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Costruire una sinistra per il cambiamento: è una prospettiva possibile, con l’impegno di tutti i progressisti. di A. Angeli

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Alberto Angeli 2

Huoston abbiamo un problema: “il motore sinistro dell’astronave si è bloccato, rischiamo di cadere! Navighiamo affidandoci al solo motore di destra”. Dall’avventura spaziale a quella terrestre, il paragone di confronto della realtà eterea con quella terrestre, in cui sopravvive la rappresentanza della sinistra in questo inizio secolo, non toglie nulla al valore della metafora: la sinistra è fuori gioco, non solo in Italia, ma anche in Europa. Infatti, sono ormai labili le tracce della sua presenza alla guida dei singoli Governi dei Paesi dell’Europa Unita, anche mediante coalizioni. Resistono in colore rosa: Portogallo, Grecia e, con tutti i sospiri del caso, l’Italia, con il governo Gentiloni sostenuto dal PD e da ciò che rimane del centro.  Una dèbàcle spaventosa, un’apocalisse moderna. Ricercare la causa di questa dissolvenza politica dovrebbe costituire l’impegno a cui dedicare ogni inimmaginabile risorsa intellettuale e culturale, per trovare la cura in grado di avviarne la lenta, ma sicura guarigione.

La Sicilia è stata la macchina della verità: l’ago ha oscillato disegnando la responsabilità ( la colpa !) di entrambi gli schieramenti della sinistra. Una lampante batosta dalla quale non sembra originare alcuna volontà di ripensamento dalle due parti, PD e MdP e da ( poco, per la verità) ciò che residua alla loro sinistra. L’elettore tradizionalmente di sinistra e progressista, ( che costoro insistono a ricordare solo per ridondare affermazioni tipo: il cittadino, altrimenti non ci capirebbe…..), ben consapevole di cosa sta accadendo non riesce a trovare una sola spiegazione plausibile, attendibile, convincente allo scontro distruttivo che coinvolge la sinistra italiana a tutto vantaggio del M5S e della destra.

Non mancano i soccorritori: prima Pisapia, poi Grasso e infine la Boldrini, sono saliti sulla scena per dire ognuno la sua in merito a come risolvere il problema da essi indicato nell’alternativa al PD, soprattutto a Renzi. Il suo abbandono, di Renzi si intende, è auspicato come extrema ratio per ricostruire un minimo d’intesa sul versante PDMdP, nel senso che a Canossa deve andare il PD, rinunciando alla sua pretesa identitaria con Renzi.

Tutto questo ricorda  “La Patente” di Pirandello, in cui il personaggio centrale Chiàrchiaro deve confrontarsi con la perdita della propria identità a causa degli altri, che qui si immedesima nella sinistra, quando questi Cavalieri dell’Apocalisse ( in attesa del quarto, ovviamente, per dare concretezza all’opera) si susseguono sul Palco nella loro perorazione per una nuova sinistra, però alternativa al PD ( salvo la bonaria sensibilità a cui ricorre Pisapia), pur mantenendo, i due Presidenti, la Carica e il ruolo Istituzionale. Dobbiamo così attendere che una quarta figura venga a completare il quartetto, con lo scopo di proporsi quale nuovo alfiere al quale affidare la guida di una rivoluzione che, al massimo, porterà al 10% la rappresentanza di questo schieramento, ma con un governo per il 2018 consegnato alla destra o ai cinquestelle.

E gli uomini vollero piuttosto le tenebre che la luce” (vangelo di Giovanni) dove tenebre e luce si  confrontano e rappresentano l’idea dell’uomo che prende coscienza del proprio stato, nel senso che egli è nulla a confronto della potenza delle cose. E le cose non sono come le vedono Renzi, Bersani, Pazienza, D’Alema, Grasso, Boldrini, Civati, Fratoianni, Vendola e la infinita compagnia dei cerchi più o meno magici. Infatti, i tanti, i milioni di ignoti che si sentono vicini alla sinistra e che si muovono nella società, che vivono i problemi della quotidianità: servizi scadenti, scuole fatiscenti, progressivo smantellamento della sanità pubblica, povertà diffusa, disoccupazione giovanile a due cifre, disuguaglianze sempre più marcate, migrazione, accoglienza e inclusione fuori controllo, per cui si diffonde l’insicurezza, la paura del diverso, infine il Welfare da riformare e ridefinire, si aspettano risposte e non battaglie, non si sentono coinvolti in questa atmosfera di acrimonia personale. Per questo si astengono o scelgono altre rappresentanze, sperimentano altre vie, o si lasciano tentare da proposte radicali, alternative al sistema democratico, arrivando a votare per i populismi.

Allora, non si guardi al PD come ad un nemico, solo perché Renzi è il Segretario. Si guardi alla nostra destra dove cresce e si rafforza il vero nemico della democrazia e della libertà. Si tratta di un contagio che ormai supera i nostri confini. Infatti, l’Europa non va sicuramente a sinistra: in Polonia manifestano le destre estreme, nazionaliste; in Romania, Bulgaria, Austria, Germania, le cose non sembra vadano molto meglio. Anche in Italia la destra estrema dilaga ( non solo Ostia o Lucca), trovando compiacente plausibilità nella cosiddetta stampa opinionista. Non è più tempo di cincischiare ma di lavorare per trovare un’intesa su pochi temi in carattere con il pensiero progressista e egualitario della sinistra moderna. Il PD ha le sue responsabilità, e tuttavia è votato da uomini e donne, giovani e non più giovani, che hanno creduto e credono nel progetto di una società nuova e migliore, non è possibile costruire un’altra sinistra più a sinistra pensando di sottrargli i voti. E in attesa lasciare che le destre finiscano il loro lavoro, riprendendo dai disastri sociali ed economici lasciati dai Governi di Berlusconi e la Lega; oppure si esperimenti il movimento cinquestelle, cioè per uscire dall’Europa e dall’euro, per una politica economica di cui nessun economista è stato in grado di darne una lucida interpretazione.

L’alternativa vera è che PD, MdP, e ciò che rimane delle sinistre, si siedano attorno ad un tavolo e si confrontino sui temi che abbiano come centralità il lavoro, i giovani, la scuola, l’ambiente, il rilancio dell’economia; e ancora: la ricerca e innovazione di prodotto, rilancio della sanità pubblica, recuperando la sua universalità; rispetto della progressione fiscale con una lotta decisa e rigida contro l’evasione; egualitarismo e giustizia su tutti i fronti: dagli stipendi ai trattamenti di pensione, stabilendo per un certo periodo un massimo e un minimo; introduzione di un salario di avviamento al lavoro e riforma del Welfare soprattutto recuperando lo sbriciolamento delle erogazioni. Ancora: una politica seria rivolta al fenomeno della migrazione, con la soluzione programmata dei problemi che si sono creati in questi anni di accoglienza effettuata senza programmazione, riportando ordine e sicurezza nelle periferie e nelle città. Inoltre una politica di Pace e impegnarsi per un’Europa finalmente unita.

Una società giusta non è un’utopia ma una possibilità alla quale possiamo guardare, consapevoli che spetta a noi lavorare per questo obiettivo. Allora, al lavoro!

Alberto Angeli

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Alleanza popolare per la democrazia e l’uguaglianza dopo il Brancaccio, di A. Potenza

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Aldo Potenza

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Credo che nessuno si illudesse sulla facilità di un progetto così complicato come quello di pervenire a conclusioni convergenti nel difficile mondo della sinistra italiana.

La partenza era stata già un segnale non molto promettente giacchè al Brancaccio si ascoltarono fortissime contestazioni dirette anche verso chi, nel variegato mondo della sinistra , aveva condotto un vigoroso ed efficace sostegno a favore del NO al referendum costituzionale.

In tal modo più che unire il popolo della sinistra del no, si scavarono delle tricee che sarebbe poi stato difficile superare.

Un segnale in tal senso venne anche quando Speranza avanzò la proposta di istituire un tavolo (brutta espressione per indicare un luogo d’incontro) per avviare il confronto fra tutte le organizzazioni della sinistra del no e per verificare la possibilità di pervenire alla individuazione delle proposte politiche capaci di unirle con la presentazione di una lista comune.

Anche in questo caso la risposta di Alleanza popolare fu negativa.

Sicchè le strade intraprese da MDP e Alleanza popolare continuarono ad essere separate.
Più recentemente la pubblicazione di un documento politico che ha avuto anche il consenso di massima di Alleanza popolare era parso finalmente l’avvio di una convergenza che sembrava potesse concludersi con la individuazione di una lista comune.

Purtroppo così non è stato, o almeno così sembra dopo la recente dichiarazione di Alleanza popolare e l’annullamento della assemblea del 18 p.v.

Mi sia consentita una prima considerazione. Ammesso che il progetto del Brancaccio prosegua in autonomia e che si siano ravvisate ragioni per cui non si ritiene di dover dare seguito al documento che sembrava essere la base per un accordo, perchè annullare l’assemblea del 18?

Non poteva essere quella l’occasione per chiarire gli aspetti che non convincono?

Le giustificazioni che sono state espresse per l’annullamento di quell’appuntamento sembrano piuttosto nascere da un forte malcontento che viene dalla base del movimento che si era caricata di umori negativi verso una parte della sinistra del no e che oggi avrebbe dovuto accettare un accordo che porta alla conluenza in un unico contenitore elettorale.

Probabilmente la contestazione nasce sia per il metodo, il consenso dato al documento in questione, considerato verticistico, sia per la nomenclatura con cui, dopo le feroci critiche del Brancaccio, si sarebbero dovuto affrontare in una unica lista le elezioni, sia forse per le modlità proposte per la composizione delle liste.
Certo anche MDP non ha favorito con le sue incertezze ed ambiguità la costruzione di un campo comune di impegno. 
Come non ricordare la telenovela con Pisapia?

Come si può dimenticare la continua preoccupazione della sorte del centro sinistra fino a rendersi disponibile ad un accordo se fosse stata modificata la legge elettorale, come se la politica del PD potesse essere valutata diversamente in caso di accordo sulla legge in questione?

Insomma asprezze polemiche,ed altre considerazioni, da una parte, incertezze, e non solo, dall’altra, oggi sembrano far tramontare il progetto di una lista comune che avrebbe dovuto essere, data l’esiguità del tempo a disposizione per compiere un percorso politico più convincente, non una semplice aggregazione di diverse sigle, ma l’avvio di un polo alternativo al centro destra, al PD e ai grillini.

Non so se alla fine qualcosa possa accadere per evitare una competizione a più voci a sinistra del PD, ma in ogni caso la speranza è che dopo le elezioni si possa cominciare a costruire un quarto polo della politica italiana.

Tutto fa prevedere che queste elezioni saranno un passaggio che non consentirà la formazione di un governo stabile e che presto probabilmente si dovrà tornare a votare con una nuova legge elettorale, almeno per allora si spera che si mettano definitivamente da parte le asprezze polemiche e si avvii un percorso politico nuovo, una sorta di Epinay italiana, che consenta di chiamare a raccolta tutta la sinistra riformista, per aggiornare idee e programmi all’altezza dei tempi e favorisca l’emergere di nuovi protagonisti più credibili, senza rottamazioni, ma con la consapevolezza che il cambiamento anche di uomini è necessario poichè nessuno può sempre essere protagonista di tutte le stagioni.

Aldo Potenza

Il XXI secolo, è una società chiusa e gli stranieri i suoi nemici?, di A. Angeli

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Alberto Angeli 2

Parafrasando il titolo di un saggio del filosofo Karl Popper, La società aperta e i suoi nemici, di cui si riproduce un passo della prefazione: “Arrestare il cambiamento politico non costituisce un rimedio e non può portare la felicità. Noi non possiamo mai più tornare alla presunta ingenuità e bellezza della società chiusa. Il nostro sogno del cielo non può essere realizzato sulla terra… », si propone un interrogativo sul dirompente tema della migrazione, che vede in prima fila il gruppo di Visegrad, formati da: Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia  e Ungheria;  alle quali si associano anche l’Austria, la Francia, la Germania e l’Italia, in cui si rafforzano i movimenti  politici contro l’accoglienza dei migranti, dividendo in modo verticale la popolazione. Un contagio che supera l’atlantico, fino a raggiungere gli USA e il suo Presidente Trump, che non perde occasione per dichiarare il suo odio contro i migranti. E’ forse il momento più buio della storia della civiltà occidentale, che si dimostra incapace di affrontare con la dovuta intelligenza e umanità un dramma su cui nel passato, fin dall’antica grecia, ci si è posti in modo più aperto e solidale,  con uno spirito dell’accoglienza in cui al senso dell’ospitalità corrispondeva una disciplina fondata sull’etica e una linea morale a cui anche lo straniero doveva sottomettersi.

Allora, percorrere questo sentiero della storia ci consentirà di comprendere la linea che separa la riflessione della ragione dalla negazione irriflessiva che caratterizza il tempo presente.

Inizio questo breve scritto riportando un passo tratto dallo “Zibaldone”, (892 Zib) di Giacomo Leopardi.”…Quale nemicizia dunque è più terribile? Quella che ha co’ lontani, e che si esercita solo nelle occasioni, certo non giornaliere; o quella ch’essendo co’ vicini si esercita sempre e del continuo, perché continue sono le occasioni? Quale è più contraria alla natura, alla morale, alla società? Gli interessi de’ lontani non sono in tanta opposizione ai nostri ( e pe quanto lo sono si odia adesso il lontano, come e più anticamente, bensì meno apertamente e più vilmente). Ma gl’interessi de’ vicini essendo co’ nostri in continuo urto, la guerra più terribile è quella che deriva dall’egoismo, e dall’odio naturale verso altrui, rivolto non più verso lo straniero ma verso il cittadino, il compagno…..” (892. Zib) Egli termina questo paragrafo nei seguenti termini:” la società non può sussistere senz’amor patrio, ed odio degli stranieri..”

Leopardi muore nel 1837, 180 anni or sono, e nel suo lascito filosofico/ culturale la questione morale e della decadenza dell’Italia ci è trasmessa come un segnale profetico per il futuro, un male che tutt’oggi avvolge e opprime lo svolgersi di una vita politica e sociale pienamente partecipata.  L’Italia vive sicuramente uno dei suoi momenti politici più critici, di questa parte del nuovo secolo, per il vuoto politico, culturale e ideale che contrassegna la nostra classe dirigente. E con l’Italia l’Europa, questa grande avventura che doveva approdare all’Unità Europea, che vive momenti di grande confusione: l’uscita dell’Inghilterra dall’Unione Europea, la rivendicazione della Catalogna di staccarsi dalla Spagna; le rivendicazioni autonomiste della Scozia e dell’Irlanda. E a  queste difficoltà di natura politica e istituzionale, si addizionano i problemi  della crisi finanziaria e del sistema Bancario, della diffusa crisi sociale ed economica e della disoccupazione giovanile, della dimensione ed estensione della povertà  e della diseguaglianza sociale.

Quest’opera incompiuta ci induce a ritenere che L’Europa è solo una grande messinscena malamente recitata, che si può riassumere nella citazione di  Bertolt Brecht  « Lo ammetto: io non ho speranza. Il cieco parla di una via di uscita. Io ci vedo. Quando tutti gli errori sono esauriti  l’ultimo compagno che ci sta di fronte è il Nulla »

C’è, infine, la questione dell’accoglienza dello straniero, cioè della migrazione di milioni di individui che fuggono da condizioni disumane e che travolge e avvolge la vita politica e sociale  dell’ Italia e dell’Europa. Un fenomeno che ha mutato il paradigma della cultura dell’ospitalità, la cui sinonimia con l’accoglienza dei migranti ha  rotto il vaso di Pandora  da cui sono sgorgati i peggiori miasmi del populismo razzista e di odio per lo straniero.

Allora, per comprendere  il senso ed il significato culturale e umanistico dall’ospitalità dello straniero, che nella Grecia di Omero e nella Roma dei Cesari era ritenuto un dovere propiziatorio per ricevere il favore degli Dei, prima di giungere al nostro tempo dell’accoglienza del migrante,  partiamo dalla storia greco-romana e giudaico – cristiana, per  arrivare fino alla nascita dell’illuminismo e del liberalismo. Una breve ricostruzione di un pensiero storico su una questione divenuta cruciale in questa epoca della post-modernità,  che offre spunti per riflettere sulla capacità del nostro intelletto ad affrontare un tema, quello della migrazione di massa, senza gli isterismi ideologici  o dell’idiotismo xenofobo,  poichè  già da oggi e per i prossimi 20/30 anni  sarà il problema dominante.

 E’ dalle pagine dell’Odissea che inizia il percorso,  dal momento  in cui descrivono l’incontro di Ulisse,  che torna alla sua Itaca sotto mentite spoglie  grazie all’incantesimo di Atena,  con il suo servo Eumeo che, nonostante non riconosca il padrone per il fatto che si cela sotto poveri stracci, lo tratta con una disinteressata benevolenza. Nel gesto si coglie la forza del rispetto e dell’onore che nell’antica Grecia era riservato e riconosciuto agli stranieri.  Del resto, tutto il libro XIV è riservato alla ricostruzione in cui il servo offre all’ospite le migliori attenzioni, donandogli addirittura il proprio mantello, affinchè il vecchio mendicante possa ripararsi dal freddo della notte e attendere al governo delle bestie. Il breve passo recita: Ei, la riva lasciata, entrò in un’aspra Strada, e per gioghi, e per silvestri lochi, Là si rivolse, dove Palla mostro Gli avea l’inclito Euméo, di cui fra tutti D’Ulisse i miglior servi alcun non era, Che i beni del padron meglio guardasse. […] Poi, rivolto al suo Re, […] gli disse […] “Ma tu seguimi, o vecchio, ed al mio albergo Vientene, acciò, come di cibo, e vino Sentirai sazio il natural talento, La tua patria io conosca, e i mali tuoi.” Ciò detto, gli entrò innanzi, e l’introdusse Nel padiglione suo […] L’eroe gioiva dell’accoglienza amica, E così favellava: “Ospite, Giove Con tutti gli altri Dei compia i tuoi voti, E d’accoglienza tal largo ti paghi. E tu così gli rispondesti, Euméo: Buon vecchio, a me non lice uno straniero, Fosse di te men degno, avere a scherno: Chè gli stranieri tutti, ed i mendichi Vengon da Giove.”.

 Il richiamo all’Odissea ci svela una prassi adottata nella società omerica in cui lo straniero, essendo privo di diritto, viene accolto dalla comunità e con questa stabilisce un rapporto di reciprocità. Straniero, dal greco Xenos, voce rilevata da Wikipedia, acquisisce diversi significati: “ nemico straniero”, ovvero “amico rituale”. Verso l’amico rituale si seguiva un rito consistente nella consegna di un Symbolon, una “tessera ospitale”, un coccio di pietra che, come scrive Umberto Galimberti “spezzato in due testimoniava il legame tra due persone […] Ognuno portava con sé il segno di una comunione, di un patto amichevole che la distanza non poteva annullare. Se poi accadeva di ricongiungersi, allora si procedeva alla ricomposizione delle due metà, e l’unità così ottenuta attestava, dopo l’assenza, un’intimità ininterrotta, un legame che non era stato spezzato”.

La sintesi di questa accoglienza è data dalla trasformazione di Xenoi in philoi, cioè amici degni di rispetto, ai quali era riservata una particolare protezione da parte di Zeus e Athena. L’ospite incarnava in se una specifica sacralità. Questa forma di ospitalità era diffusa e radicata nella tradizione greca, al puto da essere tradotta nelle tragedie greche: Filottete di Sofocle, nel Prometeo di Eschilo in cui è dominante  la sacralità dell’ospite, al quale sono riservate specifiche attenzioni  erigendo intorno alla sua figura una difesa di sublimazione a cui tutti devono sottostare. Anche in Euripide, nella tragedia dell’Ecuba, specificamente da questa frase: “Nefando, innominabile crimine, al di là di ogni stupore, empio, intollerabile. Dov’è la giustizia degli ospiti [Dika Xenon]?” Nello scritto tragico di Euripide,  dunque l’essere inospitali nei confronti dello straniero è paragonabile ad un crimine, innominabile addirittura,  e pertanto punibile dagli dei.

Lo straniero diviene dunque  il leitmotiv di un’altra tragedia di Euripide, l’ Alcesti,. Qui lo straniero ha il nome di Eracle, che chiede ospitalità ad Admeto, re della Tessaglia, dal quale viene impartito l’ordine ai propri servi affinchè preparino quantità di cibo e arredino e preparino stanze appartate per la tranquillità dell’ospite”.

Non possiamo ignorare Platone, in cui il senso e l’obbligo di giustizia e rispetto  nei confronti dello straniero e l’importanza della xenia è il contenuto di molti suoi dialoghi, soprattutto nelle “Leggi” nelle quali si rileva: “che i medesimi riguardi vadano riservati, oltre che agli stranieri, anche alle straniere”, un  riconoscimento di diritti paritari non attribuiti alle donne nella società greca.  Precisa, inoltre, come gli stranieri dovranno essere accolti nello stesso modo col quale si pretende di essere accolti quando sia il nostro turno di andare lontano dalla nostra patria.”

A sua volta, nell’ Etica Nicomachea (lib.IX), Aristotele paragona l’ospitalità all’amicizia: come colui che ha troppi amici non ne ha nessuno, allo stesso modo chi ha troppi invitati non ne soddisfa nessuno. L’ospitalità non esprime neppure alcun moto altruistico e disinteressato verso l’altro, ma attiva una relazione che obbliga alla reciprocità: chi ospita vuole essere ospitato, chi è ospitato vuole ospitare. L’ospitalità istituisce legami mantenendo distanze e differenze.  Mentre i latini esprimevano con il termine hostis “lo straniero”,  accolto senza timore nella comunità poiché considerato un amico,   Nel De Officis Cicerone usa questo termine per indicare “l’advena”, sconociuto, ossia “colui che viene da fuori”, insomma un peregrinus proveniente dai confini esterni , il quale, come si può rilevare dalle XII tavole – corpo di leggi redatto nel 450-451 a. C. dai Decemviri Legibus Scribundis ( come si rileva di Wikipedia )  che costituiscono  la prima compilazione scritta di leggi nella storia di Roma– riceveva gli stessi diritti dei cittadini romani in base a qualche accordo o patto. San Tommaso e l’accoglienza

Mentre S. Tommaso D’Aquino, parlando dell’accoglienza dei forestieri, fa delle considerazioni che oggi, con l’immigrazione di centinaia di migliaia di musulmani nel nostro Paese e in Europa,  risultano ancora attuali e ci possono insegnare qualcosa di buono. Infatti scrive che:  “con gli stranieri ci possono essere due tipi di rapporto: l’uno di pace, l’altro di guerra” (in corpore). Egli, al proposito, porta l’esempio degli ebrei, che nella Vecchia Alleanza avevano tre occasioni per vivere in modo pacifico con gli stranieri:

– quando gli stranieri passavano nel loro territorio come viandanti;

– quando gli stranieri emigravano nella Terra santa per abitarvi come forestieri; in questi due casi la Legge giudiziale imponeva precetti di misericordia: “Non affliggere lo straniero” e “Non darai molestia allo straniero”;

– quando degli stranieri volevano passare totalmente nella collettività degli ebrei, nel loro rito e nella loro religione.

Diversamente da quanto scriveva Aristotele, ovvero, che “si possono considerare come cittadini solo quelli che iniziarono ad essere presenti nella Nazione ospitante a partire dal loro nonno” (Politica, libro III, capitolo 1, lezione. Ciò sembra corrispondere senza equivoci alla rivendicazione di dare corso allo Ius Soli nel nostro paese. (Politica, libro III, capitolo 1, ).

 Compiamo un salto temporale per velocizzare il testo e affrontiamo lo scritto di E. Kant: “ La pace perpetua”. Il primo concetto che Kant tiene ad enucleare e chiarire nel Terzo articolo definitivo della Pace perpetua (il diritto cosmopolitico dev’essere limitato alle condizioni di una universale ospitalità) è quello di ospitalità (hospitalitat). Anzitutto, scrive Kant, l’ospitalità viene a configurarsi non un principio di relazionalità filantropica bensì un diritto vero e proprio, icasticamente definibile come ” il diritto di uno straniero che arriva su un territorio di un altro stato di non essere trattato ostilmente”.

Nella tesi di  Kant il diritto di ospitalità assume una forma civica decisamente positiva. Egli specifica che tale forma  non va intesa come la facoltà esercitabile dallo straniero ad essere ospitato ed accolto nelle strutture di un determinato Stato, e quindi  ad un obbligo di accoglienza coabitativa con altri cittadini; caso mai tale status viene a proporsi come un diritto di visita, riconoscendo al visitatore la facoltà di circolare liberamente sul territorio di ogni Stato: ” non si tratta di un diritto di ospitalità, cui si può fare appello… ma di un diritto di visita , spettante a tutti gli uomini…[ che] devono da ultimo rassegnarsi a incontrarsi e a coesistere”. Si tratta ad ogni modo di un diritto che incontra l’ invalicabile limite del rispetto, da parte del suo titolare, a cui è richiesto un contegno pratico e pacifico; insomma, l’obbligo per il visitatore di attenersi ad una prassi che non contrasti con i diritti e le libertà del paese che lo ospita.

Il 9 aprile 1870, Karl Marx scrisse una lunga lettera a Sigfrid Meyer e August Vogt, due dei suoi collaboratori negli Stati Uniti. Con questa lettera Marx, oltre a molti altri temi, orienta il suo interesse sulla “questione irlandese”, in modo specifico e diretto sugli effetti dell’immigrazione irlandese in Inghilterra. Dal l’osservatorio di chi scrive. questa attenzione di Marx ai temi dell’immigrazione risulta sia stata la più estesa trattazione compiuto dall’economista e sicuramente un interessante testo su cui si è riflettuto poco riguardo al pensiero di Marx sull’argomento.

Questa lettera a Meyer e Vogt  sorprendentemente  ha suscitato poca attenzione nella sinistra del nostro Paese, in specie di quella parte più radicale, che con altre forze sono giustamente I sostenitori dei diritti degli immigrati. Del pensiero che Marx sviluppa in questa lettera è ignorato un riferimento attuale, che riguarda  il modo in cui il sistema capitalista opera. Una tesi che, in effetti, riguarda l’afflusso di immigrati irlandesi sottopagati in Inghilterra, per cui per questa via si forzavano verso il basso i salari dei lavoratori inglesi nativi. Se ricondotta alla realtà odierna, questa tesi contrasta  con quanto invece vanno sostenendo molti sostenitori attuali dei diritti degli immigrati, i quali si sono schierati dalla parte degli economisti liberali che insistono sul fatto che l’immigrazione aumenta in realtà i salari per i lavoratori nativi. (sic)

Nel primo libro del Capitale Marx sostiene espressamente che il capitale vive di una sovrappopolazione di lavoratori, di modo che sia sempre presente un esercito industriale di riserva, di non lavoratori pronti ad essere integrati nella filiera della produzione e dunque tali da esercitare una pressione al ribasso sui contratti dei lavoratori concretamente impiegati nella filiera della produzione. Ancora, prosegue Marx  a proposito all’ esercito industriale di riserva: “ma se una sovrappopolazione operaia è il prodotto necessario dell’accumulazione, ossia dello sviluppo della ricchezza su base capitalistica, questa sovrappopolazione diventa viceversa la leva dell’accumulazione capitalistica, e addirittura una della condizioni di esistenza del modo di produzione capitalistico essa costituisce un esercito industriale di riserva disponibile, che appartiene al capitale in maniera così completa come se quest’ultimo l’avesse allevato a sue proprie spese, e crea per i mutevoli bisogni di valorizzazione di esso il materiale umano sfruttabile, sempre pronto, indipendentemente dai limiti del reale aumento della popolazione”.

Siamo giunti ad Emmanuel Lèvinas, al saggio: “Totalità e infinito ”,che esprime e dona alla ragione un pensiero che nasce dallo stupore del silenzio di Dio verso le tragedie, nel quale confluiscono diverse tradizioni e culture: l’ebraismo lituano,l’ intellettuale lontano dal mistico; amante della letteratura russa; filosofo francese e studioso della filosofia Francese, in particolare quella di Bergson. All’origine dell’etica Lèvisiana sta l’appello dell’alterità/esteriorità d’altri che significa nel “volto”, in quanto esso mi comanda di aiutarlo nella sua indigenza, nudità, esposizione, fragilità e altezza al tempo stesso. Il volto si esprime come nudità del povero, dell’orfano e della vedova, figure bibliche emblematiche dell’alterità, “che per la loro stessa miseria e indigenza sono per me comando di non lasciarli morire”. “La nudità del volto è indigenza. Riconoscere significa riconoscere una fame. Riconoscere Altri significa donare. Ma significa donare al maestro, al signore, a chi si avvicina in una dimensione di maestosità”. L’estraneità-miseria dell’Altro, che si esprime come volto nudo, pone l’io all’accusativo, convocandolo, inquietandolo, mettendolo in questione, è appello etico, “anzi, comando etico incondizionato che trasfigura la miseria altrui nella assoluta “Altezza” del Signore e del Maestro, e rovescia la mia libertà di soggetto egoistico nella libertà di soggetto responsabile, che deve rispondere della miseria altrui”.

E infine Jacques Derrida,  per il quale l’ospitalità non è semplicemente una regione dell’etica, un suo capitolo delimitato e circoscritto, un suo modo o maniera (anche nel senso delle ‘buone maniere’), ma l’etica stessa, il suo principio – se è vero che ethos rimanda appunto all’abito, all’abituale, all’abitudine, e quindi anche all’abitare – ed anzi la sua interezza: accogliere l’altro che viene, farsi abitare dall’altro custodendolo e rispondendone, persino nella sua eccentricità e stravaganza, è, a ben vedere, non solo l’imperativo di un’etica da riformulare nel confronto con il problema dell’alterità, ma anche l’ethos stesso della decostruzione, il luogo ospitale che si offre alla venuta di un’alterità destrutturante che irrompe nell’evento incondizionato e magari fatale dell’altro. “Questione dello straniero: venuto da fuori”, è il testo del 10 gennaio 1996 a cui segue “Il passo d’ospitalità” del 17 gennaio 1996 In questi due testi  si raccolgono insieme sia i tratti di un ripensamento radicale dell’etica, sia le linee che esaltano le potenzialità etico-politiche della decostruzione: quale risposta alla venuta dell’altro? La questione dell’altro è davvero semplicemente un problema, o è anche e soprattutto una domanda che l’altro rappresenta esso stesso e che mi pone, rimettendomi in questione?

Non è possibile riprodurre qui le due lezioni, anche già l’incipit ci induce a pensare in termini nuovi e diversi il tema dell’accoglienza e dell’ospitalità. Per questo , se si segue questa linea di valorizzazione del pensiero che si rivolge all’altro rimeditando il senso e la ragione dell’etica, il tema della migrazione, le conseguenze che con l’eccezionalità del fenomeno attuale stiamo vivendo, le tensioni politiche e sociali che dividono porzioni notevoli della popolazione,  è possibile trovino una loro ricomposizione politica più rispondente all’eccezionalità del momento. L’etica comporta una condotta morale che coinvolge colui che accoglie e lo straniero, quindi un ambito di norme sostanziali entro le quali le coordinate del diritto e della legittimità rendano simmetriche le obbligazioni di convivenza sociale. Per questo, è fondamentale dare un segnale di coerenza, pervenendo all’approvazione della legge sull’ius soli a cui far seguire una politica e una strategia adeguate al fenomeno che la realtà prospetta all’Italia e all’Europa, in cui si affrontino gli aspetti più cogenti dell’integrazione, che non ignori la diversità culturale, religiosa e politica.

Alberto Angeli

Cronaca di un suicidio annunciato, di A. Benzoni

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Alberto Benzoni

Tutto comincia con l’arrivo, nella primavera del 2017, di Giuliano Pisapia. Il Nostro non ha nessuno dei requisiti del leader: non il suo passato, pure dignitoso; non il carisma; non un progetto o un’idea forza; non l’identificazione con un evento; non un pensiero originale; non la presenza di un gruppo o di importanti seguaci a suo sostegno. Pure, gli basta una sola parola per bloccare, per quasi quattro mesi, il processo di aggregazione in atto nella sinistra antirenziana, in vista delle elezioni prossime venture; e oltre.
La parola magica è “Ulivo”. Qui anche un bambino capirebbe che si tratta di un progetto politico-parlamentare di impossibile realizzazione: perchè non ha dietro di sè ( contrariamente a quanto pensano i cultori dell’idea del complotto) nessun potere forte, al contrario; perchè non è proprio presa in considerazione dalla stragrande maggioranza interna al Pd; e, infine, perchè, comunque, non ci saranno, nel prossimo parlamento, i numeri per metterla in campo.
Tutto questo i dirigenti MDP e SI lo sanno benissimo. Per loro, allora, il fascino del messaggio sta nel non detto: e cioè nell’implicita promessa di cambiare la legge elettorale con un ritorno al Mattarellum o a qualcosa che gli somigli il più possibile.
Il Mattarellum è stato quel sistema che garantiva alla sinistra non comunista di stare in un sistema di “unità e diversità”: uniti quando si tratta, nel maggioritario. di fare blocco contro la destra ( con l’aggiunta, il che non guasta, di potere inserire nella lista propri rappresentanti); diversi e magari anche divisi quando si tratta, nel proporzionale, di difendere la propria identità.
Per MDP e SEL la migliore soluzione possibile. Oggi queste due forze hanno, grazie al porcellum e a Bersani una presenza di poco meno di 100 parlamentari; e sanno benissimo che potranno, bene che vada, riportarne in Parlamento meno della metà. In questa situazione un accordo magari anche tecnico che assicuri la non ostilità del Pd può rassicurare molti; mentre l’idea di correre da soli, con il Pd tutto intento a distruggerli è fonte di un terrore assolutamente paralizzante.
In questo quadro Pisapia è una garanzia; se è tornato tra di noi qualcuno l’avrà pure mandato; e questo qualcuno corrisponde ad un Pd desideroso, come è logica che sia, di tenere in piedi un sistema di alleanze senza il quale le sue possibilità di non sconfitta”si ridurrebbero praticamente a zero.
Quello che però i nostri non sanno o non vogliono capire è la natura della loro controparte: un governo e una maggioranza che accantonano, giorno dopo giorno, gli elementi di distinzione dal centro-destra- che si tratti di economia o di istituzioni, di Europa o di immigrazione; una componente ex democristiana che vede favore il suo ruolo di mediazione nelle future grandi coalizioni già benedette dall’Europa; e, infine, a coronare il tutto, una legge elettorate indegna. Nei suoi contenuti palesemente anticostituzionali; nei tempi e nei modi in cui è stata imposta; e, soprattutto nei suoi obbiettivi: aprire un’autostrada all’alleanza di centro-destra, svantaggiando contestualmente lo stesso Pd e,ciliegina sulla torta, marginalizzare il M5S e distruggere sul nascere la sinistra di opposizione.
Per il Pd un suicidio annunciato. Per noi un campanello d’allarme. O si cambia, da subito, registro nella prospettiva della creazione di un nuovo soggetto politico a sostegno delle ragioni e delle speranze del “no”di sinistra o si sparirà nel disinteresse generale.

Alberto Benzoni

Riprendiamoci il partito, di M. Zanier

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Se c’è un partito della sinistra che è stato realmente aperto ai movimenti sociali ed alle rivendicazioni dei lavoratori è il Partito socialista italiano. Si pensi all’apertura di Anna Kuliscioff verso le lotte delle donne, a Rodolfo Morandi che lavorò all’organizzazione clandestina degli operai durante il fascismo, a Pietro Nenni che sosteneva le legittime richieste dei contadini del dopoguerra, a Giacomo Mancini aperto al dialogo coi movimenti studenteschi degli anni ’60, a Michele Achilli che voleva un PSI che facesse sue alcune istanze del movimento degli anni ’70.

Il nostro partito è stato in origine la forma politica necessaria ad organizzare il primo movimento operaio ed artigiano nato alla metà dell’Ottocento dalle società di mutuo soccorso. E il socialismo è stato per tantissime persone per tutto il secolo scorso una speranza di cambiamento profondo della società. Quando parliamo di socialismo parliamo però di qualcosa di ancora più grande. E Vittorio Foa che affermava che una storia del socialismo è pensabile solo come storia globale dei problemi della classe operaia, cioè come storia della società e delle lotte toccava perciò secondo me un punto importante da cui ripartire.

C’è ancora molto bisogno di socialismo, lo diciamo sempre. Ma perché, ditemi, dovremmo avere un posto nello scenario politico italiano se non per proporre una strada davvero praticabile per trasformare profondamente gli equilibri sociali che oggi sono tutti sbilanciati verso alcune classi sociali ed i poteri forti? Se non per dare una speranza alle nuove generazioni che non avranno una pensione perché non hanno la certezza di un posto di lavoro stabile col quale costruirsi una famiglia, comprarsi una casa e poter fare dei figli? Ci stanno portando via il futuro e la speranza del cambiamento.

La politica attuale, compagni, è solo da condannare perché distrugge quotidianamente le poche certezze dei lavoratori che con grande fatica abbiamo contribuito a costruire nei veri governi di centro-sinistra, quelli degli anni ’60, quando la nostra guida si chiamava Pietro Nenni.

A noi fare delle riforme generiche non può e non deve bastare, perché, come diceva Filippo Turati al Congresso di Imola del PSI del 1902: “Tutti noi non vogliamo altre riforme se non quelle che si conquistano colla lotta di classe, che rinforzano il proletariato nella sua difesa di classe per i fini del socialismo. […] Il nostro non è riformismo, perché questa parola indica la ricerca filantropica della riforma per la riforma, non la riforma conquistata colla lotta di classe. […]. Cos’allora è il socialismo se non l’organizzazione in un partito delle lotte e delle aspirazioni delle classi sociali che vivono con estrema difficoltà, che non hanno mezzi di sussistenza ed hanno molta difficoltà ad immaginare un futuro per sé e per le generazioni a venire? Noi dobbiamo essere con loro, compagni, dobbiamo rinascere ma con un partito strutturato e fortemente orientato a sinistra, conseguente con le nostre radici per dare le risposte che gli altri non danno o non possono dare.

Per il nostro ideale sono stati incarcerati e uccisi nel dal fascismo e dai nazisti tanti compagni coraggiosi: penso a Giacomo Matteotti che disse Uccidete pure me ma l’idea che è in me non la ucciderete mai, a Carlo Rosselli per cui il socialismo era in primo luogo rivoluzione morale, e in secondo luogo trasformazione materiale, ma anche al padre delle Europa unita Eugenio Colorni ed al grande sindacalista Bruno Buozzi, solo per fare alcuni esempi. Per questo dobbiamo continuare orgogliosamente sulla nostra strada.

Eppure, se mi guardo intorno, da troppo tempo in campo socialista vedo emergere alcuni personaggi poco propensi rilanciare davvero il socialismo italiano, più interessati purtroppo a costruire deboli alleanze tattiche e preoccupati soprattutto di assicurarsi un seggio personale.

Ma il socialismo è un’altra cosa: è  l’orizzonte necessario, l’unico rimasto per le nuove generazioni, per i disoccupati, i pensionati al minimo, i precari e per chiunque chieda con forza un futuro migliore. Per questo il movimento che abbiamo costruito a marzo e chiamato orgogliosamente “Socialisti in movimento” va bene ma non basta, compagni.

La grande manifestazione del marzo scorso che ha dato vita ai “Socialisti in movimento” e questa nostra prima Assemblea nazionale se da un lato ci fanno capire quanto serva dare una forma fluida alle molte espressioni dei movimenti socialisti, dall’altre pone con urgenza di far confluire quanto prima queste nostre energie nella ricostruzione di un partito, il nostro: per contare, per far sentire la nostra voce, per tentare davvero di aprire la strada della trasformazione profonda e graduale della nostra società. Abbiamo bisogno del nostro simbolo, delle nostre tante sezioni sparse nella Penisola delle Federazioni, delle nostre feste, del nostro giornale storico e delle Fondazioni socialiste per costruire davvero una politica migliore.

Nencini ci ha fatto sparire dai sondaggi, ci ha appiattito su questo o quel segretario del PD, ha seguito i diktat di Monti, contribuito a distruggere lo Statuto dei Lavoratori, ad attaccare la Scuola pubblica, mettendo seriamente in pericolo la nostra Costituzione.

Il tempo delle incertezze è finito, compagni. Riprendiamoci il PSI, ce la possiamo fare.

 

Marco Zanier.

“ Etica e economia” J. M. Keynes -L’attualità del suo messaggio, di A. Angeli

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Il 21 aprile 1946 muore J-M-Keynes. Egli era fortemente legato a Piero Sraffa, di cui è stato il “protettore” nel periodo durante il quale  insegnò in Inghilterra 1926, ( con Keynes ha condiviso nel 1961 la medaglia Södeström dell’Accademia svedese delle scienze che costituisce l’antecedente dei premi Nobel di economia), Saffra, legato ad Antonio Grmasci, annoverava tra le sue amicizie anche quella di Bertrand Rassel  e di Wittngestein. Muore a Cambridge il 3 settembre 1983. Con questo breve saggio cerco di recuperare il valore di un famoso scritto di Keynes, in cui mi sono imposto di sintetizzarne il pensiero, che ritengo ancora attuale, cosciente che ciò possa esporsi ad una critica di banalizzazione di un pensiero di alto contenuto culturale e teorico.  “Etica ed economia” è la sintesi del pensiero di John Maynard Keynes, che affronto nel presente scritto, forse illudendomi di dare un contributo e un segnale alternativo alla indifferenza del momento politico che stiamo vivendo. Il richiamo a Sraffa è sintomatico di una continuità intellettuale che legava i due teorici dell’economia e che ha segnato il XX secolo. Lo scritto vorrebbe offrire uno stimolo alla riflessione sui fenomeni economici e sulla politica economica, sulle trasformazioni del sistema finanziario globalizzato e sul ruolo delle monete e, per l’attualità, dell’Euro. Nel breve scritto che segue, l’impostazione analitica dei temi indicati è appena accennata, mai sospinta fuori del tema, e tuttavia si presta ad una comprensione coerente del pensiero Keynesiano.

John Maynard Keynes, “ Etica e economia”. Una sintesi del pensiero Keynesiano

 Nel Saggio: “ Sono un Liberale?”  Keynes scrive :“Dobbiamo inventare una saggezza nuova per una nuova era. E nel frattempo, se vogliamo fare qualcosa di buono, dobbiamo apparire eterodossi, problematici, pericolosi e disobbedienti agli occhi dei nostri progenitori”.  Sono queste le conclusioni, con le quali  Keynes  nello scritto del  1925, consegna  le sue riflessioni  sulle numerose questioni di ordine politico, economico e sociale, che nel nuovo contesto mondiale, governato dal capitalismo, si vanno prefigurando. E’ quindi con una domanda, la stessa che dà il titolo allo scritto, con cui si chiude il saggio del grande economista, richiamandosi all’unica possibile conclusione che poteva scaturire da un’analisi tanto articolata, quanto problematica, dell’avvicinarsi dei “tempi moderni”. Il senso ultimo di questa visione culturale è quello che accompagnerà Keynes per lungo tempo, fino all’uscita della Teoria Generale nel 1936. Infatti, è con quel poderoso lavoro che sarà data unitarietà e spessore alla critica dell’ economia monetaria di produzione – in cui il capitalismo evidenzia in termini chiari la sua natura di sistema predatorio  e  iniquo – e alla capacità di autoregolazione dell’economia di mercato.

Il saggio “ Sono un liberale?” è la raccolta di numerosi scritti Keynesiani  che riproducono una serie di interventi ed articoli dell’economista, riconducibili alla fine degli anni 20 e 30, dalla lettura dei quali si avverte la forte e avvincente tensione culturale trasmessa dalla riflessione di Keynes sui grandi temi dell’economia del momento, ma con una visione profetica rivolta al futuro. Il testo brilla per la finezza e la rilevante chiarezza espressiva a cui il Keynes faceva ricorso,  dando alle sue analisi un sostegno argomentativo tale da rendere fluenti i suoi ragionamenti teorici, altrimenti incomprensibili.

La prima parte mette in luce il tragico passaggio dall’ “ordine” ottocentesco a quello del XX secolo, evidenziando  gli squassi del primo conflitto mondiale, per chiarire come le  conseguenze a cui porteranno le riparazioni di guerra inflitte ai tedeschi.  Peraltro quella fu la circostanza in cui rassegnò le proprie dimissioni dalla carica di rappresentante del Tesoro inglese alla Conferenza di Versailles.  Nella sua condanna di quelle deliberazioni  il rilievo del “problema economico” è dirompente. Infatti, di lì a poco, l’Europa andrà incontro alla Grande Depressione nel 1929, e al secondo conflitto mondiale un decennio più tardi.

Dalla sua  posizione  di analista della società il “problema economico” è posto come la questione pressante con cui deve fare i conti la società moderna e questo nonostante le meraviglie che il progresso sembra porgere su un piatto d’argento.  Egli scrive: “Abbiamo contratto un morbo di cui forse il lettore non conosce ancora il nome, ma del quale sentirà molto parlare negli anni a venire – la disoccupazione tecnologica -. Scopriamo sempre nuovi sistemi per risparmiare forza lavoro, e li scopriamo troppo in fretta per individuare nuovi impieghi per la forza lavoro”. Un passo che egli  ci invia come posta per riflettere sulle prospettive economiche per i nostri nipoti. Nella sostanza,  egli ci dice, la “povertà nell’abbondanza” è l’intrinseca contraddizione in cui vive il capitalismo, ed è questa contraddizione che è necessario spiegare se si vuole recuperare un senso positivo nel progresso, sgombrando il campo dagli opposti pessimismi che si vanno fronteggiando. Ossia, da una parte,  “il pessimismo dei rivoluzionari, convinti che una situazione così compromessa renda inevitabile un cambiamento radicale, e quello dei reazionari, persuasi che la nostra vita economica e sociale si regga su un equilibrio talmente instabile da sconsigliare qualsiasi forma di esperimento”

Nella sostanza, prosegue, l’ “amore per il denaro” è alla radice di tutto il sistema, anche se non è propriamente  l’ “amore per il denaro che serve a vivere meglio, a gustare la vita”, scrive,  ma il “possesso del denaro”, che rende il sistema  ingiusto.  (Auri sacra fames). Inoltre, sul fronte del profitto, è in regime di laissez faire che “il profitto va all’individuo che, per abilità o fortuna, si trova con le sue risorse produttive nel posto giusto al momento giusto” (La fine del laissez faire).  E’ in queste condizioni di iniquità, che secondo  Keynes,  “Un sistema che permette all’individuo abile ( e avido) o fortunato di raccogliere l’intero frutto di questa congiuntura offre chiaramente un incentivo immenso a coltivare l’arte di trovarsi nel posto giusto al momento giusto. Così uno dei più forti moventi umani, cioè l’amore per il denaro, viene asservito al compito di distribuire le risorse economiche nel modo migliore per aumentare la ricchezza al fine di ottenere la massima produzione di ciò che è maggiormente desiderato secondo la misura del valore di scambio”.

La questione è persino più ampia e, secondo Keynes, c’è bisogno di una nuova etica perché: “sembra ogni giorno più evidente che il problema morale della nostra epoca ha a che fare con l’amore per il denaro, con l’abituale ricorso al movente del denaro in gran parte delle attività della vita,  con l’approvazione sociale del denaro come misura concreta di successo e con l’appello della società all’istinto di accumulazione…” Questa  riflessione lo porta a spostare il suo sguardo alla Russia, verso la quale  lo spinge un sincero interesse verso il comunismo russo –  da cui, secondo Keynes, proviene o spira  una sorta di “afflato religioso, poiché, lì, si cerca di costruire una struttura della società in cui le motivazioni economiche,  come fattori condizionanti, avranno un’importanza relativa diversa, per il fatto che l’approvazione sociale sarà distribuita in altro modo, e dove i comportamenti  da prima erano normali e rispettabili, poi non lo saranno più”. Qui Keynes,  espressione della borghesia colta, approfondisce con il dovuto distacco quella che chiama “fede comunista”,  evidenziando come per lui non è certamente possibile accettare una “dottrina che, preferendo la melma al pesce, esalta il proletario al di sopra della borghesia e dell’intellighentjia”, pur ammettendo con decisione che è ineludibile la necessità di una nuova etica dell’economia.

I pensieri keynesiani portano però all’attenzione del lettore qualcosa di ancora più impegnativo  nella sua analisi della società. Intanto, per ciò che egli ritiene e indica come una rivoluzione da attuarsi nel metodo dell’analisi economica, facendo quindi camminare a fianco a fianco società ed economia,  per cui è solo comprendendo il profondo legame che le tiene insieme, è possibile assimilare il “rivoluzionario” messaggio di cui la Teoria Generale è portatrice.

Nel suo pensiero la funzione  del capitalismo è riassunta come una lotteria, in cui domina incontrastata l’incertezza  e l’alterità del semplice calcolo probabilistico, essendo infatti la moneta a gettare un ponte tra presente e futuro, sono  allora gli spiriti animali degli imprenditori a determinare lo stato e l’andamento della domanda effettiva del sistema economico.  Al proposito Keynes precisa: “ è una domanda che, misurandosi esclusivamente sui valori di scambio, nulla ha a che fare con il valore d’uso dei beni prodotti, e dunque con i bisogni che la società esprime”.  Molti studiosi di Keynes hanno trovato in questo passaggio  un doveroso tributo alle dimenticate analisi di Malthus e a quanto egli aveva intuito in merito al ruolo trainante della domanda nel dirigere il processo produttivo. Qui entra  in gioco anche  il confronto con Ricardo.  Ma  è a Piero Sraffa, che si deve il ritrovamento delle lettere mancanti,  riguardanti la corrispondenza tra Malthus e Ricardo, nelle quali vi si colgono, di fatto, gli inizi della teoria economica nonchè le linee divergenti,  lungo le quali la materia può essere sviluppata. Infatti , Ricardo studia la teoria della distribuzione del prodotto in condizioni di equilibrio, e Malthus si concentra su ciò che determina il volume della produzione giorno per giorno nel mondo reale. Ancora, Malthus tratta dell’economia monetaria in cui viviamo; Ricardo dell’astrazione di una un’economia con moneta neutrale.

Il pensiero di Keynes ha un percorso speculativo e formativo fondato su basi logiche. Era sua consuetudine ritrovarsi con i maggiori logici e matematici a lui coevi. A Cambridge con Russel – matematico e filosofo- che lo guida nelle conversazioni verso una teoria che deve assumere un valore strumentale rispetto alla pratica, che spinge Keynes ad impadronirsi di un linguaggio in cui faccia premio un ragionamento basato sul senso comune. Segue le lezioni di Marshall, da cui apprende i moderni metodi diagrammatici, necessari per cogliere la complessità dei fenomeni sociali e per arricchire la sua preparazione con lo scopo di muoversi nell’ambito della ricerca storica, della filosofia e, cosa inaspettata, proporsi come conoscitore della cosa pubblica.

Keynes, conclude il saggio affermando:  “l’economia è una scienza molto pericolosa”,  e gli economisti non sono profeti.   Ad ogni modo a Keynes non sfugge  il fatto  che i “tempi moderni  necessitano di nuove politiche e nuovi strumenti per adeguare e controllare il funzionamento delle forze economiche, così che non interferiscano in maniera intollerabile con l’idea odierna di che cosa sia appropriato e giusto nell’interesse della stabilità e della giustizia sociale”.

Perché riappropriarsi di Keynes , di questo  spirito critico,  di cui ogni tanto alcuni rimembrano le sue teorie per rianimare un’economia esausta e sostituita dalla finanziarizzazione globale. ma non tanto da essere annoverato nelle fila della cultura marxista.? Perchè  questo eretico tra gli eretici,  lascia infine che siano altri a rispondere alla domanda da cui è partito: “Sono un liberale?” La risposta sta tutta nella considerazione che dobbiamo dare all’importanza di non banalizzare le forme dei conflitti di classe sapendo leggere con attenzione e mettere a confronto Marx e Keynes.

Albero Angeli

Giuseppe Di Vagno, “il gigante buono”, il primo deputato socialista ucciso dal fascismo, di N. Corrado

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di vagno

Giuseppe Di Vagno (Conversano [BA], 12 aprile – Mola di Bari, 25 sett. 1921). Nacque da Leonardo Antonio e da Rosa Rutigliano, in un’agiata famiglia contadina. Dopo aver compiuto con buoni risultati gli studi liceali presso il locale seminario, si iscrisse alla facoltà di giurisprudenza dell’università di Roma, ove subì l’influenza politico-giuridica di Enrico Ferri. Laureatosi nel 1912, dopo aver svolto un breve periodo di attività forense nella capitale, si iscrisse al partito socialista e tornò definitivamente a Conversano, ove promosse le lotte popolari e bracciantili di quegli anni. Nelle elezioni del 1914 fu eletto per la lista socialista al Consiglio provinciale. Interventista su basi democratiche prima dello scoppio della guerra, denunciò successivamente la natura imperialista della stessa.
Durante il conflitto, col grado di caporale, fu relegato fra la truppa di stanza in Sardegna a causa delle sue opinioni politiche. Il 10 novembre 1917 venne violentemente attaccato nel Consiglio provinciale per la sua posizione di supposto disfattismo. La violenta polemica ebbe immediata ripercussione in una manifestazione di piazza scatenata contro di lui dai gruppi nazionalisti. Nell’anno successivo incominciò la sua collaborazione ai giornali progressisti “L’Oriente”, “Gazzettino di Puglia” e “Il Giornale del Sud”. Sempre nello stesso anno, per la sua attività politica, venne schedato presso il Casellario politico centrale (8 febbraio).
Dopo la guerra riprese a svolgere l’incarico di segretario dell’Ente provinciale di consumo, che aveva cominciato già da prima del conflitto, suscitando però le critiche di alcuni socialisti operaisti che consideravano l’Ente un’istituzione borghese. È di quegli anni, inoltre, la ripresa su vasta scala dei suoi interventi processuali a difesa di braccianti imputati di reati economico-politici in danno dei latifondisti locali.
Nel 1919, a causa della sua adesione al programma meridionalista di Gaetano Salvemini, fu escluso dalla lista dei candidati del Partito socialista italiano alle elezioni politiche. Superato il momento d’attrito interno al partito, nell’ottobre del 1920 venne riconfermato come rappresentante socialista nel Consiglio provinciale e, nell’anno successivo, nominato direttore dell’organo della federazione socialista di Bari “Puglia rossa”. Durante uno sciopero generale, proclamato dalle organizzazioni proletarie di Conversano il 25 febbraio per protestare contro le violenze fasciste, scoppiarono gravi incidenti popolari. Pur non avendo direttamente partecipato agli scontri, Di Vagno fu indicato dai fascisti come l’animatore degli incidenti. La prepotenza fascista, tollerata dalle autorità governative, giunse al punto da metterlo al bando della cittadina. Egli, comunque, continuò la sua azione di organizzatore del movimento socialista nella regione in un clima di continue violenze: i fascisti, l’8 maggio 1921, a pochi giorni dalla consultazione elettorale politica, incendiarono la Camera del lavoro di Conversano.
Le elezioni del 15 maggio videro, però, un ampio successo di Di Vagno che venne eletto nella lista socialista nella circoscrizione di Bari e Foggia con ben 74.602 voti di preferenza. A Conversano, però, ne ottenne solo 22 a causa delle intimidazioni messe in opera dai fascisti locali. Entrato in Parlamento, venne chiamato a svolgere le funzioni di segretario della commissione Giustizia. Il 30 maggio 1922, con l’intenzione di infrangere la proscrizione fascista, andò a tenere un comizio a Conversano. Al termine della manifestazione una squadra di fascisti provenienti da Cerignola organizzò un attentato contro di lui. Invece di Di Vagno, nell’agguato rimase però ucciso un altro militante socialista, Cosimo Conte, e vennero feriti nove contadini. Durante gli scontri trovò la morte anche il fascista Ernesto Ingravalle. Tentativi di aggressione nel suoi confronti proseguirono nei giorni successivi a Casamassima, Noci e Putignano.
Pochi mesi dopo, mentre si stava recando a Mola di Bari per l’inaugurazione di una sezione, Di Vagno fu avvertito che si stava organizzando un nuovo agguato contro di lui. Ciononostante egli volle ugualmente raggiungere il 25 settembre 1921 il centro costiero pugliese. Dopo un comizio tenuto in piazza XX settembre, una squadra di fascista ispirati da “ras” locale Caradonna proveniente da Conversano lo aggredì a colpi di rivoltella e lanciando una bomba a mano in via Loreto. Ferito gravemente, Giuseppe Di Vagno morì il giorno successivo nel locale ospedale civile.
Per l’omicidio, aggravato e premeditato, furono rinviati a giudizio presso la corte di assise di Bari lo studente Luigi Lorusso, quale esecutore materiale, e altri nove per correità e cooperazione immediata. Il maestro del diritto penale e leader socialista Enrico Ferri, capo del Collegio di difesa della famiglia Di Vagno, parte civile nel processo, dimostrò le lacune dell’istruttoria e la stretta correlazione tra “gli esecutori e cooperatori immediati del delitto e gli autori morali dello stesso”; il grande giurista evidenziò, in particolare, “la propaganda d’odio fatta con ogni mezzo dagli avversari di Di Vagno, e condotta sino all’estrema conseguenza di proclamare la necessaria soppressione di lui”.
Dei 26 imputati di omicidio premeditato la Sezione d’Accusa (questa era la procedura secondo il codice di procedura penale del 1913 allora vigente) della Corte di Appello delle Puglie sedente in Trani, ne aveva rinviati a giudizio dieci (drammatico richiamo, la sentenza è del 25 settembre 1922), dichiarando non doversi procedere contro gli altri, in parte per insufficienza di prove e in parte per non aver commesso il fatto. ln relazione a queste assoluzioni. tra cui quella di chi era stato il principale organizzatore. si svolsero festeggiamenti tra i giovinastri di Conversano al grido di `viva il 25 settembre’. Senonché un mese dopo questo rinvio a giudizio intervenne la Marcia su Roma; e il 22 dicembre 1922 veniva varato il primo dei numerosi decreti di amnistia del regime fascista, il cui articolo 1, comma 1 diceva testualmente:
“E’ concessa amnistia per tutti i reati preveduti nel codice penale, nel codice penale per l’esercito, nel codice penale militare marittimo e nelle altre leggi, anche finanziarie, commessi in occasione o per causa di movimenti politici o determinati da movente politico, quando il fatto sia stato commesso per un fine nazionale, immediato o mediato”.
La Corte d’Assise si trovò di fronte a questa amnistia e la applicò, prima ancora che fosse esaurita la fase processuale. Avrebbe potuto discutere sul concetto di fine nazionale, mediato o immediato, ma se ne guardò bene. Gli imputati poterono tornare a Conversano accolti dai fascisti in modo trionfale.
Nel 1944, dopo la liberazione di Roma, molti uomini politici, Sandro Pertini in testa, domandarono che si riaprisse il processo per l’uccisione di Giuseppe Di Vagno.
La richiesta era perfettamente in linea con la legge perché sia l’art. 5 del regio decreto legislativo 26 maggio 1944 n. 234, emanato a Salerno, sia l`art. 6 del decreto legislativo luogotenenziale 27 luglio 1944 n. 159 (che a Roma sostituì quel regio decreto), premessa la revocabilità delle amnistie e degli indulti concessi dopo il 28 ottobre 1922, stabilivano che le sentenze pronunziate per delitti di violenza commessi da fascisti potevano essere dichiarare giuridicamente inesistenti quando sulla decisione avesse influito lo stato di morale coercizione determinato dal fascismo.
Sandro Pertini, impegnato nei preparativi per ritornare a combattere al Nord, ebbe tempo non solo per occuparsi di questa rivendicazione, ma per recarsi a Conversano alla tomba di Giuseppe Di Vagno e fu partecipe con Giuseppe Di Vittorio di un grande comizio unitario nel teatro Piccinni di Bari il 24 settembre 1944, nel 23° anniversario dei terribili giorni del 1921.
Il procuratore generale presso la Corte d’Appello di Bari aveva già provveduto – sulla base del primo decreto tra i due sopra indicati – a chiedere la riapertura dell’istruttoria nei confronti di tutti gli imputati prosciolti o amnistiati per il delitto di Mola di Bari. E il procedimento fu perfezionato con la sentenza di giuridica inesistenza pronunciata, su conforme requisitoria del sostituto procuratore generale Ernesto Battaglini, il 5 novembre 1945, che sancì l’inesistenza giuridica della sentenza della Sezione d’Accusa presso la Corte di Appello di Trani del 26 settembre 1922.
All’improvviso, però, il giudizio fu trasferito per legittima suspicione alla Corte di Assise di Potenza che, con sentenza 31 luglio 1947, condannò sei degli imputati (uno quale esecutore materiale dell’omicidio e gli altri cinque per correità) a pene varie intorno ai dieci anni di reclusione, pronunciando l’amnistia – ovviamente sulla base di nuovi decreti nel frattempo sopravvenuti – nei confronti di altri.
Peraltro, tutti (anche gli amnistiati) ricorsero per Cassazione e quest’ultima con sentenza del 22 marzo 1948 dichiarò tutti amnistiati sulla base del “decreto Togliatti” del 22 giugno 1946, ritenendo che l’omicidio dovesse ritenersi preterintenzionale date le parti del corpo colpite (solo l’omicidio volontario era escluso da quella amnistia).
Fu una sentenza sommaria, che provocò grandi polemiche, basata su valutazioni di fatto (infondate) che caso mai sarebbero spettate ad un giudice di rinvio: una vicenda chiusa nel clima tipicamente postfascista, a parte giudici e pubblici ministeri filofascisti.

Nicolino Corrado

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Fonti: Fulvio Mazza, “Giuseppe Di Vagno”, Dizionario Biografico degli Italiani – Treccani, Volume 40 (1991); Giuliano Vassalli, “Giuseppe di Vagno (1889-l921)”, Discorso pronunciato nella Sala del Cenacolo della Camera dei deputati il 26 gennaio 2005.

Bibliografia: Roma, Arch. centrale dello Stato, “Casellario politico centrale”, fasc. 19.848; “Atti parlamentari, Camera, Discussioni”, legisl. XXVI, pp. 1595-1615; A. Violante, “Di Vagno“, Bari 1921; G. Salvemini, “Come fu assassinato Giuseppe Di Vagno”, in “Il Ponte”, VIII (1952), pp. 1583 ss.; T. Fiore, Ricordo di P. D., in Rassegna pugliese, II (1967), pp. 358 s.; R. Colapietra, Dal sacrificio di G. D. alla testimonianza di D. Pastina, ibid., VI (1971), pp. 375-379; M. Dilio, D., Bari 1971; S. Colarizi, Dopoguerra e fascismo in Puglia (1919-1926), Roma-Bari 1971, pp. 189-199, 230-234; Conversano in cento anni di vita politica e amministrativa 1880-1980. Rassegna di fonti documentarie, Bari 1981, pp. 50-79; T. Aquilino, G. Donno, E. Giustiniani, Dal dopoguerra all’avvento del fascismo (1919-1926). Il movimento socialista e popolare in Puglia dalle origini alla costituzione 1875-1946, I, Bari 1985, pp. 168 s.; M. Fraddosio, L’attività parlamentare dei deputati socialisti pugliesi nella legislazione del primo dopoguerra. Il movimento…, I, Bari 1985, pp. 240-43, 249 ss.; Dizionario biografico del movimento operaio ital., a cura di F. Andreucci-T. Detti, II, Roma 1976, ad vocem.