Relazione di R. Sbordoni

Riccardo SbordoniPrecariato, cultura e conoscenza

Relazione  di  Riccardo Sbordoni 

E’ di qualche giorno fa il presidio organizzato dagli studenti dei Licei romani davanti al MIUR, per contestare il test invalsi, lo strumento che forse più evidenzia il mutamento in atto nella scuola pubblica italiana, che va sempre più verso un modello anglosassone, puntando sulla privatizzazione dei luoghi della conoscenza superiore e quindi modificando l’istruzione così come l’abbiamo conosciuta fino a questo momento.

La prova invalsi consiste in una verifica delle conoscenze che viene svolta secondo una modalità distante dal metodo che gli studenti italiani apprendono durante tutto il loro percorso di studio, ovvero attraverso un test a crocette a risposta multipla, una modalità del tutto approssimativa, che non va realmente a valutare le conoscenze dello studente. Un test che, inoltre, mortifica la professionalità dei docenti, privandoli di poter esprimere appieno la loro formazione e le loro conoscenze, accelerando, nei fatti, il processo di svalutazione della scuola pubblica.
La prova invalsi, infatti, vuole essere, nelle intenzioni del governo, il nuovo metodo di attribuzione dei finanziamenti alle scuole: una scelta, questa, che nascondendosi dietro la solita retorica della meritocrazia  non farà altro che acuire un’ulteriore disparità fra scuole del Nord e scuole del Sud, scuole del centro e scuole di periferia. In breve, quindi, creando scuole di serie A e scuole di serie B, impedendo una formazione di qualità e di massa e mancando completamente la finalità che da sempre la scuola pubblica si è posta: emancipare e in particolar modo coloro che provengono da situazioni di svantaggio sociale, culturale ed economico.

Inoltre, per lo studente che conclude il proprio percorso d’istruzione superiore, si trova un’ulteriore barriera che lo divide dal libero accesso ai saperi: il numero chiuso, uno strumento, ormai presente in più del 56% dei corsi di studio, figlio di una chiara scelta politica, che, da una parte viene giustificato con la scusa di voler preservare i luoghi della conoscenza dalla svalutazione dell’offerta formativa e dall’altra lo si rende il mezzo attraverso cui sopperire alle mancanze dovute agli ingenti tagli all’università, al welfare e al blocco del turn-over.

In realtà il numero chiuso è soltanto un ostacolo che separa lo studente  dal percorso formativo e, se non saranno posti argini a questa deriva, porterà nel corso di pochi anni ad un’espulsione di massa dall’università delle classi sociali più deboli, riportandola ad essere luogo riservato ai ceti più privilegiati.
Basti pensare che soltanto alla Sapienza, il più grande ateneo d’Europa, 40.000 sono gli studenti che, dal 2008, hanno deciso di non iscriversi più all’Università. Inoltre, ormai da alcuni anni, gli studenti, vengono bombardati dalla retorica secondo cui gli anni spesi all’università sono anni persi all’interno del mondo del lavoro e che, ad oggi, conviene molto più abbandonare i luoghi della formazione e, finite le superiori, iniziare subito il percorso lavorativo. Si registra infatti un calo delle iscrizioni universitarie sia da parte degli studenti che escono dal liceo sia da parte di quelli diplomatisi agli istituti tecnici, ma in misura assai differente: il 2% dai licei e ben il 10% da parte degli istituti tecnici, che sottolinea ulteriormente come l’università si stia sempre più rendendo un luogo elitario.

E’ chiaro quindi quanto, ad oggi, l’università venga minata alle fondamenta, non solo attraverso le barriere all’accesso, ma soprattutto attraverso un’opera sistematica di tagli e definanziamenti che da anni avvengono in questo Paese e che sempre più mettono in discussione il ruolo, quale quello che l’università pubblica ha avuto per decenni: quello di emancipare le classi subalterne attraverso la conoscenza e la formazione.
Diversi sono i modi con cui si sta tentando di smantellare l’università pubblica: l’aumento delle tasse universitarie, i tagli al welfare e ai servizi, i blocchi d’assunzione dei lavoratori, che puntano quindi a colpire al cuore il principale motore della mobilità sociale del Paese.

Questo sistema di precarietà che investe il mondo della conoscenza, lo ritroviamo in egual misura, se non aggravato, in quello che è l’inserimento nel mondo del lavoro per i giovani. Il rischio, infatti, non è solo quello di limitare l’accesso ai luoghi della conoscenza a un sempre maggior numero di persone, ma è anche quello di non creare un reale ponte, per i pochi che riescono ad entrare e a concludere il proprio percorso di studi, con il mondo del lavoro.

Emblema di tutto questo sono gli studenti di medicina, che, una volta laureati, non hanno diritto ad accedere alla borsa di specializzazione tutti e in egual modo: si conta infatti che su 7.000 studenti laureati, solo 3.300 avranno la possibilità di specializzarsi e si calcola che entro il 2018 mancheranno all’appello quasi 22.000 medici negli ospedali pubblici.
Questo significa che per quasi 5.000 studenti all’anno si aprono prospettive drammatiche: o continuare la propria formazione in un’altra città o all’estero, oppure unirsi alle fila dell’enorme esercito di disoccupati, per altro altamente specializzati.

Nel nostro Paese, infatti, la disoccupazione giovanile ha raggiunto cifre da record, secondo un ultimo sondaggio Eurostat, il drammatico dato del 42,7%, peggio di noi solo Spagna, a testimonianza non solo di come il lavoro in questo paese viva una tragica fase, ma soprattutto di quanto ad oggi non ci siano reali politiche d’integrazione dei giovani, laureati e non, all’interno del mondo del lavoro.

Le decine di differenti forme contrattuali, create ad arte negli anni hanno avuto come preciso obbiettivo quello di frammentare il mondo del lavoro e spingere i giovani ad una feroce competizione, ponendoli gli uni contro gli altri, secondo criteri di uno spietato darwinismo sociale.
A ciò va aggiunto che, coloro che invece lavoro lo hanno trovato, vivono in una situazione di profonda instabilità, impossibilitati dal darsi una progettualità di vita, con futuro stabile e certo, vista la precarietà dilagante in ogni settore e questa situazione  oggi viene ulteriormente aggravata dalle recenti misure prese dal governo Renzi.
Questo quadro drammatico non è frutto di casualità, ma è figlio di precise scelte politiche, prese in prima istanza dalle istituzioni europee, che sempre più hanno fatto del neoliberismo la stella polare delle proprie politiche economiche e che sempre più hanno influenzato il dibattito e la politica dei governi nazionali. Portavoce di queste politiche neoliberiste nel nostro Paese sono stati tutti i governi che negli ultimi anni si sono succeduti:dal Governo Berlusconi, al Governo tecnico di Monti, passando per quello di Letta, per continuare oggi con quello di Renzi, che, con il Jobs act, chiarisce in maniera inequivocabile la scelta politica di minare ancora di più l’occupazione, il welfare e ciò che rimane della cosa pubblica.

Davanti a questo attacco frontale del capitalismo finanziario su scale europea e nazionale, che punta ad abbattere e modificare le conquiste degli ultimi decenni del movimento operaio, la sinistra, in Italia, vive la sua ora più buia: frammentata, litigiosa è incapace di saper porre un argine a questo attacco e rilanciare, non riuscendo più ad essere promotrice e portavoce dei bisogni materiali delle persone.

In Italia le forze a sinistra della socialdemocrazia si sono condannare ad un’inconsistenza, dovuta da un lato a scelte minoritarie e settarie, che l’hanno vista sempre più accartocciarsi su se stessa, in una totale autoreferenzialità, perdendo di vista le istanze e i problemi della gente, e dall’altro ad un’incapacità di fondo di sviluppare un punto di vista autonomo, riducendosi, invece, a rincorre il blocco politico dominante.

 La Lista Tsipras, oggi, rappresenta invece l’occasione per la sinistra di ricostruire un terreno di unità reale in questo Paese, senza ricadere nella deriva del settarismo, spinta da una prospettiva di massa, capace di delineare chiaramente un profilo autonomo al neoliberismo.

Il dialogo, il confronto, la rimessa in discussione, la capacità di ascolto e la volontà di fare tutti un passo in dietro per farne molti avanti, insieme, è il punto di partenza da cui sviluppare un’analisi e una messa in pratica di quelle che sono le politiche d’alternativa alle direttive della BCE, messe in atto oggi dal Governo Renzi.
E’ in questo quadro che si va a inserire l’assemblea di oggi sulle case della sinistra, la cui sfida è quella di saper costruire, partendo da luoghi fisici, in cui far confrontare i vari pezzi della sinistra romana, per contribuire, dal basso, a quello che auspichiamo sia un progetto di riaggregazione della sinistra su scala nazionale.

Un progetto, questo, che punta ad essere quello che è stato all’inizio e che è oggi Syriza in Grecia, capace di ridare speranza ai giovani, ai lavoratori, ai pensionati, alle famiglie e alle classi subalterne di questo paese, che, opponendosi ai vincoli monetari della BCE, sia pure in grado di dare risposte concrete ai problemi quotidiani che affliggono milioni di persone.

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