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Simone Weil e il lavoro- un pensiero attuale al quale la sinistra deve guardare per capire, di A. Angeli

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Non fu solo una intellettuale Simone Weil,  fu anche operaia, lavorò in fabbrica e prese parte attiva alle lotte sindacali. Si sentiva fortemente legata a questo mondo,  tanto da condividere in ogni sua forma la condizione del lavoro mortificato dalla catena di montaggio. A ciò non la spinse un’appartenenza politica, quanto, piuttosto, la convinzione che anche l’esperienza  del lavoro  nella condizione di operaia potesse divenire una condizione sociale e  umanamente costruttiva.

Di Simone Weil  la diffusa saggistica ne valorizza il ruolo. essendo una delle poche donne filosofo del XX secolo, che  insieme a  E. Stein ed H. Arendt, ne viene ricordata anche la sua attività politica e sindacale e la sua partecipazione  alla guerra civile spagnola in cui militò fra le file anarchiche; non meno impegnativi risultano i suoi studi sul misticismo. Nondimeno,  l’esperienza vissuta come operaia è  quella che più di ogni altra ha inciso nella sua formazione sociale e filosofica.  Ha appena compiuto venticinque anni, fra il 1934 e il 1935, e decide di prendersi un “anno sabbatico”, lascia la scuola e gli studi per entrare come operaia, impiegata alle presse, nell’azienda elettrica Alsthom di Parigi.

Si coglie già in questa scelta compiuta in età giovanile quale sia l’orientamento che intende dare alla sua riflessione  culturale, rivolgendo il proprio interesse al mondo del lavoro, in ciò spinta sicuramente  dalla curiosità intellettuale  verso il mondo del lavoro, pervenendo alla definizione di un pensiero con il quale configurare un possibile collegamento tra i due sistemi di studio sui quali essa indagava, benchè divergenti, quali: la politica e i fondamenti della matematica.

Non si ritenga singolare in Weil questo metodo di studio, rivolto ad indagare più ambiti scientifici,  che essa svolgeva come ricercatrice dei fondamenti delle scienze implicanti la volontà e quindi un valore morale. Questa linea di condotta si ritrova: “ In Riflessioni sulle cause della libertà e dell’oppressione sociale”, scritto nel 1934, poco prima di entrare in fabbrica. Qui, già, affiora e matura un’analisi sui meccanismi dello sfruttamento del lavoro salariato, nonché, ad esso collegato, il tema delle libertà.

Ben presto dalla conclusione delle Riflessioni, nelle quali la razionalità con la quale è condotta l’analisi dei temi affrontati, emergere la centralità della ragione; sempre nel 1934, avviene un cambiamento della sua esperienza al punto da sconvolgere la vita di questa insegnante di filosofia appena venticinquenne. Weil fa propria l’esperienza della vita operaia, del suo modo di vivere e sentire culturalmente l’oppressione di una vita condizionata dai ritmi dell’organizzazione del lavoro, privata di qualsiasi sicurezza o aspettativa di giustizia sociale. Tutto questo avviene nel sospetto che anima alcuni colleghi di lavoro, i quali valutano la sua figura delicata, il comportamento educato e le sue mani curate, come un segno di distinzione fino a considerarla una studentessa fallita nel suo scopo di raggiungere un diverso livello sociale.

Emblematica è la descrizione della condizione operaia e della vita che conducono in  fabbrica i lavoratori; le descrizione ci rappresenta la fabbrica dove essa lavora come un incubo di totale annullamento della identità individuale e della volontà dell’operaio,  legato alla catena produttiva con ritmi e tempi di lavorazione che lo asserviscono in condizioni di assoluta schiavitù. Inoltre, non manca il risvolto umanistico, il rilievo che svela l’asservimento dell’operaio al diretto capo reparto e la rassegnata sottomissione ai superiori fino a identificarsi in una forma di inaccettabile servilismo.

“Come sarebbe bello lasciare l’anima dove si mette il cartellino di presenza e riprenderla all’uscita. Ma non si può. L’anima la si porta con sé in officina. Bisogna farla tacere”, questo il pensiero della Weil, che continua: “Per me, personalmente, ecco cosa ha voluto dire lavorare in fabbrica: ha voluto dire che tutte le ragioni esterne (una volta avevo creduto trattarsi di ragioni interiori) sulle quali si fondavano, per me, la coscienza della mia dignità e il rispetto di me stessa sono state radicalmente spezzate in due o tre settimane sotto i colpi di una costruzione brutale e quotidiana…Non sono fiera di confessarlo… Mettendosi dinanzi alla macchina, bisogna uccidere la propria anima per 8 ore al giorno, i propri pensieri, i sentimenti, tutto… Questa situazione fa sì che il pensiero si accartocci, si ritragga, come la carne si contrae davanti a un bisturi. Non si può essere coscienti”. In questa osservazione costruita su basi  di esperienza diretta, possiamo cogliere l’umanesimo, quasi un senso di spiritualità della bruciante realtà in cui l’uomo/ lavoratore si trasfigura fino al suo annullamento.

L’ascetismo sembra costituire un modo di vita a cui la Weil si dedica in questo periodo della sua nuova ricerca spirituale: frequenta con assiduità sindacati e circoli culturali, sperimenta il modo di vivere delle classe lavoratrice, della parte più disagiata, arrivando ad imporsi ristrettezze e a privarsi del riscaldamento, spingendosi al sacrificio del digiuno o limitando il consumo di alimenti di scarso contenuto proteico. Si muove su un terreno politico molto attivo, partecipando a manifestazioni di carattere antifascista e anti capitalista, esponendosi al punto di richiamare l’attenzione della polizia.  Il suo impegno la spinge a svolgere un ruolo importate per la sinistra rivoluzionaria, fino ad ospitare, per un breve tempo, il leader comunista antistalinista Trotzkij.

Tuttavia non si iscrive a nessun partito, poiché non si riconosce in nessun movimento politico della Francia di allora ( al proposito, contro i partiti scriverà una breve saggio ). Per il suo modo di rappresentare la politica sarà definita trotzskista, benchè esprima una linea teorica che la spinge a rifiutare del Marxismo il carattere materialista, il determinismo economico, la visione etica e assolutista dello stato. Nello sviluppo del suo pensiero, in questo periodo, forte è la denuncia dello sfruttamento del lavoro operaio denunciando l’ingiustizia che si manifesta con la proprietà dei mezzi di produzione, così avvicinandosi, mediante questa via teoretica al pensiero di Marx.  Scorrendo il testo del saggio si perviene ad individuare una continuità con la costruzione Marxiana per quanto attiene all’analisi dello sfruttamento del lavoro e sulla proprietà dei mazzi di produzione. Da qui infatti parte la sua critica al Taylorismo, definito un caposquadra del tipo che… si piegano volentieri a fare i cani da guardia dei padroni, da cui ha maturato l’esperienza che lo hanno orientato negli studi di un modello produttivo in cui lo sfruttamento diviene scientifico.

Lungo il percorso della sua analisi la Weil compie un immersione sociologica sulla natura dal lavoro e sul condizionamento psicologico che i processi produttivi producono nella mente e nel comportamento del lavoratore. Certo, il lavoratore vive un senso di solitudine, anche a causa del fatto che alla catena di montaggio il soggetto si sete perduto ed è consapevole che non stia costruendo qualcosa di reale.  Avverte, cioè, un distacco e di vivere in un luogo che non appartiene al lavoratore. Un sorta di schiavitù, non quella classica dei testi di storia, lo schiavo stoico per intenderci, ma avverte la privazione della propria interiorità e individualità. Si pone quindi, senza alternative, una questione di riscatto sociale e una riacquisizione del valore della persona a cui ridonare il significato della sua esistenza. La risposta non risiede solo nella rivolta sociale, insufficiente se non matura nell’animo del lavoratore il senso profondo della sua volontà a ritrovare nel suo animo il significato della sua libertà. Al proposito Weil si esprime in questi termini:  “in questa rivolta contro l’ingiustizia sociale l’idea rivoluzionaria è buona e sana. In quanto rivolta contro l’infelicità essenziale inerente alla condizione propria dei lavoratori, è una menzogna. Perché nessuna rivoluzione potrà abolire quell’infelicità”.

E ad arricchimento dl suo pensiero scrive::  “L’iniziativa e la responsabilità, il senso di essere utile e persino indispensabile, sono bisogni vitali dell’anima umana. Una completa privazione di questo si ha nell’esempio del disoccupato, anche quando è sovvenzionato sì da consentirgli di mangiare, di vestirsi, di pagare l’affitto. Egli non rappresenta nulla nella vita economica e il certificato elettorale che dimostra la sua parte nella vita politica non ha per lui alcun senso”. Allora, per pervenire ad una diversa idea in cui l’individuo si senta parte della ricostruzione sociale e politica, si deve passare a quell’idea in cui la responsabilità si coniuga con il presupposto della libertà dal bisogno a dall’ingiustizia. La libertà, dice Weil, è una condizione politica (e la Weil combatté per essa nella guerra civile spagnola e cercò di farlo nella seconda guerra mondiale), tuttavia  deve fare parte di una visione  politica, per cui non basta essere liberi, ma bisogna diventare liberi, ovvero occorre sapere spendere intelligentemente la propria libertà. Dobbiamo, alfine, riconoscere, che alla natura della libertà è  applicabile l’idea dell’utopia, per ottenere la quale si mobilitano interi popoli, benchè non sempre sia pienamente raggiungibile, fin tanto che rimane alla stregua di una idea regolativa, tanto per usare il linguaggio di Kant.

Si coglie nel ragionamento sviluppato dalla Weil un certa linea di scetticismo politico sulla possibilità da parte della classe operaia di guadagnarsi una sponda di emancipazione mediante azioni di lotta, ritenendo anzitutto che nel movimento operaio ( o la classe lavoratrice ) venga a maturazione, nella propria interiorità, un pensiero  politico di riscatto e di libertà, come traguardo di affermazione di una vita più umana,   verso cui indirizzare la lotta al fine di liberarsi dalla condizione servile a cui lo costringe il sistema capitalista. Ella guarda e valuta gli elementi  che il laboratorio speciale su cui ha studiato evidenzia, potendo così rilevare come lo strumento della lotta possa rivelarsi inefficace se non si pongono al centro della lotta sindacale e politica rivendicazioni su cui si orienti il consenso pieno e totale della classe coinvolta. Per lei lo scioperò diviene una liberazione dall’attitudine del lavoratore alla passività quotidiana, che nel corso del tempo neutralizza la volontà della lotta e della ribellione.  Quindi lo sciopero è uno strumento di scossa necessario e fondamentale.

Non è la rivoluzione. Questo no. Tuttavia, anche se si pervenisse a questa forma di lotta in essa  la studiosa intravede l’ambizione dei lavoratori a ricorrere a questo strumento, con l’intento di trasformarlo in un elemento collettivo in cui si raccolgono le spirazioni di una classe sociale che si pone l’ambizione di cambiare la sua situazione di classe e sociale. La strada che indica Weil è anche quella della preparazione e dello studio, quindi della formazione dei lavoratori ( questo aspetto è valorizzato dal suo ruolo di insegnante di filosofia ), poiché solo seguendo questa strada educativa e formativa il lavoratore acquisterà la necessaria capacità di costruire le giuste nozioni politiche su cui poggiare la propria iniziativa di crescita sociale, avendo come visione un mondo nuovo da cui estrarre tutte le motivazioni umanitarie e cognitive indispensabili alla comprensione dei processi della produzione e dell’organizzazione del lavoro.

In questo lavoro di ricerca della condizione operaia e dello stato di sfruttamento degli esclusi condotto dalla giovane Weil è rilevante il riferimento ai valori della società da riconquistare mediante una lotta politica, per questo la filosofa insiste sul fatto che il lavoratore deve impegnarsi nella ricostruzione di una propria identità, utile a comprendere ciò che la società capitalista rappresenta, in specie per la forte attrazione esercitata dal possesso del denaro e dalla spinta al consumismo che ne consegue. Questi “doni”  che la società capitalista indica come valori, per la Weil sono invece indicativi di un asservimento per cui li indica come sostitutivi e quindi distruttivi della civiltà che ne subisce il fascino. Al proposito, scrive: “Esiste una condizione sociale – il salariato – completamente e perpetuamente legata al denaro, soprattutto da quando il salario a cottimo costringe ogni operaio ad essere sempre teso mentalmente alla busta paga. La malattia dello sradicamento raggiunge il massimo della gravità in questa condizione sociale”.

Nel passaggio conclusivo si evince un insistente richiamo alla tradizione, non per rianimare una nostalgia ormai fuori tempo, ma per richiamare l’individuo, il lavoratore, il cittadino ad un nuovo impegno di rigenerazione su cui basare una lotta politica a sostegno di una liberazione nell’ambito della democrazia e della libertà dal bisogno. Infatti……..”Mediante la sua partecipazione reale, attiva e naturale all’esistenza di una collettività che conservi vivi certi tesori del passato e certi presentimenti del futuro, l’essere umano ha una radice. […..] Ad ogni essere umano occorrono radici multiple. Ha bisogno di ricevere quasi tutta la sua vita morale, intellettuale, spirituale tramite gli ambienti cui appartiene naturalmente”.

Questo breve testo riassuntivo di un disegno filosofico e sociale, elaborato da una pensatrice dalla quale provengono dal passato segnali importanti per la sinistra, una lezione di profonda umanità, poichè ci trasmette un’eredità di cui è opportuno rivalutarne tutta la sua rilevanza culturale e politica.  Il presente testo non ha alcuna pretesa di ricostruzione del pensiero della Filosofa Simone Weil, limitandosi ad essere un modesto contributo alla sua rivalutazione politica, in specie dopo il 4 marzo 2018, che ha segnato la sconfitta della sinistra e del movimento sindacale.

Albero Angeli

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Il prezzo del social, di C. Baldini

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baldini claudia 4

Dopo anni di ‘non pensiamoci’, abbiamo scoperto l’acqua calda: abbiamo dovuto cedere la privacy per accedere al mondo virtuale. Le leggi, i regolamenti, i contratti ci sono sempre stati, ma quanti si sono letti 100 pagine di cavilli in inglese?

E poi ancora più bella, la retorica del consenso all’utilizzo dei propri dati, pena il mancato utilizzo del programma che vogliamo utilizzare.
A tutti poi capita di accettare , ignorandolo, il seguente, insulso messaggio: «Questo sito si serve dei cookie di Google per l’erogazione dei servizi, la personalizzazione degli annunci e l’analisi del traffico. Le informazioni sul tuo utilizzo del sito sono condivise con Google. Se prosegui la navigazione acconsenti all’utilizzo dei cookie». Cos’è mai se non l’avvertimento di una profilazione? Ed è su questi ricatti normatizzati che è cresciuta la sostanziale impunità di un sistema fondato sulla totale e irreversibile mancanza di dimensione privata dei suoi iscritti.

E’ evidente che dopo lo scandalo Cambridge Analytica “qualcosa” dovrà cambiare perché la politica, pur contando sempre di meno, non può rinunciare a dar segno di vita. Pertanto stanno per scattare nuove leggi col proposito di vincolare i colossi che mangiano privacy e di tutelare la sfera privata dei cittadini-utenti; il problema è capire se e quanto risolvano davvero queste norme, posto che le aziende sono bravissime a superarle ogni volta con un tasso di innovazione sempre più spinto, che svuota le normative, rivolta a un passato che, anche se vecchio di pochi mesi, appare già remoto.

D’altronde da Obama a Casaleggio tutti hanno utilizzato ed utilizzano i nostri profili, per vincere, per vendere, per guadagnare.
E che cosa sono i Social network se non società private, ma che costituiscono una nuova infrastruttura pubblica su cui si muovono interessi economici oltre al dibattito pubblico?
Quando entri, non paghi un biglietto, ma lasci la carta d’identità della tua anima, a disposizione di tutti.

Ma è ancora possibile lasciare in mano ai privati della Silicon Valley, senza alcuna regolamentazione, la gestione di questa infrastruttura? La datacrazia, cioè il potere di processare i dati e il loro utilizzo, è una materia che pone fondamentali dubbi e angosce

Pensiamo alla politica
La figura dello statista è stata sostituita da quella del politico artificiale, prodotto in laboratorio dagli spin doctor che studiano gli algoritmi, analizzano i big data, pesano i sondaggi, sondano il web, contano i follower, carpiscono gli umori dell’opinione pubblica per convertirli prima in like e poi in voti sonanti.

Ma è legittimo pensare che una politica i cui interpreti sono costruiti a tavolino non può avere più la statura necessaria per sedere a tavoli ben più importanti. Una politica la cui missione primaria è divenuta intercettare i byte e rincorrere il click, perde la sua stessa ragion d’essere, ed è condannata all’obsolescenza programmata.Ed infatti è la desolazione intorno a noi

Intanto a lamentarsi delle procedure ambigue e “criminose” di Facebook siamo noi, i due miliardi di umani che vivono in Facebook. Adesso è di moda l’hashtag “fuori da Facebook” (lanciato dal cofondatore di WhatsApp, Brian Acton, in sospetto malanimo verso Zuckerberg). Ma nessuno ne uscirà mai, perché le nostre relazioni, i nostri contatti, il nostro stesso lavoro sta incatenato lì dentro e il padrone di casa lo sa.
Sa che, passata la bufera, tutti si adegueranno fingendo di credere a nuove tutele che non esisteranno mai (anzi). Per questo può permettersi di mentire quando parla di «sbagli che non dovranno più accadere»: se vuol dire ai suoi di farsi più furbi, allora è credibile, ma se intende che ha scoperto la sacralità dei profili dei suoi utenti, allora fa ridere. Frattanto, appare minacciato da nuove leggi e nuove multe che potrebbero portargli via 1,6 miliardi.

Ma, più che le ritorsioni della politica, è il tanto vituperato mercato a fare giustizia: in poche ore dallo scandalo Cambridge Analytica che lo coinvolge, Zuckerberg s’è fumato 60 miliardi di capitalizzazione in Borsa. Una bella sberla, ma il ragazzo è perfettamente in grado di assorbirla, visto che il titolo, dopo alcune incertezze iniziali, stava sotto i 50 dollari nel 2013 e il 20 marzo ha chiuso a 168,15 dollari e secondo alcuni analisti può arrivare fino a 250 dollari. Che vuoi che sia una multa da un paio di miliardini, subito spalmata?

Certo, nuovi profili giuridici dopo un casino come questo non potranno mancare; ma saranno leggi di facciata, perché come fa la politica a imporre leggi efficaci a qualcuno dal quale dipende e che può crescere solo senza le leggi che lo limitano?
Domanda a noi: accettiamo di essere usati?
Questo è ciò su cui io sto meditando.

Claudia Baldini

Ripartire, ma a determinate condizioni, di S. Valentini

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Da oltre un ventennio la sinistra mostra una incapacità a coniugare dialetticamente visione sociale e prospettiva strategica per condurre una efficace iniziativa politica. Il terremoto del voto è anche la conseguenza di questa sua incapacità. Al primo distruttivo scossone del 4 marzo, che ha politicamente spaccato l’Italia in due, nord e sud, ne seguiranno altri, delle scosse di assestamento più o meno intense e violente, che renderanno il panorama di macerie ancora più desolante. E non credo che il modesto 3,5 per cento di Liberi e uguali sia dovuto alla presenza di diverse liste di sinistra. Un punticino in più non avrebbe cambiato l’esito disastroso del voto: si sarebbe aggiunta ulteriore confusione politica alla tanta che già c’è a sinistra e che il dibattito del dopo voto inevitabilmente sta confermando.
È in atto, in Italia come in Europa, un processo di scomposizione e ricomposizione del sistema dei partiti, cioè della cosiddetta “crisi della democrazia”, o meglio della crisi istituzionale, politica e sociale dei sistemi liberali. Da tempo il capitale finanziario ha deciso di fare a meno della democrazia. Le istituzioni europee sono ridotte a momenti decisionali a-democratici. Basta mantenere in piedi un simulacro di “sovranità popolare”. Lo scontro tra i populismi, considerati forze antisistema, e l’élite finanziaria europea in verità non c’è mai stato. La riprova sta nel fatto che i mercati non hanno manifestato nervosismi e lo spettro dello spread non ha avuto picchi pericolosi, nonostante la gigantesca ondata populista. Lo stesso era accaduto con la elezione di Trump negli Usa. Rispetto a questa “crisi di sistema” la socialdemocratica manifesta la sua totale inadeguatezza e la sinistra radicale una residualità fatta di ideologismi impressionante, mentre una sinistra nuova non sempre riesce a emergere e ad affermarsi come soggetto con una discreta base sociale: l’Italia ne è la dimostrazione evidente.
Liberi e uguali si è presentato come un “cartello elettorale”, tra l’altro messo su tardivamente, con l’obiettivo di rilanciare una sinistra che diventasse il motore di un centrosinistra non a trazione renziana. Ha sottovalutato il sistema elettorale prevalentemente proporzionale, dove gli accordi di governo avvengono in Parlamento dopo il voto. Non so se siamo alla terza repubblica. Una cosa però è certa: dopo vent’anni di bipolarismo e di tentativi di costruire il bipartitismo (si pensi all’Ulivo e al Pdl), per molti aspetti siamo tornati alla prima repubblica, con la presenza di due partiti con caratteristiche di massa: Movimento 5 Stelle e Lega. Le due forze hanno dimostrato di saper declinare il lavoro politico del “porta a porta” con gli strumenti tradizionali dei media e con le nuove forme di comunicazione della rivoluzione digitale. Sono formazioni con i tratti del partito di massa (sarebbe errato considerarli dei semplici partiti di opinione). Quindi non è assolutamente vero che il partito di massa abbia esaurito la sua funzione: si è trasformato, ha cambiato pelle. Utilizza in modo intelligente le nuove tecnologie, oltre ovviamente i tradizionali metodi di ricerca del consenso e la costante mobilitazione dei suoi militanti. La sinistra non è stata capace di fare altrettanto.
Tutto ciò è stato possibile in quanto entrambe le formazioni hanno una visione del Paese e non una impostazione gestionale e amministrativa. Quando Salvini e Di Maio affermano che il concetto di destra e di sinistra sono superati non compiono una operazione a-ideologica o esclusivamente programmatica, ma rilanciano una loro precisa e chiara visione della società, definiscono la loro identità. È una forma moderna di ideologia che settori popolari e ceti medi impoveriti percepiscono essere in sintonia con la loro grande voglia di cambiamento, anche se poi queste spinte demagogiche e populiste vengono riassorbite per essere instradate dal sistema: devono infatti fare i conti, proprio perché non sono forze anticapitalistiche, con la realtà data, cioè con l’agenda politica che indica la necessità della stabilità dei governi sulla base dei dettati di Maastricht e del fiscal compact. La trasformazione di Di Maio in leader “responsabile”, attento alle dinamiche dei mercati e “atlantista” non deve perciò più di tanto meravigliare. Il Movimento 5 Stelle e Lega sono due diverse modalità di populismo intrecciato alla demagogia. Ma non sono le uniche: Renzi e Berlusconi non sono stati da meno. Le due formazioni vincitrici delle elezioni hanno vinto poiché in primo luogo hanno i tratti del partito di massa e non tanto perché sono populiste, che è una caratteristica di tutto il sistema politico. Sono state avvertite dalle popolazioni in sofferenza sociale a loro più vicine, proprio per questi tratti che hanno favorito la conduzione di una campagna elettorale in cui il proporzionale è stato valorizzato ed esaltato. Addirittura la Lega, pur facendo parte di uno schieramento di centrodestra, non ha rinunciato a sviluppare una iniziativa politica di forte competizione con Forza Italia.
Tutto ciò a sinistra non è accaduto. Non si è compreso che il problema non era la rifondazione del centrosinistra, ma della ricostruzione di un moderno e nuovo soggetto della sinistra. Con il proporzionale Liberi e uguali aveva l’occasione di mostrare la sua visione di società e la sua identità, invece si è presentato come copia piccina piccina dell’esperienze uliviste. Ha dato questa immagine, cioè di essere un “cartello elettorale” improvvisato, senza visione strategica e identità, dando la sensazione, tra l’altro, di essere la sommatoria di piccoli gruppi della sinistra al limite dell’autoreferenzialità i cui gruppi dirigenti sono un pezzo di ceto politico più volte duramente sconfitto (Si guardi alle ultime vicende della Regione Lazio). A prescindere dall’uso che si è fatto dei media e delle nuove tecnologie digitali, come è stato possibile ritenere che si sarebbe potuto riattivare militanti frustati e delusi dalle politiche del centrosinistra (non solo del Pd di Renzi) senza avere una visione di società, senza indicare una prospettiva, senza una identità che diventasse “senso comune di appartenenza”? A Pomigliano d’Arco la maggioranza degli operai è con la FIOM, ma il 65 per cento di essi ha votato per 5 Stelle! 
Occorreva pertanto una discontinuità, di uomini e di proposte con le pratiche del centrosinistra: la precarizzazione (pacchetto Treu), le privatizzazioni (con svendite di un patrimonio produttivo del Paese a inaffidabili “capitani d’industria”), l’abbandono del Mezzogiorno a se stesso, il governo Monti con le sue controriforme sociali e l’inserimento del pareggio di bilancio nella Costituzione, per fare solo alcuni esempi, sono da addebitarsi al centrodestra o al centrosinistra? Su una questione Renzi ha ragione: la soppressione dell’articolo 18 e del jobs-act non sono stati provvedimenti altra cosa rispetto alle politiche uliviste, con tali politiche sono invece in forte continuità. Così Liberi e uguali non è stato un “cartello elettorale” credibile. Non si è presentato come forza nuova, in discontinuità assoluta con il passato. Doveva avere l’ambizione di essere, con la crisi profonda del Pd, una forza di sinistra che aspirava a divenire componente di maggioranza del campo progressista, e non apparire come la corta seconda gamba di un rinnovato centrosinistra. Con il proporzionale era questa la partita che si doveva giocare.
In un sistema proporzionale il centro-sinistra è una delle possibili proposte politiche di governo (in altri tempi si sarebbe detto una formula) su cui costruire in Parlamento una maggioranza, ma non è, a differenza di ciò che avviene in un sistema bipolare maggioritario, una coalizione programmatica e di governo, o addirittura un partito unico del centrosinistra. Non so se la inadeguatezza di Liberi e uguali sia dovuta a mancanza di coraggio o sia l’inevitabile conseguenza di una cultura politica di ispirazione ulivista, sia pure un po’ più a sinistra dal Pd. L’unica cosa certa che so è che il voto ha provocato la sparizione della sinistra (non l’estinzione), lasciando un senso di vuoto e di smarrimento. 
Anche sul piano sociale Liberi e uguali ha evidenziato profondi limiti. È mai possibile che in un Paese in cui ci sono 6 milioni di poveri assoluti e una disoccupazione giovanile che in alcune zone del Mezzogiorno si aggira intorno 50 per cento la proposta qualificante della sinistra sia la soppressione delle tasse universitarie anche se importante? È questa la priorità delle popolazioni meridionali, dei giovani? Non dico che bisognava fare come 5 Stelle e la Lega che hanno spettacolarizzato la campagna elettorale con proposte confuse e demagogiche e a volte inquietanti, che però hanno avuto il merito di raccogliere il diffuso e profondo malessere sociale del Paese con messaggi forti. Si è opportunatamente denunciata la crescente diseguaglianza sociale, ma in concreto, oltre a indicare il principio costituzionale della progressività, quali sono state le due/tre proposte forti per rendere possibile e credibile davvero una diversa distribuzione della ricchezza? Idee forti, avrebbe detto Engels: un programma che sia una bandiera piantata nella testa della gente! Perché si è farfugliato sulla riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario dopo aver ricevuto, tra l’altro, dalla Germania una importante sponda? E si potrebbe continuare con il reddito minimo garantito, che avrebbe permesso un confronto non difensivo con la pasticciata proposta del reddito di cittadinanza, per non dire della “riforma Fornero” e di come correggerne gli aspetti più iniqui. Insomma, anche nei programmi ho visto molta timidezza, una cultura politica figlia dell’esperienze di centrosinistra. 
Noi abbiamo invece la necessità di rifondare una sinistra del XXI secolo, che non sia la semplice continuazione delle esperienze storiche del Novecento, ma un soggetto nuovo, moderno, capace di raccogliere la sfida della globalizzazione sempre più dominata dal capitale finanziario. Una sinistra che prospetti una visione di andare “oltre il capitale”. Con il voto abbiamo perso una grande opportunità in Italia per avviare tale lavoro di lunga lena, iniziando da quello fondamentale del radicamento sociale. Si deve ripartire, ovviamente da una posizione ancora più arretrata, ma si può ripartire, a determinate condizioni però, non commettendo gli errori che ormai si commettono da più di un ventennio. L’auspicio è che da qui alle elezioni europee si sia imparata finalmente la lezione.

Sandro Valentini

Dopo il voto del 4 marzo, un ritorno a Karl Marx, di A. Angeli

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Marx? Non ci ha mai lasciati ! Non sembri una battuta espressa  con l’intento di mitigare lo stato d’animo di un uomo di sinistra che avverte la fine di un sogno: realizzare una società socialista. Il discorso politico  sul quale il nostro paese sta mettendo a rischio la tenuta democratica, a causa della crisi economica e politica  in cui si avvita il sistema, si sta indebolendo fino ad annullare l’idea di comunicazione politica corretta e fondativa di una forma di valore etico, che Habermas  e John Rawls davano al discorso nella loro approfondita  ed estesa ricerca  sociologica e filosofica.

Il richiamo ai due pensatori ha solo la funzione di una riflessione. che diviene cruciale alla luce degli avvenimenti che stanno investendo il mondo in tutte le latitudini e longitudini  conosciute. Il tema, allora, non è più quello delle relazioni sociali, prescindendo dalle loro implicazioni comunicative, ma come queste siano intese ed interpretate, stando attenti a non incappare nelle manipolazioni informative, le sole capaci di disorientare  la forma dialogante a favore dell’agire strumentale e autoritario.

Dopo  quanto accaduto con il voto del 4 marzo anche i più ostinati avversari della logica devono ammettere che il il risultato elettorale è la prova veritativa di quanto stiamo dicendo. Qualsiasi osservatore onesto e lucido può cogliere nel comportamento delle forze politico-parlamentari, e dei partiti che ne sono espressione, uno sbandamento ai limiti dell’incapacità. La gravità di questa evidenza ha il suo riscontro nella serie delle pesanti sconfitte che si devono registrare sul fronte delle riforme: da quella del sistema elettorale indicato come “italicum”, bocciato dalla Consulta, alla riforma delle riforme, che riguardava parti importanti della Costituzione e delle Istituzioni, sonoramente affossata dal referendum.

Oggi, le forze politiche più rappresentative che si erano impegnate a dotare il Paese di una riforma elettorale: PD, Cinquestelle, Forza Italia e Lega Nord, con un patto ad essa sotteso con il quale si impegnavano a determinare le condizioni per sciogliere l’attuale parlamento e indire nuove elezioni subito dopo l’approvazione della nuova legge, hanno clamorosamente fallito. Né i 5 stelle, né la coalizione di centro destra,  hanno ottenuto un consenso maggioritario indispensabile per procedere alla costituzione di un Governo. Il PD ( il Renzismo ) è uscito sconfitto, annientato da questa prova elettorale. I flussi elettorali indicano che una buona parte dei voti PD sono andati ai 5 stelle, altri, in verità pochi, alla lega, mentre molti sono gli astenuti.

La prima analisi del voto compiuta dagli organi responsabili del PD  post Renziano, senza giri di parole, ha riconosciuto la sconfitta e individuato nell’allontanamento del suo gruppo dirigente dalla realtà sociale, dalle periferie e dal mondo del lavoro la causa prima di questo inevitabile risultato elettorale. Martina è stato confermato reggente e fiduciato a proseguire con un organismo rappresentativo di tutte le culture presenti nel partito.  Nessun Aventino, dunque, ma un’apposizione consapevole dei grossi problemi che gravano sul Paese e sul mondo del lavoro, dei giovani, degli esclusi  e dei più deboli. Spetta a coloro che hanno ottenuto i maggiori riconoscimenti dal voto elettorale assumersi la responsabilità di indicare al Paese la strada per la costituzione di un governo e le proposte programmatiche su cui sollecitare e aspettarsi una sostegno dalle forze dell’opposizione, in specie dal PD.

In questa prospettiva di lavoro, il tema della ricostituzione di un movimento della sinistra dovrà divenire, nel presente e in modo permanente, una prioritaria e assoluta.  La strada di una rifondazione della sinistra nella casa del PD può conseguire un risultato se l’attenzione ai temi del lavoro, dell’equità e della giustizia distributiva saranno assunti come precondizione di un progetto che ricompatti le divisioni che oggi segnano la società italiana, se la sinistra riorienta la sua funzione e ruolo spostando la propria attenzione sul territorio, nei luoghi di lavoro, sulla  scuola e nel mondo della ricerca e delle sensibilità sociali.

Tutto questo si svolgerà sotto la vigile attenzione del Presidente della Repubblica al quale spetta, nel rispetto delle prerogative Costituzionali, impedire alle forze populiste di muoversi spregiudicatamente e  al di fuori delle regole democratiche mettendo in atto furbizie, ledendo con i loro comportamenti le regole fondamentali su cui poggia la nostra democrazia. In questo senso verrebbe colpito il presupposto fondamentale su cui la teoria discorsiva della morale e della politica Habermassiana fonda l’agire comunicativo, inficiandone la valenza della giustizia come equità, che, nell’idea di Rawls, significa rendere coerente la teoria normativa e i suoi principi di giustizia indispensabili per l’assetto delle istituzioni di base della società con la questione del pluralismo come tratto persistente delle società democratiche.

Sono altresì convinto che la sinistra del nostro Paese potrò riappropriarsi di una sua identità se sarà nella condizione di ritornare a Marx, a rileggere con attenzione i suoi scritti e trarne le dovute elaborazioni teoriche da riproporre in termini di una visione attuale, su cui condurre una “prassi” di lavoro politico per superare la globalizzazione finanziaria e capitalistica.

Parlare quindi di Marx e dell’attualità del suo pensiero, di fronte allo spettacolo degradante in cui si arrabattano le forze politiche del Paese, è riappropriarsi di una cultura teorica da intendere come “prassi” Marxiana da  utilizzare come attività trasformatrice del reale e produttrice della storia. Di qui passa il percorso che ci può  condurre verso un orizzonte  alternativo all’attuale confusione Borghese-capitalistica. Se effettivamente si vuole rinnovare la sinistra, riformare il paese e vincere  la lotta contro il tentativo autoritario diviene indispensabile smascherare il ruolo delle èlites e degli opinionisti dell’informazione,  che hanno fatto del loro servizio al potere economico e politico al comando l’unico, redditizio compito, esaltando la morte del Marxismo e l’affermazione del liberalismo finanziario

Al proposito della morte di Marx, c’è una battuta che non è mai tramontata: Dio è morto, Marx è morto e io non mi sento affatto bene. Se stiamo ai fatti della storia possiamo riconoscere che Dio se la cava piuttosto bene, specie dopo la venuta di Papa Francesco; e Marx gode di ottima salute, come ci ricorda l’immensa elaborazione bibliografica teorico-interpretativa della sua dottrina e il fallimento del suo nemico storico: il capitalismo occidentale, nel senso della sua decadenza  come illustrata da Marx ed Engels nel testo: “ Dell’Ideologia Tedesca”.  D’altro canto non sarebbe serio ignorare la sterminata materia di analisi su cui il mondo scientifico e politico si è misurato e spesso scontrato, come se fosse possibile saltare a piè pari la storia della fortuna o sfortuna dei suoi testi; neppure però avventurarsi in un ennesimo studio su Marx e, magari, accettare di essere catalogati fra i Marxisti che pretendono di rappresentarlo dandone un ritratto che spesso è servito ad oscurare la più feconda teoria scientifico-filosofica a vantaggio di una strumentalità politica sintetizzata nell’idea di un disegno politico anticapitalista.

Sicuramente uno dei temi ricorrenti è quello del rapporto tra Marx e il marxismo e questo perché le sue tesi sono sempre state un cantiere aperto, che i tre volumi del Capitale concorrono a confermare per l’incompiutezza della sua opera. Così, voler ricercare una verità, assoluta e unica, conferma uno spirito dogmatico che si esprime in coloro che hanno inteso richiamarvisi al solo scopo di dotare i movimenti politici di una ideologia di forte e intensa motivazione rivoluzionaria.

Ci sono state nel novecento correnti di pensiero che si sono spinte a valutare l’idea di Marx come una forma di nuova sociologia, considerando Marx uno scienziato della società, (penso ad Althusser) così anche il cosiddetto socialismo scientifico è stato collocato in questa struttura interpretativa. Infatti, il richiamo alla rottura epistemologica che dividerebbe il giovane Marx ( 1844 i manoscritti economico-filosofici) dal Capitale, in cui si cimenta come analista della società dello sfruttamento e dell’alienazione. D’altro canto , proprio il riferimento a studi recenti ci aiuta a capire come l’analisi obiettiva delle strutture del capitalismo non sarebbe possibile, in specie se ciò dovesse svolgersi senza appropriarsi dello spirito di Marx e del diffuso senso normativo a cui ricorre spesso con il termine “ critica”, risentendo notevolmente della Critica della filosofia del diritto di Hegel, fino allo stesso Capitale che è sottotitolato «Critica dell’economia politica».

A mio avviso Marx merita la qualifica di pensatore del futuro; per il quale la filosofia non deve limitarsi a descrivere (o addirittura, a contemplare) il mondo, ma deve trasformarlo ( mettendo l’uomo al centro della sua considerazione) come recita una delle Tesi di Feuerbach).

Ancora. Si pensi a Gramsci, che definirà la «filosofia della prassi» a cui Marx giunge partendo da posizioni che condivide con i «giovani hegeliani», nell’ambito di una critica teorica degli errori che coinvolge anche la religione, smascherata come proiezione del desiderio di perfezione dell’uomo

Scrivendo sulla Gazzetta Renana, Marx esplicita l’acquisizione di una conoscenza dell’uomo e mediandola attraverso Dio ne fa risultare una immagine di perfezione e felicità che non può avere. Per lui bisogna modificare le condizioni di miseria e di infelicità in cui di fatto vive. Questo in fondo è il significato fondamentale del materialismo storico che, come lo spettro del comunismo, ha tanto spaventato le borghesie di tutto il mondo. La forza di questa sua visione si ritrova nel “ Manifesto del Partito comunista”, scritto nel 1848, un lavoro «su mandato della Lega dei comunisti», che Marx e Engels scrivono e pubblicano; inoltre, nel 1864 parteciperanno alla fondazione della Associazione internazionale dei lavoratori, che passa alla storia come la Prima Internazionale.

Con queste brevi considerazioni confermo la mia convinzione che Marx, nonostante le apparenze e le opinioni di tanti suoi interpreti, è un «filosofo della storia»; la descrizione scientifica del capitalismo ha solo senso in questa prospettiva di progresso. Allora si deve convenire che nonostante il «sonno della ragione» in cui siamo caduti, Marx ha ancora, e di nuovo, la capacità di svegliare anche noi: davvero, bentornato Marx!

Alberto Angeli

Non dimenticare il Moro politico, di A. Roazzi

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Alessandro Roazzi 2

Quando ebbi la opportunita’ di sentire dal vivo Aldo Moro pur non essendo mai stato democristiano, ne ricavai una notevole impressione. Ero andato, per farmi professionalmente le…ossa, a seguire il Congresso democristiano nel quale Moro si presento’ Come oppositore della Segreteria del partito e, di fatto, leader della sinistra interna alla Dc. Le prime battute del suo intervento furono durissime ed io mi rivolsi sorpreso verso un collega assai piu’ Esperto di me per chiedergli dove sarebbe andato a parare. Mi disse di portare pazienza…era solo l’inizio. Parlo’ per ore, demolendo con un puntiglio da gigante della politica le ragioni della maggioranza che non tenevano conto dei profondi cambiamenti della societa’ italiana alla fine degli anni 60. Una lectio magistralis che era pero’ anche una appassionata manifestazione di una convinta battaglia politica. Non l’ho piu’ dimenticata anche se ho continuato a votare…a sinistra. Questa era politica, lo dovrebbe essere ancora se non fossimo sprofondati in una mediocrita’ che ora potrebbe far scricchiolare anche le certezze democratiche. Quando fu rapito, speravo che la strada della trattativa aprisse un varco di vita per lui. Negli anni successivi fino ad oggi ho invece capito che il groviglio infernale ed inquietante per taluni aspetti anche oggi nel quale era caduto non poteva essere dipanato. Ed ancora oggi non mi convincono le tesi che intendono spiegare quei terribili giorni, soprattutto se arrivano da inutili ‘sermoni’ dei brigatisti peraltro incredibilmente non confutati da chi li intervista come se fossimo in un rotocalco per…vite vissute, ma anche da taluni settori della pseudo cultura bene. La fine di Moro e’ assai triste anche per questo. Manca tuttora di verita’. Almeno per me.

Alessandro Roazzi

Una sconfitta referendaria, di A. Angeli

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Alberto Angeli 2

Una sconfitta referendaria, una batosta elettorale, adesso l’eversione. Rifiutarsi di fare un governo nel Parlamento di una democrazia parlamentare, è non solo ignoranza ma protervia nei confronti dei cittadini elettori.” Il tweet è stato battuto alle 04.26 di ieri, prima dell’alba, ma non basta l’ora a giustificarlo, dal Prof. Gianfranco Pasquino. Professore emerito di scienza politica, con un curriculum di studioso ineguagliabile, per tre volte Parlamentare nelle file dei progressisti, candidato a sindaco di Bologna con una sua lista civica ( con  il 2% dei voti ricevuti ), il giorno 8 marzo ha twittato questa dura frase contro il PD, cioè Renzi. Si può dire: voce dal sen fuggita o arroganza di un intellettuale che si crede un Dio per il suo ruolo elitario nella cultura nazionale?

Egli percepisce un vitalizio da ex Parlamentare ed è da presumere che all’età di 75 anni addizioni a tale importo la pensione di ex professore e altre varie rendite derivanti dalla sua attività di studioso e Professore. Non un pensionato di media tacca o un uomo di media cultura, al quale possono essere perdonate parole eccessivamente offensive o improprie. A costui, al povero pensionato o uomo di poca cultura daremmo della personalità schizoide, all’uomo di scienza, a cui non dovrebbe fare difetto un’antropologia del significato delle parole, possiamo solo guardare sbigottiti e perplessi per l’esegesi con la quale commenta una volontà politica fino a definirla “ eversiva”.

Non la giustifico con l’età, o forse l’ora in cui ha twittato, le 4 appena del mattino. Certamente è l’odio per una persona  e la presuntuosità di essere la sola e unica verità alla quale compete di dare ordine alla vita dei mediocri, anche se comunque chiamati a rappresentare 6 milioni di elettori/cittadini.

Sono tra coloro che avversano decisamente un sostegno ai 5stelle, che sono lontani dalla mia idea di società e di democrazia quanto lo sono le galassie nell’universo infinito. Men che meno mi passa per la testa un appoggio alla destra.

Al voto. Si lavori per percorrere la strada per il voto apportando minime correzioni alla legge elettorale. Sul ruolo delle elites la sinistra deve riflettere e guardare alla storia. Nel momento presente, ad esempio, tutti i media sono collocati nell’area moderata o di destra, vicini alla gande borghesia affaristica. La grande Stampa è orientata a sostenere questo sistema, come anche l’informazione radiotelevisiva è apertamente o di destra o sostenitrice di una linea liberaldemocratica come La Repubblica. Non c’è più un giornale di sinistra né una fonte radiotelevisiva dell’area comunque riformista

 Ritengo, per concludere, che non si comprenderà  mai adeguatamente la forza dei movimenti populisti se non si coglie la natura dell’attuale modello produttivo liberista; se non si lega l’attuale composizione sociale alla crisi economica; se non si individuano le ragioni alla base del processo di impoverimento di massa che stanno subendo le società occidentali. Aggirando tali questioni, si cadrà sempre nel tranello moralistico in cui le elites si adopereranno per riorientare le aspirazioni delle masse, le loro lotte e delegittimare il modello di partito di cui si sono dotate per rappresentare la sintesi delle loro aspirazioni.

 Non si comprenderanno mai adeguatamente i movimenti populisti se non nell’ambito di un’analisi critica dello spogliamento della sovranità economica degli Stati nazionali, frutto del processo di globalizzazione che ha dileguato il controllo della politica sui processi economici generali. Il populismo risponde a questa esigenza di recupero e resistenza nei confronti di queste dinamiche alienanti, e non potrà mai colmarsi il divario tra “popolo” e sinistra se questa non riprende in mano gli strumenti di questa resistenza ai processi della globalizzazione economica, che è, prima di ogni altra cosa, una resistenza popolare e di classe, e solo successivamente una resistenza che accomuna temporaneamente (e in forma mistificata) le ragioni dei lavoratori con quelle di una piccola e media imprenditoria stritolata dal grande capitale transnazionale.

 Certo, la sinistra in Europa attraversa un momento storico difficile. Eppure.., eppure non dobbiamo cedere alla rinuncia. Possiamo partire da qui, dagli errori ( per noi, in Italia, quello di Renzi e della scissione dal PD ), e lavorare con fiducia per la ricostruzione di una prospettiva in cui il ruolo del lavoratore, sia esso professionista, autonomo, dipendente, della classe media, sia sentito come valore e forza culturale per rigenerale una nuova forza riformista che lavora per una società giusta e liberata dalle diseguaglianze sociali ed economiche.

 Alberto Angeli

Il voto dei fuorisede, la neve abbondante ed i biglietti del treno, di M.Zanier

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In questi giorni le nevicate sulla nostra Penisola che hanno imbiancato, strade e paesi ed incredibilmente la capitale hanno sicuramente reso felici i più piccoli ma anche arrecato grandi disagi a chi è costretto a viaggiare ed a muoversi per studio o per lavoro.

Chi scrive ha la possibilità di osservare ogni giorno l’andamento viario di decine e decine di persone, lavorando per una grande ed importante biglietteria ferroviaria e parlando ogni giorno con tanti passeggeri, ascoltando i loro problemi e cercando di soddifare le loro esigenze. Da questo punto di vista posso dire con certezza che in questi giorni la situazione descritta da giornali e telegiornali è ben più complessa ed articolata. La neve infatti ha reso più drammatica la vita di chi, come me, si muove quotidianamente coi treni regionali per andare al lavoro e tornare a casa. In questi giorni anche io ho fatto sinceramente più fatica ad attraversare la metropoli romana, a programmare le mie giornate tra cancellazioni e ritardi frequenti, a trovare il posto a sedere, a costruire il mio tempo libero una volta finito l’orario di lavoro. Ma, come a me, la vita normale, con le sue incertezze e le sue normali aspettative si è complicata per tante altre persone. Soprattutto per i fuorisede.

Il ghiaccio e la neve hanno colpito infatti in un periodo particolarmente delicato per il nostro Paese ed aggiungo, molto atteso da tempo: il voto alle elezioni politiche. Ossia ha colpito non tanto chi voterà nella sua città, perché la neve si è nel frattempo sciolta in quasi tutti i capoluoghi di rilievo ed anche in tanti piccoli centri ma soprattutto chi vive con nostalgia profonda e con disagio il dover lavorare o studiare in un’altra località avendo la residenza nella propria città natale, in cui si torna con piacere solo saltuariamente per rivedere i propri affetti più cari e sicuramente per esercitare il diritto di voto sancito dalla nostra Costituzione.

Sono tanti, tantissimi, più di quanti si possa immaginare i ragazzi e le ragazze costretti dalla crisi economica e dalle difficoltà strutturali della nostra Italia e soprattutto del nostro Mezzogiorno, che tgli ultimi governi hanno abbandonato a se stessi, sono tante le famiglie che si sono dovute stabilire per un periodo di tempo determinato in un’altra regione, soprattutto per il lavoro che manca e con i soldi che non bastano mai (anche io ne so qualcosa, essendomi spostato in passato da casa anni fa per cercare fortuna al Nord in un momento difficile della mia vita, salvo poi dover ritornare a Roma con le pive nel sacco in cerca di un’altra occupazione e della tanto agognata stabilità). Ebbene io con tanti di loro ho parlato con attenzione e rispetto in questi giorni, per pochi minuti ciascuno, nel tempo necessario a fare un biglietto del treno, ma acoltando la loro voce emozionata all’idea di partire o delusa dalle avverse condizioni metereologiche nel non poterlo fare. In questo periodo, tutti noi che lavoriamo alla biglietteria ci siamo caricati sulle spalle, com’è giusto che sia, i differenti problemi che i passeggeri della nostra compagnia, in particolare i fuorisede, si sono trovati davanti a causa dei ritardi frequenti dei convogli ferroviari, delle cancellazioni delle corse previste a causa della neve e del ghiaccio, del riempirsi dei vagoni sui restanti treni in circolazione. Noi tutti abbiamo fatto ore di lavoro in più, abbiamo stretto i denti, aguzzato l’ingegno e messo al frutto al meglio la nostra competenza maturata in anni di lavoro, trovando volta per volta la soluzione migliore per attenuare il disagio, offrire un servizio e non da ultimo garantire il diritto al voto. Anche oggi, anche stamattina, fin all’ultimo minuto del mio orario.

Domani anche io nella mia città, per fortuna la stessa in cui sono nato ed in cui vivo, andrò con la mia scheda elettorale in mano a mettere una croce sul simbolo che mi convince di più. Spero solo che il mio sforzo quotidiano, quello dei colleghi che conosco e dei tanti che non conosco non sia passato inosservato ai tanti, troppi che parlano dei limiti reali degli impianti su ferro nazionali e dei disagi straordinari che questa neve ha causato a ciascuno di noi.

Marco Zanier