antifascismo

Sessanta anni fa la carica a Porta San Paolo. di M. Zanier

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É per me un grande onore partecipare a questa manifestazione importante e portare i saluti della FIAP.

I fatti di Porta San Paolo, vanno ricondotti al clima pesante del governo Tambroni del 1960 e al fatto che la Dc aveva respinto le istanze di Amintore Fanfani, che voleva aprire il governo monocolore ai socialdemocratici nel 1958 per superare la formula del centrismo: messo in minoranza dalla maggioranza del partito, contraria a questa prospettiva, è costretto l’anno dopo alle dimissioni da segretario e da capo del governo. Ad esso segue il II governo Segni che nel luglio 1959 giustifica in Parlamento l’intervento delle forze di polizia con bombe lacrimogene allo sciopero dei marittimi a Torre del Greco (NA), ricevendo l’appoggio dell’Msi e provocando dure reazioni fra i partiti di sinistra. In quella fase storica va detto che i liberali di Giovanni Malagodi erano estremamente duri con le possibili aperture della Dc verso i partiti della sinistra e il 20 febbraio 1959 fa un discorso di rottura verso quel partito, mentre Saragat auspica un governo Dc – Psdi – Pri con l’appoggio esterno del Psi. Il 23 febbraio il PLI ritira l’appoggio al governo.

Il 25 marzo 1960 nasce il governo monocolore democristiano Tambroni che si regge sull’appoggio esterno dell’Msi guidato da Giorgio Almirante. E’ una svolta pesante perché Almirante aveva avuto delle responsabilità gravissime nella Repubblica Sociale Italiana, avendo firmato lui dopo l’8 settembre 1943 il decreto legge che obbligava i militari italiani e i ribelli in montagna a consegnarsi ai fascisti o ai tedeschi o ad essere fucilati[1].

Il governo Tambroni non sarebbe durato per fortuna che pochi mesi soltanto ma il suo ricordo è ancora molto vivo. La sua decisione di dare spazio ai fascisti e autorizzare il Congresso missino a Genova, città medaglia d’oro della Resistenza liberata dai partigiani il 23 aprile 1945, aveva fatto insorgere moltissimi lavoratori del porto e delle fabbriche, la protesta si era estesa ai professori universitari e soprattutto a migliaia di ragazzi giovanissimi che scendevano in piazza per la prima volta. La repressione delle forze dell’ordine era stata violenta. Ma l’indignazione e la protesta degli antifascisti non si sarebbe fermata: il 28 giugno Sandro Pertini avrebbe detto a Genova in un discorso memorabile davanti a una folla oceanica che quel Congresso era stato convocato non per discutere, ma per provocare, per contrapporre un vergognoso passato alla Resistenza, cogliendo il nocciolo della questione.

Nella manifestazione genovese del 30 giugno in quella città saranno 75 i feriti e i contusi tra i manifestanti caricati dalla polizia mentre rientravano a casa alla fine del corteo[2]. Ma il risultato della mobilitazione fu straordinario: il 2 luglio il Congresso missino a Genova viene annullato e il Msi minaccia di ritirare l’appoggio al governo. Il giorno dopo su l’«Avanti!» Nenni scrive che Genova rappresenta la risposta al tentativo governativo di inserire i residui fascisti nella cittadella democratica.

I fatti del 6 luglio 1960 a Porta San Paolo sono da inscriversi in questo contesto in un momento storico preciso: erano passati solo 15 anni dalla fine della Resistenza. La manifestazione di quel giorno contro il governo Tambroni, si badi bene, era stata inizialmente autorizzata dalla Prefettura e solo il giorno prima l’autorizzazione venne negata per motivi di ordine pubblico. Una provocazione? Comunque difficile e complicato comunicare a quel punto ai tanti partecipanti che la manifestazione non si sarebbe svolta più. Di fatto la repressione delle forze dell’ordine fu qualcosa di terribile: per la prima volta dal dopoguerra viene usata la cavalleria contro una manifestazione pacifica. La prima pagina de «l’Unità» del giorno dopo parla di migliaia di poliziotti scagliati contro la folla che portava corone ai martiri antifascisti, di deputati comunisti e socialisti fermati, insultati e percossi, di centinaia di fermi e di feriti, di rastrellamenti nelle case[3]. Fortissima sarà l’eco in Parlamento delle forze democratiche che chiederanno spiegazione al governo delle violenze contro i manifestanti in piazza.

I fatti di Porta San Paolo avvengono subito dopo la rivolta popolare e lo sciopero generale di Genova e prima dei fatti di Reggio Emilia con cinque morti il 7 luglio e i quattro morti l’8 luglio in Sicilia.

La CGIL, che l’8 luglio proclama lo sciopero generale in tutta Italia è, accanto ai partiti antifascisti, agli operai, ai professori, agli studenti e ai molti altri che scesero in piazza, uno dei protagonisti della rivolta contro un governo troppo tenero con le idee e le iniziative neofasciste e tra le forze che ne determinano la caduta il 19 luglio.

La cavalleria che scende in piazza il 6 giugno a Roma guidata da Raimondo d’Inzeo a bastonare i manifestanti indifesi e intimidire i molti parlamentari che aprivano il corteo è il segno per tutte le forze politiche e per la Dc in particolare, che le cose in Italia dovevano cambiare. E non sarà un caso se due anni dopo Aldo Moro, nell’VIII Congresso della DC a Napoli, il 27 gennaio 1962, parlerà del Psi come di una riserva alla quale attingere […] per un più stabile equilibrio in seno alla democrazia italiana chiarendo inoltre l’evidente inutilizzabilità di una destra retriva, diffidente del nuovo, minacciosa. Il 21 febbraio di quell’anno, il IV governo Fanfani sostenuto da Dc, Pri e Psdi con l’appoggio esterno del Psi, cambierà la storia recente del Paese, inaugurando la lunga stagione del centro-sinistra che realizzerà delle riforme fondamentali per la modernizzazione del Paese.

Marco Zanier.

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[1] Simonetta Fiori, «Almirante e gli scheletri di Salò»,  «la Repubblica», 29 maggio 2008

[2] «Drammatica giornata di lotta antifascista nelle piazze di Genova», «Avanti!», 1° luglio 1960

[3] «Fiera battaglia antifascista a Roma contro un selvaggio attacco della polizia», «l’Unità», 7 luglio 1960

Antifascismo come lotta di classe. di P. P. Caserta

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Il 25 aprile, come anche il primo maggio, è caduto quest’anno in piena pandemia. Tra i due temi e le due ricorrenze esiste, come sempre, un intimo legame. Sia l’antifascismo che il Lavoro sembrerebbero, per altro, aver bisogno da tempo di una cura rinvigorente. Il 25 aprile è la ricorrenza della liberazione dal nazifascismo e momento fondativo della Prima repubblica nata dalla Resistenza. L’antifascismo non è in alcun modo negoziabile. Esiste oggi, purtroppo, un grave logorio dell’antifascismo, la cui colpa non è tuttavia ascrivibile soltanto a chi non ne riconosce la necessità, a chi disprezza apertamente la democrazia e agli anti-antifascisti, ma anche a chi sostiene l’antifascismo in modo solo nominalistico. Chi si dichiara antifascista solo perché antipopulista e “anti-sovranista” ma non ha mai mezza parola da dire sull’élite tecno-finanziaria oggi dominante (ossia, per mantenere tutti i termini di una analogia necessaria, sull’odierno ceto padronale) collabora attivamente alla condizione di difficoltà nella quale versa oggi l’antifascismo. Così l’antifascismo è diventata una delle strutture discorsive non soltanto dell’ideologia mercatista e globalista egemone nell’attuale ciclo neo /ordo-liberale, ma anche dei movimenti post-ideologici che ne presidiano gli spazi perché nulla cambi. Un esempio immediato è fornito dalle Sardine, che si dichiarano antifasciste ma non si capisce di cosa possano mai essere ‘partigiane’; o meglio, lo si è ben compreso quando sono corse dai Benetton. Antifascismo dichiarato e piena difesa sia dell’élite che dei partiti di sistema. La bibita annacquata è servita. Insomma quanto di più innocuo si possa immaginare. Occorre, invece, perché sia investito del suo significato migliore, ma anche perché ritrovi slancio (forse un ritorno al principio, per dirla con Machiavelli) ritrovare come l’antifascismo fu prima di tutto lotta di classe. Il fascismo fu, infatti, padronale e anti-socialista fin dai suoi esordi. Bisogna ritrovare come l’antifascismo fu in primo luogo lotta di classe per non lasciarne la difesa retorica a parolieri, sardine e padroni. Il fronte antifascista fu ovviamente composito e non c’è dubbio che ne fecero parte formazioni nella cui tradizione di pensiero la lotta di classe non solo non gioca un ruolo, ma rappresentò una prospettiva avversata. Tuttavia, concretamente, si toglierebbe moltissimo all’antifascismo dimenticandone la rilevante dimensione di lotta non solo di popolo, ma di classe, prima. Se oggi la vitalità dell’antifascismo appare sbiadita, ci sono molte ragioni, ma almeno una di queste dipende non dai neo/post/eternamente-fascisti in circolazione, bensì dal fatto che si è smarrita la via maestra del conflitto. Basterebbe riflettere su quanti, tra coloro che si dichiarano antifascisti, mostrano di mettere ancora il tema del conflitto in una posizione preminente. Questo smarrimento ha aperto spazi ai rigurgiti reazionari, ultra-nazionalisti, fascistodi e in alcuni casi palesemente autoritari, ma perché a monte ha lasciato campo libero al neoliberismo dagli effetti fascistizzanti. In conclusione esiste un falso antifascismo non solo delle élite, come è del tutto chiaro, ma anche di quanti sono in una condizione falsamente alternativa, in realtà di pieno supporto, con le èlite, perché si limitano a sbandierare l’anti-populismo, riduttivamente inteso come nuovo fascismo, ma hanno completamente abbandonato i temi, le pratiche e i luoghi del conflitto.

Pier Paolo Caserta

tratto dal Blog personale dell’autore pubblicato a questo link https://casertapierpaolo.wixsite.com/ilmiosito/post/antifascismo-come-lotta-di-classe

Mio padre. di F. Marchi

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Mio padre è stato un partigiano, comandante di una Brigata operativa in Umbria e nell’alto Lazio. I suoi racconti di lotta e di guerra partigiana sono stati per me un grande insegnamento. Mi raccontò molte volte di quella volta in cui uccise un soldato tedesco. “Fortunatamente – diceva – non sai a chi spari, spari nel mucchio, loro sparano, tu spari. Ma quella volta non c’erano dubbi, ero stato io ad uccidere quel ragazzo. Gli tirai una bomba a mano proprio nella sua buca. Rimasi sconvolto. Era la prima volta che avevo la piena consapevolezza di avere ucciso un uomo, un altro ragazzo come me. E’ tremendo, anche se sai di stare dalla parte giusta non riesci a toglierti dalla mente quel ragazzo a cui hai tolto la vita. E sai che devi andare avanti, specie se hai la responsabilità di altri uomini. Tornai al nostro rifugio e vomitai per un giorno intero”.

Il racconto di quanto avvenuto, per la verità, sarebbe molto più cruento, ma sarebbe solo di pessimo gusto scendere in particolari. Me lo ha raccontato tante volte, forse per farmi capire che bisogna combattere con tutte le nostre forze per quello in cui crediamo ma non dobbiamo mai odiare, non dobbiamo mai perdere la nostra umanità. Per lo meno è così che l’ho interpretato.

E’ stato un combattente, un militante e un dirigente socialista per lungo tempo.
Se ne è andato quasi 17 anni fa all’età di 85 anni. Nacque il 16 aprile del 1918, lo stesso giorno (chissà, il caso) e lo stesso mese in cui è nata una persona che mi sta molto a cuore. Lo porto sempre con me, ogni giorno mi fa compagnia, è come se fosse vivo. E quando devo prendere una qualsiasi decisione penso sempre a cosa mi avrebbe detto mio padre. “Agisci sempre secondo coscienza”. “Fai sempre la cosa giusta”. Questo è stato il suo insegnamento. Questo è rimasto scolpito dentro di me come se fosse intagliato nella roccia.
Ricordo ancora la prima volta che andai con lui ad un comizio proprio a Porta San Paolo. Ero un ragazzino, mi portai dietro il pallone e cominciai a palleggiare da solo come fanno appunto i ragazzini, praticamente per tutta la durata del comizio. Mio padre si salutava con un sacco di amici e compagni, ridevano, scherzavano e parlavano, di politica, ovviamente, che a me allora annoiava terribilmente e mi chiedevo cosa ci trovasse lui di tanto appassionante. Era una manifestazione unitaria, come si diceva una volta, dei due grandi partiti della Sinistra, il PCI e il PSI. Incredibilmente, me la ricordo ancora, forse perché è stata appunto la prima della mia vita. Ricordo che c’erano tanti operai edili con il tradizionale cappello di carta di giornali sulla testa, come usavano allora, poi gli operai della Stefer con la divisa blu, quelli dell’Atac e i taxisti con i taxi (erano di colore verde e poi diventarono gialli) con le bandiere rosse.

Si allontanò diversi anni più tardi da quella sinistra in cui da sempre aveva militato, fin dagli anni dell’occupazione nazifascista. Era molto amareggiato da quello che quella sinistra stava diventando ed era già in larghissima parte diventata. Oggi, se ci fosse ancora, credo che ne sarebbe letteralmente disgustato. Da una parte penso che sia stato meglio che se ne sia andato prima di assistere a quella totale degenerazione, a quello scempio che io invece, suo figlio, ho vissuto.

Celebro così, il mio 25 aprile, Festa della Liberazione, da tempo ridotta ad una ipocrita kermesse, esattamente come il 1 Maggio e il suo maledetto “concertone”.
Tutto molto triste.

Fabrizio Marchi

L’articolo è tratto dal sito linterferenza.info al link http://www.linterferenza.info/attpol/mio-padre/?fbclid=IwAR218IoCpncW5Au7KCrSS96zbIFlpTlCZbyFqwRI5VjQFWUdabew2aB9bfo

Le premesse delle sardine. di P. P. Caserta

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In assenza di una forte attenzione ai temi del conflitto, del Lavoro, della questione sociale, il semplice anti-populismo qualifica una (pseudo)sinistra elitista, non una sinistra popolare.

Quando si parla di movimenti e del loro retroterra ideologico-culturale, tendo a dare molta importanza alle logiche iniziali. Questo vale in modo particolare per i movimenti post-ideologici. Metterne in parentesi l’analisi perché si suppone che sia “troppo presto per esprimere un giudizio” frena e ritarda la comprensione, prolungando illusioni e rivelando la vera, sebbene spesso involontaria, funzione di questa cautela, quella di predisporre un efficace dispositivo a protezione della conservazione. Nel caso delle sardine, la conservazione assume la forma della piena organicità alla polarizzazione populista-elitista del dibattito politico, usando l’antisalvinismo come elemento di giustificazione.

Da quando il movimento delle sardine è apparso sulla scena, alcuni, tra quanti lo hanno incoraggiato o difeso, hanno fatto passare che criticarlo significasse automaticamente fare dietrologia. È un’associazione di idee ruvida e dualistica e forse oggi lo si può capire meglio. Un conto è mettere in guardia dal complottismo (in questo caso: dietro alla sardine c’è / ci sono / sono manovrate da…), sempre perniciosissimo, altro è la clamorosa ingenuità della lettura dei movimenti “spontanei”. Qui ci vuole una misura tra dietrologia e totale ingenuità! Certo, esiste un livello spontaneo dei movimenti, ma c’è anche il livello della leadership che incanala un movimento fatto, in parte e specialmente all’origine, di pulsioni e di istanze spontanee o largamente condivise. E può, in questo senso, plasmarlo, proprio nel momento iniziale in cui un movimento è duttile e assomma al suo interno potenzialità molteplici. Inoltre, le dinamiche tra la leadership e la base o la piazza, i meccanismi di partecipazione e di decisione, le eventuali cinghie intermedie di trasmissione, vanno analizzati. È un lavoro che va fatto seriamente, come sempre a debita distanza sia dalla demonizzazione che dall’esaltazione acritica. Cosi, non ho mai inteso parlare di quello che c’e “dietro” alle sardine e nemmeno di cosa abbiano davanti; bensì, tanto per cominciare, dei sei punti del “programma”, che equivalevano più o meno a dire: “Signori, quando fate macelleria sociale, non mettetevi le dita nel naso!” Inoltre, al di là del merito delle questioni, quella piattaforma programmatica fu decisa da chi? Da quanti? Secondo quale metodo? La “piazza”, la base, è stata coinvolta? Sono stati posti in essere meccanismi decisionali in qualche modo larghi, partecipativi, inclusivi? A me non pare.  

Non c’è dubbio che i movimenti abbiano bisogno di tempo per essere giudicati, devono decantare. E non è mai saggio disprezzare una mobilitazione estesa. Dialogare, piuttosto, almeno fintanto che appare possibile e utile.  È lecito, però, esprimersi sulle premesse e io penso che già molte riserve fossero fondate. Santori aveva precisato subito che non ha (lui? il movimento?) “posizioni politiche” perché “svolge il ruolo di anticorpi”. Un movimento che si pensa “non politico”, di che tipo di anticorpi può essere portatore? Si recepisce pienamente il terreno della spoliticizzazione, che è la vera malattia, più del “sovranismo” di destra, perché questo può essere spiegato come uno degli effetti di quella, non il contrario. Santori proseguiva: “c’è un progetto di centro-sinistra molto ampio” e ancora “c’è il PD”, per essere chiari su un esito a quel punto quanto mai ovvio. Si poteva già dire, allora: non ci siamo.

Ad essere fallimentare è, a mio avviso, la piattaforma dell’anti-salvinismo e del contrasto al populismo. Per mesi abbiamo assistito a questo, il nuovo governo è nato bagnato da questa benedizione: essere contro Salvini è diventato elemento sufficiente di nobilitazione politica, anche per personaggi più che discutibili e non esclusi quanti lo avevano vergognosamente sostenuto fino al giorno prima. Si sono dispensate patenti di legittimazione democratica a buon mercato. Nella costruzione di una alternativa politica seria, e sempre con l’obiettivo di una sinistra autonoma e terza, che è il mio orizzonte di riferimento, il problema che avverto come il maggiore al momento è questo: l’anti-salvinismo non basta e non può bastare, non dovrebbe nemmeno essere, propriamente, il fulcro di un progetto che, in tal caso, dimostra immediatamente di non avere alcuna proiezione. Anche perché, se si accettasse questa piattaforma riduttiva (contro il populismo, contro il “sovranismo” ecc.) si amputerebbe il problema della sua complessità.  La destra ultra-nazionalista (preferisco evitare il termine “sovranismo” perché ambiguo, ma ora su questo non mi addentro) è, per conto mio, soltanto la metà del problema. L’altra metà è il contrasto all’egemonia neo /ordo-liberista, rispetto alla quale la destra ultra-nazionalista è in una posizione falsamente antagonista.

Sappiamo che il terreno di possibilità sul quale la destra ultra-nazionalista prospera è rappresentato dalle politiche anti-sociali del neoliberismo globalista e mercatista. Separare queste due metà del problema non mi trova d’accordo e penso di sapere anche a cosa porti: ancora una volta alla difesa del sistema, alla conservazione mal travestita da rivoluzione. Illudendosi che il problema sia soltanto la destra ultra-nazionalista (quello che molti chiamano, secondo me impropriamente, sovranismo) si taglia a metà il quadro e si finisce, inevitabilmente, per trovarsi imbarcati insieme a quelli che sono, per noi, non di meno avversari, cioè quelli che hanno applicato tutte le deleterie ricette del neoliberismo e dell’austerity: appunto il PD, il “centrosinistra ampio”. Alle sardine bisogna allora chiedere se “oltre l’anti-salvinismo c’è di più”, ma io credo che già non partivamo affatto bene.  Se, poi, i leader delle sardine corrono all’abbraccio con i Benetton, bisogna sorprendersi? Se vanno ad aprire Amici di Maria De Filippi, bisogna sorprendersi? Forse ci sarebbe stato da sorprendersi del contrario. Ebbene sì, noi ve lo avevamo detto. Perché le sardine, se guardiamo alle premesse e ai leader, sono proprio Benetton+Amici. È una sintesi che non manca di nulla: politica elitista per le masse. Ovviamente il problema di fondo non sono le sardine ma la mancanza dell’alternativa. Ma anche le speranze mal riposte non aiutano.

Pier Paolo Caserta

Un grosso schiaffo a Salvini. di G. Giudice

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Giudice Giuseppe

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Una reazione molto a caldo, ma il grosso schiaffo a Salvini in Emilia è l’unica cosa che rende veramente felice. Non sono emiliano, abito a molta distanza da quella regione. Credo che però l’alta affluenza alle urne sia stata il motivo della sonora sconfitta di Salvini che è stata pesante (ma in Emilia!!) …..una forte reazione democratica e popolare contro una campagna elettorale condotta nel modo più indegno possibile (ma del resto cosa ti vuoi aspettare da un reazionario?) , seminando odio e paura, criminalizzando intere comunità. Certo , non mi faccio illusioni: la Lega è resterà forte, la destra è maggioritaria nel paese, amministra la gran parte delle regioni. Ed ero e resto distantissimo dal PD non credendo affatto in una sua mutazione genetica a sinistra e socialista. E’ una forza organica all’attuale modello economico e sociale (ma come, con diverse declinazioni è la Lega). Ma lo schiaffo sonoro a Salvini ci voleva.

Certamente la situazione in Italia resterà incerta e confusa per molto tempo, ma credo che le elezioni anticipate si allontanino. Poi avremo modo di approfondire meglio , a mente più fredda. Resta a sinistra del PD un vasto e potenziale spazio aperto che certo una sinistra ribellistica e veterocomunista radicalmente minoritaria nella visione non potrà mai coprire ed è destinata alla piena estinzione. Come ci sarà da riflettere sul destino del 5s (che non ho mai amato).Il problema è che alla sinistra del PD c’è un potenziale spazio per una sinistra socialista alla Sanders e Corbyn , critica del “pensiero unico” e critica del capitalismo nella sua forma odierna. Il problema è di individuare le soggettività e costruire una cultura politica organica , cose notoriamente non facile nel bailamme di questo maledetto paese.

Giuseppe Giudice

Europa, la lezione delle elezioni spagnole. di P. Borioni

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s200_paolo.borioni

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Il Belgio rimasto, alcuni anni fa, senza governo e soluzioni politiche per lungo tempo poteva sembrare una patologia di una paese complesso, in cui la difficile convivenza fra fiamminghi e valloni spaccava in due tutte le famiglie politiche rendendo incerta ogni coalizione.

Il Belgio è solo l’avanguardia

La realtà, confermata quasi ovunque è che stavamo entrando allora in un’epoca in cui vacillano anche i sistemi partitici e le culture politiche più salde. La Spagna alla quarta elezione di fila senza esito, la Svezia governata in modo del tutto precario, la Germania in cui la Grande coalizione perde il 30% dei voti e quasi scompare da intere zone del paese, il UK in preda alla anarchia post-Brexit, l’Austria che consuma formule politiche in serie, la Francia oscillante fra stabilità maggioritaria e tumulti continui.

I due maggiori fattori sono la grande crisi economica di alcuni anni fa, abbinata alle dottrine economiche consustanziali alla odierna Ue: le società europee un tempo incamminate lungo la strada del rapporto stretto fra eguaglianza e mobilità sociale si stanno trasformando in società gerarchiche in arretramento.

Il “caso” portoghese

La positiva eccezione portoghese, non a caso, deriva dal “rimbalzo” posteriore a un’epoca di feroce austerità, che il governo socialista sostenuto dalla sinistra ha invertito, ricominciando (prudentemente) a redistribuire verso categorie collocate in basso. Ma è improbabile che a Costa sarà consentita la fase successiva: addurre la propria esperienza come la definitiva confutazione dei dogmi ordoliberali europei.

I socialdemocratici danesi

Anche in Danimarca sono i socialdemocratici a consentire un governo relativamente stabile, ma anche qui (pur in un quadro economicamente più che sano!) ciò è frutto di una strategia determinata a cambiare per esempio le politiche pensionistiche restrittive, la sperequazione fra comuni ricchi e poveri. Ma assieme a ciò per riconquistare i ceti operai persi verso il nazional-populismo il sindacato danese tiene duro contro un padronato che vuole risolvere ogni problema di mercato del lavoro importando nuova manodopera a basso costo, e la socialdemocrazia è pronta a cambiare gli aspetti più disumani e propagandistici della politica migratoria della destra, ma mantenendo regole restrittive. Il fine principe è “integrare i danesi di retroterra non occidentale” già presenti, non aprire a nuovi rifugiati o immigrati.

Se arretrano diritti e welfare

In Spagna il Psoe conferma che i socialisti hanno difficoltà evidenti, ma non sono più in crisi di altri. Perdono tre seggi, ma ne ottengono 120, il Partido Popular, pur avanzando di 11 seggi rimane distante a 87, aggiudicandosi molto meno di quanto perde l’altra destra (evanescente e nuovista) di Ciudadanos, che crolla da 40 a 10 seggi. Anche chi riteneva di essere la grande novità dominante, Podemos, perde ben 7 seggi (da a 42 a 35), il che solo in parte si spiega con la scissione dell’efebico, eloquente e fumosamente postmateriale Errejon, che con il suo Mas Paìs ottiene solo 3 seggi.

Avanza la destra di Vox

Ma la vera bomba spagnola è quella di Vox, un nazionalpopulismo che ben poco si differenzia da un fascismo franchista che dista solo 40 anni, dopo essere durato altri 40. Vox esplode: da 24 a 52 seggi, ma l’elemento centrale è l’intensità dell’accelerazione di un partito che a quanto leggiamo (da non esperti di cose iberiche) solo due anni fa non era presente in alcuna istituzione elettiva. Ciò eguaglia e forse sopravanza la prestazione che pareva imbattibile dell’estrema destra svedese (Sverigedemokraterna): assente dal parlamento tre legislature fa, oggi totalizza il 17%, nei sondaggi è seconda ad un punto dai socialdemocratici, e spacca la vecchia alleanza fra partiti liberal-conservatori borghesi che aveva governato fra 2006 e 2014.

Se arretrano diritti e welfare

Si obbietterà che in Spagna è la questione Catalana a rendere tutto più anomalo, ma il quadro generale sembra affermare ben di più. Senza contare che anche la Catalogna (così come il regionalismo differenziato Lombardo-Veneto) è dentro un contesto che, spaccando le società nazionali, provoca reazioni identitarie di vario tipo: le regioni più avanzate disdicono la solidarietà con quelle meno performanti, cercando così di rimanere nelle catene produttive europee del valore ai costi sempre più bassi che queste impongono.

Allo stesso modo le classi medie e operaie in difficoltà, a cui da decenni si è scolpito in testa che welfare, diritti e salari possono e devono solo arretrare, cercano almeno di escluderne “i nuovi” per non dividere con troppi ciò che hanno visto sempre più scarseggiare.

Il purgatorio della Lega

Sono questi gli elementi comuni di anomia, di incertezza, di imprevedibilità. Elementi crescenti. Ricordiamo che la nostra Lega ci ha messo 30 anni per raggiungere i livelli attuali. Nonostante Tangentopoli e, dal 1994, la scomparsa unica di un’intero sistema politico, essa ha dovuto attendere il disfarsi di una destra berlusconiana che, a vederla oggi, era qualcosa di diverso.

Si apriva ad elementi populistici (la personalità di Berlusconi, alcuni toni anti-meridionali della Lega nella fase di Bossi) ma al contempo accoglieva la “ex destra” di Fini in cammino sincero verso la normalizzazione, e si muniva largamente di una classe dirigente della “prima repubblica” tutt’altro che populista (Casini, Sacconi, Cicchitto, Pisanu) in comunicazione soprattutto con l’elettorato ancora schiettamente moderato, rimasto orfano del “pentapartito”.

L’accelerazione della Spagna

Oggi invece avanza ovunque una nuova destra che cavalca libera (è lei ad assorbire gli ex-moderati, non viceversa), e può farlo sia con nuovi partiti, sia conquistando quelli pluricentenari (i Tories britannici, i repubblicani in Usa).
A confronto con tutto ciò pare quindi che la
Spagna confermi una accelerazione inquietante verso qualcosa di più nudamente e schiettamente nazional-populista, di cui il nostro paese è parte.

Un fenomeno con differenziazioni e particolarità nazionali, regionali e locali, ma troppo esteso per essere risolto con gli aforismi autorazzisti alla Flaiano o alla Eco (il fascismo carattere nazionale, il “fascismo eterno”), con gli stereotipi antropologici (il welfare nordico generoso solo con chi è biondo e luterano) o con le nuove caricature sulla perfida Albione (gli inglesi posseduti da un destino imperiale extraeuropeo).

Rispetto per i patti costituzionali antifascisti

Occorre essere umili, tornare alla storia e vedere quali politiche e quali culture politiche rafforzano la democrazia, e quali le sono nocive. Tutto, come è ovvio, va adattato a tempi diversi, senza idoli e idealizzazioni. Ma sapendo che i mantra “da terza via” non risolvono: nessuna integrazione internazionale, europea o globale, regge se gerarchizza sistematicamente anziché includere programmaticamente, se non si riequilibra lasciando spazio alle democrazie nazionali. E se non rispetta i patti costituzionali antifascisti che esse si sono date all’epoca in cui la democrazia davvero avanzava.

Paolo Borioni

Articolo tratto dal sito Strisciarossa: http://www.strisciarossa.it/europa-la-lezione-delle-elezioni-spagnole/?fbclid=IwAR1cZZG7V1W9N1YLZEbiKe8lZwD2mAIPzgQJZZ_DzTzjWnJz5OY-mXCB0Pw

La Costituzione, il diritto e il dovere del voto, di M. Foroni

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Fino a pochi anni fa, il non esercizio del diritto di voto da parte di una cittadina e di un cittadino era sanzionato. Quando ero giovane studente liceale, ho votato per la prima volta nel 1980, ero come i miei coetanei perfettamente consapevole che se non mi fossi recato alle urne ciò sarebbe stato sanzionato.

Il DPR n.361/1957 all’art. 4 enunciava che “l’esercizio del voto è un obbligo al quale nessun cittadino può sottrarsi senza venir meno ad un suo preciso dovere verso il Paese”, e all’art. 115 che “L’elettore che non abbia esercitato il diritto di voto, deve darne giustificazione al sindaco…l’elenco di coloro che si astengono dal voto, senza giustificato motivo, è esposto per la durata di un mese nell’albo comunale. Per il periodo di cinque anni la menzione ‘non ha votato’ è iscritta nei certificati di buona condotta” tenuti presso il casellario giudiziario. Il certificato di buona condotta veniva richiesto dalle aziende al momento della domanda di assunzione, e se non si aveva esercitato il diritto di voto era inibita la partecipazione ai concorsi pubblici. Questa norma è stata abrogata (forse non a caso) nel 1993, l’anno horribilis della Repubblica, quello delle bombe di mafia a Roma e a Firenze, della abolizione della legge elettorale proporzionale disegnata dai costituenti con il passaggio alla legge elettorale maggioritaria, della discesa nell’agone politico del primo Partito mediatico della storia repubblicana, della nascita (per qualcuno) della cosiddetta seconda Repubblica, che non è mai esistita.

Ma rimane ovviamente l’art. 48 della Costituzione, c. II, “Il voto è personale ed eguale, libero e segreto. Il suo esercizio è dovere civico” rafforzato dalla sentenza n.96/1968 della Corte Costituzionale (Presidente Sandulli) dove “in materia di elettorato attivo, l’articolo 48, secondo comma, della Costituzione ha, poi, carattere universale ed i princìpi, con esso enunciati, vanno osservati in ogni caso in cui il relativo diritto debba essere esercitato”. Forse non era solo per motivazioni ideologiche che durante la cosiddetta prima Repubblica dei partiti della Costituente (che sapevano della importanza decisiva della partecipazione al voto per la tenuta della democrazia, usciti da una guerra devastante e dopo venti anni di dittatura fascista), la partecipazione al voto era mediamente al 90%.

Concetti e principi costituzionali da spiegare bene, oggi, a Viola Carofalo e a Gino Strada.

Marco Foroni

Liberi e libere. Uguali. Lo dice la Costituzione, di M. Foroni

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Basso e Nenni

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Come ci ha indicato Piero Grasso nel suo primo intervento di alcuni giorni fa, un Programma politico si definisce (e non può non definirsi), in un punto solo, quale quadro di riferimento. Unico, essenziale, imprescindibile. Questo:

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

E` compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.”

E’ l’articolo 3 della Costituzione, l’articolo di Lelio Basso, socialista, antifascista. E’ l’articolo principio fondamentale della nostra Costituzione democratica, nel quale i costituenti ci indicano le vie.

La via dell’uguaglianza tra le persone, cittadine e cittadini; la via della libertà, spirituale e materiale; la via della giustizia sociale, dello stato sociale di diritto, nella abolizione delle differenze tra le categorie di cittadini; la via dell’internazionalismo, perché l’Italia fa parte del sistema internazionale di protezione dei diritti dell’uomo.

L’articolo 3 è il portato dei valori che si richiamano alla Rivoluzione francese del 1789 (Liberté, égalité et fraternité) e sono propri della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. E’ il principio che afferma l’ uguaglianza formale (tutti i cittadini e le cittadine sono uguali davanti alla legge, nonché titolari dei medesimi diritti e doveri) e quello, ben più pregnante, della uguaglianza sostanziale mirante a rimuovere le differenze di fatto o le posizioni di svantaggio sociale, attraverso le azioni che ne devono conseguire.

Questo il quadro di Programma di riferimento. Da conseguire con l’azione di governo e legislativa del Parlamento, adottando con le idonee politiche economiche, industriali, fiscali, di welfare (scuola, sanità, lavoro, previdenza, servizi sociali).

Azione legislativa che va espressa attraverso quelle azioni positive atte a rimuovere le discriminazioni di genere, nell’adeguare continuamente il quadro dei diritti e dei doveri all’evoluzione economica e sociale del Paese. Attraverso il canone della ragionevolezza, come indicato dalla giurisprudenza della Corte Costituzionale, vero cuore del principio di uguaglianza, i divieti di discriminazioni sono stati estesi agli orientamenti sessuali, all’appartenenza ad una minoranza, all’handicap fisico, all’età.

Il principio di uguaglianza esprime la democrazia compiuta, attraverso la sovranità del popolo. Al quale non appartiene il “potere” (come ben avevano presente i costituenti, nel prevenire possibili derive populistiche) ma, in quanto organo costituzionale (come ci insegnò Paolo Barile), appartiene la sovranità “che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione” (articolo 1).

Liberi e libere. Uguali. Come ci hanno indicato i costituenti. Per una società più giusta.

Marco Foroni

Riprendiamoci il partito, di M. Zanier

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Marco Foto

Se c’è un partito della sinistra che è stato realmente aperto ai movimenti sociali ed alle rivendicazioni dei lavoratori è il Partito socialista italiano. Si pensi all’apertura di Anna Kuliscioff verso le lotte delle donne, a Rodolfo Morandi che lavorò all’organizzazione clandestina degli operai durante il fascismo, a Pietro Nenni che sosteneva le legittime richieste dei contadini del dopoguerra, a Giacomo Mancini aperto al dialogo coi movimenti studenteschi degli anni ’60, a Michele Achilli che voleva un PSI che facesse sue alcune istanze del movimento degli anni ’70.

Il nostro partito è stato in origine la forma politica necessaria ad organizzare il primo movimento operaio ed artigiano nato alla metà dell’Ottocento dalle società di mutuo soccorso. E il socialismo è stato per tantissime persone per tutto il secolo scorso una speranza di cambiamento profondo della società. Quando parliamo di socialismo parliamo però di qualcosa di ancora più grande. E Vittorio Foa che affermava che una storia del socialismo è pensabile solo come storia globale dei problemi della classe operaia, cioè come storia della società e delle lotte toccava perciò secondo me un punto importante da cui ripartire.

C’è ancora molto bisogno di socialismo, lo diciamo sempre. Ma perché, ditemi, dovremmo avere un posto nello scenario politico italiano se non per proporre una strada davvero praticabile per trasformare profondamente gli equilibri sociali che oggi sono tutti sbilanciati verso alcune classi sociali ed i poteri forti? Se non per dare una speranza alle nuove generazioni che non avranno una pensione perché non hanno la certezza di un posto di lavoro stabile col quale costruirsi una famiglia, comprarsi una casa e poter fare dei figli? Ci stanno portando via il futuro e la speranza del cambiamento.

La politica attuale, compagni, è solo da condannare perché distrugge quotidianamente le poche certezze dei lavoratori che con grande fatica abbiamo contribuito a costruire nei veri governi di centro-sinistra, quelli degli anni ’60, quando la nostra guida si chiamava Pietro Nenni.

A noi fare delle riforme generiche non può e non deve bastare, perché, come diceva Filippo Turati al Congresso di Imola del PSI del 1902: “Tutti noi non vogliamo altre riforme se non quelle che si conquistano colla lotta di classe, che rinforzano il proletariato nella sua difesa di classe per i fini del socialismo. […] Il nostro non è riformismo, perché questa parola indica la ricerca filantropica della riforma per la riforma, non la riforma conquistata colla lotta di classe. […]. Cos’allora è il socialismo se non l’organizzazione in un partito delle lotte e delle aspirazioni delle classi sociali che vivono con estrema difficoltà, che non hanno mezzi di sussistenza ed hanno molta difficoltà ad immaginare un futuro per sé e per le generazioni a venire? Noi dobbiamo essere con loro, compagni, dobbiamo rinascere ma con un partito strutturato e fortemente orientato a sinistra, conseguente con le nostre radici per dare le risposte che gli altri non danno o non possono dare.

Per il nostro ideale sono stati incarcerati e uccisi nel dal fascismo e dai nazisti tanti compagni coraggiosi: penso a Giacomo Matteotti che disse Uccidete pure me ma l’idea che è in me non la ucciderete mai, a Carlo Rosselli per cui il socialismo era in primo luogo rivoluzione morale, e in secondo luogo trasformazione materiale, ma anche al padre delle Europa unita Eugenio Colorni ed al grande sindacalista Bruno Buozzi, solo per fare alcuni esempi. Per questo dobbiamo continuare orgogliosamente sulla nostra strada.

Eppure, se mi guardo intorno, da troppo tempo in campo socialista vedo emergere alcuni personaggi poco propensi rilanciare davvero il socialismo italiano, più interessati purtroppo a costruire deboli alleanze tattiche e preoccupati soprattutto di assicurarsi un seggio personale.

Ma il socialismo è un’altra cosa: è  l’orizzonte necessario, l’unico rimasto per le nuove generazioni, per i disoccupati, i pensionati al minimo, i precari e per chiunque chieda con forza un futuro migliore. Per questo il movimento che abbiamo costruito a marzo e chiamato orgogliosamente “Socialisti in movimento” va bene ma non basta, compagni.

La grande manifestazione del marzo scorso che ha dato vita ai “Socialisti in movimento” e questa nostra prima Assemblea nazionale se da un lato ci fanno capire quanto serva dare una forma fluida alle molte espressioni dei movimenti socialisti, dall’altre pone con urgenza di far confluire quanto prima queste nostre energie nella ricostruzione di un partito, il nostro: per contare, per far sentire la nostra voce, per tentare davvero di aprire la strada della trasformazione profonda e graduale della nostra società. Abbiamo bisogno del nostro simbolo, delle nostre tante sezioni sparse nella Penisola delle Federazioni, delle nostre feste, del nostro giornale storico e delle Fondazioni socialiste per costruire davvero una politica migliore.

Nencini ci ha fatto sparire dai sondaggi, ci ha appiattito su questo o quel segretario del PD, ha seguito i diktat di Monti, contribuito a distruggere lo Statuto dei Lavoratori, ad attaccare la Scuola pubblica, mettendo seriamente in pericolo la nostra Costituzione.

Il tempo delle incertezze è finito, compagni. Riprendiamoci il PSI, ce la possiamo fare.

 

Marco Zanier.

Giuseppe Di Vagno, “il gigante buono”, il primo deputato socialista ucciso dal fascismo, di N. Corrado

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di vagno

Giuseppe Di Vagno (Conversano [BA], 12 aprile – Mola di Bari, 25 sett. 1921). Nacque da Leonardo Antonio e da Rosa Rutigliano, in un’agiata famiglia contadina. Dopo aver compiuto con buoni risultati gli studi liceali presso il locale seminario, si iscrisse alla facoltà di giurisprudenza dell’università di Roma, ove subì l’influenza politico-giuridica di Enrico Ferri. Laureatosi nel 1912, dopo aver svolto un breve periodo di attività forense nella capitale, si iscrisse al partito socialista e tornò definitivamente a Conversano, ove promosse le lotte popolari e bracciantili di quegli anni. Nelle elezioni del 1914 fu eletto per la lista socialista al Consiglio provinciale. Interventista su basi democratiche prima dello scoppio della guerra, denunciò successivamente la natura imperialista della stessa.
Durante il conflitto, col grado di caporale, fu relegato fra la truppa di stanza in Sardegna a causa delle sue opinioni politiche. Il 10 novembre 1917 venne violentemente attaccato nel Consiglio provinciale per la sua posizione di supposto disfattismo. La violenta polemica ebbe immediata ripercussione in una manifestazione di piazza scatenata contro di lui dai gruppi nazionalisti. Nell’anno successivo incominciò la sua collaborazione ai giornali progressisti “L’Oriente”, “Gazzettino di Puglia” e “Il Giornale del Sud”. Sempre nello stesso anno, per la sua attività politica, venne schedato presso il Casellario politico centrale (8 febbraio).
Dopo la guerra riprese a svolgere l’incarico di segretario dell’Ente provinciale di consumo, che aveva cominciato già da prima del conflitto, suscitando però le critiche di alcuni socialisti operaisti che consideravano l’Ente un’istituzione borghese. È di quegli anni, inoltre, la ripresa su vasta scala dei suoi interventi processuali a difesa di braccianti imputati di reati economico-politici in danno dei latifondisti locali.
Nel 1919, a causa della sua adesione al programma meridionalista di Gaetano Salvemini, fu escluso dalla lista dei candidati del Partito socialista italiano alle elezioni politiche. Superato il momento d’attrito interno al partito, nell’ottobre del 1920 venne riconfermato come rappresentante socialista nel Consiglio provinciale e, nell’anno successivo, nominato direttore dell’organo della federazione socialista di Bari “Puglia rossa”. Durante uno sciopero generale, proclamato dalle organizzazioni proletarie di Conversano il 25 febbraio per protestare contro le violenze fasciste, scoppiarono gravi incidenti popolari. Pur non avendo direttamente partecipato agli scontri, Di Vagno fu indicato dai fascisti come l’animatore degli incidenti. La prepotenza fascista, tollerata dalle autorità governative, giunse al punto da metterlo al bando della cittadina. Egli, comunque, continuò la sua azione di organizzatore del movimento socialista nella regione in un clima di continue violenze: i fascisti, l’8 maggio 1921, a pochi giorni dalla consultazione elettorale politica, incendiarono la Camera del lavoro di Conversano.
Le elezioni del 15 maggio videro, però, un ampio successo di Di Vagno che venne eletto nella lista socialista nella circoscrizione di Bari e Foggia con ben 74.602 voti di preferenza. A Conversano, però, ne ottenne solo 22 a causa delle intimidazioni messe in opera dai fascisti locali. Entrato in Parlamento, venne chiamato a svolgere le funzioni di segretario della commissione Giustizia. Il 30 maggio 1922, con l’intenzione di infrangere la proscrizione fascista, andò a tenere un comizio a Conversano. Al termine della manifestazione una squadra di fascisti provenienti da Cerignola organizzò un attentato contro di lui. Invece di Di Vagno, nell’agguato rimase però ucciso un altro militante socialista, Cosimo Conte, e vennero feriti nove contadini. Durante gli scontri trovò la morte anche il fascista Ernesto Ingravalle. Tentativi di aggressione nel suoi confronti proseguirono nei giorni successivi a Casamassima, Noci e Putignano.
Pochi mesi dopo, mentre si stava recando a Mola di Bari per l’inaugurazione di una sezione, Di Vagno fu avvertito che si stava organizzando un nuovo agguato contro di lui. Ciononostante egli volle ugualmente raggiungere il 25 settembre 1921 il centro costiero pugliese. Dopo un comizio tenuto in piazza XX settembre, una squadra di fascista ispirati da “ras” locale Caradonna proveniente da Conversano lo aggredì a colpi di rivoltella e lanciando una bomba a mano in via Loreto. Ferito gravemente, Giuseppe Di Vagno morì il giorno successivo nel locale ospedale civile.
Per l’omicidio, aggravato e premeditato, furono rinviati a giudizio presso la corte di assise di Bari lo studente Luigi Lorusso, quale esecutore materiale, e altri nove per correità e cooperazione immediata. Il maestro del diritto penale e leader socialista Enrico Ferri, capo del Collegio di difesa della famiglia Di Vagno, parte civile nel processo, dimostrò le lacune dell’istruttoria e la stretta correlazione tra “gli esecutori e cooperatori immediati del delitto e gli autori morali dello stesso”; il grande giurista evidenziò, in particolare, “la propaganda d’odio fatta con ogni mezzo dagli avversari di Di Vagno, e condotta sino all’estrema conseguenza di proclamare la necessaria soppressione di lui”.
Dei 26 imputati di omicidio premeditato la Sezione d’Accusa (questa era la procedura secondo il codice di procedura penale del 1913 allora vigente) della Corte di Appello delle Puglie sedente in Trani, ne aveva rinviati a giudizio dieci (drammatico richiamo, la sentenza è del 25 settembre 1922), dichiarando non doversi procedere contro gli altri, in parte per insufficienza di prove e in parte per non aver commesso il fatto. ln relazione a queste assoluzioni. tra cui quella di chi era stato il principale organizzatore. si svolsero festeggiamenti tra i giovinastri di Conversano al grido di `viva il 25 settembre’. Senonché un mese dopo questo rinvio a giudizio intervenne la Marcia su Roma; e il 22 dicembre 1922 veniva varato il primo dei numerosi decreti di amnistia del regime fascista, il cui articolo 1, comma 1 diceva testualmente:
“E’ concessa amnistia per tutti i reati preveduti nel codice penale, nel codice penale per l’esercito, nel codice penale militare marittimo e nelle altre leggi, anche finanziarie, commessi in occasione o per causa di movimenti politici o determinati da movente politico, quando il fatto sia stato commesso per un fine nazionale, immediato o mediato”.
La Corte d’Assise si trovò di fronte a questa amnistia e la applicò, prima ancora che fosse esaurita la fase processuale. Avrebbe potuto discutere sul concetto di fine nazionale, mediato o immediato, ma se ne guardò bene. Gli imputati poterono tornare a Conversano accolti dai fascisti in modo trionfale.
Nel 1944, dopo la liberazione di Roma, molti uomini politici, Sandro Pertini in testa, domandarono che si riaprisse il processo per l’uccisione di Giuseppe Di Vagno.
La richiesta era perfettamente in linea con la legge perché sia l’art. 5 del regio decreto legislativo 26 maggio 1944 n. 234, emanato a Salerno, sia l`art. 6 del decreto legislativo luogotenenziale 27 luglio 1944 n. 159 (che a Roma sostituì quel regio decreto), premessa la revocabilità delle amnistie e degli indulti concessi dopo il 28 ottobre 1922, stabilivano che le sentenze pronunziate per delitti di violenza commessi da fascisti potevano essere dichiarare giuridicamente inesistenti quando sulla decisione avesse influito lo stato di morale coercizione determinato dal fascismo.
Sandro Pertini, impegnato nei preparativi per ritornare a combattere al Nord, ebbe tempo non solo per occuparsi di questa rivendicazione, ma per recarsi a Conversano alla tomba di Giuseppe Di Vagno e fu partecipe con Giuseppe Di Vittorio di un grande comizio unitario nel teatro Piccinni di Bari il 24 settembre 1944, nel 23° anniversario dei terribili giorni del 1921.
Il procuratore generale presso la Corte d’Appello di Bari aveva già provveduto – sulla base del primo decreto tra i due sopra indicati – a chiedere la riapertura dell’istruttoria nei confronti di tutti gli imputati prosciolti o amnistiati per il delitto di Mola di Bari. E il procedimento fu perfezionato con la sentenza di giuridica inesistenza pronunciata, su conforme requisitoria del sostituto procuratore generale Ernesto Battaglini, il 5 novembre 1945, che sancì l’inesistenza giuridica della sentenza della Sezione d’Accusa presso la Corte di Appello di Trani del 26 settembre 1922.
All’improvviso, però, il giudizio fu trasferito per legittima suspicione alla Corte di Assise di Potenza che, con sentenza 31 luglio 1947, condannò sei degli imputati (uno quale esecutore materiale dell’omicidio e gli altri cinque per correità) a pene varie intorno ai dieci anni di reclusione, pronunciando l’amnistia – ovviamente sulla base di nuovi decreti nel frattempo sopravvenuti – nei confronti di altri.
Peraltro, tutti (anche gli amnistiati) ricorsero per Cassazione e quest’ultima con sentenza del 22 marzo 1948 dichiarò tutti amnistiati sulla base del “decreto Togliatti” del 22 giugno 1946, ritenendo che l’omicidio dovesse ritenersi preterintenzionale date le parti del corpo colpite (solo l’omicidio volontario era escluso da quella amnistia).
Fu una sentenza sommaria, che provocò grandi polemiche, basata su valutazioni di fatto (infondate) che caso mai sarebbero spettate ad un giudice di rinvio: una vicenda chiusa nel clima tipicamente postfascista, a parte giudici e pubblici ministeri filofascisti.

Nicolino Corrado

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Fonti: Fulvio Mazza, “Giuseppe Di Vagno”, Dizionario Biografico degli Italiani – Treccani, Volume 40 (1991); Giuliano Vassalli, “Giuseppe di Vagno (1889-l921)”, Discorso pronunciato nella Sala del Cenacolo della Camera dei deputati il 26 gennaio 2005.

Bibliografia: Roma, Arch. centrale dello Stato, “Casellario politico centrale”, fasc. 19.848; “Atti parlamentari, Camera, Discussioni”, legisl. XXVI, pp. 1595-1615; A. Violante, “Di Vagno“, Bari 1921; G. Salvemini, “Come fu assassinato Giuseppe Di Vagno”, in “Il Ponte”, VIII (1952), pp. 1583 ss.; T. Fiore, Ricordo di P. D., in Rassegna pugliese, II (1967), pp. 358 s.; R. Colapietra, Dal sacrificio di G. D. alla testimonianza di D. Pastina, ibid., VI (1971), pp. 375-379; M. Dilio, D., Bari 1971; S. Colarizi, Dopoguerra e fascismo in Puglia (1919-1926), Roma-Bari 1971, pp. 189-199, 230-234; Conversano in cento anni di vita politica e amministrativa 1880-1980. Rassegna di fonti documentarie, Bari 1981, pp. 50-79; T. Aquilino, G. Donno, E. Giustiniani, Dal dopoguerra all’avvento del fascismo (1919-1926). Il movimento socialista e popolare in Puglia dalle origini alla costituzione 1875-1946, I, Bari 1985, pp. 168 s.; M. Fraddosio, L’attività parlamentare dei deputati socialisti pugliesi nella legislazione del primo dopoguerra. Il movimento…, I, Bari 1985, pp. 240-43, 249 ss.; Dizionario biografico del movimento operaio ital., a cura di F. Andreucci-T. Detti, II, Roma 1976, ad vocem.