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La scelta di campo e la lezione di Togliatti. di S. Valentini

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Quando Togliatti attuò la svolta di Salerno, con il partito nuovo – di massa – ed enunciò in termini compiuti la strategia della democrazia progressiva tramite la quale realizzare l’avanzata del Pci verso il socialismo – la via italiana al socialismo – contribuendo così in modo decisivo anche al varo della Carta Costituzionale, riconfermò senza nessuna incertezza la scelta di campo con l’Urss. Non è che in Italia Togliatti volesse fare “come in Russia”, ma era cosciente che senza quel campo socialista, che svolgeva il ruolo di contrappeso all’imperialismo Usa, non si sarebbero mai determinate le condizioni per realizzare nel nostro Paese una strategia “rivoluzionaria”, democratica e socialista. E l’insieme di quelle scelte fecero grande per quarant’anni il Partito comunista italiano.
Pare che tutto questo dibattito oggi sia consegnato agli storici. Siamo in un altro mondo. Che siamo in un altro mondo è del tutto evidente, ma davvero da quel insegnamento di Togliatti non si trae oggi nessun insegnamento per la politica, per condurre una lotta incisiva per la trasformazione della società?
Purtroppo c’è voluto il corona virus per rendere esplicito e chiaro che siamo in un mondo multipolare caratterizzato da un lato dagli imperialismi (Usa – Giappone – polo franco-tedesco), con le loro drammatiche e brutali contraddizioni, in forte competizione tra loro (Trump conduce la guerra commerciale non solo alla Cina ma anche all’Europa), e dall’altro lato, dall’asse Pechino-Mosca allargato ai paesi socialisti, come Cuba e Vietnam, e a paesi che stanno lottando per liberarsi, alcuni anche militarmente, da politiche imperialiste; e infine una serie di paesi, soprattutto africani e sudamericani, che guardano con simpatia a quest’asse. E questo asse sta formando un nuovo campo, molto più forte, mi pare, del disciolto campo socialista sovietico. Questo è il risultato geopolitico oggi della globalizzazione.
Si dirà, come si fa a mettere insieme nello stesso campo la Russia con la Cina? Anche qui sarebbe bene tornare ai “fondamentali”. Gli imperialismi sono sempre più espressione del dominio del capitale finanziario, cosa assai diversa del sistema capitalistico industriale. Un capitale finanziario che usa oramai la moneta, non tanto come strumento di scambio di merci, ma come se fosse essa stessa una merce; si vende e si compra valuta, per realizzare lauti profitti, trasformati poi in rendite per nuove transazioni finanziarie speculative. Le transazioni in denaro sono oggi di gran lunga il maggiore dei “commerci” nel mondo. La Russia ha certamente introdotto forme di capitalismo monopolistico di Stato, ma di uno Stato che però lotta duramente contro le oligarchie finanziarie (si guardi ai provvedimenti duri del governo contro gli oligarchi o al giudizio articolato del Partito comunista russo, primo partito di opposizione, sulla Presidenza Putin); mentre la Cina, governata da un partito comunista, e un paese che tenta la via della trasformazione, sia pur tra limiti e contraddizioni, verso il socialismo.
Vi è quasi una divisione dei ruoli tra Pechino e Mosca. Alla Russia soprattutto quello politico e militare. Sue sono quasi tutte le importanti iniziative politiche a livello internazionale. È come se i cinesi avessero deciso di non spendere troppo in armamenti (rammento che la terza potenza nucleare per numero di testate è la Francia e non la Cina) e delegassero ai russi il compito di mantenere gli equilibri planetari politici e militari. Dal canto loro i russi utilizzano l’ombrello cinese di super potenza economica e tecnologica (nonostante che la Siberia abbia circa il 50 per cento delle risorse strategiche del pianeta) per garantirsi un livello economico e sociale di vita non molto dissimile da quello occidentale. Così tra le due potenze vi è una convergenza di interessi tali che le ha portate a stringere un’alleanza strategica.
Se si valuta con un po’ di obiettività gli avvenimenti venezuelani (altro paese strategico per le risorse del suo sottosuolo), iraniani e siriani, emerge l’incapacità delle potenze imperialistiche a risolvere in modo a loro favorevole, la situazione. Se si valuta la presenza cinese in Africa, con la realizzazione in primo luogo di grandi opere infrastrutturali, si comprende meglio l’influenza crescente di Pechino in questo continente in cui, passo dopo passo, sta soppiantamdo l’Occidente, un tempo appunto colonizzatore dell’Africa.
In questa globalizzazione fatta di cose molto diverse, in questa molteplicità della fase, sempre più evidente è – il corona virus sta lì a confermarlo, impietoso è il confronto tra Cina e Usa – il declino statunitense di super potenza dominatrice del mondo. Non è più così e non lo è già da diversi anni. E anche per questo suo declino che crescono le contraddizioni tra gli imperialismi, proprio perché non vi più un polo considerato egemone come nel passato. Gli Usa mantengono ancora un certo vantaggio in quanto sono una superpotenza militare, Germania e Giappone, come si sa, non lo sono.
Dunque vi è un campo, solido e forte, che compete su scala globale con gli imperialismi, tra l’altro sempre più divisi. Ma questo la sinistra italiana ed europea lo ha capito? Mi pare di no. C’è un divario oramai abissale tra la sinistra di tutto il mondo e quella europea, sempre più subalterna al pensiero liberale, e cosa peggiore, se si guarda a quello che succede nell’Ue, è investita da una crisi grave di consensi e di prospettiva, in particolare il Partito socialista europea, del tutto incapace di contrastare gli egoismi delle borghesie capitalistiche e il ruolo invasivo del capitale finanziario franco-tedesco.
Ecco allora che torna di grande attualità la lezione di Togliatti. Non si tratta, ovviamente, di imitare modelli altrui, ma di considerare il campo costruito da Pechino e Mosca un contrappeso formidabile per realizzare un’alternativa alle politiche neoliberiste espressione dell’assoluto dominio del capitale finanziario. Lottare, insomma, per una Europa dei popoli, come prima tappa di un processo democratico di avanzata al socialismo.
Se non si mette mano a una riforma vera e profonda dell’Ue, a iniziare dai trattati rigoristi, a dare un ruolo e capacità legislativa al Parlamento europeo per un welfare unitario e un sistema fiscale unico, se non si riforma la Bce, che diventi effettivamente la banca degli Stati Uniti d’Europa e non il punto di raccordo e di riferimento del sistema bancario e dell’alta finanza preoccupata solo di controllare l’inflazione, se non si realizza un grande piano pubblico per la ripresa e l’occupazione uscendo dai vincoli e dai lacci del debito, se non si cancella la norma della stabilità e del pareggio di bilancio (che noi in Italia abbiamo messo diligentemente in Costituzione), non vi sarà proposta che tenga, compresi gli eurobond, si continuerà a essere sempre sotto schiaffo del capitale finanziario, cioè di quella ristrettissima oligarchie che disegnano la politica e di volta in volta indicano la via da prendere.
Per condurre una lotta senza quartiere al capitale finanziario occorre una sinistra capace di farlo e che abbia, anche fuori Europa, delle alleanze forti e strategiche, per avere più peso, per contare, per influenzare e far crescere un movimento di massa per riformare dalle fondamenta l’Ue. Non una sinistra subalterna al pensiero liberaldemocratico, per cui siamo giunti al punto che all’Onu l’Europa vota sempre con gli Usa di Trump, anche quando si tratta di superare, in tempi di corona virus, tutti gli odiosi imbarchi (o sanzioni) posti da questa brutale e tragica (anche quando rasenta il ridicolo) amministrazione americana, con grande soddisfazione di chi è preoccupato delle posizioni scarsamente atlantiste del Ministro degli esteri Di Maio. Ma in nome di quali interessi l’Ue avalla le sanzioni o gli embarghi alla Russia, all’Iran, al Venezuela e a Cuba? L’omertà dei politici e dei media regna sovrana. Anche una parte consistente della cosiddetta sinistra radicale tace. Così però non si va da nessuna parte, si è solo pedine di un gioco che ha nell’ormai sperimentata maggioranza Ppe e Pse il punto di equilibrio politico voluto dal capitale.
Se la sinistra non fa una precisa scelta di campo, in quanto antimperialista ed internazionalista, e in questa quadro, in un rapporto stretto e continuo tra teoria e prassi, definisce, come fece Togliatti, una sua strategia, inevitabilmente allora il suo destino sarà, ancora per un lungo periodo, quello di restare forza ininfluente in un continente che avrebbe invece bisogno di una ben altra sinistra,altre idee e iniziative, se non vuole essere travolto dal caos del multipolarismo e dallo strapotere della Germania, come è successo alla Grecia. Occorre una sinistra quindi che si batta per una Europa rifondata e che sia solidale, stringendo forti relazioni, con tutti i progressisti della terra che si battono per un altro mondo possibile.

Sandro Valentini

Il pacifismo e le guerre. di A. Benzoni

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Alberto Benzoni

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Il pacifismo, come movimento politico organizzato, nasce, cent’anni dopo la rivoluzione francese e cent’anni prima della caduta del muro, al congresso di fondazione della Seconda internazionale. Suo nemico, il capitalismo, portato all’uso della violenza dalle sue contraddizioni interne ma soprattutto dalla necessità di contrastare, in ogni modo e ricorrendo a qualsiasi mezzo, il processo di emancipazione del proletariato. Suo fratello/coltello, l’interventismo democratico: comune l’intendimento di costruire un mondo migliore (che per quest’ultimo, si identifica con l’emancipazione dei popoli oppressi); opposti metodi da adottare che si identificano, nel secondo caso, con il ricorso alla guerra.

Tutti e due si collocano nell’ambito della sinistra e occasionalmente avranno modo di convergere (come nella seconda guerra mondiale). Come, nel corso del novecento, avranno modo di convergere i socialisti (per i quali la guerra è un male in sé) e gli altri fratelli/coltelli, i comunisti (per i quali le guerre sono giuste o ingiuste a seconda della natura delle forze in campo).

Ciò premesso i pacifisti, intendono battersi contro la guerra in tre modi: nei casi specifici impedendola e operando perché cessi al più presto; in linea generale e permanente, lottando per evitare processi, comportamenti o crisi politiche suscettibili di portare ad un conflitto aperto.

Questi i protagonisti; intorno a loro movimenti di opinione suscettibili di assumere un’identità e una forza propria; e il cui ruolo, in ultima istanza, risulta quasi sempre determinante. All’interno di un universo che ha come suo epicentro l’Occidente.

Questi i protagonisti che, dopo la caduta del muro, credono di essere arrivati al traguardo. Con metodi diversi. Ma con un orizzonte comune davanti a loro.

Trent’anni dopo i due fratelli/coltelli sono totalmente scomparsi dallo schermo. Gli interventisti democratici perché rei confessi di “pubblicità ingannevole” di progetti che con la democrazia e i diritti umani non avevano proprio nulla a che fare. I pacifisti perché incapaci non dico di intervenire ma di fare sentire la propria voce in un mondo percorso da guerre di ogni tipo e svolte con qualsiasi mezzo, nei confronti di tutti e in ogni angolo del globo; molte delle quali sull’orlo di degenerare e in modo catastrofico. Senza che nessuna, dico nessuna di questi sembri avviata a qualche tipo di componimento.

Mai come ora ci sarebbe bisogno di pacifismo e di pacifisti; ma mai come ora la loro assenza è stata così totale.

Perché? Il problema è cruciale; ma non è facile da risolvere. Né possiamo ricorrere a schemi ideologici nell’affrontarlo. Anche perché, in uno schema ideologico, ci si schiera con i buoni contro i cattivi; mentre, qui e oggi, latitano i primi mentre proliferano i secondi.

Inutile poi, per non dire fastidiosa, la solita lagna sulla “sinistra che non c’è più”. E ve lo dice uno che, su questo tema, ci sta inzuppando il pane; e da mesi. Basti dire, da ora in poi, che la sinistra sta ancora nel paese dei balocchi in cui è approdata decenni fa. Possibile, e magari anche probabile che il crescere dei pianti e delle urla la risveglino dal suo sonno beota. Ma ciò avverrà gradualmente; e non riesco francamente a vedere i suoi pallidi esponenti alla testa di un qualsiasi corteo.

Per l’intanto la protesta non ha bisogno di nessun imprimatur. Perché c’è e cresce in tutto il mondo. Ma, per diventare politicamente rilevante nella lotta contro le guerre, ha bisogno di due cose: istituzioni e/o centri decisionali cui fare riferimento; e soprattutto una sufficiente attenzione da parte della pubblica opinione. Mentre, qui e ora, non ha a propria disposizione né l’una né l’altra.

Qualche breve considerazione sul primo punto. Per sottolineare il fatto che nessuna, dico nessuna, delle grandi organizzazioni internazionale abbia espresso una sola opinione, o formulato una qualsiasi proposta, su una qualsiasi delle grandi crisi in atto. Mentre la principale di queste, l’Onu e il suo consiglio di sicurezza, ha addirittura rinunciato a riunirsi; se non altro per fare proprio l’innocuo appello di Guterres alla tregua dei combattimenti durante la pandemia.

Un fatto gravissimo, questo. E ancor più grave l’indifferenza totale che lo circonda. Due elementi che privano la protesta di una cassa di risonanza essenziale per la sua stessa esistenza in vita.

A limitare drasticamente la nostra capacità di ascolto concorrono invece una serie di fattori: alcuni ereditati dal passato; altri frutto dell’evoluzione in atto lungo questi anni; altri ancora, forse i più significativi, relativi alla radicale mutamento della natura e della portata della guerra nel momento presente.

Difficile così, in primo luogo, scendere in strada contro un pericolo di conflitto generale e devastante che abbiamo cancellato e per sempre dalle nostre menti dopo il 1989 e fino al punto di rifiutarsi di vedere i suoi molteplici segnali premonitori. E ancora, accettare il fatto, pur oggettivamente evidente, che l’America di Trump sia diventata il principale pericolo per l’ordine e per la pace mondiale, dopo essere giunti, tutti, a considerarla come il suo principale pilastro.

E, ancora, difficile guardare al mondo esterno come variabile indipendente del nostro destino dopo essersi rancorosamente ripiegati, tutti, all’interno dei nostri confini (con un provincialismo che nel nostro paese è giunto a livelli difficilmente superabili.

E, infine, e soprattutto, difficile capire che le strategie internazionali di oggi, in un mondo senza né ordine né regole, sono diventate “guerre condotte con altri mezzi”.

Non mancano certo, in questo sistema, i conflitti armati aperti. Ma si svolgono nelle periferie e per interposta persona. Mentre, ad occupare la scena sono le sanzioni, le guerre economiche, le interferenze reciproche talora eversive, i soprusi dei governanti nei confronti dei governati; le massime sofferenze per i popoli, il minimo rischio per chi le arreca. Il tutto in un contesto in cui non si danno soluzioni ai conflitti in corso ma, nel contempo, in cui i contendenti non vanno oltre certi limiti; perché superarli li sottoporrebbe a rischi inaccettabili.

Manca, dunque, in tutti questi drammi, l’incubo della “guerra che torna”; l’unico in grado di scuotere i cuori e le menti. Il che ci lascia liberi di condurre le guerre che ci coinvolgono direttamente, quelle contro il coronavirus e le sue possibili conseguenze.

Si aggiunga, a completare il quadro che le guerre, quelle in cui la gente muore non di stenti o di malattie ma perché colpita da un qualche ordigno, sono lontane da noi. E che a morire sono gli altri senza il minimo rischio personale o ricaduta psicologica per l’uccisore: perché a determinare l’esito fatale saranno bombe intelligenti o asettici droni.

Nulla, in tutto questo, suscettibile di muovere pulsioni pacifiste.

Pure la causa del pacifismo non finirà nella pattumiera della storia. Perché diventerà un elemento di una causa e di uno schieramento assai più ampi: quelli che separano i difensori di un ordine mondiale basata sulla solidarietà e quello che lo concepiscono come sbocco di una lotta di tutti contro tutti. Una partita, questa, appena cominciata; e tutta aperta.

Alberto Benzoni

L’articolo è tratto dal sito alganews.it al link: https://www.alganews.it/2020/05/03/il-pacifismo-e-le-guerre/?fbclid=IwAR2LC3yqtVwijbKfvfkKbF2rFN6kPHIR9VkntrrrLTew3xfkAV_2lYRjYXA