Max Weber

Il socialismo di Max Weber, di A. Angeli

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La rivoluzione Tedesca del 1918/1919, maturata a seguito della drammatica conclusione della prima guerra mondiale, costituisce la svolta che segna il cambiamento e la trasformazione dello Stato Tedesco da una monarchia costituzionale in una repubblica democratica e parlamentare. Si tratta di uno degli eventi più significativi dell’inizio del XX secolo, che prende corpo nello Stato in cui si è formato il più grande e rappresentativo movimento del socialismo Europeo, patria del grande teorico socialista Karl Marx e riconosciuto come il Paese più avanzato sul piano della industrializzazione. L’eredità della guerra, simboleggiata dalla miseria e dalla disperazione diffuse tra la popolazione, e la notizia della rivoluzione in Russia, che ha determinato la caduta della Zar, sono colte dai socialisti come una premessa per la rivoluzione, favorita da un clima di forte tensione tra le masse che facilita la presa del potere da parte del Partito socialista Tedesco e porta all’abdicazione dell’Imperatore.

E’ sulla importanza di questa rivoluzione, che si afferma come una realtà universale per il legame ideale e politico con quella che aveva travolto e cambiato la Russia agraria, e che viene a costituire il cuore pulsante del movimento operaio della Germania industriale e capitalista, nel 1918, che si rivolge l’attenzione di Max Weber, il quale ne segue con scrupolosa attenzione di studioso la sua evoluzione in cui forti si manifestano le tendenze verso un processo di burocratizzazione dell’economia e un allontanamento da quella che poteva definirsi, agli inizi della rivoluzione, una via teorica progressista verso il comunismo. Weber seppe leggere la forza degli argomenti e la serietà del metodo di lotta adottate dalla classe operaia come una disciplina sulla base della quale organizzare la gestione diretta delle fabbriche, da lui intesa come nucleo fondante dell’ideale socialista. Weber si accinge quindi a una rielaborazione dei principi teorici su cui si è modellato questo tentativo di riorganizzare il capitalismo su basi politiche e sociali completamente alternativi al sistema, e cogliere la novità che questo avvenimento storico viene a rappresentare, dal momento che il potere nelle fabbriche è passato sotto il dominio della classe lavoratrice e il controllo sul sistema della borghesia e dell’aristocrazia sotto quello dei dirigenti riformisti della socialdemocrazia Tedesca.

Il 1918 è quindi il periodo storico della rivoluzione in Germania e l’affermazione di una nuova realtà rappresentata dalla classe lavoratrice organizzata e dal partito socialdemocratico, un fatto storico che impone una revisione della storia e del pensiero Weberiano, elaborato nell’ambito della cultura di classe appartenente alla società borghese che assume come principio attivo la neutralità della scienza sociale e dequalifica la lotta in corso tra capitalismo e socialismo a una semplice forma di contrapposizione ideologica, che a ben considerare ricalca, articolandola per diverse forme di pensiero, la contraddizione tra scienza e logica che distingue il processo antagonistico delle forze produttive del capitale nella sua fase più matura. C’è un salto ideologico tra il 1914 quando Weber, dopo aver sottoscritto le famose “tesi” del 1914, in cui l’Accademia Germanica sposava le idee espansionistiche della nuova Germania imperiale e federale, ossia il manifesto con cui giustificare l’intervento nella Grande Guerra, e l’estate del 1918, quando Weber accetta di tenere un corso sulla cattedra di Economia politica all’Università di Vienna. E’ proprio in quel periodo, e nella capitale austriaca, che tiene una conferenza, su invito dello Stato Maggiore dell’imperial-regio esercito austro-ungarico, sul tema del socialismo e della Rivoluzione d’Ottobre, mediante un’originale interpretazione della rivoluzione Russa. In quella circostanza, smentendo il luogo comune che lo voleva come il “Marx della borghesia”, Weber si rivela invece un pensatore politico liberal-conservatore, di una specie ben diversa da quella di stampo anglosassone. E’ in quella lezione, tenuta non a studiosi, ma come un orientamento teorico sul socialismo rivolto agli ufficiali di un esercito, che Weber illustra in modo originale le vicende russe ponendole a confronto con i testi marxiani e le aspettative del movimento socialdemocratico in Occidente, in specie di quello Tedesco.

Nel 1914 si susseguono fatti rilevanti, da cui poi prendono forma quei processi che condurranno alla rivoluzione del proletariato nel corso del 1918 per concludersi nel il 1919: la scissione del vecchio partito socialdemocratico (SDP), determinata dal voto che l’ala destra del partito espresse al Reichstag a favore dei crediti militari per la guerra imperialistica, a cui seguì la costituzione del nuovo partito socialdemocratico (USPD); il sorgere del movimento spartachista, con Rosa Luxemburg e Karl Liebchneckt, mentre nel resto dell’Europa si formavano nuove esperienze politiche, come in Olanda, il movimento consiliare, che in parte confluisce poi nel partito comunista Tedesco (KPD). Ancora: segue la nascita del revisionismo teorizzato da Bernstein e sostenuto da Kautsky, Adler, l’EPD e l’USPD. Un periodo che segna cambiamenti storici rilevanti, anche per il realizzarsi della rivoluzione d’Ottobre e la nascita della Terza internazionale, dai quali prende forma un contesto politico interessante e sul quale Weber esplicita una sua interpretazione del contesto storico/politico in cui legge il formarsi di una separazione tra quelle forze politiche che si rivolgono al socialismo evoluzionista, dalla originalità del pensiero Marxiano che si incarna in Bernstein e in altri teorici del tempo a quelle rappresentanze politiche che si muovono in un area anarco-sindcalista, ovvero quella consiliare, i bolscevichi, gli spartachisti ed altri gruppi minori che si raccolgono attorno all’idea di un rivoluzione seguendo i canoni del Manifesto di Marx ed Engels.

Nell’illustrazione che Weber svolge nell’assemblea degli Ufficiali dell’esercito austriaco il significato della parola socialista viene espressa ricorrendo al vocabolario della cultura ufficiale dell’epoca e propria dell’ideologia democratico borghese, che assimila socialismo e democrazia: tutti i partiti che hanno un puro carattere socialista sono oggi partiti democratici, sussumendo con tale rilievo che non esista nessuna ineguaglianza formale dei diritti politici tra le diverse classi della popolazione”. Questo rende subito chiaro come tale concetto alteri la funzione sociale del lavoratore, anche se accoglie il principio di un ruolo del lavoratore nei processi della fabbrica, poiché mentre valorizza il carattere ideologico, etico e politico del lavoro, “abolizione del potere dell’uomo sull’uomo “, in effetti restano immutate le forme di condizionamento o le tecniche di disciplina vigenti nella fabbrica, quali l’organizzazione dei tempi di lavoro e l’esercizio di comando da parte dell’impresa. Qui, allora, si affaccia l’idea che il socialismo costituisca solo una reazione morale, sebbene spontanea e necessaria, da parte della classe operaia alle terribili condizioni della fabbrica, sottoposta alla razionalità capitalistica dell’industria che si pone l’obiettivo di intensificare la produzione industriale e quindi lo sfruttamento del lavoro. Sono i processi del lavoro, afferma Weber “con la creazione della produzione meccanica nella fabbrica, cioè con la concentrazione e localizzazione di forza-lavoro in uno stesso spazio, col legame alle macchine e alla comune disciplina del lavoro nella sala macchine o nella miniera”, e non lo specifico rapporto sociale di produzione – cioè il rapporto capitalistico – che produce, precisa Weber, la specificità del “socialismo moderno”. Per questo, è la “disciplina di fabbrica” che lega l’operaio alla macchina, costringendo la forza-lavoro negli spazi e nei tempi della “produzione meccanica”, “che dà ora alla forma della divisone dell’operaio dagli strumenti di lavoro il suo carattere specifico”.

E’ da queste condizioni del lavoro di fabbrica, del regime di controllo dei tempi e dei processi produttivi, è nato il socialismo. La sottomissione alle condizioni dei tempi di produzione è sicuramente e incredibilmente sentita dal lavoratore, per il fatto che, diversamente da altre forme di lavoro, nei cicli produttivi dell’impresa industriale tutto il processo di produzione poggia su metodologie di selezione eccezionalmente rilevanti, e stringenti diventano i tempi organizzativi del processo produttivo in cui la tecnologia prende il sopravvento sul lavoratore e la sua autonomia decisionale. Il socialismo diventa allora l’alternativa a questa condizione di vita nella fabbrica e di sfruttamento del lavoro da parte della “grande industria meccanizzata”, afferma Weber. Un rilievo, quello di Weber in merito alla tecnica considerata come un fattore ineludibile della produzione, e tuttavia un ambito in cui si realizza incondizionatamente il dominio dell’uomo sull’uomo, che dà evidenza a quella forma di sfruttamento capitalistico dell’operaio la quale, nelle forme organizzate mediante la tecnologia, si trasforma in alienazione. Tale processo produttivo richiede disciplina e selezione, che il capitalista impone come condizione preliminare al processo produttivo per conseguire razionalmente la valorizzazione del capitale. Qui la teoria del valore lavoro è identificata da Weber nell’idea marginalistica dell’ utilità, rispetto invece alla legge del profitto, poiché per Weber tutto si riconduce al meccanismo del mercato e dei prezzi a cui abbina il rischio e il calcolo dell’interesse imprenditoriale.

Il pensiero di Weber sul socialismo, che seppure in qualche modo risente dell’ influenza della cultura sociale borghese della sua epoca, è il riflesso di complessi processi storici, sociali, politici in atto in quella particolare situazione storica, in cui prevaleva il capitale monopolistico e incontrollabili risultavano i suoi meccanismi di riproduzione ed accumulazione, per la formazione di quella che Marx indica come la formazione del plusvalore relativo. Per tale motivo non è fuori luogo individuare in Weber il teorico più illuminato a favore di un capitalismo più liberale e razionale, e ciò lo sosteneva in un epoca in cui la crisi del liberismo moderno non facilitava il sostegno di una teoria in cui forte era avvertita l’esigenza di un rinnovamento teorico del capitale monopolistico. E tuttavia, Weber, penetrando nel profondo processo rivoluzionario in corso in quell’epoca, si colloca dalla parte del mondo del lavoro e del movimento operaio cogliendo nell’idea dogmatica dell’evoluzione di Karl Marx un percorso politico utile a conseguire quel cambiamento che la rivoluzione si propone di realizzare sotto la guida e il governo del socialismo. A tale proposito egli scrive: “Non esiste nessun mezzo per far scomparire dal mondo l’ideologia socialista e la speranza nel socialismo. La classe operaia sarà sempre di nuovo in qualche modo socialista”.

Alberto Angeli

L’Attualità di Walter Benjamin “ Il Capitalismo come religione “. di A. Angeli

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Alberto Angeli 2

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Il capitalismo come religione” è un breve saggio di Walter Benjamin, invero si tratta di appunti anche se ben strutturati, scritto nel 1921, forse propedeutico a un progetto più ampio di politica, che non porterà a termine a seguito della tragica morte, avvenuta nel 1940 sulla soglia dei cinquanta anni, al confine Franco-Spagnolo ( si suicida nella notte del 25 settembre, presagendo la cattura da parte della polizia di frontiera spagnola per essere espulso dalla Spagna verso la Francia saldamente nelle mani del nazifascismo. Era in attesa del visto per gli USA che, gioco della sorte, giunse il giorno successivo). Sono anni tragici e ferocemente violenti (materia, la violenza, alla quale Benjiamin dedica molto del suo impegno con l’intento di farne un’opera mai nata) quelli ereditati dalla prima guerra mondiale, un conflitto crudele che ha travolto il significato della convivenza ed il senso dell’Europa, terminata da pochi anni, e tuttavia anni di una durezza insopportabile per chi viveva in Germania. Soprattutto tra il 1918-1919, anni funestati da una continua guerra civile a bassa intensità, che sboccò nella soluzione conosciuta come la rivoluzione di novembre, tra i vari movimenti che si contendevano il potere: le destre, che poi assumeranno il potere trasformandosi in nazisti,  e le sinistre, a loro volta divise in fazioni, ispirandosi alla rivoluzione Russa; e, ancora, le forze che si riuniranno nella provvisoria Repubblica di Weimar.

Nel breve saggio Benjamin non si limita a compiere una lettura e un’analisi della cultura di quel momento storico, ma compie una dilatazione del suo pensiero, dedicando il suo interesse allo studio di testi e nell’approfondimento degli avvenimenti del periodo, mettendo a fuoco le controversie che animano lo scontro politico e culturale in atto tra le varie forze che occupano la scena di quel periodo. Due testi, di rilevante importanza teorica, sono oggetto delle sue letture e approfondimenti: “ Il capitalismo moderno”, di Werner Sombart, scritto e pubblicato nel 1902, e “L’etica protestante e lo spirito del capitalismo”, di Max Weber, scritto nel 1904; due testi che emblematicamente riproducono il percorso seguito dal pensiero della scuola Tedesca, che Benjamin studia e cita con sorprendente padronanza nel suo breve scritto, soprattutto con riferimento a Weber, rilevando ed evidenziando la tesi di dipendenza del capitalismo dallo spirito protestante.

A sostegno della centralità del capitalismo come artefice dei fenomeni sociali e politici, nel suo lavoro di  studio e riflessione Benjamin si spinge a compiere una ricognizione concettuale della fenomenologia di Husserl, dalla quale estrae e sintetizza quanto rappresentato nelle riflessioni del filosofo Austriaco, quella dell’illimitatezza del desiderio che costituisce la forma di vita che il capitalismo diffonde nel mondo, un richiamo sul quale può quindi aprire la sua riflessione su quanto, nello stesso periodo, Sombart elabora in materia di capitalismo moderno, pervenendo a distinguere tra “mentalità economica precapitalistica”,  invero, “ equilibrio tra quel che si spende e quel che si ottiene nella produzione di beni necessari all’uomo”, e “ capitalismo”, intesa tale forma come una organizzazione economica di scambio, caratterizzata da una nuova collaborazione  dominata dal principio del profitto e dal razionalismo economico. Più precisamente, per Sombart, ciò che si deve considerare immanente all’idea di organizzazione capitalistica “è il semplice aumento della quantità di denaro, quale scopo unico e oggettivo del capitalismo”.

D’altro canto anche per Karl Marx, ( del quale Sombart conosce le teorie economiche, studiate con attenzione essendo allora un socialista impegnato ), il modo di produzione capitalista si contraddistingue per l’accumulazione di lavoro inerte, vale a dire di “denaro”, prescindendo dai mezzi allo scopo impiegati per conseguire, mediante lo sfruttamento del lavoro, tale risultato. Allora, per Sombart, la formula del plusvalore si rovescia, si trasforma, per cui il fine dell’economia non ha più il significato di vivere bene, ma creare valore, in linea di principio indefinito e illimitato. Il valore, nella concezione capitalistica, diviene direttamente una forma sociale, un sistema mediante cui creare unità nel processo produttivo, da cui il valore prende forma e dissolve ogni differenza di ruoli per assumere una propria visibilità nella matrice del denaro. Per questo la finalità alla quale tendere è rivolta a creare la massima quantità possibile di valore, cioè di denaro, che  costituisce il simbolo  del potere.

Seguendo questa interpretazione ne scaturisce l’immagine dell’uomo incapace di una propria auto determinazione, perché intrappolato in un ruolo di consumatore e dominato dall’idea “che il tenore di vita debba essere conforme al proprio ceto sociale”, e quindi adeguato allo status di classe sociale alla quale sente di appartenere.  Qui Sombart evidenzia la natura delle forme sociali alle quali l’uomo piega i propri desideri: il lusso e il nutrimento. Per Sombart, rileva Benjamin, l’uomo non si è proposto di lavorare per trarne un profitto, nè per diventare ricco, questo perché il lusso, l’agiatezza, sono generi che appartengono a speciali  categorie sociali in quanto richiedono una responsabilità verso Dio e gli uomini. Ciò indurrà Benjamin ad affermare, verso la fine della sua analisi, che il capitalismo non ha vie d’uscita, nessuna via comunitaria, nel senso di un collettivismo, un Noi, ma si afferma come individuale-materiale. D’altro canto, ci ricorda Benjamin, riportando e interpretando il pensiero della tradizione culturale da lui presa in considerazione, il concetto di economia è radicalmente diverso da quello di denaro, possedendo il quale si accede a quella parte sociale che gode del benessere e del lusso e questo avviene nonostante che l’uomo non sia separabile dalle proprie azioni, come non lo è dalle sue cose e dal lavoro, un concetto eminentemente capitalista. Insomma, secondo la tradizione cristiano-economica l’uomo non lavora solo per il denaro poiché ciò che può essere donato, tempo e vita del lavoratore, richiede reciprocità, lealtà, il senso del dovere e responsabilità.  A sostegno di quanto affermato ci soccorre  quanto scritto nel saggio “La grande trasformazione “ ( di Karl Polanyi edito da Einaudi ), precisamente il riferimento alla rivoluzione industriale: “separare il lavoro dalle altre attività della vita ed assoggettarlo alle leggi del mercato significa annullare tutte le forme organiche”, a voler significare un riduzione delle relazioni sociali rispetto alle strutture totali, a segnare quindi un limite alla libertà dell’individuo nel suo rapporto con le istituzioni sociali e politiche in cui egli si muove e agisce ( al proposito si veda anche Axel Honneth “ Il diritto della libertà” edito Mondadori ).

Weber su quanto fino ad ora richiamato si esprime con minore nettezza, poiché per lui l’attività costituisce un insieme di tecniche e orientamenti, quando non un calcolo assiduo, che definisce “un agire sobrio, riflessivo, costante, ma anche audace” ( vedi “Etica protestante…….. ), non quindi uno spontaneismo selvaggio, o l’irrazionalità, per cui, pur mettendo in luce l’ambivalenza, ne evidenzia una relazione tra insorgere del capitalismo e spirito protestante, luterano e calvinista. E tuttavia, l’irrazionalità possiede dei sentimenti, un legame eterico con certe rappresentazioni religiose che, secondo Weber, spinge gli uomini a fare denaro come espressione dell’essere, attenti alle proprie faccende. Si tratta insomma di idee, di un’etica tesa a valorizzare la professione, a dare senso e significato al dovere, quindi non una sovrastruttura di condizioni economiche, afferma Weber in polemica con Marx. Weber si muove quindi nell’ambito di una fiducia nella potenza spirituale della modernità, nella quale non manca di cogliere i segnali di tendenze autodistruttive, e quindi una presagita perdita del senso religioso e la derubricazione degli enunciati morali dal contesto in cui egli colloca la sua opera. Ecco allora che alla razionalità procedurale si deve pervenire solo se si è propensi a conservare comunque la coscienza normativa, quale struttura dello spirito, per non perdere il senso religioso. Si tratta quindi di una base, quella della razionalizzazione, sulla quale salire esorcizzando ogni incantesimo originato dalle tendenze distruttive (delle quali scrive Habermas ) e rendere riconoscibile il senso religioso di questa razionalizzazione decodificando i segnali della modernità.

Nel saggio di Benjamin, che raccoglie gli scritti politici (1919-1940), è posta la domanda se nel capitalismo è possibile ravvisarvi una religione, poiché, secondo la lettura del lavoro di Weber, scrive Benjamin, il capitalismo è una conformazione determinata dalla religione, ovvero un fenomeno fondamentalmente religioso, in quanto “il capitalismo serve essenzialmente alla soddisfazione delle medesime ansie, sofferenze, inquietudini, cui un tempo davano risposta le cosiddette religioni”. Per Benjamin si tratta di una religione culturale, forse radicalizzata, un genuino riferimento al culto o a un rito ( come lo definisce Habermas ) poiché carico di gesti, di forme, di pratiche, insomma non proprio una vera teologia, in quanto il capitalismo non  ubbidisce a nessuna “dottrina evangelica” essendo geneticamente disponibile a vestire qualsiasi abito fornito dalla stoffa del profitto, che Benjamin assimila all’”utilitarismo”, da noi oggi identificato con il liberismo. Un culto, quindi, che si svolge senza pietà, ininterrottamente, e che tuttavia genera un’ambiguità demoniaca, cioè anche debito. Al proposito Bemjamin scrive “il capitalismo è verosimilmente il primo caso di culto che non purifica ma colpevolizza [ed indebita]. Così facendo, tale sistema religioso precipita in un moto immane”, immane coscienza della colpa, questo perché dal debito non ci si redime (purifica) , cioè nell’ “immane coscienza della colpa [del debito] che non sa purificarsi [da cui non ci si redime], fa ricorso al culto non per espiazione in esso di questa colpa, ma per renderla universale, per martellarla nella coscienza e infine e soprattutto per coinvolgere Dio stesso in questa colpa e interessarlo infine all’espiazione”. Ma questa espiazione è impossibile, poiché “sta nell’essenza di questo movimento religioso che è il capitalismo, resistere sino alla fine, fino alla definitiva, completa, colpevolizzazione di dio, fino al raggiungimento dello stato di disperazione del mondo”. Noi diremmo: autodistruzione, quale scatenamento del capitale nella forma della finanziarizzazione globalizzata.

In sostanza, per Benjamin “l’elemento storicamente inaudito del capitalismo, la religione, non è più riforma dell’essere, ma la sua riduzione in frantumi”, più chiaramente “l’estensione della disperazione a stato religioso del mondo, da cui attendere la salvezza”. L’uomo si ritrova nella completa solitudine, in uno stato psicologico di colpa, che trascende ogni implicazione di Dio nel destino dell’uomo.   La relazione tra denaro e colpa all’interno delle religioni pagane contiene già la “demoniaca ambiguità” di una colpa che è in sé già sempre debito. Al proposito soccorre il richiamo di Benjamin a Nietzsche, Marx e Freud, che gli consente di giocare la carta della colpa, poiché già Nietzsche afferma che il “basilare concetto morale di ‘colpa ha preso origine dal concetto molto materiale di ‘debito’ e riconduce genealogicamente l’origine dei concetti morali di colpa, coscienza e dovere alla sfera del diritto delle obbligazioni”. Parimenti in Marx “il capitalismo, che non inverte la rotta, diviene, con interessi ed interessi composti che sono funzioni della colpa, socialismo”.

Insomma, seguendo questa logica (sic) anche il socialismo [“nella sua versione industrialista e progressista, ipostatizzante la tecnica e lo sviluppo materiale delle forze produttive”] “appartiene al dominio sacerdotale di questo culto”. Partecipa al culto. Per rafforzare questo assunto Benjamin scrive: “il capitalismo è una religione di mero culto, senza dogma”. Si tratta di un rilievo che del resto si ritrova in Marx, precisamente nel terzo volume de “Il Capitale”, al termine del cap. 35° sul tema dei metalli preziosi e il corso dei cambi, in cui è leggibile quanto segue: “il sistema monetario è essenzialmente cattolico, il sistema creditizio è essenzialmente protestante. Come carta l’esistenza monetaria delle merci ha soltanto un’esistenza sociale. E’ la fede che rende beati [ forse si riferisce  alla dottrina di Lutero]. La fede nel valore monetario come spirito immanente delle merci, la fede nel modo di produzione e nel suo ordine prestabilito, la fede nei singoli agenti della produzione come semplici personificazioni del capitale autovalorizzantesi. Ma come il protestantesimo non riesce ad emanciparsi dai principi del cattolicesimo, così il sistema creditizio non si emancipa dalla base del sistema monetario” (Editori Riuniti, p.690). Qui si coglie una certa vicinanza a Weber, una vicinanza ma solo come eco, poiché il capitalismo si sviluppa in occidente senza una vera concorrenza, ma anzi prevalendo sul cristianesimo, così che al completamento del percorso della storia possiamo affermare che il cristianesimo si è trasformato in capitalismo. Ovviamente  manca qualcosa per raggiungere l’illimitatezza, e con essa superare l’angoscia che ce la rende necessaria, anche con un impegno sistematico, che poi è  la “mancanza di una via di uscita comunitaria, non individuale-materiale”.

 Il saggio di Benjamin è stato negligentemente trascurato benché costituisca un’analisi insuperata riguardo al rapporto dell’economia capitalista e  la religione. Ancora, dunque, non è stata data risposta alla ricerca condotta da Benjamin su questo tema, per cui non possiamo chiamarci fuori, senza trascendere il contenuto della sua analisi sul capitalismo nel rapporto con la religione.   Certamente, l’attuale fase del capitalismo non va confusa con le precedenti, “ ancora orientate all’interno di un’economia della scarsità, dove al culto del mercato bastavano le merci. Ora, le merci non bastano più”. Ora le merci non sono più sufficienti per sostenere il nuovo Dio, il consumismo globalizzato.  Il nuovo demone a cui l’uomo non ha ancora trovato una risposta per esorcizzarlo.

Alberto Angeli