diritti dei lavoratori

S’ode a sinistra uno squillo di tromba! di D. Lamacchia

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Curzio Maltese su Repubblica di stamane fa un paragone tra Enrico Letta e Enrico Berlinguer. In sostanza assimila Letta a Berlinguer. Ognuno è libero di associare quello che vuole e se ci si sforza similitudini si trovano anche tra il carciofo e la pastinaca…

Chiarisco subito che è solo una battuta, non ho giudizi negativi su Letta. Solo rimarcare come si possa usare un qualsiasi paragone pur di giustificare l’adesione a questa o a quella linea politica. L’intento di Maltese è cercare di attribuire a Letta caratteri di sinistra. Quindi come meglio che paragonarlo a Berlinguer?

Ora il punto vero è: Letta è di sinistra o no? E ancora cosa vuol dire essere di “sinistra”? Cosa differenzia “destra” da “sinistra? Lungi dall’avere la presunzione di sciogliere nodi che personalità ben più dotate di me non sono state capaci di sciogliere provo a dare una mia modesta interpretazione. Ci si potrebbe sbrigare affermando che nel conflitto capitale-lavoro è di sinistra chi sta dalla parte del lavoro, di destra il contrario. Tuttavia non è sufficiente.

Ad entrare in gioco ci sono componenti che non possono essere ridotte tutte a mera conflittualità socio-economica. Per esempio le ragioni socio-culturali o quelle religiose. Oggi giorno non si può prescindere dalla variabile ecologica per esempio. Per molti essa è la variabile centrale fino a confondere l’ecologia come caposaldo della cultura di sinistra. Per me un’errore. Gramsci è stato il pensatore che maggiormente ha considerato queste variabili. Si pensi al suo concetto di “egemonia” e alle forme e agli strumenti del gruppo dominante di esercitarla. Dunque oltre al lavoro cos’altro?

Partiamo da una considerazione che prova a sintetizzare i concetti, consideriamo le dinamiche in termine di cicli. Il liberismo osserva il ciclo impresa-persona-impresa. Il focus di una visione liberista è l’economicismo rappresentato nell’esempio dall’impresa. Per semplificare in una situazione di crisi il ramo secco è la persona e l’oggetto da preservare è l’impresa. La persona è considerata un mezzo e non un fine. In una cultura di sinistra il ciclo da considerare è persona-impresa-persona. Il focus è la persona, l’impresa un mezzo, ancorché efficiente e produttivo. Il centro della riflessione quindi è quali sono le finalità che un sistema sociale si prefigge. In questo schema sicuramente entrano come variabili importanti temi come la libertà, di pensiero e di azione, delle singole persone e dei soggetti associati. Libertà che è relativa alla sfera economica e non. Come si formano i desideri, le motivazioni al consumo, all’agire? Chi seleziona i bisogni? Chi organizza le risposte ai bisogni?

In altri termini per stare a Gramsci come si formano le dominanti egemoni? Se il centro è l’impresa tutto le si conforma. Diverso se il centro è la persona, la persona che lavora. Il termine “ricchezza” assume significato diverso se la finalità è l’impresa o la persona. Letta da che parte sta? Ora è indubbio che l’attenzione alla persona è l’elemento che più accomuna una visione cattolica a cui egli appartiene e una visione politicamente di sinistra. Non basta però. Ciò è solo una premessa, servono pratiche, programmi, azioni. Giusto come esempi grossolani, articolo 18 si o no? Industria bellica si o no? Ius soli si o no? Bersani, D’Alema o Renzi, Verdini? Ecc.

Buona riflessione.

Donato Lamacchia

Il dramma del socialismo italiano. di G. Giudice

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Da tempo sostengo che è pura e semplice assurdità politica voler rifondare il PSI. E poi quale PSI? Credo che una sinistra nuova e larga abbia bisogno anche dell’apporto essenziale della migliore cultura e tradizione socialista italiana.

Ma deve comprendere anche altre tradizioni ed esperienze, e forze nuove che emergono oggi che sono perfettamente compatibili con istanze socialiste, intese in senso largo. Se è vero che una damnatio memoriae del socialismo è frutto della infelice stagione dell’Ulivismo prodiano. Era utile per rinunziare a quelle istanze che si ponevano in conflitto con il capitalismo, per accettare il liberismo “progressista” di Clinton.

Ma a questa damnatio memoriae hanno contribuito (nei limiti delle forze che avevano a disposizione) anche i “cespugli ” post-craxiani dallo SDI di Boselli ( che ha sempre cercato di ricavarsi degli strapuntini proprio nel campo dell’Ulivo), fino ad una sigla che si è posta sotto l’ala protettiva di Renzi (!!!!!). Ma a parte queste manovre, politicamente molto discutibili, questi cespuglietti si sono fondati (seguite anche da alcune associazioni) sul dato che l’unico vero PSI è stato quello di Craxi. E tutto quello che veniva prima, era “preistoria del socialismo”. Quindi preistoria erano Lombardi, De Martino, Codignola, Foa, Santi, Brodolini Basso, Mancini, Bertoldi e molti altri. Naturalmente non osavano criticare Nenni e Pertini (i quali oggi si rivolterebbero nella tomba) perchè troppo amati. Naturalmente tutto ciò è ridicolo, ma è stato un grave danno per tutta la sinistra, soprattutto per coloro, che per mancanza di informazioni, tendevano di ridurre il PSI al bonapartismo craxiano. Addirittura Boselli con la politicamente ridicola esperienza della “Rosa nel Pugno” mise Zapatero, Blair e Fortuna tra i suoi modelli ispiratori. Questa è, comunque è una delle ragioni per cui mi sono battuto per dare un quadro d’insieme, non mistificato, della tradizione cultura socialista italiana.

Se tra i renziani travestiti da socialisti si definisce Corbyn un bolscevico. O se qualcuno , che oggi sta in Forza Italia (proveniente dal craxismo) , definisce Lombardi comunista, la misura è colma.

Giuseppe Giudice

Lo sciopero Amazon ripropone la centralità strategica di questo strumento di lotta nella scuola come altrove. di F. Cannizzaro

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Oggi 22 marzo 2021 è in fase di realizzazione il primo sciopero globale delle lavoratrici e dei lavoratori del colosso dell’e-commerce Amazon.

Da più parti e giustamente si è ribadito che questa mobilitazione, senza precedenti, è stata pensata ed organizzata per affermare pienamente i diritti di chi lavora per questa multinazionale

Tra gli obiettivi, anche in Italia, ci sono: la riduzione dei carichi di lavoro, migliori condizioni di sicurezza e la stabilizzazione dei precari.

Ci consola, in tal prospettiva, che a sostenere i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori siano scesi in campo le Federazioni di categoria di CGIL, CISL, UIL, affiancate anche da altre organizzazioni sindacali.

Ovviamente il nostro auspicio è quello che lo SCIOPERO riesca e serva a definire una nuova, diversa stagione nel modo in cui, in Italia come altrove, Amazon tratta i lavoratori, cosa che permetterà se così fosse, di definire relazioni sindacali reali e durature.

Da parte nostra, Noi tutti, possiamo sostenere questi lavoratori, quste lavoratrici astenendoci, almeno nella giornata di oggi, dal fare acquisti su Amazon.

Permettetemi a margine di questo utile, doveroso richiamo alla solidarietà con i lavoratori e le lavoratrici di Amazon di ricordare a noi tutti che le prassi adottate da quel colosso globale del commercio su Internet non sono solo o tanto un’eccezione ma rischiano in concreto nel Mondo, e anche in Italia, di divenire un “paradigma” di riferimento.

Ovvero esiste la possibilità reale che si assista ad una AMAZONIZZAZIONE nelle e delle relazioni tra datori e lavoratori.

Di fronte a questa possibilità tutt’altro che ipotetica è nostro dovere esigere che i nostri sindacati, le organizzazioni categoriali e/o confederali a cui ognuno di noi aderisce contrastino queste logiche.

Può e deve inoltre fare riflettere, ad esempio, che la piattaforma che rappresenta in Italia le richieste di questi lavoratori e lavoratrici ponga al centro della mobilitazione temi tra i quali: la riduzione dei carichi di lavoro, migliori condizioni di sicurezza e la stabilizzazione dei precari.

Temi che non differiscono di molto da quelli che contribuiscono a fare parte di tante delle necessità dei lavoratori di questo Paese non esclusi noi del comparto #Scuola o #Istruzione che dir si voglia.

Questa “convergenza” deve farci riflettere tutti su un dato fondante e fondamentale ovvero che questi ed altri risultati possono essere ottenuti solo se saremo in grado anche noi, al pari dei lavoratori di Amazon, di prassi di #mobilitazione e #vertenzializzazione dei bisogni anche se si dovesse passare per lo strumento, organizzato, articolato e ben pianificato, dello SCIOPERO.

Ci chiediamo: le nostre Federazioni di categoria, le nostre Confederazioni avranno altrettanta attenzione e coscienza di questa necessità?

Fabio Cannizzaro

Pacatamente, serenamente, addio CGIL. di C. Baldini

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“Complimenti sinceri a Enrico Letta per le idee e il programma alla base della sua elezione a segretario del Partito democratico”. Lo dichiara il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini.

“La Cgil, aggiunge il segretario del sindacato di Corso Italia, è interessata ad un confronto programmatico e considera necessario un nuovo modello sociale e di sviluppo sostenibile, fondato sul lavoro dì qualità e non precario”. “Questo è il modo, prosegue Landini, per dare speranze e futuro ai giovani, e affermare una nuova cultura inclusiva e solidale che assume la parità e la differenza di genere. Ed è molto importante che nel quadro politico si apra una nuova fase capace di ricostruire un rapporto profondo tra la politica, il mondo del lavoro e il Paese, con tutte le forze sociali”. “E’ questo il modo migliore, conclude il numero uno della Cgil, per affermare i valori e i principi della nostra Carta costituzionale e costruire una vera Europa sociale e del lavoro”.

Occorre capire che la Cgil è profondamente mutata seguendo la politica. Molti di noi pensavano che Maurizio Landini continuasse il ruolo che aveva mantenuto in Fiom. Ma non era possibile. Cgil non è più il sindacato dei militanti della sinistra, semplicemente perché la sinistra è poca e quindi non fa tessere. Nel complesso, viene fuori dall’Istat, che tra i cigiellini, il Pd, soprattutto nello SPI, che ha ancora qualcuno di sinistra radicale, che resta per agevolazioni nelle dichiarazioni dei redditi, mantiene la maggioranza col 58%, ma il 38,4% dei tesserati all’ultima tornata elettorale europea si è diviso tra il Carroccio (18,5%) e i Cinque Stelle (19,9%), facendo registrare un travaso dai grillini alla Lega rispetto alle ultime politiche. Prima i pentastellati tra gli iscritti al sindacato rosso avevano raggiunto il 33%, mentre la Lega si era fermata al 10. In questo puzzle ci sta tutta la fiducia che dava Camusso al PD e che entusiasticamente offre Landini al potere liberista che governa. Va anche sottolineato come Cgil sia un grande sindacato che, come il PD, gode di una eredità che viene da lontano e che viene sventolata nelle celebrazioni.

Intendiamoci, non c’è paragone con gli altri due in onestà, capacità, organizzazione. Sempre più lontana però dai conflitti del reale : ex ILVA, Whirlpool, Texprint, ecc.. dalle lotte per l’ambiente, ma anche Cgil non parla più di sfruttamento, di salari da fame, ha firmato un contratto metalmeccanici ridicolo, se non fosse tragico. Però Cgil ha una forza nel volontariato dello SPI. Un capillare volontariato di assistenza sul territorio, per caf, consulenze, badanti ecc… Dove, se sei tesserato, spendi poco e sei seguito bene. Se non sei del club, ovviamente, spendi di più. Certo, si potrebbe dare lavoro a qualche disoccupato, ma ciò vale per molto volontariato in Italia.

E niente, il mondo è questo, o ti adegui e lo servi o fai la fine di Cristo, la gente continua a preferire il mondo dei Barabba,forse perché assomiglia ai Barabba. 71 anni di responsabilità e militanza faticose che non rinnego, ma non servono più, roba da vecchi.

Dal coordinamento chimici della Brianza, a segretario Sgs Fairchild, già dirigente Ricerca&Sviluppo, persino negli anni americani al MIT a Boston non lasciavo cadere occasione di discussione. Non è stata una passeggiata sostenere questo sindacato, quando i dirigenti erano Snals. Caro Landini ti avrebbe fatto bene capire chi sono questi a cui tu elargisci endorsment. Poi a scuola sempre in trincea, collaborando con Roberta e contro i parafascisti dell’università. Altro che le sardine dall’università al PD.

Una tessera è un impegno per chi la tiene in borsa e per chi la firma. Io ho cambiato modi, metodi di militanza. Voi avete cambiato valori. La mia amarezza è senza fine, mi censurano pure nel gruppo fb ‘Io sto con la Cgil’. Pure da questo uscirò, perché io non sto in un gruppo organo di propaganda PD e frammenti. Penso che l’anno prossimo manterrò la tessera del club per le agevolazioni, ma cercherò intanto un sindacato che difenda i deboli e che conosca ancora il valore delle parole anticapitalismo, antisfruttamento, lotta di classe.

Addio Di Vittorio, ciao babbo Fiom, ti ricorderò sempre, ma non tra chi ti ha tradito.

Claudia Baldini

Cento anni fa (14 febbraio 1921) nasceva Raniero Panzieri. di U. Signorelli

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Fu uno degli esponenti di una sinistra socialista originale , molto lontana da quella “grigia” di Vecchietti e Valori. Tant’è , che pur essendo contrarissimo al centrosinistra non aderì mai al PSIUP.

A dispetto di ciò che gli fu attribuito, non si considerò mai operaista – termine fatto proprio da Tronti e Negri (con i quali ruppe , poco prima di morire). Panzieri, dopo il 1960 rinunziò a tutti gli incarichi nel PSI. Eppure era stato responsabile cultura del PSI, condirettore di Mondo Operaio (ma di fatto direttore). Morandi lo inviò a fare il segretario regionale siciliano del PSI negli anni 50, diresse le lotte contadine e dei minatori, meritandosi l’elogio di Nenni.

La sua grande capacità di unire l’approfondimento teorico con la presenza e la guida nelle lotte, ne fanno un personaggio raro. Panzieri risente molto dell’influenza di Morandi, ma soprattutto del Morandi ante-1946. Quello del socialismo libertario e dei consigli di gestione. Ma era molto interessato al dibattito che si svolgeva oltre le Alpi. Soprattutto in Francia con la rivista “Socialisme ou barbarie”, uno dei punti fermi di una critica da sinistra al socialismo reale. Di qui il suo approfondimento sul tema della non neutralità dell’uso delle macchine, rispetto ai “rapporti di produzione” , a vedere nel Capitale una opera di sociologia. La ripulitura di Marx dall’heghelismo. Il tutto sfocia nel discorso sui “contropoteri” come via per giungere all’autogestione socialista fino a raggiungere la stessa autogestione del Piano. Queste idee sono certo da collocarsi in un certo contesto storico che è quello del neocapitalismo degli anni 60. Ma vi sono delle suggestioni che poi hanno ispirato in parte le lotte dei lavoratori a cavallo tra la fine degli anni 60 e l’inizio dei 70. La lotta non solo per gli aumenti salariali, ma anche per modificare l’organizzazione del lavoro.

Riccardo Lombardi integrò parte del Panzieri dei contropoteri nel suo schema del “riformismo rivoluzionario”, dopo il 68. E se ne servì per dare forza al superamento di una visione economicista e produttivista del socialismo. Panzieri , il cui pensiero è rimasto incompiuto per la morte prematura a soli 43 anni, il 9 Ottobre 1964, rappresenta comunque una delle personalità più affascinanti del socialismo italiano del dopoguerra.

Ho avuto la grande opportunità e fortuna di conoscere Raniero Panzieri nella disadorna Federazione PSI di Biella negli anni 1962/63, frequentavo la 1° liceo classico e Raniero teneva lezioni su Marx e Rosa Luxemburg personalmente, o mandava Emilio Agazzi. Erano letture collettive del Capitale, dispense, discussioni ed io ero affascinato e intimidito dalla Sua immensa cultura e semplicità.

Segretario della Federazione era Pino Ferraris e attorno a lui c’erano Franco Ramella, Clemente Ciocchetti ed altri che avevano fondato i “Circoli di nuova resistenza” che Raniero convinse a trasformare in “Centri studi marxisti”.

L’ultima volta che vidi Panzieri gli dissi che avrei fatto giurisprudenza a Torino e che avrei voluto continuare quelle lezioni con Lui, mi diede il Suo numero telefonico e mi disse di chiamarlo se andavo a Torino dove mi stabilii nel 1965, un anno dopo la Sua immatura e rimpianta scomparsa. Vittorio Rieser, ancora iscritto al PSI, mi confermò che Raniero, con il quale aveva collaborato, quando morì era ancora iscritto al PSI e così anche altri Compagni Socialisti che avevano continuato a frequentarLo. Anni dopo conobbi la moglie di Raniero e parlando mi confermò che era morto con la tessera in tasca del PSI che a Torino lo aveva lasciato solo.

Raniero non era solo di un’onestà intellettuale cristallina, ma era anche di una coerenza profondissima per cui preferiva avere torto dentro il Partito piuttosto che ragione fuori di esso e, ribadisco, come Riccardo Lombardi, è morto con la tessera del PSI in tasca. Questa è la vera Storia di vita vissuta e non quella di fatti dedotti per comodità da storici revisionisti di destra o di sinistra.

Ulisse Signorelli

Noi, vecchi Socialisti d’Italia. Costantino Lazzari al Congresso di Livorno del 1921

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Cari compagni

Esaminiamo la situazione intricata nella quale si trova oggi il PSI. Oggi una frazione ci viene a domandare, nell’interesse del partito, di dividere il partito nell’interesse del proletariato italiano.

Ma credete davvero che quando noi avremo allontanato i riformisti il nostro partito avrà acquistato una maggiore potenza rivoluzionaria? Io credo sia sufficiente per noi garantire la libertà di pensiero e la disciplina dell’azione. La necessità della scissione ci viene consigliata dai nostri compagni che lottano meravigliosamente per la rivoluzione nel loro Paese, la Russia, ma non è giusta e non è opportuna perché indebolirebbe noi e la lotta che dobbiamo fare.

Noi abbiamo visto con molta simpatia sui muri delle città i manifesti con il proletariato che spezza le catene gettandole nell’abisso del creato. E’ l’Ordine Nuovo. Quando mi sono ritrovato di fronte al gruppo dei compagni torinesi, pieni di sapienza di attività e di giovinezza, mi sono ricordato di quaranta anni fa quando abbiamo iniziato col Fascio operaio. Bene, benissimo fanno quei compagni. Ma nel loro comportamento c’è un difetto, ed è la deficienza nel sentimento della fraternità e dell’uguaglianza tra di noi.

Guardate cosa mi capita di leggere in questo giornale: ‘Il Partito comunista riunendo in sé la parte più avanzata e cosciente del proletariato…’ . Modestia a parte, constato la loro superba sicurezza. Noi non ci siamo mai considerato né più avanti né più coscienti degli altri, sapendo che tutti quanti dobbiamo riunire le nostre facoltà, i nostri diritti, la nostra buona volontà.

Oggi contro il nome del nostro Partito, contro questo nostro appellativo di socialisti viene opposta la qualifica di comunisti. Ma in Italia, ha ragione di esistere questa distinzione? Da noi non c’è una differenza tra comunismo e socialismo, noi siamo diventati socialisti educando la nostra anima con il Manifesto dei comunisti di Marx. L’obiettivo generale che tutti dobbiamo raggiungere è la civiltà socialista. Se in questa parola c’è l’espressione chiara e concreta del nostro scopo, perché dovremmo cambiare la nostra qualifica e diventare comunisti?

Questi comunisti che oggi per bocca del compagno bulgaro qui presente, sono venuti a consigliarci la scissione e la liquidazione dei riformisti, e non hanno ancora liquidato dal loro partito i massoni. L’Internazionale dice che, se vogliamo servire la causa della rivoluzione mondiale, dobbiamo spogliarci della giacchetta portata fino ad adesso, cambiare i connotati, cambiare passaporto e diventare comunisti. Io ho assistito tre volte al cambio del nome del nostro Partito, ma sempre semplicemente per la necessità di salvarci dalla reazione.

Nella storia di questi quarant’anni abbiamo distrutto una grande quantità di idoli e altari proprio per far sorgere questa bandiera del PSI. Da poveri, modesti proletari abbiamo creato in Italia un movimento col quale le classi dominanti devono fare i conti oggi e dovranno capitolare domani. Vi siete mai accorti di come sono belli, pedagogici i consigli di Mosca e Pietrogrado per diventare perfetti affiliati della Terza Internazionale? Belli, magnifici, ma non per i nostri contadini e per i nostri operai.

Noi, vecchi Socialisti d’Italia, non ci sentiamo né pigmei né giganti davanti agli uomini dell’Internazionale, perché sappiamo di avere un passato del quale rispondere e un dovere da compiere verso l’avvenire. L’unico bene indistruttibile che abbiamo a nostra disposizione è l’unità, con la quale possiamo portare alla Terza Internazionale una forza reale, sicura e devota.

Costantino Lazzari

Intervento al XVII Congresso del Partito Socialista Italiano di Livorno

Teatro Goldoni. Domenica, 16 gennaio 1921


Costantino Lazzari nacque a Cremona nel 1857, amico di Engels, compagno di Lenin e Trotszkij a Zimmerwald, fu tra i fondatori del Partito Operaio Italiano nel 1882 e del Partito Socialista Italiano dal 1892, ne fu Segretario per sette anni tra il dal 1912 al 1919, tranne che per due brevi periodi a causa del suo arresto per “disfattismo”. Allo scoppio della Prima guerra mondiale sostenne la posizione pacifista, decisa dalla stragrande maggioranza del PSI. Una volta proclamata l’entrata in guerra dell’Italia nel 1915, coniò lo slogan “né aderire, né sabotare”. Perseguitato dai fascisti, morì a Roma nel 1927 in estrema povertà e solitudine.

Dal telelavoro allo smart working. di F. Ranucci

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Di seguito la mia recensione al libro di Domenico De Masi dal titolo “Smart working. La rivoluzione del lavoro intelligente” (Marsilio 2020, pp. 688, euro 24), pubblicata su via Po economia di oggi

C i sono svolte epocali che segnano il tempo e cambiano tutto senza preavviso. Di quelle improvvise, non immediate e difficili da segnare sul calendario. E come nel caso dello smart working hanno un prima e un poi, degli scatti e delle accelerazioni talvolta incontrollabili che possono portare effetti positivi. A scriverlo nel suo libro sull’argomento è Domenico De Masi, professore emerito di Sociologia del lavoro alla Sapienza di Roma. Che nel telelavoro, al di là della pandemia da Covid-19, ha creduto sin dal principio sostenendo che, se è pur vero che famiglie e lavoratori sono stati catapultati e costretti dall’oggi al domani a lavorare e studiare in modalità remota, in questa maniera in tanti hanno salvato la salute, la scuola e finanche l’economia. Smentendo coloro che, contro questa tesi, hanno sbandierato crisi e choc vari.

Il sociologo spiega tutto in questo corposo tomo che si allontana dalle semplici considerazioni personali approfondendo il quadro di una società che si è modificata profondamente sull’onda della rivoluzione digitale e della trasformazione tecnologica.

L’Italia riparte dallo smart working, sottolinea De Masi nella sua ricerca, il lavoro si riorganizza e questo vale per tutti i settori, dalla pubblica amministrazione all’imprenditoria privata fino ai servizi quali istruzione, fisco, sanità. È la strada giusta, assicura, e nessuno pensi di tornare indietro.

Parola di studioso. Che parte da lontano. “Il volume – asserisce – ripercorre le tappe della storia dello smart working, il cui antenato è stato il telelavoro. Racconta in sostanza il grande cambiamento, cosa è avvenuto dalle origini ai giorni nostri fino all’avvento delle nuove tecnologie. Adesso il lavoro ce lo sottraggono sempre di più le macchine, gli operai sono di meno, ridotti al 30 per cento. E il lavoro intellettuale si può destrutturare, si può fare ovunque tramite internet. Uno sconvolgimento che riguarda il digitale e la rete, ma soprattutto, in un Paese come il nostro, circa 6 milioni di persone su 23 milioni. In effetti, si tratta del 25 per cento di tutta la forza lavoro, un numero che dimostra come un quarto degli individui potrebbe lavorare da casa. Questo significherebbe ridurre il pendolarismo, l’inquinamento, gli spostamenti, il bisogno di spazi nelle aziende. Si parla frequentemente di calo della produttività che invece, secondo alcuni studi, migliora con lo smart working. Ebbene l’Italia, ad esempio, ha un gap con la Germania del 20 per cento che potremmo senz’altro recuperare in questo modo”.

Non solo. “In questi ultimi mesi”, secondo De Masi, “a causa del lockdown abbiamo vissuto una strana esperienza, in quanto costretti a lavorare da casa con orari flessibili, ma che ci ha fatto comprendere l’importanza dello smart working e la sconfitta della ritrosia delle aziende e dei loro capi che hanno cercato di opporre resistenza all’inesorabile trasformazione”.

Già, i vertici della PA e il sistema delle imprese in generale si sono dovuti piegare all’evidenza. Anzitutto perché la pandemia ha portato all’esplosione dello smart working in pochissimo tempo. “Basti pensare che all’inizio dell’anno lavoravano in modalità remota 570 mila italiani che ai primi di marzo sono diventati 8 milioni. E bisogna dare atto alla ministra Dadone se il primo dicastero ad agire in tal senso è stato quello della Pubblica amministrazione. Infatti, anche grazie a lei si parla sempre più di lavoro agile. La ministra ha presentato un progetto di legge in cui si afferma che entro l’anno venturo la metà dei tre milioni e mezzo di dipendenti pubblici lavorerà da casa”. Del resto, secondo il sociologo, “non dobbiamo dimenticare che la PA è stata la prima a codificare il telelavoro nel nostro Paese con la legge Madia del 2015. Per i privati invece il provvedimento è arrivato nel 2017 anche se l’antesignano del telelavoro è stato l’Inps nel 1990, seguito dall’Ibm nel ’95 e dalla Telecom nel ‘97”.

Il lavoro agile dunque non rappresenta solo una soluzione a tempo limitato nel momento in cui riesce a coniugare adeguatamente produttività e attenzione alle persone, che a casa spesso diventano più motivate sentendosi padrone del proprio lavoro.

Addio dunque alle distrazioni dell’ufficio, alle chiacchierate e ai caffè con i colleghi? Negli Stati Uniti i produttori di “The Office”, la sitcom creata da Greg Daniels, hanno annunciato di voler preparare una nuova serie tv dove però tutti i dipendenti lavorano da casa. A dimostrazione che l’argomento smart working, indicato come strada virtuosa da intraprendere ma mai realmente percorsa per intero, sia stato semplicemente sdoganato dalla pandemia al punto da essere indicato come il futuro del lavoro.

“Anche la scuola – dice De Masi – si è affidata alla didattica a distanza con il doppio scopo dell’insegnamento e di tutelare la salute dei genitori e dei figli, offrendo ai professori la possibilità di accrescere le proprie competenze in informatica. Chiaramente prima o poi ricominceremo daccapo. Nel frattempo però abbiamo compreso che pur lavorando mamma e papà possono stare a casa”.

Il libro di De Masi, che risponde ai tanti interrogativi che una questione così importante solleva, è un excursus soprattutto storico e si divide in cinque parti. Nella prima viene illustrato in che modo è cambiato il lavoro nel tempo, dalla Grecia classica alla bottega rinascimentale passando poi per Locke, Smith, Marx e Arendt. Nella seconda si ripercorrono le tappe fondamentali del telelavoro, dal “guinzaglio del telefono fisso” alle nuove leggi. La terza invece è incentrata sullo smart working, sul lavoro dominato da personal computer, tablet e smartphone, macchine il più delle volte piccole, portatili, che spesso non necessitano dell’apporto di una scrivania e sono utilizzabili in qualsiasi luogo. Nella quarta si legge l’analisi di quanto è avvenuto in questi mesi, con l’autore che parla di “grande esperimento” e di nuovi compiti da assegnare. Del ruolo del governo sul tema e dei punti di vista imprenditoriale, sindacale, giuridico, sociologico, psicologico e filosofico.

“Tutte le ricerche realizzate – conclude De Masi – dicono che la maggior parte dei lavoratori vorrebbe continuare a lavorare in smart working anche dopo l’emergenza Covid-19 e qui c’è una grande occasione per il sindacato, che può e deve trasformarsi in telesindacato raggiungendo i lavoratori in tempo reale come ha fatto la giovane attivista svedese Greta Thunberg, che con un computer ha mobilitato milioni di ragazzi in tutto il mondo. Nella quinta parte del testo c’è la ricerca previsionale e ho chiesto aiuto a undici esperti, tra i quali vi sono docenti universitari, per capire e spiegare cosa potrebbe avvenire nei prossimi anni. Le risposte sono state tutte ottimistiche, lo smart working sarà la forma più utilizzata per quei lavori che si possono fare a distanza. Il mio auspicio quindi è che il sindacato sappia cogliere al volo questa grandiosa occasione per un rinnovamento totale”.

Ricadute sulla vita di tutti? Eccole: “Oggi – si legge nel volume – ogni ventenne ha davanti a sé circa 580 mila ore di vita. Per gli addetti a mansioni esecutive, il lavoro occuperà non più di 60 mila ore; 200 mila ore saranno dedicate alla cura del corpo (sonno, ‘care’, ecc.); 120 mila ore saranno dedicate alla formazione. Disporremo di 200 mila ore di tempo libero, pari a ventitré anni. Per i lavoratori creativi, il lavoro si confonderà con il tempo libero. In una famosa conferenza del 1930 (‘Economic Possibilities for our Grandchildren’) Keynes salutò con entusiasmo questa prospettiva e profetizzò che i suoi nipoti (cioè i bambini che nascono oggi) avrebbero ridotto la settimana lavorativa a quindici ore e poi, via via, si sarebbero abituati a una vita finalmente liberata dal lavoro e pienamente realizzata”.

Quindi, “con lo smart working il lavoratore è padrone degli orari, dei luoghi, dei ritmi e dei metodi di lavoro. Le ricerche dimostrano che il telelavoratore riesce a svolgere le pratiche in meno tempo di quanto gli occorresse in ufficio. Tuttavia la pratica dell’overtime, ormai congenita, può indurre alcuni telelavoratori a espandere il lavoro oltre misura ed è probabile che occorra del tempo prima che ci educhi e ci si abitui a godere pienamente i vantaggi dello smart working”.

Dalla lettura del libro si evince così che vi potranno essere enormi vantaggi, dal risparmio non solo del tempo ma anche economico per i lavoratori e per le aziende che non avranno più bisogno di affittare spazi per le loro sedi. Una nuova realtà, un altro tipo di organizzazione che prende il sopravvento trasformando tutto da scelta momentanea in strutturale, anche se necessiterà un piano adeguato e ben studiato di lavoro agile per assecondare le esigenze delle famiglie, magari alternando il lavoro da ufficio e da casa. Per questo, e per altri motivi, il successo del nuovo modello di lavoro non è affatto scontato. Perché il cambiamento, che probabilmente avviene in un momento decisivo, va condiviso da tutti. E perché è indispensabile ipotecare un cambio culturale che racchiuda in se principalmente la riorganizzazione delle risorse umane, dei controlli e dell’autonomia gestionale.

Fabio Ranucci

“CATEGORIE” e “CLASSI”- Necessità di una critica radicale al modello neo /ordo-liberista. di P. P. Caserta

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È ovvio che nelle proteste di questi giorni ci siano anche infiltrati, facinorosi di varia collocazione e post-sempre-fascisti che cercano di toccare palla. Non mi pare, però, si possa dubitare che la larga parte sia costituita da uomini e donne messi a dura prova dalla crisi. Non può trovare uno spazio di realtà il moralismo di chi liquida le proteste in blocco per via di alcuni facinorosi. Ma il culmine del moralismo sta forse nel pensare che chi ha fame conservi un contegno e modi gentili. Non è così e non è mai stato così. <Un governo né carne né pesce fa un mini-lockdown per non doversi far carico fino in fondo della sofferenza sociale generata da una crisi che morde sempre di più. Piuttosto, lockdown come si deve ma allora reddito di quarantena per tutti fino alla fine dell’emergenza pandemica!> L’alternativa, se si vuole, è la Svezia, ma l’italica paternalistica viuzza di mezzo che questo governicchio esprime sta facendo montare la rabbia sociale, questo è il punto, a mio avviso. In situazioni di grave emergenza devi più che mai scegliere una linea, se cammini in mezzo resti schiacciato, come dice il saggio. Se dico questo, per inciso, non è perché io minimizzi il Covid, ma proprio per il motivo opposto. Non minimizzo né il Covid, né l’acuta crisi che il Covid ha enfatizzato.

Appurato che una larga parte della protesta non è fascista né camorrista (senza escludere la presenza anche di questi e di altri elementi), per chi volesse prendersene la briga rimane il compito di leggere la protesta e trasformarla in una chiaro progetto politico di critica radicale al modello egemone neo /ordo-liberista, che ha prodotto i gravi squilibri esaltati dalla crisi.

Il lessico che ricorre in questi giorni racconta una storia eloquente, si parla di “categorie”, mentre il concetto di “classe” è ovviamente lontano, da tempo spazzato via dall’individualismo post-borghese (e iper-borghese al tempo stesso). Le “categorie”, ciascuna con le proprie istanze particolare e circoscritte, intendiamoci tutte legittime, ma inevitabilmente limitate nello scopo, sono l’evidente prodotto della da tempo avvenuta decomposizione del concetto di classe, frammentato in una serie di segmenti spesso incomunicanti con interessi particolari. (Molto ha contribuito anche la deleteria retorica della “società civile”). Eppure è lo stesso il modello che ha tagliato la spesa pubblica, i salari e le pensioni, la sanità, la scuola pubblica. Credo, inoltre, che questa necessaria critica radicale al modello neo /ordo-liberista debba passare anche, per la nostra parte, per l’obiettivo di una rappresentanza globale del mondo del lavoro, che richiede anzitutto, come la situazione appunto conferma ampiamente, schemi interpretativi empirici e non preconfenzionati.

Pier Paolo Caserta

Se essere mamma fa a pugni col lavoro. di S. Bagnasco

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L’Ispettorato del lavoro ci informa che nel 2019 le donne che hanno lasciato volontariamente il lavoro sono state 37.611; nel 2011 erano state 17.175 e anno dopo anno aumentano incessantemente.

Il 65% delle donne lasciano per le difficoltà di conciliare il lavoro con la cura dei figli.
La fascia di età è concentrata tra 29 e 44 anni, nel pieno quindi della vita professionale.

La vita familiare si conferma poco paritaria e il gap tra i generi ancora enorme.

C’è poco da farfugliare di natalità, se non si affronta la questione del diritto per una donna di essere lavoratrice e madre e la questione della disoccupazione giovanile. Perché mi pare ovvio che i giovani sono disoccupati in modo impressionante non perché si fanno pochi figli ma perché questo Paese non offre opportunità ai giovani dopo aver chiesto alle donne di rinunciare al lavoro o a essere madre.

Le ragioni di questi insuccessi, che con costanza raccogliamo anno dopo anno, sono sempre gli stessi: carenza dei servizi per la prima infanzia, costi troppo alti per l’assistenza attraverso nidi o baby sitter, mancanza di posti al nido, mancanza di parenti a supporto delle giovani famiglie, questione sempre più stringente considerato che sempre più spesso le giovani coppie si formano lontane dai luoghi di origine perché lontano dalle rispettive famiglie hanno trovato lavoro.

La realtà è quindi ancora quella di decenni fa, nonostante i fiumi di parole su occupazione femminile, parità di genere e natalità: la donna troppo spesso è ancora posta di fronte alla scelta tra diventare mamma o lavorare.

Non ci siamo!

Adesso si profila il Family Act, vedremo come si concretizzerà; certamente un passo avanti, ma al momento mi sembra inidoneo a risolvere i problemi reali perché al primo posto non c’è il nido accessibile a tutti e la scuola a tempo pieno.
L’assegno universale e i congedi parentali non compensano la mancanza di adeguati servizi per l’infanzia.

Sergio Bagnasco

La scelta di campo e la lezione di Togliatti. di S. Valentini

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Quando Togliatti attuò la svolta di Salerno, con il partito nuovo – di massa – ed enunciò in termini compiuti la strategia della democrazia progressiva tramite la quale realizzare l’avanzata del Pci verso il socialismo – la via italiana al socialismo – contribuendo così in modo decisivo anche al varo della Carta Costituzionale, riconfermò senza nessuna incertezza la scelta di campo con l’Urss. Non è che in Italia Togliatti volesse fare “come in Russia”, ma era cosciente che senza quel campo socialista, che svolgeva il ruolo di contrappeso all’imperialismo Usa, non si sarebbero mai determinate le condizioni per realizzare nel nostro Paese una strategia “rivoluzionaria”, democratica e socialista. E l’insieme di quelle scelte fecero grande per quarant’anni il Partito comunista italiano.
Pare che tutto questo dibattito oggi sia consegnato agli storici. Siamo in un altro mondo. Che siamo in un altro mondo è del tutto evidente, ma davvero da quel insegnamento di Togliatti non si trae oggi nessun insegnamento per la politica, per condurre una lotta incisiva per la trasformazione della società?
Purtroppo c’è voluto il corona virus per rendere esplicito e chiaro che siamo in un mondo multipolare caratterizzato da un lato dagli imperialismi (Usa – Giappone – polo franco-tedesco), con le loro drammatiche e brutali contraddizioni, in forte competizione tra loro (Trump conduce la guerra commerciale non solo alla Cina ma anche all’Europa), e dall’altro lato, dall’asse Pechino-Mosca allargato ai paesi socialisti, come Cuba e Vietnam, e a paesi che stanno lottando per liberarsi, alcuni anche militarmente, da politiche imperialiste; e infine una serie di paesi, soprattutto africani e sudamericani, che guardano con simpatia a quest’asse. E questo asse sta formando un nuovo campo, molto più forte, mi pare, del disciolto campo socialista sovietico. Questo è il risultato geopolitico oggi della globalizzazione.
Si dirà, come si fa a mettere insieme nello stesso campo la Russia con la Cina? Anche qui sarebbe bene tornare ai “fondamentali”. Gli imperialismi sono sempre più espressione del dominio del capitale finanziario, cosa assai diversa del sistema capitalistico industriale. Un capitale finanziario che usa oramai la moneta, non tanto come strumento di scambio di merci, ma come se fosse essa stessa una merce; si vende e si compra valuta, per realizzare lauti profitti, trasformati poi in rendite per nuove transazioni finanziarie speculative. Le transazioni in denaro sono oggi di gran lunga il maggiore dei “commerci” nel mondo. La Russia ha certamente introdotto forme di capitalismo monopolistico di Stato, ma di uno Stato che però lotta duramente contro le oligarchie finanziarie (si guardi ai provvedimenti duri del governo contro gli oligarchi o al giudizio articolato del Partito comunista russo, primo partito di opposizione, sulla Presidenza Putin); mentre la Cina, governata da un partito comunista, e un paese che tenta la via della trasformazione, sia pur tra limiti e contraddizioni, verso il socialismo.
Vi è quasi una divisione dei ruoli tra Pechino e Mosca. Alla Russia soprattutto quello politico e militare. Sue sono quasi tutte le importanti iniziative politiche a livello internazionale. È come se i cinesi avessero deciso di non spendere troppo in armamenti (rammento che la terza potenza nucleare per numero di testate è la Francia e non la Cina) e delegassero ai russi il compito di mantenere gli equilibri planetari politici e militari. Dal canto loro i russi utilizzano l’ombrello cinese di super potenza economica e tecnologica (nonostante che la Siberia abbia circa il 50 per cento delle risorse strategiche del pianeta) per garantirsi un livello economico e sociale di vita non molto dissimile da quello occidentale. Così tra le due potenze vi è una convergenza di interessi tali che le ha portate a stringere un’alleanza strategica.
Se si valuta con un po’ di obiettività gli avvenimenti venezuelani (altro paese strategico per le risorse del suo sottosuolo), iraniani e siriani, emerge l’incapacità delle potenze imperialistiche a risolvere in modo a loro favorevole, la situazione. Se si valuta la presenza cinese in Africa, con la realizzazione in primo luogo di grandi opere infrastrutturali, si comprende meglio l’influenza crescente di Pechino in questo continente in cui, passo dopo passo, sta soppiantamdo l’Occidente, un tempo appunto colonizzatore dell’Africa.
In questa globalizzazione fatta di cose molto diverse, in questa molteplicità della fase, sempre più evidente è – il corona virus sta lì a confermarlo, impietoso è il confronto tra Cina e Usa – il declino statunitense di super potenza dominatrice del mondo. Non è più così e non lo è già da diversi anni. E anche per questo suo declino che crescono le contraddizioni tra gli imperialismi, proprio perché non vi più un polo considerato egemone come nel passato. Gli Usa mantengono ancora un certo vantaggio in quanto sono una superpotenza militare, Germania e Giappone, come si sa, non lo sono.
Dunque vi è un campo, solido e forte, che compete su scala globale con gli imperialismi, tra l’altro sempre più divisi. Ma questo la sinistra italiana ed europea lo ha capito? Mi pare di no. C’è un divario oramai abissale tra la sinistra di tutto il mondo e quella europea, sempre più subalterna al pensiero liberale, e cosa peggiore, se si guarda a quello che succede nell’Ue, è investita da una crisi grave di consensi e di prospettiva, in particolare il Partito socialista europea, del tutto incapace di contrastare gli egoismi delle borghesie capitalistiche e il ruolo invasivo del capitale finanziario franco-tedesco.
Ecco allora che torna di grande attualità la lezione di Togliatti. Non si tratta, ovviamente, di imitare modelli altrui, ma di considerare il campo costruito da Pechino e Mosca un contrappeso formidabile per realizzare un’alternativa alle politiche neoliberiste espressione dell’assoluto dominio del capitale finanziario. Lottare, insomma, per una Europa dei popoli, come prima tappa di un processo democratico di avanzata al socialismo.
Se non si mette mano a una riforma vera e profonda dell’Ue, a iniziare dai trattati rigoristi, a dare un ruolo e capacità legislativa al Parlamento europeo per un welfare unitario e un sistema fiscale unico, se non si riforma la Bce, che diventi effettivamente la banca degli Stati Uniti d’Europa e non il punto di raccordo e di riferimento del sistema bancario e dell’alta finanza preoccupata solo di controllare l’inflazione, se non si realizza un grande piano pubblico per la ripresa e l’occupazione uscendo dai vincoli e dai lacci del debito, se non si cancella la norma della stabilità e del pareggio di bilancio (che noi in Italia abbiamo messo diligentemente in Costituzione), non vi sarà proposta che tenga, compresi gli eurobond, si continuerà a essere sempre sotto schiaffo del capitale finanziario, cioè di quella ristrettissima oligarchie che disegnano la politica e di volta in volta indicano la via da prendere.
Per condurre una lotta senza quartiere al capitale finanziario occorre una sinistra capace di farlo e che abbia, anche fuori Europa, delle alleanze forti e strategiche, per avere più peso, per contare, per influenzare e far crescere un movimento di massa per riformare dalle fondamenta l’Ue. Non una sinistra subalterna al pensiero liberaldemocratico, per cui siamo giunti al punto che all’Onu l’Europa vota sempre con gli Usa di Trump, anche quando si tratta di superare, in tempi di corona virus, tutti gli odiosi imbarchi (o sanzioni) posti da questa brutale e tragica (anche quando rasenta il ridicolo) amministrazione americana, con grande soddisfazione di chi è preoccupato delle posizioni scarsamente atlantiste del Ministro degli esteri Di Maio. Ma in nome di quali interessi l’Ue avalla le sanzioni o gli embarghi alla Russia, all’Iran, al Venezuela e a Cuba? L’omertà dei politici e dei media regna sovrana. Anche una parte consistente della cosiddetta sinistra radicale tace. Così però non si va da nessuna parte, si è solo pedine di un gioco che ha nell’ormai sperimentata maggioranza Ppe e Pse il punto di equilibrio politico voluto dal capitale.
Se la sinistra non fa una precisa scelta di campo, in quanto antimperialista ed internazionalista, e in questa quadro, in un rapporto stretto e continuo tra teoria e prassi, definisce, come fece Togliatti, una sua strategia, inevitabilmente allora il suo destino sarà, ancora per un lungo periodo, quello di restare forza ininfluente in un continente che avrebbe invece bisogno di una ben altra sinistra,altre idee e iniziative, se non vuole essere travolto dal caos del multipolarismo e dallo strapotere della Germania, come è successo alla Grecia. Occorre una sinistra quindi che si batta per una Europa rifondata e che sia solidale, stringendo forti relazioni, con tutti i progressisti della terra che si battono per un altro mondo possibile.

Sandro Valentini