antifascismo

50 anni manifesti. di G. Polo

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Oggi il manifesto compie 50 anni. Si dice che a questa età ognuno abbia la faccia che si merita. Nel caso valga anche per un giornale, il manifesto ha raffigurato a lungo quella di un’intelligente eresia comunista. Almeno finché è esistita una “chiesa” da rivoluzionare o riformare. E sotto quella faccia un corpo di donne e uomini uniti in una storia d’amore collettiva, ardente e litigiosa. Almeno finché sono riusciti a nutrirla di una passione comune.

Nato negli anni dell’assalto al cielo come una forma originale della politica, questo giornale forse non è mai diventato un progetto compiuto, ma è sempre rimasto – aggiornando l’eresia originaria – ben dentro la società e il suo “movimento reale”, uno specchio della sinistra, di quel che è stata o dovrebbe essere, nel bene e nel male.

Negli anni Ottanta è stato anche una zattera che ha raccolto tanti protagonisti del decennio precedente. A molti ha dato un’ancora di pensiero critico, a qualcuno di noi il privilegio raro di trasformare in lavoro le proprie convinzioni. E un mestiere, formando una generazione di giornalisti che deve molto di ciò che è a questo giornale, a chi lo ha fondato e nutrito. Militanti dell’informazione, dicevamo. Per tenere insieme mezzi e fini: un quotidiano comunista.

A lungo ci si è poi dovuti arrangiare con il mondo che andava in direzione opposta: il mezzo diventava via via più concreto del fine, la faccia aggiornava grafica e tecnologie, il corpo cambiava con il correre del tempo. Aggiungendo nuove culture e appartenenze a quelle originarie. Una ricchezza, testimoniata da centinaia d’inserti e supplementi; una complicazione, anche, visibile nella “federazione delle pagine”, creativa quanto disorganica. La realtà cambiava e non come avremmo voluto, il capitale frammentava storie e persone, il lavoro veniva ridotto a merce precaria, la sinistra si divideva tra abdicazioni, rinunce, chiusure. E noi specchio del nostro mondo – per fortuna – delle diversità crescenti tra i nostri compagni e lettori, unici veri nostri padroni. Ma sempre alla ricerca della contaminazione tra generi e linguaggi, politicizzando il racconto per ricostruire un patrimonio comune. Dall’informazione alla formazione, questo è stato lo sforzo. Perché ci insegnavano che si può essere partigiani senza diventare settari, restare aperti e cambiare mantenendo le proprie identità, apprendere dall’accoglienza per farne un comune campo di appartenenza. La politica, insomma.

Un collettivo, dicevamo, molto più che una redazione o una cooperativa. E per questo capace non solo di pubblicare un giornale, ma di indire assemblee, concerti, seminari, persino manifestazioni, come quando – il 25 aprile del 1994 – la rappresentanza politica appariva annichilita dalla berlusconiana nuova autobiografia della nazione.

Di questo percorso collettivo siamo vissuti, nel discorso pubblico come nelle nostre regole democratiche. Cercando coerenza tra enunciazioni e pratiche, per poter serenamente tirare le fila ogni giorno da un punto di vista alternativo alle leggi del capitale. E fissarlo in un articolo o nella bellezza dei titoli nutriti dalla nostra faticosa struttura orizzontale. Alla base di tutto, condizione essenziale, c’è stato il privilegio di essere liberi. Anche di gestire direzioni collettive violando la sacralità del direttore unico – in genere maschio – che segna ancor oggi il mondo dell’informazione.

Liberi anche economicamente, naturalmente. Perché il nostro vero nemico di sempre è stato il mercato con le sue leggi; una condizione materiale, prima che una convinzione ideologica. Di cui abbiamo pagato il prezzo. Perché quando non sono più bastati né gli stipendi austeri e sempre in ritardo, né la generosità dei lettori – le tante sottoscrizioni, cene, numeri speciali a prezzi esorbitanti – la nostra stessa libertà si è ristretta, mentre si desertificava quella del Paese e del mondo. Così il mezzo è diventato il fine, tutto si riassumeva nella sopravvivenza del giornale, a qualunque costo. Il racconto si è spoliticizzato, le contaminazioni evaporate, la comunicazione tra noi ogni giorno più difficile, persino le diversità generazionali sono diventate un problema. Così per continuare a vivere il manifesto ha rinunciato a una parte di sé, per molti un’amputazione dolorosa.

Ma del resto per tenere in vita una storia d’amore bisogna volerlo in due. Almeno in due.

Gabriele Polo

25 aprile 1945: ora e sempre Resistenza. di R. Giuliani

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Nella lotta nazionale di popolo rinasce con la CGIL unitaria il sindacato italiano, ancora oggi grande ed insostituibile protagonista sociale a tutela dei lavoratori.

A sessanta anni di distanza, la Resistenza conserva inalterato il suo profondo significato di spartiacque politico ed ideale della storia dell’Italia contemporanea. Ad alimentare la funzione svolta in questa direzione dalla guerra di liberazione nazionale, non concorre solo il fatto che con essa si pone termine al ventennale periodo di dittatura fascista e si avvia a compimento la costruzione del nuovo stato democratico e repubblicano. Altrettanto decisiva, infatti, è la natura dei processi che la caratterizzano, dandole insieme la forma di prima guerra veramente popolare nella storia del paese e di prima occasione specifica per il ritrovato ruolo di direzione politica esercitato dal movimento operaio dopo gli anni della dittatura.

Gli scioperi operai del marzo del 1943 e lo sciopero insurrezionale della primavera del 1945 diventano, pertanto, i termini concreti entro cui si definisce, svolgendosi in tutta la sua complessità, la maturazione di questi processi, destinati ad influenzare non solo l’esito della guerra di liberazione, ma anche la nascita del nuovo stato e del sistema politico che gli corrisponde. Al di là di tutto questo, i fenomeni di disgregazione delle basi di massa del regime fascista, se sono il segno distintivo della Resistenza, hanno la loro genesi in tempi più remoti, e precisamente affondano le radici nelle contraddizioni crescenti incontrate dalla società italiana all’indomani della grande crisi del 1929. E’ qui infatti che si avvia la intensa stagione di lotte che, come un ricorrente filo rosso, segna le vicende del regime nel corso degli anni trenta. Ed è qui anche che prende corpo quella politica di riconversioni radicali dei settori produttivi e finanziari dell’economia nazionale che, imponendo nuove e decisive contraddizioni, finisce per trascinare il paese nella politica di guerra del fascismo: all’occupazione dell’Etiopia prima, all’intervento nella guerra civile spagnola, più tardi, ed infine all’apertura delle ostilità contro la Francia e l’Inghilterra, dichiarata il 10 giugno 1940, che segna l’ingresso nel vortice della seconda guerra mondiale.

Anche in quest’ultimo senso, la Resistenza si configura come il momento storico nel quale giungono a maturazione spinte sociali e politiche diverse, le quali, filtrate da anni di lotta di opposizione clandestina, trovano il loro punto di equilibrio nel deciso rifiuto di tutta intera l’esperienza fascista e, come tali, si pongono alla base dei nuovi istituti e dei nuovi organismi dell’Italia democratica. Per il movimento sindacale questo richiamo è ancora più significativo, giacchè esso rinasce nelle lotte sociali che accompagnano la Resistenza, ricevendone impronte ed influenze destinate a caratterizzare il suo ruolo e la sua azione negli anni successivi.

Con gli scioperi del marzo 1943 si compiva un intero ciclo di lotte iniziato nell’autunno 1942. “Pace, pane e libertà” le parole d’ordine contro lo sfruttamento, contro il fascismo e contro la guerra. Con il “Patto di Roma” rinasce il sindacato, la CGIL unitaria voluta da Di Vittorio, Grandi e Lizzadri. Ne diviene leader Bruno Buozzi, socialista, che per la lunga e coerente milizia poteva dirsi il simbolo stesso della tradizione di classe del sindacalismo italiano.

Buozzi verrà ucciso dai nazisti in fuga da Roma nella notte tra il 3 ed il 4 giugno del 1944 pagando così con la vita il suo fermo impegno in favore della causa dei lavoratori.

Rino Giuliani

La nascita del PCI una necessità non un errore. di D. Lamacchia

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Nel centenario della nascita del PCd’I con la scissione di Livorno del 21 Gennaio 1921 molti sono stati gli interventi tesi a riesaminare i fatti e le ragioni di quegli eventi e molti sono gli autorevoli commentatori. Come è consueto nelle celebrazioni storiche in molti c’è la tendenza a calare nell’attualità le riflessioni. Sta accadendo anche per il centenario del PCI. Il fatto più in evidenza è la tendenza della sinistra italiana alla scissione e del carattere nefasto della stessa. Molti fanno risalire al ’21 di Livorno questa tendenza. A far sentire cioè quell’evento un errore storico primordiale. Anzi alcuni lo vogliono far vivere come una vera e propria colpa. Questo è fatto soprattutto da parte di chi si richiama politicamente e culturalmente al PSI da cui il PCd’I si separò.

La scissione non fu un errore ma una “necessità storica”. In sintesi gli eventi storici che fecero da generatori della scissione furono la rivoluzione russa da un lato e il “biennio rosso” dall’altro. Il processo di industrializzazione seguito alla prima guerra mondiale aveva innescato una situazione di contrapposizione tra capitale e lavoro che aveva generato conflitti che avevano interessato tutta l’Europa, Italia compresa.

L’allora gruppo dirigente del PSI (Turati, Modigliani, Serrati) riteneva che compito del PSI fosse quello non di portare le masse in piazza ma di sviluppare azioni atte a rafforzare la pratica e la cultura del metodo socialista attraverso le sezioni di partito, le cooperative, le case del popolo, ecc.

Dall’altra parte (Gramsci, Bordiga, Terracini, Togliatti, Tasca) si avvertiva l’esigenza di agire sulla carne viva del conflitto di classe con le occupazioni di fabbriche e terre, la realizzazione dei Consigli Operai per portare fino a compimento il rovesciamento dello stato di cose e realizzare ciò che era stato già compiuto in Russia da Lenin e come veniva organizzato e proposto dalla III Internazionale. Da un lato una opzione “socio-culturale” dall’altra l’esigenza di agire sulle leve del conflitto di classe vero e proprio. Non mancava a questi ultimi la coscienza che una leva culturale fosse necessaria, valgano le riflessioni di Gramsci a tale proposito e il suo concetto di “Egemonia” e della necessità che la classe operaia si attrezzasse per operare la propria una volta giunta al potere. Prima però necessitava avercelo il potere!

Queste diverse sensibilità si manifestarono anche nei giudizii che si ebbero sul fenomeno fascista. Come un “accidente” da contrastare con la politica e la battaglia parlamentare da parte socialista (fino all’estremo sacrificio di Matteotti) e con una più radicale opposizione da parte comunista considerando il fenomeno come una risposta che la borghesia stava dando al pericolo di affermazione delle lotte operaie in tutta Europa. Atteggiamento che si evidenziò nella partecipazione attiva alla resistenza e successivamente alla realizzazione della Costituzione dell’Italia repubblicana (Umberto Terracini presidente dell’assemblea Costituente). Nel secondo dopo guerra queste sensibilità distinte si mantennero e si manifestarono allorquando inseguito al “boom economico” di nuovo il conflitto di classe si esasperò con il sostegno da parte comunista del conflitto stesso (lotte operaie al centro nord, occupazione delle terre a sud) e con la scelta da parte socialista di optare per l’azione di governo (partecipazione ai governi di centro-sinistra).

Stesso schema si mantenne negli anni ’80-’90 quando il Craxismo operò per l’opzione riformista che includeva l’abolizione della scala mobile e il PCI di Enrico Berlinguer lottava per sostenerla e difendeva l’occupazione delle fabbriche. Dunque si capisce che il nodo sta nel modo di affrontare e stare nel conflitto di classe. Non un capriccio o un volere personale. Tale è la situazione attuale. Con l’affermarsi dell’era digitale e con la caratterizzazione del capitale da industriale a finanziario sono mutate le caratteristiche del conflitto ma esso non è scomparso. Se è vero che il mutamento dei metodi di produzione ha affievolito la classe operaia e quindi ha reso ininfluente l’”operaismo”, non è venuta meno la necessità di stare al centro del conflitto con proposte che vogliono superare la fase di crisi e che non facciano sentire le classi lavoratrici sole senza nessuno che le rappresenti, facile “preda” di parole d’ordine rassicuranti e parolai di destra ad approfittarne in modo demagogico. La riflessione dunque sia benvenuta ma sia anche proficua e non miri a cercare colpe ma a capire come è possibile costruire un progetto comune.

Donato Lamacchia

Sessanta anni fa la carica a Porta San Paolo. di M. Zanier

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É per me un grande onore partecipare a questa manifestazione importante e portare i saluti della FIAP.

I fatti di Porta San Paolo, vanno ricondotti al clima pesante del governo Tambroni del 1960 e al fatto che la Dc aveva respinto le istanze di Amintore Fanfani, che voleva aprire il governo monocolore ai socialdemocratici nel 1958 per superare la formula del centrismo: messo in minoranza dalla maggioranza del partito, contraria a questa prospettiva, è costretto l’anno dopo alle dimissioni da segretario e da capo del governo. Ad esso segue il II governo Segni che nel luglio 1959 giustifica in Parlamento l’intervento delle forze di polizia con bombe lacrimogene allo sciopero dei marittimi a Torre del Greco (NA), ricevendo l’appoggio dell’Msi e provocando dure reazioni fra i partiti di sinistra. In quella fase storica va detto che i liberali di Giovanni Malagodi erano estremamente duri con le possibili aperture della Dc verso i partiti della sinistra e il 20 febbraio 1959 fa un discorso di rottura verso quel partito, mentre Saragat auspica un governo Dc – Psdi – Pri con l’appoggio esterno del Psi. Il 23 febbraio il PLI ritira l’appoggio al governo.

Il 25 marzo 1960 nasce il governo monocolore democristiano Tambroni che si regge sull’appoggio esterno dell’Msi guidato da Giorgio Almirante. E’ una svolta pesante perché Almirante aveva avuto delle responsabilità gravissime nella Repubblica Sociale Italiana, avendo firmato lui dopo l’8 settembre 1943 il decreto legge che obbligava i militari italiani e i ribelli in montagna a consegnarsi ai fascisti o ai tedeschi o ad essere fucilati[1].

Il governo Tambroni non sarebbe durato per fortuna che pochi mesi soltanto ma il suo ricordo è ancora molto vivo. La sua decisione di dare spazio ai fascisti e autorizzare il Congresso missino a Genova, città medaglia d’oro della Resistenza liberata dai partigiani il 23 aprile 1945, aveva fatto insorgere moltissimi lavoratori del porto e delle fabbriche, la protesta si era estesa ai professori universitari e soprattutto a migliaia di ragazzi giovanissimi che scendevano in piazza per la prima volta. La repressione delle forze dell’ordine era stata violenta. Ma l’indignazione e la protesta degli antifascisti non si sarebbe fermata: il 28 giugno Sandro Pertini avrebbe detto a Genova in un discorso memorabile davanti a una folla oceanica che quel Congresso era stato convocato non per discutere, ma per provocare, per contrapporre un vergognoso passato alla Resistenza, cogliendo il nocciolo della questione.

Nella manifestazione genovese del 30 giugno in quella città saranno 75 i feriti e i contusi tra i manifestanti caricati dalla polizia mentre rientravano a casa alla fine del corteo[2]. Ma il risultato della mobilitazione fu straordinario: il 2 luglio il Congresso missino a Genova viene annullato e il Msi minaccia di ritirare l’appoggio al governo. Il giorno dopo su l’«Avanti!» Nenni scrive che Genova rappresenta la risposta al tentativo governativo di inserire i residui fascisti nella cittadella democratica.

I fatti del 6 luglio 1960 a Porta San Paolo sono da inscriversi in questo contesto in un momento storico preciso: erano passati solo 15 anni dalla fine della Resistenza. La manifestazione di quel giorno contro il governo Tambroni, si badi bene, era stata inizialmente autorizzata dalla Prefettura e solo il giorno prima l’autorizzazione venne negata per motivi di ordine pubblico. Una provocazione? Comunque difficile e complicato comunicare a quel punto ai tanti partecipanti che la manifestazione non si sarebbe svolta più. Di fatto la repressione delle forze dell’ordine fu qualcosa di terribile: per la prima volta dal dopoguerra viene usata la cavalleria contro una manifestazione pacifica. La prima pagina de «l’Unità» del giorno dopo parla di migliaia di poliziotti scagliati contro la folla che portava corone ai martiri antifascisti, di deputati comunisti e socialisti fermati, insultati e percossi, di centinaia di fermi e di feriti, di rastrellamenti nelle case[3]. Fortissima sarà l’eco in Parlamento delle forze democratiche che chiederanno spiegazione al governo delle violenze contro i manifestanti in piazza.

I fatti di Porta San Paolo avvengono subito dopo la rivolta popolare e lo sciopero generale di Genova e prima dei fatti di Reggio Emilia con cinque morti il 7 luglio e i quattro morti l’8 luglio in Sicilia.

La CGIL, che l’8 luglio proclama lo sciopero generale in tutta Italia è, accanto ai partiti antifascisti, agli operai, ai professori, agli studenti e ai molti altri che scesero in piazza, uno dei protagonisti della rivolta contro un governo troppo tenero con le idee e le iniziative neofasciste e tra le forze che ne determinano la caduta il 19 luglio.

La cavalleria che scende in piazza il 6 giugno a Roma guidata da Raimondo d’Inzeo a bastonare i manifestanti indifesi e intimidire i molti parlamentari che aprivano il corteo è il segno per tutte le forze politiche e per la Dc in particolare, che le cose in Italia dovevano cambiare. E non sarà un caso se due anni dopo Aldo Moro, nell’VIII Congresso della DC a Napoli, il 27 gennaio 1962, parlerà del Psi come di una riserva alla quale attingere […] per un più stabile equilibrio in seno alla democrazia italiana chiarendo inoltre l’evidente inutilizzabilità di una destra retriva, diffidente del nuovo, minacciosa. Il 21 febbraio di quell’anno, il IV governo Fanfani sostenuto da Dc, Pri e Psdi con l’appoggio esterno del Psi, cambierà la storia recente del Paese, inaugurando la lunga stagione del centro-sinistra che realizzerà delle riforme fondamentali per la modernizzazione del Paese.

Marco Zanier.

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[1] Simonetta Fiori, «Almirante e gli scheletri di Salò»,  «la Repubblica», 29 maggio 2008

[2] «Drammatica giornata di lotta antifascista nelle piazze di Genova», «Avanti!», 1° luglio 1960

[3] «Fiera battaglia antifascista a Roma contro un selvaggio attacco della polizia», «l’Unità», 7 luglio 1960

Antifascismo come lotta di classe. di P. P. Caserta

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Il 25 aprile, come anche il primo maggio, è caduto quest’anno in piena pandemia. Tra i due temi e le due ricorrenze esiste, come sempre, un intimo legame. Sia l’antifascismo che il Lavoro sembrerebbero, per altro, aver bisogno da tempo di una cura rinvigorente. Il 25 aprile è la ricorrenza della liberazione dal nazifascismo e momento fondativo della Prima repubblica nata dalla Resistenza. L’antifascismo non è in alcun modo negoziabile. Esiste oggi, purtroppo, un grave logorio dell’antifascismo, la cui colpa non è tuttavia ascrivibile soltanto a chi non ne riconosce la necessità, a chi disprezza apertamente la democrazia e agli anti-antifascisti, ma anche a chi sostiene l’antifascismo in modo solo nominalistico. Chi si dichiara antifascista solo perché antipopulista e “anti-sovranista” ma non ha mai mezza parola da dire sull’élite tecno-finanziaria oggi dominante (ossia, per mantenere tutti i termini di una analogia necessaria, sull’odierno ceto padronale) collabora attivamente alla condizione di difficoltà nella quale versa oggi l’antifascismo. Così l’antifascismo è diventata una delle strutture discorsive non soltanto dell’ideologia mercatista e globalista egemone nell’attuale ciclo neo /ordo-liberale, ma anche dei movimenti post-ideologici che ne presidiano gli spazi perché nulla cambi. Un esempio immediato è fornito dalle Sardine, che si dichiarano antifasciste ma non si capisce di cosa possano mai essere ‘partigiane’; o meglio, lo si è ben compreso quando sono corse dai Benetton. Antifascismo dichiarato e piena difesa sia dell’élite che dei partiti di sistema. La bibita annacquata è servita. Insomma quanto di più innocuo si possa immaginare. Occorre, invece, perché sia investito del suo significato migliore, ma anche perché ritrovi slancio (forse un ritorno al principio, per dirla con Machiavelli) ritrovare come l’antifascismo fu prima di tutto lotta di classe. Il fascismo fu, infatti, padronale e anti-socialista fin dai suoi esordi. Bisogna ritrovare come l’antifascismo fu in primo luogo lotta di classe per non lasciarne la difesa retorica a parolieri, sardine e padroni. Il fronte antifascista fu ovviamente composito e non c’è dubbio che ne fecero parte formazioni nella cui tradizione di pensiero la lotta di classe non solo non gioca un ruolo, ma rappresentò una prospettiva avversata. Tuttavia, concretamente, si toglierebbe moltissimo all’antifascismo dimenticandone la rilevante dimensione di lotta non solo di popolo, ma di classe, prima. Se oggi la vitalità dell’antifascismo appare sbiadita, ci sono molte ragioni, ma almeno una di queste dipende non dai neo/post/eternamente-fascisti in circolazione, bensì dal fatto che si è smarrita la via maestra del conflitto. Basterebbe riflettere su quanti, tra coloro che si dichiarano antifascisti, mostrano di mettere ancora il tema del conflitto in una posizione preminente. Questo smarrimento ha aperto spazi ai rigurgiti reazionari, ultra-nazionalisti, fascistodi e in alcuni casi palesemente autoritari, ma perché a monte ha lasciato campo libero al neoliberismo dagli effetti fascistizzanti. In conclusione esiste un falso antifascismo non solo delle élite, come è del tutto chiaro, ma anche di quanti sono in una condizione falsamente alternativa, in realtà di pieno supporto, con le èlite, perché si limitano a sbandierare l’anti-populismo, riduttivamente inteso come nuovo fascismo, ma hanno completamente abbandonato i temi, le pratiche e i luoghi del conflitto.

Pier Paolo Caserta

tratto dal Blog personale dell’autore pubblicato a questo link https://casertapierpaolo.wixsite.com/ilmiosito/post/antifascismo-come-lotta-di-classe

Mio padre. di F. Marchi

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Mio padre è stato un partigiano, comandante di una Brigata operativa in Umbria e nell’alto Lazio. I suoi racconti di lotta e di guerra partigiana sono stati per me un grande insegnamento. Mi raccontò molte volte di quella volta in cui uccise un soldato tedesco. “Fortunatamente – diceva – non sai a chi spari, spari nel mucchio, loro sparano, tu spari. Ma quella volta non c’erano dubbi, ero stato io ad uccidere quel ragazzo. Gli tirai una bomba a mano proprio nella sua buca. Rimasi sconvolto. Era la prima volta che avevo la piena consapevolezza di avere ucciso un uomo, un altro ragazzo come me. E’ tremendo, anche se sai di stare dalla parte giusta non riesci a toglierti dalla mente quel ragazzo a cui hai tolto la vita. E sai che devi andare avanti, specie se hai la responsabilità di altri uomini. Tornai al nostro rifugio e vomitai per un giorno intero”.

Il racconto di quanto avvenuto, per la verità, sarebbe molto più cruento, ma sarebbe solo di pessimo gusto scendere in particolari. Me lo ha raccontato tante volte, forse per farmi capire che bisogna combattere con tutte le nostre forze per quello in cui crediamo ma non dobbiamo mai odiare, non dobbiamo mai perdere la nostra umanità. Per lo meno è così che l’ho interpretato.

E’ stato un combattente, un militante e un dirigente socialista per lungo tempo.
Se ne è andato quasi 17 anni fa all’età di 85 anni. Nacque il 16 aprile del 1918, lo stesso giorno (chissà, il caso) e lo stesso mese in cui è nata una persona che mi sta molto a cuore. Lo porto sempre con me, ogni giorno mi fa compagnia, è come se fosse vivo. E quando devo prendere una qualsiasi decisione penso sempre a cosa mi avrebbe detto mio padre. “Agisci sempre secondo coscienza”. “Fai sempre la cosa giusta”. Questo è stato il suo insegnamento. Questo è rimasto scolpito dentro di me come se fosse intagliato nella roccia.
Ricordo ancora la prima volta che andai con lui ad un comizio proprio a Porta San Paolo. Ero un ragazzino, mi portai dietro il pallone e cominciai a palleggiare da solo come fanno appunto i ragazzini, praticamente per tutta la durata del comizio. Mio padre si salutava con un sacco di amici e compagni, ridevano, scherzavano e parlavano, di politica, ovviamente, che a me allora annoiava terribilmente e mi chiedevo cosa ci trovasse lui di tanto appassionante. Era una manifestazione unitaria, come si diceva una volta, dei due grandi partiti della Sinistra, il PCI e il PSI. Incredibilmente, me la ricordo ancora, forse perché è stata appunto la prima della mia vita. Ricordo che c’erano tanti operai edili con il tradizionale cappello di carta di giornali sulla testa, come usavano allora, poi gli operai della Stefer con la divisa blu, quelli dell’Atac e i taxisti con i taxi (erano di colore verde e poi diventarono gialli) con le bandiere rosse.

Si allontanò diversi anni più tardi da quella sinistra in cui da sempre aveva militato, fin dagli anni dell’occupazione nazifascista. Era molto amareggiato da quello che quella sinistra stava diventando ed era già in larghissima parte diventata. Oggi, se ci fosse ancora, credo che ne sarebbe letteralmente disgustato. Da una parte penso che sia stato meglio che se ne sia andato prima di assistere a quella totale degenerazione, a quello scempio che io invece, suo figlio, ho vissuto.

Celebro così, il mio 25 aprile, Festa della Liberazione, da tempo ridotta ad una ipocrita kermesse, esattamente come il 1 Maggio e il suo maledetto “concertone”.
Tutto molto triste.

Fabrizio Marchi

L’articolo è tratto dal sito linterferenza.info al link http://www.linterferenza.info/attpol/mio-padre/?fbclid=IwAR218IoCpncW5Au7KCrSS96zbIFlpTlCZbyFqwRI5VjQFWUdabew2aB9bfo

Le premesse delle sardine. di P. P. Caserta

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In assenza di una forte attenzione ai temi del conflitto, del Lavoro, della questione sociale, il semplice anti-populismo qualifica una (pseudo)sinistra elitista, non una sinistra popolare.

Quando si parla di movimenti e del loro retroterra ideologico-culturale, tendo a dare molta importanza alle logiche iniziali. Questo vale in modo particolare per i movimenti post-ideologici. Metterne in parentesi l’analisi perché si suppone che sia “troppo presto per esprimere un giudizio” frena e ritarda la comprensione, prolungando illusioni e rivelando la vera, sebbene spesso involontaria, funzione di questa cautela, quella di predisporre un efficace dispositivo a protezione della conservazione. Nel caso delle sardine, la conservazione assume la forma della piena organicità alla polarizzazione populista-elitista del dibattito politico, usando l’antisalvinismo come elemento di giustificazione.

Da quando il movimento delle sardine è apparso sulla scena, alcuni, tra quanti lo hanno incoraggiato o difeso, hanno fatto passare che criticarlo significasse automaticamente fare dietrologia. È un’associazione di idee ruvida e dualistica e forse oggi lo si può capire meglio. Un conto è mettere in guardia dal complottismo (in questo caso: dietro alla sardine c’è / ci sono / sono manovrate da…), sempre perniciosissimo, altro è la clamorosa ingenuità della lettura dei movimenti “spontanei”. Qui ci vuole una misura tra dietrologia e totale ingenuità! Certo, esiste un livello spontaneo dei movimenti, ma c’è anche il livello della leadership che incanala un movimento fatto, in parte e specialmente all’origine, di pulsioni e di istanze spontanee o largamente condivise. E può, in questo senso, plasmarlo, proprio nel momento iniziale in cui un movimento è duttile e assomma al suo interno potenzialità molteplici. Inoltre, le dinamiche tra la leadership e la base o la piazza, i meccanismi di partecipazione e di decisione, le eventuali cinghie intermedie di trasmissione, vanno analizzati. È un lavoro che va fatto seriamente, come sempre a debita distanza sia dalla demonizzazione che dall’esaltazione acritica. Cosi, non ho mai inteso parlare di quello che c’e “dietro” alle sardine e nemmeno di cosa abbiano davanti; bensì, tanto per cominciare, dei sei punti del “programma”, che equivalevano più o meno a dire: “Signori, quando fate macelleria sociale, non mettetevi le dita nel naso!” Inoltre, al di là del merito delle questioni, quella piattaforma programmatica fu decisa da chi? Da quanti? Secondo quale metodo? La “piazza”, la base, è stata coinvolta? Sono stati posti in essere meccanismi decisionali in qualche modo larghi, partecipativi, inclusivi? A me non pare.  

Non c’è dubbio che i movimenti abbiano bisogno di tempo per essere giudicati, devono decantare. E non è mai saggio disprezzare una mobilitazione estesa. Dialogare, piuttosto, almeno fintanto che appare possibile e utile.  È lecito, però, esprimersi sulle premesse e io penso che già molte riserve fossero fondate. Santori aveva precisato subito che non ha (lui? il movimento?) “posizioni politiche” perché “svolge il ruolo di anticorpi”. Un movimento che si pensa “non politico”, di che tipo di anticorpi può essere portatore? Si recepisce pienamente il terreno della spoliticizzazione, che è la vera malattia, più del “sovranismo” di destra, perché questo può essere spiegato come uno degli effetti di quella, non il contrario. Santori proseguiva: “c’è un progetto di centro-sinistra molto ampio” e ancora “c’è il PD”, per essere chiari su un esito a quel punto quanto mai ovvio. Si poteva già dire, allora: non ci siamo.

Ad essere fallimentare è, a mio avviso, la piattaforma dell’anti-salvinismo e del contrasto al populismo. Per mesi abbiamo assistito a questo, il nuovo governo è nato bagnato da questa benedizione: essere contro Salvini è diventato elemento sufficiente di nobilitazione politica, anche per personaggi più che discutibili e non esclusi quanti lo avevano vergognosamente sostenuto fino al giorno prima. Si sono dispensate patenti di legittimazione democratica a buon mercato. Nella costruzione di una alternativa politica seria, e sempre con l’obiettivo di una sinistra autonoma e terza, che è il mio orizzonte di riferimento, il problema che avverto come il maggiore al momento è questo: l’anti-salvinismo non basta e non può bastare, non dovrebbe nemmeno essere, propriamente, il fulcro di un progetto che, in tal caso, dimostra immediatamente di non avere alcuna proiezione. Anche perché, se si accettasse questa piattaforma riduttiva (contro il populismo, contro il “sovranismo” ecc.) si amputerebbe il problema della sua complessità.  La destra ultra-nazionalista (preferisco evitare il termine “sovranismo” perché ambiguo, ma ora su questo non mi addentro) è, per conto mio, soltanto la metà del problema. L’altra metà è il contrasto all’egemonia neo /ordo-liberista, rispetto alla quale la destra ultra-nazionalista è in una posizione falsamente antagonista.

Sappiamo che il terreno di possibilità sul quale la destra ultra-nazionalista prospera è rappresentato dalle politiche anti-sociali del neoliberismo globalista e mercatista. Separare queste due metà del problema non mi trova d’accordo e penso di sapere anche a cosa porti: ancora una volta alla difesa del sistema, alla conservazione mal travestita da rivoluzione. Illudendosi che il problema sia soltanto la destra ultra-nazionalista (quello che molti chiamano, secondo me impropriamente, sovranismo) si taglia a metà il quadro e si finisce, inevitabilmente, per trovarsi imbarcati insieme a quelli che sono, per noi, non di meno avversari, cioè quelli che hanno applicato tutte le deleterie ricette del neoliberismo e dell’austerity: appunto il PD, il “centrosinistra ampio”. Alle sardine bisogna allora chiedere se “oltre l’anti-salvinismo c’è di più”, ma io credo che già non partivamo affatto bene.  Se, poi, i leader delle sardine corrono all’abbraccio con i Benetton, bisogna sorprendersi? Se vanno ad aprire Amici di Maria De Filippi, bisogna sorprendersi? Forse ci sarebbe stato da sorprendersi del contrario. Ebbene sì, noi ve lo avevamo detto. Perché le sardine, se guardiamo alle premesse e ai leader, sono proprio Benetton+Amici. È una sintesi che non manca di nulla: politica elitista per le masse. Ovviamente il problema di fondo non sono le sardine ma la mancanza dell’alternativa. Ma anche le speranze mal riposte non aiutano.

Pier Paolo Caserta

Un grosso schiaffo a Salvini. di G. Giudice

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Giudice Giuseppe

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Una reazione molto a caldo, ma il grosso schiaffo a Salvini in Emilia è l’unica cosa che rende veramente felice. Non sono emiliano, abito a molta distanza da quella regione. Credo che però l’alta affluenza alle urne sia stata il motivo della sonora sconfitta di Salvini che è stata pesante (ma in Emilia!!) …..una forte reazione democratica e popolare contro una campagna elettorale condotta nel modo più indegno possibile (ma del resto cosa ti vuoi aspettare da un reazionario?) , seminando odio e paura, criminalizzando intere comunità. Certo , non mi faccio illusioni: la Lega è resterà forte, la destra è maggioritaria nel paese, amministra la gran parte delle regioni. Ed ero e resto distantissimo dal PD non credendo affatto in una sua mutazione genetica a sinistra e socialista. E’ una forza organica all’attuale modello economico e sociale (ma come, con diverse declinazioni è la Lega). Ma lo schiaffo sonoro a Salvini ci voleva.

Certamente la situazione in Italia resterà incerta e confusa per molto tempo, ma credo che le elezioni anticipate si allontanino. Poi avremo modo di approfondire meglio , a mente più fredda. Resta a sinistra del PD un vasto e potenziale spazio aperto che certo una sinistra ribellistica e veterocomunista radicalmente minoritaria nella visione non potrà mai coprire ed è destinata alla piena estinzione. Come ci sarà da riflettere sul destino del 5s (che non ho mai amato).Il problema è che alla sinistra del PD c’è un potenziale spazio per una sinistra socialista alla Sanders e Corbyn , critica del “pensiero unico” e critica del capitalismo nella sua forma odierna. Il problema è di individuare le soggettività e costruire una cultura politica organica , cose notoriamente non facile nel bailamme di questo maledetto paese.

Giuseppe Giudice

Europa, la lezione delle elezioni spagnole. di P. Borioni

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Il Belgio rimasto, alcuni anni fa, senza governo e soluzioni politiche per lungo tempo poteva sembrare una patologia di una paese complesso, in cui la difficile convivenza fra fiamminghi e valloni spaccava in due tutte le famiglie politiche rendendo incerta ogni coalizione.

Il Belgio è solo l’avanguardia

La realtà, confermata quasi ovunque è che stavamo entrando allora in un’epoca in cui vacillano anche i sistemi partitici e le culture politiche più salde. La Spagna alla quarta elezione di fila senza esito, la Svezia governata in modo del tutto precario, la Germania in cui la Grande coalizione perde il 30% dei voti e quasi scompare da intere zone del paese, il UK in preda alla anarchia post-Brexit, l’Austria che consuma formule politiche in serie, la Francia oscillante fra stabilità maggioritaria e tumulti continui.

I due maggiori fattori sono la grande crisi economica di alcuni anni fa, abbinata alle dottrine economiche consustanziali alla odierna Ue: le società europee un tempo incamminate lungo la strada del rapporto stretto fra eguaglianza e mobilità sociale si stanno trasformando in società gerarchiche in arretramento.

Il “caso” portoghese

La positiva eccezione portoghese, non a caso, deriva dal “rimbalzo” posteriore a un’epoca di feroce austerità, che il governo socialista sostenuto dalla sinistra ha invertito, ricominciando (prudentemente) a redistribuire verso categorie collocate in basso. Ma è improbabile che a Costa sarà consentita la fase successiva: addurre la propria esperienza come la definitiva confutazione dei dogmi ordoliberali europei.

I socialdemocratici danesi

Anche in Danimarca sono i socialdemocratici a consentire un governo relativamente stabile, ma anche qui (pur in un quadro economicamente più che sano!) ciò è frutto di una strategia determinata a cambiare per esempio le politiche pensionistiche restrittive, la sperequazione fra comuni ricchi e poveri. Ma assieme a ciò per riconquistare i ceti operai persi verso il nazional-populismo il sindacato danese tiene duro contro un padronato che vuole risolvere ogni problema di mercato del lavoro importando nuova manodopera a basso costo, e la socialdemocrazia è pronta a cambiare gli aspetti più disumani e propagandistici della politica migratoria della destra, ma mantenendo regole restrittive. Il fine principe è “integrare i danesi di retroterra non occidentale” già presenti, non aprire a nuovi rifugiati o immigrati.

Se arretrano diritti e welfare

In Spagna il Psoe conferma che i socialisti hanno difficoltà evidenti, ma non sono più in crisi di altri. Perdono tre seggi, ma ne ottengono 120, il Partido Popular, pur avanzando di 11 seggi rimane distante a 87, aggiudicandosi molto meno di quanto perde l’altra destra (evanescente e nuovista) di Ciudadanos, che crolla da 40 a 10 seggi. Anche chi riteneva di essere la grande novità dominante, Podemos, perde ben 7 seggi (da a 42 a 35), il che solo in parte si spiega con la scissione dell’efebico, eloquente e fumosamente postmateriale Errejon, che con il suo Mas Paìs ottiene solo 3 seggi.

Avanza la destra di Vox

Ma la vera bomba spagnola è quella di Vox, un nazionalpopulismo che ben poco si differenzia da un fascismo franchista che dista solo 40 anni, dopo essere durato altri 40. Vox esplode: da 24 a 52 seggi, ma l’elemento centrale è l’intensità dell’accelerazione di un partito che a quanto leggiamo (da non esperti di cose iberiche) solo due anni fa non era presente in alcuna istituzione elettiva. Ciò eguaglia e forse sopravanza la prestazione che pareva imbattibile dell’estrema destra svedese (Sverigedemokraterna): assente dal parlamento tre legislature fa, oggi totalizza il 17%, nei sondaggi è seconda ad un punto dai socialdemocratici, e spacca la vecchia alleanza fra partiti liberal-conservatori borghesi che aveva governato fra 2006 e 2014.

Se arretrano diritti e welfare

Si obbietterà che in Spagna è la questione Catalana a rendere tutto più anomalo, ma il quadro generale sembra affermare ben di più. Senza contare che anche la Catalogna (così come il regionalismo differenziato Lombardo-Veneto) è dentro un contesto che, spaccando le società nazionali, provoca reazioni identitarie di vario tipo: le regioni più avanzate disdicono la solidarietà con quelle meno performanti, cercando così di rimanere nelle catene produttive europee del valore ai costi sempre più bassi che queste impongono.

Allo stesso modo le classi medie e operaie in difficoltà, a cui da decenni si è scolpito in testa che welfare, diritti e salari possono e devono solo arretrare, cercano almeno di escluderne “i nuovi” per non dividere con troppi ciò che hanno visto sempre più scarseggiare.

Il purgatorio della Lega

Sono questi gli elementi comuni di anomia, di incertezza, di imprevedibilità. Elementi crescenti. Ricordiamo che la nostra Lega ci ha messo 30 anni per raggiungere i livelli attuali. Nonostante Tangentopoli e, dal 1994, la scomparsa unica di un’intero sistema politico, essa ha dovuto attendere il disfarsi di una destra berlusconiana che, a vederla oggi, era qualcosa di diverso.

Si apriva ad elementi populistici (la personalità di Berlusconi, alcuni toni anti-meridionali della Lega nella fase di Bossi) ma al contempo accoglieva la “ex destra” di Fini in cammino sincero verso la normalizzazione, e si muniva largamente di una classe dirigente della “prima repubblica” tutt’altro che populista (Casini, Sacconi, Cicchitto, Pisanu) in comunicazione soprattutto con l’elettorato ancora schiettamente moderato, rimasto orfano del “pentapartito”.

L’accelerazione della Spagna

Oggi invece avanza ovunque una nuova destra che cavalca libera (è lei ad assorbire gli ex-moderati, non viceversa), e può farlo sia con nuovi partiti, sia conquistando quelli pluricentenari (i Tories britannici, i repubblicani in Usa).
A confronto con tutto ciò pare quindi che la
Spagna confermi una accelerazione inquietante verso qualcosa di più nudamente e schiettamente nazional-populista, di cui il nostro paese è parte.

Un fenomeno con differenziazioni e particolarità nazionali, regionali e locali, ma troppo esteso per essere risolto con gli aforismi autorazzisti alla Flaiano o alla Eco (il fascismo carattere nazionale, il “fascismo eterno”), con gli stereotipi antropologici (il welfare nordico generoso solo con chi è biondo e luterano) o con le nuove caricature sulla perfida Albione (gli inglesi posseduti da un destino imperiale extraeuropeo).

Rispetto per i patti costituzionali antifascisti

Occorre essere umili, tornare alla storia e vedere quali politiche e quali culture politiche rafforzano la democrazia, e quali le sono nocive. Tutto, come è ovvio, va adattato a tempi diversi, senza idoli e idealizzazioni. Ma sapendo che i mantra “da terza via” non risolvono: nessuna integrazione internazionale, europea o globale, regge se gerarchizza sistematicamente anziché includere programmaticamente, se non si riequilibra lasciando spazio alle democrazie nazionali. E se non rispetta i patti costituzionali antifascisti che esse si sono date all’epoca in cui la democrazia davvero avanzava.

Paolo Borioni

Articolo tratto dal sito Strisciarossa: http://www.strisciarossa.it/europa-la-lezione-delle-elezioni-spagnole/?fbclid=IwAR1cZZG7V1W9N1YLZEbiKe8lZwD2mAIPzgQJZZ_DzTzjWnJz5OY-mXCB0Pw

La Costituzione, il diritto e il dovere del voto, di M. Foroni

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Fino a pochi anni fa, il non esercizio del diritto di voto da parte di una cittadina e di un cittadino era sanzionato. Quando ero giovane studente liceale, ho votato per la prima volta nel 1980, ero come i miei coetanei perfettamente consapevole che se non mi fossi recato alle urne ciò sarebbe stato sanzionato.

Il DPR n.361/1957 all’art. 4 enunciava che “l’esercizio del voto è un obbligo al quale nessun cittadino può sottrarsi senza venir meno ad un suo preciso dovere verso il Paese”, e all’art. 115 che “L’elettore che non abbia esercitato il diritto di voto, deve darne giustificazione al sindaco…l’elenco di coloro che si astengono dal voto, senza giustificato motivo, è esposto per la durata di un mese nell’albo comunale. Per il periodo di cinque anni la menzione ‘non ha votato’ è iscritta nei certificati di buona condotta” tenuti presso il casellario giudiziario. Il certificato di buona condotta veniva richiesto dalle aziende al momento della domanda di assunzione, e se non si aveva esercitato il diritto di voto era inibita la partecipazione ai concorsi pubblici. Questa norma è stata abrogata (forse non a caso) nel 1993, l’anno horribilis della Repubblica, quello delle bombe di mafia a Roma e a Firenze, della abolizione della legge elettorale proporzionale disegnata dai costituenti con il passaggio alla legge elettorale maggioritaria, della discesa nell’agone politico del primo Partito mediatico della storia repubblicana, della nascita (per qualcuno) della cosiddetta seconda Repubblica, che non è mai esistita.

Ma rimane ovviamente l’art. 48 della Costituzione, c. II, “Il voto è personale ed eguale, libero e segreto. Il suo esercizio è dovere civico” rafforzato dalla sentenza n.96/1968 della Corte Costituzionale (Presidente Sandulli) dove “in materia di elettorato attivo, l’articolo 48, secondo comma, della Costituzione ha, poi, carattere universale ed i princìpi, con esso enunciati, vanno osservati in ogni caso in cui il relativo diritto debba essere esercitato”. Forse non era solo per motivazioni ideologiche che durante la cosiddetta prima Repubblica dei partiti della Costituente (che sapevano della importanza decisiva della partecipazione al voto per la tenuta della democrazia, usciti da una guerra devastante e dopo venti anni di dittatura fascista), la partecipazione al voto era mediamente al 90%.

Concetti e principi costituzionali da spiegare bene, oggi, a Viola Carofalo e a Gino Strada.

Marco Foroni