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Perché l’UE non riesce a condannare credibilmente Erdogan. di P. P. Caserta

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Pier Paolo Caserta

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L’UE ha, semplicemente, un enorme problema di credibilità. Se non riesce a fare la voce grossa contro la Turchia è perché in Siria, per sette lunghi anni, e per altro non solo in Siria, le potenze europee (in mancanza di una Europa politica continuo a parlare di potenze) hanno fatto sotto insegne democratiche, o lasciato che si facesse, molto di non dissimile da quello che sta ora facendo il dittatore Erdogan. Non ci vuole molto a capirlo. Basterebbe leggere le principali linee geopolitiche della guerra di Siria dissipando la propaganda neoilluminista dei sacri valori dell’Occidente sotto attacco che ci è stata propinata per anni. Valori talmente saldi, infatti, da allearsi con l’Arabia saudita, alleato strategico nella regione degli Stati Uniti prima e della Francia poi e partner commerciale privilegiato per non pochi altri Paesi europei. La natura di tali traffici dovrebbe, per altro, essere nota, solo per chiudere rapidamente il cerchio di una narrazione che fa acqua da tutte le parti.

Nella guerra di Siria, tanto per cominciare, Francia e Stati Uniti sono stati alleati con l’Arabia Saudita (e con altre monarchie del Golfo), cioè con uno dei peggiori regimi integralisti al mondo, proprio mentre fingevano di combattere il Daesh (Isis) per una rigorosa e vitale crociata di principio. Nel 2016 Bin Nayef, ministro dell’Interno dell’Arabia Saudita, ricevette la Legion d’Onore, il più alto riconoscimento della Repubblica francese, direttamente dalle mani del presidente Francois Hollande. Quel Bin Nayef, in quanto ministro dell’Interno, chiamato direttamente in causa dalle esecuzioni capitali in pubblica piazza nei confronti di dissidenti abituali in Arabia Saudita. Da dove vogliamo cominciare a parlare di credibilità e rispetto dei diritti umani?

Durante la guerra siriana, la coalizione a guida franco-americana ha eseguito sistematicamente raid aerei indiscriminati che hanno falcidiato innumerevoli vite di civili. Il 21 luglio del 2016, per esempio, un raid aereo condotto dall’aviazione statunitense, nei pressi di Manbij, nel nord della Siria, costò la vita ad almeno 100 civili, tra i quali erano 35 bambini.
La coalizione a guida franco-americana ha dimostrato, ancora una volta, un elevato disprezzo nei confronti del diritto internazionale umanitario, che impone la protezione dei civili nei conflitti.

È uno scandalo se la Turchia spara sulle ambulanze, ma non era una scandalo quando gli Stati Uniti, nell’ottobre del 2015, in Afghanistan, bombardavano “accidentalmente” una clinica sostenuta da Medici Senza Frontiere causando 50 morti, tra i quali molti bambini? Nell’ottobre 2016, ad Aleppo, le forze siriane e russe bombardarono quattro ospedali nel giro di 24 ore (fonti MSF). La popolazione civile di Aleppo venne condannata ad una immane mattanza dal cinismo e dell’incapacità di Stati Uniti e Russia di trovare un accordo che evitasse la catastrofe umanitaria. Aleppo è il nome di una tragica ingiustizia che l’Occidente ha tollerato e permesso, e quella del popolo curdo rischia di essere la prossima.

Dopo di che, verso Erdogan cosa volete che esca fuori dalla voce dell’Ue se non un oibò, cattivello cattivone, così non si fa.
Dopo tutto lo stillicidio della lunga e non conclusa guerra di Siria, dopo che l’informazione ci ha incessantemente martellato la narrazione, falsa e incompleta (e falsa perché incompleta) secondo cui l’Occidente era sotto attacco e doveva rispondere e sradicare il cancro dell’Isis, io continuo a ripetere, perché incredibilmente si trova ancora quasi sempre il modo di non dirlo, che l’insensata e costosissima guerra, la prima fase della guerra di Siria (che non ha mai davvero avuto come obiettivo primario quello di sconfiggere il Daesh) durata dal 2011 al 2018, è stata PERSA. Il vincitore è Putin con l’Iran suo alleato. E, difatti, da circa un anno a questa parte Francia, Stati Uniti, Arabia Saudita e gli altri loro alleati sono sistematicamente esclusi da tutti i vertici che dovrebbero decidere del futuro assetto della regione. È quello che succede a chi le guerre le perde. Si tratta di vertici a tre, il terzo ad avervi preso parte con costanza è Erdogan. Il posizionamento della Turchia nel conflitto è stato per altro nulla affatto lineare e coerente. Membro Nato e quindi inizialmente nello schieramento franco-americano, poi passata di fatto nel fronte russo-iraniano a conflitto vicino alla conclusione. Prima della recente ripresa dovuta proprio all’iniziativa turca.

Penso che se l’UE volesse davvero recuperare un briciolo di credibilità dovrebbe fare alcune cose. Tanto per cominciare si dovrebbe raccontare la verità sulla guerra di Siria all’opinione pubblica europea turlupinata senza ritegno per anni da tutta l’informazione mainstream. Si dovrebbe dire qualcosa di più onesto sulle enormi responsabilità nell’interminabile guerra di Siria, combattuta con inutile ostinazione, con esorbitante sforzo propagandistico, con disprezzo del diritto umanitario internazionale e delle vite dei civili, e persa.
Il dramma, il peccato originale, è la mancanza di un’Europa politica; in assenza della quale ciascuna delle potenze europee ha fatto la guerra “contro lo Stato Islamico” perseguendo propri interessi e con diversi livelli di coinvolgimento: la Francia con gli Stati Uniti, Regno Unito, Canada e Australia, in prima linea; Belgio, Danimarca, Paesi Bassi, Germania, Italia, tra gli altri, dietro in posizione via via più defilata o di supporto logistico. Se economicamente l’UE è la Germania, militarmente è la Francia. Le nazioni belligeranti che hanno bombardato direttamente postazioni del Daesh hanno subito, in risposta, attentati terroristici nel cuore delle loro città, in Europa (e non solo), nella logica di quello che è stato un conflitto combattuto su due teatri di guerra, il Medio Oriente e le capitali occidentali. Sia qui che lì, a farne le spese, molti civili.

I giocatori della nazionale turca di calcio che durante l’inno fanno il saluto militare gradito ad Erdogan eseguono un copione del rapporto tra dittatura e sport, un gesto a metà tra la spontanea sottomissione e l’esercizio subito di un autoritarismo intimidatorio. Ciò non toglie che, lo sospetto, parte dell’opinione pubblica “progressista” che oggi si indigna per quel gesto abbia girato la testa dall’altra parte quando lo scriteriato coinvolgimento dell’Occidente nella guerra di Siria ha causato prolungate e atroci sofferenze, o forse lo ha persino sostenuto. Non può credibilmente indignarsi per i curdi, purtroppo, la coscienza europea che non ha mai fatto una piega per una cinica carneficina venduta come difesa dei valori fondativi dell’Occidente.

Pier Paolo Caserta

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La speranza, una rivale della politica. di A. Angeli

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La nascita del nuovo gruppo al Senato Italia Viva e Socialisti pare non abbia suscito molte emozioni nell’opinione pubblica e, se diamo ascolto ai media, anche in quella parte del PD attiva nelle istituzioni: Consiglieri Regionali, Comunali e più diffusamente tra gli iscritti al partito. Ma anche nelle magre file del PSI l’ardita operazione del Sen. Nencini ha aperto qualche problema, determinando polemiche e indotto lo stesso Senatore a spendere tempo in precisazioni e a respingere accuse di intelligenza con Renzi, nella preparazione e messa in atto della scissione dal PD. Le interpretazioni e le domande su cosa abbia spinto Renzi ad anticipare la sua uscita dal PD, a pochi giorni dal voto di fiducia sul Governo Conte II, si sprecano, parimenti si infittiscono nei Talk schow le schermaglie tra gli opinionisti, che si cimentano nella professione di profeti, ognuno dando per vera l’idea che Renzi lascerà cuocere a fuoco lento il governo Conte II, e quindi il PD, per poi assestare un colpo finale con le elezioni anticipate.

In tutto questo bailamme di opinioni sulla ragione della scissione, poche sono le domande su quale programma il neogruppo Renziano ItaliaViva/socialisti fonda la sua strategia, il suo ruolo, il suo futuro politico. Non sarà il Programma del PSI, che fin dal lontano 1993 con Benvenuto, poi dal 94 con Del Turco a cui poi sono seguite le diaspore dei vari movimenti alla ricerca di un ritorno in vita del socialismo: Boselli, Cicchito, i Laburisti di Spini, ancora Benvenuto, per giungere al 2008 con l’affermazione di Nencini a segretario del PSI, non sarà, appunto il programma del PSI,  che in tutti questi anni non può portare a titolo nessuna riforma da identificare come socialista, finendo con le ultime elezioni per raggranellare una percentuale inferiore allo 0,5%, a condizionare le scelte di Italia Viva. Per conoscere quale sarà il programma Renziano/Nenciniano dovremo allora attendere che si concluda la Leopolda, a quel punto il quadro su cui riflettere ed orientare ogni valutazione sarà chiaro e decisivo, sia per Renzi, che per il Governo PD,5S e LEU.

Ma per i socialisti già si pone da subito una questione di non poco conto. La rottura con il cartello con il quale si era presentato alle elezioni politiche del 2018 con un programma specifico, sul quale possiamo anche sorvolare, poiché già c’era in atto una diversa attenzione tra i soci della lista riguardo al neonato governo Conte II. Ma quello che si configura come uno scandaloso affarismo è la consegna del simbolo socialista a Renzi per consentire la costituzione del gruppo e ottenere così i benefici che il regolamento del Senato concede ai gruppi che hanno partecipato al voto elettorale del 4 marzo 2018. Ma ancora più grave e assurdo è dare valore ad un gruppo scissionista, che mette a rischio il governo, quel Governo al quale lo stesso Nencini ha dato il suo voto di fiducia che, come si poteva cogliere nella sua dichiarazione di voto, è una vittoria della democrazia contro la destra estrema di Salvini, che è cacciato all’opposizione, e perché il programma di Conte II corrisponde agli interessi del mondo produttivo e del Paese.

Chi scrive si è dichiarato contrario a questo Governo preferendo il ricorso al voto, anche contro le colombe pacifiste verso i 5stelle e i giustificazionisti del Conte II, favorevoli sostenitori di questa scelta per lasciare Salvini all’opposizione e salvare i conti del paese, soprattutto per impedire l’aumento dell’IVA. C’erano altre strade: il sostegno dall’opposizione ad un Governo tutto 5stelle e LEU, se proprio art.1 voleva sentirsi rappresentato, questa strada avrebbe messo fuori gioco Renzi e l’altro Matteo privato di un probabile fallimento di Conte II; ma è pensabile che anche una buona parte di moderati del PD, assertori e sostenitori della scelta governativa con i 5stelle, se ne sarebbero andati con Renzi o in altri movimenti. Il PD, se avesse percorso questa strada avrebbe sicuramente riacquistato una sua identità di sinistra, e per questo costituire un’attrazione anche per il PSI e, insieme alle altre forze della sinistra, dare corso ad un progetto riformista di sinistra, socialista e alternativo alle politiche capitalistiche, consumistiche, riduttive del benessere sociale, portando nell’Europa una ventata di novità necessaria per affrontare buone politiche di redistribuzione della ricchezza, di rafforzamento del Welfare, del rilancio della ricerca, dell’istruzione e di una politica che combatta decisamente e rapidamente il cambiamento climatico con provvedimenti adeguati e finalizzato ad un modello economico in linea con questo percorso riformista.

È stata persa un’occasione, ma è scemata anche la fiducia sulla lungimiranza dei nostri rappresentanti. A questo punto dobbiamo sperare che il governo Giallo/Rosso del Conte II raggiunga il minimo delle cose che Conte ha lungamente, e stancamente, esposto nella richiesta della fiducia. Ecco, speranza: «L’importante è imparare a sperare. Il lavoro della speranza non è rinunciatario perché di per sé desidera aver successo invece che fallire. Lo sperare, superiore all’aver paura, non è né passivo come questo sentimento né, anzi meno che mai, bloccato nel nulla. L’affetto dello sperare si espande, allarga gli uomini invece di restringerli, non si sazia mai di sapere che cosa internamente li fa tendere a uno scopo e che cosa all’esterno può essere loro alleato. Il lavoro di questo affetto vuole uomini che si gettino attivamente nel nuovo che si va formando e cui essi stessi appartengono» (Ernst Bloch, Il principio Speranza Premessa)

Alberto Angeli

Renzi, socialista o liberale? Né socialista, né liberale! di P. P. Caserta

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Pier Paolo Caserta

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Quando leggo, come ancora mi capita, l’affermazione che Renzi è socialista, oppure liberale, o persino entrambe le cose, mi viene una doppia e tripla orticaria.

Renzi non ha nulla a che vedere con il socialismo e anche definirlo liberale è, a mio parere, una forzatura notevole. Se vogliamo accogliere le parole nel loro uso annacquato, accettando che siano rese del tutto inoffensive, o per meglio dire dannose, allora tutto diventa possibile e si può dire quello che si vuole. Ma nel senso più degno, serio (dico degno e serio, non necessariamente univoco, ché non mancano mai quelli pronti ad agitare l’accusa di purismo citando Nenni a sproposito, sforzandosi molto, da buoni alfieri del renzismo, di fare passare per rigidità settaria la richiesta del minimo dovuto di onestà intellettuale e coerenza) di entrambe quelle parole e delle grandi tradizioni di pensiero che indicano, Renzi non ha nulla a che vedere né con l’una né con l’altra. È estraneo all’una come all’altra.

Anzi, in un senso più proprio e più forte, io sostengo che l’azione del renzismo di governo ha avuto nel Socialismo e nel liberalismo il proprio duplice campo di avversità.
“Pieni poteri”… Quanto al rapporto con il liberalismo, è pur vero che il PD ha, per esempio, promosso e portato a casa una legge sulle unioni civili che, sia pur insufficiente è, si dirà, pur sempre meglio di niente. Ma questo è lo stesso schema ormai da tempo congeniale ai partiti conservatori europei, pronti a patrocinare i diritti civili per sottrarre diritti sociali.

Ma dove Renzi è stato profondamente avverso alla cultura liberale è sul piano politico-istituzionale. Basta dire che, qualora fosse passato il tentativo renziano di deforma costituzionale, magari in combinazione con l’Italicum, forse l’altro Matteo non avrebbe nemmeno avuto bisogno di invocarli molto maldestramente, come ha fatto, quei famosi “pieni poteri”, perché il governo grillo-leghista si sarebbe trovato già all’atto del suo insediamento un potere nella forma più gradita ai due demagoghi giallo-verdi, cioe con un Esecutivo rafforzato in modo abnorme a discapito del Parlamento e una Costituzione modificabile a piacere.

L’altro campo di avversità del renzismo è proprio nel Socialismo. Non diversamente da larga parte dei partiti socialdemocratici europei subalterni alla destra economica, il Pd renziano ha eseguito in Italia le politiche economiche egemoni nell’attuale ciclo neoliberista / ordo-liberale. Mettere Renzi nella storia del Socialismo riflette un grosso equivoco; il Pd renziano è, semplicemente, stato dall’altra parte dello scontro di classe in corso, basta vedere chi siano stati i suoi sponsor e compagni di cordata. L’orizzonte ideologico nel quale il renzismo si inscrive è quello della liquidazione della sinistra, riassorbendola norminalisticamente per depotenziarla di fatto. Quanto al rapporto con il liberalismo, dunque, in perfetta sintonia con la generale tendenza alla contrazione degli spazi della democrazia e alla sua semplificazione (certificata dall’abuso dei social, non diversamente dall’altro Matteo, per riempire di apparenze un vertiginoso nulla, la cinica amministrazione dell’esistente), Renzi ha cercato di alterare l’equilibrio liberale tra i poteri a vantaggio dell’esecutivo. Difficile pensare qualcosa di meno liberale. Per fortuna fallì, ma nell’infragilimento della democrazia liberale ha svolto un ruolo, in quello dell’affossamento della sinistra purtroppo, e complice anche la sinistra, un ruolo anche maggiore. Renzi che ora si atteggia a contrastare il peggio, non è mai stato opposto al peggio. È stato quando complice, quando apripista del peggio.

Pier Paolo Caserta

Salvini arlecchino servitore di due padroni. di A. Castronovi

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De Benedetti e il gruppo Repubblica/Espresso, Calenda e il suo disegno neocentrista, Emma Bonino con il suo ultraeuropeismo, espressioni delle componenti fra le più liberiste del nostro paese, sono contro il governo Conte bis. Domanda: perché?
La Lega Nord è il cuore dell’opposizione politica appaltata a Salvini e alla finta Lega nazionale e al suo finto sovranismo con la coda neofascista di FdI della Meloni. A questi si associa una nuova sinistra sovranista in fieri che accusano questo governo di essere una diretta emanazione di Bruxelles e diretta dalle sue oligarchie. Cioè una parte del capitalismo italiano lo accusa di essere diversamente ma comunque “populista”, cioè sbilanciato a sinistra .La finta Lega di Salvini e una parte della sinistra-sinistra, invece, di essere subalterno all’austerità imposta dal modello ordoliberista europeo. Chi si sbaglia? Qual è la verità?
Io penso che una parte del capitalismo italiano non vuole abbandonare le politiche liberiste di austerità imposte dai trattati europei e teme un cambiamento che è in agenda in Europa per affrontare le difficoltà che incontra il modello di sviluppo tedesco basato sulle esportazioni in conseguenza delle misure protezioniste imposte da Trump e delle politiche dei dazi verso Cina e alle sanzioni imposte a diversi paesi, tra cui la Russia, tutti mercati di sbocco delle merci tedesche. Dall’alto lato il Nordest , che lavora per contoterzi con l’industria tedesca , vede ridursi il numero di commesse tedesche e rischia una seria crisi. E batte cassa a Roma. Vuole più risorse finanziarie dal bilancio dello Stato con l’autonomia differenziata e la flax tax per sostenere una massiccia defiscalizzazione delle suo sistema produttivo per abbattere i costi delle commesse tedesche a loro vantaggio. Spolpare il Paese per sostenere il Nord produttivo, cioè un territorio vassallo del modello ordoliberista tedesco in crisi verso il quale si sposterebbero risorse sottratte al nostro Sud e al resto del nostro Paese . E questo obiettivo viene gabbato come politica sovranista..! L’opposizione della Lega non è antieuropeista e antitedesca ma , al contrario, mira a massimizzare i vantaggi per il Nordest con un atteggiamento sindacale e rivendicativo per avere quel surplus in termini di spesa di bilancio da Bruxelles per finanziare flax tax e autonomia differenziata. Su questo è caduto il governo Conte. Su questo punto si qualifica la sua opposizione gridata al governo Conte bis dietro il finto sovranismo di Salvini, servitore degli interessi conservatori del modello tedesco e del Nordest. Un arlecchino servitore di due padroni.
Un autentico sostenitore della sovranità nazionale e costituzionale non può sostenere neanche da sinistra questo progetto e questa opposizione ad un governo appena nato senza rischiare di fare da zerbino per il conservatorismo leghista che è l’autentica chiave interpretativa della natura della opposizione a questo governo. Sono la Lega e l’opposizione ultraliberista a questa governo i veri nemici della nostra sovranità. Un governo con significativi limiti ma che va incalzato e sostenuto quando serve per forzare i limiti e i vincoli delle politiche di austerità a vantaggio di tutto il paese e non del solo Nordest. È questo un passaggio decisivo per il futuro del nostro paese. Se fallisce questo governo niente ci salverà dal disastro. Non è questo certo il mio ideale di governo ma se vince questa Lega non ci sarà più nulla per cui combattete. Ci aspetta la balcanizzazione dell’Italia. E smettiamola con il vecchio refrain contro i 5S e il PD. La storia cammina , le situazioni cambiano.Lo dico da sovranista costituzionale , da populista di sinistra, da comunista.

Antonio Castronovi

La crisi di agosto: verso la fine dell’anomalia italiana? di A. Benzoni

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Alberto Benzoni

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Nel “qui e ora” dei media italiani, aggravato oltremisura nel prisma distorto dei giornali di destra e dell’immancabile “Repubblica”, il processo che sta portando alla nascita del governo giallorosso è stato dipinto in termini sostanzialmente negativi: accordo tra perdenti, timore antidemocratico per il voto popolare (Giannini dixit), attaccamento alle poltrone, miserie collettive e divisioni personali descritte come una minuzia degna di miglior causa; e così via.

Guardando dall’alto e in prospettiva le cose appaiono invece del tutto diverse; per una serie di ragioni su cui dovremmo, come italiani e come componenti della “sinistra che non c’è”, riflettere tutti.

La mia modestissima opinione è che la crisi di agosto e la sua soluzione abbiano creato tutte, dico tutte, le premesse per una fuoriuscita positiva dall’”anomalia italiana”; o, per meglio dire, dalle tante anomalie negative che caratterizzano il nostro paese.

Stiamo parlando di processi virtuosi che potranno svilupparsi, o pure no: ma che, questi sì, rappresentano una vera svolta rispetto al passato. E che sono stati aperti qui e oggi.

Parliamo dei rapporti tra Italia ed Europa- Di quelli tra populismo-sovranismo di destra e di sinistra. E, infine, di quelli tra le forze politiche italiane.

Cominciamo da Biarritz. E cioè dal fatto che Conte abbia confermato la frattura irrimediabile e definitiva rispetto alla Lega in terra straniera. E con il plauso dell’Europa intera: così da vedere caldeggiata la sua riconferma non solo da Macron e dalla Merkel ma anche da molti esponenti socialdemocratici; oltreché, in Italia, dal Vaticano di Papa Francesco.

Per Salvini (e temo anche per qualche ideologo della sinistra pura e dura) un segno di indegnità. Per il sottoscritto (non sospetto di simpatie per l’Europa che c’è), un’ottima cosa. Perché, alla lunga, la realtà delle cose e le leggi della politica hanno sempre la meglio sull’intossicazione ideologica. Perché, nel caso specifico, “ordoliberismo” e austerità stanno franando sotto i nostri occhi. E perché da ora in poi, statene assolutamente certi, l’Italia giallorossa cesserà di essere un ex criminale sotto sorveglianza; e il Pd non avrà più bisogno di tifare per lo spread. E perché, infine, per il combinato disposto del mutamento politico in Italia e della rivalutazione del keynesismo in Europa, gli appuntamenti annuali con la Commissione cesseranno di essere un processo sul debito e sul deficit e diventeranno un dialogo costruttivo sulle politiche da adottare. Come è giusto che sia.

Ed è sempre a livello internazionale che sarà chiarito quello che avrebbe dovuto essere evidente da tempo e cioè la distanza potenzialmente abissale tra populismo-sovranismo di destra e quello di sinistra. Il primo è nazionalista per scelta; il secondo, internazionalista per necessità. Il primo odia l’Europa e i suoi valori; il secondo lotta per cambiarla. Il primo corre lungo l’asse Trump, Bolton, Johnson, Bolsonaro, Netanyahu (con la benedizione interessata di Putin) il secondo corre invece lungo l’asse tradizionale della politica estera italiana a partire da Mattei e Fanfani per arrivare, via Andreotti e Craxi, sino a Berlusconi. E, per concludere, il primo è autoritario e regressivo e fondato sulla ricerca del nemico; il secondo, democratico e solidale.

Si dirà a questo punto che il Movimento 5 Stelle non appartiene al populismo di sinistra. E invece sì: per le 5 stelle che caratterizzano il suo programma e i suoi obiettivi, per i suoi riferimenti culturali; e per i suoi allineamenti politici a livello europeo. In senso contrario il leaderismo reale, Grillo, o vagamente comico, il capo politico, le risibili chiusure al mondo esterno, l’enfasi giustizialista e infine, il rifiuto della legge di gravità ( né di destra né di sinistra). Difetti per altro propri delle prime fasi di qualsiasi movimento antisistema; e che si sarebbero naturalmente dissolti di fronte al principio di realtà. Difetti, non marchi di infamia. E difetti superabili nel confronto anche polemico con il Pd, confronto obbligato per due formazioni con simile base elettorale.

Averlo ripetutamente rifiutato ha avuto conseguenze funeste. Sia per i due protagonisti, sia per l’Italia: l’unico paese dell’Europa occidentale dove il contrasto potenziale tra ottimati e popolo stava diventando guerra aperta, con inequivoche manifestazioni di razzismo culturale e con conseguenze funeste per la tenuta stessa della collettività nazionale.

In tale contesto l’avere evitato le elezioni, puntando sull’alternativa di un governo politico costituisce oggettivamente un titolo di merito. Oggi l’alternativa in campo non è più tra lettori di “Repubblica” e barbari. Ma tra i fautori della democrazia liberale e i suoi nemici; e in prospettiva tra sinistra e destra.

Non è detto naturalmente che questa battaglia sia vincente. Dipenderà dal programma e dalla sua natura di svolta non solo rispetto al passato prossimo del governo gialloverde ma anche a quella, prolungato, della sinistra di governo negli ultimi decenni.

E dipenderà anche dall’entrata in campo della “sinistra che non c’è” e dalla sua capacità di intervento e di mobilitazione. “Marciare divisi”, certo; ma anche, quando necessario, contrastare uniti l’avversario comune.

Alberto Benzoni

È veramente unita la Lega di Salvini? di M. Zanier

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La crisi di governo innescata da Salvini l’8 agosto con le parole “La maggioranza non c’è più, restituiamo la parola agli elettori” ( Monica Guerzoni, Corriere della Sera on line, 8 agosto 2019) ha di fatto scatenato il disappunto di Luigi Di Maio e del Movimento 5 Stelle e la reazione del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte che ne ha condannato il comportamento nel suo discorso al Senato. Il seguito lo vediamo tutti: la costruzione di un accordo di governo tra il PD prima all’opposizione ed il M5S, fino a poco fa al governo con la Lega, con una maggioranza alternativa in Parlamento senza bisogno di far ricorso al voto.

Secondo molti osservatori, Salvini ha giocato male la sua partita, essendo allora l’elemento più in vista del precedente governo giallo-verde a trazione leghista su moltissimi punti ed avendo di fatto ribaltato il “suo” governo. Aggiungo che il segretario della Lega sta di fatto guidando il suo partito in modo molto individualista, scegliendo troppo spesso da solo per tutti senza consultare gli organi dirigenti ed i suoi collaboratori più stretti. Si obietterà che è la stessa posizione di Bossi delle origini, ma Salvini non è Bossi e la Lega di oggi non è più la Lega Nord, anzi l’attuale segretario ha commesso molti errori da quando nel dicembre del 2013 ha voluto traformare il partito federalista del Nord in una cosa nuova. È quanto afferma oggi Cristiano Puglisi nel Blog de Il Giornale.it, I limiti della Lega. Perché ora il salvinismo deve diventare vero sovranismo”: il salto nel buio agostano non è stata l’unica pecca di un partito, la Lega, che in questi anni non ha, per dirne un’altra, saputo fornire alla proposta sovranista una solida base ideale e culturale e ancora la Lega non ha saputo realizzare una proposta coerente: sui temi etici si è vista la convivenza del rosario e delle invocazioni misticheggianti con i selfie sul cubo dei locali alla moda, in politica economica il ritorno al sociale ha condiviso le stanze col liberismo più spietato mentre, in politica estera, alla cosmetica filo-russa […] ha fatto seguito il solito (a destra) appiattimento assoluto sulle posizioni dei neoconservatori americani. Trasformazione sovranista non riuscita, confusione nei riferimenti etici del segretario, eccessiva spregiudicatezza nei rapporti internazionali della Lega. Chi ha fatto queste osservazioni scrive, ovviamente, su periodici di centro-destra e osserva il fenomeno Salvini con un occhio critico che, secondo me, non va sottovalutato.

Oggi Matteo Salvini si è rifiutato di portare la sua delegazione da Giuseppe Conte e lo stesso ha fatto Giorgia Meloni, entrambe convinti che basti il ricorso alla piazza per crescere elettoralmente e uscire vincitori dalle future elezioni (che ora sembrano allontanarsi). Quali prospettive si aprono al partito di via Bellerio oggi oltre all’iniziativa personale di Salvini, che trova in Fratelli d’Italia i suoi unici veri alleati (dato che Berlusconi ha affermato che l’opposizione al governo Conte sarà repubblicana e al Senato)? Una scalata al potere molto difficile ed un rapporto con alcuni vertici leghisti ormai usurato. Il caso Giorgetti, sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio, parla da solo, se ci si ricorda la sua visita al Colle il 18 luglio all’insaputa di Salvini, per mettere la parola fine al suo possibile incarico di membro italiano della Commissione Ue (si veda “Il grande freddo che divide Salvini e Giorgetti” del 31/07/2018 su www.lettera43.it), giocando una partita di fatto molto diversa da quella del suo segretario. La posizione di Maroni è ancora più evidente: la sua intervista ad Omnibus (la 7) del 26 agosto è culminata nell’affermazione che il calo elettorale della Lega registrato dai sondaggi è attribuibile all’iniziativa di Salvini di aprire la crisi di governo. Segno che sotto la cenere del salvinismo di facciata di Maroni, cova una politica leghista molto differente.

Sia chiaro, il partito di via Bellerio è ancora un partito grosso e con un grande seguito popolare e la vicinanza della Meloni non può farci stare tranquilli, ma se l’accordo di governo PD-M5S andrà a buon fine dando vita al governo Conte 2, le contraddizioni interne a quella formazione potrebbero anche esplodere e potrebbe verificarsi un’ennesima mutazione nella linea e forse anche nella leadership della Lega.

In tutto questo, la sinistra se saprà ricomporsi, i movimenti civici e democratici, i socialisti autentici e i sindacati, potrebbero tentare di dare vita ad un percorso credibile e nuovo per occupare uno spazio politico che né questo governo, né il centro-destra in difficoltà potranno occupare naturalmente. Ripartendo dai problemi dei lavoratori reali, dalle difficoltà di reddito, di salari troppo bassi, di precarietà abitativa ed incertezza della vita che attraversano le nuove generazioni ed i quarantenni di oggi a cui sembra che nessuno in Parlamento sappia o voglia più davvero parlare.

Marco Zanier

 

Non ci indurre in tentazione. di A. Angeli

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Non ci indurre in tentazione, è una invocazione della catechesi modificata in: “Non abbandonarci alla tentazione”, che traslata dal rapporto con il Padre celeste ci porta : “sul terreno del confronto tra la nostra libertà e le insidie del maligno”. Dobbiamo ricorrere a questa invocazione per scongiurare le insidie del maligno, che si cela nelle menti di coloro che sperano  che dal confronto in corso tra il PD e il movimento 5stelle nasca un governo Giallo/rosso. “Vengo a parlare d’affari”, dice il diavolo a Adrian Leverkhun, protagonista del Doctor Faustus ( di Thomas Mann),ovvero:  Renzi suggerisce a Zingaretti di sfidare i 5stelle su Conte a Presidente del Consiglio, mettendo in atto il secondo piano della tattica con la quale aveva aperto già, con il suo intervento al senato e in altre sedi, ad un Governo PD/5Stelle, da cui trarre tutti i vantaggi a sostegno del suo progetto, che non coincide affatto con il PD partito di governo o di opposizione. Insomma, il nostro Adrian Leverkhun, alias Matteo Renzi, chiede tempo per portare a compimento il suo disegno che, satanicamente, si propone diverse variabili, tra le quali non c’è nessuna delle condizioni sulle quali il Segretario del PD si sta esponendo nella trattativa con i pentastellati.

Per questo Zingaretti non avrebbe dovuto cedere alle scaltre prese di posizione del pifferaio di Hamelin, ma valutare invece la sostanziali iniziative che collocano il personaggio Renzi in competizione con il PD: La Leopolda, i Comitati Civici, la Scuola del Ciocco, e da subito respingere ogni ipotesi di incontrare i 5Stelle. Certo, la natura interclassista del PD costituisce un condizionamento pesante, per un segretario che proviene dalle file del PC, proprio per questo motivo, questa doveva essere colta come l’occasione politica per una appropriata redde rationem sul significato di qualificarsi come un’alternativa di sinistra all’esperienza del governo Conte. Incontrare l’Avatar della Casaleggio/Grillo, patologicamente di destra, come ha dimostrato nei 14 mesi di governo sostenendo con non nonchalance le fascistiche iniziative di Salvini, amante del potere ( tre ruoli impegnativi nel Governo Conte ), manipolatore dei temi sociali ( lavoro, esclusione, povertà, giovani, famiglie . immigrazione, e altro ) ai quali si dedicava al solo scopo di disorientare e imbonire il malessere socio politico per distogliere l’attenzione dai veri temi su cui lavorava con Salvini per la  trasformazione del Paese e della nostra democrazia in una plutocrazia, è decisamente una resa.

La segreteria di Zingaretti è messa alla prova di resistenza anche dalla sorprendente disponibilità di ciò che rimane della sinistra-sinistra favorevole a trattare con i 5stelle e possibilista su un accordo di governo, addirittura incline ad accettare il diktat di Di Maio su Conte 2° e magari con gli stessi Ministri universalmente ritenuti incapaci, a cui si associa perfino la grande CGIL, al contrario della CISL, che ha espresso una posizione più guardinga.  Al dunque, al punto in cui è ormai lo stato del confronto, sarà quindi difficile al segretario del PD sottrarsi al confronto, come parimenti non potrà sfuggire alle conseguenze che si determineranno a seconda dei risultati che i 5stelle, cioè Di Maio, si propone di raggiungere seguendo la sua naturale vocazione politica. Mercoledì 28 è vicino.

Qui ci vorrebbe un esorcista per far fuggire il maligno e riportare serenità nelle file del PD, ( e nel paese ) anzi sanità mentale. La crisi di governo è stata una panacea che andava còlta e coltivata con l’astuzia (l’ottimismo della volontà) politica e il pessimismo dell’intelligenza: cogliere la crisi come occasione per recuperare un ruolo strategico alla sinistra e mantenere (alimentare) una dura lotta contro la destra fascistoide della Lega e del movimento 5Stelle, di cui Conte è stato protettore e esecutore durante i 14 mesi di governo in comune con i giallo/verde. Questa esperienza di Governo e la modalità della sua crisi, quale che sia la conclusione che conosceremo tra pochi giorni, è indubitabilmente un campanello d’allarme per la sinistra o di ciò che rimane. Non solo la sinistra che residua non riesce a individuare un ambito su cui ricostruire una identità socialista e mettere insieme idee, esperienze, conoscenze, volontà per attrezzare un progetto minimo da proporre al Paese e al mondo del lavoro, agli esclusi, ma anche al ceto medio e a quella parte della borghesia intellettuale disponibile a lavorare per una società giusta e  libera, ma sembra permanere in uno stato di paralisi assurda, sfidandosi in continuazione su temi divisivi e di limitato orizzonte, favorendo quel fenomeno che spinge gli elettori a sostenere posizioni populiste, antidemocratiche e demagogiche.

Dobbiamo sperare, come forza conoscitiva dei nostri mezzi, della nostra cultura e della nostra storia, perché la speranza, come scrive Aristotele: “è un abitudine virtuosa che in potenza tende al raggiungimento di un bene futuro difficile ma non impossibile da realizzare. In questo comportamento occorre che sia ben definito il bene che si vuole ottenere e il mezzo che rende congruamente possibile conseguirlo: per cui la speranza si riferisce non solo all’oggettivo bene verso cui tende la volontà, ma anche a ciò con cui si ha fiducia di ottenerlo” ( Vita dei filosofi Diogene Laerzio).

Alberto Angeli