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Il caos regna a Berlino e getta sull’Europa un’ombra cupa. di A. Angeli

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II giorno dopo il voto i display che riproducono i risultati illuminano una Berlino che si appresta a salutare i 16 anni di potere della Merkel. Non domani, poiché il risultato del voto proietta sulla società politica Tedesca una situazione caotica, di difficile composizione fino a indurre a pensare che prima di dicembre non sarà possibile formare un governo. Infatti, nessun partito ha superato il 26% dei voti e il divario tra i due maggiori partiti premiati dal voto, SPD e CDU/CSU risulta minimo, pochi decimali. Le altre forze politiche, i verdi (GRUNE) e i liberali (FDP) seguono con risultati appaganti ma non corrispondenti alle attese, più lontani quelli di Die Linke. Nel frattempo, la Merkel continuerà a governare. Insomma, un risultato che ha sorpreso e rimescolato i pronostici di molti osservatori. Fin dall’inizio della campagna i verdi e l’unione cristiano-democratica sono stati i favoriti, rivelandosi nel corso della campagna una valutazione sbagliata, poiché i candidati dei due partiti non sono riusciti a convincere gli elettori di essere degni della fiducia richiesta agli elettori. Invero, anche il Partito socialdemocratico, guidato da Olaf Scholz, ha tradito le aspettative che via via sono andate crescendo fino ad aumentare la stima dell’elettorato. Con il risultato del voto è svanito anche questo obiettivo.

Un successo della SpD poteva rappresentare un ottimo risultato sia per i Tedeschi sia per l’Europa. La Germania si trova ora di fronte a una serie di sfide urgenti, crescenti disuguaglianze, infrastrutture fatiscenti e cambiamenti climatici distruttivi. Per questo le elezioni rappresentavano quindi un’opportunità per il paese di tracciare un corso migliore e più equo per il 21° secolo. Invece, il risultato consegna al presente una Germania bloccata, nonostante il lavoro pragmatico della Merkel: attenta, cauta, avversa a grandi cambiamenti , e purtuttavia non pienamente rispondente al compito di guidare un grane Paese con una rilevante responsabilità nell’ordine mondiale del 21° secolo. Eppure, non sono mancate nei candidati alla cancelleria plateali recite di avvicinamento al metodo Merkel, rivelatesi mimesi contraffatte e per niente riconducibili alla serietà del metodo e del prestigio dell’esempio che si stava copiando. Annalena Baerbock, la leader dei Verdi, ha cercato di coltivare un’immagine di rigore e competenza, imitando la Merkel. Incolpata di uno scandalo di plagio, e forse ritenuta dagli elettori senza esperienza di governo, presto ha perso l’appeal e il suo primo vantaggio nella campagna ed è finita portando il suo partito a solo il 14% dei voti. Anche Armin Laschet, successore della Merkel alla guida della Democrazia Cristiana, ha tentato di rappresentare un’aura di competenza ed efficienza. Ma lo sforzo è stato minato da una campagna irregolare e disseminata di errori, incapsulata dalle sue battute sorde durante una visita alle vittime delle inondazioni in estate. Nel condurre il partito al 24 per cento, ha presieduto a una performance storicamente scadente. Tuttavia, cercherà ancora di mettere insieme una coalizione. Poi c’è Scholz. Pur candidato per il Partito socialdemocratico, ha fatto ogni sforzo per associarsi al metodo Merkel, proponendosi, piuttosto che con Laschet, come vera opzione di continuità. Come vice cancelliere e ministro delle finanze nell’amministrazione della signora Merkel, la manovra è stata facile: ha persino adottato il gesto della mano del “triangolo del potere” tipico della signora Merkel. Ha funzionato, fino a un certo punto. Ma il quasi 26 per cento conquistao dal suo partito non è sufficiente per assicurare a Scholz la carica di cancelliere.

A prima vista la convergenza tra i candidati, aspiranti alla Cancelleria, rende il quadro politico difficile . Dopo 16 anni di governo della signora Merkel, il paese si è stabilizzato in uno status quo apparentemente incrollabile: ma economicamente, socialmente ed ecologicamente, c’è molto da cambiare. L’economica Tedesca è fatta di esportazione orientata al commercio internazionale e può vantare con un consistente settore manifatturiero. La Germania premia soprattutto la stabilità monetaria. Tutto ciò che potrebbe influenzare la competitività internazionale del Paese è escluso in via pregiudiziale e stragiudiziale. Inoltre, il freno all’indebitamento, una legge cementata nella costituzione nel 2009 che vieta i deficit di bilancio, pone un duro limite a ciò che è possibile: ci sarà poco spazio per un programma di investimenti finanziato dal debito o per grandi spese infrastrutturali. In questo contesto, nessuna ristrutturazione fondamentale dell’economia sembra fattibile. Apparentemente, l’economia ha successo. Ma i guadagni economici non sono stati ampiamente condivisi e equamente distribuiti, tanto che la disuguaglianza della ricchezza è aumentata – l’1% più ricco possiede quasi un quarto di tutta la ricchezza – e la Germania ha uno dei più grandi settori a basso salario tra le nazioni nell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico. Circa un lavoratore su cinque, quasi otto milioni di persone, guadagna meno di 11,40 euro, per ogni ora di lavoro. Il malcontento sociale, di conseguenza, è in aumento. C’è stato un notevole rinnovamento degli scioperi negli ultimi 10 anni e il termine “società di classe”, precedentemente bandito, è tornato nel dibattito pubblico. La rabbia più amorfa, che trova espressione a sostegno dell’estrema destra Alternativa per la Germania e delle teorie del complotto anti-vaccinazione, si è diffusa nella società. Ci vorrebbero cambiamenti profondi per affrontare alle radici le difficoltà in cui si trova oggi la Germania. In più, se indirizziamo la nostra attenzione ai risultati del voto e agli uomini chiamati a governare questi passaggi, nessuno dei maggiori partiti sembra in grado di assumersi l’incarico.

Anche sul fronte della lotta alla crisi climatica è improbabile un approccio ambizioso per quanto riguarda una politica di transizione climatica. Prescindendo dalle difficoltà a mettere insieme una coalizione e scontata una improbabile intesa per una colazione nella quale comunque i verdi saranno sicuramente presenti e quindi anche il loro impegno a “rendere possibile l’impossibile”, la presenza dei Liberal Democratici – un partito di liberali classici e imprenditori per i quali il mercato e le nuove tecnologie dovrebbero risolvere la crisi climatica, non lo Stato – metterà un forte freno a una politica di svolta nella lotta alla crisi climatica. Ma superato eventualmente questo scalino delle difficoltà sullo sfondo permangono molteplici crisi e scalini da salire. La pandemia continua a mettere a dura prova il Paese, la NATO ha subito una storica sconfitta in Afghanistan e le inondazioni di quest’estate prodotte dai cambiamenti climatici hanno devastato vaste aree di quel Paese causando quasi 200 vittime. Sullo sfondo poi pesano i temi della politica internazionale: dai rapporti difficili con gli USA, specie dopo l’Afghanistan, la costruzione di una forza militare tutta europea come risposta a questa crisi, dal gasdotto Russo ai problemi dell’Africa e dei migranti, senza ignorare i difficili e controversi rapporti con la Turchia. Individualmente, ogni problema ha un risvolto significativo. Presi insieme, equivalgono a un grande e complesso mondo su cui la Germania esercita una sua influenza e svolge un suo ruolo di potenza. Poi c’è il momento europeo, dove è attesa e richiesta una leadership decisa, audacie e innovativa. Tutto il resto è un’attesa, una speranza. Una scommessa.

Alberto Angeli

L’Afghanistan, una dura lezione per l’arroganza occidentale. di A. Angeli

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Il 15 agosto del 1971, con una dichiarazione del Presidente USA Richard Nixon finì il regime dei cambi fissi di Bretton Woods  mettendo fine alla convertibilità del dollaro in oro. 15 agosto 2021 Kabul viene occupata dai Talebani costringendo ad una fuga umiliante Ashraf Ghani Presidente dell’Afghanistan e quanto rimaneva delle rappresentanze delle forze di occupazione internazionali. Mentre i civili, gli addetti alle ambasciate e quanti hanno collaborato con le forze occidentali, le ONG, e i rappresentanti dei media vivono un avvilente e struggente situazione in attesa di potersi imbarcare su un aereo per la fuga da un Paese ormai nelle mani dei nemici giurati: i Talebani. Qualcuno si chiederà: ma sono due avvenimenti distinti e distanti? La lezione della storia è molto chiara: gli americani non sono fatti per occupare i paesi feudali  di mezzo mondo, come non erano nella condizione di rispettare gli accordi Bretton Woods e  decise di uccidere il sistema dei cambi fissi decidendo di sospendere la convertibilità del dollaro in oro. Anche gli inglesi molto tempo fa dovettero affrontare la follia dell’invasione dei paesi sotto sviluppati, correva l’anno 1842 quando circa 17.000 soldati, mogli e servitori dell’esercito britannico e indiano furono uccisi mentre cercavano di ritirarsi attraverso le montagne innevate verso Jalalabad.

L’idea che i Paesi occidentali,  con la loro rappresentanza di super potenza, cioè gli USA, avrebbero trasformato l’Iraq e l’Afghanistan in una democrazia jeffersoniana si è rilevato un arrogante errore di calcolo, guidato da macho hybris, non dalla sicurezza nazionale. Se per puro caso della storia gli americani e i suoi soci internazionali avessero potuto rimanere in Afghanistan per un secolo – mantenendo in vita i burattini corrotti e ladroni, dando ascolto ai generali USA e ai comandanti dei 300.000 mila soldati Afghani scioltisi come la neve al sole, che hanno sempre mentito impegnando e sprecando trilioni –  beh da oggi non potranno più farlo. Intanto è prioritario impegnare tutti i mezzi necessari per non lasciare le decine di migliaia di afghani che ci hanno aiutato alla tenera misericordia dei talebani. E dare ascolto al rapporto delle Nazioni Unite che ci ricorda il vero volto dei talebani, che stanno dando la caccia a quanti hanno  lavoravato con l’America o la NATO, così come le loro famiglie, e minacciano di ucciderle.

Oggi scopriamo ( invero, lo avevamo già scoperto con Saigon, prima ancora con la Corea ) che il più grande esercito della terra dipende dalla “diplomazia  e dal dialogo aperto con i talebani”,, per salvare le persone che hanno rischiato la vita per gli USA e la NATO.  Non hanno ispirato fiducia  quanti si sono alternati nelle conferenze stampa da Biden alla Merkel, da Di Maio a Johson e gli altri soci,  che sono andate  in onda anche quando alcuni afgani dell’esercito hanno lasciato il loro paese a bordo di aerei americani e i talebani hanno sequestrato armi, elicotteri e camion americani lasciati in dono dall’esercito americano in fuga. Donald Trump avrebbe potuto rendere ( pretendere ) il passaggio più sicuro e ordinato  con quanto da lui negoziato. Il suo “accordo di resa” del 2020, come lo ha definito il suo ex consigliere per la sicurezza nazionale HR McMaster in un’intervista con Bari Weiss, nascondeva proprio questa umiliante fuga di una grande potenza. Eppure, nei lunghi quattro anni di Presidenza abbiamo scoperto come Trump sia un terribile negoziatore. Biden avrebbe potuto muoversi con più competenza e dire ai talebani che non stava rispettando l’accordo fatalmente imperfetto di Trump e rinegoziarlo per evitare questa disgraziata improvvidenza che travolge la vita di migliaia di famiglie e di giovani Afghani. Ma  sia Trump che Biden erano così impazienti di andarsene, che i loro pasticci si sono fusi in una burocrazia strangolante.

Il Dipartimento di Stato ha indugiato per mesi nell’ottenere i visti per gli alleati afghani e, mentre i talebani occupavano città, paesi e capoluoghi di provincia, ha trascurato la pianificazione di emergenza per una possibile evacuazione. Tuttavia, fa rabbia assistere alle parate dei nostri politici responsabili in qualche modo di questo disastro, che si pavoneggiano davanti alle telecamere, o ascoltare i conduttori dei talk show  italiani o di altri paesi che ci “spiegano” i fatti e interpretano ciò che ognuno di noi, se non prevenuto o cieco è in grado di vedere, commentare e giudicare; e questo avviene ormai da oltre 20 anni, dall’Iraq all’Afghanistan. Eppure, ognuno di noi avrebbe dovuto immaginare che un 15 agosto prima o poi sarebbe venuto e che la storia, come ci invita a ricordare Marx, si ripete sempre due volte: la prima volta come tragedia, la seconda come farsa

Alberto Angeli

Ti sarò sempre grato compagno Corbyn. di G. Giudice

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E’ forse destino della sinistra socialista, la sconfitta. Ma una sconfitta che è venuta in seguito ad un periodo, in cui idee e fatti concreti si sono realizzati ed hanno lasciato il segno. Lo è stato per gli austromarxisti, per G.H,Cole , Bevan, Benn in Inghilterra, per Lombardi in Italia. Ma voglio comunque esprimere la mia profonda gratitudine a Jeremy Corbyn, un compagno , che ha avuto una coerenza ed una fedeltà agli ideali socialisti, trovandosi in minoranza , anche momenti più difficili. Un esempio non solo per socialisti. Ed il grande merito di aver operato una rottura non solo politica , ma anche psicologica , con quelle derive di destra neoliberali (che tanto piacevano a molti postcomunisti e postcraxiani, nonché a Repubblica) di piena subalternità al finanzcapitalismo. Corbyn , dato per out-sider vince in modo netto tre congressi del Labour Party, nel 2015, nel 2016. E’ l’oggetto di attacchi forsennati di tutto l’establishment economico , politico e finanziario e dei mezzi di comunicazione ad essi legati. Quale quello odioso e falso di antisemitismo, solo per sua forte ed intransigente critica alla politica colonialista del governo israeliano (mentre l’Europa taceva). Odiato perché attaccava la politica criminale della monarchia saudita verso lo Yemen e la condanna ai governi europei (compreso quello inglese) di vendere armi ed aerei ai sauditi. Accusato di estremismo, quando il suo programma economico e sociale era proprio di una socialdemocrazia radicale ma innovativa. Riuscì a prendere il 40% alle elezioni del 2017 su questo programma. Poi abbiamo avuto una fase molto convulsa (e di cui abbiamo parlato a lungo) ….la questione della Brexit. Su cui nel partito c’erano posizioni articolate, da quelle eurocritiche di Corbyn e Mc Donnell , favorevole ad una soft brexit, a quelle più pro-ue che non erano certo limitati ai blairiani, piccola minoranza (alcuni anche usciti dal partito) , ma anche a settori che condividevano in larga parte il programma di Corbyn. Ma certo lo stesso Corbyn era contro la Brexit dei conservatori, finalizzata a fare della GB una colonia USA. E ci sono stati momenti molto difficili di cui abbiamo parlato a lungo e non mi dilungo, nel gestire una situazione complessa con una coperta troppo corta ec in cui è difficile non commettere errori. Certo il Labour ha subito una sconfitta. Ma su un programma fortemente riformatore ed ambizioso ha preso il 32,5%, 10 milioni e mezzo di voti (più di quanti ne prese Blair nel 2005). Non so quale partito della sinistra in Europa è in grado di giungere neanche ad un terzo di quei voti. Certo Corbyn ha accettato la sconfitta, ha evidenziato anche i suoi errori e però ha fornito anche una spiegazione di essa. Ed è rimasto in carica per il tempo necessario per trovare un nuovo leader. Che Keir Stammer (che ha scelto come vice Angela Rayner) potesse essere il nuovo leader era dato per scontato. Ora , non ho molte informazioni , ma avendo letto interviste del nuovo leader ed articoli su Stammer, credo sia profondamente errata l’idea di considerarlo un blairiano. E’ stato contro la guerra in Iraq, Diciamo che nel Labour ha una posizione definibile di centro-sinistra. Ha dichiarato che manterrà punti qualificanti del programma come quello delle socializzazioni, si è dichiarato convintamente socialista. Il suo più grande difetto : essere troppo pro-ue. E comunque la sua vice Angela Rayner è della sinistra (anche se non proprio blairiana) , viene da una famiglia poverissima ed è fortemente impegnata a recuperare il voto operaio nel nord-est inglese. E comunque Stammer e la Rayner se la dovranno vedere con il dramma di questa terribile pandemia. Ma la mia nota è dedicata al compagno Jeremy. Perchè ci ha acceso una speranza. E dopo questa terribile prova a cui è sottoposta l’umanità, la speranza socialista dovrà rinascere; alternativa sarebbe peggio della barbarie.

Giuseppe Giudice

Il modello cinese. di S. Bagnasco

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Oggi, in tanti considerano il “modello cinese” come vincente per affrontare l’emergenza sanitaria.

Fino a poche settimane fa, la Cina era un lontano paese asiatico saldamente ancorato agli stereotipi di noi europei che non sappiamo guardare alle trasformazioni della Cina avvenute in soli sette decenni.

Poche settimane fa consideravamo il COVID19, come adesso lo chiamiamo perché “coronavirus” sa poco di scientifico, un problema cinese e del lontano mondo asiatico dove si mangiano topi vivi e vi invito a non considerarla una battuta da uno Zaia qualsiasi, perché riflette un diffuso atteggiamento mentale.

Sia come sia, la Cina è passata in sette decenni dalla fame e da un’aspettativa di vita intorno ai 40 anni ai 76 attuali; oggi la Cina è il secondo Paese per PIL al mondo e sta combattendo una battaglia formidabile per salire la classifica del PIL pro capite, dove occupa tuttora l’85° posto.

Ma cos’è il modello cinese?

E’ la capacità di costruire in pochi giorni un ospedale? E’ la capacità di prendere decisioni rigorose in poco tempo? NO! Tutto ciò è il prodotto del modello cinese, non è il modello cinese. Il modello cinese si basa su un’economia pianificata, su un forte controllo sociale, su una formidabile attualizzazione dell’antico mercantilismo cinese che porta la Cina a essere protagonista di un sistema di “cooperazione” in Africa (di cui il mondo si disinteressa, nonostante gli evidenti aspetti negativi di questa moderna colonizzazione), a modellare una nuova geopolitica mondiale con la Via della Seta, a essere protagonista nelle politiche spaziali internazionali sbarcando non sulla luna ma sulla “faccia nascosta” della luna, quella che non vediamo mai.

E’ da qui che deve partire il confronto tra modelli.

La Cina, a differenza dell’Occidente, vale a dire di USA, Canada, UK e UE, può prendere decisioni importanti e drastiche senza scatenare il panico nei mercati e senza scatenare la guerra tra fazioni politiche sull’entità degli interventi economici, sugli scenari recessivi, sulle responsabilità dell’UE, su aperte e violente critiche nei confronti di Lagarde, Macron, Boris Johnson, Trump …

Inutile guardare al “modello cinese” se ci tappiamo gli occhi per non vedere le differenze tra Europa e Cina. Differenze che mai ci consentiranno di adottare il modello cinese.

Allora? Allora serve intelligenza e orgoglio per la nostra storia e le nostre specificità.

Il nostro modello dovrebbe farci comprendere che quando siamo sereni e ci dedichiamo agli apericena … dovremmo approntare protocolli e piani minuziosi per affrontare le emergenze sanitarie … che non esistono giacché sappiamo che arriveranno, mentre ignoriamo quando arriveranno e che sembianze avranno, ma possiamo intuire le criticità che possono determinare agli organi vitali. Se avessimo questi piani e la popolazione fosse educata a queste emergenze, come dovrebbe avvenire per gli incendi, le catastrofi naturali, gli incidenti nucleari, i disastri chimici … allora ci sottrarremmo alle polemiche politiche, agli indugi per paura di perdere il consenso, alla stupida mediazione tra posizioni politiche … come se l’emergenza sanitaria fosse una causa civile.

Noi abbiamo strumenti e mezzi di gran lunga superiori a quelli cinesi, ma non ne siamo consapevoli perché disprezziamo la grandezza delle nostre malconce democrazie, che affossiamo invece di solidificarle.

Il modello italiano e europeo ha potenzialità formidabili: spetta a noi decidere di attuarle … e per farlo dobbiamo pensarci in tempi di bonaccia.

In Europa abbiamo una diffusa cultura solidaristica, estranea alla cultura americana, questo ci offre condizioni di partenza ottimali per attrezzarci per tempo a fronteggiare le emergenze sanitarie.

Saremo capaci di comprenderlo? Impareremo qualcosa da questa situazione che viviamo con apprensione o ci limiteremo a un brindisi e a una collettivo “l’abbiamo sfangata anche questa volta”?

La decisione spetta a noi.

Sergio Bagnasco

Perché l’UE non riesce a condannare credibilmente Erdogan. di P. P. Caserta

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Pier Paolo Caserta

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L’UE ha, semplicemente, un enorme problema di credibilità. Se non riesce a fare la voce grossa contro la Turchia è perché in Siria, per sette lunghi anni, e per altro non solo in Siria, le potenze europee (in mancanza di una Europa politica continuo a parlare di potenze) hanno fatto sotto insegne democratiche, o lasciato che si facesse, molto di non dissimile da quello che sta ora facendo il dittatore Erdogan. Non ci vuole molto a capirlo. Basterebbe leggere le principali linee geopolitiche della guerra di Siria dissipando la propaganda neoilluminista dei sacri valori dell’Occidente sotto attacco che ci è stata propinata per anni. Valori talmente saldi, infatti, da allearsi con l’Arabia saudita, alleato strategico nella regione degli Stati Uniti prima e della Francia poi e partner commerciale privilegiato per non pochi altri Paesi europei. La natura di tali traffici dovrebbe, per altro, essere nota, solo per chiudere rapidamente il cerchio di una narrazione che fa acqua da tutte le parti.

Nella guerra di Siria, tanto per cominciare, Francia e Stati Uniti sono stati alleati con l’Arabia Saudita (e con altre monarchie del Golfo), cioè con uno dei peggiori regimi integralisti al mondo, proprio mentre fingevano di combattere il Daesh (Isis) per una rigorosa e vitale crociata di principio. Nel 2016 Bin Nayef, ministro dell’Interno dell’Arabia Saudita, ricevette la Legion d’Onore, il più alto riconoscimento della Repubblica francese, direttamente dalle mani del presidente Francois Hollande. Quel Bin Nayef, in quanto ministro dell’Interno, chiamato direttamente in causa dalle esecuzioni capitali in pubblica piazza nei confronti di dissidenti abituali in Arabia Saudita. Da dove vogliamo cominciare a parlare di credibilità e rispetto dei diritti umani?

Durante la guerra siriana, la coalizione a guida franco-americana ha eseguito sistematicamente raid aerei indiscriminati che hanno falcidiato innumerevoli vite di civili. Il 21 luglio del 2016, per esempio, un raid aereo condotto dall’aviazione statunitense, nei pressi di Manbij, nel nord della Siria, costò la vita ad almeno 100 civili, tra i quali erano 35 bambini.
La coalizione a guida franco-americana ha dimostrato, ancora una volta, un elevato disprezzo nei confronti del diritto internazionale umanitario, che impone la protezione dei civili nei conflitti.

È uno scandalo se la Turchia spara sulle ambulanze, ma non era una scandalo quando gli Stati Uniti, nell’ottobre del 2015, in Afghanistan, bombardavano “accidentalmente” una clinica sostenuta da Medici Senza Frontiere causando 50 morti, tra i quali molti bambini? Nell’ottobre 2016, ad Aleppo, le forze siriane e russe bombardarono quattro ospedali nel giro di 24 ore (fonti MSF). La popolazione civile di Aleppo venne condannata ad una immane mattanza dal cinismo e dell’incapacità di Stati Uniti e Russia di trovare un accordo che evitasse la catastrofe umanitaria. Aleppo è il nome di una tragica ingiustizia che l’Occidente ha tollerato e permesso, e quella del popolo curdo rischia di essere la prossima.

Dopo di che, verso Erdogan cosa volete che esca fuori dalla voce dell’Ue se non un oibò, cattivello cattivone, così non si fa.
Dopo tutto lo stillicidio della lunga e non conclusa guerra di Siria, dopo che l’informazione ci ha incessantemente martellato la narrazione, falsa e incompleta (e falsa perché incompleta) secondo cui l’Occidente era sotto attacco e doveva rispondere e sradicare il cancro dell’Isis, io continuo a ripetere, perché incredibilmente si trova ancora quasi sempre il modo di non dirlo, che l’insensata e costosissima guerra, la prima fase della guerra di Siria (che non ha mai davvero avuto come obiettivo primario quello di sconfiggere il Daesh) durata dal 2011 al 2018, è stata PERSA. Il vincitore è Putin con l’Iran suo alleato. E, difatti, da circa un anno a questa parte Francia, Stati Uniti, Arabia Saudita e gli altri loro alleati sono sistematicamente esclusi da tutti i vertici che dovrebbero decidere del futuro assetto della regione. È quello che succede a chi le guerre le perde. Si tratta di vertici a tre, il terzo ad avervi preso parte con costanza è Erdogan. Il posizionamento della Turchia nel conflitto è stato per altro nulla affatto lineare e coerente. Membro Nato e quindi inizialmente nello schieramento franco-americano, poi passata di fatto nel fronte russo-iraniano a conflitto vicino alla conclusione. Prima della recente ripresa dovuta proprio all’iniziativa turca.

Penso che se l’UE volesse davvero recuperare un briciolo di credibilità dovrebbe fare alcune cose. Tanto per cominciare si dovrebbe raccontare la verità sulla guerra di Siria all’opinione pubblica europea turlupinata senza ritegno per anni da tutta l’informazione mainstream. Si dovrebbe dire qualcosa di più onesto sulle enormi responsabilità nell’interminabile guerra di Siria, combattuta con inutile ostinazione, con esorbitante sforzo propagandistico, con disprezzo del diritto umanitario internazionale e delle vite dei civili, e persa.
Il dramma, il peccato originale, è la mancanza di un’Europa politica; in assenza della quale ciascuna delle potenze europee ha fatto la guerra “contro lo Stato Islamico” perseguendo propri interessi e con diversi livelli di coinvolgimento: la Francia con gli Stati Uniti, Regno Unito, Canada e Australia, in prima linea; Belgio, Danimarca, Paesi Bassi, Germania, Italia, tra gli altri, dietro in posizione via via più defilata o di supporto logistico. Se economicamente l’UE è la Germania, militarmente è la Francia. Le nazioni belligeranti che hanno bombardato direttamente postazioni del Daesh hanno subito, in risposta, attentati terroristici nel cuore delle loro città, in Europa (e non solo), nella logica di quello che è stato un conflitto combattuto su due teatri di guerra, il Medio Oriente e le capitali occidentali. Sia qui che lì, a farne le spese, molti civili.

I giocatori della nazionale turca di calcio che durante l’inno fanno il saluto militare gradito ad Erdogan eseguono un copione del rapporto tra dittatura e sport, un gesto a metà tra la spontanea sottomissione e l’esercizio subito di un autoritarismo intimidatorio. Ciò non toglie che, lo sospetto, parte dell’opinione pubblica “progressista” che oggi si indigna per quel gesto abbia girato la testa dall’altra parte quando lo scriteriato coinvolgimento dell’Occidente nella guerra di Siria ha causato prolungate e atroci sofferenze, o forse lo ha persino sostenuto. Non può credibilmente indignarsi per i curdi, purtroppo, la coscienza europea che non ha mai fatto una piega per una cinica carneficina venduta come difesa dei valori fondativi dell’Occidente.

Pier Paolo Caserta