diritti dei lavoratori

Conte il nuovo “faro” della sinistra italiana? di D. Lamacchia

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Si può imparare dalla storia? Non solo, si deve! Non solo i soggetti individuali, le singole persone, gli intellettuali (ci sono ancora gli intellettuali?), dalla storia devono imparare i soggetti collettivi, cioè coloro che la storia la fanno. Perché questo accenno alla storia? Perché viviamo tempi in cui sembra che dalla storia non si è imparato un gran che. Nei tempi dell’illusione facile generata dalla comunicazione facile si è persa la capacità di riflettere e approfondire e si è persa la capacità di pensare il futuro partendo dal passato. Non si sa più cos’è la “memoria storica”.

Prendiamo il caso della sinistra in Italia ed in Europa. Perché questa perdita di “egemonia culturale” così marcata? Venendo meno l’ideologia “operaista” a causa dei noti sconvolgimenti nei rapporti di produzione determinati dall’”era digitale” la risposta è stata la virata liberista che ha fatto perdere il legame con il proprio soggetto sociale di riferimento, il mondo del lavoro e del disagio sociale. Ha dominato l’illusione che la flessibilità nelle relazioni economico sociale avrebbe apportato e distribuito ricchezza, benessere. Così non è stato ed è sotto gli occhi di tutti. Ad un “pensiero politico forte” si è sostituito un “pensiero politico debole” creatore dell’illusione e, come direbbe il vecchio Marx, di “falsa coscienza” diffusi, in una parola, di populismo, che avrebbe spazzato via il sistema della corruzione e dell’ingiustizia. Non è stato così come è sotto gli occhi di tutti. La domanda “pesante” è, è ancora possibile dare una prospettiva al socialismo? Sebbene liberato dai dogmi operaisti io credo di sì perché le ingiustizie non sono certo finite! Le contraddizioni nel tessuto socio-economico sono ancora tutte al loro posto, da essere usate al fine di cambiamenti profondi in senso egualitario. Esiste il soggetto politico che si può fare carico del compito? Non c’è purtroppo o non ancora. Non può essere l’attuale PD per il groviglio di vecchio “atlantismo” e liberismo che hanno caratterizzato le sue politiche, specie con l’arrivo di Enrico Letta alla segreteria, né sono credibili i vari agglomerati minoritari alla sua sinistra. L’unico a mostrare più saggezza e credibilità è Bersani che però tentenna nella sua capacità di azione, colpa anche dell’improvviso calare come mannaia dell’evento elettorale. Insomma ciò di cui si avverte necessità è la formazione di un soggetto politico forte che raccolga la sfida di rilanciare la prospettiva del socialismo nel nostro paese e nel mondo e di creare una cultura politica di sinistra democratica e libertaria diffusa, capace di fronteggiare l’onda conservatrice.

Come si può constatare è ancora presente una frazione di quel movimento che incarnò in modo maggiore la spinta populista. Mi riferisco al M5S e a Giuseppe Conte che ne è l’attuale reggente. Sono note le vicende governative di cui sono stati protagonisti fino alla caduta di Draghi e all’attuale situazione elettorale. Come si colloca il M5S nel quadro delineato di una prospettiva socialista e di sinistra? A questa domanda Conte ha risposto con un ritornello noto, frutto di “pensiero debole” secondo cui le categorie destra/sinistra appartengono al bagaglio del novecento e che ora si deve far riferimento ai programmi e ai problemi (sic). Addio memoria storica! Non si comprende quindi come sia possibile che vengano da esponenti del vecchio PCI inviti a votare M5S e a considerare Conte come capace di incarnare istanze sociali e prospettive che sono proprie della sinistra. Vero è che le proposte e i programmi non mancano di attenzione al sociale. L’autonomia dimostrata sul piano delle scelte internazionali è apprezzabile ma non mancano di ambiguità. Vedi l’orientamento troppo “filo cinese” e lo scetticismo europeista mostrato spesso in Parlamento europeo e dal loro garante Peppe Grillo.

Conte ispira onestà. Senza dubbio, ma non è l’unico! Una “buona politica” non è solo una faccia pulita.

Una buona politica non è fatta solo di categorie della morale e del sentimento è fatta da programmi giusti e organizzazione, attenzione agli interessi in gioco, agli obiettivi, alle alleanze, alle opportunità contingenti e alle strategie. Insomma va bene come alleato, “compagno di strada” non come “nuovo faro della sinistra”. No, Conte e il M5S non sono di sinistra! Malissimo comunque ha fatto il PD a rifiutare un’alleanza con loro (ipotesi Bersani), alleanza che ha dimostrato alle elezioni “locali” di essere vincente.

Dopo le elezioni questo avrà un peso nella discussione sul futuro della sinistra in Italia. Ecco un tema centrale, cosa accadrà dopo il voto? Sarà possibile avviare un progetto per un nuovo soggetto unitario che dia futuro alla sinistra tutta? Chi ne può essere protagonista? Si guardi al dopo voto quindi e si pensi a dare voce forte a chi potrà essere protagonista di questo obiettivo. Il compito inizia ora, prima del voto. Se dal voto le forze vocate a questa idea venissero mortificate il progetto non avrebbe futuro facile. Dal voto devono uscire forti le forze che vogliono una prospettiva chiaramente di sinistra perché si possano concretamente spostare gli orientamenti anche nei partiti attuali. In primo luogo il PD. Se svolgi una critica di sinistra e a sinistra che devi votare! L’alternativa al “male minore” non può essere il “tanto peggio, tanto meglio”. Conte non è il Melenchon italiano.

Donato Lamacchia

La questione sociale nell’età della Tecnica, di P.P. Caserta

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Il conflitto tra capitale è lavoro si è spostato. Di sicuro, nel pieno della Quarta rivoluzione industriale, non è più possibile identificare il proletariato o i Lavoratori con la sola classe operaia. Andrà riconosciuto, piuttosto, che le nuove forme di sfruttamento non si sostituiscono alle vecchie, bensì si aggiungono ad esse. Siamo tornati ai tempi del vapore e la Quarta rivoluzione industriale ha i suoi sfruttati come li hanno avuti la prima e le seconda: rider, precari del mondo della cultura e dell’informazione, operatori di call center, raccoglitori stagionali…, per limitarsi soltanto alla prima linea degli sfruttati, ma precarizzazione e nuove povertà si sono allargate fino a definire una sorta di Terzo stato globalizzato, che spazia di fatto dagli immigrati al ceto medio impoverito, ma lontanissimo dall’aver acquisito una coscienza di classe, e di fronte al quale si erge la neo-aristocrazia tecno-finanziaria egemone.

Di Vittorio disse, nel suo primo discorso in Parlamento, che lo aveva guidato il sogno di unificare le lotte degli operai del Nord e quelle dei contadini del Sud, “perché il padrone è lo stesso dappertutto”. Noi dovremmo in fondo ambire oggi a fare lo stesso, le difficoltà sono molte e non dipendono soltanto dagli errori commessi, come spesso ci diciamo, ma anche dal quadro oggettivo, e in primo luogo dalle inedite possibilità di seduzione e di distrazione rese oggi disponibili al punto di incontro tra il Mercato e la Tecnica nella civiltà dell’intrattenimento… per cui di fatto molti tra gli sconfitti della globalizzazione continuano tuttavia a sognare il loro riscatto attraverso gli stessi strumenti ai quali sono aggiogati. Per questo ritengo che siano oggi strettamente connessi la questione sociale, l’effettiva capacità di rappresentare <tutti> i Lavoratori e l’emancipazione dal pensiero tecnomorfo.

Pier Paolo Caserta

Basta con la favoletta che sia colpa del Reddito di Cittadinanza se non si trovano lavoratori. di R. Papa

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Se un peccato originale ha il Reddito di Cittadinanza è quello di aver voluto perseguire da un lato la politica di contrasto alla povertà e dall’altro quello di una politica del lavoro con lo scopo di reinserire quanti fossero usciti dal mercato del lavoro.

Mentre da un lato crescono i disoccupati o gli inattivi dall’altro c’è una forte denuncia di mancanza di lavoratori…per “alcuni” datori di lavoro la colpa è ovviamente il RdC!

Ora delegittimare questa misura ha un riflesso negativo sui poveri “quelli veri” che come ci dicono le ultime rilevazioni sono in aumento. Certo è che il RdC ha fallito sul versante della politica del lavoro.

Forse prima di sparare a zero su una misura certo parziale e sicuramente assistenzialistica si dovrebbe ragionare di più sul mercato del lavoro, sulla qualità della domanda e offerta di lavoro, sulla corretta applicazione dei contratti di lavoro, sui livelli minimi salariali…non si può tollerare che si accettino lavori a 2 euro all’ora, ma soprattutto che si avviino politiche del lavoro che tendano al superamento della precarietà che in questi ultimi mesi è l’unico dato in crescita. Si deve anche riflettere su un diverso rapporto dei giovani con il lavoro, l’atteggiamento verso il lavoro, rispetto a quello che potevano avere quelli della mia generazione, è notevolmente cambiato.

Dal 2009 al 2019 sono circa 250.000 i giovani tra i 15 e 34 anni che sono andati all’estero, e di certo non tutti sono laureati, i cosiddetti “cervelli” come se gli altri non avessero il cervello, ma solo bruta forza lavoro.

Così come sono centinaia di migliaia quelli che lasciano il lavoro, un fenomeno legato alla salute psicologica dei lavoratori e delle lavoratrici in rapporto proprio al lavoro.

E poi se anche fosse che come in tutte le situazioni ci sono dei furbetti (perché gli evasori fiscali con i loro 110 miliardi di euro non lo sono?) questi vanno perseguiti, ma occorre vederne i benefici verso chi è veramente in difficoltà

A marzo i dati INPS ci dicono che Reddito e Pensione di Cittadinanza hanno coinvolti 1.050 mila nuclei famigliari, per 2.249 mila, per un importo medio mensile di 541 euro.

E allora smettiamola con questa favola che i giovani non vogliono lavorare, certo ce ne saranno pure, ma la maggioranza sicuramente sicuramente si trova in forte situazione di disagio, a cui la politica deve dare una risposta e non perdersi dietro le chiacchiere da bar di chi sia la colpa se un giovane rifiuta un lavoro.

Verso la fine degli anni sessanta uno slogan “Studenti e operai uniti nella lotta” portò alla promulgazione dello Statuto dei lavoratori. Oggi dobbiamo riprendere quello slogan perché la battaglia per il lavoro e per la dignità del lavoro è un tema che come allora riguarda “studenti e lavoratori”.

Roberto Papa

Campo largo? di D. Lamacchia

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Lo ammetto non ho seguito molto il congresso di Articolo Uno (a proposito dove si poteva seguire? Anche colpa dei media che lo hanno parecchio snobbato). Un paio di cose però le ho capite: Roberto Speranza è stato rieletto segretario e che il congresso ha accettato la proposta di Letta (PD) del cosiddetto “campo largo”. Poco cenno si è fatto ai contenuti della proposta politica venuta dal congresso. Probabile responsabilità dei media anche su questo. Comunque pare che tra le proposte ci sia una maggiore attenzione alle dinamiche salariali. Siano ben venute. Ciò che emerge con forza però è la proposta politica del “campo largo”. Una proposta che intende avvicinare se non proprio unire le forze “non di centrodestra” per fronteggiare al meglio la coalizione avversaria sempre più evidentemente a guida Fratelli d’Italia. Che si provi, in vista delle elezioni, a formulare proposte di aggregazione mi sembra abbastanza normale. Ciò che non mi convince sono i contenuti programmatici. Infatti non se ne parla. Mi viene allora da dire, va bene pensare ad un “bus” più grande per allargare il numero di partecipanti alla gita ma vorrei sapere anche chi è proposto alla guida, quel è la meta e qual è il percorso che si intende seguire. Per esempio cosa si pensa della proposta del Prof. Carlo Rovelli di inserire nei programmi finanziari una diminuzione annuale delle spese militari e di sostituirle con investimenti in attività di interesse pubblico? Alla sinistra servono parole, messaggi chiari che rendano credibili l’offerta politica. Servono uomini credibili. Non bisogna diventare “un po’ più di centro” per conquistare elettorato di centro. Uomini come Pisapia, Zedda, Vendola hanno dimostrato in passato di poter conquistare ampi strati di elettorato non di sinistra pur essendo chiaramente di sinistra. Cosa avevano di così “magico” se non la credibilità della loro persona e delle proposte? La mancanza di credibilità ha negli anni creato sfiducia. Prima conquistata dal populismo e ora dalla pratica dell’astensionismo e della rinuncia. Non serve un “campo largo”, serve un Partito Democratico di Sinistra che faccia del lavoro e delle libertà “nuove” (Jus soli, parità di genere, lotta alle discriminazioni di identità, ecc.) il suo “campo di battaglia” identitario. Al primo posto la Pace e un nuovo internazionalismo. L’internazionalismo dei popoli oppressi e non garantiti a cui i benefici dell’era digitale non arrivano. Quei popoli che alla democrazia arrivino attraverso la lotta per i diritti e non per “esportazione” della stessa. Non serve un nuovo partitino che tenta di sfruttare il “mercato aperto” dell’astensionismo come sembra stia facendo De Magistris, sull’onda del risultato elettorale francese. Non ci serve un Melenchon italiano, serve una forza politica radicata nella tradizione del lavoro e delle lotte per la sua nobilitazione e liberazione.

Così si esprime Il neo segretario generale Fiom Cgil, Michele De Palma,

“Il mondo degli operai è radicalmente cambiato rispetto a 50 anni fa, allontanandosi sempre più dalla sinistra. Come può essere recuperato?

Mettendo  al  centro  il  lavoro  e  ripartendo  dalle  persone, a cominciare dalle donne e dalle giovani generazioni,  che  per  vivere  devono  lavorare.  La crisi della democrazia che stiamo attraversando in maniera  così esplicita è causata dal fatto che i partiti, più che preoccuparsi della disaffezione degli elettori, guardano solamente a quante sono le percentuali di coloro che ancora votano. In questo periodo gli operai sono diffidenti, e lo sono giustamente, perché nel corso di questi anni  gli  si  è  chiesto  di  sacrificarsi  per  il  bene  del  Paese.  Loro  hanno  pagato  quei  sacrifici  e  questo  ha  significato  molto  spesso  non  salvare  né  loro  né  il  Paese che nel frattempo ha perso un asset fondamentale per sedersi fra i Paesi del G7, cioè l’industria. In questo  momento  i  metalmeccanici,  ma  anche  tutti  i  lavoratori, hanno fatto di necessità virtù perché sono stati lasciati soli. I partiti popolari usciti dalla Seconda guerra mondiale avevano i lavoratori come interlocutori e non solo le imprese. Oggi dobbiamo recuperare quel rapporto, tornando a discutere dei problemi veri dei cittadini e dei lavoratori.”

Il primo Maggio, questo, lo ricordiamo con forza!

Donato Lamacchia

Reddito di cittadinanza e chiacchiere stupide. di J. Nannini

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Il reddito di cittadinanza avrà numerosi difetti nella formulazione legislativa e nella sua materiale applicazione amministrativa, ma il tono e i presupposti con cui lo si attacca alla radice non devono far parte della cultura di nessuno che si definisce socialista , democratico, di centro-sinistra…

Una democrazia compiuta non ha soltanto il compito di garantire il lavoro, le cui condizioni storiche sono mutate ( e chi lo nega non ha idea del Paese in cui vive), ma ha il dovere di evitare che che ogni essere umano, occupato disoccupato o inoccupabile, viva nella povertà e nella miseria.

Proposte di “mettere a lavorare chi prende i soldi e sta sto divano ” e tutta quella retorica cancerogena che ha attaccato anche una parte di sinistra parte da un latente sentimento : coltivare i sensi di colpa di chi è in difficoltà .

Per ogni “furbetto” che ruba il RDC ci sono 1000 famiglie che mettono il piatto in tavola e questo è un fallimento dell’apparato amministrativo, non dei percettori .

Infine un’ultima cosa , la più evidente e fastidiosa. Una riposta a chi si chiede se è giusto che un percettore di reddito di cittadinanza prenda solo 200 euro in meno ad un lavoratore che si rompe le ossa : ciò che è ingiusto non è prendere un sussidio senza far niente, ma che in questo Paese si lavori come bestie per 1000 euro al mese e senza tutele, con salari bloccati da 30 anni e un impoverimento disumano della classe lavoratrice e delle nuove generazioni

Alziamo i salari che sono da fame , non coltiviamo i sensi di colpa in un Paese sempre più povero in cui ogni minima forma di proprietà e benessere per chi è in difficoltà viene travolta da reazionarie pretese di economisti fasulli.

A sinistra , tra i socialisti e i democratici, abbiamo il dovere di combattere la povertà e alcune forme di ricchezza ingiusta, non il benessere di chi lavora e di chi è affamato .

Jacopo Nannini

Fascisti sulla Terra. di G. Polo

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Sono partiti in duemila da piazza del Popolo a Corso d’Italia. Camminando con calma, in corteo, alla testa Roberto Fiore e Giuliano Castellino, i capi di Forza Nuova. Fascisti pregiudicati. Nessuno li ha fermati. In mezz’ora sono arrivati alla sede nazionale della Cgil – passando accanto a un paio di blindati delle forze dell’ordine – hanno sfondato le porte del sindacato, iniziando a rompere tutto. Un manipolo di carabinieri li guardava, lasciando fare. Coerenti con il motto del “noi tireremo dritto” hanno imboccato il corridoio di fronte all’ingresso, sono entrati nelle stanze dei redattori della casa editrice sindacale e hanno fatto l’unica cosa che sanno fare e che hanno sempre fatto, cent’anni fa come oggi: sfasciare ogni cosa, computer e scaffali, libri e quadri, scrivanie e sedie, trasformando il lavoro in macerie. Dalla Questura, nessuna reazione. Qualcuno è salito al quarto piano, voleva bruciare la porta dell’ufficio di Maurizio Landini. Un poliziotto infiltrato tra loro li ha convinti a lasciar perdere. Dopo quaranta minuti sono usciti, imboccando la strada per Palazzo Chigi con l’intenzione di farne una romana Capitol Hill. Lì sono stati fermati. A fatica, con i Palazzi del potere sotto assedio. Dicono che il centro della città era troppo intasato per permettere alla polizia d’intervenire rapidamente. Loro, invece, si sono mossi senza problemi. E nemmeno correndo, per ore. Forse Salvini qualche eredità al Viminale l’ha lasciata. Gridavano “libertà, libertà”, ed erano migliaia. I fascisti in testa, gli altri dietro. Gli “altri” chi? “Noi siamo il popolo”, scandivano. E certamente un pezzo di popolo sono. Quello che concepisce la libertà come una proprietà personale, di cui non deve rispondere a nessuno; soprattutto, di chi non la coniuga con la responsabilità, con il dovere di vivere insieme agli altri: “mi faccio gli affari miei”, nessuna interferenza. Egoismo assoluto. Radicato nella storia italiana dei sudditi mai cittadini, stimolato dal plebiscitarismo, eccitato dal sospetto per tutto ciò che è estraneo o che turba la “comunità degli atomi solitari”, un forestiero come un vaccino. La natura profonda della destra. In “basso” è la paura di perdersi negli altri cui si reagisce cercando di spaventare tutti gli altri. In “alto” è la demagogia populista o lo squadrismo fascista che trovano consenso e rappresentanza. In “mezzo” il lavoro come luogo dello scontro, perché è lì che si definisce la cittadinanza, anche dei tanti lavoratori che non si vogliono vaccinare.Ed è su questo che ci si batte, su questo si gioca la Costituzione, materiale e formale. Non un retorico dibattito sui “nostalgici”: la discrimine non è essere figli o meno del Ventennio, il punto di demarcazione è il fascismo di oggi. Quello in idee e azioni, in carne e ossa.

Gabriele Polo

pubblicato su Ytali.com

L’Afghanistan, una dura lezione per l’arroganza occidentale. di A. Angeli

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Il 15 agosto del 1971, con una dichiarazione del Presidente USA Richard Nixon finì il regime dei cambi fissi di Bretton Woods  mettendo fine alla convertibilità del dollaro in oro. 15 agosto 2021 Kabul viene occupata dai Talebani costringendo ad una fuga umiliante Ashraf Ghani Presidente dell’Afghanistan e quanto rimaneva delle rappresentanze delle forze di occupazione internazionali. Mentre i civili, gli addetti alle ambasciate e quanti hanno collaborato con le forze occidentali, le ONG, e i rappresentanti dei media vivono un avvilente e struggente situazione in attesa di potersi imbarcare su un aereo per la fuga da un Paese ormai nelle mani dei nemici giurati: i Talebani. Qualcuno si chiederà: ma sono due avvenimenti distinti e distanti? La lezione della storia è molto chiara: gli americani non sono fatti per occupare i paesi feudali  di mezzo mondo, come non erano nella condizione di rispettare gli accordi Bretton Woods e  decise di uccidere il sistema dei cambi fissi decidendo di sospendere la convertibilità del dollaro in oro. Anche gli inglesi molto tempo fa dovettero affrontare la follia dell’invasione dei paesi sotto sviluppati, correva l’anno 1842 quando circa 17.000 soldati, mogli e servitori dell’esercito britannico e indiano furono uccisi mentre cercavano di ritirarsi attraverso le montagne innevate verso Jalalabad.

L’idea che i Paesi occidentali,  con la loro rappresentanza di super potenza, cioè gli USA, avrebbero trasformato l’Iraq e l’Afghanistan in una democrazia jeffersoniana si è rilevato un arrogante errore di calcolo, guidato da macho hybris, non dalla sicurezza nazionale. Se per puro caso della storia gli americani e i suoi soci internazionali avessero potuto rimanere in Afghanistan per un secolo – mantenendo in vita i burattini corrotti e ladroni, dando ascolto ai generali USA e ai comandanti dei 300.000 mila soldati Afghani scioltisi come la neve al sole, che hanno sempre mentito impegnando e sprecando trilioni –  beh da oggi non potranno più farlo. Intanto è prioritario impegnare tutti i mezzi necessari per non lasciare le decine di migliaia di afghani che ci hanno aiutato alla tenera misericordia dei talebani. E dare ascolto al rapporto delle Nazioni Unite che ci ricorda il vero volto dei talebani, che stanno dando la caccia a quanti hanno  lavoravato con l’America o la NATO, così come le loro famiglie, e minacciano di ucciderle.

Oggi scopriamo ( invero, lo avevamo già scoperto con Saigon, prima ancora con la Corea ) che il più grande esercito della terra dipende dalla “diplomazia  e dal dialogo aperto con i talebani”,, per salvare le persone che hanno rischiato la vita per gli USA e la NATO.  Non hanno ispirato fiducia  quanti si sono alternati nelle conferenze stampa da Biden alla Merkel, da Di Maio a Johson e gli altri soci,  che sono andate  in onda anche quando alcuni afgani dell’esercito hanno lasciato il loro paese a bordo di aerei americani e i talebani hanno sequestrato armi, elicotteri e camion americani lasciati in dono dall’esercito americano in fuga. Donald Trump avrebbe potuto rendere ( pretendere ) il passaggio più sicuro e ordinato  con quanto da lui negoziato. Il suo “accordo di resa” del 2020, come lo ha definito il suo ex consigliere per la sicurezza nazionale HR McMaster in un’intervista con Bari Weiss, nascondeva proprio questa umiliante fuga di una grande potenza. Eppure, nei lunghi quattro anni di Presidenza abbiamo scoperto come Trump sia un terribile negoziatore. Biden avrebbe potuto muoversi con più competenza e dire ai talebani che non stava rispettando l’accordo fatalmente imperfetto di Trump e rinegoziarlo per evitare questa disgraziata improvvidenza che travolge la vita di migliaia di famiglie e di giovani Afghani. Ma  sia Trump che Biden erano così impazienti di andarsene, che i loro pasticci si sono fusi in una burocrazia strangolante.

Il Dipartimento di Stato ha indugiato per mesi nell’ottenere i visti per gli alleati afghani e, mentre i talebani occupavano città, paesi e capoluoghi di provincia, ha trascurato la pianificazione di emergenza per una possibile evacuazione. Tuttavia, fa rabbia assistere alle parate dei nostri politici responsabili in qualche modo di questo disastro, che si pavoneggiano davanti alle telecamere, o ascoltare i conduttori dei talk show  italiani o di altri paesi che ci “spiegano” i fatti e interpretano ciò che ognuno di noi, se non prevenuto o cieco è in grado di vedere, commentare e giudicare; e questo avviene ormai da oltre 20 anni, dall’Iraq all’Afghanistan. Eppure, ognuno di noi avrebbe dovuto immaginare che un 15 agosto prima o poi sarebbe venuto e che la storia, come ci invita a ricordare Marx, si ripete sempre due volte: la prima volta come tragedia, la seconda come farsa

Alberto Angeli

I 50 anni de “Il Manifesto” di G. Benvenuto

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50 anni di storia della sinistra sono racchiusi nella “memoria” della esperienza de Il Manifesto e questo basterebbe per un augurio di buon compleanno. È stata una lunga stagione di confronti anche accesi, di scontri culturali e politici talvolta duri ma sempre di spessore, mentre l’uscita de Il Manifesto “obbligava” chi faceva vita sindacale a documentarsi su quanto vi era scritto anche a prezzo di solenni arrabbiature. Ma era comunque sempre uno scenario nel quale ci si muoveva da “compagni”. E questo confronto rifletteva un mondo variegato della sinistra vitale, aperto, combattivo, pronto comunque a scommettere e lottare per un cambiamento.

La data è nota: il primo numero del quotidiano uscì il 28 aprile 1971. Ci si era appena lasciati alle spalle le grandi lotte dell’Autunno caldo. Si stava scivolando verso un periodo di restaurazione politica, annunciato dalla famosa e tragica strategia della tensione, con le elezioni del 1972. In quella occasione si registrò il fallimento di proposte politiche nuove a sinistra, molto innovative, come l’Mpl di Labor e, appunto, Il Manifesto. Esperienze che avevano un tratto in comune che oggi siamo portati a sottovalutare: ruppero due monolitismi, quello del voto dei cattolici destinato immancabilmente alla Dc, quello del centralismo del Pci che aveva generato la “cacciata” dei fondatori de Il Manifesto. In quel momento persero, ma in realtà avevano dimostrato che quel modo di intendere la politica non reggeva più, era superato. Ed ebbero, storicamente, ragione.

Quella data, il 29 aprile, suscita in chi ha militato nel sindacato dell’industria suggestioni ancora forti. Due anni prima, nel 1968, nasceva la piattaforma contrattuale dei metalmeccanici, unitaria e sancita poi da una consultazione di massa come mai si era vista, che apriva una stagione fondamentale di conquiste contrattuali volte a restituire dignità e diritti ai lavoratori. In quel periodo il gruppo de Il Manifesto, da Rossana Rossanda a Luciana Castellina, da Aldo Natoli a Valentino Parlato, da Luigi Pintor a Lucio Magri e tanti altri, era già una delle anime più vivaci del risveglio sociale e politico che attraversava la nostra società, dagli studenti agli operai.

E divenne presto una realtà che otteneva grande simpatia nel mondo sindacale e non solo perché… vittima dell’ultima condanna di frazionismo nel Pci. Ma anche perché si sforzava di cogliere quegli aspetti di novità che già erano presenti nelle lotte operaie e nelle manifestazioni studentesche presentando il conto ad una politica, ad un costume, ad un modo di pensare che ormai appariva anacronistico rispetto alla evoluzione del Paese.

Quando uscì Il Manifesto quotidiano nella Flm appena costituita divenne subito di casa. Sporgeva da molte tasche dei sindacalisti, ma era soprattutto oggetto di discussione sui tavoli delle riunioni appassionate di quel tempo. Quel gruppo poteva, ed aveva, idee diverse dal riformismo sindacale e politico ma si esprimeva con una passione ed una curiosità verso i nuovi fenomeni dell’Italia di allora che lo rendeva comunque vicino alla sensibilità di una parte consistente del movimento sindacale, ovvero quella più determinata a realizzare il sogno dell’unità. Unità sindacale che sembrava a portata di mano ma che poi, come si sa, rifluì nella costituzione della Federazione unitaria Cgil, Cisl, Uil.

Il Manifesto si propose nel periodo nel quale la stampa sindacale acquisiva per merito di tanti bravi giornalisti un rilievo ed una attenzione mai avuta prima di allora. Si andò ben oltre le pagine di cronaca nelle quali i grandi media dell’epoca confinavano scioperi e contratti. Il Manifesto partecipò attivamente a questa opera di rinnovamento del giornalismo, anche sul piano del linguaggio. E divenne una scuola di giornalismo controcorrente, molto attenta all’evoluzione sociale, come dovrebbe fare sempre una sinistra che non vuol perdere il contatto con la realtà.

Giorgio Benvenuto

(Presidente della Fondazione Bruno Buozzi)

50 anni manifesti. di G. Polo

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Oggi il manifesto compie 50 anni. Si dice che a questa età ognuno abbia la faccia che si merita. Nel caso valga anche per un giornale, il manifesto ha raffigurato a lungo quella di un’intelligente eresia comunista. Almeno finché è esistita una “chiesa” da rivoluzionare o riformare. E sotto quella faccia un corpo di donne e uomini uniti in una storia d’amore collettiva, ardente e litigiosa. Almeno finché sono riusciti a nutrirla di una passione comune.

Nato negli anni dell’assalto al cielo come una forma originale della politica, questo giornale forse non è mai diventato un progetto compiuto, ma è sempre rimasto – aggiornando l’eresia originaria – ben dentro la società e il suo “movimento reale”, uno specchio della sinistra, di quel che è stata o dovrebbe essere, nel bene e nel male.

Negli anni Ottanta è stato anche una zattera che ha raccolto tanti protagonisti del decennio precedente. A molti ha dato un’ancora di pensiero critico, a qualcuno di noi il privilegio raro di trasformare in lavoro le proprie convinzioni. E un mestiere, formando una generazione di giornalisti che deve molto di ciò che è a questo giornale, a chi lo ha fondato e nutrito. Militanti dell’informazione, dicevamo. Per tenere insieme mezzi e fini: un quotidiano comunista.

A lungo ci si è poi dovuti arrangiare con il mondo che andava in direzione opposta: il mezzo diventava via via più concreto del fine, la faccia aggiornava grafica e tecnologie, il corpo cambiava con il correre del tempo. Aggiungendo nuove culture e appartenenze a quelle originarie. Una ricchezza, testimoniata da centinaia d’inserti e supplementi; una complicazione, anche, visibile nella “federazione delle pagine”, creativa quanto disorganica. La realtà cambiava e non come avremmo voluto, il capitale frammentava storie e persone, il lavoro veniva ridotto a merce precaria, la sinistra si divideva tra abdicazioni, rinunce, chiusure. E noi specchio del nostro mondo – per fortuna – delle diversità crescenti tra i nostri compagni e lettori, unici veri nostri padroni. Ma sempre alla ricerca della contaminazione tra generi e linguaggi, politicizzando il racconto per ricostruire un patrimonio comune. Dall’informazione alla formazione, questo è stato lo sforzo. Perché ci insegnavano che si può essere partigiani senza diventare settari, restare aperti e cambiare mantenendo le proprie identità, apprendere dall’accoglienza per farne un comune campo di appartenenza. La politica, insomma.

Un collettivo, dicevamo, molto più che una redazione o una cooperativa. E per questo capace non solo di pubblicare un giornale, ma di indire assemblee, concerti, seminari, persino manifestazioni, come quando – il 25 aprile del 1994 – la rappresentanza politica appariva annichilita dalla berlusconiana nuova autobiografia della nazione.

Di questo percorso collettivo siamo vissuti, nel discorso pubblico come nelle nostre regole democratiche. Cercando coerenza tra enunciazioni e pratiche, per poter serenamente tirare le fila ogni giorno da un punto di vista alternativo alle leggi del capitale. E fissarlo in un articolo o nella bellezza dei titoli nutriti dalla nostra faticosa struttura orizzontale. Alla base di tutto, condizione essenziale, c’è stato il privilegio di essere liberi. Anche di gestire direzioni collettive violando la sacralità del direttore unico – in genere maschio – che segna ancor oggi il mondo dell’informazione.

Liberi anche economicamente, naturalmente. Perché il nostro vero nemico di sempre è stato il mercato con le sue leggi; una condizione materiale, prima che una convinzione ideologica. Di cui abbiamo pagato il prezzo. Perché quando non sono più bastati né gli stipendi austeri e sempre in ritardo, né la generosità dei lettori – le tante sottoscrizioni, cene, numeri speciali a prezzi esorbitanti – la nostra stessa libertà si è ristretta, mentre si desertificava quella del Paese e del mondo. Così il mezzo è diventato il fine, tutto si riassumeva nella sopravvivenza del giornale, a qualunque costo. Il racconto si è spoliticizzato, le contaminazioni evaporate, la comunicazione tra noi ogni giorno più difficile, persino le diversità generazionali sono diventate un problema. Così per continuare a vivere il manifesto ha rinunciato a una parte di sé, per molti un’amputazione dolorosa.

Ma del resto per tenere in vita una storia d’amore bisogna volerlo in due. Almeno in due.

Gabriele Polo

S’ode a sinistra uno squillo di tromba! di D. Lamacchia

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Curzio Maltese su Repubblica di stamane fa un paragone tra Enrico Letta e Enrico Berlinguer. In sostanza assimila Letta a Berlinguer. Ognuno è libero di associare quello che vuole e se ci si sforza similitudini si trovano anche tra il carciofo e la pastinaca…

Chiarisco subito che è solo una battuta, non ho giudizi negativi su Letta. Solo rimarcare come si possa usare un qualsiasi paragone pur di giustificare l’adesione a questa o a quella linea politica. L’intento di Maltese è cercare di attribuire a Letta caratteri di sinistra. Quindi come meglio che paragonarlo a Berlinguer?

Ora il punto vero è: Letta è di sinistra o no? E ancora cosa vuol dire essere di “sinistra”? Cosa differenzia “destra” da “sinistra? Lungi dall’avere la presunzione di sciogliere nodi che personalità ben più dotate di me non sono state capaci di sciogliere provo a dare una mia modesta interpretazione. Ci si potrebbe sbrigare affermando che nel conflitto capitale-lavoro è di sinistra chi sta dalla parte del lavoro, di destra il contrario. Tuttavia non è sufficiente.

Ad entrare in gioco ci sono componenti che non possono essere ridotte tutte a mera conflittualità socio-economica. Per esempio le ragioni socio-culturali o quelle religiose. Oggi giorno non si può prescindere dalla variabile ecologica per esempio. Per molti essa è la variabile centrale fino a confondere l’ecologia come caposaldo della cultura di sinistra. Per me un’errore. Gramsci è stato il pensatore che maggiormente ha considerato queste variabili. Si pensi al suo concetto di “egemonia” e alle forme e agli strumenti del gruppo dominante di esercitarla. Dunque oltre al lavoro cos’altro?

Partiamo da una considerazione che prova a sintetizzare i concetti, consideriamo le dinamiche in termine di cicli. Il liberismo osserva il ciclo impresa-persona-impresa. Il focus di una visione liberista è l’economicismo rappresentato nell’esempio dall’impresa. Per semplificare in una situazione di crisi il ramo secco è la persona e l’oggetto da preservare è l’impresa. La persona è considerata un mezzo e non un fine. In una cultura di sinistra il ciclo da considerare è persona-impresa-persona. Il focus è la persona, l’impresa un mezzo, ancorché efficiente e produttivo. Il centro della riflessione quindi è quali sono le finalità che un sistema sociale si prefigge. In questo schema sicuramente entrano come variabili importanti temi come la libertà, di pensiero e di azione, delle singole persone e dei soggetti associati. Libertà che è relativa alla sfera economica e non. Come si formano i desideri, le motivazioni al consumo, all’agire? Chi seleziona i bisogni? Chi organizza le risposte ai bisogni?

In altri termini per stare a Gramsci come si formano le dominanti egemoni? Se il centro è l’impresa tutto le si conforma. Diverso se il centro è la persona, la persona che lavora. Il termine “ricchezza” assume significato diverso se la finalità è l’impresa o la persona. Letta da che parte sta? Ora è indubbio che l’attenzione alla persona è l’elemento che più accomuna una visione cattolica a cui egli appartiene e una visione politicamente di sinistra. Non basta però. Ciò è solo una premessa, servono pratiche, programmi, azioni. Giusto come esempi grossolani, articolo 18 si o no? Industria bellica si o no? Ius soli si o no? Bersani, D’Alema o Renzi, Verdini? Ecc.

Buona riflessione.

Donato Lamacchia