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Impresa pubblica, perché. di A. Benzoni

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Alberto Benzoni

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Quando, agli inizi degli anni sessanta stava per passare, tra ferocissime opposizioni, la nazionalizzazione dell’energia elettrica, noi socialisti ci mobilitammo per spiegarne le ragioni.
C’erano quelle proprie di Lombardi e della sinistra socialisti – ideologicamente più forti ma anche meno largamente condivise – secondo la quali la nazionalizzazione era una tappa lungo la via del socialismo. Perché colpivano uno dei centri di potere più forti e più arroganti del capitalismo italiano; perché mettevamo nelle mani dello stato uno strumento funzionale alla programmazione economica; e perché questa stessa programmazione avrebbe, di per sé, alimentato un circuito virtuoso, funzionale all’avanzata del socialismo nel nostro paese.
E c’erano, anche, quelle più terra terra, secondo le quali la presenza di un’impresa pubblica nel settore dell’elettricità avrebbe garantito migliori condizioni di lavoro e stipendi più adeguati ai lavoratori del settore.
In mezzo, la convinzione, largamente diffusa e potenzialmente maggioritaria, secondo la quale la nazionalizzazione avrebbe favorito, non solo lo sviluppo dell’economia italiana ma anche, e soprattutto, la più equa ripartizione dei suoi benefici tra i cittadini italiani: tariffe più basse per i più deboli e per le piccole e medie imprese, possibilità di accesso garantita a tutti.
Era, in certo qual modo, la riproposizione di un dibattito che aveva accompagnato lo sviluppo del riformismo socialista, prima dell’avvento del fascismo. Quando le Camere del lavoro e le leghe erano impegnate, insieme, nella periodica battaglia dei contratti e nel controllo dello stesso mercato del lavoro. E quando le cooperative e le municipalizzate venivano viste non solo come istituzioni che anticipavano la futura società socialista ma anche, e direi soprattutto, perché la loro offerta era qualitativamente migliore e a costi più bassi di quella dei monopolisti privati. Ed è, per inciso, su questo ultimo aspetto che il “liberale costituzionale” Nathan e i suoi collaboratori ultrariformisti, come Montemartini impostano e vincono lo scontro con la destra romana.
Oggi, la discussione sull’impresa pubblica ha mutato completamente segni e contenuti. Ed è totalmente governata dagli “ordoliberisti”, nella versione casareccia del pubblico inefficiente e del privato efficiente. Mentre, a difendere un fortino sempre sotto assedio, non ci sono più né i politici né i cittadini ma soltanto i suoi dipendenti.
Una combinazione che è foriera di pressoché certa sconfitta.
Per evitarla occorre uscire dal fortino e cambiare il soggetto/oggetto dello scontro. In chiaro definire l’impresa pubblica – e, nel contesto di riferimento quella municipalizzata – e il suo ruolo in modo completamente diverso da quello attuale.
Oggi, a definire la natura pubblica di un’azienda è soltanto la natura dell’azionista di controllo. I cui obbiettivi spesso sono in conflitto con quelli della controllata. Per il resto, si tratta di società per azioni in tutto e per tutto comparabili alle società private concorrenti, tanto più in quanto soggetti allo stesso regime concessionario. Il loro obbiettivo primario sarà oggi la riduzione dei costi e il corrispettivo taglio dei servizi. Queste aziende apparterranno così ai loro azionisti, liberi da qualsiasi vincolo politico o di mercato e caratterizzati da una comune visione corporativa e clientelare ma non agli utenti e tanto meno alla collettività.
Occorre allora ripartire. E da basi totalmente diverse. E precisamente dall’idea, comune ai riformisti di un secolo ma anche ai keynesiani e ai fondatori dell’Iri, secondo la quale “scopo dell’impresa pubblica” (e dello stato che la crea) è di fare le cose che i privati non vogliono o non possono fare”.
Stiamo parlando in chiaro di progetti il cui beneficio per la collettività fa premio sulla loro ricaduta economica per l’impresa.
Da questi progetti chiaramente definiti anche in termini di obbiettivi da raggiungere occorrerà dunque partire. Prima, individuando un modello di “azienda speciale” funzionale allo scopo. Poi definendoli con chiarezza davanti ai cittadini; e al termine di un dibattito pubblico. Poi scegliendo, con lo stesso metodo, i responsabili della loro realizzazione, con i percorsi e i tempi necessari e la possibilità di reali verifiche.
Un approccio che ha in sé molti pregi. Perché restituisce all’intervento pubblico la sua ragion d’essere e la sua fisionomia originaria. E al comune una funzione progettuale il cui abbandono è all’origine di tutti i disastri di questi anni. Perché dà a dirigenti e funzionario l’orgoglio necessario per svolgere al meglio il loro compito. E, infine, perché pone su basi nuove e solide il rapporto tra amministratori e amministrati.
Ci si obbietterà che manca il deus-ex machina della volontà politica. Si dà però il caso che da molti anni nessuno l’abbia invocata magari per lamentarne l’assenza. Probabile che questa dimenticanza l’abbia offesa; fino a indurla a disertare il Belpaese. Perché, allora, non proviamo a richiamarla?

Alberto Benzoni

Europa, la lezione delle elezioni spagnole. di P. Borioni

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Il Belgio rimasto, alcuni anni fa, senza governo e soluzioni politiche per lungo tempo poteva sembrare una patologia di una paese complesso, in cui la difficile convivenza fra fiamminghi e valloni spaccava in due tutte le famiglie politiche rendendo incerta ogni coalizione.

Il Belgio è solo l’avanguardia

La realtà, confermata quasi ovunque è che stavamo entrando allora in un’epoca in cui vacillano anche i sistemi partitici e le culture politiche più salde. La Spagna alla quarta elezione di fila senza esito, la Svezia governata in modo del tutto precario, la Germania in cui la Grande coalizione perde il 30% dei voti e quasi scompare da intere zone del paese, il UK in preda alla anarchia post-Brexit, l’Austria che consuma formule politiche in serie, la Francia oscillante fra stabilità maggioritaria e tumulti continui.

I due maggiori fattori sono la grande crisi economica di alcuni anni fa, abbinata alle dottrine economiche consustanziali alla odierna Ue: le società europee un tempo incamminate lungo la strada del rapporto stretto fra eguaglianza e mobilità sociale si stanno trasformando in società gerarchiche in arretramento.

Il “caso” portoghese

La positiva eccezione portoghese, non a caso, deriva dal “rimbalzo” posteriore a un’epoca di feroce austerità, che il governo socialista sostenuto dalla sinistra ha invertito, ricominciando (prudentemente) a redistribuire verso categorie collocate in basso. Ma è improbabile che a Costa sarà consentita la fase successiva: addurre la propria esperienza come la definitiva confutazione dei dogmi ordoliberali europei.

I socialdemocratici danesi

Anche in Danimarca sono i socialdemocratici a consentire un governo relativamente stabile, ma anche qui (pur in un quadro economicamente più che sano!) ciò è frutto di una strategia determinata a cambiare per esempio le politiche pensionistiche restrittive, la sperequazione fra comuni ricchi e poveri. Ma assieme a ciò per riconquistare i ceti operai persi verso il nazional-populismo il sindacato danese tiene duro contro un padronato che vuole risolvere ogni problema di mercato del lavoro importando nuova manodopera a basso costo, e la socialdemocrazia è pronta a cambiare gli aspetti più disumani e propagandistici della politica migratoria della destra, ma mantenendo regole restrittive. Il fine principe è “integrare i danesi di retroterra non occidentale” già presenti, non aprire a nuovi rifugiati o immigrati.

Se arretrano diritti e welfare

In Spagna il Psoe conferma che i socialisti hanno difficoltà evidenti, ma non sono più in crisi di altri. Perdono tre seggi, ma ne ottengono 120, il Partido Popular, pur avanzando di 11 seggi rimane distante a 87, aggiudicandosi molto meno di quanto perde l’altra destra (evanescente e nuovista) di Ciudadanos, che crolla da 40 a 10 seggi. Anche chi riteneva di essere la grande novità dominante, Podemos, perde ben 7 seggi (da a 42 a 35), il che solo in parte si spiega con la scissione dell’efebico, eloquente e fumosamente postmateriale Errejon, che con il suo Mas Paìs ottiene solo 3 seggi.

Avanza la destra di Vox

Ma la vera bomba spagnola è quella di Vox, un nazionalpopulismo che ben poco si differenzia da un fascismo franchista che dista solo 40 anni, dopo essere durato altri 40. Vox esplode: da 24 a 52 seggi, ma l’elemento centrale è l’intensità dell’accelerazione di un partito che a quanto leggiamo (da non esperti di cose iberiche) solo due anni fa non era presente in alcuna istituzione elettiva. Ciò eguaglia e forse sopravanza la prestazione che pareva imbattibile dell’estrema destra svedese (Sverigedemokraterna): assente dal parlamento tre legislature fa, oggi totalizza il 17%, nei sondaggi è seconda ad un punto dai socialdemocratici, e spacca la vecchia alleanza fra partiti liberal-conservatori borghesi che aveva governato fra 2006 e 2014.

Se arretrano diritti e welfare

Si obbietterà che in Spagna è la questione Catalana a rendere tutto più anomalo, ma il quadro generale sembra affermare ben di più. Senza contare che anche la Catalogna (così come il regionalismo differenziato Lombardo-Veneto) è dentro un contesto che, spaccando le società nazionali, provoca reazioni identitarie di vario tipo: le regioni più avanzate disdicono la solidarietà con quelle meno performanti, cercando così di rimanere nelle catene produttive europee del valore ai costi sempre più bassi che queste impongono.

Allo stesso modo le classi medie e operaie in difficoltà, a cui da decenni si è scolpito in testa che welfare, diritti e salari possono e devono solo arretrare, cercano almeno di escluderne “i nuovi” per non dividere con troppi ciò che hanno visto sempre più scarseggiare.

Il purgatorio della Lega

Sono questi gli elementi comuni di anomia, di incertezza, di imprevedibilità. Elementi crescenti. Ricordiamo che la nostra Lega ci ha messo 30 anni per raggiungere i livelli attuali. Nonostante Tangentopoli e, dal 1994, la scomparsa unica di un’intero sistema politico, essa ha dovuto attendere il disfarsi di una destra berlusconiana che, a vederla oggi, era qualcosa di diverso.

Si apriva ad elementi populistici (la personalità di Berlusconi, alcuni toni anti-meridionali della Lega nella fase di Bossi) ma al contempo accoglieva la “ex destra” di Fini in cammino sincero verso la normalizzazione, e si muniva largamente di una classe dirigente della “prima repubblica” tutt’altro che populista (Casini, Sacconi, Cicchitto, Pisanu) in comunicazione soprattutto con l’elettorato ancora schiettamente moderato, rimasto orfano del “pentapartito”.

L’accelerazione della Spagna

Oggi invece avanza ovunque una nuova destra che cavalca libera (è lei ad assorbire gli ex-moderati, non viceversa), e può farlo sia con nuovi partiti, sia conquistando quelli pluricentenari (i Tories britannici, i repubblicani in Usa).
A confronto con tutto ciò pare quindi che la
Spagna confermi una accelerazione inquietante verso qualcosa di più nudamente e schiettamente nazional-populista, di cui il nostro paese è parte.

Un fenomeno con differenziazioni e particolarità nazionali, regionali e locali, ma troppo esteso per essere risolto con gli aforismi autorazzisti alla Flaiano o alla Eco (il fascismo carattere nazionale, il “fascismo eterno”), con gli stereotipi antropologici (il welfare nordico generoso solo con chi è biondo e luterano) o con le nuove caricature sulla perfida Albione (gli inglesi posseduti da un destino imperiale extraeuropeo).

Rispetto per i patti costituzionali antifascisti

Occorre essere umili, tornare alla storia e vedere quali politiche e quali culture politiche rafforzano la democrazia, e quali le sono nocive. Tutto, come è ovvio, va adattato a tempi diversi, senza idoli e idealizzazioni. Ma sapendo che i mantra “da terza via” non risolvono: nessuna integrazione internazionale, europea o globale, regge se gerarchizza sistematicamente anziché includere programmaticamente, se non si riequilibra lasciando spazio alle democrazie nazionali. E se non rispetta i patti costituzionali antifascisti che esse si sono date all’epoca in cui la democrazia davvero avanzava.

Paolo Borioni

Articolo tratto dal sito Strisciarossa: http://www.strisciarossa.it/europa-la-lezione-delle-elezioni-spagnole/?fbclid=IwAR1cZZG7V1W9N1YLZEbiKe8lZwD2mAIPzgQJZZ_DzTzjWnJz5OY-mXCB0Pw

L’egoismo, la peste della società! di A. Angeli.

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Sono tempi di un egoismo collettivo, ovvero, l’egoismo si è impossessato del mondo: ” Dopo che l’eroismo è sparito dal mondo, e invece v’è entrato l’universale egoismo, amicizia vera e capace di far sacrificare l’uno amico all’altro, in persone che ancora abbiano interessi e desideri, è ben difficilissimo”. A descrivere «lo stato presente del mondo» in questi termini è Giacomo Leopardi il 17 febbraio 1821 ( Zibaldone ). Sembra scritta oggi, eppure sono trascorsi quasi due secoli. Il termine egoismo fa la sua comparsa nella lingua italiana nel 1801 e Leopardi è tra i primi ad utilizzarlo nelle sue acute analisi della società italiana dell’epoca.  Leopardi riteneva che l’egoismo fosse la caratteristica fondante della società del suo tempo, e fosse inseparabile dall’uomo, cioè dall’amor proprio, mal diretto, male impiegato, sempre alla ricerca di propri vantaggi, rifiutando così di dare la preferenza a quei sentimenti che derivano dai sacrifici, dalla virtù, dall’onore e dall’amicizia. Possiamo allora dire che oggi l’egoismo è giunto al colmo, per intensità e universalità; un’intensità così estrema e palpabile che non può più essere ignorato, e in quanto tutti sono animati dallo stesso sentimento, esso vive in ogni azione della società, dando corpo al quel processo di   collettivizzazione delle singolarità egoistiche, tanto da snaturare i comportamenti sociali e politici.

Mentre il poeta conosceva questo sentimento e ne analizzava la natura, noi, come ci comportiamo, come lo contrastiamo? Anche se la vera domanda dovrebbe essere: se intendiamo contrastarlo. Se tale domanda fosse diretta ad ogni singolo, sicuramente nessuno risponderebbe negativamente, salvo a far dipendere, subordinare l’adesione del singolo dalla condizione che anche gli altri attori, universalmente, si dichiarino disponibili a riconoscere e a praticare forme di solidarietà umana come negazione dell’egoismo. Secondo il dizionario l’egoismo:” amore eccessivo ed esclusivo di sé stesso o valutazione  esagerata delle proprie prerogative, che porta alla ricerca permanente del proprio vantaggio, alla subordinazione delle altrui esigenze alle proprie e alla esclusione del prossimo dal godimento dei beni posseduti”. In Kant l’egoismo è presentato seguendo una disamina tra: Egoismo logico, per il quale l’individuo non sottopone il proprio pensiero al giudizio altrui poiché lo considera superfluo; l’egoismo morale, per  il quale l’individuo agisce esclusivamente per un proprio vantaggio ed esclude quindi qualsiasi possibilità per il prossimo di ledere tale vantaggio; e l’egoismo estetico, per il quale il bello coincide esclusivamente con il proprio pensiero. Mentre Nietzsche definisce invece egoismo cosciente l’agire sempre per un proprio fine personale. Seguendo questo pensiero l’altruismo perde ogni valore per assumere un’apparenza di falsità, in quanto l’uomo può agire in favore del prossimo soltanto finché questo non diventi lesivo nei suoi confronti. In un’ottica del tutto diversa, Comte considera l’altruismo come il vivere per gli altri che porta al benessere sia sociale che individuale.

In Max Stirner, l’egoismo si mostra con l’impronta utilitarista di Bentham, che si propone però la distruzione della società e non la sua ricostruzione. “ L’unico e la sua proprietà”, pubblicato nel 1845, si presenta come un testo filosofico sull’individualismo, in cui è data questa descrizione dell’egoismo: “Se voi sapete procacciarvi un godimento, esso diviene un vostro diritto; se lo desiderate solamente senza osare appagarlo, esso resterà sempre uno dei diritti acquisiti di coloro che sono privilegiati a fruirne. Esso è il loro diritto, come diventerebbe il vostro se sapeste appagarlo. […] Chi ha la forza, ha il diritto: se non avete quella, non avrete neppure questo”. L’egoismo etico stirneriano è più assimilabile ad un individualismo caratterizzato dall’amore per sé stessi, non dalla volontà di danneggiare altri. Stirner è stato ritenuto da alcuni, per le sue provocatorie e paradossali prese di posizione, un asociale-solipsista, che esalta la figura dell’individuo in lotta contro tutto e tutti.  Egli era un partecipe della sinistra Hegeliana e ben conosciuto da Engels, che ne aveva addirittura disegnato un ritratto e alcune caricature. L’egoismo Stirneriano s’intreccia con la confutazione data da Marx nei Manoscritti e nell’Ideologia Tedesca. Per  Marx il fatto che le condizioni determinino la coscienza é dimostrato dalla corrispondenza del modo di produzione della vita materiale con le illusioni che gli uomini si fanno sulla propria vita. Le idee individuali si uniformano al contesto sociale, da cui risulta che la realtà é malamente velata dalle fantasie che vengono prodotte da determinate condizioni di esistenza. Il comportamento dell’uomo é allora comprensibile in quanto é il comportamento dell’uomo in quanto specie, dell’uomo quale “essere sociale”. L’uomo non si manifesta nel suo pensiero, ma nella sua produzione materiale: il lavoro alienato é la base che fa dell’ uomo “un mezzo della sua esistenza individuale”, “un essere a lui stesso estraneo”. La divisione del lavoro é, quindi, l’origine dell’alienazione.

Anche per Montale l’egoismo “è un male di vivere “, che riguarda l’uomo; mentre per il filosofo L. Walker l’egoismo è “la teoria della volontà in quanto reazione dell’ego a un determinato movente”, cioè reagisce agli eventi scegliendo ad libitum un motivo, per cui la sua azione o reazione è sempre consapevolmente volontaria. Infatti Walker evidenzia che: “Se il mio gesto nasce dalla mia percezione di ciò che per me ha valore e serve al mio onore e alla mia dignità, se è filtrato della mia coscienza o subcoscienza, e se è per me concime e fioritura e frutto del mio sentimento, del mio intelletto e della mia volontà, allora esso è Egoistico”. Per questo filosofo il  buon senso e la razionalità sono concetti  che non scalfiscono l’inossidabile valore precipuo della sua tesi: “La richiesta di Altruismo”, spiega chiaramente Wlaker, “e la celebrazione della dottrina della dedizioni agli altri, tesa ad inculcare l’abitudine della rinuncia a sé, è perniciosa ed è addebitabile a un’osservazione e a un ragionamento lacunosi”. Insomma, per questo filosofo, la dedizione agli altri, quella particolare azione definita altruismo, è perniciosa e amorale, poiché tutto ciò che non è diretto alla soddisfazione dell’ego non può che classificarsi come un pura follia, una degenerazione altruistica che sacrifica il sé per un ideale.

Dove c’è l’egoismo non c’è vita”, ancora “ se vivo per me stesso sto seminando morte”, in queste parole di Papa Francesco si esplicita un richiamo  all’umanesimo, alla sensibilità dell’uomo:“ Anacora:“La rivalità e la vanagloria” distruggono le fondamenta delle comunità, seminando divisioni e conflitti ( Angelus del 10 novembre 2019 )

Qui sono ovviamente riportati solo alcuni esempi indicativi di una caratteristica sociale inerente al tema dell’egoismo, che in filosofia è definito come solipsismo, ma nella pratica politica possiamo ben inquadrare tale immagine nella preminente figura dell’individualismo. Allora, alla domanda: l’egoismo si è impossessato del mondo ? possiamo rispondere si, è possibile combatterlo, si, decisamente, ma con quali armi? La sola arma della quale l’uomo può disporre è la solidarietà, la resilienza e la lotta contro le diseguaglianze, l’accoglienza e l’inclusione dei più deboli, la pace e la giustizia. Sicuramente non sono percorsi facili, ma varrebbe la pena almeno provare.

.Alberto Angeli

Il politicamente corretto: che cos’è, a cosa serve e perché piace tanto alla sinistra italiana. di A. Benzoni

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Alberto Benzoni

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Alle origini del politicamente corretto, la necessità di porre dei limiti al linguaggio pubblico; negli stati caratterizzati da forti tensioni di carattere politico, etnico o religioso. Così nel Maryland del seicento, ricettacolo di tutte le minoranze religiose, sarà severamente proibita la polemica reciproca, con annesso uso di epiteti; così la Turchia di Ataturk e dei suoi successori considererà reato “l’insulto alla turchicità”; così la Jugoslavia di Tito interverrà, più o meno pesantemente, ogni qualvolta venga messa in discussione la versione ufficiale di una resistenza caratterizzata dall’”unità e fraternità”tra le sue varie etnie; così, infine, nel Ruanda postgenocidio, non esisteranno più i tutsi e gli hutu perché saranno tutti ruandesi. E potremmo continuare.

Qui non siamo al politicamente corretto, ma al politicamente necessario. Non si vuole favorire le magnifiche sorti e progressive dell’umanità; ma evitare che i suoi peggiori istinti la trascinino nel baratro.

Questo per dire che il governo del linguaggio, prima nell’anglosfera e poi nell’Europa occidentale, si colloca in una prospettiva diversa, se non opposta. Qui una società sicura di se stessa e del suo futuro – ha dietro di sé il “welfare state” e poi la vittoria definitiva sul comunismo e, per la proprietà transitiva sul socialismo – può finalmente dedicare le sue energie a soccorrere i deboli e i diversi. Prima cambiandone il nome (negri/neri, handicappati/diversamente abili, uomo, donna/persone, omosessuali, lesbiche/gay e via discorrendo) e, di riflesso, mutandone le sorti.

In tutto questo, pensiero unico e politicamente corretto si fondono in una cosa sola. Del primo la sicurezza di rappresentare la via giusta per affrontare e risolvere i problemi del mondo; al punto dal negare che ce ne possano essere altre e lo stesso principio di realtà. Del secondo, la falsa coscienza, la sensibilità e il senso di colpa, quello che si può manifestare senza fatica e senza rischio perché i problemi di sistema sono già stati risolti per il meglio.

Se poi il popolo reagisce, magari in modo materiale e cioè, all’occorrenza, scorretto, materiale e volgare, tanto peggio per lui: l’ignoranza, il disprezzo, che dico l’ostilità pregiudiziale verso l’”altro da sé” sono parte integrante sia del pensiero unico che del politicamente corretto.

Resta ora da capire perché la sinistra italiana, che sia collocata nell’area del governo in un altrove vago e indefinito, si collochi pressoché interamente all’interno del politicamente corretto.

La risposta è drastica perché è semplice. Ci si crogiola nel politicamente corretto perché si è rinunciato a contestare il pensiero unico: per scelta nel caso del Pd; per consapevole impotenza politica e intellettuale nel nostro.

Per capirci meglio, alcuni esempi concreti. E che ci riguardano in prima persona.

Noi “manifestiamo” continuamente (praticamente non facciamo altro). Ma ciò che accomuna le nostre manifestazioni è, in generale, il senso della rinuncia e del limite.

Siamo accanto ai migranti: ma nel lasso di tempo che separa il loro salvataggio in mare dal loro sbarco in un porto sicuro. Siamo per l’accoglienza sino a correre il rischio di apparire come quelli che vogliono fare sbarcare tutti. Ma perché accettiamo – o subiamo – il fatto che le “condizioni politiche” che viviamo non consentono di fare alcun passo avanti né in materia di integrazione né nei rapporti con i paesi del terzo mondo.

Consideriamo i migranti come vittime e non come persone: il che ci permette di compiangerli da debita distanza e ci esime dal lottare in nome dei loro diretti e dei loro doveri.

Manifestiamo per i curdi, perché ciò rappresenta la quintessenza del politicamente corretto e perché sono o appaiono così simili a noi; ma non per pace o per i diritti umani del popolo siriano perché lì troveremo la strada completamente sbarrata.

Sfiliamo contro la mafia sotto lo sguardo partecipe dei politici e dei media; ma sappiamo – o dovremmo sapere – che ciò non aiuta in nulla la lotta contro le organizzazioni criminali: al punto che la ndrangheta lombarda poteva tenere le sue riunioni nella sede dell’associazione “Falcone e Borsellino”.

Ci battiamo per l’utero in affitto in nome della libertà della donna e per il “me too”, e contro il femminicidio in nome della lotta al maschilismo dominatore, sapendo di avere al nostro fianco il politicamente corretto di ogni ordine e grado. Ma non facciamo nulla per rimediare alle sopraffazione dei potere e alle frustrazioni delle sue vittime in nome della dignità inalienabile dell’essere umano; perché che si tratta di un disegno irto di ostacoli.

Ci facciamo fotografare sulle navi; ma non frequentiamo i luoghi dello sfruttamento quotidiano.

Ci battiamo per i diritti di pochi. Ma non per i diritti di tutti.

Ciò potrà soddisfare il nostro sentimento di superiorità morale. Difendere i pochi in pochi può essere considerato il massimo della vita. Ma non giova assolutamente alle cause che difendiamo. Insomma, essere politicamente corretti può essere gratificante; ma perdere automaticamente lo scontro con coloro che cavalcano il politicamente scorretto è, oggettivamente, un disastro.

Alberto Benzoni

Due parole su “Il Riformista”. di M. Zanier

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Marco Foto

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Ho comprato oggi dopo diversi anni il quotidiano diretto da Piero Sansonetti che acquistavo alcuni anni fa. Il taglio l’ho trovato abbastanza simile al passato ma un po’ cambiato, dato che una volta era schierato con una certa sinistra riformista non allineata e interessato ad alcune battaglie socialiste.

Come in passato ho trovato interessante e condivisibile l’approfondimento su una questione di merito della storia del Novecento che la Commissione Segre ha portato all’attenzione di tutti noi: la condanna senza se e senza ma dell’antisemitismo, del razzismo e delle discriminazioni razziali. Bella la nota sul Segretario di Stato Vaticano Piero Parolin che è molto preoccupato, come la Comunità ebraica, dell’astensione del centrodestra sulla votazione della Commissione in Parlamento. Interessante l’approfondimento sul caso Mara Carfagna che dall’interno di Forza Italia ha criticato la scelta del suo partito, da sempre su posizioni filoebraiche e filoisraeliane. 

Soprattutto però mi ha colpito negativamente l’alzata di scudi contro Il Fatto Quotidiano e Travaglio su una questione delicata come la riforma del 41bis (l’ergastolo ostativo) da parte della Consulta che, in base a quanto deciso dalla Corte di Strasburgo ha deciso di ammorbidire la norma introdotta in Italia dopo l’assassinio dei giudici Falcone e Borsellino per i mafiosi ed i terroristi che non danno segni di pentimento in carcere e che non intendono avviare un percorso rieducativo. Su questa morbidezza della Consulta che secondo alcuni pm in prima fila nella lotta alle mafie, come Nicola Gratteri e Nino Di Matteo, rischia di far avere permessi premio a pericolosi capimafia in carcere ed a convincerli a non collaborare mai con lo Stato e la giustizia, tornando invece nel giro di pochi anni da capi dormienti a capi effettivi di cosa nostra, il giornale di Travaglio sta portando avanti secondo me una battaglia giusta in quanto sta raccogliendo delle firme (oltre 35.000 ad oggi) per cercare di modificare quella decisione, intervenendo, possibilmente con una nuova legge.

Strana invece la posizione del Riformista che se la prende col Fatto in nome dello Stato di diritto, della Costituzione, contro una concezione di una società sostanzialmente autoritaria, governata dalla magistratura con il metodo della repressione e dell’abolizione delle garanzie. Non ho parole per commentare. Il 41 bis è un regime detentivo adottato in Italia solo in pochissimi casi giustificati da dei crimini efferati compiuti da individui che non intendono cambiare idea, anzi cercano di comandare ancora da dietro le sbarre, come è stato per Totò Riina. Non è certo riservato ad altre tipologie di cittadini comuni.

Bello invece lo speciale sulla spaccatura tra Nord e Sud Italia, un paginone in cui vengono analizzate le politiche fiscali ed industriali del Bel Paese a partire dagli anni ’70. Molti dati molti spunti di riflessione e molte critiche all’autonomia differenziata di marca leghista in nome di un ritorno al decisionismo sovraregionale centralizzato.

Da notare la critica serrata da destra al fragile Movimento 5 Stelle, ora in difficoltà da molti punti di vista, firmata da Fabrizio Cicchitto (nella vecchia veste editoriale del quotidiano forse non ci sarebbe stata), che da molti anni non può certo essere considerato più un esponente della sinistra socialista. Interessante invece la pagina del Direttore sull’“Impeachment” a Trump.

Marco Zanier

Perché l’UE non riesce a condannare credibilmente Erdogan. di P. P. Caserta

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Pier Paolo Caserta

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L’UE ha, semplicemente, un enorme problema di credibilità. Se non riesce a fare la voce grossa contro la Turchia è perché in Siria, per sette lunghi anni, e per altro non solo in Siria, le potenze europee (in mancanza di una Europa politica continuo a parlare di potenze) hanno fatto sotto insegne democratiche, o lasciato che si facesse, molto di non dissimile da quello che sta ora facendo il dittatore Erdogan. Non ci vuole molto a capirlo. Basterebbe leggere le principali linee geopolitiche della guerra di Siria dissipando la propaganda neoilluminista dei sacri valori dell’Occidente sotto attacco che ci è stata propinata per anni. Valori talmente saldi, infatti, da allearsi con l’Arabia saudita, alleato strategico nella regione degli Stati Uniti prima e della Francia poi e partner commerciale privilegiato per non pochi altri Paesi europei. La natura di tali traffici dovrebbe, per altro, essere nota, solo per chiudere rapidamente il cerchio di una narrazione che fa acqua da tutte le parti.

Nella guerra di Siria, tanto per cominciare, Francia e Stati Uniti sono stati alleati con l’Arabia Saudita (e con altre monarchie del Golfo), cioè con uno dei peggiori regimi integralisti al mondo, proprio mentre fingevano di combattere il Daesh (Isis) per una rigorosa e vitale crociata di principio. Nel 2016 Bin Nayef, ministro dell’Interno dell’Arabia Saudita, ricevette la Legion d’Onore, il più alto riconoscimento della Repubblica francese, direttamente dalle mani del presidente Francois Hollande. Quel Bin Nayef, in quanto ministro dell’Interno, chiamato direttamente in causa dalle esecuzioni capitali in pubblica piazza nei confronti di dissidenti abituali in Arabia Saudita. Da dove vogliamo cominciare a parlare di credibilità e rispetto dei diritti umani?

Durante la guerra siriana, la coalizione a guida franco-americana ha eseguito sistematicamente raid aerei indiscriminati che hanno falcidiato innumerevoli vite di civili. Il 21 luglio del 2016, per esempio, un raid aereo condotto dall’aviazione statunitense, nei pressi di Manbij, nel nord della Siria, costò la vita ad almeno 100 civili, tra i quali erano 35 bambini.
La coalizione a guida franco-americana ha dimostrato, ancora una volta, un elevato disprezzo nei confronti del diritto internazionale umanitario, che impone la protezione dei civili nei conflitti.

È uno scandalo se la Turchia spara sulle ambulanze, ma non era una scandalo quando gli Stati Uniti, nell’ottobre del 2015, in Afghanistan, bombardavano “accidentalmente” una clinica sostenuta da Medici Senza Frontiere causando 50 morti, tra i quali molti bambini? Nell’ottobre 2016, ad Aleppo, le forze siriane e russe bombardarono quattro ospedali nel giro di 24 ore (fonti MSF). La popolazione civile di Aleppo venne condannata ad una immane mattanza dal cinismo e dell’incapacità di Stati Uniti e Russia di trovare un accordo che evitasse la catastrofe umanitaria. Aleppo è il nome di una tragica ingiustizia che l’Occidente ha tollerato e permesso, e quella del popolo curdo rischia di essere la prossima.

Dopo di che, verso Erdogan cosa volete che esca fuori dalla voce dell’Ue se non un oibò, cattivello cattivone, così non si fa.
Dopo tutto lo stillicidio della lunga e non conclusa guerra di Siria, dopo che l’informazione ci ha incessantemente martellato la narrazione, falsa e incompleta (e falsa perché incompleta) secondo cui l’Occidente era sotto attacco e doveva rispondere e sradicare il cancro dell’Isis, io continuo a ripetere, perché incredibilmente si trova ancora quasi sempre il modo di non dirlo, che l’insensata e costosissima guerra, la prima fase della guerra di Siria (che non ha mai davvero avuto come obiettivo primario quello di sconfiggere il Daesh) durata dal 2011 al 2018, è stata PERSA. Il vincitore è Putin con l’Iran suo alleato. E, difatti, da circa un anno a questa parte Francia, Stati Uniti, Arabia Saudita e gli altri loro alleati sono sistematicamente esclusi da tutti i vertici che dovrebbero decidere del futuro assetto della regione. È quello che succede a chi le guerre le perde. Si tratta di vertici a tre, il terzo ad avervi preso parte con costanza è Erdogan. Il posizionamento della Turchia nel conflitto è stato per altro nulla affatto lineare e coerente. Membro Nato e quindi inizialmente nello schieramento franco-americano, poi passata di fatto nel fronte russo-iraniano a conflitto vicino alla conclusione. Prima della recente ripresa dovuta proprio all’iniziativa turca.

Penso che se l’UE volesse davvero recuperare un briciolo di credibilità dovrebbe fare alcune cose. Tanto per cominciare si dovrebbe raccontare la verità sulla guerra di Siria all’opinione pubblica europea turlupinata senza ritegno per anni da tutta l’informazione mainstream. Si dovrebbe dire qualcosa di più onesto sulle enormi responsabilità nell’interminabile guerra di Siria, combattuta con inutile ostinazione, con esorbitante sforzo propagandistico, con disprezzo del diritto umanitario internazionale e delle vite dei civili, e persa.
Il dramma, il peccato originale, è la mancanza di un’Europa politica; in assenza della quale ciascuna delle potenze europee ha fatto la guerra “contro lo Stato Islamico” perseguendo propri interessi e con diversi livelli di coinvolgimento: la Francia con gli Stati Uniti, Regno Unito, Canada e Australia, in prima linea; Belgio, Danimarca, Paesi Bassi, Germania, Italia, tra gli altri, dietro in posizione via via più defilata o di supporto logistico. Se economicamente l’UE è la Germania, militarmente è la Francia. Le nazioni belligeranti che hanno bombardato direttamente postazioni del Daesh hanno subito, in risposta, attentati terroristici nel cuore delle loro città, in Europa (e non solo), nella logica di quello che è stato un conflitto combattuto su due teatri di guerra, il Medio Oriente e le capitali occidentali. Sia qui che lì, a farne le spese, molti civili.

I giocatori della nazionale turca di calcio che durante l’inno fanno il saluto militare gradito ad Erdogan eseguono un copione del rapporto tra dittatura e sport, un gesto a metà tra la spontanea sottomissione e l’esercizio subito di un autoritarismo intimidatorio. Ciò non toglie che, lo sospetto, parte dell’opinione pubblica “progressista” che oggi si indigna per quel gesto abbia girato la testa dall’altra parte quando lo scriteriato coinvolgimento dell’Occidente nella guerra di Siria ha causato prolungate e atroci sofferenze, o forse lo ha persino sostenuto. Non può credibilmente indignarsi per i curdi, purtroppo, la coscienza europea che non ha mai fatto una piega per una cinica carneficina venduta come difesa dei valori fondativi dell’Occidente.

Pier Paolo Caserta

La speranza, una rivale della politica. di A. Angeli

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Alberto Angeli 2

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La nascita del nuovo gruppo al Senato Italia Viva e Socialisti pare non abbia suscito molte emozioni nell’opinione pubblica e, se diamo ascolto ai media, anche in quella parte del PD attiva nelle istituzioni: Consiglieri Regionali, Comunali e più diffusamente tra gli iscritti al partito. Ma anche nelle magre file del PSI l’ardita operazione del Sen. Nencini ha aperto qualche problema, determinando polemiche e indotto lo stesso Senatore a spendere tempo in precisazioni e a respingere accuse di intelligenza con Renzi, nella preparazione e messa in atto della scissione dal PD. Le interpretazioni e le domande su cosa abbia spinto Renzi ad anticipare la sua uscita dal PD, a pochi giorni dal voto di fiducia sul Governo Conte II, si sprecano, parimenti si infittiscono nei Talk schow le schermaglie tra gli opinionisti, che si cimentano nella professione di profeti, ognuno dando per vera l’idea che Renzi lascerà cuocere a fuoco lento il governo Conte II, e quindi il PD, per poi assestare un colpo finale con le elezioni anticipate.

In tutto questo bailamme di opinioni sulla ragione della scissione, poche sono le domande su quale programma il neogruppo Renziano ItaliaViva/socialisti fonda la sua strategia, il suo ruolo, il suo futuro politico. Non sarà il Programma del PSI, che fin dal lontano 1993 con Benvenuto, poi dal 94 con Del Turco a cui poi sono seguite le diaspore dei vari movimenti alla ricerca di un ritorno in vita del socialismo: Boselli, Cicchito, i Laburisti di Spini, ancora Benvenuto, per giungere al 2008 con l’affermazione di Nencini a segretario del PSI, non sarà, appunto il programma del PSI,  che in tutti questi anni non può portare a titolo nessuna riforma da identificare come socialista, finendo con le ultime elezioni per raggranellare una percentuale inferiore allo 0,5%, a condizionare le scelte di Italia Viva. Per conoscere quale sarà il programma Renziano/Nenciniano dovremo allora attendere che si concluda la Leopolda, a quel punto il quadro su cui riflettere ed orientare ogni valutazione sarà chiaro e decisivo, sia per Renzi, che per il Governo PD,5S e LEU.

Ma per i socialisti già si pone da subito una questione di non poco conto. La rottura con il cartello con il quale si era presentato alle elezioni politiche del 2018 con un programma specifico, sul quale possiamo anche sorvolare, poiché già c’era in atto una diversa attenzione tra i soci della lista riguardo al neonato governo Conte II. Ma quello che si configura come uno scandaloso affarismo è la consegna del simbolo socialista a Renzi per consentire la costituzione del gruppo e ottenere così i benefici che il regolamento del Senato concede ai gruppi che hanno partecipato al voto elettorale del 4 marzo 2018. Ma ancora più grave e assurdo è dare valore ad un gruppo scissionista, che mette a rischio il governo, quel Governo al quale lo stesso Nencini ha dato il suo voto di fiducia che, come si poteva cogliere nella sua dichiarazione di voto, è una vittoria della democrazia contro la destra estrema di Salvini, che è cacciato all’opposizione, e perché il programma di Conte II corrisponde agli interessi del mondo produttivo e del Paese.

Chi scrive si è dichiarato contrario a questo Governo preferendo il ricorso al voto, anche contro le colombe pacifiste verso i 5stelle e i giustificazionisti del Conte II, favorevoli sostenitori di questa scelta per lasciare Salvini all’opposizione e salvare i conti del paese, soprattutto per impedire l’aumento dell’IVA. C’erano altre strade: il sostegno dall’opposizione ad un Governo tutto 5stelle e LEU, se proprio art.1 voleva sentirsi rappresentato, questa strada avrebbe messo fuori gioco Renzi e l’altro Matteo privato di un probabile fallimento di Conte II; ma è pensabile che anche una buona parte di moderati del PD, assertori e sostenitori della scelta governativa con i 5stelle, se ne sarebbero andati con Renzi o in altri movimenti. Il PD, se avesse percorso questa strada avrebbe sicuramente riacquistato una sua identità di sinistra, e per questo costituire un’attrazione anche per il PSI e, insieme alle altre forze della sinistra, dare corso ad un progetto riformista di sinistra, socialista e alternativo alle politiche capitalistiche, consumistiche, riduttive del benessere sociale, portando nell’Europa una ventata di novità necessaria per affrontare buone politiche di redistribuzione della ricchezza, di rafforzamento del Welfare, del rilancio della ricerca, dell’istruzione e di una politica che combatta decisamente e rapidamente il cambiamento climatico con provvedimenti adeguati e finalizzato ad un modello economico in linea con questo percorso riformista.

È stata persa un’occasione, ma è scemata anche la fiducia sulla lungimiranza dei nostri rappresentanti. A questo punto dobbiamo sperare che il governo Giallo/Rosso del Conte II raggiunga il minimo delle cose che Conte ha lungamente, e stancamente, esposto nella richiesta della fiducia. Ecco, speranza: «L’importante è imparare a sperare. Il lavoro della speranza non è rinunciatario perché di per sé desidera aver successo invece che fallire. Lo sperare, superiore all’aver paura, non è né passivo come questo sentimento né, anzi meno che mai, bloccato nel nulla. L’affetto dello sperare si espande, allarga gli uomini invece di restringerli, non si sazia mai di sapere che cosa internamente li fa tendere a uno scopo e che cosa all’esterno può essere loro alleato. Il lavoro di questo affetto vuole uomini che si gettino attivamente nel nuovo che si va formando e cui essi stessi appartengono» (Ernst Bloch, Il principio Speranza Premessa)

Alberto Angeli