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Axel Honneth, l’idea del socialismo. di A. Angeli

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Alberto Angeli 2

Axel  Honneth,  filosofo e Direttore dell’Istituto per le ricerche sociali di Francoforte sul Meno, con il suo ultimo lavoro: “ L’Idea di socialismo. Un sogno necessario” ha inteso tracciare una storia concettuale dell’idea di socialismo e immaginarne una riattualizzazione in senso democratico. Questo lavoro vuole anche essere, come afferma a pag. 10 il filosofo, una riflessione correlata alla ricezione del voluminoso studio  “Il diritto della libertà”, oggetto di numerose discussioni  suscitate dal testo in merito al suo  “approccio metodologico all’orizzonte normativo della modernità, che tradirebbe chiaramente l’intenzione di non voler più aderire alla prospettiva critica  di una trasformazione dell’ordine sociale dato”.

Il saggio si apre con una riflessione  empirica obiettiva: la società contemporanea  è totalmente funzionale alla soddisfazione dell’imperativo del profitto,  la quale manifesta sempre più acutamente un malessere originato dal progressivo e persistente imbarbarimento delle dinamiche lavorative e relazionali. Nonostante questa incontrovertibile realtà, descritta e sostenuta da importanti studi sociologici e politici, allo stato presente  essa si trova sprovvista di orizzonti normativi e politici che siano in grado di organizzare e indirizzare l’indignazione e tradurla in azioni trasformative  realizzabili  e concrete.

Proprio il socialismo viene rivalutato da Honneth,  poiché  ritenuto ancora capace di dare contenuto a tali orizzonti normativi e alimentare la necessaria  aspirazione universale a favore di  una società più giusta. Un obiettivo  possibile se e in quanto se ne analizzino, ancora una volta, le condizioni originarie,  riflettendo con la dovuta profondità sui limiti  culturali e metodologici che  hanno caratterizzato  il vecchio modo di considerare il ruolo del socialismo, oggi non più corrispondente al modello economico e sociale consolidatosi in questo XXI secolo,  ad avviso dell’autore, anche  per la diversa e travolgente forza del capitalismo globalizzato e finanziarizzato.  Per lui, quindi, si deve pensare ad un socialismo che si ponga il   fine di  tradure la sua funzione politica  in pratiche universalizzabili e al contempo contestualizzabili.

L’indicazione offerta dal lavoro di Honneth con il fine   di raggiungere l’obiettivo di una riattualizzazione del socialismo, il percorso che egli indica si muove su più livelli:  una prima parte, o  livello, è il percorso storico che  l’autore segue, è l’analisi della rivoluzione francese  ed il suo superamento nella prospettiva di  pervenire alla realizzazione della libertà sociale, su cui ricostruire il legame originario tra socialismo e industrialismo; per la parte del secondo livello,  Honneth immagina almeno due diversi percorsi rispetto all’idea originaria di socialismo, convinto che per questa  strada possa  essere utilizzarlo nuovamente e più praticamente come orizzonte normativo. Il primo di questi indirizzi consiste nell’abbandono di una inflessibilità ideologica, che ha influenzato e alterato le pratiche sociali, peraltro  spesso assoggettate a un modello unico, quando non poco aderente alle reali possibilità trasformative della società, che ne hanno condizionato il metodo con conseguenze   che lo stesso autore definisce come «sperimentalismo storico». E’ evidente come questa seconda indicazione  implichi  un  ripensamento del legame tra socialismo e democrazia e una testimonianza della necessità che tali ambiti concettuali e pratiche politiche si contaminino e camminino insieme. ( introduzione  da pag. 15 – e seguenti )

Per Honneth  la storia ci consegna una  relazione tra esperienza  del  vissuto rivoluzionario e la funzione del socialismo che si divarica, per il fatto  che il socialismo ha rappresentato  il  tentativo di realizzare la fraternità universale, mirando a superare  un’interpretazione liberale della libertà e le contraddizioni che, ad avviso dei primi teorici del socialismo, essa innesca se fatta interagire con il concetto di fraternità: «la contraddizione concerne il fatto che la realizzazione dell’obiettivo normativo della fraternità – cioè l’essere solidali l’uno-per-l’altro – non è perseguibile perché l’altro obiettivo, quello della libertà, è concepito esclusivamente per mezzo della categoria di un egoismo privato, qual è riflesso nei rapporti di concorrenza del mercato capitalistico» ( pp. 25-26).  La rilevazione di tale contraddizione, tra fraternità e libertà,  comporta un ripensamento, una rielaborazione del socialismo nella prospettiva della realizzazione di una libertà sociale; si tratta di una espressione  a cui l’autore ricorre sovente nel corso del testo, con la quale precisa come la solidarietà reciproca, anche nella soddisfazione dei bisogni e nell’economia, non confligga con la libertà, ma caso mai,  nell’idea datane da Hegel, possa inglobarla e realizzarne una versione migliore.

Per Honneth bisogna partire dalla domanda trasformatrice della società, comunque si presenti,  come sollecitazione alla realizzazione di relazioni improntate alla giustizia, ( qui  si ritrova il richiamo a  John Rawls e alla teoria della giustizia come equità ), che indica come  il «guscio concettuale» del socialismo originario, che prevede secondo Honneth i seguenti assunti, sui quali riflettere: «la sfera economica quale centrale e invero unico campo delle lotte per una forma di libertà appropriata, il legame riflessivo a una forza di opposizione già presente in questa stessa sfera, e infine l’aspettativa di filosofia della storia nell’imminente e necessaria vittoria del movimento di opposizione esistente» ( p. 48 in poi ).

Vediamo: il primo punto, secondo Honneth,  implica un’assolutizzazione della sfera economica a scapito almeno di quella istituzionale e politica,  che si presenta quindi come funzionale al capitalismo, tale che ha accompagnato comportamenti  e situazioni  che hanno indotto ad  ignorare, quando non ad ostacolare, qualsiasi azione tesa a concretizzare le possibilità di trasformazione dell’esistente agendo sulle istituzioni e sui diritti; il secondo punto,  decifra il doppio legame che tiene insieme socialismo e capitalismo nella forme che sono andate evolvendosi con  lo sviluppo dell’industria, cosicché la rivoluzione del proletariato non può che realizzarsi dentro un’epoca che si connota e identifica con il sistema industriale globalizzato; infine, il terzo punto,  dà conto di un determinismo che si è rivelato poco aderente allo svolgersi delle dinamiche sociali e storiche,  per il fatto che non sono confermate né tanto meno adattabili all’ oggi le profezie marxiane legate alla scomparsa del capitalismo per le sue stesse contraddizioni interne. Honneth si avvale di questo ultimo punto per  evidenziare come il socialismo originario aderisca in origine al mito del progresso, spingendosi a indicare nella tecnologia uno strumento di miglioramento delle condizioni sociali e lavorative del proletariato.

I tre punti , considerati nella loro inattualità e inservibilità, quindi inadattabili al panorama politico e industriale contemporaneo,  Honneth li propone come un modello di socialismo non al servizio di un’economia industriale, un socialismo non contrario a quanto possa pervenire dalla carica trasformativa degli ambiti delle relazioni personali e di quelle istituzionali o politiche;  e, soprattutto, che  non  si lasci irretire dalla fede incrollabile nel progresso, esaltandone le prospettive,  poiché si rileverebbe malamente inteso come una necessità storica che garantirebbe il successo della rivoluzione proletaria. Un socialismo  non al servizio dell’industria, ci spiega Honneth ,  è possibile e auspicabile. Ciò apre una questione importante e riguarda il metodo, un ripensamento della filosofia di fondo del socialismo e della società,  poichè non si tratta più di applicare un modello teorico a una realtà caotica, che si confida possa contenere orizzonti normativi, ma piuttosto elaborare e mettere in atto una prospettiva di prudente sperimentalismo che non pretenda di tradursi in cambiamento immediato e rivoluzionario, rinunziando magari alla faticosa salita della solidarietà sociale. «Abbiamo visto che per il socialismo, una volta cassata la sua credenza originaria nelle leggi, non si può stabilire a priori in quale maniera la libertà sociale possa realizzarsi all’interno della sfera economica nel modo più rapido e migliore possibile» (p. 88). E, aggiunge Honneth,” il superamento del capitalismo non implica il superamento del mercato che, al contrario, può diventare il terreno di siffatte sperimentazioni”.

Nella conclusione Honneth  richiama l’attenzione su un concetto che riguarda il socialismo da lui elaborato e re -identificato,  cioè immaginare come sia il socialismo del futuro, che non riduca la sfera delle relazioni personali e quella delle relazioni politiche a un mero riflesso delle dinamiche economiche, secondo una tripartizione di esplicita derivazione hegeliana. Infatti, secondo l’autore le relazioni personali  ci impongono di ripensare i legami privati, nel senso del mutuo sostegno mediante il rispetto dell’altro, nella visione che ci vede camminare uniti verso la libertà sociale. E’ nella valorizzazione della politica, e della sua capacità di comunicare e richiamare l’attenzione, che si possono attivare dinamiche inedite emancipative,  ed esercitare il necessario condizionamento  sulla sfera politica ed economica  impedendole di monopolizzare la realizzazione delle libertà sociali. I Partiti, la sfera politica deve cessare di essere un riflesso dell’economia, della finanza e dell’industria,  subordinando ad essa tutte le scelte che nullificano il disegno di un nuovo socialismo, per riprendere la propria autonomia  che ne traduca anche il suo potenziale  di alternativa.

Il saggio esce nel 2015, per la Feltrinelli nel 2016, quindi in un periodo in cui l’autore non poteva profetizzare quanto sarebbe accaduto nel 2017 con la elezione di Donald Trump alla Presidenza degli USA, la nascita e il consolidarsi dei movimenti populisti in Europa, la presa del Governo da parte del movimento cinque stella e della lega in Italia, il risorgere dei nazionalismi e del Sovranismo, in modo particolare nei Paesi ex Comunisti, la Brexit  e le incertezze sul futuro dell’Europa a 28-1. Allora, il socialismo è possibile? Se si considera che PCI, DC,PRI,PSDI,Liberali,PSIUP, MSI, PSI, che sono stati la storia di questo Paese, sono scomparsi dalla geografia politica, ovvero, ne sono rimaste solo delle simboliche sigle, domandarsi se il socialismo è ancora possibile costituisce un’affermazione di fede carica di speranza, sicuramente da valorizzare. Ma quale socialismo, se si considera che ne sono state date innumerevoli declinazioni: Socialisti democratici, liberali, riformisti, libertari, europeisti, ignorando che il Socialismo è una dottrina, una scienza, una proposito di cambiamento sociale ed economico rivoluzionario. Il socialismo scientifico non ha declinazioni, per cui neppure Axel Honneth con il suo saggio raccoglie la sfida che Engels e Marx ci hanno lasciato come eredità: il socialismo o è rivoluzionario o non è.

Alberto Angeli

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La sinistra americana e gli entusiasmi impulsivi della sinistra nostrana. di L. Paccosi

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Riccardo Paccosi

Il decadimento che avvolge la sinistra, mostra uno stadio di decomposizione avanzata soprattutto sul versante teorico e nel contesto italiano. Questo implica la tendenza, da parte dei leader di sinistra nostrani, ad aggrapparsi a qualsivoglia segnale di presunta “riscossa”, in maniera irrazionale e impulsiva.
E’ avvenuto otto anni fa con l’enciclica Caritas in Veritate di Benedetto XVI, elevata dalla sinistra al rango de “Il Capitale”; è avvenuto sei anni fa con l’entusiasmo verso Francois Hollande, salutato come latore d’una svolta a sinistra salvo poi rivelarsi uno dei più infidi leccapiedi delle èlite finanziarie; è avvenuto quattro anni fa con la santificazione di Alexis Tsipras, ovvero di colui che, poi, sarebbe stato protagonista d’una delle più gravi sconfitte e del più gigantesco ribaltamento di prospettiva che la sinistra abbia mai subìto in tutta la sua storia; succede ora con questa nuova ondata di socialismo negli Stati Uniti.
L’ondata socialista americana, va subito chiarito, non è un fenomeno di semplice marketing, bensì un fatto politico reale e avente implicazioni sociali d’indubbio interesse. Infatti, analogamente a quanto avviene da noi con il M5S o in Spagna con Podemos, questo socialismo che mette assieme il vecchietto Sanders e figure politiche under-30, sta generando e diffondendo un nuovo tipo di attivismo politico giovanile.
Questo segnale positivo, però, non può esimere nessuno dalla valutazione politica vera e propria. E allora, in termini strettamente politici, va detto che l’entusiasmo nei confronti di Alexandria Ocasio-Cortez e compagnia, è come minimo prematuro per le seguenti ragioni:
a) Questo fronte neo-socialista americano, presenta di certo elementi d’interesse e discontinuità come, per esempio, l’affermazione fatta da Sanders qualche anno fa, secondo cui l’abolizione dei confini è un concetto di destra; ma su molti altri aspetti, quest’area non risulta ancora nitidamente qualificabile, a cominciare dalla politica estera e dal ruolo imperialista degli Stati Uniti nel mondo.
b) Fare i socialisti in Europa è una cosa, farlo in un sistema bi-partitico come quello americano è tutt’altro. In questo momento, le nuove leve della sinistra americana si trovano a militare in un partito – quello Democratico – che è maggioritariamente a favore d’ogni genere di deregulation neoliberista sull’economia, nonché a favore dello scatenare guerre in giro per il mondo. Per riuscire a invertire i rapporti di forza interni, i neo-socialisti dovrebbero mettere in atto una strategia di penetrazione istituzionale capillare e multi-frontale prendendo a esempio i neocon nel Partito Repubblicano; questi ultimi, infatti, sono riusciti entro quel contesto a esprimere egemonia per molti anni, pur essendo una sparuta minoranza. Si tratta, però, di un’operazione tutt’altro che semplice e richiedente anni di tempo.
c) La sinistra italiana dovrebbe, per chiarirsi politicamente, razionalizzare se sia corretto o meno proseguire nella linea “atlantista”, ovvero se sia il caso di continuare a imitare e seguire pedissequamente tutto ciò che fa la sinistra americana. Infatti, così come il centrosinistra italiano assume, da decenni, atteggiamenti di pedissequità verso i vari Clinton e Obama, parimenti la sinistra cosiddetta radicale accoglie come faro messianico i movimenti d’oltreoceano come quello di Seattle od Occupy. Movimenti che però, lungo la scia del loro percorso, almeno in Europa occidentale, non hanno lasciato assolutamente nulla, neanche la più timida mediazione riformista. Questo “atlantismo” che risale ormai al ’68, dunque, andrebbe rivisto criticamente e chi si riconosce nei valori storici della sinistra dovrebbe, piuttosto, guardare a leader la cui visione non è atlantista bensì proiettata verso Est, ovvero verso il mondo multipolare; leader come Jean-Luc Melenchon e Sarah Wagenkenecht.
d) Infine, non è ammissibile che gli esponenti della sinistra liberista-globalista – il PD, il quotidiano Repubblica e così via – pretendano ora di rifarsi una verginità applaudendo alla Ocasio-Cortez: chi, per tutto questo decennio, ha sostenuto le politiche anti-popolari dell’austerity europea, chi ha tifato per le aggressioni imperialiste della Nato ai danni di paesi sovrani, non può bypassare il proprio fallimento storico – pensare di poter evitare di pagarne il prezzo – semplicemente saltando sul carro di Corbyn e Sanders. Non è così che funziona la Storia.

Riccardo Paccosi

Riccardo Lombardi e il superamento della visione economicistica del socialismo. di G. Giudice

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Giudice Giuseppe

Frasi come una “società diversamente ricca” “se una impresa dovesse conteggiare tutti i costi sociali ed ambientali che produce , sarebbe in perdita , anche con gli attuali metri di contabilità risulterebbe in forte attivo” sono frasi degli anni 60 e 70 di Riccardo Lombardi (che era ingegnere industriale)….frasi profetiche. Lombardi (come ho già detto altre volte) , insieme a Foa , era per sperimentare una uscita da “sinistra ” del fordismo e dei suoi metodi di produzione. Invece avemmo una uscita “da destra” a partire dagli anni 80 . Ci fu l’uso capitalistico delle nuove tecnologie, connesso ad altri fenomeni come la piena libertà di circolazione dei capitali. Ma il Keynesismo applicato nella sua visione “bastarda ” , nei trenta gloriosi, come diceva Joan Robinson , vale a dire il tentativo di creare una sintesi tra Keynes ed il pensiero neoclassico, marginalista (Samuelson , Modigliani) non era l’obbiettivo primario delle socialdemocrazie. . Certo negli anni del compromesso Keynesiano – socialdemocratico che non fu una semplice concessione dei capitale , ma anche il frutto delle battaglie fatte dalle socialdemocrazie e dai sindacati che in Europa produsse il modello sociale più avanzato, con la sviluppo del welfare pubblico, la codeterminazione (nel paesi del centro-nord Europa) e forme di economia mista. Ma per fare queste concessioni il capitale pretese un modello di sviluppo che espandesse al massimo la quantità dei bisogni solvibili (finalizzati alla valorizzazione del capitale)…il famoso consumismo che poi si è esteso in modo metastatico ad una grande quantità di relazioni sociali ed umane. Joan Robinson , nel 1972 disse: ” ma una volta raggiunta la piena occupazione che ne facciamo di questa?” una chiara critica al modello produttivista del capitalismo fordista. E’ questo il problema che sempre assillò Lombardi (che conosceva bene la Robinson) …la sua idea di un nuovo modello di sviluppo tramite la politica di piano la aveva già sviluppata prima. Ma negli anni 70 si presenta in modo drammatico. Il problema era : come dare sbocco politico alle lotte dei lavoratori che non richiedevano non solo più (anche quelle) redistribuzione della ricchezza, ma una modifica del modello di organizzazione del lavoro. Certo ci furono risposte velleitarie e massimaliste, ma anche in pezzi della sinistra storica ci si pone il problema. Se lo pongono , ad esempio Lombardi e Carniti con la idea della riduzione dell’orario di lavoro. Ma tali risposte mettevano in discussione le compatibilità capitalistiche , sul modo di produrre e consumare. Invece l’austerità dei governi di Unità Nazionale si pone il problema di far riprendere la crescita capitalistica con rapporti di forza più favorevoli al capitale, mantenendo inalterato il modello di sviluppo. Poi vengono gli anni 80 su cui si sono scritti fiumi di inchiostro. Ma quale era l’obbiettivo di Reagan e della Thatcher? Con il sostegno dei monetaristi come Milton Friedman? Politiche deflazionistiche e di austerità che dovevano ancor più incidere sui rapporti di forza tra capitale e lavoro. Politica che comunque riguardano l’Inghilterra piuttosto che l’America di Reagan, dove il liberismo funzionò solo nei rapporti tra capitale e lavoro, ma non certo sui conti pubblici dove il keynesismo “militare” di Reagan quintuplicò il deficit pubblico. Poi vengono gli anni 90 , la globalizzazione, ben descritta da Gallino, la resa delle socialdemocrazie al liberismo. E la rottura del 2008 provocato dal keynesismo privatizzato di cui parla Colin Crouch. Ma questo sistema provoca la crisi. Ma questo che dimostra? Che il consumismo resta il motore dello sviluppo capitalistico. La grande crisi della socialdemocrazia è da un lato l’essersi intrappolata nel social-liberismo e l’impossibilità di tornare agli anni 70. Qui il pensiero di Lombardi torna di grande attualità. Il socialismo è mettere l’economia al servizio della società e della casa che ospita la società stessa, l’ecosistema. Il conflitto sociale è un mezzo per raggiungere questo fine. Un concetto ribadito in altri tempi da studiosi come Fromm e Polanyi. E che ritrovo in molti passi del programma del Labour. Che non propone un vecchio concetto “statalista” -socialismo viene da società e non da stato. L’intervento statale è essenziale se è al servizio di un progetto di società, di una società alternativa a quella liberista ed ai suoi processi di mercatizzazione. E quando si interseca (con una politica di piano) sinergicamente con la democrazia economica e con la conquista di spazi di relazioni non di mercato ,solidali , cooperative ed autogestite. LOmbardi lo diceva nel 1978 : occorre oggi una società in cui crescano gli stimoli agli scambi non mercantili.E riprendere un concetto che Lombardi riteneva basilare : la riduzione dell’orario di lavoro a parità di retribuzione, ed un nuovo rapporto tra tempo di lavoro e tempo di vita, sulla base della enorme produttività raggiunte dalle nuove tecnologie digitali che vanno sottratte al dominio incontrollato del capitalismo.

Giuseppe Giudice

Craxi, Proudhon e il socialismo: la storia di un fallimento. di A. Angeli

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Alberto Angeli 2

Il 27 agosto 1978 l’Espresso pubblicò un lungo testo di Bettino Craxi, Segretario del PSI, con il quale informava il popolo socialista della nuova dottrina su cui costruire il pensiero del Partito: Infatti, con pungente meticolosità toglieva dalla parete del Pantheon socialista il quadro di Karl Marx   e cancellava con la durezza polemica della critica il pensiero di  Lenin, quale interprete ortodosso delle tesi  Marxiane tradotte in rivoluzione, e lo sostituì con il pensiero di Pierre-Joseph- Proudhon . Sono trascorsi ormai quarant’anni da quell’articolo, e 24 dallo scioglimento del PSI avvenuto nel 1994, che non fu certo una goliardica manifestazione di  talento filosofico, poiché in quella dissertazione erano ben mimetizzati temi di  cambiamento di una politica e del ruolo del Partito socialista.

L’astuzia contenuta nello scritto si condensava nella parola riformismo, sulla quale Craxi si era già impegnato alla fine del 1977 con una dichiarazione all’Europeo ricordando le radici del riformismo turatiano, che rimandavano  al riformismo proposto fin dalla fine del XIX secolo  da  Eduard Bernstein.  Il richiamo a Proudhon doveva quindi proporsi come proseguimento di questa trasformazione del PSI  e fare emergere  con questa rielaborazione dell’idea riformista  la volontà di aprire una nuova fase della lotta politica. In primo luogo contro il PCI, dal quale il Psi doveva assolutamente distinguersi e presentarsi come alternativa muovendo le sue pedine sul terreno ideologico,  con il fine di destrutturare l’ideologia  Marxista_Leninista e le parole d’ordine del PCI, che Craxi le coglieva come dirette al PSI: fermezza, austerità, questione morale.

Il cosiddetto saggio Craxiano arrivò sul finire dell’estate come risposta ad una intervista rilasciata pochi giorni prima da Berlinguer alla Repubblica,  in cui esaltò la preziosa lezione storica del Leninismo.  La risposta di Craxi fu subito impugnata dalla stampa e indicata come  Saggio su Proudhon. In questo scritto di particolare verve polemica, Craxi sembrò  porsi in attesa delle conseguenze politiche  (speranzosamente  attese) ,  più che interessarsi ai riconoscimenti della critica dei media sul valore storico dell’impianto teorico del testo. Egli infatti non porse orecchio  a quanti lo invitarono a non sottovalutare  le accuse che da qualche decennio pendevano sulla testa di Proudhon.  Quelle più implacabili: la misoginia e l’antisemitismo; come anche il sessismo proudhoniano, difficilmente difendibile, nonostante  evidenzi, con una semantica involutiva,  i semi di un discorso sul superamento del patriarcato, nel momento in cui ne coglie la genesi culturale: “ la vita del lavoratore è organizzata intorno allo sfogo della sua alienazione nelle relazioni domestiche. Il lavoro femminile deve indicarci che quell’alienazione è espressiva di un rapporto gerarchico del quale la subordinazione femminile è complice e ancella, non antidoto”.

Tuttavia il Proudhon:  “ della proprietà è un furto “, a differenza di molti pensatori rivoluzionari a lui coevi, non rimuove il diritto dalla sua analisi, anzi ne amplia straordinariamente la componente gius-privatistica, non sempre considerata e utilizzata dagli esponenti e sostenitori  del pensiero anarchico-rivoluzionario. Allo scambio vicendevole o nesso di reciprocità che pertiene al concetto liberale del negoziato giuridico (che anche Marx ostracizzava, mettendo in luce la non libertà di quella forma di contrattazione) oppone un modello commutativo: la corrispettività tra le parti non può limitarsi alle prestazioni, poichè una medesima prestazione riflette  in modo diverso posizioni di partenza differenti. Come pure il federalismo pensato da Proudhon, cioè un federalismo contrattualista, che asseriva essere deliberazione,  consenso organizzativo, e,  in linea con la tradizione, riformista.

Proudhon negava la dialettica ed il suo rovesciamento materialistico, perché a suo avviso l’antinomia  “non si risolve, dato che i due termini di cui essa consta si equilibrano”, e pertanto,  perchè il potere sociale agisca pienamente, occorre che le forze operanti in tale ambito siano in equilibrio. Niente sintesi quindi, come superamento della contraddizione in un nuovo e più alto ordinamento.  Marx collocava Proudhon tra i socialisti conservatori o borghesi, che “vogliono le condizioni della società moderna senza le lotte ed i pericoli che necessariamente ne discendono; vogliono la società attuale previa eliminazione degli elementi che la rivoluzionano e disgregano: vogliono la borghesia senza il proletariato. Karl Marx approfondì la sua  critica  al sistema di Proudhon ribaltando il titolo dell’opera da: “filosofia della miseria” a “miseria della filosofia”. in quanto Proudhon, al contrario di Marx, era convinto del fatto che per giungere al socialismo fossero necessarie delle riforme pacifiche che avrebbero abbattuto la proprietà, lo Stato e le classi sociali senza bisogno di una rivoluzione.

Il “Saggio su Proudhon”, con la critica del  Marxismo e del Leninismo,  rappresentò la mossa con la quale Craxi immaginò di cogliere una occasione storica per aprire, nella sinistra, un serio ed esteso  dibattito sulle radici ideologiche del totalitarismo sovietico.  Un tentativo che non ebbe alcun riflesso sulla politica e l’ideologia del PCI, tanto che nelle tesi approvate al XV congresso del  1979, fu espressa la rituale critica ai partiti socialdemocratici, rei di “non aver portato la società fuori della logica del capitalismo”, volendo così confermare che il Pci  non intendeva  affatto rinunciare al suo legame organico con la dottrina e la prassi ideologica e organizzativa fondata sulle tesi  di Marx  e Lenin e con tutto ciò che essa simbolizzava.

A questo punto una conclusione si impone da sé, se consideriamo il punto dell’approdo storico  dell’iniziativa di Bettino Craxi. Il tentativo di aggredire, sconvolgere e travolgere la mitologia marxi-leninista rappresentata dal PCI non conseguì alcun risultato. Anche la reazione degli iscritti al partito socialista non fu quella che Craxi confidava di raccogliere con il suo scritto, sicuramente per il fatto che il pensiero di Proudhon non era conosciuto e diffuso da assumerlo come un faro della nuova visione teorica del socialismo italiano, salvo l’elites dirigenziale vicina al capo (Luciano Pellicani ? )  probabilmente la sorgente culturale responsabile di quel tentativo. Mentre Nenni espresse la propria sorpresa e preoccupazione per quel cambiamento o acquisto di un nuovo pensatore mediante una intervista che rilasciò giorni dopo ad un quotidiano nazionale

Le tesi Proudhoniane non avanzarono di una spanna mentre si avvertiva il vento del fallimento di un progetto politico che in un quarto di secolo (78/94) ha portato alla fine del Partito Socialista e del Craxismo. il dilagare della corruzione nel partito, che divenne un fatto fisiologico, fu la sua più grave responsabilità  che si deve attribuire a  Bettino Craxi. Nel 1991 il PCI diviene PDS, una trasformazione dl Partito indicata da Occhetto come una formazione politica democratica, riformatrice e aperta a componenti laiche e cattoliche, che superasse il centralismo democratico, che si rinominò poi DS e oggi PD.

Socialisti, comunisti e i movimenti satelliti della sinistra rivoluzionaria, pacifista, alternativista, Leninista, Marxista, che hanno accompagnato la storia del nostro Paese fino alle soglie del XXI secolo, sono ormai un excursus della storia, mentre il presente ci ricorda tristemente la scomparsa di una forte rappresentanza della sinistra. Un fallimento che ha aperto le porte alla destra più retriva e nazionalista, antieuropea e spregiudicatamente razzista, che oggi Governa anche il nostro Paese.

La macchietta Napoletana aveva per oggetto un certo “tipo”: la mantenuta, il ballerino, il deputato, il prete, il benefattore, l’esattore delle tasse, il guappo, lo sciupafemmine; insomma una caricatura del modo di esprimersi, di pensare, dei caratteri fisici, comportamentali e psicologici. Gli spettatori si divertivano, noi invece, che viviamo questa messinscena ogni giorno con il Governo Conte (Salvini  Di Maio ) dobbiamo preoccuparci, seriamente preoccuparci.  Soprattutto per il fatto che ciò che rimane della sinistra organizzata non dà segnali di cambiamento, di superamento delle divisioni che vertono su questioni di natura procedurale, formale, in quanto non riconducibili ad una ideologia, ad una dottrina politica che rende contendibili i confini della dialettica.

Il riformismo illuminato, che cala dall’alto le sue ricette di laboratorio è stata la spinta che ha indotto i partiti della sinistra a modificare la propria origine genetica. Un errore, un fallimento. Il terreno riformista su cui la sinistra può rigenerare la propria identità è la riappropriazione del pensiero Marxista rielaborandone i contenuti e il testamento politico rivoluzionario straordinariamente attuale. Lavoro, giustizia, equità, solidarietà, democrazia, pace, sono i valori di riferimento; 70 anni fa li avevamo perduti e li abbiamo riconquistati godendone i benefici. Oggi sono nuovamente in pericolo. Non si perda tempo.

 Alberto Angeli

L’appello di Cacciari non può essere ignorato, di A. Angeli

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Alberto Angeli 2

Prima di tutto vennero a prendere gli zingari. E fui contento perché rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli uomini di colore. E ignorai il fatto, perché io sono bianco e mi hanno detto che quelli di colore sono irregolari. Poi vennero a prendere gli ebrei. E stetti zitto, perché mi stavano antipatici. Poi vennero a prendere gli omosessuali, e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi. Poi vennero a prendere i comunisti, ed io non dissi niente, perché non ero comunista. Un giorno vennero a prendere me, e non c’era rimasto nessuno a protestare”.  ( E’ in origine un sermone del pastore Martin Niemöller, che Brecht rielabora ).

Più nessuno a protestare” è la rivelazione del momento politico che avvolge e travolge il nostro Paese oggi. Questa presa d’atto è già di per se esaustiva di una realtà socio-politica annichilita. Non c’è opposizione, neppure in Parlamento, se anche il DP vota al Senato con il Governo, per il rinvio al 2020 l’erogazione dei fondi già finanziati a favore delle periferie. Si tratta di un programma con il quale erano stati approvati 120 progetti, per un costo complessivo per lo Stato di 2,06 miliardi di euro. A marzo 2017 erano stati approvati i primi 24 e ad aprile 2018 gli altri 96. Questo comporta che i fondi stanziati dai governi di centrosinistra per gli interventi a favore delle periferie sono rinviati al 2020. Dall’emendamento si rileva che esso non interviene sui 500 milioni stanziati dalla legge di Bilancio per il 2016 (quella deliberata dal governo Renzi), così i miliardi “sottratti” alle periferie ammontano a 1,6. Cifra confermata anche dal presidente dell’Anci (l’Associazione dei Comuni italiani) Antonio Decaro, che rileva che solo 24 dei 120 progetti non sono interessati dal rinvio, mentre sono rinviati i rimanenti 96. Il primo comma dell’emendamento infatti fa salvi i progetti “individuati con i decreti adottati anteriormente alla data del 18 aprile 2018”.

Più nessuno a protestare per l’ILVA, il Tap, la TAV, che questo Governo e l’Avvocato del Popolo intendono affossare; più nessuno a protestare contro il Decreto Dignità, riassumibile con le parole di Calvino:  «L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il  secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio. » (ITALO CALVINO, Le città invisibile, 1972 ); ancora, nessuno a protestare contro le migliaia di morti annegati nel tentativo di approdare su una terra accogliente, alla ricerca di una vita da vivere senza paura.

Più nessuno a protestare contro il linguaggio politico di questi governanti, che si caratterizza per il contenuto che ci induce a ricorrere a Dante, precisamente a quanto esposto nel VI canto con il richiamo a Giustiniano. Dante, attraverso la sua figura, delinea la propria concezione politica e ci mostra Giustiniano come una figura da prendere come esempio per la sua opera di cambiamento delle leggi Romane e del nuovo ordine introdotto a favore del popolo. Ma com’è cambiato il modo di far politica dai tempi di Giustiniano ad oggi?

L’anagrafica dei fatti e dei misfatti di questo Governo non si completa se ignoriamo il tentativo di snaturare la Carta fondativa della nostra democrazia Parlamentare e antifascista: con le dichiarazioni contro il ruolo del Parlamento ( Casaleggio-Grillo docet ) e la proposta di abrogazione della Legge Mancino del 1993, che interviene contro atti ed espressioni riconducibili al nazifascismo, avanzata da un Ministro della Repubblica,  già oggetto di un referendum abrogativo proposto nel 2014 dalla lega. Ancora: i silenzi sulla scuola, la formazione, l’Università e la ricerca, la valorizzazione culturale del nostro Patrimonio storico e artistico. E poi l’ambiente e il cambiamento climatico, che sono completamente ignorati, sicuramente per conquistare uno sguardo di attenzione da parte di Trump. Al proposito, chi è nella condizione di descrivere quale sia la politica internazionale delle alleanze, dei rapporti commerciali, politici, economici, su cui impostare la difesa degli interessi storici e della tradizionale vocazione pacifista del nostro Paese, che il Governo Pentastellato sostiene?

Non ci deve inoltre sfuggire la dissimulata vocazione che ci trasmette questa politica Leviatanica sostenuta dalla coalizione della Pentalega, riguardo all’Europa e all’Euro. Infatti, i veri padroni dei 5Stelle e della Lega non hanno cancellato dal loro programma l’uscita dall’Euro e dall’Europa, poiché nella loro visione strategica il concetto del nazionalismo è un prius irrinunciabile, che immancabilmente induce a ricercare e costruire rapporti politici privilegiati con i quattro di Visegrad, Putin, Trump e il Premier Austriaco Kurz. Con raziocinio e costanza la politica dell’attuale governo si muove nella direzione di una deeticizzazione dello spirito Europeo o di un senso comune Europeo, cioè un’eredità che parte dal rinascimento, una comunità intellettuale, artistica, spirituale e scientifica. Si può parlare appunto di un “senso comune europeo”, di cui le nostre nazioni – o l’unione Europea, si è nutrita per pervenire a ciò che oggi rappresenta.

Più nessuno protesta contro il proposito esplicitato da Salvini e Soci di abrogare o rivedere le norme riguardanti importanti diritti civili, di prevenzione sanitaria ( vaccini ); più nessuno protesta contro la spregiudicata voracità dello spoils system messo in atto dal duo SalviDiMaio,  pur di accaparrarsi e dividersi il potere del sottogoverno. Lo spread sale, gli indici di borsa segnano rosso, gli investitori esteri fuggono e quelli di casa nostra si astengono, senza che il Governo indichi un piano, un’idea, un progetto con cui fronteggiare la crisi presente e la tempesta che si abbatterà sul nostro Paese, allorchè le sanzioni Trumpiane cominceranno a dare i loro malefici effetti sulla finanza e l’economia mondiale. ( si consideri quanto sta accadendo alla Turchia, tanto per  cominciare, con le addizionali conseguenze e influenze sulle tradizionali alleanze politiche e strategiche ): più nessuno protesta!

Gli esperti economici di questo governo ( si, Esperti, sic ) parlano del Decreto Dignità adottando un linguaggio pseudo tecnico, rivelando che quanto previsto funzionerà da moltiplicatore economico. Povero Keynes, ( e la sua Teoria Generale della moneta dell’interesse e dell’occupazione ) e la successiva elaborazione di Schumpeter. Un provvedimento con il quale è dato per certo che il parametro della propensione marginale al consumo, cioè la parte del reddito che viene reinvestita dal consumatore, concorra a determinare il risultato che Keynes racchiude in una formula matematica.  Potremmo dire con William Shakespeare: “ Tanto rumore per nulla”.

Il vero e tragico dramma è l’assenza di una alternativa. Non lo è l’opposizione attuale di LeU e PD, delle OOSS totalmente assenti su tutti questi temi, le diverse associazioni progressiste, riformiste, sociali, che si muovono divise e o con obiettivi spesso contrastanti tra loro. L’appello del Filosofo Cacciari, e le numerose risposte di intellettuali conosciuti e di cittadini sconosciuti come chi scrive, sono un incoraggiamento a sperare, sono un segnale timido ma importante. C’è una consapevole presa di coscienza sul pericolo che il paese sta correndo, più profonda e diffusa di quanto era possibile credere. Occorre allora che questo appello si trasformi in una iniziativa nazionale, fissando un giorno, una data e un’ora in cui in ogni luogo del Paese   si riuniscano quanti interessati a partecipare a questa ripresa di una formazione di forze alternative, progressiste e di sinistra, costituendo gruppi rappresentativi ad ogni livello fino a pervenire alla costituzione di un movimento articolato, per zona, comune, provincia, regione e nazionale. In quella fase potrà definirsi lo strumento e la fondazione di una forza all’altezza dei compiti che i problemi del Paese chiedono di essere affrontati, preparandosi così a partecipare alla competizione elettorale. Ovviamente, con l’intento di vincere e costituire un’alternativa.

 Alberto Angeli

Italiani brava gente, di L. Billi

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Luca Billi

Per anni nel nostro paese ci siamo illusi – e ci hanno fatto illudere – che il razzismo da noi non esistesse: “italiani brava gente” era il motto di questa forma strisciante e asfissiante di revisionismo storico. Perfino quando il tema era ineludibile, ad esempio di fronte all’antisemitismo di epoca fascista che si tradusse nelle cosiddette leggi razziali, tanti hanno minimizzato, sostenendo che si è trattato del tentativo maldestro da parte di Mussolini di imitare Hitler e che quelle leggi hanno rappresentato il primo vero e proprio scollamento tra il regime e il paese, in maggioranza contrario all’antisemitismo. Balle. Gli italiani erano allora – e sono oggi – razzisti.

Salite su un autobus all’ora di punta o prendete un treno per pendolari e guardate il modo in cui tanti nostri connazionali scrutano i loro vicini stranieri, specialmente quando sono neri. Fate una fila alla posta o andate in un ufficio pubblico, sentirete battute sprezzanti, vedrete occhiate cariche di disprezzo.
Forse pensavamo che la lotta per sconfiggere il razzismo fosse un cammino inarrestabile, magari lento – troppo lento – ma con una direzione segnata. I più pessimisti di noi pensavano che quel cammino avrebbe conosciuto delle battute d’arresto, ma adesso dobbiamo constatare che abbiamo fatto dei passi indietro, la direzione di marcia si è invertita e il razzismo è più forte, al netto delle dichiarazioni ipocrite, degli appelli retorici, e anche dello sforzo sincero di tanti.

Purtroppo non basta l’ignoranza a spiegare il razzismo. Io credo invece che il razzismo venga alimentato, diffuso, fatto crescere nelle nostre società. Perché il razzismo serve. In fondo la storia qualcosa dovrebbe pure insegnarci. Al di là delle farneticazioni pseudoscientifiche di alcuni intellettuali, a cosa è servito l’antisemitismo nella prima metà del secolo scorso? A creare un nemico. I “bravi” cittadini della Germania, che avevano perso la guerra, che avevano perso l’impero, che erano finiti sul lastrico a causa delle condizioni imposte dalle potenze vincitrici, potevano finalmente spiegarsi di chi era la colpa: non dei generali che li avevano portati a quel conflitto folle, non degli industriali e dei banchieri che erano diventati ricchissimi con le forniture all’esercito e con i crediti di guerra, la colpa era degli ebrei. E visto che molti ebrei erano ricchi il premio per credere a questa menzogna così palese erano i soldi degli ebrei, e poi le case degli ebrei, e ancora i posti di lavoro degli ebrei, dalle fabbriche fino alle università.

E oggi vogliamo forse dare la colpa ai banchieri, ai padroni delle multinazionali, a chi ogni giorno ci sfrutta? Come è più facile dire che è colpa di quella scimmia, di quel negro di merda. E poi anche noi, nel nostro piccolo, abbiamo il nostro vantaggio a essere razzisti, affittiamo loro in nero le nostre case cadenti, li facciamo lavorare pagandoli una miseria, risparmiamo perfino sulle puttane: le nere costano di meno. Italiani brava gente.

Luca Billi

La democrazia é malata terminale? di V. F. Russo

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Vincenzo Russo

La crisi della democrazia, della politica, dei partiti strutturati di una volta, da una parte, l’affermarsi di partiti anti-sistema, di movimenti populisti in giro per il mondo e di quelli c.d. sovranisti all’interno dell’Unione europea alimentano un dibattito continuo tra costituzionalisti, politologi ed economisti che temono la degenerazione ulteriore della democrazia da Platone vista come anticamera alla tirannia o al mostro mite. Nel 1975 avviene la svolta ideologica con il trionfo della Scuola di Chicago monetarista e neoliberista: i fallimenti dello Stato molto più gravi dei fallimenti mercato. Quindi: no alle manovre keynesiane sulla spesa pubblica in deficit per far crescere l’economia e l’occupazione perché esse producono alti deficit e alti debiti, inflazione e instabilità finanziaria. Le banche centrali devono annunciare un dato tasso della crescita monetaria e l’economia reale si deve adattare ad essa. Come sappiamo gli anni settanta del secolo scorso dopo il crollo del sistema a cambi fissi ma aggiustabili si caratterizzano per un forte conflitto distributivo tra i paesi ricchi e gli esportatori di petrolio (organizzati dall’Opec) e di altre materie prime. L’inflazione raggiunge livelli attorno al 20% e l’Italia che era rimasta indietro nell’attuazione del welfare state lo ha spinto in avanti anche con finanziamenti in deficit.

L’onda neoliberista nel 1979 raggiunge l’Inghilterra con la Thatcher e nel 1980-81 gli Stati Uniti co Reagan che aveva già guidato la California come governatore. Entrambi accreditavano l’idea che il governo grosso fosse il problema da risolvere e non la soluzione. Questo ha prodotto via via la delegittimazione dello Stato e delle istituzioni che lo compongono. Dieci anni dopo nel 1989 arriva il crollo dell’Unione sovietica, l’Impero del male che Reagan aveva costretto ad aumentare fortemente le spese militari a danno dei consumi. Vince la corsa il sistema occidentale. Ormai le multinazionali operano su scala mondiale. I neoliberisti predicano il mantra dell’individuo miglior giudice di se stesso, alias, individualismo metodologico, dell’individuo razionale inteso come quello che massimizza il proprio interesse individuale. In sintesi un individuo che non ha bisogno delle mediazioni dei partiti e/o di altri corpi intermedi.

Per altro verso, gli effetti della globalizzazione portano alla verticalizzazione del processo decisionale verso livelli sovranazionali della c.d. governance per lo più priva di legittimazione democratica che tuttavia assume decisioni rilevanti. A livello statale resta una rappresentanza politica a cui in fatto non manca la legittimazione ma non può decidere niente di veramente importante e, quindi, va in crisi. Infatti, uno Stato nazionale di stampo ottocentesco rimane troppo piccolo per influenzare le decisioni a livello globale e troppo lontano dalla gente per capire bene i suoi bisogni. Si aggrava la crisi di identità e di legittimazione. La reazione dei costituzionalisti più giovani è stata a livello europeo il rafforzamento del governo nazionale che nel contesto della nuova era della ICT (information e communication Technology) che ha annullato spazio e tempo dovrebbe poter decidere velocemente in linea con i tempi ragionando come se le decisioni dei governi fossero analoghe a quelle degli operatori di borsa e, soprattutto, trascurando che i tempi della democrazia sono necessariamente lunghi. Secondo me la risposta dei costituzionalisti citati è stata sbagliata perché non ha senso decidere velocemente a livello sub-centrale se a Bruxelles i tempi medi per decisioni importanti calcolati dall’ex Presidente del Parlamento europeo Martin Schulz vanno da 2,5 a 3 anni. Vedi il suo libro: Il gigante incatenato. È in crisi lo Stato nazionale ma allo stesso tempo non sono migliorate le istituzioni sovranazionali aggravando il loro deficit democratico. Ultima opportunità per l’Europa’ Fazi Editore, 2014, recensito in questo blog. È subentrata la sfiducia dei cittadini confronti dello Stato nazionale e delle organizzazioni sovranazionali e questo spiega l’abbassamento della partecipazione in corso in molti Paesi occidentali a partire dagli USA. La democrazia forse non è malata terminale ma di certo non sta bene.

Ho ricordato sopra come il trionfo della Scuola monetarista e neoliberista coincida con la fine dei c.d. trenta gloriosi (1945-75) durante i quali, soprattutto nell’Europa centro-settentrionale, si afferma il c.d. compromesso socialdemocratico, ossia, il compromesso tra capitalismo e democrazia, capitalismo e diritti sociali dei lavoratori che sono alla base dell’affermazione del Welfare State. Seguono i quaranta vergognosi in cui per i motivi visti sopra si registra non solo il declino della dialettica democratica e nell’ambito della globalizzazione, la finanziarizzazione più elevata dell’economia guidata dalla finanza rapace di Wall Street. Si dice che l’economia è prevalsa sulla politica ma su entrambe domina la finanza rapace attraverso le sue agenzie di rating che sistematicamente danno le pagelle di buona condotta non solo alle grandi imprese planetarie ma anche ai governi di Paesi grandi e medi per come gestiscono le loro economie e le loro finanze pubbliche. Riempiono il vuoto lasciato dalla governance sovranazionale e dall’incapacità dei paesi industriali di coordinarsi sul serio come gruppi informali: il G7, G8, G10, G20 e Gitanti. L’UE nell’ultimo decennio da un sogno si è trasformato in un incubo. Molti osservatori con eccesso di semplificazione attribuiscono la causa all’euro. Non è così. La vera causa è intanto la crisi prima finanziaria e poi economica prodotta dalla finanza rapace di Wall Street e i suoi complici nelle banche europee che hanno dato mutui a gogo e costruito una montagna di prodotti derivati per assicurare le loro operazioni spericolate. Durante e dopo la crisi la vera causa è stata ed è avere imposto una ricetta unica per tutti con la politica economica dell’austerità che molti non distinguono dall’euro.

Ora se questo è vero – come ritengo – è chiaro che la via di uscita non sta nel ritorno allo stato sovrano, né nell’uscita dall’euro ma nella riforma del Patto di stabilità e crescita come novellato nel 2011con il concorso diretto del Parlamento europeo. Dopo la brutta performance del Patto durante e dopo la crisi si era creato un certo consenso perché l’argomento fosse trattato nel Consiglio europeo del 28-29 giugno scorso ma purtroppo ciò non è stato possibile per via della presunta crisi migratoria agitata dal Vice-presidente del Consiglio Salvini, ossia, da parte del rappresentante di uno dei paesi membri che più degli altri hanno bisogno di tale riforma per spingere la crescita del PIL e dell’occupazione.

Il ritorno allo Stato nazionale è l’unica via possibile? No, perché come detto sopra, lo Stato nazionale è troppo piccolo per potere affrontare da solo i problemi della globalizzazione senza subire l’egemonia dei paesi grandi come continenti.

Altri legano la via uscita al rilancio del welfare europeo. Anche se la proposta non è priva di logica essa al momento appare utopistica e incongrua perché come gli analisti più attenti sanno, nonostante gli attacchi sferrati attraverso la concorrenza fiscale, il welfare dei paesi membri dell’Unione resiste ed è identificato come modello sociale europeo. Tuttalpiù si tratterebbe di armonizzare i diversi sistemi e stabilire livelli essenziali di assistenza omogenei nei vari paesi membri. La costruzione di un welfare state intestato direttamente all’Unione, anche se auspicabile in teoria, non è nell’agenda politica nonostante il Manifesto di Goterborg 17-11-2017. Infatti la Germania e i suoi alleati del Nord si oppongono decisamente a tale obiettivo per via dell’alto contenuto redistributivo dei sistemi di welfare attraverso flussi consistenti di trasferimenti solidali dai paesi ricchi a quelli poveri. E sappiamo che sé l’eurozona non funziona come dovrebbe è perché non sono stati previsti e tuttora non sono all’ordine del giorno trasferimenti compensativi per aiutare le regioni periferiche a crescere, convergere con quelle centrali, ridurre i gap di infrastrutture materiali e immateriali, migliorando produttività e competitività di dette regioni con valore aggiunto europeo ed esternalità positive per tutti. E purtroppo le nubi che si addensano sulle elezioni europee della Primavera 2019 con una probabile maggiore presenza di forze populiste e sovraniste di destra non promettono niente di buono.

Vincenzo F. Russo

tratto dal Blog personale dell’autore http://enzorusso.blog/2018/07/15/la-democrazia-e-malata-terminale/