Socialismo

Un lavoro da intraprendere per sconfiggere la crisi che ci ha consegnati alla destra protofascista. di A. Angeli

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Oggi è consuetudine dire che ‘tutto è spettacolo’: la politica è spettacolo, la giustizia è spettacolo, la vita privata è spettacolo… Ebbene, qualcuno l’aveva previsto oltre 40 anni fa, tanto che la sua fama è dovuta principalmente proprio ad un suo libro intitolato “La società dello spettacolo” dello scrittore Guy Debord, un teorico marxista francese, filosofo, regista, critico del lavoro, membro dell’Internazionale. Una sua frase ci permette di entrare nel tema: “- nel mondo realmente rovesciato, il vero è un momento del falso”. E il vero, per quanto riguarda il nostro paese, è rappresentato dai discendenti del Fascismo che oggi sono alla guida dell’Italia, proprio al compimento dei 100 anni dalla marcia su Roma. La storia si ripete, ci ricorda Karl Marx: la prima come tragedia la seconda come farsa. Gli applaudenti di questa cinica commedia sono i cosiddetti opinionisti, quella parte che controlla l’informazione cartacea e televisiva, indirizza l’opinione con i talk show e obnubila la mente di molti spettatori: mettiamo alla prova il nuovo Governo, aspettiamo i primi provvedimenti. Poi giudicheremo. Intanto. Intanto, si colgono già cambiamenti d’umore, di opinioni, anche di giudizi sulle prime mosse della Premier, la quale chiede di essere indicata come Primo Ministro, anche se l’Accademia della Crusca evidenzia che si deve indicare come Ministra. Una prima donna alla guida del Governo. Una donna determinata, scrupolosa, non ricattabile aggiunge Lei. Da parte di giornalisti di firma importante non lesinano rilievi positivi, sottolineature cariche di impliciti complimenti. Madrid è ormai lontana, e anche la rappresentazione della Meloni su quanto urlato dal Palco di Vox è riposto negli archivi, come del resto tutto il passato. Ora conta solo il futuro, in cui sta scritto il suo itinerario di Patria, Dio e famiglia, che ha portato alla elezione dei Presidenti del Senato e della Camera, nonché di alcuni Ministri che, senza infingimenti, dovrebbe leggersi come un itinerario su cui questo Governo intende orientarsi per comprimere diritti, libertà, conquistate con tante difficili lotte. Poi ci sono i temi dell’economia, il Pnrr, del lavoro, della lotta alle diseguaglianze, della formazione, dell’università, della ricerca e la lotta contro la povertà. Ma già oggi ci sono le questioni aperte, pesantissime, della crisi economica che avanza con l’inflazione al 10%, i costi dell’energia che ha ormai sbilanciato i redditi delle famiglie, la tenuta delle imprese, la difficolta degli approvvigionamenti delle materie prime e dei microchip. E la guerra in corso, ai confini dell’Europa e con la guerra il diffondersi di una spaventosa crisi mondiale, che annuncia l’avvicinarsi di una carestia e l’aumento della disperazione di chi vive in Paesi poveri, con l’attesa ripresa della migrazione di milioni di esseri umani in fuga verso l’Europa. Poi, il grande tema dell’accoglienza, sulla quale, invero, l’Europa è completamente assente, su cui la destra e FdI in particolare hanno minacciati uno sbarramento con navi militari. Non c’è quindi nulla di cui gioire, con la nascita di un Governi parafascista.

E i partiti della minoranza usciti dal voto del 25 settembre? La cosiddetta opposizione che già dà prova di una paurosa incapacità di analisi, di responsabilità di fronte al pericolo che il paese sta correndo. Anzi, si muovono facendosi opposizione tra loro. Il PD, alla ricerca di una sua identità, sembra smarrirsi nella nebbia delle candidature alla sostituzione di Letta, anziché aprirsi al paese, confrontarsi con la società in modo radicale, muoversi nelle realtà della quotidianità in cui la gente si muove, organizza la propria vita e deicide del proprio futuro, spesso disorientata dalla lontananza della politica, delle stesse istituzioni, così rompe, frattura ogni rapporto con i partiti, con le istituzioni, ed esprime nel voto questa sua rabbia, la delusione accumulata in questi anni appesantiti dalla pandemia, prima, e oggi dalla guerra e dall’aggravarsi della situazione sociale e economica: inflazione, povertà, incertezza sul futuro prossimo, non quello del domani. E poi c’è la figura di Conte, il novello riformista, che dopo avere abbandonato il “Vaffa”, ha scoperto come sia facile recuperare consensi ricorrendo a proporre l’assistenzialismo come medicina alternativa alla lotta di classe. Un esperto nella recita, visto che ha recitato una lunga commedia con il Governo da lui presieduto e sostenuto anche da Salvini e Berlusconi. E’ la terza forza elettorale del Paese e lui si sente gaudenteme nte riformista, una trasformazione da che lo porta a sfidare furbescamente il PD sul terreno dell’assistenzialismo, dei benefit, dei bonus, senza una visione politica del futuro economico, produttivo, finanziario del Paese. Eppure, il PD dovrà elaborare una strategia per sottrarsi a questa sfida che Conte vorrebbe condurre sul terreno dell’uomo qualunque, rivolgendosi al mondo che ha cessato da tempo di rappresentare con la dovuta lucidità e coerenza. Poi ci sono Renzi e Calenda, che si autodefiniscono liberali riformisti, pronti a sostenere un agenda Draghi, un movimento in aperta sfida al PD con propositi di polemica quotidiana, oggi resa più convinta dal successo conseguito nel voto del 25 settembre, confidando sulla crisi che investe quel partito. Un raggruppamento insolito, quello tra Renzi e Calenda, fino a ieri in duro contrasto e poi uniti dall’avventura, anche è difficile svelare verso quel porto intendano approdare. Certo, non è sinistra, anche se il sostantivo Riformista accompagna l’idea liberale. Insomma, la società aperta e i suoi nemici, cioè la democrazia è messa a dura prova dalla difficile situazione in cui si volge la vita politica, amministrativa e sociale del nostro Paese.

Da questa breve nota si comprende come nel panorama politico si avverta la mancanza di un’idea di sinistra, di una voce socialista, riformista, innovativa e rivolta all’orizzonte, là dovrà essere recuperato il rapporto con il mondo del lavoro e degli esclusi. Non potrà farlo il PD, un partito interclassista, né Conte, come abbiamo visto, né il duo Calenda/Renzi. Solo una forza che in questi anni è stata sempre ai margini dell’area politica della sinistra e quindi niente affatto compromessa con gli errori, le ambiguità del PD. Il socialismo si ritrova in quei movimenti sociali che si sono costituiti a difesa dell’ambiente, del clima, delle libertà di genere. Si è sempre collocato dalla parte del lavoro, degli esclusi, e fortemente aperto all’accoglienza e bene integrato con quelle forze che si battono per la pace, senza condizionamenti e a difesa dei diritti e della giustizia e quindi contro ogni autoritarismo. I socialisti devono uscire all’aperto e proporsi come artefici di un rassemblement aperto a tutte le forze riformiste, libertarie, pacifiste, ai giovani e lì ridefinire una movimento, inventare, se necessario, un nuovo fronte del socialismo che guarda oltre al futuro analizzando gli errori del presente per costruire un progetto di società adatta al XXI secolo. Un lavoro difficile, ma che solo i socialisti, riunendosi e muovendosi in quella direzione, potranno sostenere e realizzare.

Angeli Alberto

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I socialisti francesi sosterranno Melenchon. di G. Giudice

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I socialisti francesi hanno deciso , al loro consiglio nazionale, di concludere l’accordo politico-programmatico con Jean Luc Melenchon per le parlamentari di Giugno . Con il 62% dei voti, questa linea è stata approvata. E’ stato anche deciso che chi si candiderà con altre liste sarà esplulso dal partito. Sappiamo tutti che Hollande e c hanno condotto alla rovina il PS, portandolo al 7% (dal 30%). Melenchon è riuscito a fare un capolavoro politico; unire le varie sensibilità della sinistra (l’accordo è stato raggounto anche con i verdi e i comunisti del PCF). Ed ha, anche, in certo qual modo, riscattato la dignità politica dei socialisti francesi. Cioè del partito in cui ha militato per 32 anni , avendo avuto incarichi dirigenti ed ha fatto per due anni il ministro con il governo Jospin. In questo modo Melenchon potrebbe aggregare elettoralmente una vasta area elettorale e gli auguriamo con tutto il cuore che centri l’obbiettivo di fare il primo ministro in coabitazione. Credo che il fenomeno non sia riproducibile in Italia, purtroppo. O quanto meno è molto improbabile che avvenga, per le ragioni che sappiamo.

Giuseppe Giudice

Le mistificazioni della stampa “liberal” su Melenchon. di P. Giudice

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Che Melenchon sia un socialista non vi sono dubbi. Come lui ha più volte detto , il suo programma riprende molti puinti del vecchio programma del PSF (gettato poi alle ortiche da Hollande). La cosa che ti fa più rabbia è il paralllelismo che una stampa , tristemente nota, fa tra la Le Pen e Melechon. Cioè tra una fascista, xenofoba e reazionaria ed una personalità della sinistra socialista. Non importa se Melenchon ha per ben dieci volte detto ” non un voto vada alla Le Pen”. Certo non poteva dire : votate Macron contro il quale ha condotto una durissima campagna elettorale. Del resto , in Francia è diffusa una avversione profonda per Macron, tra molti strati della popolazione. Per le sue politiche volte a smantellare lo stato sociale ed i diritti dei lavoratori, nonchè colpire le piccole imprese. Mia sorella (che ha molte amiche in Francia) ha potuto ben registrare tale profonda avversione. Di fatto Macron ha smantellato tutte le conquiste sociali fatte dai socialisti, in passato. Del resto se si legge il programma elettorale (che ho già illustrato, in un altro post) è evidente che è un programma di “socialdemocrazia radicale” molto vicino a quello di Corbyn. Opposto sia a Macron che alla Le Pen. Di fatto se i comunisti francesi (che odiano Melenchon) non avessero candidato un loro uomo (che ha preso il 2,6%) Melenchon avrebbe potuto andare lui al ballottaggio. Solo 400.000 voti lo separano dalla Le Pen. Comunque, a titolo informativo , Melenchon ha condotto un sondaggio tra i suoi elettori: il 51% si asterrà e non andrà a votare, il 33% voterà per Macron, il 16% per la Le Pen.

Peppe Giudice

Partigiano: ovvero da che parte stare. di R. Papa

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Oggi infuria una polemica “irreale” tra accuse di “nipotini di Biden” e “nipotini di Putin” mentre nel centro dell’Europa infuria una guerra che rischia di trascinarci tutti nel baratro.

Invece di cercare di capire – per qualcuno è troppo difficile – ci si azzuffa su un comunicato dell’Anpi, o sul prof. Orsini, ultima star mediatica. Siamo pur sempre il paese dei guelfi e ghibellini. Dopo i tanti virologi, ora abbiamo gli esperti di geopolitica.

I “compagni” che stanno ormai assurgendo a categoria dello spirito, si dividono, come se ce ne fosse ulteriore bisogno, come ai bei tempi tra stalinisti e antistalinisti, socialfascisti e traditori della classe operaia. Compagni e compagne di una vita si “bastonano”, a suon di parole, per carità, e si spezzano antiche amicizie, tra chi sta con i russi, o quantomeno ne giustifica le azioni, e chi sta con gli ucraini o quantomeno ne giustifica la resistenza.

Oggi ho cominciato la lettura del libro di Anna Politkovskaja “La Russia di Putin” e già la prima pagina mi ha confermato che quanto fin qui ho scritto su questa “maledetta guerra”, su ciò che sta accadendo in Ucraina, non è una mia proiezione ideologica da vecchio socialista antistalinista, che già nel 1968 scelse di stare dalla parte della rivolta di Praga al fianco del compagno Dubcek. Per l’Ungheria ero troppo giovane.

Oggi non si può non sottoscrivere quanto nel febbraio 1917 scrisse il socialista Gramsci:

“Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti”

Oggi per me essere partigiano significa stare dalla parte della resistenza ucraina contro il dittatore Putin e se questo significa essere “un nipotino di Biden” ebbene sono un “nipotino di Biden” anche se non ho capito bene cosa voglia dire. Forse che i nostri genitori che combatterono il nazifascismo non furono “i nipotini di Roosevelt”?

Oggi come allora difenderemo sempre chi sta dalla parte della libertà, della democrazia, del diritto all’autodifesa da qualunque invasione sia essa americana, sovietica o russa.

Roberto Papa

La sfida del XXI secolo: realizzare il Socialismo per combattere i nuovi poteri economici. di G. Martinelli e A. Angeli

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Il XX secolo terminò con un drammatico interrogativo sul destino dell’idea socialista, sulla quale ormai è diventato un luogo comune affermarne la crisi d’identità e di rappresentanza della sinistra politica quale sintesi del riformismo e del progresso. Molte sono state le tesi che agli inizi del III° millennio presagirono “ la fine del socialismo come rappresentante della sinistra ”. A dare una qualche fondatezza a quelle tesi sono gli avvenimenti del XX secolo che segnarono una svolta nella storia della sinistra mondiale e italiana: la caduta del muro di Berlino nel 1989, la fine del PCI e la nascita del PDS nel febbraio 1991 e del Comunismo Sovietico dicembre 1991. Tuttavia, i processi sociali e politici che si sono susseguiti nel tempo hanno portato in superficie una realtà che rappresenta tutt’altra cosa rispetto ai segnali, questi si profetici, di quelle tesi deterministiche sulle quali si misurava la coincidenza della fine del socialismo con la crisi della sinistra Europea, poiché mentre coincideva con la fine del comunismo , non poteva darsi per scontato che a questa crisi seguisse quella del socialismo democratico europeo dato che, appunto, non aveva alcuna attinenza con la crisi del marxleinilismo. E infatti il socialismo Europeo mantiene tuttora una presenza politica a partitica e di governance in molti Paesi dell’Europa, una identità che però ha subito una metamorfosi fino a patire una trasfigurazione identitaria e politica degli ideali socialisti, con l’archiviazione del pensiero rivoluzionario e anticapitalistico, sostituendolo con un distopico sogno di rifondazione di un socialismo liberale del XXI secolo, come sta avvenendo in Italia. E qui s’impone un’altra precisazione: è totalmente sbagliato attribuire a un fenomeno naturale o al destino cinico e baro la destrutturazione dell’ideale socialista, conseguenza di una metamorfosi identitaria e di prospettiva politica, che si è concretizzata nell’abbandono della sua vocazione genetica di alternativa al capitalismo per identificarsi in una politica liberal-borghese e di collaborazione con il potere economico e finanziario, e scoprire così di ritrovarsi nell’indistinto processo politico in cui destra e sinistra si annullano in un indeterminismo sociale a vantaggio dei populisti e sovranisti. E’ questa curvatura politica che determina per la sinistra la perdita del sostegno elettorale del mondo del lavoro, degli esclusi, di chi subisce le diseguaglianze prodotte dalla globalizzazione, che sembra inarrestabile in molti Paesi, ma, per quanto c’interessa qui rilevare, soprattutto in Italia. Ed è in questa frattura che si inserisce il populismo con la manipolazione dei temi sensibili: lavoro, reddito, sicurezza, immigrazione, ambiente, politica Europea, ruolo dell’Euro, fino a spingersi ad una messa in discussione del parlamento, della democrazia, dell’antifascismo Costituzionale. L’economista Shoshana Zuboff afferma nel suo ultimo lavoro: “ogni vaccino inizia con un’attenta conoscenza della malattia nemica”, e per il socialismo la malattia sono le nuove forme di sfruttamento e di condizionamento delle libertà individuali e collettive e l’antidoto, il vaccino contro la malattia del nuovo capitalismo moderno è il socialismo, anche se, certamente, occorre un laboratorio in cui approfondire la ricerca di queste nuove forme patologiche con le quali si manifesta la malattia, e non solo perché siamo nel XXI secolo, ma perché il socialismo rimane oggi l’unica e ultima risposta.

Gabriele Martinelli e Alberto Angeli

Il dramma del socialismo italiano. di G. Giudice

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Da tempo sostengo che è pura e semplice assurdità politica voler rifondare il PSI. E poi quale PSI? Credo che una sinistra nuova e larga abbia bisogno anche dell’apporto essenziale della migliore cultura e tradizione socialista italiana.

Ma deve comprendere anche altre tradizioni ed esperienze, e forze nuove che emergono oggi che sono perfettamente compatibili con istanze socialiste, intese in senso largo. Se è vero che una damnatio memoriae del socialismo è frutto della infelice stagione dell’Ulivismo prodiano. Era utile per rinunziare a quelle istanze che si ponevano in conflitto con il capitalismo, per accettare il liberismo “progressista” di Clinton.

Ma a questa damnatio memoriae hanno contribuito (nei limiti delle forze che avevano a disposizione) anche i “cespugli ” post-craxiani dallo SDI di Boselli ( che ha sempre cercato di ricavarsi degli strapuntini proprio nel campo dell’Ulivo), fino ad una sigla che si è posta sotto l’ala protettiva di Renzi (!!!!!). Ma a parte queste manovre, politicamente molto discutibili, questi cespuglietti si sono fondati (seguite anche da alcune associazioni) sul dato che l’unico vero PSI è stato quello di Craxi. E tutto quello che veniva prima, era “preistoria del socialismo”. Quindi preistoria erano Lombardi, De Martino, Codignola, Foa, Santi, Brodolini Basso, Mancini, Bertoldi e molti altri. Naturalmente non osavano criticare Nenni e Pertini (i quali oggi si rivolterebbero nella tomba) perchè troppo amati. Naturalmente tutto ciò è ridicolo, ma è stato un grave danno per tutta la sinistra, soprattutto per coloro, che per mancanza di informazioni, tendevano di ridurre il PSI al bonapartismo craxiano. Addirittura Boselli con la politicamente ridicola esperienza della “Rosa nel Pugno” mise Zapatero, Blair e Fortuna tra i suoi modelli ispiratori. Questa è, comunque è una delle ragioni per cui mi sono battuto per dare un quadro d’insieme, non mistificato, della tradizione cultura socialista italiana.

Se tra i renziani travestiti da socialisti si definisce Corbyn un bolscevico. O se qualcuno , che oggi sta in Forza Italia (proveniente dal craxismo) , definisce Lombardi comunista, la misura è colma.

Giuseppe Giudice

La questione delle donne e il socialismo (Marx ed Engels). di A. Angeli

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Un linguaggio nuovo per il cambiamento. di A. Angeli «  caseperlasinistraunita

Un richiamo a Friedrich Engels e al suo contributo nel campo dell’analisi dei rapporti tra genere e classe, in particolare del rapporto tra donne lavoratrici e socialismo.

Il 14 marzo 1883 muore Karl Marx, lasciando nello sconforto l’amico e collaboratore Friedrich Engels, al quale rimaneva in eredità il ricco patrimonio di lettere e appunti rimasti incompiuti. Proprio mentre stava riordinando questa mole di documenti a casa di Marx trova una serie di appunti basati sulla lettura dell’opera dell’antropologo americano Lewis Henry Morgan, il cui ultimo libro, The Ancient Society, era stato pubblicato qualche anno prima. Dalle lettere emerse che tra i due c’era stato un fitto scambio su questo argomento, così Engels si propose di sistematizzare alcune idee in proposito. Utilizzando le note etnologiche di Marx, Engels sviluppa un’analisi storica e materialistica delle organizzazioni sociali, in particolare dei cambiamenti nelle forme di parentela, della famiglia patriarcale, dell’istituzione del matrimonio e della monogamia. Il suo libro “L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato”, fu pubblicato per la prima volta nel 1884 e da allora è stato considerato un’opera chiave per il femminismo socialista.

Engels aveva 24 anni quando fu pubblicato il saggio di Lewis, in cui veniva evidenziata l’oppressione che pesava sulla condizione delle donne lavoratrici in Inghilterra, un testo del 1845, che proseguiva affrontando la situazione della classe operaia Inglese, mettendo in evidenza la reale vita della classe operaia, le sue condizioni di lavoro, del sovraffollamento delle città e dei grandi disagi, che per il sociologo sono l’humus su cui fondare e far crescere le varie correnti socialiste, dal socialismo utopico al comunismo. Per Engels, questo testo, come chiarisce nell’edizione del 1892, costituisce un contributo su cui proseguire nella costruzione del suo lavoro teorico verso il socialismo scientifico, che proseguirà nel corso degli anni anche con l’aiuto di Marx. Il saggio di Engels offre una visione sconvolgente della società capitalista. Racconta lo shock che si prova entrando a Londra, risalendo il Tamigi. Il viaggiatore è affascinato dalla concentrazione urbana e dalle caratteristiche signorili degli edifici, dalle barche, tutti i segni di una fiorente civiltà. Una civiltà raggiunta a caro prezzo e con sacrifici inimmaginabili per gran parte della popolazione, a vantaggio di pochi. Il quadro offerto dall’analisi di Engele evidenzia le brutali disuguaglianze causate dal capitalismo, dove ogni “miracolo di civiltà” è costruito sull’oppressione di gran parte di questa stessa società, di chi non ha nulla, i proletari. Engels ci trasporta nei quartieri popolari, alla scoperta di strade sporche e strette, di case non riscaldate e di scarsità di cibo. Ed è allora che fa particolare riferimento alle donne lavoratrici, che sono la maggioranza nei laboratori tessili, che lavorano 10 o 12 ore al giorno come le loro compagne, ma ricevono salari più bassi, che in tempi di crisi sono le prime ad essere licenziate, e che quando tornano a casa devono occuparsi della cucina, delle pulizie e della cura dei bambini. E anche se ancora non troviamo qui una teorizzazione sul ruolo delle donne della classe operaia nella società capitalista, Engels insiste ripetutamente sul fenomeno sociale che colpisce in particolare le donne. L’ordine sociale capitalista, afferma, disintegra la famiglia della classe operaia, rendendo impossibili le sue condizioni di esistenza:

“Così l’ordine sociale fa quasi impossibile all’operaio e alla vita di famiglia; una casa inabitabile e sporca che è appena sufficiente per il rifugio notturno, male ammobiliata e spesso senza riparo dalla pioggia e non riscaldata, una atmosfera umida in una camera piena di persone, non permettono alcuna vita famigliare; l’uomo lavora tutto il giorno, forse anche la moglie e i ragazzi più vecchi e tutti in luoghi diversi; essi si vedono soltanto alla mattina ed alla sera, da qui le visite continue alle bettole; dove può esistere la vita di famiglia? Tuttavia l’operaio non può sfuggire alla famiglia, egli deve vivere nella famiglia e ne sono conseguenza le continue liti, le discordie che agiscono sui coniugi e specie pei ragazzi nel modo più demoralizzante”

Il saggio mostra come nelle fabbriche tessili lavorino donne di età compresa tra i 15 e i 20 anni, e anche un gran numero di bambini è impiegato in questi lavori. Engels fa notare che spesso le lavoratrici “tornano in fabbrica tre o quattro giorni dopo il parto” e durante le ore di riposo corrono dal lavoro alla casa per nutrire il neonato. Quando passano 12 o 13 ore nelle fabbriche, i bambini vengono lasciati alle cure di un membro della famiglia o di un vicino, oppure vanno in giro a piedi nudi. I luoghi di lavoro sono anche ambienti frequenti per gli abusi sessuali, dal momento che:“il servizio nelle fabbriche, come qualsiasi altro ed ancor più, riserva al padrone il jus primae noctis. Il fabbricante è anche in questo rapporto padrone del corpo e delle attrattive delle sue operaie”. Ecco perché, insiste Engels,“il lavoro delle donne in fabbrica disorganizza inevitabilmente la famiglia e quella disorganizzazione ha, nello stato attuale della società, che poggia sulla famiglia, le conseguenze più demoralizzanti, sia per i mariti che per i figli”.

Su questi temi Marx ed Engels ritornano con il saggio titolato la “ Sacra Famiglia” del 1845, in cui insistono sulla necessità di lottare per l’emancipazione delle donne, approfondendo l’analisi sull’origine storica dell’oppressione e una critica radicale della famiglia patriarcale. E’ questo testo che si ripropongono le idee del socialista utopico Fourier quando sostiene che “il progresso sociale e il cambiamento dei periodi sono operati in ragione diretta del progresso delle donne verso la libertà; e le decadenze dell’ordine sociale sono operati in ragione della diminuzione della libertà delle donne”. Molti socialisti utopici si erano già occupati nel corso degli anni dell’oppressione delle donne, escogitando alternative su come superarla. Nei testi e nei lavori di questi teorici erano state affrontate questioni come la necessità di socializzare il lavoro domestico, di porre fine alla monogamia e di sviluppare l’amore libero, alla necessità di riorganizzare l’architettura delle case unifamiliari, elaborando progetti per piccole società comunitarie. Queste indicazioni di lotta socialista, tuttavia, erano diffusi, come parte di un socialismo pre-scientifico; non dicevano chiaramente né come raggiungere questi obiettivi, né quale forza sociale potesse realizzarli. Le esperienze delle comuni oweniane negli Stati Uniti non ebbero successo, anche se, come ha sottolineato Engels in un’opera successiva, con i loro scritti i socialisti utopici hanno gettato i semi per immaginare la futura società comunista. Anche nel Manifesto comunista Marx ed Engels ripropongono l’idea che sia il capitalismo a distruggere i tradizionali legami familiari della classe operaia, incorporando massicciamente donne e bambini nella forza-lavoro, equiparando i membri della famiglia operaia nello sfruttamento. Ma, allo stesso tempo, denunciano il “doppio standard” della borghesia: mentre i comunisti erano accusati di voler fondare la “comunione delle donne”, in realtà i borghesi in un certo senso già la esercitavano attraverso l’adulterio (socialmente ammesso solo per gli uomini) o la prostituzione, considerando le donne come loro proprietà. Infine, anche se nel Capitale ci sono diversi riferimenti al lavoro delle donne – sia per quanto riguarda la composizione dell’esercito della riserva industriale che per il brutale sfruttamento del lavoro femminile e infantile – l’analisi più sistematica dell’istituzione familiare e delle cause dell’oppressione femminile sarà sviluppata da Engels, come abbiamo già detto, in L’origine della famiglia.

Non è possibile qui affrontare tutto il lavoro teorico elaborato nella storia ad oggi, ma il richiamo ad un passo del Capitale sulla riproduzione sociale che è stato rilanciato negli ultimi anni, è utile per ricordare semplicemente che “comprendere il rapporto tra riproduzione e produzione -e sottolineare la subordinazione della prima alla seconda sotto il capitalismo- è fondamentale per poter articolare una strategia di lotta” da una prospettiva socialista femminista”.

Proseguendo con Engels, “le donne potranno superare l’oppressione patriarcale solo quando le famiglie e il matrimonio cesseranno di esistere come unità di dipendenza economica obbligatoria, quando il lavoro riproduttivo sarà socializzato e anche quando “l’assistenza all’infanzia e l’educazione saranno un affare pubblico”; e, come ancora scrive Engels, in gran parte del mondo le donne continuano a educare i bambini a casa, non esiste un’istruzione pubblica universale diffusa, non ci sono scuole materne. Solo le donne della borghesia potevano liberarsi completamente di parte del lavoro di assistenza all’infanzia, attraverso il lavoro mal pagato delle donne lavoratrici. Al di là delle differenze storiche, la questione è ancora pienamente valida, in specie se si considera il degrado dell’istruzione e della sanità pubblica che è stato portato avanti dai governi capitalisti; quando non ci sono asili nido o scuole materne gratuite garantite fin dai primi mesi e, prende corpo il triplice fardello che molte donne che lavorano devono sopportare: contribuire all’educazione virtuale dei loro figli, in tempi di pandemia.

Lo stesso Engels notava questa prospettiva in una lettera del 1885: “La vera uguaglianza tra uomini e donne può, ne sono convinto, diventare una realtà solo quando lo sfruttamento di entrambi da parte del capitale è stato abolito e il lavoro privato in casa è stato trasformato in un lavoro pubblico”.

Alberto Angeli

Cento anni fa (14 febbraio 1921) nasceva Raniero Panzieri. di U. Signorelli

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Fu uno degli esponenti di una sinistra socialista originale , molto lontana da quella “grigia” di Vecchietti e Valori. Tant’è , che pur essendo contrarissimo al centrosinistra non aderì mai al PSIUP.

A dispetto di ciò che gli fu attribuito, non si considerò mai operaista – termine fatto proprio da Tronti e Negri (con i quali ruppe , poco prima di morire). Panzieri, dopo il 1960 rinunziò a tutti gli incarichi nel PSI. Eppure era stato responsabile cultura del PSI, condirettore di Mondo Operaio (ma di fatto direttore). Morandi lo inviò a fare il segretario regionale siciliano del PSI negli anni 50, diresse le lotte contadine e dei minatori, meritandosi l’elogio di Nenni.

La sua grande capacità di unire l’approfondimento teorico con la presenza e la guida nelle lotte, ne fanno un personaggio raro. Panzieri risente molto dell’influenza di Morandi, ma soprattutto del Morandi ante-1946. Quello del socialismo libertario e dei consigli di gestione. Ma era molto interessato al dibattito che si svolgeva oltre le Alpi. Soprattutto in Francia con la rivista “Socialisme ou barbarie”, uno dei punti fermi di una critica da sinistra al socialismo reale. Di qui il suo approfondimento sul tema della non neutralità dell’uso delle macchine, rispetto ai “rapporti di produzione” , a vedere nel Capitale una opera di sociologia. La ripulitura di Marx dall’heghelismo. Il tutto sfocia nel discorso sui “contropoteri” come via per giungere all’autogestione socialista fino a raggiungere la stessa autogestione del Piano. Queste idee sono certo da collocarsi in un certo contesto storico che è quello del neocapitalismo degli anni 60. Ma vi sono delle suggestioni che poi hanno ispirato in parte le lotte dei lavoratori a cavallo tra la fine degli anni 60 e l’inizio dei 70. La lotta non solo per gli aumenti salariali, ma anche per modificare l’organizzazione del lavoro.

Riccardo Lombardi integrò parte del Panzieri dei contropoteri nel suo schema del “riformismo rivoluzionario”, dopo il 68. E se ne servì per dare forza al superamento di una visione economicista e produttivista del socialismo. Panzieri , il cui pensiero è rimasto incompiuto per la morte prematura a soli 43 anni, il 9 Ottobre 1964, rappresenta comunque una delle personalità più affascinanti del socialismo italiano del dopoguerra.

Ho avuto la grande opportunità e fortuna di conoscere Raniero Panzieri nella disadorna Federazione PSI di Biella negli anni 1962/63, frequentavo la 1° liceo classico e Raniero teneva lezioni su Marx e Rosa Luxemburg personalmente, o mandava Emilio Agazzi. Erano letture collettive del Capitale, dispense, discussioni ed io ero affascinato e intimidito dalla Sua immensa cultura e semplicità.

Segretario della Federazione era Pino Ferraris e attorno a lui c’erano Franco Ramella, Clemente Ciocchetti ed altri che avevano fondato i “Circoli di nuova resistenza” che Raniero convinse a trasformare in “Centri studi marxisti”.

L’ultima volta che vidi Panzieri gli dissi che avrei fatto giurisprudenza a Torino e che avrei voluto continuare quelle lezioni con Lui, mi diede il Suo numero telefonico e mi disse di chiamarlo se andavo a Torino dove mi stabilii nel 1965, un anno dopo la Sua immatura e rimpianta scomparsa. Vittorio Rieser, ancora iscritto al PSI, mi confermò che Raniero, con il quale aveva collaborato, quando morì era ancora iscritto al PSI e così anche altri Compagni Socialisti che avevano continuato a frequentarLo. Anni dopo conobbi la moglie di Raniero e parlando mi confermò che era morto con la tessera in tasca del PSI che a Torino lo aveva lasciato solo.

Raniero non era solo di un’onestà intellettuale cristallina, ma era anche di una coerenza profondissima per cui preferiva avere torto dentro il Partito piuttosto che ragione fuori di esso e, ribadisco, come Riccardo Lombardi, è morto con la tessera del PSI in tasca. Questa è la vera Storia di vita vissuta e non quella di fatti dedotti per comodità da storici revisionisti di destra o di sinistra.

Ulisse Signorelli

Un breve scritto sull’Europa. di A. Angeli

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Essere Europeista costituisce oggi una discriminante politica e una caratteristica identificativa che traccia una netta divisione dal populismo sovranista. Non è un caso, infatti, che proprio una delle caratteristiche richieste da Zingaretti e da Conte ai volenterosi era di dichiararsi Europeisti. Allora qualcuno potrebbe essere indotto a pensare che questa disposizione favorevole si sia rafforzata a causa dei Recovery Fund, quindi al cambio di pensiero che guida oggi l’Europa in merito alla creazione di bond per finanziare la crisi economica dovuta alla pandemia da Covid 19, che ha preso forma e sostanza con la elezione della signora Ursula Von der Layen, sostenitrice di un programma green per rendere l’Europa il primo continente a impatto climatico zero entro il 2050, nel contempo stimolando l’economia, migliorando la salute e la qualità della vita delle persone, avendo cura della natura e senza lasciare indietro nessuno. E tuttavia essere europeisti non è una scelta facile e scontata, anzi è un terreno di lotta durissima condotta contro avversari che vorrebbero abbandonare l’euro e portare l’Italia furi dall’Europa imitando la Brexit. Ma anche dichiararsi europeista includendo però dei “ma” comporta che si chiarisca cosa rappresenti questa scelta.

L’affermazione: sono Europeo, ha valore quando si condivide una civiltà; Saint-Simon data l’inizio dell’idea d’Europa a Carlo Magno, una consistente letteratura ne vede l’inizio nell’Illuminismo con Voltaire, ed è proprio nell’esperienza dell’illuminismo, inteso come una sorta di repubblica degli intellettuali, che assume carattere universale e ne illumina l’identità come continuazione del Romanticismo.; mentre per quella che viene indicata come la scuola francese, di orientamento marxista, indica la nascita dell’idea d’Europa nel Medioevo, alle soglie del pensiero Spinoziano. L’Europa è stata la patria del socialismo, nelle sue diverse declinazioni, poiché è su questa parte dell’occidente che ha preso le mosse l’industrializzazione e maturata una conflittualità geopolitica con gli Stati Uniti. L’Europa è storicamente territorio di migrazione, un fenomeno culturale che ne ha segnato un’ identità e la sua unità di base; l’Europa è stata anche territorio di guerre e di regimi totalitari, che hanno scosso le radici dell’allegoria illuministica sostenuta dagli intellettuali : che nello svolgersi dello scontro teorico diventano organici, secondo la definizione della scuola Gramsciana, perché al servizio del socialismo e decisi avversari del fascismo e del nazismo.

Non sfugge come il pensiero d’Europa derivi da un lungo percorso storico/culturale secolare, un pensiero che matura e si rafforza nel corso delle due guerre mondiali, fino a strutturarsi in una realtà altra sul piano della rielaborazione dei principi costitutivi di nuovi valori, che spingono alla nascita di partiti e di una società di massa con nuovi obiettivi il cui orizzonte è il superamento delle forme ideologiche dalle quali ha avuto origine il nazismo e il fascismo. Nel 1956 prendono corpo i primi contrasti tra le forze della sinistra, quando il PCI vota contro l’ingresso dell’Italia nel MEC, a differenza del PSI, con la motivazione del suo legame con l’Unione Sovietica e si oppone quindi all’Unione Europea vista come la costituzione di una forza di accerchiamento dell’Unione sovietica. Questo passo in avanti dell’Europa riposa soprattutto sulla pacificazione raggiunta tra Germania e Francia, da cui poi prenderà corpo e anima la nascita degli Stati Uniti dell’Europa. E’ in questi anni che inizia a circolare l’idea di un Federalismo, che trova nel pensiero di Altiero Spinelli la sua forza culturale e pragmatica, in contrasto con le idee contrarie di De Gaulle e Churchill. La spinta verso l’Europa è elaborata e contenuta nel dal Manifesto di Ventotene”, e trova la sua prima forma nei 6 Paesi che diedero il via al processo di unificazione europea (Italia, Germania Occidentale, Francia, Belgio, Lussemburgo, Olanda), rinunciando ai contenuti del Manifesto perché considerato utopistico. Nel 1951 nasce la CECA, primo passo verso il processo di integrazione, percorso rafforzato dal progetto per un esercito comune europeo, da intendersi come bastione antisovietico. Gli Stati Uniti avrebbero accettato questo esercito a patto che fosse inserito nel Patto Atlantico, ma il progetto fallì per i timori francesi di un riarmo tedesco, e di questo fallimento ancora oggi ne subiamo le conseguenze.

Nel 1957 nascono il M.E.C. e la C.E.E. Irlanda, Gran Bretagna e Danimarca entrano nell’Unione nel 1973. Nel 1981 con l’ingresso della Grecia abbiamo un’ “Europa dei Dieci”, mentre, parallelamente, l’Unione Sovietica organizza la “sua Europa”. Nel 1989 il leader socialista Bettino Craxi lancia l’idea della moneta unica, osteggiata dalla Thatcher; nello stesso anno crolla il muro di Berlino e si pongono nuovi orizzonti per l’allargamento dell’Europa. Nel 1992 entra in vigore il trattato di Maastricht, con i famosi cinque parametri. Nel 1990, con gli accordi di Schengen, si sopprimono i controlli sulle persone alle frontiere intercomunitarie. Nel 1990 entra nell’Europa la ex D.D.R. e nel 1995 nasce l’ “Europa dei Quindici”, con l’ingresso di Austria, Finlandia e Svezia. Tutto però procede con difficoltà, poiché nei cittadini prevale sempre un sentimento di prevalenza per la propria patria, anziché per un processo di unificazione vera. Contestualmente, il 1° Gennaio 1993 vengono eliminate le barriere doganali. La nascita ufficiale dell’Euro viene fatta risalire al 1° Gennaio 1999, quando viene introdotto all’interno di undici Paesi (Francia, Belgio, Italia, Austria, Germania, Finlandia, Irlanda, Lussemburgo, Olanda, Spagna, Portogallo), ma è nel 2002, precisamente il 3 Maggio 2002, che l’Euro diventa la valuta ufficiale dei Paesi dell’Unione monetaria europea. Nei dodici Paesi aderenti alla Moneta unica vengono fatte circolare otto monete e sette banconote in euro. Rimangono fuori il Regno Unito e la Danimarca, per i quali vige una deroga al Trattato di Maastricht. Anche la Svezia ha deciso, nel 1997, di non aderire alla moneta unica. Oltre ai Paesi membri dell’Unione, altri piccoli Stati come la Repubblica di San Marino, Città del Vaticano e il Principato di Monaco adottano l’euro come moneta circolante. Negli anni successivi la valuta è stata progressivamente adottata da altri stati membri, portando all’attuale situazione in cui diciannove dei ventisette stati UE (la cosiddetta Zona euro) riconoscono l’euro come propria valuta legale. Mercato Unico, 4 libertà fondamentali: libera circolazione delle merci; libera circolazione delle persone; libera circolazione dei capitali; libera circolazione dei servizi. Poi: Unione Monetaria e Unione Bancaria, diritti e tutela dei diritti umani, ma ancor più le fondamenta di una pace duratura. Si può fare di più e meglio’ Certo. Unificazione fiscale, federazione Europea, superamento del Consiglio qualificando il ruolo del Parlamento Europeo; elezioni universali dei componenti il Parlamento, unificazione dei modelli contrattuali e retributivi e del minimo salariale, unificazione delle normative in materia di lavoro e di Welfare, e tante atre riforme possibili, solo se ci battiamo per una crescita dell’interesse e del rilancio dell’Europa. L’Italia exit è solo una pazzia, di chi è privo di idee e punta all’avventura. Su questo dobbiamo confrontarci, su questo terreno culturale in cui il socialismo può ritrovare la sua identità e ragione di rivendicare un ruolo e un consenso per il bene dei lavoratori e del nostro Paese.

Alberto Angeli

Sui cento anni del Pci. di S. Valentini

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Ho dovuto ascoltare leggere e vedere tante stupidaggini sulla scissione di Livorno: falsità e revisionismo storico. Non mi interessa confutarle, lascio il compito agli storici, come quando Martelli afferma che la rivoluzione di febbraio fu guidata dai menscevichi, scordandosi che vi era in quel momento un partito populista, i socialisti rivoluzionari, che avevano in quel momento un consenso ben maggiore rispetto ai menscevichi e bolscevichi messi insieme, per cui la prima fase rivoluzionaria ebbe la caratteristica di moti spontanei di piazza promossi all’inizio dalle donne. L’iniziativa bolscevica fu vincente poiché i socialisti rivoluzionari non erano in grado di dare uno sbocco alla rivoluzione. Ma lascio stare, mi soffermo sulla eredità del ’21, cosa molto più importante. La scissione del ’21 fu indubbiamente un duro scontro tra visioni diverse di avanzata al socialismo, tra una via graduale tramite le riforme e una via di rottura rivoluzionaria. Entrambe le visioni erano contemplate nelle opere di Marx ed Engels. Cito per intenderci solo la Prefazione dell’anziano Engels “Alle lotte di classe in Francia” di Marx, per intenderci. Ma posso citare numerosi scritti dei fondatori del marxismo in cui prevale l’orientamento pacifico e graduale o quello rivoluzionario. Una volta detto ciò Turati fu in prima fila, insieme con Labriola in Italia, nella battaglia contro il revisionismo di Bernestein. Era marxista e socialista, e come tutti i socialisti credeva nella possibilità di edificare il socialismo. Questo è un primo fondamentale discrimine, di campo, tra chi lotta per il socialismo e chi persegue riforme per umanizzare e riformare il capitalismo diventando così l’ala sinistra del pensiero liberale. Una volta venuta meno la ragione dello scontro, in quanto il movimento operaio in Occidente, dopo il secondo conflitto bellico, aveva intrapreso la strada riformatrice e graduale di avanzata al socialismo (unica possibile), le motivazioni della scissione venivano meno. Così la pensava Longo (vedere il suo rapporto e conclusioni al X congresso, il primo dopo la morte di Togliatti) e soprattutto Amendola. Un processo di unificazione tra i due partiti senza mettere in discussione le strategia del superamento del capitalismo. Molto socialisti alla Martelli, ma anche alcuni ex comunisti come Occhetto e D’Alema, dovrebbero spiegarci perché nel Psi la proposta di ricomposizione della ferita del ’21 non fu recepita e molti comunisti, soprattutto della sinistra ingraiana, si opposero. Questa è la vera dannazione della sinistra!Quella di Longo e Amendola era una scelta di campo per il socialismo sulla base delle intuizioni di Gramsci e del partito nuovo di Togliatti. Un partito di massa che recuperava la parte più nobile del pensiero della II Internazionale di cui Engel era il grande padre, ma nello stesso tempo si muoveva nel solco dell’internazionalismo leniniano riconoscendo che vi potevano essere anche altre vie al socialismo, rivoluzionarie e non pacifiche, a seconda delle condizioni oggettive. Cosa è stata la rivoluzione cubana se non questo? Insomma il leninismo come metodo, analisi concreta di una situazione concreta. Invito a leggere gli appunti e la lezione di Togliatti a Frattocchie su Gramsci e il leninismo. Allora oggi il confronto/scontro non è tra riformismo e rivoluzione, almeno in questa parte del mondo, ma tra l’accettazione di un sistema dominato dal capitale finanziario – sempre più a-democratico – e lotta per il socialismo. Occorre in Italia – ma credo anche in gran parte dell’Europa – ricostruire partiti che abbiano una visione riformatrice della politica (riformatori lo sono tutti, pure il fascismo ha fatto delle riforme), cioè una teoria della trasformazione senza la quale non si realizza una società socialista. In questi giorni in molti hanno ricordato la scomparsa di Macaluso non rammentando però che sosteneva – cito a memoria – a sinistra si chiacchiera molto di riforme o si aspetta l’ora X della rivoluzione ma non si fanno oggi né le prime né la seconda. Ancora nel 1963 Longo scriveva sulle pagine de L’Unità che la via italiana al socialismo non è necessariamente pacifica anche se i comunisti lo auspicano e lavorano per questa soluzione. Altro che partito socialdemocratico se socialdemocratico è solo la metamorfosi in altra cosa del movimento socialista, in Italia il Psdi di Saragat.Credo che vi siano le condizioni oggettive ma non soggettive per la ricostruzione in Italia di un forte e influente partito impegnato a governare processi reali di trasformazione. Poi lo si chiami come si vuole. La sostanza non è il nome o quello che proclama di fare, ma cosa è e che politiche di massa conduce. Insomma la sua natura di partito alternativo al dominio del capitale. In ciò sta l’eredità del ’21: i comunisti si posero dentro il campo rivoluzionario, e in ciò sta anche l’eredità del Partito dei lavoratori fondato a Genova, poi trasformatosi in Psi, che si poneva, anch’esso, nel campo del socialismo.

Sandro Valentini