Lavoro

La gaffe di C. Lagarde. di A. Angeli

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Alberto Angeli 2

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Ma è stata proprio una gaffe, la frase di Christine Lagarde “ la BCE non è lì per contenere lo spread”, oppure. Oppure, come si dice, pensare male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca. Una frase che giovedì 12 ha fatto precipitare i mercati europei, che hanno avuto un crollo mai segnato nella storia, soprattutto Piazza Affari piombata a un meno 17%, bruciando 84,2 mld di euro. Da parte dei tanti osservatori economici e finanziari, ma soprattutto del Copasir,( Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica) son state espresse parole di  sbalordimento e preoccupazione ( meglio dire sospetto ), tanto da chiedere alla Consob di fornire i dati sugli scambi. Nella sostanza al Copasir, pur non competendo a quest’organismo intromettersi nelle dinamiche del mercato azionario, l’intervento è stato deciso per difendere il patrimonio industriale, tecnologico e scientifico del nostro paese mettendolo al riparo da azioni speculative. Insomma, accorre che ci sia una risposta all’interrogativo  che il Copasir si pone e cioè dove sia finito circa un quarto delle azioni delle blue chips, che nel giro di due giorni hanno oscillato in Borsa.

Nella sostanza, l’indagine Copsir è rivolta a comprendere se ci sono state o sono in corso scalate estere sul mercato industriale del nostro Paese, presagendo, forse, che dall’estero qualcuno ha pensato di sfruttare questa situazione di debolezza socio/sanitaria e economica, per fare acquisti delle nostre migliori strutture produttive. Il faro è indirizzato verso società del settore bancario e assicurativo, delle telecomunicazioni, dell’energia, della difesa e della ricerca chimica farmaceutica. Non è paranoia, quella del Copasir, ma una sana e fondata preoccupazione e un’intelligente reazione, anche perché al divieto delle vendite allo scoperto, impartito dalla Consob, Germania e Francia non si sono uniformate, diversamente da Spagna e Regno Unito.

L’esperienza della Christine Lagarde non è messa affatto in discussione, per cui il sospetto che non si tratti di una gaffe, bensì di una operazione ostile al nostro paese non pare sorprendere gli osservatori politici e finanziari, anche se qualcuno più smaliziato vi ha visto qualcosa di più “politicamente scorretto”.  D’altro canto c’è un’esperienza al proposito della rapacità della finanza speculativa, vissuta dalla Cina nella coincidenza del coronavirus esploso a Wuhan con il conseguente  crollo del mercato azionario, esponendo imprese internazionali di alto livello tecnologico, che producono in Cina, ad azioni di acquisizione a prezzi stracciati. Lagarde ha cercato di rammendare alla meglio il danno, forse peggiorando le cose invece di chiarire. Poi, dopo molte ore, una serie d’interventi autorevoli, dalla Von der Layen ai componenti della BCE e altri membri della Commissione, hanno riportato la calma sui mercati finanziari e consentito un lieve recupero della borsa nazionale e internazionale ( anche, forse, per l’intervento di Trump, che ha esposto il suo programma contro il coronavirus, con lo stile demenziale che lo caratterizza ).

E il governo? Il buon senso ci spinge a sospendere ogni giudizio, a recriminare sui provvedimenti, a criticare e contestare le troppe lacune in materia di fornitura dei mezzi medicali, soprattutto la mancanza di mascherine, di disinfettanti. La risposta ai provvedimenti è generalmente accolta con responsabilità e partecipazione. L’invito a rimanere tutti a casa è seguito giudiziosamente, nella speranza che la battaglia che il paese sta conducendo contro questo nemico invisibile si affermi vincente. Sono però i temi economici che preoccupano, il rischio di perdere il lavoro di non farcela con le proprie forze e le poche risorse, anche economiche, a fare fronte ai tempi duri che ci attendono. Il coinvolgimento dell’opposizione, a sostegno dei provvedimenti economico e finanziari deliberati, pur in una condizione dialettica, sono poca cosa  rispetto a ciò che lo stato delle cose richiederebbe. La disponibilità dell’Europa, della Commissione tutta, del Parlamento, dovrebbe spingere il governo ad adottare provvedimenti adeguati con risorse più consistenti, per rafforzare il sistema sanitario, dotandolo di tutti gli strumenti medici necessari, anche mettendo in cantiere la costruzione di industrie specifiche; aiutare e sostenere il settore agro/alimentare, mettendo allo studio forme utili a proteggere la salute dei lavoratori del settore; garantire l’approvvigionamento delle risorse alimentari  alle strutture commerciali mettendo a punto un piano, con un commissario ad hoc, per disciplinare l’accesso all’acquisto, avendo cura di garantire la difesa sanitaria degli operatori. Allestire una struttura, che affianchi la croce rossa e le tante strutture di volontariato, per assistere gli anziani soli e impossibilitati a muoversi ( considerato che è imposta la sospensione di ogni loro mobilità perché più esposti al rischio  infettivo ). L’accordo sindacati e aziende, firmato proprio oggi, sulla difesa della salute dei lavoratori intesa come prioritaria, è un fatto notevole per garantire la continuità produttiva, da attivare là dove sono stasi messi in atto i provvedimenti di prevenzione sanitaria. Il nostro paese ha la fortuna di possedere un personale medico, infermieristico, di supporto invidiabile, prezioso, ammirevole. A loro deve  andare tutta la nostra riconoscenza, anche perché la lezione che abbiamo appreso in questa circostanza non deve concludersi con la vittoria sul coronavirus: il sistema sanitario e i suoi operatori dovranno rimanere al centro della nostra considerazione e priorità politica. Tutti usciremo diversi, da questa lotta, con una maggiore consapevolezza sulla nostra naturale debolezza rispetto all’ambiente, all’uso che facciamo delle sue risorse, per cui quando riprenderemo a confrontarci sulle scelte politiche da compiere, insomma a dividerci, saremo sicuramente diversi e più responsabili. Ora cerchiamo di vincere la nostra battaglia per ritornare a sorridere.

 Alberto Angeli

Centralità operaia. di G. Sbordoni

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Tutto chiuso? Quasi. Il Paese si è svegliato nella spaventosa desolazione di una scelta responsabile, che pure ci lascia sgomenti. Ci siamo ritrovati prigionieri di quei video silenziosi che arrivavano dalla sconosciuta ed esotica Wuhan non più di un paio di mesi fa, girati dalle finestre dei grattacieli residenziali affacciate su strade deserte senza passanti né auto. #iorestoacasa non è bastato, non poteva bastare contro questo nemico subdolo e invisibile. Il virus, fuggito da un qualsiasi disaster-movie hollywoodiano di serie B, è diventato quanto di più reale e crudo intere generazioni, le prime salve da ogni guerra, potessero incontrare sul loro cammino immacolato.
Tutto chiuso quindi? In realtà no. E non parliamo dei servizi essenziali che – avendolo già scritto più volte in molti dei pezzi pubblicati su Rassegna.it – grazie al senso di responsabilità, al coraggio e alla lealtà di alcune categorie di lavoratori, devono continuare a funzionare. Parliamo delle fabbriche. Tutte indistintamente. Non solo di quelle farmaceutiche. O, semmai ce ne fossero in Italia, di quelle delle maledette mascherine. Ma di stabilimenti industriali in genere. Già.
Mentre il presidente Conte snocciolava una lunga sequela di esercizi commerciali che, è parso logico a tutti, avrebbero dovuto restare chiusi (bar, pub, ristoranti, parrucchieri, centri estetici) abbiamo capito che ai grandi e piccoli siti produttivi non sarebbe stata ordinata la serrata. Un vecchio slogan, gridato nei cortei, si chiedeva come mai a pagare fossero sempre gli operai proseguendo, con un filo di speranza, con un “d’ora in poi”. D’ora in poi, niente.
Le fabbriche resteranno aperte, ma il governo si raccomanda di assumere protocolli di sicurezza. Quella che non si riesce a garantire nella normalità, non si capisce proprio chi dovrebbe controllarla in questo caos. Neanche il flagello del coronavirus riequilibra i torti di una lunga storia. E gli operai, che siano tanti o che siano, ci si lamenta sempre, rimasti in pochi; che siano comunisti o che siano della Lega; che siano l’anima del boom o che siano in cassa integrazione o vittime di delocalizzazione; gli operai continuano a essere considerati gli ultimi.
Ha fatto bene la Fiom a giudicarlo inaccettabile e ad aver chiesto un confronto urgente al governo e gli ammortizzatori sociali. E mentre aspettiamo la risposta di Palazzo Chigi, anche questa mattina le tute d’Italia, blu, verdi, rosse, bianche, saranno costrette a uscir di casa, e quasi tutti gli altri gli getteranno dalle finestre chiuse uno sguardo di solidarietà. Che, tanto per cambiare, la classe operaia, aspettando il paradiso, va al lavoro.

Giorgio Sbordoni

Tratto dal sito   https://www.rassegna.it/mobile/articoli/centralita-operaia

La Sinistra rimetta al centro il conflitto, il lavoro, la questione sociale. di P. P. Caserta

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Quanti hanno a cuore oggi la ricostruzione di una sinistra che sia terza e autonoma dovrebbero stare attenti a non finire nel tritacarne neoliberale del movimentismo post-ideologico.

È un rischio sempre incombente, lo abbiamo visto con il M5S, lo stiamo vedendo con le sardine (anche se tra i due movimenti ci sono sia assonanze che differenze) e lo vedremo, credo, ancora in forme nuove. Non si tratta di disprezzare nessuno, ma solo di capire che non si può pensare di affidare ai movimenti post-ideologici il lavoro che è nostro. Non solo questo, in realtà. Tra le braccia di questi movimenti sono finite e finiscono molte delle speranze dei delusi della sinistra. Bisogna, allora, trovare il modo di rendere chiaro che un vasto coinvolgimento di massa non rende un movimento popolare nello scopo. I movimenti post-ideologici, figli della ritirata e della disintermediazione della politica, sono elitisti nell’essenza. Non c’è bisogno di alcuna dietrologia per affermare questo, è più che sufficiente leggerne le premesse reali. Sono movimenti organici alla polarizzazione del dibattito ideologico da tempo in essere, che riduce l”alternativa” alla falsa scelta tra un blocco nazional-populista e uno elitista, in un gioco di specchi, di legittimazione reciproca, che deve escludere una politica popolare.

Si risponde decostruendo i movimenti ma si risponde, soprattutto, essendo sinistra oltre i nominalismi, tornando nei luoghi del conflitto, mettendo al centro il Lavoro e la questione sociale, lavorando, in connessione con le migliori realtà nella scena internazionale, alla costruzione di una sinistra né populista né elitista, ma popolare ed eco-socialista.

Il fatto che la sinistra debba tornare nei luoghi del conflitto non significa che debba tornare semplicemente nei vecchi luoghi. Occorre, invece, leggere i nuovi luoghi e le nuove forme del conflitto, che è sempre in primo luogo il conflitto tra Capitale e lavoro e le cui forme mutano nel tempo. In effetti, a me pare che l’errore qui sia stato duplice: a volte la sinistra ha abbandonato i luoghi del conflitto, persino il tema del conflitto. In altri casi è tornata nei vecchi luoghi del conflitto, ma non vi ha trovato quasi più nessuno, mentre altrove, nei luoghi nuovi, la sofferenza e il risentimento crescevano, e altri avanzavano per intercettarli, rappresentarli e canalizzarli.

Questi due errori corrispondono approssimativamente alla pseudo-sinistra neoliberista e alla sinistra vetero-comunista nelle sue forme più sclerotizzate. Anche per questo c’è bisogno del Socialismo, che ha la cultura di non irrigidirsi in formule interpretative definitive e chiuse della realtà sociale. 

Il conflitto si è spostato. Le nuove forme del conflitto non sostituiscono le vecchie, vi si aggiungono. Da questo non si può prescindere e occorre riprendere il filo.

Pier Paolo Caserta

Un colloquio improbabile con Karl Marx. di A. Angeli

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L’emozione non seguiva lo scandire del tempo. Non ricordavo da quanto stessi aspettando, seduto al tavolo all’interno del bellissimo Pub Museum Tavern, n.49 D. Great Russell, street Bloomsbury  di Londra, di fronte al magnifico Brithish Museum. Davanti, sul tavolo, stavano in bella mostra due bicchieri contenenti dell’ottimo whisky Scozzese. Pensai che il mio ospite avrebbe gradito, poiché mi ero bene informato sulle sue abitudini e le preferenze in materia di drink. Finalmente! L’uomo che espettavo aveva fatto il suo ingresso nel Pub e l’Host, da me precedentemente informato, con un cenno elegante e carico di rispetto lo aveva invitato a seguirlo conducendolo al mio tavolo. Impacciato mi alzai e porsi la mano presentandomi, ma l’ospite, senza proferire una parola, si sedette. “Sono Karl Marx”. La presentazione, così diretta e quasi brusca, mi lasciò per un attimo interdetto. “Ehm, ehm, sono piacevolmente sorpreso, non credevo che avrebbe accettato la mia richiesta d’incontrarla, distogliendola dal suo impegno di ricerca che sta conducendo presso  il Brithish Museum”, risposi, riprendendo la mia padronanza. “Nessuna intervista, sia chiaro. Solo una chiacchierata, è questo il nostro accordo”, precisò Marx, con tono perentorio, mentre sorseggiava con voluttà e senza imbarazzo l’whisky. “ Si, certo, mi atterrò a quanto concordato: niente domande. Lascio a lei la parola e la scelta del tema, magari iniziando con una delle sue dotte frasi  riguardanti l’aura della sua opera economica e filosofica”.

La mia preferita resta: “y a ce qu’il de certain c’est que moi, je ne suis pas marxiste”. [ciò che è certo è che non sono un Marxista ] della quale mi sono servito in molte circostanze imbarazzanti. Si tratta della risposta che ho dato a tutte le insistenti richieste a lasciarmi intervistare. Landor, corrispondente del World, è l’unico a cui concessi di intervistarmi, a Londra il 3 luglio 1871. Ricordo la data perchè un paio di mesi prima, la Comune di Parigi, a cui avevo partecipato, era stata soffocata nel sangue. Ma torniamo al presente. Per recuperare il tempo durante il quale sono stato assente dalla scena politica mondiale, negli ulti anni mi sono dovuto documentare e ho scoperto con piacevole sorpresa che la mia faccia è assunta a simbolo di una speranza di cambiamento. Mi viene spontaneo ricordare la frase: uno spettro si aggira per il mondo e ha la fisionomia ed il nome di Karl Marx. Ciò a dispetto dei miei critici o ex Marxisti, che hanno deliberato la mia damnatio memoriae. Insomma, per un lungo periodo sono stato ostracizzato, ignorato e i mie libri bruciati. Ma anche per questo  ho  una massima ‘de omnibus dubitandum est’ (“bisogna dubitare di tutte le cose”) cioè dubito dell’intelligenza di chi ha pensato, e tuttora pensa, che ignorando il mio pensiero e quello di Engels, il mondo si sia rivelato migliore, e a conferma le informazioni e le notizie su questo inizio del 2020 non mi paiono le più rassicuranti”.

Ma sono ancora tanti i seguaci che si dichiarano Marxisti, studiosi che interpretano e diffondono il suo pensiero”. Intervenni, interrompendo l’eloquio di Marx, con tono rispettoso, ma interrogativo.

 Marx, scuotendo il capo si affrettò ad affermare quasi a scolpire le parole: “le mie teorie non sono mai state dominanti. Ho avuto dei seguaci che non mi sono scelto o cercato, e per i quali ho meno responsabilità di quante ne abbiano Gesù per Torquemada o Maometto per Osama bin Laden. I seguaci che si nominano da soli sono il prezzo del successo”. Fece una breve pausa, per riprendere subito il filo del discorso. “ Parlano tutti di classi, strutture, determinismo economico, rapporti di potere, oppressi e oppressori. E fanno tutti finta di avermi letto. Dovrei pensare che questo costituisca un chiaro segno di successo. Altri mettono in dubbio la mia opera filosofica e mi accusano di eccessivo economicismo. Eppure, se guardiano all’evolversi della storia, quanto avevo ragione ad essere ossessionato dall’economia! Siete tutti ossessionati dall’economia e, nel prevedibile futuro, lo rimarrete. Non ho bisogno di spiegarlo ai lettori del Financial Time, del Wall Street Journal e dell’Economist. Né ai politici che promettono il paradiso in terra e poi dicono che ‘non si può evitare il mercato’, e che la globalizzazione e la finanziarizzazione dell’economia [l’attuale parola usata per sostituire l’espressione capitalismo mondiale] è inarrestabile. Alcuni insistono nell’affermare che la borghesia sia stata una mia invenzione, e se anche fosse mai esistita come struttura politica sociale ed economica, interessata a sostenere l’efficienza del capitalismo, nel corso della storia è stata sostituita dal ceto medio, oggi in crisi in quasi tutti i paesi occidentali. Ciò che io ho scritto al proposito ha un riscontro storico nei fatti e questi confermano che quando la borghesia è minacciata, dà il potere a chiunque è in grado di toglierla dai guai. A chi importa dei diritti civili, delle elezioni, della libertà di stampa e della pace quando il dominio del capitale è in pericolo? L’aristocrazia e la borghesia, con il sostegno del capitalismo, sono stati gli azionisti delle due grandi guerre del XX secolo, al termine delle quali la contabilità delle vittime è di oltre 85 milioni tra civili e militari, ma non furono gli aristocratici e i borghesi a morire al fronte a soffrire la fame e a morire per le malattie, ma i proletari, i poveri delle periferie delle grandi città, i braccianti , i piccoli affittuari e i mezzadri, cioè la classe proletaria delle campagne. A questi dati si devono aggiungere le numerose guerre che hanno caratterizzato questo secolo definito breve dallo storico Britannico Eric Hobsbawm, quasi tutte di natura civile o territoriale: crisi economiche; speculazione finanziaria; cicli depressivi; disoccupazione diffusa; crisi del mondo socialista. Un’altra prova della resistenza del capitalismo a ogni mutamento sociale e politico, si riscontra anche nel fatto che la fine del colonialismo non abbia effettivamente determinato la liberazione dei paesi e dei popoli interessati, poiché sono rimasti prigionieri delle logiche imperialistiche, le quali usano ogni mezzo  per mettere in atto politiche predatorie delle risorse e ricchezze naturali di questi popoli, sono fatti sui quali non è possibile equivocare e contraddirmi”.

Già, ma è anche il secolo in cui è caduto il muro e i paesi dell’ex blocco Sovietico hanno scelto di aderire al sistema del mercato occidentale, adottando forme di governo democratiche e parlamentari, consegnando al popolo la libertà di scegliere, con il voto, i propri governanti,  l’unica strada per garantire i diritti, la libertà, sicure prospettive di pace e di progresso economico”. Aggiunsi in fretta.

Senza tradire segni di sorpresa per quanto da me rilevato, Marx riprese il suo discorso: “ Ho parlato di fatti, sui quali non si può indulgere. Allora a questi fatti si deve aggiungere sicuramente la fine del potere del cosiddetto socialismo Sovietico e la “liberazione” dei paesi satelliti, il cui simbolo è la caduta del muro. Ma si può affermare che il mondo è oggi migliore solo perché non c’è più il blocco Sovietico? Quanto sta accadendo in questo inizio del XXI secolo, siamo nel 2020, non può essere giustificato urlando: “ ma è colpa dei comunisti!”. Trump, Putin, Erdogan,  Kim Jong-un,  Xi Jinping, sono identificabili come autoritari i primi e dittatori i secondi; ma devo anche stabilire una verità:  Corea del Nord e Cina non sono la misura di tutte le cose, per citare Protagora, non sono comunisti, non sono socialisti, ma una degenerazione del capitalismo finanziario consumistico. E il mondo non è più pacifico, e le guerre non sono terminate in questo primo ventennio del XXI secolo.  Lo sfruttamento dei paesi ex coloniali prosegue, con l’aggravante dei colpi di stato, le guerre civili, i genocidi, la distruzione dell’ambiente e la violenza al clima, sono fatti che bruciano ogni speranza di milioni di esseri umani, che fuggono da questi disastri e si trasformano in migranti alla ricerca di un posto sicuro, la salvezza, anche mettendo a rischio la propria vita e quella dei propri figli. Sono i nuovi proletari del capitalismo del XXI secolo, isolati da tanti altri muri costruiti lungo i confini dell’America  fino all’Europa dei Paesi di Visegrad. ‘Proletari di tutti i paesi unitevi’ è il proclama con il quale io ed Engels, nel lontano 1848, scrivemmo il Manifesto del Partito comunista. L’Unione Sovietica lo adottò come motto a rappresentare l’internazionalismo operaio. Uno dei concetti fondamentali che compongono la lunga analisi del Manifesto è che la produzione economica, e la struttura della società che da essa necessariamente ne consegue, forma, in ogni epoca della storia, il fondamento della storia politica e intellettuale di tale epoca; che però tale lotta ha raggiunto ora uno stadio nel quale la classe sfruttata e oppressa (il proletariato) non si può più emancipare dalla classe che la sfrutta e l’opprime (la borghesia), se non liberando allo stesso tempo per sempre tutta la società dallo sfruttamento, dalla oppressione e dalle lotte fra le classi. E’ un concetto superato, anacronistico? Panta Rei, tutto scorre, ci ricorda Eraclito. L’èra dell’intelligenza artificiale, dei Big Data, dell’uomo alla conquista dell’universo, della criogenesi  umana, che ci fa pensare all’eternità, sono i dati del cambiamento epocale.  Eppure, nonostante ci si trovi nel passaggio storico della post modernità, che ci dona il  turbocapitalismo e l’iperfinanza, che si sintetizza nell’1% dei possessori  delle ricchezza prodotta rispetto al 99% che deve lottare con le miserie del mondo ( intramontabili vizzi dello sfruttamento, delle diseguaglianze sociali, politiche, economiche) , questo nuovo status sociale non cancella o nientifica la necessità di liberare l’uomo dal bisogno e dallo sfruttamento, al quale, più che mai, è richiesto di essere sempre disponibile a lottare per l’uguaglianza delle libertà e dei diritti per tutti. Allora, è ancora valido il motto: Proletari di tutto il mondo unitevi!”. Marx sospese la sua esposizione e per un attimo restammo in silenzio. Fui io a riprendere la parola.

 “E’ vero, miliardi di persone sono interconnesse, ipercollegate, messaggiano senza incontrarsi, dialogare, scambiarsi impressioni e opinioni su quanto li circonda, socialmente e politicamente: vivono nell’individualità. E’ l’individualismo di Max Stirner, che si spinge fino all’egoismo, da interpretare appunto come  l’unico, l’IO vero, il quale connota efficacemente l’ individuo odierno che non cerca un partito, non rivolge alcun interesse  alla politica, sente lo Stato lontano, assenti le istituzioni, anche perchè i partiti tradizionali sono sostituiti dai movimenti populisti, nazionalisti quando non sovranisti. Siamo cioè in piena metamorfosi, l’uomo ha perso il connotato della propria dimensione, per cui l’opposizione a questo sistema non è da attendersi solo da parte dei lavoratori salariati, ma dagli esclusi da questa società opulenta, come i gruppi del dissenso dei Paesi avanzati e i dannati del terzo mondo e dai giovani. E questo mi induce a credere che, di fronte a queste trasformazioni, non sia sufficiente rispondere: lottiamo per una società socialista!”. Conclusi sorpreso di me stesso.

Mio caro amico,” riprese Marx, “ io non sono un profeta, ma uno studioso e il mio lavoro è il contenuto di molte pubblicazioni scientifiche, dalle quali si apprende che la divisione della società in classi  non è un prodotto della natura, come indicano il Leviatano di Hobbes e il Trattato di John Locke, e il socialismo non è un frutto che si può raccogliere dall’albero della conoscenza del bene e del male. Il socialismo del XXI secolo non potrà mai avere le caratteristiche concettuali e scientifiche del socialismo del XIX i cui strumenti si fondano sul materialismo storico e l’applicazione del materialismo dialettico alla storia della società, questo perché il socialismo scientifico era ed è in ogni caso basato su uno studio analitico delle leggi della storia e della società. Ma non è in questa breve conversazione che possiamo affrontare un compito così complesso. Predire il futuro non è una  mia pertinenza, e tuttavia seguo con attenzione e cerco di capire i temi sollevati da milioni di giovani, come Greta Thunberg e il movimento School Strike for Climate, i giovani di Hong Kong contro la prepotenza cinese, le Sardine in Italia per una nuova politica,  e nelle piazze di tanti altri Pesi di tutti i continenti, per un cambio del modello di società e  per una politica che offra un futuro di pace e di sviluppo sostenibile ed equilibrato alle nuove generazioni. A loro, quindi, spetta il gravoso compito di studiare le leggi della storia e della società, ed elaborare una proposta per realizzare una società socialista adatta a quel momento storico in cui il principio di ‘condivisione’ sia adottato per il superamento dell’individualismo, della divisione in classi sociali, per una giustizia in cui ‘ciascuno dia secondo la propria capacità e ciascuno riceva secondo i propri bisogni’.

Alberto Angeli

L’Attualità di Walter Benjamin “ Il Capitalismo come religione “. di A. Angeli

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Il capitalismo come religione” è un breve saggio di Walter Benjamin, invero si tratta di appunti anche se ben strutturati, scritto nel 1921, forse propedeutico a un progetto più ampio di politica, che non porterà a termine a seguito della tragica morte, avvenuta nel 1940 sulla soglia dei cinquanta anni, al confine Franco-Spagnolo ( si suicida nella notte del 25 settembre, presagendo la cattura da parte della polizia di frontiera spagnola per essere espulso dalla Spagna verso la Francia saldamente nelle mani del nazifascismo. Era in attesa del visto per gli USA che, gioco della sorte, giunse il giorno successivo). Sono anni tragici e ferocemente violenti (materia, la violenza, alla quale Benjiamin dedica molto del suo impegno con l’intento di farne un’opera mai nata) quelli ereditati dalla prima guerra mondiale, un conflitto crudele che ha travolto il significato della convivenza ed il senso dell’Europa, terminata da pochi anni, e tuttavia anni di una durezza insopportabile per chi viveva in Germania. Soprattutto tra il 1918-1919, anni funestati da una continua guerra civile a bassa intensità, che sboccò nella soluzione conosciuta come la rivoluzione di novembre, tra i vari movimenti che si contendevano il potere: le destre, che poi assumeranno il potere trasformandosi in nazisti,  e le sinistre, a loro volta divise in fazioni, ispirandosi alla rivoluzione Russa; e, ancora, le forze che si riuniranno nella provvisoria Repubblica di Weimar.

Nel breve saggio Benjamin non si limita a compiere una lettura e un’analisi della cultura di quel momento storico, ma compie una dilatazione del suo pensiero, dedicando il suo interesse allo studio di testi e nell’approfondimento degli avvenimenti del periodo, mettendo a fuoco le controversie che animano lo scontro politico e culturale in atto tra le varie forze che occupano la scena di quel periodo. Due testi, di rilevante importanza teorica, sono oggetto delle sue letture e approfondimenti: “ Il capitalismo moderno”, di Werner Sombart, scritto e pubblicato nel 1902, e “L’etica protestante e lo spirito del capitalismo”, di Max Weber, scritto nel 1904; due testi che emblematicamente riproducono il percorso seguito dal pensiero della scuola Tedesca, che Benjamin studia e cita con sorprendente padronanza nel suo breve scritto, soprattutto con riferimento a Weber, rilevando ed evidenziando la tesi di dipendenza del capitalismo dallo spirito protestante.

A sostegno della centralità del capitalismo come artefice dei fenomeni sociali e politici, nel suo lavoro di  studio e riflessione Benjamin si spinge a compiere una ricognizione concettuale della fenomenologia di Husserl, dalla quale estrae e sintetizza quanto rappresentato nelle riflessioni del filosofo Austriaco, quella dell’illimitatezza del desiderio che costituisce la forma di vita che il capitalismo diffonde nel mondo, un richiamo sul quale può quindi aprire la sua riflessione su quanto, nello stesso periodo, Sombart elabora in materia di capitalismo moderno, pervenendo a distinguere tra “mentalità economica precapitalistica”,  invero, “ equilibrio tra quel che si spende e quel che si ottiene nella produzione di beni necessari all’uomo”, e “ capitalismo”, intesa tale forma come una organizzazione economica di scambio, caratterizzata da una nuova collaborazione  dominata dal principio del profitto e dal razionalismo economico. Più precisamente, per Sombart, ciò che si deve considerare immanente all’idea di organizzazione capitalistica “è il semplice aumento della quantità di denaro, quale scopo unico e oggettivo del capitalismo”.

D’altro canto anche per Karl Marx, ( del quale Sombart conosce le teorie economiche, studiate con attenzione essendo allora un socialista impegnato ), il modo di produzione capitalista si contraddistingue per l’accumulazione di lavoro inerte, vale a dire di “denaro”, prescindendo dai mezzi allo scopo impiegati per conseguire, mediante lo sfruttamento del lavoro, tale risultato. Allora, per Sombart, la formula del plusvalore si rovescia, si trasforma, per cui il fine dell’economia non ha più il significato di vivere bene, ma creare valore, in linea di principio indefinito e illimitato. Il valore, nella concezione capitalistica, diviene direttamente una forma sociale, un sistema mediante cui creare unità nel processo produttivo, da cui il valore prende forma e dissolve ogni differenza di ruoli per assumere una propria visibilità nella matrice del denaro. Per questo la finalità alla quale tendere è rivolta a creare la massima quantità possibile di valore, cioè di denaro, che  costituisce il simbolo  del potere.

Seguendo questa interpretazione ne scaturisce l’immagine dell’uomo incapace di una propria auto determinazione, perché intrappolato in un ruolo di consumatore e dominato dall’idea “che il tenore di vita debba essere conforme al proprio ceto sociale”, e quindi adeguato allo status di classe sociale alla quale sente di appartenere.  Qui Sombart evidenzia la natura delle forme sociali alle quali l’uomo piega i propri desideri: il lusso e il nutrimento. Per Sombart, rileva Benjamin, l’uomo non si è proposto di lavorare per trarne un profitto, nè per diventare ricco, questo perché il lusso, l’agiatezza, sono generi che appartengono a speciali  categorie sociali in quanto richiedono una responsabilità verso Dio e gli uomini. Ciò indurrà Benjamin ad affermare, verso la fine della sua analisi, che il capitalismo non ha vie d’uscita, nessuna via comunitaria, nel senso di un collettivismo, un Noi, ma si afferma come individuale-materiale. D’altro canto, ci ricorda Benjamin, riportando e interpretando il pensiero della tradizione culturale da lui presa in considerazione, il concetto di economia è radicalmente diverso da quello di denaro, possedendo il quale si accede a quella parte sociale che gode del benessere e del lusso e questo avviene nonostante che l’uomo non sia separabile dalle proprie azioni, come non lo è dalle sue cose e dal lavoro, un concetto eminentemente capitalista. Insomma, secondo la tradizione cristiano-economica l’uomo non lavora solo per il denaro poiché ciò che può essere donato, tempo e vita del lavoratore, richiede reciprocità, lealtà, il senso del dovere e responsabilità.  A sostegno di quanto affermato ci soccorre  quanto scritto nel saggio “La grande trasformazione “ ( di Karl Polanyi edito da Einaudi ), precisamente il riferimento alla rivoluzione industriale: “separare il lavoro dalle altre attività della vita ed assoggettarlo alle leggi del mercato significa annullare tutte le forme organiche”, a voler significare un riduzione delle relazioni sociali rispetto alle strutture totali, a segnare quindi un limite alla libertà dell’individuo nel suo rapporto con le istituzioni sociali e politiche in cui egli si muove e agisce ( al proposito si veda anche Axel Honneth “ Il diritto della libertà” edito Mondadori ).

Weber su quanto fino ad ora richiamato si esprime con minore nettezza, poiché per lui l’attività costituisce un insieme di tecniche e orientamenti, quando non un calcolo assiduo, che definisce “un agire sobrio, riflessivo, costante, ma anche audace” ( vedi “Etica protestante…….. ), non quindi uno spontaneismo selvaggio, o l’irrazionalità, per cui, pur mettendo in luce l’ambivalenza, ne evidenzia una relazione tra insorgere del capitalismo e spirito protestante, luterano e calvinista. E tuttavia, l’irrazionalità possiede dei sentimenti, un legame eterico con certe rappresentazioni religiose che, secondo Weber, spinge gli uomini a fare denaro come espressione dell’essere, attenti alle proprie faccende. Si tratta insomma di idee, di un’etica tesa a valorizzare la professione, a dare senso e significato al dovere, quindi non una sovrastruttura di condizioni economiche, afferma Weber in polemica con Marx. Weber si muove quindi nell’ambito di una fiducia nella potenza spirituale della modernità, nella quale non manca di cogliere i segnali di tendenze autodistruttive, e quindi una presagita perdita del senso religioso e la derubricazione degli enunciati morali dal contesto in cui egli colloca la sua opera. Ecco allora che alla razionalità procedurale si deve pervenire solo se si è propensi a conservare comunque la coscienza normativa, quale struttura dello spirito, per non perdere il senso religioso. Si tratta quindi di una base, quella della razionalizzazione, sulla quale salire esorcizzando ogni incantesimo originato dalle tendenze distruttive (delle quali scrive Habermas ) e rendere riconoscibile il senso religioso di questa razionalizzazione decodificando i segnali della modernità.

Nel saggio di Benjamin, che raccoglie gli scritti politici (1919-1940), è posta la domanda se nel capitalismo è possibile ravvisarvi una religione, poiché, secondo la lettura del lavoro di Weber, scrive Benjamin, il capitalismo è una conformazione determinata dalla religione, ovvero un fenomeno fondamentalmente religioso, in quanto “il capitalismo serve essenzialmente alla soddisfazione delle medesime ansie, sofferenze, inquietudini, cui un tempo davano risposta le cosiddette religioni”. Per Benjamin si tratta di una religione culturale, forse radicalizzata, un genuino riferimento al culto o a un rito ( come lo definisce Habermas ) poiché carico di gesti, di forme, di pratiche, insomma non proprio una vera teologia, in quanto il capitalismo non  ubbidisce a nessuna “dottrina evangelica” essendo geneticamente disponibile a vestire qualsiasi abito fornito dalla stoffa del profitto, che Benjamin assimila all’”utilitarismo”, da noi oggi identificato con il liberismo. Un culto, quindi, che si svolge senza pietà, ininterrottamente, e che tuttavia genera un’ambiguità demoniaca, cioè anche debito. Al proposito Bemjamin scrive “il capitalismo è verosimilmente il primo caso di culto che non purifica ma colpevolizza [ed indebita]. Così facendo, tale sistema religioso precipita in un moto immane”, immane coscienza della colpa, questo perché dal debito non ci si redime (purifica) , cioè nell’ “immane coscienza della colpa [del debito] che non sa purificarsi [da cui non ci si redime], fa ricorso al culto non per espiazione in esso di questa colpa, ma per renderla universale, per martellarla nella coscienza e infine e soprattutto per coinvolgere Dio stesso in questa colpa e interessarlo infine all’espiazione”. Ma questa espiazione è impossibile, poiché “sta nell’essenza di questo movimento religioso che è il capitalismo, resistere sino alla fine, fino alla definitiva, completa, colpevolizzazione di dio, fino al raggiungimento dello stato di disperazione del mondo”. Noi diremmo: autodistruzione, quale scatenamento del capitale nella forma della finanziarizzazione globalizzata.

In sostanza, per Benjamin “l’elemento storicamente inaudito del capitalismo, la religione, non è più riforma dell’essere, ma la sua riduzione in frantumi”, più chiaramente “l’estensione della disperazione a stato religioso del mondo, da cui attendere la salvezza”. L’uomo si ritrova nella completa solitudine, in uno stato psicologico di colpa, che trascende ogni implicazione di Dio nel destino dell’uomo.   La relazione tra denaro e colpa all’interno delle religioni pagane contiene già la “demoniaca ambiguità” di una colpa che è in sé già sempre debito. Al proposito soccorre il richiamo di Benjamin a Nietzsche, Marx e Freud, che gli consente di giocare la carta della colpa, poiché già Nietzsche afferma che il “basilare concetto morale di ‘colpa ha preso origine dal concetto molto materiale di ‘debito’ e riconduce genealogicamente l’origine dei concetti morali di colpa, coscienza e dovere alla sfera del diritto delle obbligazioni”. Parimenti in Marx “il capitalismo, che non inverte la rotta, diviene, con interessi ed interessi composti che sono funzioni della colpa, socialismo”.

Insomma, seguendo questa logica (sic) anche il socialismo [“nella sua versione industrialista e progressista, ipostatizzante la tecnica e lo sviluppo materiale delle forze produttive”] “appartiene al dominio sacerdotale di questo culto”. Partecipa al culto. Per rafforzare questo assunto Benjamin scrive: “il capitalismo è una religione di mero culto, senza dogma”. Si tratta di un rilievo che del resto si ritrova in Marx, precisamente nel terzo volume de “Il Capitale”, al termine del cap. 35° sul tema dei metalli preziosi e il corso dei cambi, in cui è leggibile quanto segue: “il sistema monetario è essenzialmente cattolico, il sistema creditizio è essenzialmente protestante. Come carta l’esistenza monetaria delle merci ha soltanto un’esistenza sociale. E’ la fede che rende beati [ forse si riferisce  alla dottrina di Lutero]. La fede nel valore monetario come spirito immanente delle merci, la fede nel modo di produzione e nel suo ordine prestabilito, la fede nei singoli agenti della produzione come semplici personificazioni del capitale autovalorizzantesi. Ma come il protestantesimo non riesce ad emanciparsi dai principi del cattolicesimo, così il sistema creditizio non si emancipa dalla base del sistema monetario” (Editori Riuniti, p.690). Qui si coglie una certa vicinanza a Weber, una vicinanza ma solo come eco, poiché il capitalismo si sviluppa in occidente senza una vera concorrenza, ma anzi prevalendo sul cristianesimo, così che al completamento del percorso della storia possiamo affermare che il cristianesimo si è trasformato in capitalismo. Ovviamente  manca qualcosa per raggiungere l’illimitatezza, e con essa superare l’angoscia che ce la rende necessaria, anche con un impegno sistematico, che poi è  la “mancanza di una via di uscita comunitaria, non individuale-materiale”.

 Il saggio di Benjamin è stato negligentemente trascurato benché costituisca un’analisi insuperata riguardo al rapporto dell’economia capitalista e  la religione. Ancora, dunque, non è stata data risposta alla ricerca condotta da Benjamin su questo tema, per cui non possiamo chiamarci fuori, senza trascendere il contenuto della sua analisi sul capitalismo nel rapporto con la religione.   Certamente, l’attuale fase del capitalismo non va confusa con le precedenti, “ ancora orientate all’interno di un’economia della scarsità, dove al culto del mercato bastavano le merci. Ora, le merci non bastano più”. Ora le merci non sono più sufficienti per sostenere il nuovo Dio, il consumismo globalizzato.  Il nuovo demone a cui l’uomo non ha ancora trovato una risposta per esorcizzarlo.

Alberto Angeli

“ Etica e economia” J. M. Keynes -L’attualità del suo messaggio, di A. Angeli

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Il 21 aprile 1946 muore J-M-Keynes. Egli era fortemente legato a Piero Sraffa, di cui è stato il “protettore” nel periodo durante il quale  insegnò in Inghilterra 1926, ( con Keynes ha condiviso nel 1961 la medaglia Södeström dell’Accademia svedese delle scienze che costituisce l’antecedente dei premi Nobel di economia), Saffra, legato ad Antonio Grmasci, annoverava tra le sue amicizie anche quella di Bertrand Rassel  e di Wittngestein. Muore a Cambridge il 3 settembre 1983. Con questo breve saggio cerco di recuperare il valore di un famoso scritto di Keynes, in cui mi sono imposto di sintetizzarne il pensiero, che ritengo ancora attuale, cosciente che ciò possa esporsi ad una critica di banalizzazione di un pensiero di alto contenuto culturale e teorico.  “Etica ed economia” è la sintesi del pensiero di John Maynard Keynes, che affronto nel presente scritto, forse illudendomi di dare un contributo e un segnale alternativo alla indifferenza del momento politico che stiamo vivendo. Il richiamo a Sraffa è sintomatico di una continuità intellettuale che legava i due teorici dell’economia e che ha segnato il XX secolo. Lo scritto vorrebbe offrire uno stimolo alla riflessione sui fenomeni economici e sulla politica economica, sulle trasformazioni del sistema finanziario globalizzato e sul ruolo delle monete e, per l’attualità, dell’Euro. Nel breve scritto che segue, l’impostazione analitica dei temi indicati è appena accennata, mai sospinta fuori del tema, e tuttavia si presta ad una comprensione coerente del pensiero Keynesiano.

John Maynard Keynes, “ Etica e economia”. Una sintesi del pensiero Keynesiano

 Nel Saggio: “ Sono un Liberale?”  Keynes scrive :“Dobbiamo inventare una saggezza nuova per una nuova era. E nel frattempo, se vogliamo fare qualcosa di buono, dobbiamo apparire eterodossi, problematici, pericolosi e disobbedienti agli occhi dei nostri progenitori”.  Sono queste le conclusioni, con le quali  Keynes  nello scritto del  1925, consegna  le sue riflessioni  sulle numerose questioni di ordine politico, economico e sociale, che nel nuovo contesto mondiale, governato dal capitalismo, si vanno prefigurando. E’ quindi con una domanda, la stessa che dà il titolo allo scritto, con cui si chiude il saggio del grande economista, richiamandosi all’unica possibile conclusione che poteva scaturire da un’analisi tanto articolata, quanto problematica, dell’avvicinarsi dei “tempi moderni”. Il senso ultimo di questa visione culturale è quello che accompagnerà Keynes per lungo tempo, fino all’uscita della Teoria Generale nel 1936. Infatti, è con quel poderoso lavoro che sarà data unitarietà e spessore alla critica dell’ economia monetaria di produzione – in cui il capitalismo evidenzia in termini chiari la sua natura di sistema predatorio  e  iniquo – e alla capacità di autoregolazione dell’economia di mercato.

Il saggio “ Sono un liberale?” è la raccolta di numerosi scritti Keynesiani  che riproducono una serie di interventi ed articoli dell’economista, riconducibili alla fine degli anni 20 e 30, dalla lettura dei quali si avverte la forte e avvincente tensione culturale trasmessa dalla riflessione di Keynes sui grandi temi dell’economia del momento, ma con una visione profetica rivolta al futuro. Il testo brilla per la finezza e la rilevante chiarezza espressiva a cui il Keynes faceva ricorso,  dando alle sue analisi un sostegno argomentativo tale da rendere fluenti i suoi ragionamenti teorici, altrimenti incomprensibili.

La prima parte mette in luce il tragico passaggio dall’ “ordine” ottocentesco a quello del XX secolo, evidenziando  gli squassi del primo conflitto mondiale, per chiarire come le  conseguenze a cui porteranno le riparazioni di guerra inflitte ai tedeschi.  Peraltro quella fu la circostanza in cui rassegnò le proprie dimissioni dalla carica di rappresentante del Tesoro inglese alla Conferenza di Versailles.  Nella sua condanna di quelle deliberazioni  il rilievo del “problema economico” è dirompente. Infatti, di lì a poco, l’Europa andrà incontro alla Grande Depressione nel 1929, e al secondo conflitto mondiale un decennio più tardi.

Dalla sua  posizione  di analista della società il “problema economico” è posto come la questione pressante con cui deve fare i conti la società moderna e questo nonostante le meraviglie che il progresso sembra porgere su un piatto d’argento.  Egli scrive: “Abbiamo contratto un morbo di cui forse il lettore non conosce ancora il nome, ma del quale sentirà molto parlare negli anni a venire – la disoccupazione tecnologica -. Scopriamo sempre nuovi sistemi per risparmiare forza lavoro, e li scopriamo troppo in fretta per individuare nuovi impieghi per la forza lavoro”. Un passo che egli  ci invia come posta per riflettere sulle prospettive economiche per i nostri nipoti. Nella sostanza,  egli ci dice, la “povertà nell’abbondanza” è l’intrinseca contraddizione in cui vive il capitalismo, ed è questa contraddizione che è necessario spiegare se si vuole recuperare un senso positivo nel progresso, sgombrando il campo dagli opposti pessimismi che si vanno fronteggiando. Ossia, da una parte,  “il pessimismo dei rivoluzionari, convinti che una situazione così compromessa renda inevitabile un cambiamento radicale, e quello dei reazionari, persuasi che la nostra vita economica e sociale si regga su un equilibrio talmente instabile da sconsigliare qualsiasi forma di esperimento”

Nella sostanza, prosegue, l’ “amore per il denaro” è alla radice di tutto il sistema, anche se non è propriamente  l’ “amore per il denaro che serve a vivere meglio, a gustare la vita”, scrive,  ma il “possesso del denaro”, che rende il sistema  ingiusto.  (Auri sacra fames). Inoltre, sul fronte del profitto, è in regime di laissez faire che “il profitto va all’individuo che, per abilità o fortuna, si trova con le sue risorse produttive nel posto giusto al momento giusto” (La fine del laissez faire).  E’ in queste condizioni di iniquità, che secondo  Keynes,  “Un sistema che permette all’individuo abile ( e avido) o fortunato di raccogliere l’intero frutto di questa congiuntura offre chiaramente un incentivo immenso a coltivare l’arte di trovarsi nel posto giusto al momento giusto. Così uno dei più forti moventi umani, cioè l’amore per il denaro, viene asservito al compito di distribuire le risorse economiche nel modo migliore per aumentare la ricchezza al fine di ottenere la massima produzione di ciò che è maggiormente desiderato secondo la misura del valore di scambio”.

La questione è persino più ampia e, secondo Keynes, c’è bisogno di una nuova etica perché: “sembra ogni giorno più evidente che il problema morale della nostra epoca ha a che fare con l’amore per il denaro, con l’abituale ricorso al movente del denaro in gran parte delle attività della vita,  con l’approvazione sociale del denaro come misura concreta di successo e con l’appello della società all’istinto di accumulazione…” Questa  riflessione lo porta a spostare il suo sguardo alla Russia, verso la quale  lo spinge un sincero interesse verso il comunismo russo –  da cui, secondo Keynes, proviene o spira  una sorta di “afflato religioso, poiché, lì, si cerca di costruire una struttura della società in cui le motivazioni economiche,  come fattori condizionanti, avranno un’importanza relativa diversa, per il fatto che l’approvazione sociale sarà distribuita in altro modo, e dove i comportamenti  da prima erano normali e rispettabili, poi non lo saranno più”. Qui Keynes,  espressione della borghesia colta, approfondisce con il dovuto distacco quella che chiama “fede comunista”,  evidenziando come per lui non è certamente possibile accettare una “dottrina che, preferendo la melma al pesce, esalta il proletario al di sopra della borghesia e dell’intellighentjia”, pur ammettendo con decisione che è ineludibile la necessità di una nuova etica dell’economia.

I pensieri keynesiani portano però all’attenzione del lettore qualcosa di ancora più impegnativo  nella sua analisi della società. Intanto, per ciò che egli ritiene e indica come una rivoluzione da attuarsi nel metodo dell’analisi economica, facendo quindi camminare a fianco a fianco società ed economia,  per cui è solo comprendendo il profondo legame che le tiene insieme, è possibile assimilare il “rivoluzionario” messaggio di cui la Teoria Generale è portatrice.

Nel suo pensiero la funzione  del capitalismo è riassunta come una lotteria, in cui domina incontrastata l’incertezza  e l’alterità del semplice calcolo probabilistico, essendo infatti la moneta a gettare un ponte tra presente e futuro, sono  allora gli spiriti animali degli imprenditori a determinare lo stato e l’andamento della domanda effettiva del sistema economico.  Al proposito Keynes precisa: “ è una domanda che, misurandosi esclusivamente sui valori di scambio, nulla ha a che fare con il valore d’uso dei beni prodotti, e dunque con i bisogni che la società esprime”.  Molti studiosi di Keynes hanno trovato in questo passaggio  un doveroso tributo alle dimenticate analisi di Malthus e a quanto egli aveva intuito in merito al ruolo trainante della domanda nel dirigere il processo produttivo. Qui entra  in gioco anche  il confronto con Ricardo.  Ma  è a Piero Sraffa, che si deve il ritrovamento delle lettere mancanti,  riguardanti la corrispondenza tra Malthus e Ricardo, nelle quali vi si colgono, di fatto, gli inizi della teoria economica nonchè le linee divergenti,  lungo le quali la materia può essere sviluppata. Infatti , Ricardo studia la teoria della distribuzione del prodotto in condizioni di equilibrio, e Malthus si concentra su ciò che determina il volume della produzione giorno per giorno nel mondo reale. Ancora, Malthus tratta dell’economia monetaria in cui viviamo; Ricardo dell’astrazione di una un’economia con moneta neutrale.

Il pensiero di Keynes ha un percorso speculativo e formativo fondato su basi logiche. Era sua consuetudine ritrovarsi con i maggiori logici e matematici a lui coevi. A Cambridge con Russel – matematico e filosofo- che lo guida nelle conversazioni verso una teoria che deve assumere un valore strumentale rispetto alla pratica, che spinge Keynes ad impadronirsi di un linguaggio in cui faccia premio un ragionamento basato sul senso comune. Segue le lezioni di Marshall, da cui apprende i moderni metodi diagrammatici, necessari per cogliere la complessità dei fenomeni sociali e per arricchire la sua preparazione con lo scopo di muoversi nell’ambito della ricerca storica, della filosofia e, cosa inaspettata, proporsi come conoscitore della cosa pubblica.

Keynes, conclude il saggio affermando:  “l’economia è una scienza molto pericolosa”,  e gli economisti non sono profeti.   Ad ogni modo a Keynes non sfugge  il fatto  che i “tempi moderni  necessitano di nuove politiche e nuovi strumenti per adeguare e controllare il funzionamento delle forze economiche, così che non interferiscano in maniera intollerabile con l’idea odierna di che cosa sia appropriato e giusto nell’interesse della stabilità e della giustizia sociale”.

Perché riappropriarsi di Keynes , di questo  spirito critico,  di cui ogni tanto alcuni rimembrano le sue teorie per rianimare un’economia esausta e sostituita dalla finanziarizzazione globale. ma non tanto da essere annoverato nelle fila della cultura marxista.? Perchè  questo eretico tra gli eretici,  lascia infine che siano altri a rispondere alla domanda da cui è partito: “Sono un liberale?” La risposta sta tutta nella considerazione che dobbiamo dare all’importanza di non banalizzare le forme dei conflitti di classe sapendo leggere con attenzione e mettere a confronto Marx e Keynes.

Albero Angeli

Una riflessione da sinistra sulla Giunta Raggi, di A. Valeri

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Andrrea Valeri

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Spesso quando critico la Giunta Raggi, soprattutto nel campo della Cultura, l’obiezione principale che mi viene mossa è quella di non indicare soluzioni alternative.
Ho deciso quindi di pubblicare uno stralcio di un mio articolo di prossima pubblicazione in cui si delineano in modo organico quelle che dovrebbero essere le misure da adottare in concreto per rilanciare la Cultura in questa città.

E’ un po lungo ma credo che ormai da troppo tempo si affronti la questione della Cultura a Roma solo per slogan. E’ invece necessario un ragionamento approfondito che dedico quindi a tutti coloro i quali avranno la bontà di leggerlo.

In questi giorni il Comune di Roma, per voce del suo Vicesindaco e Assessore alla Crescita culturale Luca Bergamo, ha coniato uno slogan nuovo di zecca con l’obiettivo di ridare slancio all’azione amministrativa e che recita pressapoco cosi: “Per Roma non serve una mano di bianco ma riforme strutturali alle quali stiamo lavorando”.

Un’enunciazione che, al di là dei toni roboanti ed ambiziosi, risulta essere assolutamente vacua visto che non è dato di sapere né come si voglia procedere né quale siano questi interventi strutturali.
La sensazione che si è avuto sin dal principio è invece esattamente opposta: quella di una gestione schizofrenica in cui l’agenda di governo è stata sino ad ora più dettata dalle emergenze anziché essere improntata ad una vera nuova visione di asset che da troppo tempo manca per questa città.
Proviamo quindi a mettere nel piatto qualche elemento per dare un po’ più di concretezza alla discussione su come “non dare mani di bianco” ma rilanciare strategicamente le politiche culturali a Roma.
Innanzitutto, ci sarebbe bisogno di un reale luogo di incontro tra amministrazione e operatori culturali e non la solita passerella, né l’ennesimo seminario, ma uno spazio in cui discutere e decidere assieme le priorità di intervento.

Al di là di qualche convegno o assemblea, infatti, in questa città non vi è mai stato un luogo permanente per una gestione partecipativa delle politiche culturali, basato su un nuovo patto sociale che preveda, da una parte, una cessione di sovranità di chi amministra nel decidere le priorità e dall’altra un impegno degli operatori di uscire dalla singola visione della propria condizione personale e lavorare a soluzioni che riformino il settore nel suo complesso.
Trasparenza, partecipazione e corresponsabilità nelle scelte sono oggi gli unici elementi per uscire insieme da una situazione di crisi cronica che colpisce in egual misura amministrazione e mondo della cultura.

Da un confronto come questo uno dei primi problemi ad emergere sarebbe sicuramente quello dell’eccessiva burocratizzazione legata all’organizzazione degli eventi.
Una giungla di leggi, norme, permessi, pareri, controlli, costi, divieti, che costituiscono una zavorra insopportabile al decollo e allo sviluppo culturale sul territorio.
Ci sarebbe bisogno di una “cultura da slegare”, che al pari di quanto fatto per le imprese, possa contare su una reale sburocratizzazione e una forte defiscalizzazione in grado di liberare energie e creatività.
Mi chiedo infatti perché, in tempi di crisi, con tagli draconiani alla cultura, oltre a portare avanti una fondamentale battaglia di civiltà per l’aumento dell’allocazione delle risorse sulla cultura contemporaneamente non si metta mai mano a tutte quelle misure che un amministrazione ha il potere di introdurre per ridurre i costi di chi lavora o vuole intraprendere l’attività culturale.

Quando si affronta questa questione, come alibi si agita lo spauracchio “del mancato introito e della Corte dei Conti” , palesando così l’incapacità politica di intervenire in un nuovo quadro normativo: si preferisce amministrare lo status quo anzi che assumersi la responsabilità di governare introducendo riforme innovative che abbattano questo “cultural divide”. Naturalmente defiscalizzare non basta ed occorre sviluppare nuove politiche di accesso al credito.
Innanzitutto aumentando le voci di bilancio, abbandonando una visione della cultura come qualcosa di superfluo rispetto ad altri servizi essenziali ma elevandola a settore strategico per il benessere, la vitalità, il lavoro e l’offerta turistica della città. Poi facendo un serio e strutturato ricorso alle opportunità che l’Europa ci consente, sia in termini di fondi che di beni e servizi.
Infine un diverso rapporto con il capitale privato, non più basato su una visione di mecenatismo commerciale ma come vero e proprio finanziamento a supporto dell’impresa culturale e della tutela del patrimonio, rivendicando una superiorità del pubblico rispetto al privato e salvaguardando l’interesse collettivo sull’ interesse del singolo. Altra questione cruciale su cui bisognerebbe avere parole chiere e azioni concrete e quello della rigenerazione e fruizione degli spazi. Una questione talmente urgente da non poter più continuare a far finta di nulla.
Non si può neanche parlare di nuova visione culturale della città prescindendo da una ridefinizione complessiva delle necessità dei diversi territori e dei diversi filoni culturali e creando degli spazi che servano a realizzarli in modo organico. Un enorme patrimonio di luoghi chiusi ed abbandonati, di proprietà pubblica e privata, che si vorrebbero alienare per una mera esigenza di cassa o per qualche speculazione legata alla rendita e che prioritariamente dovrebbero invece essere affidati per l’erogazione di quei servizi culturali e sociali che l’amministrazione non è in grado di garantire.
Per fare ciò occorrerebbe attuare un vero e proprio decentramento amministrativo, che superi la duplicazione dei ruoli e degli interventi tra Comune e territori e che affidi poteri specifici agli enti di prossimità e alla periferia, snellendo il carico di lavoro dell’amministrazione centrale che manterrebbe in questo modo i la sola funzione di coordinamento delle attività e controllo e la gestione di grandi eventi.

Personalmente penso che lo strumento più adatto a rispondere a queste necessità sia quello del distretto culturale evoluto, in grado di connettere il tessuto culturale e imprenditoriale di un territorio, creando un’offerta progettuale in grado di attrarre capitale privato e che trasformerebbe le municipalità in veri enti di crescita culturale in grado di dare risposte più immediate al territorio.
Quest’anno ricorre il quarantesimo anniversario dell’Estate Romana e tutti noi possiamo avere in mente cosa significhi una vera rinascita culturale per questa città.
Senza risposte concrete alle questioni fin qui poste l’affermazione di “riforme strutturali” non rappresenterà un processo virtuoso di riscatto collettivo, ma solamente due parole prive di senso per uno slogan già dimenticato.

Andrea Valeri