antifascismo

Riprendiamoci il partito, di M. Zanier

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Se c’è un partito della sinistra che è stato realmente aperto ai movimenti sociali ed alle rivendicazioni dei lavoratori è il Partito socialista italiano. Si pensi all’apertura di Anna Kuliscioff verso le lotte delle donne, a Rodolfo Morandi che lavorò all’organizzazione clandestina degli operai durante il fascismo, a Pietro Nenni che sosteneva le legittime richieste dei contadini del dopoguerra, a Giacomo Mancini aperto al dialogo coi movimenti studenteschi degli anni ’60, a Michele Achilli che voleva un PSI che facesse sue alcune istanze del movimento degli anni ’70.

Il nostro partito è stato in origine la forma politica necessaria ad organizzare il primo movimento operaio ed artigiano nato alla metà dell’Ottocento dalle società di mutuo soccorso. E il socialismo è stato per tantissime persone per tutto il secolo scorso una speranza di cambiamento profondo della società. Quando parliamo di socialismo parliamo però di qualcosa di ancora più grande. E Vittorio Foa che affermava che una storia del socialismo è pensabile solo come storia globale dei problemi della classe operaia, cioè come storia della società e delle lotte toccava perciò secondo me un punto importante da cui ripartire.

C’è ancora molto bisogno di socialismo, lo diciamo sempre. Ma perché, ditemi, dovremmo avere un posto nello scenario politico italiano se non per proporre una strada davvero praticabile per trasformare profondamente gli equilibri sociali che oggi sono tutti sbilanciati verso alcune classi sociali ed i poteri forti? Se non per dare una speranza alle nuove generazioni che non avranno una pensione perché non hanno la certezza di un posto di lavoro stabile col quale costruirsi una famiglia, comprarsi una casa e poter fare dei figli? Ci stanno portando via il futuro e la speranza del cambiamento.

La politica attuale, compagni, è solo da condannare perché distrugge quotidianamente le poche certezze dei lavoratori che con grande fatica abbiamo contribuito a costruire nei veri governi di centro-sinistra, quelli degli anni ’60, quando la nostra guida si chiamava Pietro Nenni.

A noi fare delle riforme generiche non può e non deve bastare, perché, come diceva Filippo Turati al Congresso di Imola del PSI del 1902: “Tutti noi non vogliamo altre riforme se non quelle che si conquistano colla lotta di classe, che rinforzano il proletariato nella sua difesa di classe per i fini del socialismo. […] Il nostro non è riformismo, perché questa parola indica la ricerca filantropica della riforma per la riforma, non la riforma conquistata colla lotta di classe. […]. Cos’allora è il socialismo se non l’organizzazione in un partito delle lotte e delle aspirazioni delle classi sociali che vivono con estrema difficoltà, che non hanno mezzi di sussistenza ed hanno molta difficoltà ad immaginare un futuro per sé e per le generazioni a venire? Noi dobbiamo essere con loro, compagni, dobbiamo rinascere ma con un partito strutturato e fortemente orientato a sinistra, conseguente con le nostre radici per dare le risposte che gli altri non danno o non possono dare.

Per il nostro ideale sono stati incarcerati e uccisi nel dal fascismo e dai nazisti tanti compagni coraggiosi: penso a Giacomo Matteotti che disse Uccidete pure me ma l’idea che è in me non la ucciderete mai, a Carlo Rosselli per cui il socialismo era in primo luogo rivoluzione morale, e in secondo luogo trasformazione materiale, ma anche al padre delle Europa unita Eugenio Colorni ed al grande sindacalista Bruno Buozzi, solo per fare alcuni esempi. Per questo dobbiamo continuare orgogliosamente sulla nostra strada.

Eppure, se mi guardo intorno, da troppo tempo in campo socialista vedo emergere alcuni personaggi poco propensi rilanciare davvero il socialismo italiano, più interessati purtroppo a costruire deboli alleanze tattiche e preoccupati soprattutto di assicurarsi un seggio personale.

Ma il socialismo è un’altra cosa: è  l’orizzonte necessario, l’unico rimasto per le nuove generazioni, per i disoccupati, i pensionati al minimo, i precari e per chiunque chieda con forza un futuro migliore. Per questo il movimento che abbiamo costruito a marzo e chiamato orgogliosamente “Socialisti in movimento” va bene ma non basta, compagni.

La grande manifestazione del marzo scorso che ha dato vita ai “Socialisti in movimento” e questa nostra prima Assemblea nazionale se da un lato ci fanno capire quanto serva dare una forma fluida alle molte espressioni dei movimenti socialisti, dall’altre pone con urgenza di far confluire quanto prima queste nostre energie nella ricostruzione di un partito, il nostro: per contare, per far sentire la nostra voce, per tentare davvero di aprire la strada della trasformazione profonda e graduale della nostra società. Abbiamo bisogno del nostro simbolo, delle nostre tante sezioni sparse nella Penisola delle Federazioni, delle nostre feste, del nostro giornale storico e delle Fondazioni socialiste per costruire davvero una politica migliore.

Nencini ci ha fatto sparire dai sondaggi, ci ha appiattito su questo o quel segretario del PD, ha seguito i diktat di Monti, contribuito a distruggere lo Statuto dei Lavoratori, ad attaccare la Scuola pubblica, mettendo seriamente in pericolo la nostra Costituzione.

Il tempo delle incertezze è finito, compagni. Riprendiamoci il PSI, ce la possiamo fare.

 

Marco Zanier.

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Giuseppe Di Vagno, “il gigante buono”, il primo deputato socialista ucciso dal fascismo, di N. Corrado

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Giuseppe Di Vagno (Conversano [BA], 12 aprile – Mola di Bari, 25 sett. 1921). Nacque da Leonardo Antonio e da Rosa Rutigliano, in un’agiata famiglia contadina. Dopo aver compiuto con buoni risultati gli studi liceali presso il locale seminario, si iscrisse alla facoltà di giurisprudenza dell’università di Roma, ove subì l’influenza politico-giuridica di Enrico Ferri. Laureatosi nel 1912, dopo aver svolto un breve periodo di attività forense nella capitale, si iscrisse al partito socialista e tornò definitivamente a Conversano, ove promosse le lotte popolari e bracciantili di quegli anni. Nelle elezioni del 1914 fu eletto per la lista socialista al Consiglio provinciale. Interventista su basi democratiche prima dello scoppio della guerra, denunciò successivamente la natura imperialista della stessa.
Durante il conflitto, col grado di caporale, fu relegato fra la truppa di stanza in Sardegna a causa delle sue opinioni politiche. Il 10 novembre 1917 venne violentemente attaccato nel Consiglio provinciale per la sua posizione di supposto disfattismo. La violenta polemica ebbe immediata ripercussione in una manifestazione di piazza scatenata contro di lui dai gruppi nazionalisti. Nell’anno successivo incominciò la sua collaborazione ai giornali progressisti “L’Oriente”, “Gazzettino di Puglia” e “Il Giornale del Sud”. Sempre nello stesso anno, per la sua attività politica, venne schedato presso il Casellario politico centrale (8 febbraio).
Dopo la guerra riprese a svolgere l’incarico di segretario dell’Ente provinciale di consumo, che aveva cominciato già da prima del conflitto, suscitando però le critiche di alcuni socialisti operaisti che consideravano l’Ente un’istituzione borghese. È di quegli anni, inoltre, la ripresa su vasta scala dei suoi interventi processuali a difesa di braccianti imputati di reati economico-politici in danno dei latifondisti locali.
Nel 1919, a causa della sua adesione al programma meridionalista di Gaetano Salvemini, fu escluso dalla lista dei candidati del Partito socialista italiano alle elezioni politiche. Superato il momento d’attrito interno al partito, nell’ottobre del 1920 venne riconfermato come rappresentante socialista nel Consiglio provinciale e, nell’anno successivo, nominato direttore dell’organo della federazione socialista di Bari “Puglia rossa”. Durante uno sciopero generale, proclamato dalle organizzazioni proletarie di Conversano il 25 febbraio per protestare contro le violenze fasciste, scoppiarono gravi incidenti popolari. Pur non avendo direttamente partecipato agli scontri, Di Vagno fu indicato dai fascisti come l’animatore degli incidenti. La prepotenza fascista, tollerata dalle autorità governative, giunse al punto da metterlo al bando della cittadina. Egli, comunque, continuò la sua azione di organizzatore del movimento socialista nella regione in un clima di continue violenze: i fascisti, l’8 maggio 1921, a pochi giorni dalla consultazione elettorale politica, incendiarono la Camera del lavoro di Conversano.
Le elezioni del 15 maggio videro, però, un ampio successo di Di Vagno che venne eletto nella lista socialista nella circoscrizione di Bari e Foggia con ben 74.602 voti di preferenza. A Conversano, però, ne ottenne solo 22 a causa delle intimidazioni messe in opera dai fascisti locali. Entrato in Parlamento, venne chiamato a svolgere le funzioni di segretario della commissione Giustizia. Il 30 maggio 1922, con l’intenzione di infrangere la proscrizione fascista, andò a tenere un comizio a Conversano. Al termine della manifestazione una squadra di fascisti provenienti da Cerignola organizzò un attentato contro di lui. Invece di Di Vagno, nell’agguato rimase però ucciso un altro militante socialista, Cosimo Conte, e vennero feriti nove contadini. Durante gli scontri trovò la morte anche il fascista Ernesto Ingravalle. Tentativi di aggressione nel suoi confronti proseguirono nei giorni successivi a Casamassima, Noci e Putignano.
Pochi mesi dopo, mentre si stava recando a Mola di Bari per l’inaugurazione di una sezione, Di Vagno fu avvertito che si stava organizzando un nuovo agguato contro di lui. Ciononostante egli volle ugualmente raggiungere il 25 settembre 1921 il centro costiero pugliese. Dopo un comizio tenuto in piazza XX settembre, una squadra di fascista ispirati da “ras” locale Caradonna proveniente da Conversano lo aggredì a colpi di rivoltella e lanciando una bomba a mano in via Loreto. Ferito gravemente, Giuseppe Di Vagno morì il giorno successivo nel locale ospedale civile.
Per l’omicidio, aggravato e premeditato, furono rinviati a giudizio presso la corte di assise di Bari lo studente Luigi Lorusso, quale esecutore materiale, e altri nove per correità e cooperazione immediata. Il maestro del diritto penale e leader socialista Enrico Ferri, capo del Collegio di difesa della famiglia Di Vagno, parte civile nel processo, dimostrò le lacune dell’istruttoria e la stretta correlazione tra “gli esecutori e cooperatori immediati del delitto e gli autori morali dello stesso”; il grande giurista evidenziò, in particolare, “la propaganda d’odio fatta con ogni mezzo dagli avversari di Di Vagno, e condotta sino all’estrema conseguenza di proclamare la necessaria soppressione di lui”.
Dei 26 imputati di omicidio premeditato la Sezione d’Accusa (questa era la procedura secondo il codice di procedura penale del 1913 allora vigente) della Corte di Appello delle Puglie sedente in Trani, ne aveva rinviati a giudizio dieci (drammatico richiamo, la sentenza è del 25 settembre 1922), dichiarando non doversi procedere contro gli altri, in parte per insufficienza di prove e in parte per non aver commesso il fatto. ln relazione a queste assoluzioni. tra cui quella di chi era stato il principale organizzatore. si svolsero festeggiamenti tra i giovinastri di Conversano al grido di `viva il 25 settembre’. Senonché un mese dopo questo rinvio a giudizio intervenne la Marcia su Roma; e il 22 dicembre 1922 veniva varato il primo dei numerosi decreti di amnistia del regime fascista, il cui articolo 1, comma 1 diceva testualmente:
“E’ concessa amnistia per tutti i reati preveduti nel codice penale, nel codice penale per l’esercito, nel codice penale militare marittimo e nelle altre leggi, anche finanziarie, commessi in occasione o per causa di movimenti politici o determinati da movente politico, quando il fatto sia stato commesso per un fine nazionale, immediato o mediato”.
La Corte d’Assise si trovò di fronte a questa amnistia e la applicò, prima ancora che fosse esaurita la fase processuale. Avrebbe potuto discutere sul concetto di fine nazionale, mediato o immediato, ma se ne guardò bene. Gli imputati poterono tornare a Conversano accolti dai fascisti in modo trionfale.
Nel 1944, dopo la liberazione di Roma, molti uomini politici, Sandro Pertini in testa, domandarono che si riaprisse il processo per l’uccisione di Giuseppe Di Vagno.
La richiesta era perfettamente in linea con la legge perché sia l’art. 5 del regio decreto legislativo 26 maggio 1944 n. 234, emanato a Salerno, sia l`art. 6 del decreto legislativo luogotenenziale 27 luglio 1944 n. 159 (che a Roma sostituì quel regio decreto), premessa la revocabilità delle amnistie e degli indulti concessi dopo il 28 ottobre 1922, stabilivano che le sentenze pronunziate per delitti di violenza commessi da fascisti potevano essere dichiarare giuridicamente inesistenti quando sulla decisione avesse influito lo stato di morale coercizione determinato dal fascismo.
Sandro Pertini, impegnato nei preparativi per ritornare a combattere al Nord, ebbe tempo non solo per occuparsi di questa rivendicazione, ma per recarsi a Conversano alla tomba di Giuseppe Di Vagno e fu partecipe con Giuseppe Di Vittorio di un grande comizio unitario nel teatro Piccinni di Bari il 24 settembre 1944, nel 23° anniversario dei terribili giorni del 1921.
Il procuratore generale presso la Corte d’Appello di Bari aveva già provveduto – sulla base del primo decreto tra i due sopra indicati – a chiedere la riapertura dell’istruttoria nei confronti di tutti gli imputati prosciolti o amnistiati per il delitto di Mola di Bari. E il procedimento fu perfezionato con la sentenza di giuridica inesistenza pronunciata, su conforme requisitoria del sostituto procuratore generale Ernesto Battaglini, il 5 novembre 1945, che sancì l’inesistenza giuridica della sentenza della Sezione d’Accusa presso la Corte di Appello di Trani del 26 settembre 1922.
All’improvviso, però, il giudizio fu trasferito per legittima suspicione alla Corte di Assise di Potenza che, con sentenza 31 luglio 1947, condannò sei degli imputati (uno quale esecutore materiale dell’omicidio e gli altri cinque per correità) a pene varie intorno ai dieci anni di reclusione, pronunciando l’amnistia – ovviamente sulla base di nuovi decreti nel frattempo sopravvenuti – nei confronti di altri.
Peraltro, tutti (anche gli amnistiati) ricorsero per Cassazione e quest’ultima con sentenza del 22 marzo 1948 dichiarò tutti amnistiati sulla base del “decreto Togliatti” del 22 giugno 1946, ritenendo che l’omicidio dovesse ritenersi preterintenzionale date le parti del corpo colpite (solo l’omicidio volontario era escluso da quella amnistia).
Fu una sentenza sommaria, che provocò grandi polemiche, basata su valutazioni di fatto (infondate) che caso mai sarebbero spettate ad un giudice di rinvio: una vicenda chiusa nel clima tipicamente postfascista, a parte giudici e pubblici ministeri filofascisti.

Nicolino Corrado

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Fonti: Fulvio Mazza, “Giuseppe Di Vagno”, Dizionario Biografico degli Italiani – Treccani, Volume 40 (1991); Giuliano Vassalli, “Giuseppe di Vagno (1889-l921)”, Discorso pronunciato nella Sala del Cenacolo della Camera dei deputati il 26 gennaio 2005.

Bibliografia: Roma, Arch. centrale dello Stato, “Casellario politico centrale”, fasc. 19.848; “Atti parlamentari, Camera, Discussioni”, legisl. XXVI, pp. 1595-1615; A. Violante, “Di Vagno“, Bari 1921; G. Salvemini, “Come fu assassinato Giuseppe Di Vagno”, in “Il Ponte”, VIII (1952), pp. 1583 ss.; T. Fiore, Ricordo di P. D., in Rassegna pugliese, II (1967), pp. 358 s.; R. Colapietra, Dal sacrificio di G. D. alla testimonianza di D. Pastina, ibid., VI (1971), pp. 375-379; M. Dilio, D., Bari 1971; S. Colarizi, Dopoguerra e fascismo in Puglia (1919-1926), Roma-Bari 1971, pp. 189-199, 230-234; Conversano in cento anni di vita politica e amministrativa 1880-1980. Rassegna di fonti documentarie, Bari 1981, pp. 50-79; T. Aquilino, G. Donno, E. Giustiniani, Dal dopoguerra all’avvento del fascismo (1919-1926). Il movimento socialista e popolare in Puglia dalle origini alla costituzione 1875-1946, I, Bari 1985, pp. 168 s.; M. Fraddosio, L’attività parlamentare dei deputati socialisti pugliesi nella legislazione del primo dopoguerra. Il movimento…, I, Bari 1985, pp. 240-43, 249 ss.; Dizionario biografico del movimento operaio ital., a cura di F. Andreucci-T. Detti, II, Roma 1976, ad vocem.

Omaggio della Francia a Jean Moulin, di N. Corrado

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Discorso pronunciato da André Malraux, il 19 dicembre 1964, in occasione della traslazione della salma di Jean Moulin al Panthéon.

Jean Moulin, eroe della Resistenza francese (Béziers, 20 giugno 1899 – Metz, 8 luglio 1943), nel 1937 diventa il più giovane prefetto di Francia. Dopo lo scoppio della Seconda guerra mondiale, il 17 giugno 1940, viene torturato dai tedeschi e tenta il suicidio perchè si rifuta di arrestare alcuni soldati di colore francesi, accusati ingiusta mente di crimini di guerra. Rimosso dalla carica dal governo collaborazionista di Pétain per le sue simpatie politiche all’inizio del mese di novembre 1940, Jean Moulin lascia Parigi per Londra. Il suo incontro con il generale De Gaulle, il 25 ottobre 1941, è decisivo. Incaricato di una triplice missione di propaganda, unificazione militare e federazione dei movimenti della Resistenza nella Francia di Vichy, il suo operato porta alla nascita dell’Armata Segreta (AS) nell’ottobre del 1942, e poi, all’inizio del 1943, alla creazione dei Movimenti Uniti della Resistenza (MUR). Il primo Consiglio Nazionale della Resistenza (CNR) si riunisce sotto la sua presidenza il 27 maggio del 1943 a Parigi. Ma il 9 giugno il generale Delestraint, capo dell’Esercito segreto unificato, viene catturato a Parigi. Il 21 giugno Jean Moulin, che ha convocato i delegati per garantire la sua sostituzione, viene catturato a Caluire dalla Gestapo di Lione, diretta da Klaus Barbie. Brutalmente torturato, rimane in silenzio e muore sul treno che lo sta deportando in Germania l’8 luglio del 1943.

Il discorso pronunciato da Andrè Malraux, il 19 dicembre 1964, in occasione della traslazione della salma di Jean Moulin al Panthéon: Comme Leclerc entra aux Invalides, avec son cortège d’exaltation dans le soleil d’Afrique, entre ici, Jean Moulin, avec ton terrible cortège. Avec ceux qui sont morts dans les caves sans avoir parlé, comme toi ; et même, ce qui est peut-être plus atroce, en ayant parlé ; avec tous les rayés et tous les tondus des camps de concentration, avec le dernier corps trébuchant des affreuses files de Nuit et Brouillard, enfin tombé sous les crosses ; avec les huit mille Françaises qui ne sont pas revenues des bagnes, avec la dernière femme morte à Ravensbrück pour avoir donné asile à l’un des nôtres. Entre, avec le peuple né de l’ombre et disparu avec elle – nos frères dans l’ordre de la Nuit” (…) “C’est la marche funèbre des cendres que voici. À côté de celles de Carnot avec les soldats de l’an II, de celles de Victor Hugo avec les Misérables, de celles de Jaurès veillées par la Justice, qu’elles reposent avec leur long cortège d’ombres défigurées. Aujourd’hui, jeunesse, puisses-tu penser à cet homme comme tu aurais approché tes mains de sa pauvre face informe du dernier jour, de ses lèvres qui n’avaient pas parlé ; ce jour-là, elle était le visage de la France.

Come Leclerc entrò agli Invalides, con il suo corteo di esaltazione sotto il sole africano, entra qui, Jean Moulin, con il tuo terribile corteo. Con coloro che sono morti nelle segrete senza parlare, come te; e anche, il che è forse più straziante, dopo aver parlato; con tutti coloro con la divisa a strisce e con la testa rasata dei campi di concentramento, con il corpo per ultimo barcollante per le code terribili di ‘Nacht und Nebel’, e infine, caduto sotto il calcio dei fucili; con le ottomila donne francesi che non sono ritornate dalla prigionia; con l’ultima donna morta a Ravensbrück per aver dato rifugio a uno dei nostri. Entra, con il popolo nato dall’ombra e scomparso con essa – i nostri fratelli nell’ordine della notte “(…) “Questa è la marcia funebre delle ceneri. Accanto a quelle di Carnot con i soldati dell’Anno Secondo, a quelle di Victor Hugo con i Miserabili, a quelle di Jaurès vigilate dalla Giustizia, che esse riposino con la loro lunga processione di ombre sfigurate. Oggi, gioventù, possa tu pensare a quest’uomo come se avvicinassi le tue mani al suo povero volto informe del suo ultimo giorno, alle sue labbra che non avevano parlato: quel giorno, esso era il volto della Francia.”

Nicolino Corrado

«Non ci è concessa la libertà di stampa? Ce la prendiamo». Storia della rivista antifascista «Non Mollare», di N. Corrado

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Non Mollare” fu il primo periodico clandestino antifascista, stampato senza cadenza fissa (Esce quando può) a Firenze tra il gennaio e l’ottobre del 1925. Cessò le pubblicazioni dopo 22 numeri.Con lo stesso nome riprese le pubblicazioni come rivista dal 1945 al 1961.
A partire dal gennaio 1925, un gruppo d’intellettuali salveminiani – Nello Traquandi, Tommaso Ramorino, Carlo e Nello Rosselli, Ernesto Rossi e lo stesso Salvemini – dopo l’esperienza fiorentina del “Circolo della cultura”, destinata ad essere bruscamente interrotta da una violenta incursione delle camicie nere nella sede del circolo in Borgo Santi Apostoli, e quella ancor più rischiosa di Italia Libera, decise di dare vita ad un «foglio clandestino di battaglia».
Il titolo, come ricorda Gaetano Salvemini richiamandosi ad un racconto di Ernesto Rossi, venne suggerito da Nello Rosselli.

Avevamo passato in rassegna i nomi dei periodici italiani e stranieri che conoscevamo, risalendo fino a quelli del Risorgimento. Nessuno ci sembrava adatto per la testata del giornaletto che volevamo fare. In mancanza di meglio ci eravamo fermati sul nome “Il Crepuscolo”. Ma non eravamo soddisfatti. Poteva dar luogo ad equivoci […], dal sostantivo si sarebbe potuto trarne l’aggettivo “crepuscolari”, con il quale non ci sarebbe certo piaciuto di essere qualificati… Fu Nello Rosselli finalmente a suggerire: Chiamiamolo “Non Mollare”. E tutti fummo subito d’accordo”.
Gli scopi del “Non Mollare”, nelle intenzioni dei suoi fondatori, non erano tanto quelle di costituire un quotidiano di informazione, ma soprattutto quelle di disobbedire alle proibizioni impartite dal governo fascista, esercitando il diritto a promuovere il libero pensiero.
Regolarmente venivano stampate due o tremila copie, grazie al contributo volontario dei lettori e, nel giro di poco tempo, il giornale clandestino iniziò a circolare rapidamente.
“Chi riceve il bollettino”, si avvertono i lettori, “è moralmente impegnato a farlo circolare”. La distribuzione includeva i capoluoghi maggiori del centro-nord. Spettava a Rossi recapitare i pacchi del giornale ad amici che si chiamavano Riccardo Bauer, Umberto Morra di Lavriano, Gino Luzzatto, Camillo Berneri, Umberto Zanotti Bianco. Provvidenziale era il tramite ferroviario, assicurato, attraverso adepti devoti, dal ferroviere Traquandi. I contenuti vertevano su argomenti elementari, orecchiabili. Un posto rilevante assumeva la diffidenza verso gli oppositori ufficiali del fascismo, acquattati sulle pendici dell’ Aventino. Il giornale li considera verbosi, irresoluti, mollicci e attendisti.

Il numero 5, del febbraio 1925, tirò 25.000 copie grazie alla pubblicazione del memoriale di Filippo Filippelli, direttore del quotidiano fascista “Corriere Italiano” e proprietario dell’automobile sulla quale era stato ucciso Giacomo Matteotti, in cui Mussolini venne chiamato in causa come mandante dell’assassinio di Matteotti.

E un mese più tardi, nel n. 7, appariva una lettera in cui un capomanipolo della milizia fascista affermava che era stato il generale De Bono, “il senatore puttaniere”, ad ordinare che il deputato Giovanni Amendola venisse bastonato dagli squadristi.
“Il Duce deve vivere”, auspica il “Non mollare” nel suo numero 17, uno degli ultimi. “Deve vedere abbattuto, per volontà del popolo, il catafalco di delitti su cui si è innalzato. Deve trascinare nell’ ergastolo la catena al piede”.

Nell’aprile del 1925 i fascisti trovarono alcuni pacchetti del giornale nello studio di tre avvocati fiorentini. A questo punto per il gruppo del “Non mollare” l’esilio divenne una via obbligata.

Alcuni redattori della rivista “Non mollare”. Da sinistra a destra: Nello Traquandi, Tommaso Ramorino, Carlo Rosselli, Ernesto Rossi, Luigi Emery, Nello Rosselli.

Nicolino Corrado

Quel giorno che le donne scelsero la Repubblica, di G. Bellentani

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Finalmente quel 2 giugno era arrivato. La guerra era finita da un anno e dopo tanto tempo si poteva votare in libertà. In quel Referendum si chiedeva agli italiani di scegliere tra Monarchia e Repubblica, e da questa scelta sarebbe dipeso il futuro del Paese. Erano stati mesi di campagna referendaria pieni di discorsi e di slogan. I favorevoli alla Monarchia ricordavano che l’Unità d’Italia era stata fatta dai Savoia e che scegliere la Repubblica era un salto nel buio, visto che tante erano ancora le disuguaglianze economiche, culturali e sociali che esistevano tra Nord e Sud. Gli italiani, da sempre divisi, si sarebbero potuti ritrovare uniti sotto lo stesso progetto di democrazia? I favorevoli alla Repubblica ricordavano i comportamenti dei Savoia, i quali avevano portato l’Italia in due guerre, causa di centinaia di migliaia di morti, ma che soprattutto avevano permesso che nel Paese si instaurasse una feroce e sanguinaria dittatura, per poi scappare a Brindisi come i più pavidi dei codardi, lasciando i propri sudditi alla mercé dei nazifascisti.

Nelle strade e nelle osterie, ormai non si parlava d’altro. Ciò che invece sembrava irreale era che in quella domenica di giugno del 1946 anche le donne potessero votare. L’Italia, come tanti altri Paesi, avrebbe avuto finalmente il Suffragio Universale. Già nel 1919, le deputate Anna Maria Mozzoni e Anna Kuliscioff avevano portato in Parlamento questa mozione per estendere il voto alle donne, mozione che era passata alla Camera, ma che poi non ebbe il tempo di passare al Senato, in quanto vennero indette nuove elezioni. Anche Benito Mussolini, quello che considerava le donne alla stregua di serve del marito e fattrici, con la Legge Acerbo, conferì alle donne il diritto di voto, a condizione che dovessero essere mogli di caduti o decorati in guerra, in possesso di titolo di studio e contribuenti per 40 lire annue. Quindi, praticamente pochissime.

Già nel 1944, mentre l’Italia era ancora divisa in due, con le Forze Alleate al Sud e tedeschi e Partigiani al Nord, si pensava al futuro, tant’è che un comunicato luogotenenziale diceva espressamente che Le forze istituzionali saranno espresse dal popolo italiano, che a tal fine eleggerà a Suffragio Universale un’Assemblea Costituente”.

Sia De Gasperi che Togliatti, avevano grosse perplessità riguardo al voto alle donne. Lo stesso Segretario del PCI dichiarava ai suoi che “le donne di solito optano nelle loro scelte per un passato reazionario”.

Il 10 marzo del 1946 c’erano state le Elezioni Amministrative a suffragio universale per eleggere i Sindaci di duemila comuni e per la prima volta vennero elette due Sindaci donna, Ada Notari e Ninetta Bartoli. Questa volta però si trattò di una scelta a carattere nazionale e non solo locale.

Già di primo mattino le strade erano piene di donne. Le vecchie, coi fazzoletti in testa, sorrette dai figli, andavano ai seggi, per fare una cosa che mai avevano fatto in tutta la loro vita. Prima di morire, erano curiose di fare questa nuova esperienza. Le giovani, col vestito buono e le scarpe della festa, truccate, andavano in gruppo ai seggi, cantando canzoni. Appena la prima delle giovani ricevette la scheda di voto, fu informata che nel caso il documento fosse stato sporcato, il voto sarebbe stato invalidato. La voce corse subito fuori e tutte quelle giovani donne tirarono fuori dalla tasca i fazzoletti, per togliersi il rossetto. Alla sera a casa, padri e mariti non chiesero nulla alle loro donne: sapevano che nella cabina elettorale, ognuna di loro aveva votato come le pareva, senza lasciarsi influenzare da consigli o imposizioni.

Votò l’89,08 % degli aventi diritto e vinse nettamente la Repubblica. Il voto delle donne, che erano circa un milione più degli uomini, si rilevò in termini proporzionali decisivo per la scelta repubblicana. Furono 21 le donne elette alla Costituente. Esse lavorarono assieme agli uomini per scrivere la Costituzione. Una di queste, Teresa Mattei, del PCI, al discorso per il suo insediamento, pronunciò queste belle e semplici parole: Dall’emancipazione delle donne, tutta la società ne trarrà giovamento, quindi anche gli uomini”.

A queste donne che hanno combattuto al fianco dei Partigiani o che si sono sobbarcate tutto il lavoro domestico mentre i loro uomini erano in montagna o nei campi di prigionia, va tutta la nostra gratitudine. A loro che hanno voluto un futuro migliore per i loro e i nostri figli, a loro che hanno lottato per un Paese fatto di democrazia e diritti, a loro che hanno contribuito a scrivere la Costituzione più bella del mondo, noi diciamo grazie. Il vostro diritto al voto, giusto e inequivocabile, l’avete conquistato e meritato sul campo.

Gianluca Bellentani

Tratto dal Blog     https://mimmomirarchi.wordpress.com/2017/05/31/quel-giorno-che-le-donne-scelsero-la-repubblica/

 

Per la Repubblica.Una battaglia politica alta, di A. Roazzi

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Nel Parlamento fascista si disse che “l’uomo era il produttore, il cittadino un’astrazione. No, fonte del diritto, fonte della libertà non è la produzione ma la personalità umana…” Questo era il pensiero di chi si e’ battuto (nel caso specifico nell’area cattolica quanto mai divisa ) per la Repubblica che festeggiamo oggi. E di chi vedeva nella “conciliazione” gia’ allora una delle traduzioni utili (e generose…) dello sforzo antifascista per dare libertà e futuro a tutti, per ricostruire l’Italia a vantaggio delle giovani generazioni . Dico questo perche’ giustamente oggi la celebrazione e’ altro, aggiornata ai tempi. Ma non va dimenticato che la battaglia per la Repubblica e’ stata anche uno scontro di idee, forte ed alto. Lo spirito politico di quel confronto resta un esempio, specie in una fase della vita politica che e’ assai povera di idee, ricca di ambizioni di potere, assai piu’ vogliosa di risse che di progetti in grado di aprire la via della crescita x tutti. E la Repubblica allora era un valore vero per questo percorso . Prima che una festa, un sacrificio di destini ed un grande sforzo ideale a rischio della vita. Andrebbe raccontato di più quell’inizio.

Alessandro Roazzi

Su Antonio Gramsci: i “Quaderni dal carcere”, libro 5, “Letteratura e vita nazionale”, di A. Angeli

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Note informative:

Il corposo lavoro di Antonio Granisci sulla letteratura venne pubblicato nel lontano 1947 e riguardava, per la maggior parte, la Letteratura e la vita nazionale. I Suoi lavori suscitarono un grande interesse e ammirazione, anche per la considerazione che si trattava di un l’intellettuale comunista, che morì nel 1937 dopo aver passato 11 anni nelle carceri fasciste. E tuttavia, non mancarono giudizi contrastanti sul valore culturale del lavoro Gramsciano. Infatti, non pochi critici ritennero come queste note potessero formare la base per una vera e propria estetica marxista; altri, riconobbero che vi erano degli elementi interessanti per una sociologia della letteratura. Alcuni opinionisti vollero invece evidenziare come il metodo Gramsciano, di trattare i problemi estetici in senso stretto, si avvicinasse a quello tradizionale del Croce. Altri intellettuali, dopo il presunto fallimento del neorealismo, ( del quale consideravano Gramsci una specie di teorico e animatore) sostenevano, riposando il loro giudizio su un concetto più politico che letterario, che lo scopo precipuo delle note Gramsciane, era quello di privilegiare una letteratura populista a sostegno di un movimento democratico-riformista.

La diversità dei giudizi verso l’opera del Gramsci riposa su una incompleta e talvolta poco attenta considerazione del pensiero Gramsciano, così come ci è stato trasmesso senza valutare la difficoltà delle condizioni generali in cui l’opera dell’autore è stata scritta. Gramsci fu arrestato nel novembre del 1926 e condannato nel giugno del 1928, a vent’anni di carcere per «impedire a questo cervello di funzionare» . Sono queste le parole testuali del pubblico ministero. Soltanto nel febbraio del 1929, dopo diversi tentativi, gli fu dato il permesso di prendere appunti di quanto gli veniva concesso di leggere, un evento , comunque, che gli diede finalmente la possibilità di realizzare il suo piano di studio, come risulta già nel marzo del 1927 da una lettera inviata alla cognata:

Sono quattro soggetti presi in esame : A) una ricerca sulla formazione dello spirito pubblico in Italia nel XX secolo, cioè una ricerca sugli intellettuali italiani, le loro tendenze culturali e politiche, le affinità e le adesioni a gruppi di interesse secondo le correnti della cultura. Ancora: il pensiero prevalente e le modalità di rappresentarlo. B). Uno studio sulla linguistica comparata, ovvero, limitatamente alla parte metodologica e puramente teorica dell’argomento. C). Uno studio del teatro di Pirandello e delle sue commedie, senza trascurare il fenomeno inerente alla trasformazione del gusto teatrale italiano, come capacemente Pirandello ha saputo rappresentare e ha contribuito a determinare. D). Un saggio sui romanzi d’appendice e il gusto popolare italico in letteratura.

Una premessa: i quaderni raggiunsero il numero di 32 con 2.848 pagine, poi pubblicati in sei volumi, col titolo complessivo di Quaderni del carcere. Devo ricordare al proposito che c’’ è uno schema, che oltre agli argomenti nominati nella lettera alla cognata, specificamente comprende : Cavalcante Cavalcanti, ovvero la sua posizione nella struttura e nell’arte della Divina Commedia; e la questione della lingua in Italia: Manzoni e G. I. Ascoli.

Bisogna evidenziare che a causa delle disastrose condizioni di salute, della lentezza e irregolarità con le quali riceveva i libri e le pubblicazioni segnalate ai parenti, quando non gli venivano negati, le annotazioni di Gramsci si limitano ad essere degli appunti o richiami sparsi nei diversi quaderni; oppure semplici spunti, per una ulteriore elaborazione e sistemazione in quanto non destinati alla pubblicazione. Peraltro, si deve tener presente che questi appunti vennero pubblicati dopo 15 o 25 anni e che i suoi articoli, scritti dal 1915 al 1926, su riviste e giornali, che in parte integrano i Quaderni del carcere, furono pubblicati (in cinque volumi) dal 1954 al 1971 e cioè addirittura 40, 50 anni dopo.

L’incipit sulla letteratura e vita nazionale si apre con le famose frasi :

Cosa significa e cosa può e dovrebbe significare la parola d’ordine di Giovanni Gentile: «Torniamo al De Sanctis»? Significa «tornare» meccanicamente ai concetti che il De Sanctis svolse intorno all’arte e alla letteratura, o significa? assumere verso l’arte e la vita un atteggiamento simile a quello assunto dal De Sanctis ai suoi tempi

Per Gramsci significa che bisogna assumere questo atteggiamento e vedere in quale nuovo contesto letterario-culturale-politico inserirlo. A seguito di questa procedura acquisitiva, del contenuto e del testo, secondo Gramsci due scrittori possono rappresentare (ovvero esprimere) lo stesso momento storico-sociale, ma uno può essere espressivamente artista, mentre l’altro, per incompletezza, trasformarsi in un semplice untorello. Per questa ragione, secondo Gramsci, sfumare la questione, limitandosi a descrivere ciò che i due tipi di espressione culturale rappresentano o esprimono socialmente, cioè riassumono in termini grammaticali e disciplinari, più o meno bene, le caratteristiche di un determinato momento storico-sociale, significa non sfiorare neppure il problema; e questo perché: «Un determinato momento storico non è mai omogeneo, anzi è ricco di contraddizioni». Ma ciò presuppone che si instauri una lotta, e allora “è rappresentativo del ‘momento anche chi ne esprime gli elementi ‘reazionari’ e anacronistici”, ma soprattutto: “chi esprimerà tutte le forze e gli elementi in contrasto e in lotta, cioè chi rappresenta le contraddizioni dell’insieme storico-sociale”.

Riprendendo da dove abbiamo concluso la prima parte, relativamente alla domanda che Gramsci si pone in merito alla parola d’ordine del Gentile:

Cosa significa e cosa può e dovrebbe significare la parola d’ordine di Giovanni Gentile: «Torniamo al De Sanctis»? Significa «tornare» meccanicamente ai concetti che il De Sanctis svolse intorno all’arte e alla letteratura, o significa? assumere verso l’arte e la vita un atteggiamento simile a quello assunto dal De Sanctis ai suoi tempi”

Gramsci risponde affermando che solo partendo da tali presupposti si può comprendere e quindi interpretare letterariamente il rapporto De Sanctis-Croce e valutare culturalmente le polemiche sul contenuto e forma dell’arte letteraria che coinvolge i due intellettuali, e ciò per la diversità del “metodo grammaticale” a cui diversamente ricorrono i due interpreti. Direttamente, perché rileva Gramsci, come la critica del De Sanctis sia militante, ( per la sua posizione politica ) priva di quella necessaria “freddezza linguistica” estetica, per cui diviene inevitabile una critica ad una impostazione che recupera un pensiero che appartiene ad un periodo di lotte culturali, di contrasti tra concezioni della vita antagonistiche. Per questo, allora, tutto ruota attorno alle analisi del contenuto, alla critica della «struttura» delle opere, da cui ne scaturisce una manchevolezza linguistica, che rende allora labile una linea di coerenza logica e storico-attuale delle masse, perché riduce o sminuisce il contenuto dei sentimenti rappresentati artisticamente nel la rievocazione delle esperienze della tradizione che, incondizionatamente, sono legate a questa lotta culturale: proprio in ciò allora è possibile cogliere l’aspetto qualitativo della struttura letteraria, nel quale pare consista la profonda umanità e l’umanesimo del De Sanctis, (Morra Irpina, 28 marzo 1817 – Napoli, 29 dicembre 1883 è stato uno scrittore, critico letterario, politico, Ministro della Pubblica Istruzione e filosofo italiano), che rendono tanto simpatico anche oggi il critico.

Tuttavia, non si può sottacere come la riscoperta di De Sanctis da parte di Gramsci riguardi soprattutto il metodo e con esso l’impegno dell’artista e l’atteggiamento dell’uomo, che lottò per la creazione in Italia di una nuova cultura; mentre, con minore entusiasmo, Gramsci intese valutare i contenuti della sua critica, soprattutto per il contenuto «aristocratico» che in essa prevaleva. Sebbene quindi non si possa accettare la critica del De Sanctis tout court, è altrettanto evidente per Gramsci che il metodo a cui ricorrere nello svolgere una critica letteraria, propria della filosofia della prassi, è offerto dal De Sanctis, non dal Croce o da chiunque altro (meno che mai dal Carducci). E’ appunto ricorrendo alla filosofia della prassi, per acquisire una consapevolezza critica e rinnovare i caratteri di un pensiero critico moderno, a favore della quale Gramsci insiste affinché da essa si fondi la lotta per una nuova cultura, cioè per un nuovo umanesimo, una critica politica del costume, dei sentimenti e delle concezioni del mondo; solo in questo modo, con la critica estetica o puramente artistica nel fervore appassionato, sia pure nella forma del sarcasmo, il mondo si muove verso una nuova rifondazione della cultura. Per questo, ai suoi occhi, Il modello non può essere quello trasmesso da Croce, appunto perché rappresenta, in ultima analisi, una fase conservatrice e difensiva della cultura.

Al proposito, è da richiamare la particolarità del movimento creatosi intorno alla rivista la Voce (1908-16. Rivista di cultura fondata a Firenze nel 1908 da G. Prezzolini; pubblicata dapprima con periodicità settimanale, poi (1914) quindicinale, fu diretta dallo stesso Prezzolini (eccettuato un breve periodo, aprile-ottobre 1912, in cui la direzione passò a G. Papini), quindi (dicembre 1914- dicembre 1916) da G. De Robertis. Alla rivista si affiancò la Libreria della V., che pubblicò volumi e specialmente ‘quaderni’, di natura sia critico-storica, sia creativa), un movimento che ebbe una notevole importanza nel corso di quel periodo storico, che influenzò e arricchì la formazione giovanile di Gramsci, una fase di piena maturità intellettuale, che spronò la sua curiosità intellettuale affinché la sua rivista, Ordine Nuovo (1919-20 – L’Ordine Nuovo è stata una pubblicazione a periodicità variabile fondata a Torino il 1º maggio 1919 da Antonio Gramsci ed altri intellettuali socialisti torinesi (Palmiro Togliatti, Angelo Tasca e Umberto Terracini). L’Ordine Nuovo dichiarava il suo programma di rinnovamento sociale e proletario nelle Battute di preludio scritte dallo stesso Tasca.), divenisse per il proletariato quello che la Voce era stata per la borghesia progressista, cioè un movimento rivolto ai fermenti dinamici della cultura e che, «lottando per una nuova cultura», promuovesse «indirettamente, anche la formazione di temperamenti artistici originali», anche se, invero, «non poteva creare artisti di una singolarità eclatante al punto da assumere il ruolo di una guida spirituale per la nascente formazione culturale nel campo della letteratura. E’ proprio con riferimento a questa considerazione, che egli sostiene come questo fenomeno si manifesti ogni volta che un nuovo gruppo sociale fa il suo ingresso nella storia con atteggiamenti egemonici.

Allora si evince come per Gramsci il problema stia proprio nella capacità di organizzare la lotta per una nuova cultura, spostando con gradualità l’accento dagli aspetti strettamente estetici a quello della critica, perseguendo l’obiettivo mediante la prassi. Nonostante questo rilievo, tale orientamento non motiva l’idea secondo la quale egli, con questa impostazione teorica, ritorni a un rozzo sociologismo, rinunciando al bagaglio teorico da lui costruito e inseparabile dagli elementi ormai acquisiti, sul piano del ragionamento e dell’analisi sia dal marxismo, che dalla moderna critica letteraria in generale. Per esempio, egli ammette la possibilità di operare una sintesi fra contenuto e forma, anche se in lui è palese una concezione diversa da quella Crociana, che però non esclude che si possa esprimere un giudizio estetico dell’opera d’arte e non soltanto culturale-storico-politico.

Muovendosi in questa prospettiva e dedicando molta attenzione alle implicazioni teoriche, approfondisce e chiarisce il presupposto, che prospetta come principio, secondo cui nell’ opera d’arte ci si deve limitare alla ricerca del carattere artistico, senza esclude che tale ricerca si rivolga anche a quella massa di sentimenti, di atteggiamenti verso la vita e delle sue tendenze, che nel concepimento dell’autore sia attivamente messa in circolo nell’opera d’arte stessa. Questa interpretazione ci induce a poter esclude che un’opera sia considerata bella per il suo contenuto morale e o politico, invece che per la sua forma, in cui il contenuto astratto si è fuso e immedesimato . E’ questo un criterio di interpretazione presente ovunque nelle pagine di letteratura e di vita nazionale, che si connette ad un’altra considerazione, anch’essa trascurata se non ignorata, anche se è stata sostenuta e fatta propria della critica letteraria marxista operante ad ogni latitudine, e cioè il principio della piena autonomia dell’ arte dalla politica.

Non spetta all’ uomo politico o a chi esercita il potere imporre una tendenza mediante la quale esercitare un’influenza sulla formazione artistico- culturale del suo tempo, determinando così le premesse perché si affermi un certo orientamento o che si formi un determinato mondo culturale, poiché ciò costituirebbe un’attività politica, non di critica artistica: se il mondo culturale, per il quale si lotta, è un fatto vivente e necessario, la sua espansività sarà irresistibile, esso troverà i suoi artisti. Ma, se nonostante la pressione, questa irresistibilità non si vede e non opera, significa che si trattava di un mondo fittizio e posticcio, elucubrazione cartacea di mediocri che si lamentano che gli uomini di maggior statura non siano d’accordo con loro. Gramsci prosegue: “Per l’uomo politico ogni immagine ‘fissata’ a priori è reazionaria”, perché egli “considera tutto il movimento nel suo divenire» e “immagina l’uomo come è e, nello stesso tempo, come dovrebbe essere per raggiungere un determinato fine; il suo lavoro consiste appunto nel condurre gli uomini a muoversi, a uscire dal loro essere presente per diventare capaci collettivamente di raggiungere il fine proposto, cioè a “confermarsi al fine”. Mentre l’artista deve avere “immagini fissate e colate nella loro forma definitiva”, perché egli «rappresenta necessariamente ciò che c’è, in un certo momento, di personale, di non-conformista, ecc, realisticamente”. Prosegue Gramsci: “perciò l’uomo politico come tale non sarà mai contento dell’artista e non potrà esserlo: lo troverà sempre in arretrato coi tempi, sempre anacronistico, sempre superato dal movimento reale”.

Fra gli studiosi di Gramsci ve ne sono alcuni che vedono in queste linee di studio e di interpretazione dell’arte della letteratura e dell’estetica non una critica generica e generale, una lettura astratta dei valori artistici al momento dominanti, ma una continuità della lezione di Croce. In questo senso molti di costoro si spingono fino a considerare l’elaborazione Gramsciana come un’ operazione di recupero degli elementi dell’ estetica e della critica Crociana, nonostante le dichiarazioni e le inequivocabili produzioni e analisi teoriche di Gramsci. Una interpretazione, quella di chi ha voluto dare del pensiero di Gramsci un approssimarsi al Croce che, invero, appare come un’operazione non conforme all’analisi che Gramsci sviluppa al proposito. Da parte di questi Studiosi si perviene a stabilire una connessione logica che muove nell’ambito dell’estetica per collegare il neoidealismo di Croce al marxismo di Gramsci; sebbene questi ne neghi in modo inequivocabile la sussistenza teorica e grammaticale; per esempio: quello di «poesia» e «non poesia», e metta in atto una rimozione di alcuni elementi incongruenti dell’estetica Crociana. Nella sostanza, essi affermano ( ma su questo si dovrà ritornare in altri studi): l’elaborazione teorica di Gramsci offre una serie di spunti importanti per una sociologia della letteratura, dalle quali si evince comunque una netta distinzione fra critica estetica e critica politica, senza per questo palesare la pretesa di avere individuato nella sua elaborazione una originale teoria estetica.

Per non rimanere nell’astratto ricorriamo ad una dimostrazione di questa “revisione”, condotta con una certa elaborazione da parte di Gramsci dell’ estetica Crociana, si rintraccia, secondo Bartolo Anglani, (Bartolo Anglani è docente di Letterature comparate all’Università di Bari, dopo aver a lungo insegnato in Francia e negli Stati Uniti. Studioso di Gramsci, al quale ha dedicato lunghi anni di ricerca, ha pubblicato anche numerosi saggi sulla letteratura del Settecento europeo: da Goldoni ad Alfieri, da Rousseau a Parini, da Baretti a Ortes), nel tentativo che Gramsci affronta in una delle sue rare critiche letterarie, riprodotte appunto nei quaderni, nell’intento di dimostrare come la distinzione operata da Croce, fra poesia e struttura, che invero non avrebbe alcuna funzione poetica, sia una distinzione fittizia. Non si tratterebbe, dice l’ Anglani, di un superamento, ma precisamente di una revisione tout court dell’estetica elaborata dal Croce.

Fino a qui il lavoro di comprensione degli studi sulla forma artistica ed estetica della letteratura, condotte da Gramsci, è stata formulata mantenendo un approccio generale, e quindi deideologizzando il contenuto della critica e delle elaborazioni, senza per questo ignorare l’aspetto mondano tra la forma espressiva, che a mezzo dell’arte si trasmette, e il suo pensiero sociale e politico, idealmente legato alla sua visione della produzione artistica. Una lettura del materiale su cui è elaborata l’ analisi di Gramsci è quella del decimo canto dell’lnferno; quel canto che, comunemente, viene chiamato “il canto di Farinata” ( Manente Degli Uberti, detto Farinata, fu uno dei principali capi dei Ghibellini a Firenze nel primo Duecento. Con l’appoggio di Federico II di Svevia nel 1248 cacciò i Guelfi, che tornarono dopo il 1250; fu uno degli artefici della disfatta guelfa di Montaperti (1260) e nel successivo convegno di Empoli fu l’unico a opporsi alla proposta di radere al suolo Firenze. Dopo Benevento (1266) i Guelfi tornarono a Firenze e i discendenti di Farinata, morto nel 1264, furono esiliati. Farinata fu accusato di eresia, processato dopo la sua morte e condannato (nel 1283 le salme di lui e della moglie furono riesumate e disperse). Le cronache ci riportano come Gramsci si fosse più volte interessato a questo canto, sul quale aveva lavorato sia prima che dopo l’incarcerazione.

Le osservazioni su cui Gramsci dispiega l’interesse possono essere riassunte secondo questo schema: nel X canto: «sono rappresentati due drammi, quello di Farinata e quello di Cavalcante, e non il solo dramma di Farinata». “Se non si tiene conto del dramma di Cavalcante, in quel girone non si vede in atto il tormento del dannato: la struttura avrebbe dovuto condurre ad una valutazione del canto più esatta, perché ogni punizione è rappresentata in atto”. “La parola più importante del verso ‘ Forse cui Guido vostro ebbe a disdegno ‘ non è ‘cui’ o ‘disdegno’ ma è solo ebbe. Su ‘ebbe’ cade l’accento ‘estetico’ e ‘drammatico’ del verso ed esso è l’origine del dramma di Cavalcante, interpretato nelle didascalie di Farinata: e c’è la ‘catarsi’”. “Il brano strutturale non è solo struttura, dunque, è anche poesia, è un elemento necessario del dramma che si è svolto”. Qui, come si coglie, Gramsci dà un’interpretazione mediante cui valorizza l’estetica dispositiva dell’atto proposto nel X canto, assimilandolo ad una espressione poetica e di forte tensione drammatica della rappresentazione.

Giuseppe Petronio, ((Marano di Napoli, 1º settembre 1909 – Roma, 13 gennaio 2003- critico letterario e accademico italiano e fervente antifascista, nel dopoguerra approdò al Marxismo e iniziò a dedicarsi a una intensa attività politico-sindacale con il Partito Socialista Italiano e in seguito con il Partito Comunista. Per lui sono stati usati i termini di “storicismo marxista”, “umanesimo laico”. Fece parte dell’Associazione per la difesa della scuola laica di Stato” Il suo pensiero è stato definito con i termini: “socialismo umanitario”, e spregiativamente quelli di “veteromarxismo” e “sociologismo”, ma un fatto è certo: egli seppe raccogliere le istanze di una società che – uscendo dalla paralisi del regime totalitario e dalla guerra – aspirava a modificarsi in senso democratico), con la sua critica alle scontate gerarchie di valore, con la sua attenzione a le forme della produzione letteraria, anche a quelle più screditate, senza con ciò negare una certa influenza del Croce che, per esempio, nella sua sintesi tra forma e contenuto e messo in guardia dall’avventurarsi meccanicamente dall’associare il giudizio storico al giudizio estetico, si pronuncia a favore di una idealizzazione dell’arte e dell’estetica, come emerge dalle pagine del Gramsci, nelle quali egli rileva gli esiti rivoluzionari dell’approccio marxista alla letteratura,

Si tratta, a ben vedere, di una tensione ideale, di un giudizio di valore sociale, tipico del sociologismo, quini non assimilabile ad una prerogativa esclusiva dell’ estetica crociana, tuttavia sempre presente negli scritti di Marx ed Engels, in specie negli sviluppi teorici e filosofici, la cui attenzione è rivolta ai problemi letterari. Essi dicono infatti che Gramsci ritorna, al di là del neoidealismo, a Hegel negando con ciò la dialettica di Croce dei distinti e sostituendola con quella degli opposti. E quando Gramsci afferma che l’arte è forma, allora è sottinteso che la forma è condizionata dal contenuto, il quale è sempre storicamente determinato. E, al proposito scrive Gramsci: “ristabilire un nesso necessario ed organico tra la forma dell’opera d’arte ed il suo contenuto, significa riaffermare la piena storicità dell’opera d’arte, cioè il nesso del tempo e dello spazio che racchiude l’essenza che lega l’arte e la storia”. Infatti, domanda Gramsci, citando un passo del Croce, che cosa vuoi dire in concreto: “rifare l’uomo» e “rinfrescare lo spirito” per far sorgere una nuova letteratura ? E Gramsci risponde cosi alla domanda : “La letteratura non genera letteratura, come le ideologie non creano ideologie, le superstrutture non generano superstrutture altro che come eredità di inerzia e di passività: esse sono generate, non per “partenogenesi» ma per l’intervento dell’elemento «maschile», è la storia, l’attività rivoluzionaria che crea il “nuovo uomo”, cioè, come in un preparato chimico, è il determinarsi di nuovi rapporti sociali che crea le condizioni delle quali l’uomo si serve per fare la storia.

Da queste considerazioni emerge in linea dialettica iI superamento del neoidealismo, anche se per il modo netto con cui è determinato non sembra impossibile conciliare, in via torica, come pretendono alcuni, il neoidealismo con il marxismo di Gramsci, come esso risulta dalla citazione riportata. Questa interpretazione rende plausibile affermare che Gramsci, dell’estetica del Croce, ha rifiutato l’impostazione generale conducendo la sua analisi a lambire solo qualche elemento, mentre la forza della sua teoria si è spinta su un piano superiore fino a raggiungere una nuova sintesi col marxismo. Tuttavia, questo non significa che Gramsci abbia elaborato un’ estetica marxiana, cosa che non risulta, dalla lettura del testo; nelle sue intenzioni, in primis se valutato come uomo politico, anche se, invero, un’estetica di questo tipo non può non prendere in considerazione la sua elaborazione.

Dunque, da queste prime riflessioni specifiche sui problemi letterari e considerato il contenuto elaborativo del suo pensiero, maturato non soltanto sui Quaderni del carcere ma anche negli articoli sull’Avanti degli anni 1915-26, non deve accogliersi come improbabile la rivelazione che ci porta a svelare come Gramsci giunga a formulare il concetto di “nazionale-popolare”, formulazione assunta per definire una letteratura che contribuisca al raggiungimento dell’unità culturale e politica della nazione, per meglio corrispondere alle esigenze intellettuali e morali del popolo. che, mentre all’estero è stata soddisfatta, non ha trovato in Italia la possibilità di venire realizzata, per il fenomeno negativo che vede gli intellettuali costituire una casta distaccata dal popolo, con spirito di corpo.

Muovendo da questa analisi storica, che lo induce a svelare come la letteratura italiana abbia un carattere prevalentemente non nazionale-popolare, Gramsci si domanda perché: “nessuno ha mai presentato questi problemi come un insieme collegato e coerente”, anche se “ognuno di essi si è ripresentato periodicamente a seconda di interessi polemici immediati “? “Ma”, continua: “ forse è vero che non si è avuto il coraggio di impostare esaurientemente la questione, perché da una tale impostazione rigorosamente critica e consequenziaria si temeva derivassero immediatamente pericoli per la vita nazionale unitaria”. Fino al 500 c’è stato un filone popolare, legato alle “forze sociali sorte col movimento di ripresa dopo il Mille e culminato nei Comuni; dopo il 500 queste forze perdono di vitalità e avviene il distacco tra intellettuali e popolo». Mentre «l’assenza di una letteratura nazionale – popolare, dovuta all’ assenza di interesse fra gli intellettuali italiani per l’attività economica e il lavoro come produzione individuale o di gruppo, ha lasciato il ‘mercato’ letterario aperto all’influsso di gruppi intellettuali di altri paesi, che, ‘popolari-nazionali’ in patria, lo diventavano in Italia, perché le esigenze e i bisogni che cercano soddisfare sono simili anche in Italia”. Insomma, secondo Gramsci, la cultura Italiana era divenuta, nel 1900, un fenomeno di provincialismo piegato alla cultura Francese.

Tra i grandi scrittori dell’epoca, egli annovera Goldoni, (Venezia, 25 febbraio 1707 – Parigi, 6 febbraio 1793) è stato un drammaturgo, scrittore, librettista e avvocato italiano, cittadino della Repubblica di Venezia) che, scrive: “è quasi unico’ nella tradizione letteraria italiana. I suoi atteggiamenti ideologici: democratico prima di aver letto Rousseau e la Rivoluzione francese, sia per il contenuto popolare delle sue commedie, il fatto di ricorrere ad una lingua popolare nella sua espressione, per la sua mordace critica della aristocrazia corrotta e imputridita. E poi: Leopardi e Verga. Mentre al Manzoni riconosce un comportamento aristocratico e psicologico verso i singoli personaggi di origine popolana, da cui emerge una posizione “nettamente di casta pur nella sua forma religiosa cattolica; i popolani, per il Manzoni, non hanno vita interiore, non hanno personalità morale profonda; essi sono ‘animali”. Infatti, il Manzoni, ribadisce Gramsci, “trova magnanimità, pensieri, grandi sentimenti, solo in alcuni della classe alta, ma nessuno del popolo“. Fino a definire il Manzoni troppo cattolico, per pensare che la voce del popolo sia la voce di Dio: tra il popolo e Dio c’è la Chiesa, e Dio non s’incarna nel popolo, ma nella Chiesa. Che Dio s’incarni nel popolo può crederlo il Tolstoj, non il Manzoni. Certo questo atteggiamento del Manzoni è sentito dal popolo e perciò i Promessi sposi non sono mai stati popolari”. E il nostro conclude: “il suo atteggiamento verso il popolo non è popolare-nazionale, ma aristocratico, e il suo cristianesimo ondeggia tra un aristocraticismo giansenistico e un paternalismo popolaresco, gesuitico”.

In questi termini Gramsci valutava il momento storico- culturale del suo tempo, una critica verso gli scrittori italiani e la produzione letteraria del tempo, rilevando come gli scrittori italiani, tranne qualche rara eccezione, si interessassero soltanto del passato e dell’ alta cultura, mentre i sentimenti popolari non erano vissuti come propri. Ed è appunto per soddisfare i suoi bisogni di letteratura che il popolo, rileva Gramsci, si aprì ad una nuova tendenza artistica, rivolgendo la sua attenzione al romanzo d’appendice. Tuttavia, c’era un limite anche in questo ripiegamento culturale, poiché neanche il romanzo d’appendice non era nazionale, in quanto veniva da oltre Alpi, soprattutto dalla Francia, dove questo tipo di letteratura aveva e manteneva un aspetto laico e democratico.

Gramsci si esprime fiducioso affinché anche in Italia si possa creare una specie di romanzo d’appendice, a cui affidare una funzione educativo-formativa di un pensiero sociale popolare, fornendo attraverso di esso le pulsazioni necessarie ad alimentare un interesse per la cultura letteraria. Infatti: «solo dai lettori della letteratura d’appendice si può selezionare il pubblico sufficiente e necessario per creare la base culturale della nuova cultura. Mi pare che il problema sia questo: come creare un corpo di letterati che artisticamente stia alla letteratura d’appendice come Dostojevskij stava a Sue ea Soulié “. D’altro canto era questa una esigenza che Gramsci aveva avvertito già nel lontano 1918, quando, nel pieno della lotta politica, riteneva di poter trasmettere anche un nuovo interesse per una “nuova cultura”. Ed è in questo clima di lotta politica, per un rinnovamento sociale, in cui egli vede una strategia vincente del proletariato, che il concetto di «nazionale-popolare» acquista un più ampio valore ed esce dall’ambito strettamente letterario. Aprendosi alla prospettiva a favore di una concezione dell’intellettuale e della politica del proletariato e con il pensiero rivolto alle altre classi sociali subalterne, la sua idea di fondare un nuovo blocco storico, cioè l’alleanza politica necessaria per arrivare alla rivoluzione, si pone l’obiettivo per una sua affermazione storicamente durevole e trasformatrice. In questo blocco storico agli intellettuali è affidato il compito di mediatori del consenso, sono cioè il collegamento con gli altri gruppi sociali e il proletariato, in modo che questo diventi dominante e dirigente, due qualità imprescindibili per esercitare una vera egemonia. Gli scrittori, in quanto intellettuali, svolgono quindi questa funzione di mediatori del consenso, facendo maturare fra le masse una nuova coscienza tramite la letteratura, la quale è appunto nazionale-popolare, solo se riesce a esprimere le aspirazioni e i sentimenti di queste classi subalterne. L’itinerario che si deve seguire, per realizzare questa aspirazione, deve assumere questa caratteristica: la nuova letteratura deve identificarsi con una scuola artistica di origine intellettuale, come fu per il futurismo. La base, la naturale forza della nuova letteratura non può non essere storica, politica, popolare: deve tendere a elaborare ciò che già esiste, polemicamente o in altro modo non importa; ciò che importa è che essa affondi le sue radici nell’ humus della cultura popolare così come è, coi suoi gusti, le sue tendenze, col suo mondo morale e intellettuale, sia pure arretrato e convenzionale.

L’azione indicata può apparire un punto di partenza non all’altezza dell’obiettivo , in sé molto debole, purtuttavia bisogna tener presente che: “lo sviluppo del rinnovamento intellettuale e morale non è simultaneo in tutti gli strati sociali”. Per esempio, nel momento considerato, il livello culturale e di coscienza del proletariato industriale era indubbiamente molto più alto di quello delle masse contadine, e il concetto di “popolo”, sulla cui esatta comprensione semantica si è appunto molto discusso, non completa e assolutizza l’inciso, dal momento che sociologicamente può sembrare molto vago, deve perciò essere esteso a comprendere tutte le masse lavorataci, tutti gli sfruttati: “l’insieme delle classi subalterne e strumentali di ogni forma di società finora esistita”. Comunque, si deve avere chiaro che non bisogna applicare meccanicamente l’invito di Gramsci a fecondare l’idea di considerare le radici nell’humus della cultura popolare “così come è”, dato che questo riflesso ideale non deve essere inteso “come qualcosa di statico, ma come un’attività in continuo sviluppo”. Alla base di questo «continuo sviluppo» ci sono altre considerazioni di Gramsci sui rapporti fra cultura, filosofia e scienza “alta” e quella riconducibile al livello popolare.

D’altro canto si deve considerare acquisito il principio secondo cui ogni strato sociale ha il suo “senso comune” e il suo “buon senso”, che sono in fondo i parametri e la concezione della vita dell’uomo tra i più diffusi. Cioè, ogni corrente filosofica deposita storicamente una sedimentazione di «senso comune”. E’ questo il documento della sua effettualità storica. Il senso comune non è qualcosa di irrigidito, dato per scontato e di immobile, poiché si trasforma continuamente, arricchendosi di nozioni scientifiche e di opinioni filosofiche entrate nel costume, valorizzando così la vita intellettuale dell’individuo. Il “senso comune” è il folclore della filosofia e mantiene un suo legame tra il folclore vero e proprio (cioè come è comunemente inteso) e la filosofia, la scienza, l’economia degli scienziati. Il senso comune crea e alimenta il futuro folclore, cioè una fase relativamente irrigidita delle conoscenze popolari di un certo tempo e luogo indefinito dello spazio umano.

Il compito dell’intellettuale di sinistra consiste allora nell’ arricchire e trasformare il “senso comune”, cioè svolgere un’opera di critica della cultura e della concezione del mondo precedenti e attraverso una nuova elaborazione arrivare a un nuovo «senso comune”, mediante il quale la storia sia l’elemento forgiativo della società dovuto all’opera dell’uomo.

La pubblicazione dei Quaderni del carcere avvenuta alla fine della guerra, che rappresentano il lavoro teorico di Antonio Gramsci sui compiti ricostruttivi di una nuova idea dell’arte letteraria e sul ruolo dell’intellettuale, riprodotta nella formula: nazionali-popolari di una nuova letteratura, fu accolta con grande interesse dal mondo culturale italiano. E tuttavia, per motivi diversi e talvolta speculativi, forse soprattutto di tipo politico, il populismo, come Gramsci lo aveva esaminato, cioè “l’andata al popolo”, e che aveva criticato parlando del romanzo verista e naturalista, si riproposero con una certa facilità e prepotenza critica improntando gran parte della letteratura neorealista italiana del momento.

Giunto a questo punto di questo breve saggio , che ha ripreso e riproposto le tante citazioni da Letteratura e vita nazionale, richiamate e descritte secondo uno schema interpretativo appropriato e pertinente, con valutazioni e di circostanza, che ho ritenuto di voler valorizzare e rendere attuali, perché ritengo convintamente che l’opera di Gramsci sia ancora troppo poco nota in Italia e tra i giovani,. Ma ho anche inteso sostenere, con metodo, come non si può accusare Gramsci di idealismo.

Ho trascurato volutamente di affrontare i tanti temi della problematica Gramsciana, specie la parte relativa al suo costante interesse per il teatro di Pirandello, all’ approfondita indagine nel campo dei problemi linguistici, che hanno, per ragioni sociali e politiche, connessione con la tematica nazionale-popolare. Sono infatti dell’avviso che ogni volta che affiora, in un modo o nell’altro, la questione della lingua, significa che si sta imponendo una serie di altri problemi: la formazione e l’allargamento della classe dirigente, la necessità di stabilire rapporti più intimi e sicuri tra i gruppi dirigenti e la massa popolare-nazionale, cioè di riorganizzare l’egemonia culturale. Proprio su questo terreno della linguistica Gramsci ha raggiunto risultati che si avvicinano ad altri studiosi della materia, presumo senza conoscerne le opere e dove “la distinzione operata da Gramsci al fine di definire la lingua nei suoi rapporti culturali e storici, e al fine di precisare i termini della sua autonomia, sembra coincidere con le più moderne teorie strutturalistiche”.

Il patrimonio teorico lasciatoci da Granisci, sui temi della letteratura, documentano l’intelligenza e l’acume dello studioso, un interesse e una conoscenza non comuni della letteratura in un uomo politico. Allora, se tante delle sue considerazioni oggi sembrano superate, dobbiamo ammettere che la colpa non è di Gramsci, ma origina dal disinteresse culturale delle èlite e degli intellettuali dell’attuale momento storico. Infatti, la società neocapitalista/ finanziarizzata, con i mass-media, tv, le moderne forme di comunicazione e trasmissione, ha reso illusoria la sua idea di una cultura nazionale-popolare, che è stata attuata nel peggiore dei modi. Eppure, anche pensando di essere i soli a crederci, Gramsci può ancora offrirci utili spunti e fare nostra la sua impostazione metodologica, perché il mondo ha estremo bisogno di comprendere il suo messaggio e trasformarlo in una concreta realtà.

Alberto Angeli