Lavoro

Conte il nuovo “faro” della sinistra italiana? di D. Lamacchia

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Si può imparare dalla storia? Non solo, si deve! Non solo i soggetti individuali, le singole persone, gli intellettuali (ci sono ancora gli intellettuali?), dalla storia devono imparare i soggetti collettivi, cioè coloro che la storia la fanno. Perché questo accenno alla storia? Perché viviamo tempi in cui sembra che dalla storia non si è imparato un gran che. Nei tempi dell’illusione facile generata dalla comunicazione facile si è persa la capacità di riflettere e approfondire e si è persa la capacità di pensare il futuro partendo dal passato. Non si sa più cos’è la “memoria storica”.

Prendiamo il caso della sinistra in Italia ed in Europa. Perché questa perdita di “egemonia culturale” così marcata? Venendo meno l’ideologia “operaista” a causa dei noti sconvolgimenti nei rapporti di produzione determinati dall’”era digitale” la risposta è stata la virata liberista che ha fatto perdere il legame con il proprio soggetto sociale di riferimento, il mondo del lavoro e del disagio sociale. Ha dominato l’illusione che la flessibilità nelle relazioni economico sociale avrebbe apportato e distribuito ricchezza, benessere. Così non è stato ed è sotto gli occhi di tutti. Ad un “pensiero politico forte” si è sostituito un “pensiero politico debole” creatore dell’illusione e, come direbbe il vecchio Marx, di “falsa coscienza” diffusi, in una parola, di populismo, che avrebbe spazzato via il sistema della corruzione e dell’ingiustizia. Non è stato così come è sotto gli occhi di tutti. La domanda “pesante” è, è ancora possibile dare una prospettiva al socialismo? Sebbene liberato dai dogmi operaisti io credo di sì perché le ingiustizie non sono certo finite! Le contraddizioni nel tessuto socio-economico sono ancora tutte al loro posto, da essere usate al fine di cambiamenti profondi in senso egualitario. Esiste il soggetto politico che si può fare carico del compito? Non c’è purtroppo o non ancora. Non può essere l’attuale PD per il groviglio di vecchio “atlantismo” e liberismo che hanno caratterizzato le sue politiche, specie con l’arrivo di Enrico Letta alla segreteria, né sono credibili i vari agglomerati minoritari alla sua sinistra. L’unico a mostrare più saggezza e credibilità è Bersani che però tentenna nella sua capacità di azione, colpa anche dell’improvviso calare come mannaia dell’evento elettorale. Insomma ciò di cui si avverte necessità è la formazione di un soggetto politico forte che raccolga la sfida di rilanciare la prospettiva del socialismo nel nostro paese e nel mondo e di creare una cultura politica di sinistra democratica e libertaria diffusa, capace di fronteggiare l’onda conservatrice.

Come si può constatare è ancora presente una frazione di quel movimento che incarnò in modo maggiore la spinta populista. Mi riferisco al M5S e a Giuseppe Conte che ne è l’attuale reggente. Sono note le vicende governative di cui sono stati protagonisti fino alla caduta di Draghi e all’attuale situazione elettorale. Come si colloca il M5S nel quadro delineato di una prospettiva socialista e di sinistra? A questa domanda Conte ha risposto con un ritornello noto, frutto di “pensiero debole” secondo cui le categorie destra/sinistra appartengono al bagaglio del novecento e che ora si deve far riferimento ai programmi e ai problemi (sic). Addio memoria storica! Non si comprende quindi come sia possibile che vengano da esponenti del vecchio PCI inviti a votare M5S e a considerare Conte come capace di incarnare istanze sociali e prospettive che sono proprie della sinistra. Vero è che le proposte e i programmi non mancano di attenzione al sociale. L’autonomia dimostrata sul piano delle scelte internazionali è apprezzabile ma non mancano di ambiguità. Vedi l’orientamento troppo “filo cinese” e lo scetticismo europeista mostrato spesso in Parlamento europeo e dal loro garante Peppe Grillo.

Conte ispira onestà. Senza dubbio, ma non è l’unico! Una “buona politica” non è solo una faccia pulita.

Una buona politica non è fatta solo di categorie della morale e del sentimento è fatta da programmi giusti e organizzazione, attenzione agli interessi in gioco, agli obiettivi, alle alleanze, alle opportunità contingenti e alle strategie. Insomma va bene come alleato, “compagno di strada” non come “nuovo faro della sinistra”. No, Conte e il M5S non sono di sinistra! Malissimo comunque ha fatto il PD a rifiutare un’alleanza con loro (ipotesi Bersani), alleanza che ha dimostrato alle elezioni “locali” di essere vincente.

Dopo le elezioni questo avrà un peso nella discussione sul futuro della sinistra in Italia. Ecco un tema centrale, cosa accadrà dopo il voto? Sarà possibile avviare un progetto per un nuovo soggetto unitario che dia futuro alla sinistra tutta? Chi ne può essere protagonista? Si guardi al dopo voto quindi e si pensi a dare voce forte a chi potrà essere protagonista di questo obiettivo. Il compito inizia ora, prima del voto. Se dal voto le forze vocate a questa idea venissero mortificate il progetto non avrebbe futuro facile. Dal voto devono uscire forti le forze che vogliono una prospettiva chiaramente di sinistra perché si possano concretamente spostare gli orientamenti anche nei partiti attuali. In primo luogo il PD. Se svolgi una critica di sinistra e a sinistra che devi votare! L’alternativa al “male minore” non può essere il “tanto peggio, tanto meglio”. Conte non è il Melenchon italiano.

Donato Lamacchia

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L’opposizione al green pass non può e non deve diventare la madre di tutte le battaglie. di P. P. Caserta

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Così proprio non va. Sono del parere che le modalità applicative del green pass e in generale la gestione politica della crisi pandemica siano criticabili da molti punti di vista. Considero deprecabile, come ho detto più volte, il modo in cui il sistema informativo criminalizza i non vaccinati in assenza di obbligo vaccinale e sono disgustato dall’autorizzazione pubblica a riversare disprezzo sui non vaccinati, insensatamente e strumentalmente equiparati a “no-vax”, in assenza di obbligo vaccinale.

Detto e ribadito ciò, sono convinto che non sia e non debba diventare, quella contro il green pass, la madre di tutte le battaglie. Occorre, questo sì, vigilare per arginare nuovi arretramenti sui diritti del Lavoro e dei lavoratori. Il rischio che l’emergenza diventi il piano inclinato per normalizzare una sottrazione di diritti esiste sempre. Ma occorre, soprattutto, guardare oltre il contingente. Bisogna occuparsi dei nodi strutturali e, nella misura in cui mancano massa critica e capacità organizzativa, porsi il problema di come intraprendere un percorso efficace per poterle riottenere. Occorre porsi in relazione con la crisi pandemica, con i cambiamenti complessi che ha prodotto e con gli interessi che ha promosso. Altrimenti ci si condanna ad una visione di cortissimo respiro e si finisce per essere risucchiati in una agenda setting incardinata intorno a falsi problemi. e false opposizioni. Anche sul fronte del lavoro, non è chiaro che i pericoli maggiori vengano oggi da una misura probabilmente limitata nel tempo come il green-pass (e se dovesse essere proseguita, allora ci si dovrà attivare seriamente).

Chissà che i pericoli più gravi per i lavoratori non vengano dai lavoratori stessi. Qualche giorno fa ho letto un sondaggio secondo il quale una percentuale elevata di lavoratori (non ho conservato traccia e non sono dunque in grado di citare con esattezza) sarebbe oggi disposta a rinunciare a una quota della propria retribuzione per non tornare in ufficio e continuare a lavorare da casa. Ho incrociato diverse notizie e sondaggi di questo tipo. Mi sembra chiaro che, quando sono commissionate proprio da alcune grandi aziende, queste indagini servono non a raccogliere opinioni ma a preparare il terreno. Anche nel mondo della scuola, nel quale lavoro, non sono pochi i docenti che sarebbero disposti a continuare a svolgere a distanza gli incontri collegiali oltre la data del 31 dicembre ad oggi fissata per la fine dello stato di emergenza. Questa disposizione mi sembra più pericolosa del green pass. La pandemia ha cambiato le carte in tavola e molti lavoratori sembrano disposti a cedere spontaneamente diritti e sottrarre spazio alla relazione pur di poter stare più “comodi”. Il lavoro a distanza, smart per alcuni, ha conquistato durante la pandemia un vasto terreno sul quale è cresciuto a dismisura il radicamento degli interessi delle grandi multinazionali digitali, che non potranno essere ricacciati indietro da un giorno all’altro. Quali strumenti e quale visione abbiamo per combattere su questo terreno? Quali risposte sappiamo mettere in campo? L’atteggiamento migliore è opporsi frontalmente al lavoro a distanza o entrare nella logica della sua inevitabilità per ridefinire i termini della tutela dei diritti? Sono domande alla quali occorre rispondere evidentemente a partire da una analisi articolata dei cambiamenti intervenuti.

I rischi maggiori per il lavoro provengono dal green pass o dall’egemonia del Capitalismo digitale, che la pandemia non ha inventato ma ha ulteriormente accresciuto? E non è forse vero che questa egemonia raccoglie il suo frutto più pieno nel momento in cui sono proprio i lavoratori ad essere pronti a rinunciare a una parte del loro stipendio, alla socializzazione in ambiente di lavoro, ai diritti? Non sarebbe, forse, qualora venisse tradotto in atto in modo sistematico, stato raggiunto il risultato più compiuto dell’alienazione, se questa viene ricercata dai lavoratori stessi? Sono stato fortemente contrario alla schiaffo che il governo volle rifilare al personale scolastico, categoria vaccinata quasi al 90% prima della campanella di inizio anno scolastico, imponendo un obbligo vaccinale obliquo, dal momento che né il governo né le multinazionali farmaceutiche intendono farsi carico degli eventuali effetti gravi imprevisti. È alla scuola che il ceto politico si rivolge per raccogliere consenso spicciolo e, in questo caso, anzitutto per distogliere l’attenzione dal nulla assoluto fatto da governo e ministero in un anno e mezzo di pandemia per affrontare i problemi strutturali (trasporti pubblici locali, classi sovraffollate, ricerca di nuove aule e nuovi spazi), una cui soluzione anche parziale avrebbe al contempo rappresentato, guarda caso, anche un efficace fattore di contenimento del contagio.

Tuttavia, non credo che il green pass sia la linea del fronte. Oltretutto, e viepiù in assenza, in Italia, di un grande partito del Lavoro e dei lavoratori che sappia interpretare, aggregare ma anche quando necessario riorientare le istanze di malessere e di cambiamento, bisogna realisticamente prendere atto che concentrandosi troppo sul green pass si rischia in concreto una insostenibile coabitazione con le forze reazionarie che si sono messe alla guida della protesta. Credo, dunque, che su questo terreno si esca orrmai sicuramente perdenti.

Per concentrarsi sui nodi strutturali, bisogna guardare direttamente agli interessi che la pandemia ha promosso e rafforzato e che l’attuale governo Draghi compiutamente esprime. E pertanto, dopo la corale manifestazione antifascista, che solleva anch’essa un problema di coabitazione con chi ha con l’antifascismo un rapporto per ben che vada nominalistico (ma per meglio dire strumentale e conveniente, avendolo usato per rilanciarsi), occorre porsi il problema di essere concretamente ed efficacemente antagonisti al governo Draghi e agli interessi di cui esso è la diretta traduzione politica. Mi fermo qui perché mi sono già molto dilungato, ma è un ragionamento aperto che conto di proseguire.

Pier Paolo Caserta

Lo sciopero Amazon ripropone la centralità strategica di questo strumento di lotta nella scuola come altrove. di F. Cannizzaro

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Oggi 22 marzo 2021 è in fase di realizzazione il primo sciopero globale delle lavoratrici e dei lavoratori del colosso dell’e-commerce Amazon.

Da più parti e giustamente si è ribadito che questa mobilitazione, senza precedenti, è stata pensata ed organizzata per affermare pienamente i diritti di chi lavora per questa multinazionale

Tra gli obiettivi, anche in Italia, ci sono: la riduzione dei carichi di lavoro, migliori condizioni di sicurezza e la stabilizzazione dei precari.

Ci consola, in tal prospettiva, che a sostenere i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori siano scesi in campo le Federazioni di categoria di CGIL, CISL, UIL, affiancate anche da altre organizzazioni sindacali.

Ovviamente il nostro auspicio è quello che lo SCIOPERO riesca e serva a definire una nuova, diversa stagione nel modo in cui, in Italia come altrove, Amazon tratta i lavoratori, cosa che permetterà se così fosse, di definire relazioni sindacali reali e durature.

Da parte nostra, Noi tutti, possiamo sostenere questi lavoratori, quste lavoratrici astenendoci, almeno nella giornata di oggi, dal fare acquisti su Amazon.

Permettetemi a margine di questo utile, doveroso richiamo alla solidarietà con i lavoratori e le lavoratrici di Amazon di ricordare a noi tutti che le prassi adottate da quel colosso globale del commercio su Internet non sono solo o tanto un’eccezione ma rischiano in concreto nel Mondo, e anche in Italia, di divenire un “paradigma” di riferimento.

Ovvero esiste la possibilità reale che si assista ad una AMAZONIZZAZIONE nelle e delle relazioni tra datori e lavoratori.

Di fronte a questa possibilità tutt’altro che ipotetica è nostro dovere esigere che i nostri sindacati, le organizzazioni categoriali e/o confederali a cui ognuno di noi aderisce contrastino queste logiche.

Può e deve inoltre fare riflettere, ad esempio, che la piattaforma che rappresenta in Italia le richieste di questi lavoratori e lavoratrici ponga al centro della mobilitazione temi tra i quali: la riduzione dei carichi di lavoro, migliori condizioni di sicurezza e la stabilizzazione dei precari.

Temi che non differiscono di molto da quelli che contribuiscono a fare parte di tante delle necessità dei lavoratori di questo Paese non esclusi noi del comparto #Scuola o #Istruzione che dir si voglia.

Questa “convergenza” deve farci riflettere tutti su un dato fondante e fondamentale ovvero che questi ed altri risultati possono essere ottenuti solo se saremo in grado anche noi, al pari dei lavoratori di Amazon, di prassi di #mobilitazione e #vertenzializzazione dei bisogni anche se si dovesse passare per lo strumento, organizzato, articolato e ben pianificato, dello SCIOPERO.

Ci chiediamo: le nostre Federazioni di categoria, le nostre Confederazioni avranno altrettanta attenzione e coscienza di questa necessità?

Fabio Cannizzaro

Pacatamente, serenamente, addio CGIL. di C. Baldini

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“Complimenti sinceri a Enrico Letta per le idee e il programma alla base della sua elezione a segretario del Partito democratico”. Lo dichiara il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini.

“La Cgil, aggiunge il segretario del sindacato di Corso Italia, è interessata ad un confronto programmatico e considera necessario un nuovo modello sociale e di sviluppo sostenibile, fondato sul lavoro dì qualità e non precario”. “Questo è il modo, prosegue Landini, per dare speranze e futuro ai giovani, e affermare una nuova cultura inclusiva e solidale che assume la parità e la differenza di genere. Ed è molto importante che nel quadro politico si apra una nuova fase capace di ricostruire un rapporto profondo tra la politica, il mondo del lavoro e il Paese, con tutte le forze sociali”. “E’ questo il modo migliore, conclude il numero uno della Cgil, per affermare i valori e i principi della nostra Carta costituzionale e costruire una vera Europa sociale e del lavoro”.

Occorre capire che la Cgil è profondamente mutata seguendo la politica. Molti di noi pensavano che Maurizio Landini continuasse il ruolo che aveva mantenuto in Fiom. Ma non era possibile. Cgil non è più il sindacato dei militanti della sinistra, semplicemente perché la sinistra è poca e quindi non fa tessere. Nel complesso, viene fuori dall’Istat, che tra i cigiellini, il Pd, soprattutto nello SPI, che ha ancora qualcuno di sinistra radicale, che resta per agevolazioni nelle dichiarazioni dei redditi, mantiene la maggioranza col 58%, ma il 38,4% dei tesserati all’ultima tornata elettorale europea si è diviso tra il Carroccio (18,5%) e i Cinque Stelle (19,9%), facendo registrare un travaso dai grillini alla Lega rispetto alle ultime politiche. Prima i pentastellati tra gli iscritti al sindacato rosso avevano raggiunto il 33%, mentre la Lega si era fermata al 10. In questo puzzle ci sta tutta la fiducia che dava Camusso al PD e che entusiasticamente offre Landini al potere liberista che governa. Va anche sottolineato come Cgil sia un grande sindacato che, come il PD, gode di una eredità che viene da lontano e che viene sventolata nelle celebrazioni.

Intendiamoci, non c’è paragone con gli altri due in onestà, capacità, organizzazione. Sempre più lontana però dai conflitti del reale : ex ILVA, Whirlpool, Texprint, ecc.. dalle lotte per l’ambiente, ma anche Cgil non parla più di sfruttamento, di salari da fame, ha firmato un contratto metalmeccanici ridicolo, se non fosse tragico. Però Cgil ha una forza nel volontariato dello SPI. Un capillare volontariato di assistenza sul territorio, per caf, consulenze, badanti ecc… Dove, se sei tesserato, spendi poco e sei seguito bene. Se non sei del club, ovviamente, spendi di più. Certo, si potrebbe dare lavoro a qualche disoccupato, ma ciò vale per molto volontariato in Italia.

E niente, il mondo è questo, o ti adegui e lo servi o fai la fine di Cristo, la gente continua a preferire il mondo dei Barabba,forse perché assomiglia ai Barabba. 71 anni di responsabilità e militanza faticose che non rinnego, ma non servono più, roba da vecchi.

Dal coordinamento chimici della Brianza, a segretario Sgs Fairchild, già dirigente Ricerca&Sviluppo, persino negli anni americani al MIT a Boston non lasciavo cadere occasione di discussione. Non è stata una passeggiata sostenere questo sindacato, quando i dirigenti erano Snals. Caro Landini ti avrebbe fatto bene capire chi sono questi a cui tu elargisci endorsment. Poi a scuola sempre in trincea, collaborando con Roberta e contro i parafascisti dell’università. Altro che le sardine dall’università al PD.

Una tessera è un impegno per chi la tiene in borsa e per chi la firma. Io ho cambiato modi, metodi di militanza. Voi avete cambiato valori. La mia amarezza è senza fine, mi censurano pure nel gruppo fb ‘Io sto con la Cgil’. Pure da questo uscirò, perché io non sto in un gruppo organo di propaganda PD e frammenti. Penso che l’anno prossimo manterrò la tessera del club per le agevolazioni, ma cercherò intanto un sindacato che difenda i deboli e che conosca ancora il valore delle parole anticapitalismo, antisfruttamento, lotta di classe.

Addio Di Vittorio, ciao babbo Fiom, ti ricorderò sempre, ma non tra chi ti ha tradito.

Claudia Baldini

Un breve scritto sull’Europa. di A. Angeli

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Essere Europeista costituisce oggi una discriminante politica e una caratteristica identificativa che traccia una netta divisione dal populismo sovranista. Non è un caso, infatti, che proprio una delle caratteristiche richieste da Zingaretti e da Conte ai volenterosi era di dichiararsi Europeisti. Allora qualcuno potrebbe essere indotto a pensare che questa disposizione favorevole si sia rafforzata a causa dei Recovery Fund, quindi al cambio di pensiero che guida oggi l’Europa in merito alla creazione di bond per finanziare la crisi economica dovuta alla pandemia da Covid 19, che ha preso forma e sostanza con la elezione della signora Ursula Von der Layen, sostenitrice di un programma green per rendere l’Europa il primo continente a impatto climatico zero entro il 2050, nel contempo stimolando l’economia, migliorando la salute e la qualità della vita delle persone, avendo cura della natura e senza lasciare indietro nessuno. E tuttavia essere europeisti non è una scelta facile e scontata, anzi è un terreno di lotta durissima condotta contro avversari che vorrebbero abbandonare l’euro e portare l’Italia furi dall’Europa imitando la Brexit. Ma anche dichiararsi europeista includendo però dei “ma” comporta che si chiarisca cosa rappresenti questa scelta.

L’affermazione: sono Europeo, ha valore quando si condivide una civiltà; Saint-Simon data l’inizio dell’idea d’Europa a Carlo Magno, una consistente letteratura ne vede l’inizio nell’Illuminismo con Voltaire, ed è proprio nell’esperienza dell’illuminismo, inteso come una sorta di repubblica degli intellettuali, che assume carattere universale e ne illumina l’identità come continuazione del Romanticismo.; mentre per quella che viene indicata come la scuola francese, di orientamento marxista, indica la nascita dell’idea d’Europa nel Medioevo, alle soglie del pensiero Spinoziano. L’Europa è stata la patria del socialismo, nelle sue diverse declinazioni, poiché è su questa parte dell’occidente che ha preso le mosse l’industrializzazione e maturata una conflittualità geopolitica con gli Stati Uniti. L’Europa è storicamente territorio di migrazione, un fenomeno culturale che ne ha segnato un’ identità e la sua unità di base; l’Europa è stata anche territorio di guerre e di regimi totalitari, che hanno scosso le radici dell’allegoria illuministica sostenuta dagli intellettuali : che nello svolgersi dello scontro teorico diventano organici, secondo la definizione della scuola Gramsciana, perché al servizio del socialismo e decisi avversari del fascismo e del nazismo.

Non sfugge come il pensiero d’Europa derivi da un lungo percorso storico/culturale secolare, un pensiero che matura e si rafforza nel corso delle due guerre mondiali, fino a strutturarsi in una realtà altra sul piano della rielaborazione dei principi costitutivi di nuovi valori, che spingono alla nascita di partiti e di una società di massa con nuovi obiettivi il cui orizzonte è il superamento delle forme ideologiche dalle quali ha avuto origine il nazismo e il fascismo. Nel 1956 prendono corpo i primi contrasti tra le forze della sinistra, quando il PCI vota contro l’ingresso dell’Italia nel MEC, a differenza del PSI, con la motivazione del suo legame con l’Unione Sovietica e si oppone quindi all’Unione Europea vista come la costituzione di una forza di accerchiamento dell’Unione sovietica. Questo passo in avanti dell’Europa riposa soprattutto sulla pacificazione raggiunta tra Germania e Francia, da cui poi prenderà corpo e anima la nascita degli Stati Uniti dell’Europa. E’ in questi anni che inizia a circolare l’idea di un Federalismo, che trova nel pensiero di Altiero Spinelli la sua forza culturale e pragmatica, in contrasto con le idee contrarie di De Gaulle e Churchill. La spinta verso l’Europa è elaborata e contenuta nel dal Manifesto di Ventotene”, e trova la sua prima forma nei 6 Paesi che diedero il via al processo di unificazione europea (Italia, Germania Occidentale, Francia, Belgio, Lussemburgo, Olanda), rinunciando ai contenuti del Manifesto perché considerato utopistico. Nel 1951 nasce la CECA, primo passo verso il processo di integrazione, percorso rafforzato dal progetto per un esercito comune europeo, da intendersi come bastione antisovietico. Gli Stati Uniti avrebbero accettato questo esercito a patto che fosse inserito nel Patto Atlantico, ma il progetto fallì per i timori francesi di un riarmo tedesco, e di questo fallimento ancora oggi ne subiamo le conseguenze.

Nel 1957 nascono il M.E.C. e la C.E.E. Irlanda, Gran Bretagna e Danimarca entrano nell’Unione nel 1973. Nel 1981 con l’ingresso della Grecia abbiamo un’ “Europa dei Dieci”, mentre, parallelamente, l’Unione Sovietica organizza la “sua Europa”. Nel 1989 il leader socialista Bettino Craxi lancia l’idea della moneta unica, osteggiata dalla Thatcher; nello stesso anno crolla il muro di Berlino e si pongono nuovi orizzonti per l’allargamento dell’Europa. Nel 1992 entra in vigore il trattato di Maastricht, con i famosi cinque parametri. Nel 1990, con gli accordi di Schengen, si sopprimono i controlli sulle persone alle frontiere intercomunitarie. Nel 1990 entra nell’Europa la ex D.D.R. e nel 1995 nasce l’ “Europa dei Quindici”, con l’ingresso di Austria, Finlandia e Svezia. Tutto però procede con difficoltà, poiché nei cittadini prevale sempre un sentimento di prevalenza per la propria patria, anziché per un processo di unificazione vera. Contestualmente, il 1° Gennaio 1993 vengono eliminate le barriere doganali. La nascita ufficiale dell’Euro viene fatta risalire al 1° Gennaio 1999, quando viene introdotto all’interno di undici Paesi (Francia, Belgio, Italia, Austria, Germania, Finlandia, Irlanda, Lussemburgo, Olanda, Spagna, Portogallo), ma è nel 2002, precisamente il 3 Maggio 2002, che l’Euro diventa la valuta ufficiale dei Paesi dell’Unione monetaria europea. Nei dodici Paesi aderenti alla Moneta unica vengono fatte circolare otto monete e sette banconote in euro. Rimangono fuori il Regno Unito e la Danimarca, per i quali vige una deroga al Trattato di Maastricht. Anche la Svezia ha deciso, nel 1997, di non aderire alla moneta unica. Oltre ai Paesi membri dell’Unione, altri piccoli Stati come la Repubblica di San Marino, Città del Vaticano e il Principato di Monaco adottano l’euro come moneta circolante. Negli anni successivi la valuta è stata progressivamente adottata da altri stati membri, portando all’attuale situazione in cui diciannove dei ventisette stati UE (la cosiddetta Zona euro) riconoscono l’euro come propria valuta legale. Mercato Unico, 4 libertà fondamentali: libera circolazione delle merci; libera circolazione delle persone; libera circolazione dei capitali; libera circolazione dei servizi. Poi: Unione Monetaria e Unione Bancaria, diritti e tutela dei diritti umani, ma ancor più le fondamenta di una pace duratura. Si può fare di più e meglio’ Certo. Unificazione fiscale, federazione Europea, superamento del Consiglio qualificando il ruolo del Parlamento Europeo; elezioni universali dei componenti il Parlamento, unificazione dei modelli contrattuali e retributivi e del minimo salariale, unificazione delle normative in materia di lavoro e di Welfare, e tante atre riforme possibili, solo se ci battiamo per una crescita dell’interesse e del rilancio dell’Europa. L’Italia exit è solo una pazzia, di chi è privo di idee e punta all’avventura. Su questo dobbiamo confrontarci, su questo terreno culturale in cui il socialismo può ritrovare la sua identità e ragione di rivendicare un ruolo e un consenso per il bene dei lavoratori e del nostro Paese.

Alberto Angeli

Dal telelavoro allo smart working. di F. Ranucci

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Di seguito la mia recensione al libro di Domenico De Masi dal titolo “Smart working. La rivoluzione del lavoro intelligente” (Marsilio 2020, pp. 688, euro 24), pubblicata su via Po economia di oggi

C i sono svolte epocali che segnano il tempo e cambiano tutto senza preavviso. Di quelle improvvise, non immediate e difficili da segnare sul calendario. E come nel caso dello smart working hanno un prima e un poi, degli scatti e delle accelerazioni talvolta incontrollabili che possono portare effetti positivi. A scriverlo nel suo libro sull’argomento è Domenico De Masi, professore emerito di Sociologia del lavoro alla Sapienza di Roma. Che nel telelavoro, al di là della pandemia da Covid-19, ha creduto sin dal principio sostenendo che, se è pur vero che famiglie e lavoratori sono stati catapultati e costretti dall’oggi al domani a lavorare e studiare in modalità remota, in questa maniera in tanti hanno salvato la salute, la scuola e finanche l’economia. Smentendo coloro che, contro questa tesi, hanno sbandierato crisi e choc vari.

Il sociologo spiega tutto in questo corposo tomo che si allontana dalle semplici considerazioni personali approfondendo il quadro di una società che si è modificata profondamente sull’onda della rivoluzione digitale e della trasformazione tecnologica.

L’Italia riparte dallo smart working, sottolinea De Masi nella sua ricerca, il lavoro si riorganizza e questo vale per tutti i settori, dalla pubblica amministrazione all’imprenditoria privata fino ai servizi quali istruzione, fisco, sanità. È la strada giusta, assicura, e nessuno pensi di tornare indietro.

Parola di studioso. Che parte da lontano. “Il volume – asserisce – ripercorre le tappe della storia dello smart working, il cui antenato è stato il telelavoro. Racconta in sostanza il grande cambiamento, cosa è avvenuto dalle origini ai giorni nostri fino all’avvento delle nuove tecnologie. Adesso il lavoro ce lo sottraggono sempre di più le macchine, gli operai sono di meno, ridotti al 30 per cento. E il lavoro intellettuale si può destrutturare, si può fare ovunque tramite internet. Uno sconvolgimento che riguarda il digitale e la rete, ma soprattutto, in un Paese come il nostro, circa 6 milioni di persone su 23 milioni. In effetti, si tratta del 25 per cento di tutta la forza lavoro, un numero che dimostra come un quarto degli individui potrebbe lavorare da casa. Questo significherebbe ridurre il pendolarismo, l’inquinamento, gli spostamenti, il bisogno di spazi nelle aziende. Si parla frequentemente di calo della produttività che invece, secondo alcuni studi, migliora con lo smart working. Ebbene l’Italia, ad esempio, ha un gap con la Germania del 20 per cento che potremmo senz’altro recuperare in questo modo”.

Non solo. “In questi ultimi mesi”, secondo De Masi, “a causa del lockdown abbiamo vissuto una strana esperienza, in quanto costretti a lavorare da casa con orari flessibili, ma che ci ha fatto comprendere l’importanza dello smart working e la sconfitta della ritrosia delle aziende e dei loro capi che hanno cercato di opporre resistenza all’inesorabile trasformazione”.

Già, i vertici della PA e il sistema delle imprese in generale si sono dovuti piegare all’evidenza. Anzitutto perché la pandemia ha portato all’esplosione dello smart working in pochissimo tempo. “Basti pensare che all’inizio dell’anno lavoravano in modalità remota 570 mila italiani che ai primi di marzo sono diventati 8 milioni. E bisogna dare atto alla ministra Dadone se il primo dicastero ad agire in tal senso è stato quello della Pubblica amministrazione. Infatti, anche grazie a lei si parla sempre più di lavoro agile. La ministra ha presentato un progetto di legge in cui si afferma che entro l’anno venturo la metà dei tre milioni e mezzo di dipendenti pubblici lavorerà da casa”. Del resto, secondo il sociologo, “non dobbiamo dimenticare che la PA è stata la prima a codificare il telelavoro nel nostro Paese con la legge Madia del 2015. Per i privati invece il provvedimento è arrivato nel 2017 anche se l’antesignano del telelavoro è stato l’Inps nel 1990, seguito dall’Ibm nel ’95 e dalla Telecom nel ‘97”.

Il lavoro agile dunque non rappresenta solo una soluzione a tempo limitato nel momento in cui riesce a coniugare adeguatamente produttività e attenzione alle persone, che a casa spesso diventano più motivate sentendosi padrone del proprio lavoro.

Addio dunque alle distrazioni dell’ufficio, alle chiacchierate e ai caffè con i colleghi? Negli Stati Uniti i produttori di “The Office”, la sitcom creata da Greg Daniels, hanno annunciato di voler preparare una nuova serie tv dove però tutti i dipendenti lavorano da casa. A dimostrazione che l’argomento smart working, indicato come strada virtuosa da intraprendere ma mai realmente percorsa per intero, sia stato semplicemente sdoganato dalla pandemia al punto da essere indicato come il futuro del lavoro.

“Anche la scuola – dice De Masi – si è affidata alla didattica a distanza con il doppio scopo dell’insegnamento e di tutelare la salute dei genitori e dei figli, offrendo ai professori la possibilità di accrescere le proprie competenze in informatica. Chiaramente prima o poi ricominceremo daccapo. Nel frattempo però abbiamo compreso che pur lavorando mamma e papà possono stare a casa”.

Il libro di De Masi, che risponde ai tanti interrogativi che una questione così importante solleva, è un excursus soprattutto storico e si divide in cinque parti. Nella prima viene illustrato in che modo è cambiato il lavoro nel tempo, dalla Grecia classica alla bottega rinascimentale passando poi per Locke, Smith, Marx e Arendt. Nella seconda si ripercorrono le tappe fondamentali del telelavoro, dal “guinzaglio del telefono fisso” alle nuove leggi. La terza invece è incentrata sullo smart working, sul lavoro dominato da personal computer, tablet e smartphone, macchine il più delle volte piccole, portatili, che spesso non necessitano dell’apporto di una scrivania e sono utilizzabili in qualsiasi luogo. Nella quarta si legge l’analisi di quanto è avvenuto in questi mesi, con l’autore che parla di “grande esperimento” e di nuovi compiti da assegnare. Del ruolo del governo sul tema e dei punti di vista imprenditoriale, sindacale, giuridico, sociologico, psicologico e filosofico.

“Tutte le ricerche realizzate – conclude De Masi – dicono che la maggior parte dei lavoratori vorrebbe continuare a lavorare in smart working anche dopo l’emergenza Covid-19 e qui c’è una grande occasione per il sindacato, che può e deve trasformarsi in telesindacato raggiungendo i lavoratori in tempo reale come ha fatto la giovane attivista svedese Greta Thunberg, che con un computer ha mobilitato milioni di ragazzi in tutto il mondo. Nella quinta parte del testo c’è la ricerca previsionale e ho chiesto aiuto a undici esperti, tra i quali vi sono docenti universitari, per capire e spiegare cosa potrebbe avvenire nei prossimi anni. Le risposte sono state tutte ottimistiche, lo smart working sarà la forma più utilizzata per quei lavori che si possono fare a distanza. Il mio auspicio quindi è che il sindacato sappia cogliere al volo questa grandiosa occasione per un rinnovamento totale”.

Ricadute sulla vita di tutti? Eccole: “Oggi – si legge nel volume – ogni ventenne ha davanti a sé circa 580 mila ore di vita. Per gli addetti a mansioni esecutive, il lavoro occuperà non più di 60 mila ore; 200 mila ore saranno dedicate alla cura del corpo (sonno, ‘care’, ecc.); 120 mila ore saranno dedicate alla formazione. Disporremo di 200 mila ore di tempo libero, pari a ventitré anni. Per i lavoratori creativi, il lavoro si confonderà con il tempo libero. In una famosa conferenza del 1930 (‘Economic Possibilities for our Grandchildren’) Keynes salutò con entusiasmo questa prospettiva e profetizzò che i suoi nipoti (cioè i bambini che nascono oggi) avrebbero ridotto la settimana lavorativa a quindici ore e poi, via via, si sarebbero abituati a una vita finalmente liberata dal lavoro e pienamente realizzata”.

Quindi, “con lo smart working il lavoratore è padrone degli orari, dei luoghi, dei ritmi e dei metodi di lavoro. Le ricerche dimostrano che il telelavoratore riesce a svolgere le pratiche in meno tempo di quanto gli occorresse in ufficio. Tuttavia la pratica dell’overtime, ormai congenita, può indurre alcuni telelavoratori a espandere il lavoro oltre misura ed è probabile che occorra del tempo prima che ci educhi e ci si abitui a godere pienamente i vantaggi dello smart working”.

Dalla lettura del libro si evince così che vi potranno essere enormi vantaggi, dal risparmio non solo del tempo ma anche economico per i lavoratori e per le aziende che non avranno più bisogno di affittare spazi per le loro sedi. Una nuova realtà, un altro tipo di organizzazione che prende il sopravvento trasformando tutto da scelta momentanea in strutturale, anche se necessiterà un piano adeguato e ben studiato di lavoro agile per assecondare le esigenze delle famiglie, magari alternando il lavoro da ufficio e da casa. Per questo, e per altri motivi, il successo del nuovo modello di lavoro non è affatto scontato. Perché il cambiamento, che probabilmente avviene in un momento decisivo, va condiviso da tutti. E perché è indispensabile ipotecare un cambio culturale che racchiuda in se principalmente la riorganizzazione delle risorse umane, dei controlli e dell’autonomia gestionale.

Fabio Ranucci

La gaffe di C. Lagarde. di A. Angeli

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Ma è stata proprio una gaffe, la frase di Christine Lagarde “ la BCE non è lì per contenere lo spread”, oppure. Oppure, come si dice, pensare male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca. Una frase che giovedì 12 ha fatto precipitare i mercati europei, che hanno avuto un crollo mai segnato nella storia, soprattutto Piazza Affari piombata a un meno 17%, bruciando 84,2 mld di euro. Da parte dei tanti osservatori economici e finanziari, ma soprattutto del Copasir,( Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica) son state espresse parole di  sbalordimento e preoccupazione ( meglio dire sospetto ), tanto da chiedere alla Consob di fornire i dati sugli scambi. Nella sostanza al Copasir, pur non competendo a quest’organismo intromettersi nelle dinamiche del mercato azionario, l’intervento è stato deciso per difendere il patrimonio industriale, tecnologico e scientifico del nostro paese mettendolo al riparo da azioni speculative. Insomma, accorre che ci sia una risposta all’interrogativo  che il Copasir si pone e cioè dove sia finito circa un quarto delle azioni delle blue chips, che nel giro di due giorni hanno oscillato in Borsa.

Nella sostanza, l’indagine Copsir è rivolta a comprendere se ci sono state o sono in corso scalate estere sul mercato industriale del nostro Paese, presagendo, forse, che dall’estero qualcuno ha pensato di sfruttare questa situazione di debolezza socio/sanitaria e economica, per fare acquisti delle nostre migliori strutture produttive. Il faro è indirizzato verso società del settore bancario e assicurativo, delle telecomunicazioni, dell’energia, della difesa e della ricerca chimica farmaceutica. Non è paranoia, quella del Copasir, ma una sana e fondata preoccupazione e un’intelligente reazione, anche perché al divieto delle vendite allo scoperto, impartito dalla Consob, Germania e Francia non si sono uniformate, diversamente da Spagna e Regno Unito.

L’esperienza della Christine Lagarde non è messa affatto in discussione, per cui il sospetto che non si tratti di una gaffe, bensì di una operazione ostile al nostro paese non pare sorprendere gli osservatori politici e finanziari, anche se qualcuno più smaliziato vi ha visto qualcosa di più “politicamente scorretto”.  D’altro canto c’è un’esperienza al proposito della rapacità della finanza speculativa, vissuta dalla Cina nella coincidenza del coronavirus esploso a Wuhan con il conseguente  crollo del mercato azionario, esponendo imprese internazionali di alto livello tecnologico, che producono in Cina, ad azioni di acquisizione a prezzi stracciati. Lagarde ha cercato di rammendare alla meglio il danno, forse peggiorando le cose invece di chiarire. Poi, dopo molte ore, una serie d’interventi autorevoli, dalla Von der Layen ai componenti della BCE e altri membri della Commissione, hanno riportato la calma sui mercati finanziari e consentito un lieve recupero della borsa nazionale e internazionale ( anche, forse, per l’intervento di Trump, che ha esposto il suo programma contro il coronavirus, con lo stile demenziale che lo caratterizza ).

E il governo? Il buon senso ci spinge a sospendere ogni giudizio, a recriminare sui provvedimenti, a criticare e contestare le troppe lacune in materia di fornitura dei mezzi medicali, soprattutto la mancanza di mascherine, di disinfettanti. La risposta ai provvedimenti è generalmente accolta con responsabilità e partecipazione. L’invito a rimanere tutti a casa è seguito giudiziosamente, nella speranza che la battaglia che il paese sta conducendo contro questo nemico invisibile si affermi vincente. Sono però i temi economici che preoccupano, il rischio di perdere il lavoro di non farcela con le proprie forze e le poche risorse, anche economiche, a fare fronte ai tempi duri che ci attendono. Il coinvolgimento dell’opposizione, a sostegno dei provvedimenti economico e finanziari deliberati, pur in una condizione dialettica, sono poca cosa  rispetto a ciò che lo stato delle cose richiederebbe. La disponibilità dell’Europa, della Commissione tutta, del Parlamento, dovrebbe spingere il governo ad adottare provvedimenti adeguati con risorse più consistenti, per rafforzare il sistema sanitario, dotandolo di tutti gli strumenti medici necessari, anche mettendo in cantiere la costruzione di industrie specifiche; aiutare e sostenere il settore agro/alimentare, mettendo allo studio forme utili a proteggere la salute dei lavoratori del settore; garantire l’approvvigionamento delle risorse alimentari  alle strutture commerciali mettendo a punto un piano, con un commissario ad hoc, per disciplinare l’accesso all’acquisto, avendo cura di garantire la difesa sanitaria degli operatori. Allestire una struttura, che affianchi la croce rossa e le tante strutture di volontariato, per assistere gli anziani soli e impossibilitati a muoversi ( considerato che è imposta la sospensione di ogni loro mobilità perché più esposti al rischio  infettivo ). L’accordo sindacati e aziende, firmato proprio oggi, sulla difesa della salute dei lavoratori intesa come prioritaria, è un fatto notevole per garantire la continuità produttiva, da attivare là dove sono stasi messi in atto i provvedimenti di prevenzione sanitaria. Il nostro paese ha la fortuna di possedere un personale medico, infermieristico, di supporto invidiabile, prezioso, ammirevole. A loro deve  andare tutta la nostra riconoscenza, anche perché la lezione che abbiamo appreso in questa circostanza non deve concludersi con la vittoria sul coronavirus: il sistema sanitario e i suoi operatori dovranno rimanere al centro della nostra considerazione e priorità politica. Tutti usciremo diversi, da questa lotta, con una maggiore consapevolezza sulla nostra naturale debolezza rispetto all’ambiente, all’uso che facciamo delle sue risorse, per cui quando riprenderemo a confrontarci sulle scelte politiche da compiere, insomma a dividerci, saremo sicuramente diversi e più responsabili. Ora cerchiamo di vincere la nostra battaglia per ritornare a sorridere.

 Alberto Angeli

Centralità operaia. di G. Sbordoni

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Tutto chiuso? Quasi. Il Paese si è svegliato nella spaventosa desolazione di una scelta responsabile, che pure ci lascia sgomenti. Ci siamo ritrovati prigionieri di quei video silenziosi che arrivavano dalla sconosciuta ed esotica Wuhan non più di un paio di mesi fa, girati dalle finestre dei grattacieli residenziali affacciate su strade deserte senza passanti né auto. #iorestoacasa non è bastato, non poteva bastare contro questo nemico subdolo e invisibile. Il virus, fuggito da un qualsiasi disaster-movie hollywoodiano di serie B, è diventato quanto di più reale e crudo intere generazioni, le prime salve da ogni guerra, potessero incontrare sul loro cammino immacolato.
Tutto chiuso quindi? In realtà no. E non parliamo dei servizi essenziali che – avendolo già scritto più volte in molti dei pezzi pubblicati su Rassegna.it – grazie al senso di responsabilità, al coraggio e alla lealtà di alcune categorie di lavoratori, devono continuare a funzionare. Parliamo delle fabbriche. Tutte indistintamente. Non solo di quelle farmaceutiche. O, semmai ce ne fossero in Italia, di quelle delle maledette mascherine. Ma di stabilimenti industriali in genere. Già.
Mentre il presidente Conte snocciolava una lunga sequela di esercizi commerciali che, è parso logico a tutti, avrebbero dovuto restare chiusi (bar, pub, ristoranti, parrucchieri, centri estetici) abbiamo capito che ai grandi e piccoli siti produttivi non sarebbe stata ordinata la serrata. Un vecchio slogan, gridato nei cortei, si chiedeva come mai a pagare fossero sempre gli operai proseguendo, con un filo di speranza, con un “d’ora in poi”. D’ora in poi, niente.
Le fabbriche resteranno aperte, ma il governo si raccomanda di assumere protocolli di sicurezza. Quella che non si riesce a garantire nella normalità, non si capisce proprio chi dovrebbe controllarla in questo caos. Neanche il flagello del coronavirus riequilibra i torti di una lunga storia. E gli operai, che siano tanti o che siano, ci si lamenta sempre, rimasti in pochi; che siano comunisti o che siano della Lega; che siano l’anima del boom o che siano in cassa integrazione o vittime di delocalizzazione; gli operai continuano a essere considerati gli ultimi.
Ha fatto bene la Fiom a giudicarlo inaccettabile e ad aver chiesto un confronto urgente al governo e gli ammortizzatori sociali. E mentre aspettiamo la risposta di Palazzo Chigi, anche questa mattina le tute d’Italia, blu, verdi, rosse, bianche, saranno costrette a uscir di casa, e quasi tutti gli altri gli getteranno dalle finestre chiuse uno sguardo di solidarietà. Che, tanto per cambiare, la classe operaia, aspettando il paradiso, va al lavoro.

Giorgio Sbordoni

Tratto dal sito   https://www.rassegna.it/mobile/articoli/centralita-operaia

La Sinistra rimetta al centro il conflitto, il lavoro, la questione sociale. di P. P. Caserta

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Quanti hanno a cuore oggi la ricostruzione di una sinistra che sia terza e autonoma dovrebbero stare attenti a non finire nel tritacarne neoliberale del movimentismo post-ideologico.

È un rischio sempre incombente, lo abbiamo visto con il M5S, lo stiamo vedendo con le sardine (anche se tra i due movimenti ci sono sia assonanze che differenze) e lo vedremo, credo, ancora in forme nuove. Non si tratta di disprezzare nessuno, ma solo di capire che non si può pensare di affidare ai movimenti post-ideologici il lavoro che è nostro. Non solo questo, in realtà. Tra le braccia di questi movimenti sono finite e finiscono molte delle speranze dei delusi della sinistra. Bisogna, allora, trovare il modo di rendere chiaro che un vasto coinvolgimento di massa non rende un movimento popolare nello scopo. I movimenti post-ideologici, figli della ritirata e della disintermediazione della politica, sono elitisti nell’essenza. Non c’è bisogno di alcuna dietrologia per affermare questo, è più che sufficiente leggerne le premesse reali. Sono movimenti organici alla polarizzazione del dibattito ideologico da tempo in essere, che riduce l”alternativa” alla falsa scelta tra un blocco nazional-populista e uno elitista, in un gioco di specchi, di legittimazione reciproca, che deve escludere una politica popolare.

Si risponde decostruendo i movimenti ma si risponde, soprattutto, essendo sinistra oltre i nominalismi, tornando nei luoghi del conflitto, mettendo al centro il Lavoro e la questione sociale, lavorando, in connessione con le migliori realtà nella scena internazionale, alla costruzione di una sinistra né populista né elitista, ma popolare ed eco-socialista.

Il fatto che la sinistra debba tornare nei luoghi del conflitto non significa che debba tornare semplicemente nei vecchi luoghi. Occorre, invece, leggere i nuovi luoghi e le nuove forme del conflitto, che è sempre in primo luogo il conflitto tra Capitale e lavoro e le cui forme mutano nel tempo. In effetti, a me pare che l’errore qui sia stato duplice: a volte la sinistra ha abbandonato i luoghi del conflitto, persino il tema del conflitto. In altri casi è tornata nei vecchi luoghi del conflitto, ma non vi ha trovato quasi più nessuno, mentre altrove, nei luoghi nuovi, la sofferenza e il risentimento crescevano, e altri avanzavano per intercettarli, rappresentarli e canalizzarli.

Questi due errori corrispondono approssimativamente alla pseudo-sinistra neoliberista e alla sinistra vetero-comunista nelle sue forme più sclerotizzate. Anche per questo c’è bisogno del Socialismo, che ha la cultura di non irrigidirsi in formule interpretative definitive e chiuse della realtà sociale. 

Il conflitto si è spostato. Le nuove forme del conflitto non sostituiscono le vecchie, vi si aggiungono. Da questo non si può prescindere e occorre riprendere il filo.

Pier Paolo Caserta

Un colloquio improbabile con Karl Marx. di A. Angeli

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L’emozione non seguiva lo scandire del tempo. Non ricordavo da quanto stessi aspettando, seduto al tavolo all’interno del bellissimo Pub Museum Tavern, n.49 D. Great Russell, street Bloomsbury  di Londra, di fronte al magnifico Brithish Museum. Davanti, sul tavolo, stavano in bella mostra due bicchieri contenenti dell’ottimo whisky Scozzese. Pensai che il mio ospite avrebbe gradito, poiché mi ero bene informato sulle sue abitudini e le preferenze in materia di drink. Finalmente! L’uomo che espettavo aveva fatto il suo ingresso nel Pub e l’Host, da me precedentemente informato, con un cenno elegante e carico di rispetto lo aveva invitato a seguirlo conducendolo al mio tavolo. Impacciato mi alzai e porsi la mano presentandomi, ma l’ospite, senza proferire una parola, si sedette. “Sono Karl Marx”. La presentazione, così diretta e quasi brusca, mi lasciò per un attimo interdetto. “Ehm, ehm, sono piacevolmente sorpreso, non credevo che avrebbe accettato la mia richiesta d’incontrarla, distogliendola dal suo impegno di ricerca che sta conducendo presso  il Brithish Museum”, risposi, riprendendo la mia padronanza. “Nessuna intervista, sia chiaro. Solo una chiacchierata, è questo il nostro accordo”, precisò Marx, con tono perentorio, mentre sorseggiava con voluttà e senza imbarazzo l’whisky. “ Si, certo, mi atterrò a quanto concordato: niente domande. Lascio a lei la parola e la scelta del tema, magari iniziando con una delle sue dotte frasi  riguardanti l’aura della sua opera economica e filosofica”.

La mia preferita resta: “y a ce qu’il de certain c’est que moi, je ne suis pas marxiste”. [ciò che è certo è che non sono un Marxista ] della quale mi sono servito in molte circostanze imbarazzanti. Si tratta della risposta che ho dato a tutte le insistenti richieste a lasciarmi intervistare. Landor, corrispondente del World, è l’unico a cui concessi di intervistarmi, a Londra il 3 luglio 1871. Ricordo la data perchè un paio di mesi prima, la Comune di Parigi, a cui avevo partecipato, era stata soffocata nel sangue. Ma torniamo al presente. Per recuperare il tempo durante il quale sono stato assente dalla scena politica mondiale, negli ulti anni mi sono dovuto documentare e ho scoperto con piacevole sorpresa che la mia faccia è assunta a simbolo di una speranza di cambiamento. Mi viene spontaneo ricordare la frase: uno spettro si aggira per il mondo e ha la fisionomia ed il nome di Karl Marx. Ciò a dispetto dei miei critici o ex Marxisti, che hanno deliberato la mia damnatio memoriae. Insomma, per un lungo periodo sono stato ostracizzato, ignorato e i mie libri bruciati. Ma anche per questo  ho  una massima ‘de omnibus dubitandum est’ (“bisogna dubitare di tutte le cose”) cioè dubito dell’intelligenza di chi ha pensato, e tuttora pensa, che ignorando il mio pensiero e quello di Engels, il mondo si sia rivelato migliore, e a conferma le informazioni e le notizie su questo inizio del 2020 non mi paiono le più rassicuranti”.

Ma sono ancora tanti i seguaci che si dichiarano Marxisti, studiosi che interpretano e diffondono il suo pensiero”. Intervenni, interrompendo l’eloquio di Marx, con tono rispettoso, ma interrogativo.

 Marx, scuotendo il capo si affrettò ad affermare quasi a scolpire le parole: “le mie teorie non sono mai state dominanti. Ho avuto dei seguaci che non mi sono scelto o cercato, e per i quali ho meno responsabilità di quante ne abbiano Gesù per Torquemada o Maometto per Osama bin Laden. I seguaci che si nominano da soli sono il prezzo del successo”. Fece una breve pausa, per riprendere subito il filo del discorso. “ Parlano tutti di classi, strutture, determinismo economico, rapporti di potere, oppressi e oppressori. E fanno tutti finta di avermi letto. Dovrei pensare che questo costituisca un chiaro segno di successo. Altri mettono in dubbio la mia opera filosofica e mi accusano di eccessivo economicismo. Eppure, se guardiano all’evolversi della storia, quanto avevo ragione ad essere ossessionato dall’economia! Siete tutti ossessionati dall’economia e, nel prevedibile futuro, lo rimarrete. Non ho bisogno di spiegarlo ai lettori del Financial Time, del Wall Street Journal e dell’Economist. Né ai politici che promettono il paradiso in terra e poi dicono che ‘non si può evitare il mercato’, e che la globalizzazione e la finanziarizzazione dell’economia [l’attuale parola usata per sostituire l’espressione capitalismo mondiale] è inarrestabile. Alcuni insistono nell’affermare che la borghesia sia stata una mia invenzione, e se anche fosse mai esistita come struttura politica sociale ed economica, interessata a sostenere l’efficienza del capitalismo, nel corso della storia è stata sostituita dal ceto medio, oggi in crisi in quasi tutti i paesi occidentali. Ciò che io ho scritto al proposito ha un riscontro storico nei fatti e questi confermano che quando la borghesia è minacciata, dà il potere a chiunque è in grado di toglierla dai guai. A chi importa dei diritti civili, delle elezioni, della libertà di stampa e della pace quando il dominio del capitale è in pericolo? L’aristocrazia e la borghesia, con il sostegno del capitalismo, sono stati gli azionisti delle due grandi guerre del XX secolo, al termine delle quali la contabilità delle vittime è di oltre 85 milioni tra civili e militari, ma non furono gli aristocratici e i borghesi a morire al fronte a soffrire la fame e a morire per le malattie, ma i proletari, i poveri delle periferie delle grandi città, i braccianti , i piccoli affittuari e i mezzadri, cioè la classe proletaria delle campagne. A questi dati si devono aggiungere le numerose guerre che hanno caratterizzato questo secolo definito breve dallo storico Britannico Eric Hobsbawm, quasi tutte di natura civile o territoriale: crisi economiche; speculazione finanziaria; cicli depressivi; disoccupazione diffusa; crisi del mondo socialista. Un’altra prova della resistenza del capitalismo a ogni mutamento sociale e politico, si riscontra anche nel fatto che la fine del colonialismo non abbia effettivamente determinato la liberazione dei paesi e dei popoli interessati, poiché sono rimasti prigionieri delle logiche imperialistiche, le quali usano ogni mezzo  per mettere in atto politiche predatorie delle risorse e ricchezze naturali di questi popoli, sono fatti sui quali non è possibile equivocare e contraddirmi”.

Già, ma è anche il secolo in cui è caduto il muro e i paesi dell’ex blocco Sovietico hanno scelto di aderire al sistema del mercato occidentale, adottando forme di governo democratiche e parlamentari, consegnando al popolo la libertà di scegliere, con il voto, i propri governanti,  l’unica strada per garantire i diritti, la libertà, sicure prospettive di pace e di progresso economico”. Aggiunsi in fretta.

Senza tradire segni di sorpresa per quanto da me rilevato, Marx riprese il suo discorso: “ Ho parlato di fatti, sui quali non si può indulgere. Allora a questi fatti si deve aggiungere sicuramente la fine del potere del cosiddetto socialismo Sovietico e la “liberazione” dei paesi satelliti, il cui simbolo è la caduta del muro. Ma si può affermare che il mondo è oggi migliore solo perché non c’è più il blocco Sovietico? Quanto sta accadendo in questo inizio del XXI secolo, siamo nel 2020, non può essere giustificato urlando: “ ma è colpa dei comunisti!”. Trump, Putin, Erdogan,  Kim Jong-un,  Xi Jinping, sono identificabili come autoritari i primi e dittatori i secondi; ma devo anche stabilire una verità:  Corea del Nord e Cina non sono la misura di tutte le cose, per citare Protagora, non sono comunisti, non sono socialisti, ma una degenerazione del capitalismo finanziario consumistico. E il mondo non è più pacifico, e le guerre non sono terminate in questo primo ventennio del XXI secolo.  Lo sfruttamento dei paesi ex coloniali prosegue, con l’aggravante dei colpi di stato, le guerre civili, i genocidi, la distruzione dell’ambiente e la violenza al clima, sono fatti che bruciano ogni speranza di milioni di esseri umani, che fuggono da questi disastri e si trasformano in migranti alla ricerca di un posto sicuro, la salvezza, anche mettendo a rischio la propria vita e quella dei propri figli. Sono i nuovi proletari del capitalismo del XXI secolo, isolati da tanti altri muri costruiti lungo i confini dell’America  fino all’Europa dei Paesi di Visegrad. ‘Proletari di tutti i paesi unitevi’ è il proclama con il quale io ed Engels, nel lontano 1848, scrivemmo il Manifesto del Partito comunista. L’Unione Sovietica lo adottò come motto a rappresentare l’internazionalismo operaio. Uno dei concetti fondamentali che compongono la lunga analisi del Manifesto è che la produzione economica, e la struttura della società che da essa necessariamente ne consegue, forma, in ogni epoca della storia, il fondamento della storia politica e intellettuale di tale epoca; che però tale lotta ha raggiunto ora uno stadio nel quale la classe sfruttata e oppressa (il proletariato) non si può più emancipare dalla classe che la sfrutta e l’opprime (la borghesia), se non liberando allo stesso tempo per sempre tutta la società dallo sfruttamento, dalla oppressione e dalle lotte fra le classi. E’ un concetto superato, anacronistico? Panta Rei, tutto scorre, ci ricorda Eraclito. L’èra dell’intelligenza artificiale, dei Big Data, dell’uomo alla conquista dell’universo, della criogenesi  umana, che ci fa pensare all’eternità, sono i dati del cambiamento epocale.  Eppure, nonostante ci si trovi nel passaggio storico della post modernità, che ci dona il  turbocapitalismo e l’iperfinanza, che si sintetizza nell’1% dei possessori  delle ricchezza prodotta rispetto al 99% che deve lottare con le miserie del mondo ( intramontabili vizzi dello sfruttamento, delle diseguaglianze sociali, politiche, economiche) , questo nuovo status sociale non cancella o nientifica la necessità di liberare l’uomo dal bisogno e dallo sfruttamento, al quale, più che mai, è richiesto di essere sempre disponibile a lottare per l’uguaglianza delle libertà e dei diritti per tutti. Allora, è ancora valido il motto: Proletari di tutto il mondo unitevi!”. Marx sospese la sua esposizione e per un attimo restammo in silenzio. Fui io a riprendere la parola.

 “E’ vero, miliardi di persone sono interconnesse, ipercollegate, messaggiano senza incontrarsi, dialogare, scambiarsi impressioni e opinioni su quanto li circonda, socialmente e politicamente: vivono nell’individualità. E’ l’individualismo di Max Stirner, che si spinge fino all’egoismo, da interpretare appunto come  l’unico, l’IO vero, il quale connota efficacemente l’ individuo odierno che non cerca un partito, non rivolge alcun interesse  alla politica, sente lo Stato lontano, assenti le istituzioni, anche perchè i partiti tradizionali sono sostituiti dai movimenti populisti, nazionalisti quando non sovranisti. Siamo cioè in piena metamorfosi, l’uomo ha perso il connotato della propria dimensione, per cui l’opposizione a questo sistema non è da attendersi solo da parte dei lavoratori salariati, ma dagli esclusi da questa società opulenta, come i gruppi del dissenso dei Paesi avanzati e i dannati del terzo mondo e dai giovani. E questo mi induce a credere che, di fronte a queste trasformazioni, non sia sufficiente rispondere: lottiamo per una società socialista!”. Conclusi sorpreso di me stesso.

Mio caro amico,” riprese Marx, “ io non sono un profeta, ma uno studioso e il mio lavoro è il contenuto di molte pubblicazioni scientifiche, dalle quali si apprende che la divisione della società in classi  non è un prodotto della natura, come indicano il Leviatano di Hobbes e il Trattato di John Locke, e il socialismo non è un frutto che si può raccogliere dall’albero della conoscenza del bene e del male. Il socialismo del XXI secolo non potrà mai avere le caratteristiche concettuali e scientifiche del socialismo del XIX i cui strumenti si fondano sul materialismo storico e l’applicazione del materialismo dialettico alla storia della società, questo perché il socialismo scientifico era ed è in ogni caso basato su uno studio analitico delle leggi della storia e della società. Ma non è in questa breve conversazione che possiamo affrontare un compito così complesso. Predire il futuro non è una  mia pertinenza, e tuttavia seguo con attenzione e cerco di capire i temi sollevati da milioni di giovani, come Greta Thunberg e il movimento School Strike for Climate, i giovani di Hong Kong contro la prepotenza cinese, le Sardine in Italia per una nuova politica,  e nelle piazze di tanti altri Pesi di tutti i continenti, per un cambio del modello di società e  per una politica che offra un futuro di pace e di sviluppo sostenibile ed equilibrato alle nuove generazioni. A loro, quindi, spetta il gravoso compito di studiare le leggi della storia e della società, ed elaborare una proposta per realizzare una società socialista adatta a quel momento storico in cui il principio di ‘condivisione’ sia adottato per il superamento dell’individualismo, della divisione in classi sociali, per una giustizia in cui ‘ciascuno dia secondo la propria capacità e ciascuno riceva secondo i propri bisogni’.

Alberto Angeli