progresso
Lo Stato di diritto alla prova dei fatti. di A. Angeli

(Riflessioni sulla morte di Abderrahim Fakir e sul senso della legalità democratica)
La morte di Abderrahim Fakir, avvenuta durante un intervento della polizia nel quartiere Pilastro di Bologna, è un fatto che interpella la coscienza civile prima ancora che il dibattito politico. Ogni decesso verificatosi nel corso di un’azione dello Stato rappresenta infatti un evento eccezionale, che richiede prudenza nel giudizio e rigore nell’accertamento. Non è un episodio come gli altri, perché coinvolge il rapporto fondamentale tra il potere pubblico e la vita delle persone.
Su questo punto occorre sgombrare il campo da un equivoco che puntualmente si ripresenta. Chiedere che siano chiarite le circostanze della morte di una persona non significa accusare preventivamente gli agenti coinvolti. Allo stesso modo, esprimere fiducia nelle forze dell’ordine non può tradursi in una loro preventiva assoluzione. Lo Stato di diritto vive proprio della distinzione tra l’accertamento dei fatti e il giudizio politico, tra la responsabilità individuale e la solidarietà istituzionale.
Nel caso di Bologna esiste un solo dato incontrovertibile: Abderrahim Fakir è morto durante un fermo di polizia. Tutto il resto appartiene ancora al campo delle verifiche. Le cause del decesso, la correttezza delle tecniche di immobilizzazione, il nesso causale tra l’intervento e la morte sono questioni che spettano esclusivamente alla magistratura, supportata dalle consulenze medico-legali e dall’esame delle immagini disponibili.
Proprio per questo sorprende la rapidità con cui il confronto pubblico si è trasformato in uno scontro ideologico. Da una parte si è parlato immediatamente di responsabilità della polizia; dall’altra si è difeso senza esitazione l’operato degli agenti. In entrambi i casi si è manifestata la medesima tendenza: sostituire il giudizio politico all’accertamento della verità.
Una democrazia matura dovrebbe sottrarsi a questa logica. La giustizia non trae forza dalla velocità con cui vengono formulate le opinioni, ma dalla pazienza con cui vengono accertati i fatti.
Le forze di polizia occupano una posizione particolare nell’ordinamento democratico. Esse sono autorizzate a limitare la libertà personale, a utilizzare la forza e, in casi estremi, anche le armi. Nessun altro potere pubblico dispone di una simile facoltà nella vita quotidiana. Proprio per questa ragione la loro attività è sottoposta a vincoli particolarmente rigorosi.
Max Weber definiva lo Stato come l’istituzione che detiene il monopolio legittimo della forza. Ma la parola decisiva è “legittimo”. La forza non è tale perché esercitata dallo Stato; diventa legittima solo quando è esercitata entro i limiti fissati dalla legge e dalla Costituzione. Se questo principio venisse meno, la forza cesserebbe di essere diritto e tornerebbe a essere semplice dominio.
La nostra Costituzione non considera mai la persona come un mezzo. Anche chi è sospettato di avere violato la legge conserva integralmente la propria dignità. L’articolo 13 tutela la libertà personale; l’articolo 27 esclude che la pena possa consistere in trattamenti contrari al senso di umanità. Questi principi non valgono soltanto dopo una sentenza di condanna. Essi orientano tutta l’azione dello Stato, compresa quella delle forze dell’ordine.
Ne consegue che l’obiettivo di un intervento di polizia non può essere soltanto quello di neutralizzare un pericolo, ma anche quello di farlo con modalità proporzionate, necessarie e rispettose dell’incolumità della persona fermata. La professionalità di un agente non si misura soltanto dall’efficacia dell’azione, ma anche dalla capacità di ridurre al minimo i rischi per tutti i soggetti coinvolti.
È per questo motivo che ogni morte durante un fermo rappresenta un problema pubblico, indipendentemente dall’esito delle indagini. Non perché dimostri automaticamente una responsabilità, ma perché segnala che qualcosa di eccezionale è accaduto e merita di essere compreso fino in fondo.
In questo quadro, alcune dichiarazioni provenienti dal mondo politico suscitano inevitabili interrogativi. Esprimere solidarietà umana agli appartenenti alle forze dell’ordine è comprensibile. Diverso è qualificare preventivamente come pienamente corretto un intervento che la magistratura sta ancora esaminando. In uno Stato costituzionale nessun potere dovrebbe anticipare il giudizio di un altro. La separazione delle funzioni non è un formalismo: è una garanzia contro ogni indebita interferenza.
Vi è poi un aspetto culturale che merita attenzione. Negli ultimi anni si è diffusa una concezione della sicurezza secondo la quale l’efficacia dell’azione pubblica sarebbe incompatibile con il rispetto delle garanzie individuali. È un’antica illusione. Ogni volta che la sicurezza viene contrapposta ai diritti, si finisce per indebolire entrambe. Una sicurezza che rinuncia alle garanzie perde la propria legittimazione; diritti incapaci di garantire sicurezza diventano facilmente oggetto di contestazione. La democrazia consiste precisamente nel mantenere insieme questi due valori, non nello sceglierne uno contro l’altro.
Per questa ragione la discussione non dovrebbe ridursi alla domanda se stare dalla parte della polizia oppure dalla parte di Fakir. Una simile alternativa è fuorviante. Le istituzioni democratiche non chiedono ai cittadini di scegliere tra lo Stato e la persona; chiedono invece che lo Stato sappia proteggere la persona anche quando esercita il proprio potere coercitivo.
È significativo che, di fronte a vicende come questa, il confronto pubblico tenda quasi sempre a concentrarsi sulle intenzioni dei protagonisti. Si discute se gli agenti abbiano agito in buona fede, se la persona fermata fosse aggressiva, se vi fossero circostanze attenuanti o aggravanti. Tutti elementi certamente importanti. Ma il problema fondamentale è un altro: verificare se le procedure previste siano state rispettate e se esse fossero adeguate a evitare l’esito che si è verificato.
Le democrazie non si distinguono dagli altri regimi perché non commettono errori. Si distinguono perché accettano che ogni errore dello Stato possa essere accertato, discusso e, quando necessario, sanzionato. La credibilità delle istituzioni non nasce dalla pretesa di essere infallibili, ma dalla disponibilità a sottoporsi alle stesse regole che esse impongono ai cittadini.
Rimane, infine, un dato che nessuna polemica può cancellare. Abderrahim Fakir non è morto prima del fermo, e d’altro canto nessuno può affermare che comunque sarebbe morto, nella stessa ora e giorno, per una causa estranea e indipendentemente da quell’intervento. È morto durante un’azione esercitata dallo Stato. Questo non basta per affermare una responsabilità penale degli agenti; ma basta, e deve bastare, per pretendere un accertamento completo, rigoroso e indipendente.
Difendere questo principio non significa schierarsi contro la polizia. Significa difendere la funzione più alta che la polizia stessa è chiamata a svolgere in una democrazia: essere uno strumento della legge, e non una realtà sottratta al controllo della legge. Quando si comprende questa distinzione, ci si accorge che la trasparenza non è un ostacolo all’autorità dello Stato. È la condizione stessa della sua autorevolezza. Solo uno Stato che accetta di essere giudicato secondo le proprie regole può chiedere ai cittadini di rispettarle.
Alberto Angeli
Un nuovo presidente democratico per una nuova politica transatlantica. di A. Angeli

E’ stato interessante seguire la Convetion dei democratici fino alla nomina della vice presidente Kamala Harris a candidata alla Presidenza degli USA, una sensazione di forte passione che ci ha coinvolto fino a pensare che anche a noi dovrebbe essere concesso di votare. Beh, qualcuno potrebbe trovare bislacca questa illusione, ma d’altro canto chi occupa lo Studio Ovale da Presidente degli USA è giustamente visto da molti come un ruolo di importanza esistenziale per il benessere e la sicurezza del mondo, in particolare per noi Europei.
E questa non sia colta come un’esagerazione, in specie in questa fase della storia con una guerra che infuria ai confini dell’Europa, promossa dalla Russia con l’occupazione dell’Ucraina, su cui aleggiano le continue minacce nucleari del Cremlino, al momento solo verbali dovendo tenere di conto, appunto, del ruolo e della forza militare statunitense, fatti che, data la loro intensità e serietà, hanno richiamato l’attenzione di tutta la stampa Europea.
Questa situazione ci induce a prendere in considerazione, data la guerra in Ucraina, i rischi di una guerra più grande in Medio Oriente e la sfida sempre più critica della Cina al primato americano. Eventi che suggeriscono a molti esperti di politica internazionale di affermare che proprio l’Europa ha bisogno degli Stati Uniti, più di quanto non ne abbia avuto dalla fine della Guerra Fredda. Ma è proprio in questa situazione, in cui l’America deve fronteggiare molti rivali, una lista che va crescendo, rimane preziosa e insostituibile l’alleanza con partner affidabili come gli Europei e l’importanza di mantenere operativamente efficace e forte l’Alleanza atlantica che si configura nella NATO.
Come si comprende al centro della sicurezza internazionale, sulla quale l’America sarà chiamata ad affrontare sfide strategiche, il ruolo che l’ Europa sarà chiamata svolgere dipende inevitabilmente e assurdamente da chi vincerà le elezioni americane a novembre. Anche se invero non dobbiamo sottovalutare il modo in cui saranno affrontate le tante questioni sospese: dai dazi alle politiche dell’interscambio commerciale, dai rapporti commerciali di alcuni Paesi dell’Europa con la Cina, fino al rispetto del punto cruciale del 2% per sostenere il riarmo dei paesi NATO, poiché molto dipenderà dalla nuova amministrazione e quindi dal ruolo che gli USA del dopo voto, a cui spetterà stabilire se l’alleanza transatlantica continui con la partnership unita che abbiamo conosciuto negli ultimi 75 anni o se si sgretolerà.
Una particolare attenzione sarà dedicata alla Cina. A differenza dell’Unione Europea, che definisce la Cina come partner, concorrente e rivale sistemico, l’America sembra aver concluso, in una rara dimostrazione di accordo bipartisan, che la Cina non è ora solo il suo principale rivale, ma anche il suo principale avversario in una nuova dimensione di potere e influenza politica e militare globale. Fatti recenti ci mettono in guardia sulla diversa lettura della politica transatlantica, in specie su come trattare con la Cina, dato che è già visibile e sembra destinata a peggiorare il livello dei rapporti diplomatici.
Quando si tratta di gestire i rapporti con la Russia, Europa e Stati Uniti hanno avuto un elaborato centro di consultazione e coordinamento negli ultimi sette decenni nella NATO. Con la Cina, non c’è niente di paragonabile. Perché l’Europa non è stata consultata quando gli Stati Uniti hanno deciso di negare l’esportazione di alcuni chip semiconduttori in Cina? Esiste una strategia concordata su Taiwan? Come da molti europei viene interpretata e criticata, l’idea sempre più popolare a Washington che l’America dovrebbe concentrarsi sulla Cina e lasciare che siano gli europei a occuparsene è decisamente pericolosa. Molti europei ritengono che la Cina potrebbe benissimo interpretare il calo del sostegno degli Stati Uniti all’Ucraina come un segno di debolezza. Ricordiamo le numerose esperienze in merito alle politiche di esportazione della democrazia da parte dell’America.
La creazione di un organismo con personale completo incentrato sul coordinamento sulla Cina e sulla regione Asia-Pacifico dovrebbe essere in cima all’agenda dell’UE. Un Gruppo allargato dei 7 che includa Australia, Corea del Sud e potenzialmente altre potenze regionali potrebbe essere un’opzione, anche se forse non sufficiente.
Poi, l’Europa dovrà iniziare a parlare da adulta di come pagare le bollette della difesa. Il più grande, appunto il 2%, fastidio a lungo termine nella NATO è quasi scomparso: gli europei non si rifiutano più di sostenere una giusta quota del comune onere della difesa. I bilanci della difesa sono cresciuti ovunque; la promessa dei membri dell’alleanza del 2014 di spendere il 2 percento del PIL nazionale è stata rispettata dalla maggior parte. Quindi qual è il problema? In breve, noi in Europa spendiamo i nostri euro per la difesa in modo incredibilmente inefficiente perché non riusciamo a metterci d’accordo su dove e come produrre le nostre armi o cosa acquistare. A partire dal 2016, gli Stati Uniti hanno utilizzato circa 30 importanti sistemi militari, dagli aerei alle fregate, rispetto ai circa 180 sistemi degli alleati europei.
Peggio ancora, gli europei realizzano più di due terzi dei loro acquisti militari negli Stati Uniti, privando le aziende europee di investimenti tanto necessari. Questa è una grande notizia per l’industria della difesa americana, ma è politicamente e economicamente insostenibile in Europa nel lungo termine. I senatori di Washington sono contenti quando nel loro stato si verifica un sacco di occupazione nella produzione di difesa. I politici europei non sono diversi.
Se l’America vuole davvero che l’Europa sia più responsabile della sicurezza del suo continente, Washington dovrebbe incoraggiare i partner europei a sviluppare e acquistare più armi in Europa e a farlo in modo coordinato., o sia la stessa Europa ad intraprendere autonomamente questa strada. Se gli europei si mettessero d’accordo e facessero più pooling e condivisione tra i partner UE e NATO europei, potrebbero risparmiare circa 15 miliardi in più ogni anno e spenderli in sistemi più numerosi e migliori, così come in più munizioni.
Infine, è venuto il momento di parlare e chiarire i comuni valori che ci legano come occidentali. La principale differenza tra noi e i regimi autoritari o dittatoriali non è forse il nostro impegno per i diritti umani, per lo stato di diritto, per la decenza in quest’epoca di impunità. Gli Europei devono essere orgogliosi di questo impegno. Il problema è che il mondo occidentale, e in particolare gli Stati Uniti, viene accusato di applicare doppi standard nell’affrontare guerre, conflitti e violazioni dei diritti umani.
Questo, naturalmente, non è un nuovo punto di contesa. (Durante la recente pandemia, molti paesi in via di sviluppo pensavano che fossero stati promessi loro i vaccini non appena fossero stati disponibili. In realtà, molti hanno dovuto aspettare che tutti a Bruxelles o Miami fossero stati vaccinati.) Ma le guerre simultanee in Ucraina e Gaza hanno reso il problema molto peggiore, e praticamente ingestibile. Le nazioni occidentali si aspettano che il mondo sostenga le risoluzioni che condannano il comportamento russo in Ucraina, ma poi vediamo ingiustificate difficoltà che rendono difficile ricambiare per quanto riguarda la condotta della guerra a Gaza.
Di conseguenza, la credibilità collettiva dell’occidente ha subito un colpo. È un colpo alla sua identità, ma riduce anche la sua capacità collettiva di contrastare i crescenti progressi dell’autoritarismo e l’aperta e crescente indifferenza al diritto internazionale. Esiste una ricetta facile per eliminare questo divario di credibilità? No, ma impegnarci nuovamente collettivamente e solennemente allo stato di diritto e alla Carta delle Nazioni Unite nel nostro approccio ai conflitti e alle crisi internazionali potrebbe essere un primo passo.
Alberto Angeli
L’opposizione al green pass non può e non deve diventare la madre di tutte le battaglie. di P. P. Caserta

Così proprio non va. Sono del parere che le modalità applicative del green pass e in generale la gestione politica della crisi pandemica siano criticabili da molti punti di vista. Considero deprecabile, come ho detto più volte, il modo in cui il sistema informativo criminalizza i non vaccinati in assenza di obbligo vaccinale e sono disgustato dall’autorizzazione pubblica a riversare disprezzo sui non vaccinati, insensatamente e strumentalmente equiparati a “no-vax”, in assenza di obbligo vaccinale.
Detto e ribadito ciò, sono convinto che non sia e non debba diventare, quella contro il green pass, la madre di tutte le battaglie. Occorre, questo sì, vigilare per arginare nuovi arretramenti sui diritti del Lavoro e dei lavoratori. Il rischio che l’emergenza diventi il piano inclinato per normalizzare una sottrazione di diritti esiste sempre. Ma occorre, soprattutto, guardare oltre il contingente. Bisogna occuparsi dei nodi strutturali e, nella misura in cui mancano massa critica e capacità organizzativa, porsi il problema di come intraprendere un percorso efficace per poterle riottenere. Occorre porsi in relazione con la crisi pandemica, con i cambiamenti complessi che ha prodotto e con gli interessi che ha promosso. Altrimenti ci si condanna ad una visione di cortissimo respiro e si finisce per essere risucchiati in una agenda setting incardinata intorno a falsi problemi. e false opposizioni. Anche sul fronte del lavoro, non è chiaro che i pericoli maggiori vengano oggi da una misura probabilmente limitata nel tempo come il green-pass (e se dovesse essere proseguita, allora ci si dovrà attivare seriamente).
Chissà che i pericoli più gravi per i lavoratori non vengano dai lavoratori stessi. Qualche giorno fa ho letto un sondaggio secondo il quale una percentuale elevata di lavoratori (non ho conservato traccia e non sono dunque in grado di citare con esattezza) sarebbe oggi disposta a rinunciare a una quota della propria retribuzione per non tornare in ufficio e continuare a lavorare da casa. Ho incrociato diverse notizie e sondaggi di questo tipo. Mi sembra chiaro che, quando sono commissionate proprio da alcune grandi aziende, queste indagini servono non a raccogliere opinioni ma a preparare il terreno. Anche nel mondo della scuola, nel quale lavoro, non sono pochi i docenti che sarebbero disposti a continuare a svolgere a distanza gli incontri collegiali oltre la data del 31 dicembre ad oggi fissata per la fine dello stato di emergenza. Questa disposizione mi sembra più pericolosa del green pass. La pandemia ha cambiato le carte in tavola e molti lavoratori sembrano disposti a cedere spontaneamente diritti e sottrarre spazio alla relazione pur di poter stare più “comodi”. Il lavoro a distanza, smart per alcuni, ha conquistato durante la pandemia un vasto terreno sul quale è cresciuto a dismisura il radicamento degli interessi delle grandi multinazionali digitali, che non potranno essere ricacciati indietro da un giorno all’altro. Quali strumenti e quale visione abbiamo per combattere su questo terreno? Quali risposte sappiamo mettere in campo? L’atteggiamento migliore è opporsi frontalmente al lavoro a distanza o entrare nella logica della sua inevitabilità per ridefinire i termini della tutela dei diritti? Sono domande alla quali occorre rispondere evidentemente a partire da una analisi articolata dei cambiamenti intervenuti.
I rischi maggiori per il lavoro provengono dal green pass o dall’egemonia del Capitalismo digitale, che la pandemia non ha inventato ma ha ulteriormente accresciuto? E non è forse vero che questa egemonia raccoglie il suo frutto più pieno nel momento in cui sono proprio i lavoratori ad essere pronti a rinunciare a una parte del loro stipendio, alla socializzazione in ambiente di lavoro, ai diritti? Non sarebbe, forse, qualora venisse tradotto in atto in modo sistematico, stato raggiunto il risultato più compiuto dell’alienazione, se questa viene ricercata dai lavoratori stessi? Sono stato fortemente contrario alla schiaffo che il governo volle rifilare al personale scolastico, categoria vaccinata quasi al 90% prima della campanella di inizio anno scolastico, imponendo un obbligo vaccinale obliquo, dal momento che né il governo né le multinazionali farmaceutiche intendono farsi carico degli eventuali effetti gravi imprevisti. È alla scuola che il ceto politico si rivolge per raccogliere consenso spicciolo e, in questo caso, anzitutto per distogliere l’attenzione dal nulla assoluto fatto da governo e ministero in un anno e mezzo di pandemia per affrontare i problemi strutturali (trasporti pubblici locali, classi sovraffollate, ricerca di nuove aule e nuovi spazi), una cui soluzione anche parziale avrebbe al contempo rappresentato, guarda caso, anche un efficace fattore di contenimento del contagio.
Tuttavia, non credo che il green pass sia la linea del fronte. Oltretutto, e viepiù in assenza, in Italia, di un grande partito del Lavoro e dei lavoratori che sappia interpretare, aggregare ma anche quando necessario riorientare le istanze di malessere e di cambiamento, bisogna realisticamente prendere atto che concentrandosi troppo sul green pass si rischia in concreto una insostenibile coabitazione con le forze reazionarie che si sono messe alla guida della protesta. Credo, dunque, che su questo terreno si esca orrmai sicuramente perdenti.
Per concentrarsi sui nodi strutturali, bisogna guardare direttamente agli interessi che la pandemia ha promosso e rafforzato e che l’attuale governo Draghi compiutamente esprime. E pertanto, dopo la corale manifestazione antifascista, che solleva anch’essa un problema di coabitazione con chi ha con l’antifascismo un rapporto per ben che vada nominalistico (ma per meglio dire strumentale e conveniente, avendolo usato per rilanciarsi), occorre porsi il problema di essere concretamente ed efficacemente antagonisti al governo Draghi e agli interessi di cui esso è la diretta traduzione politica. Mi fermo qui perché mi sono già molto dilungato, ma è un ragionamento aperto che conto di proseguire.
Pier Paolo Caserta
- 1
- 2
- 3
- Successivo →





