paese, fluttua tra l’idea di un partito costituito ( quindi costituzionale) e auto-organizzato per rispondere ad un progetto di classe, e l’idea invece che il partito sia superato e arretrato rispetto alla necessità di rappresentare i movimenti che si organizzano spontaneamente su temi e rivendicazioni tra le più diverse. Così che il partito diviene informe e senza vita. Tutto questo avviene con tutte le possibili variazioni intermedie, tra le quali un’idea di tipo kantiano, secondo cui l’intelligenza che il partito rappresenterebbe sarebbe da intendersi piuttosto come un giudizio riflettente che come un giudizio determinante.

Da tutto questo ne discende dunque che il Partito perde il suo significato, non essendo più né un’appendice della classe, né la sua sola salvezza, ma qualcosa come una rappresentazione, a partire dai dati di realtà portati alla politica dalla cosiddetta “società civile”. Nonostante questa condizione, rimane che in ognuno di questi casi, il partito è indiscutibilmente un’intelligenza, e l’idea/pensiero di sostituirlo con il movimento, che può associarsi all’idea della «mobilitazione cognitiva», da questo punto di vista, risulta minoritaria e limitativa rispetto alla capacità espressiva e rappresentativa del soggetto Partito.

Per continuare con Lenin: “La coscienza politica di classe può essere portata all’operaio solo dall’esterno, cioè dall’esterno della lotta economica, dall’esterno della sfera dei rapporti tra operai e padroni”.

Ancora: “La coscienza socialista è un elemento importato nella lotta di classe del proletariato dall’esterno, e non qualche cosa che ne sorge spontaneamente. Ciò significa – per Kautsky, le cui parole appaiono a Lenin «profondamente giuste e importanti» – che la coscienza socialista non è il risultato diretto della lotta di classe proletaria, ma un’aggiunta a essa da fuori”.

Per Lenin: “Socialismo e lotta di classe nascono uno accanto all’altra e non uno dall’altra; essi sorgono da premesse diverse………

Il termine Parteiverdrossenheit in tedesco significa insoddisfazione per i partiti e spesso si accompagna alla più generale espressione Politikverdrossenheit, che indica lo stesso sentimento, esteso alla politica. Queste definizioni esemplificano la fine del protagonismo della società di massa, che si forma in Europa all’inizio del Novecento, quando nella cultura europea si afferma anche una tendenza “irrazionalista”: filosofi, letterati, artisti, politici condividono un’attenzione nuova per le componenti irrazionali dell’uomo (l’inconscio, gli istinti, gli impulsi primordiali e irriflessi) e attribuiscono ad esse un ruolo preponderante nell’orientamento della vita individuale e collettiva. Oligarchie, gruppi dirigenti inamovibili, caste autoreferenti, assumono la guida dei grandi e piccoli partiti di massa. La democrazia partecipata, elezioni universali estese anche alle donne, nuovi soggetti e superamento dell’individualismo, nascita dei grandi partiti e formazione di ristrette cerchie di dirigenti, nuova classe politica. L’Europa occidentale vive una grande rivoluzione e si muove in universo di cambiamenti sociali orizzontali diffusi e profondi.

Nel 1921 Freud pubblicò un libretto, di circa cento pagine, chiamato Psicologia delle masse e analisi dell’Io. Era quello un periodo in cui stavano nascendo le lotte operaie organizzate, le grandi ideologie, le dittature. In Austria si assiste agli effetti della disgregazione dell’Impero asburgico, avvenuta alla fine del 1918; in Italia nascono il Partito Nazionale Fascista e il Partito Comunista Italiano, mentre in Germania Adolf Hitler diventa leader del Partito nazionalsocialista tedesco. Freud cominciò ad interessarsi sempre di più ai comportamenti delle masse, affrontando i temi sociologici in chiave psicoanalitica. Prendendo spunto dal testo di Gustave Le Bon, Psicologia delle Folle, Freud cominciò a riflettere sulla psicologia collettiva, cercando di dimostrare che i fenomeni che regolano la vita di gruppo non sono poi così lontani dalle scoperte psicoanalitiche relative ai processi individuali. Vi sono anzitutto due tipi di masse: quella occasionale, transitoria, non organizzata e quella organizzata (e dunque “artificiale”), che proprio per questo è destinata a durare di più nel tempo (un esempio ne sono la Chiesa e l’esercito). L’ “anima della massa” viene dunque descritta come elementare e passionale, incline alle illusioni, essendo il Super Io temporaneamente accantonato, a vantaggio di un legame di tipo quasi ipnotico, che fa scatenare le pulsioni, perdere lo spirito critico, sentire un senso di onnipotenza e di impunità. Gli individui che fanno parte di una massa perdono dunque autonomia ed equilibrio, ma acquisiscono la sensazione di essere forti, in quanto parte di un tutto organizzato, che rassicura e protegge.

La nascita del citizen (cittadino ) offre ai partiti l’opportunità di superare il concetto di massa dando vita a nuove forme di rappresentanza politica che, lentamente ma costantemente, pervengono al superamento della forma partito di massa, per costituire nuovi soggetti rappresentativi della società, passando quindi da una forma organizzativa verticale a quella orizzontale, con l’intento di raccogliere ed intercettare gli umori e le rivendicazioni dell’elettore/cittadino che spesso si organizza in movimenti portatori di rivendicazioni specifiche ed espressione di un sentimento antipartitico e anti stato, spesso associato ad una critica durissima contro la casta politica privilegiata e aristocratica, ritenuta troppo costosa e politicamente incapace ad attuare le necessarie trasformazioni richieste dalla terribile crisi socio/economica in cui si dibatte la società italiana.

Lungo l’arco del XX e gli inizi del XXI secolo si sono registrate trasformazioni dei Partiti, DC,PCI,PLI,PRI,MSI, PIUSP, e i tanti altri che hanno cambiato nome, modificato alla radice la loro struttura organizzativa adeguandola alle novità segnate dal progresso della moderna società, anche se con lentezza e talvolta con poche modifiche delle linee politiche, con lo scopo di meglio poter rispondere alle controverse riforme elettorali tentate per adeguare il soggetto politico alle aspettative della moltitudine, che segnalava la nascita un nuovo ordine inserito nella globalizzazione, a cui occorreva dare una diversa risposta in termini di egemonia politica.

Quindi non più il Partito di massa, non più praticabile l’esperienza del partito del cittadino guidato da una èlite politica, ma un nuovo esperimento con il quale testare la novità del coinvolgimento movimentista dell’opinione pubblica. Questa sembra essere la novità di questo inizio del XXI secolo, sulla quale occorre riflettere per capire quale orientamento prenderà la società del presente e quella che si appresta ad esplorare il futuro.

I confini dell’analisi non finiscono qui, poiché il vero spirito del pensiero del riformismo contemporaneo si situa nell’ambito di questa didattica politico-filosofica che, nel corso della storia, ha portato a sintesi la tendenza culturale del pensiero che si richiama alla sinistra sia radicale che conflittuale/riformista, che si manifesta con una certa forza ed in modi rappresentativi diversi nel nostro Paese. In definitiva, si tratta di riconoscere alla tendenza movimentista un orientamento transitorio all’interno della mobilitazione politica, poiché si rivolge a forze diverse: militanti, studenti, dirigenti, gruppi sociali, sindacati, che si muovono seguendo una logica di frastagliamento degli obiettivi e si presentano come movimenti minoritari, se comparati alla problematiche della società nel suo complesso e all’interno delle stesse classi che, guardate secondo le categorie della sinistra, risultano comunque subalterne al potere.

Per il fatto quindi che si sono raggiunti livelli di intensa contraddizione ( poca importa stabilire qui se ciò influenzi o meno il potere costituito economico e politico), la realtà delle cose ci spinge ad analizzare e comprendere le ragioni di questo minoritarismo originato del movimentismo, che si scopre essere divenuto lo strumento politico del nostro tempo. Non si guardi a questa pretesa contemporanea come ad una forzatura intellettualistica, filosofica o astratta, giacché la connotazione e la qualificazione sociale e culturale della materia qui sollevata coinvolge pienamente la vita politica, le lotte quotidiane e le prospettive che, con i movimenti, si intendono indicare al paese e alle classi sociali delle quali si sentono i rappresentanti. Il proposito di pervenire ad una comprensione del fenomeno è irrinunciabile, poiché risolvere oggi il punto, cioè come esprimere un pensiero maggioritario passando dai movimenti, se non altro nell’ambito della sinistra, diviene il tema e l’obiettivo culturale e politico per il quale lavorare, ciò per evitare quel processo di fraintendimento ( e frazionamento) sub-culturale verso cui stiamo indirizzando l’attenzione della classe lavoratrice e della sinistra democratica.

Sconfitta con il referendum l’idea del partito unico ed il proposito maggioritario che ne costituiva l’humus, anziché utilizzare la struttura del partito tradizionale, organizzato territorialmente ed “elemento imprescindibile nello stato moderno”, per usare il lessico Gramsciano, l’ala scissionista del PD ha optato per la costituzione di un movimento, MDP, in cui è stato possibile raccogliere le diverse correnti ideali che animano l’area frazionista. Una scissione non improvvisata e tuttavia sorprendente, poiché maturata lungo un percorso durante il quale molti provvedimenti, oggi contestati con durezza, sono stati approvati proprio con il consenso di gran parte dei fuoriusciti dal PD.

A questo punto è il caso di affermare: niente di nuovo, niente di reale, se intendiamo cercare un senso dottrinale o declinare a una novità metafisica la scelta di costituire un movimento politico, anche se indicativamente chiamato Democratico e Progressista. Una risposta minimale ad una crisi diffusa ad ogni livello: economico, sociale politico, alla quale il movimento DP, mancando di quella caratteristica identitaria del partito di classe, non ha acquisito in questo passaggio la fondamentale titolarità ad esercitare tale ruolo.

D’altro canto si deve considerare che i movimenti si distinguono dai partiti per una peculiarità loro immanente, in quanto si costituiscono per esercitare una pressione sociale limitata ad un tema specifico, anche se per la consequenzialità della sua natura, può in effetti influenzare tematiche più generali. Si prenda l’esempio dei movimenti ecologisti, animalisti, ambientalisti o di carattere sociale e civile. Spesso le forme attraverso cui sono sostenute le rivendicazioni assumono il carattere manicheo, di contrasto con altri movimenti portatori di contenuti rivendicativi opposti. Ecco, allora, che la funzione della politica, intesa come studio della situazione umana, dal singolo al collettivo, per cercare, proporre, imporre soluzioni, si evolve nel Partito, quale soggetto e sede di rappresentanza degli interessi collettivi e dei conflitti, impossibile da sostenersi nell’ambito di un movimento.

Il caso, o il fenomeno, qui esposto sembra interessare solo il nostro Paese. M5S, Forza Italia, Lega, molti gruppi della sinistra radicale, ma anche della destra estrema, il nuovo MDP e, se vogliamo essere obiettivi, anche lo stesso PD, con i suoi Circoli in luogo delle tradizionali sezioni, ha più vicinanza ad un movimento che ad un partito tradizionale. Quindi, più movimentismo che partiti. Se volgiamo lo sguardo verso Paesi dell’Europa occidentale non troviamo riferimenti di questa importanza e rilevanza.

Allora, dobbiamo chiederci da cosa origini la diversità dell’Italia, su questo tema della nascita di un orientamento movimentista, che decostruisce la funzione dei Partiti e del loro ruolo. Il sillogismo che ne discende individua nell’inettitudine della politica, nel gruppo dirigente, nelle aristocrazie che si sono impossessate dei Partiti, il fallimento del soggetto politico, che si è trasformato nel fallimento dei partiti.

In questa sede non è possibile cedere alla tentazione di aprire un filone di ricerca finalizzata alla comprensione dei processi sociali e politici che hanno determinato la fine dei partiti tradizionali, il superamento delle loro ideologie, l’obliterazione delle loro idee, poichè, come in un procedere apotropaico sono le oligarchie del potere politico a spezzare ogni legame con le masse, i cittadini. Si tratta di rendere evidente, non appena ci si svegli dal sonno della ragione, indotto artificialmente dai media e dalle élite intellettuali al servizio dell’informazione, come le vecchie ed eterne questioni divengano attuali, così i conti richiedono di essere fatti mettendo in atto il tentativo di tradurre in politica e nella realtà sociale i valori della modernità.

Nella paralisi dell’azione politica che si è costretti a registrare, a cui si associa la mancanza d’immaginazione e di prospettive, le risposte politiche di questo presente storico sono gli archetipi di un atteggiamento “astorico”, per cui si finisce con l’esaltare sia la perdita del valore educativo/gnoseologico del rapporto con il passato, sia la rinuncia a pensare ad un futuro inteso come storia da costruire da parte di tutti e di ognuno.

Alberto Angeli