futuro

Fascisti sulla Terra. di G. Polo

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Sono partiti in duemila da piazza del Popolo a Corso d’Italia. Camminando con calma, in corteo, alla testa Roberto Fiore e Giuliano Castellino, i capi di Forza Nuova. Fascisti pregiudicati. Nessuno li ha fermati. In mezz’ora sono arrivati alla sede nazionale della Cgil – passando accanto a un paio di blindati delle forze dell’ordine – hanno sfondato le porte del sindacato, iniziando a rompere tutto. Un manipolo di carabinieri li guardava, lasciando fare. Coerenti con il motto del “noi tireremo dritto” hanno imboccato il corridoio di fronte all’ingresso, sono entrati nelle stanze dei redattori della casa editrice sindacale e hanno fatto l’unica cosa che sanno fare e che hanno sempre fatto, cent’anni fa come oggi: sfasciare ogni cosa, computer e scaffali, libri e quadri, scrivanie e sedie, trasformando il lavoro in macerie. Dalla Questura, nessuna reazione. Qualcuno è salito al quarto piano, voleva bruciare la porta dell’ufficio di Maurizio Landini. Un poliziotto infiltrato tra loro li ha convinti a lasciar perdere. Dopo quaranta minuti sono usciti, imboccando la strada per Palazzo Chigi con l’intenzione di farne una romana Capitol Hill. Lì sono stati fermati. A fatica, con i Palazzi del potere sotto assedio. Dicono che il centro della città era troppo intasato per permettere alla polizia d’intervenire rapidamente. Loro, invece, si sono mossi senza problemi. E nemmeno correndo, per ore. Forse Salvini qualche eredità al Viminale l’ha lasciata. Gridavano “libertà, libertà”, ed erano migliaia. I fascisti in testa, gli altri dietro. Gli “altri” chi? “Noi siamo il popolo”, scandivano. E certamente un pezzo di popolo sono. Quello che concepisce la libertà come una proprietà personale, di cui non deve rispondere a nessuno; soprattutto, di chi non la coniuga con la responsabilità, con il dovere di vivere insieme agli altri: “mi faccio gli affari miei”, nessuna interferenza. Egoismo assoluto. Radicato nella storia italiana dei sudditi mai cittadini, stimolato dal plebiscitarismo, eccitato dal sospetto per tutto ciò che è estraneo o che turba la “comunità degli atomi solitari”, un forestiero come un vaccino. La natura profonda della destra. In “basso” è la paura di perdersi negli altri cui si reagisce cercando di spaventare tutti gli altri. In “alto” è la demagogia populista o lo squadrismo fascista che trovano consenso e rappresentanza. In “mezzo” il lavoro come luogo dello scontro, perché è lì che si definisce la cittadinanza, anche dei tanti lavoratori che non si vogliono vaccinare.Ed è su questo che ci si batte, su questo si gioca la Costituzione, materiale e formale. Non un retorico dibattito sui “nostalgici”: la discrimine non è essere figli o meno del Ventennio, il punto di demarcazione è il fascismo di oggi. Quello in idee e azioni, in carne e ossa.

Gabriele Polo

pubblicato su Ytali.com

Riflessioni sul voto. di A. Benzoni

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In Francia, alle regionali della scorsa primavera, ha votato il 33% degli elettori. Lì, il disfacimento del sistema dei partiti e, in particolare, lo spappolamento dello schieramento di sinistra, è giunto ai suoi livelli più estremi. Alle presidenziali, invece, la partecipazione sarà intorno all’80%. Lì la personalizzazione della politica, con il Prescelto che fa e disfa e “decide tutto lui” è giunta ai suoi livelli più estremi.

In Germania, alle ultime politiche, ha votato il 77%. Più o meno come cinque anni fa. Lì le istituzioni, partiti compresi, funzionano; così come funzionano in molti altri paesi d’Europa occidentale con un tasso abbastanza simile di partecipazione elettorale. E lì, per inciso, esistono i partiti socialdemocratici, dati da tutti per morti.

In Italia, alle politiche di tre anni fa, ci fu una partecipazione del 70/75%%; il 55/60% di quel voto dato a tre formazioni populiste e variamente antisistema, i 5S, la Lega di Salvini e Fd’I. Oggi, siamo scesi, su di un campione più ristretto, al 55% di cui questi tre partiti rappresentano tra il 30 e il 40%.

Questo per corroborare con qualche dato, quello che dovrebbe essere politicamente evidente a un primo esame. E cioè che il calo della partecipazione è dovuto, essenzialmente, alla trasformazione del voto di protesta in non voto. Liberi voi di valutare se questo sia un fatto positivo oppure no.

Ciò detto l’elettorato si è spaccato a metà e sulla base di criteri, diciamo così, utilitaristici. Chi si attendeva qualcosa dal “sistema” (aggiungendo, nel caso fosse ancora necessario dirlo, che in questa attesa non c’era nulla di ideologico) ha votato; chi non s’attendeva nulla, si è astenuto. Salvo a ricredersi (non si tratta di un abbandono definitivo a differenza di quello che accade negli Stati uniti) in presenza di una offerta nuova e più appetibile.

Il passaggio all’astensione, così come l’orientamento di quelli che hanno votato, riflette peraltro un mutamento radicale della psicologia collettiva.

In primo luogo, si sono smorzate le indignazioni, le paure e, con esse, le pulsioni eversive, con la relativa carica di odio. A tutto danno di un centro-destra che aveva continuato ad alimentarle giocando quasi tutte le sue carte sul fallimento delle politiche sanitarie ed economiche dei governi; per essere regolarmente smentito dai fatti. Dimenticandosi, per inciso, che quello che era in grado di ferire Giuseppi sarebbe regolarmente rimbalzato sulla corazza di Draghi.

A prevalere, calata la grande febbre, la richiesta di tutela e di protezione; e, ad accoglierla, papà Pd, da sempre attrezzato alla bisogna.

A favorire la sua indiscutibile vittoria, altri due elementi: il crollo del “fattore identità”; e, accanto ad esso, la presenza ormai costante di sistemi elettorali che esaltano il ruolo dell’individuo rispetto alla collettività e, nel contempo spingono, addirittura sin dal primo turno (come in questo caso), a premiare il “voto utile” rispetto a quello di opinione e, in particolare, a quello di appartenenza.

A passare all’incasso, appunto, il Pd di Letta. Che, da una parte, fa il vuoto accanto a sé cannibalizzando completamente le forze alla sua sinistra, ridotte ad una subalternità senza principi o rinchiuse in un identitarismo delirante; e, dall’altra, incassa il voto utile; in nome, peraltro, del “meno peggio” e senza sforzarsi più di tanto per diventare migliore.

I successi senza fatica hanno, peraltro, una controindicazione grave: la tendenza all’autocompiacimento; la rinuncia a pensare; l’istintiva autocensura nei confronti di qualsiasi iniziativa sgradita ad un “sistema” di cui si adottano, magari inconsciamente, tutti i tabù.

Carenze ritenute irrilevanti in un contesto di apparente unanimismo sulle questioni fondamentali (e, in questo senso, perfettamente rappresentato dalla figura di Draghi); ma che diverranno fatale elemento di debolezza quando si tratterà di decidere chi deve pagare i costi della crisi e della fuoruscita dalla medesima. E, nel contempo, stabilire se le esigenze della collettività su questioni vitali come l’ambiente o il lavoro debbano, o no, fare premio su quelle di “lorsignori”, leggi del potere costituito.

A quel punto i casi saranno due: o saremo in presenza di un grande movimento di popolo e di cittadini che risveglierà il Pd dal suo sonno beato e assisteremo alla nascita di un grande partito socialdemocratico; o la disfatta della sinistra e, con essa, della democrazia ci sarà. E sarà definitiva.

Alberto Benzoni

Rimozione del conflitto, nascita della favoletta. di P. P. Caserta

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Il racconto delle sorti progressive dell’uguaglianza, in mancanza di una di una visione conflittualistica della società, la marcia inarrestabile dell’uguaglianza verso un mondo migliore in mancanza di una impostazione materialistica è una favoletta conveniente alle élite e purtroppo rilanciata dai subalterni con un fiume straripante di retorica. Il ritornello è noto ed è sempre lo stesso: sta a ciascuno di noi, il problema è culturale, la colpa è degli ignoranti retrogradi, di coloro i quali non vogliono accettare che tutti siamo uguali ecc. Ovviamente un discorso così altamente retorico (che io credo sinceramente porti voti a Salvini e Meloni) non può che alimentarsi di una quantità enorme di approssimazioni, come sempre quando si ripete senza pensare più, si veda l’uso stereotipato negativo della categoria di Medioevo nel discorso pubblico quando si parla di certi temi. Laddove la natura fondamentale dei problemi è economica e di classe, si profonde uno sforzo immane per traslarla interamente sul piano individuale e culturale. Cambiamo la cultura e saremo finalmente tutti uguali. Rimosso il conflitto, nasce la favoletta.

Ora, io ho sempre detto che da sinistra non si dovrebbero mai giocare i diritti civili contro i diritti sociali, né viceversa, che entrambi sono importanti e vanno difesi con pervicacia; aggiungendo anche che il solo orizzonte nel quale diritti sociali e diritti civili si difendono insieme è il Socialismo. La biografia di Bernie Sanders rappresenta un ottimo esempio di questo. Sanders si è sempre speso con lo stesso impegno su entrambi i fronti. Allo stesso tempo, è innegabile che i diritti sociali siano la base imprescindibile per un progetto socialista.

Pillon e Fedez, al centro della scena mediatica, in un qualunque confronto minimamente serio non andrebbero nemmeno menzionati. Sono soltanto due astuzie della ragione; e, in effetti, la polarizzazione del (non)dibattito pubblico sul ddl Zan serve ad annientare ogni possibilità di un serio confronto, nel quale, per esempio, essere a favore ma con alcune riserve non è semplicemente ammesso: si è immediatamente ridotti a macchietta, a un omofobo con la clava, a un mini-Pillon. Il concetto, del quale i Pillon e i Fedez sono strumenti (anche al di là delle loro intenzioni, come ho detto sopra, visto il livello) è che i diritti civili devono essere presentati come una specie di crociata in tono minore, una lotta del bene contro il male dalla quale dipende, sola, il cammino verso l’uguaglianza, facendo completamente svanire i diritti sociali, la questione sociale. La natura economica e di classe dei problemi non deve mai essere veramente sollevata. Al limite sono consentite versioni soft. Se non fosse così, esisterebbero le condizioni per un dibattito e un confronto seri, nel quale i Pillon e i Fedez non sarebbero certamente i “protagonisti”, i terminali delle due posizioni in campo. Ma, si sa, la pseudo-sinistra, o meglio la sinistra di sistema, ha ormai una incrollabile fedez nel Capitalismo, mentre le anime belle progressiste hanno un disperato bisogno del loro pillon di turno per sentirsi migliori con poco. Per loro, se Pillon non esistesse bisognerebbe inventarlo. Una manna dal cielo per il marketing politico del PD, in ogni stagione partito delle classi dominanti. L’importante è che tutto si muova dentro ai binari del pensiero unico, che si alimenta di false dicotomie e in primo luogo di questa: l’impeto arcaico e identitario che continua a negare diritti, da una parte; e la concessione dell’illimitata estensione delle libertà personali, ma per portare ancora più in profondità la deriva mercantilistica e la mercificazione dell’uomo, dall’altra. Queste sono, invece, due posizioni da respingere entrambe nettamente. Uscendo dall’illusione di questa gabbia binaria. Ripartendo dal conflitto.

Pier Paolo Caserta

L’Afghanistan, una dura lezione per l’arroganza occidentale. di A. Angeli

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Il 15 agosto del 1971, con una dichiarazione del Presidente USA Richard Nixon finì il regime dei cambi fissi di Bretton Woods  mettendo fine alla convertibilità del dollaro in oro. 15 agosto 2021 Kabul viene occupata dai Talebani costringendo ad una fuga umiliante Ashraf Ghani Presidente dell’Afghanistan e quanto rimaneva delle rappresentanze delle forze di occupazione internazionali. Mentre i civili, gli addetti alle ambasciate e quanti hanno collaborato con le forze occidentali, le ONG, e i rappresentanti dei media vivono un avvilente e struggente situazione in attesa di potersi imbarcare su un aereo per la fuga da un Paese ormai nelle mani dei nemici giurati: i Talebani. Qualcuno si chiederà: ma sono due avvenimenti distinti e distanti? La lezione della storia è molto chiara: gli americani non sono fatti per occupare i paesi feudali  di mezzo mondo, come non erano nella condizione di rispettare gli accordi Bretton Woods e  decise di uccidere il sistema dei cambi fissi decidendo di sospendere la convertibilità del dollaro in oro. Anche gli inglesi molto tempo fa dovettero affrontare la follia dell’invasione dei paesi sotto sviluppati, correva l’anno 1842 quando circa 17.000 soldati, mogli e servitori dell’esercito britannico e indiano furono uccisi mentre cercavano di ritirarsi attraverso le montagne innevate verso Jalalabad.

L’idea che i Paesi occidentali,  con la loro rappresentanza di super potenza, cioè gli USA, avrebbero trasformato l’Iraq e l’Afghanistan in una democrazia jeffersoniana si è rilevato un arrogante errore di calcolo, guidato da macho hybris, non dalla sicurezza nazionale. Se per puro caso della storia gli americani e i suoi soci internazionali avessero potuto rimanere in Afghanistan per un secolo – mantenendo in vita i burattini corrotti e ladroni, dando ascolto ai generali USA e ai comandanti dei 300.000 mila soldati Afghani scioltisi come la neve al sole, che hanno sempre mentito impegnando e sprecando trilioni –  beh da oggi non potranno più farlo. Intanto è prioritario impegnare tutti i mezzi necessari per non lasciare le decine di migliaia di afghani che ci hanno aiutato alla tenera misericordia dei talebani. E dare ascolto al rapporto delle Nazioni Unite che ci ricorda il vero volto dei talebani, che stanno dando la caccia a quanti hanno  lavoravato con l’America o la NATO, così come le loro famiglie, e minacciano di ucciderle.

Oggi scopriamo ( invero, lo avevamo già scoperto con Saigon, prima ancora con la Corea ) che il più grande esercito della terra dipende dalla “diplomazia  e dal dialogo aperto con i talebani”,, per salvare le persone che hanno rischiato la vita per gli USA e la NATO.  Non hanno ispirato fiducia  quanti si sono alternati nelle conferenze stampa da Biden alla Merkel, da Di Maio a Johson e gli altri soci,  che sono andate  in onda anche quando alcuni afgani dell’esercito hanno lasciato il loro paese a bordo di aerei americani e i talebani hanno sequestrato armi, elicotteri e camion americani lasciati in dono dall’esercito americano in fuga. Donald Trump avrebbe potuto rendere ( pretendere ) il passaggio più sicuro e ordinato  con quanto da lui negoziato. Il suo “accordo di resa” del 2020, come lo ha definito il suo ex consigliere per la sicurezza nazionale HR McMaster in un’intervista con Bari Weiss, nascondeva proprio questa umiliante fuga di una grande potenza. Eppure, nei lunghi quattro anni di Presidenza abbiamo scoperto come Trump sia un terribile negoziatore. Biden avrebbe potuto muoversi con più competenza e dire ai talebani che non stava rispettando l’accordo fatalmente imperfetto di Trump e rinegoziarlo per evitare questa disgraziata improvvidenza che travolge la vita di migliaia di famiglie e di giovani Afghani. Ma  sia Trump che Biden erano così impazienti di andarsene, che i loro pasticci si sono fusi in una burocrazia strangolante.

Il Dipartimento di Stato ha indugiato per mesi nell’ottenere i visti per gli alleati afghani e, mentre i talebani occupavano città, paesi e capoluoghi di provincia, ha trascurato la pianificazione di emergenza per una possibile evacuazione. Tuttavia, fa rabbia assistere alle parate dei nostri politici responsabili in qualche modo di questo disastro, che si pavoneggiano davanti alle telecamere, o ascoltare i conduttori dei talk show  italiani o di altri paesi che ci “spiegano” i fatti e interpretano ciò che ognuno di noi, se non prevenuto o cieco è in grado di vedere, commentare e giudicare; e questo avviene ormai da oltre 20 anni, dall’Iraq all’Afghanistan. Eppure, ognuno di noi avrebbe dovuto immaginare che un 15 agosto prima o poi sarebbe venuto e che la storia, come ci invita a ricordare Marx, si ripete sempre due volte: la prima volta come tragedia, la seconda come farsa

Alberto Angeli

Afghanistan. di A. Benzoni

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Nel 1975 gli americani scapparono da Saigon ben due anni dopo la firma degli accordi con i nord vietnamiti; ma, in tutta fretta, dal tetto dell’ambasciata, con in mano la bandiera e la valigetta diplomatica. In quanto ai vietnamiti del sud, che avevano combattuto, assieme agli americani, per circa quindici anni, sarebbero stati abbandonati alla loro sorte, tra la totale indifferenza degli americani, compensata, si fa per dire, dalle palinodie di Sartre e intellettuali affini.

Oggi i talebani sono entrati a Kabul senza sparare un colpo, così come è avvenuto in quasi tutte le grandi e piccole città del paese. E, attenzione, senza uscire da un quadro negoziale avviato da Trump più di un anno fa con lo scopo di fissare i rapporti reciproci, lasciando al tempo e alla buona volontà delle parti afgane di vedersela, per il resto, tra di loro.

Ed è ciò che puntualmente avvenuto in una serie continua di incontri tra ex nemici che hanno coinvolto talebani, potentati locali, eredi anzi figli di Massud, coalizione del Nord, con la sollecita assistenza di cinesi, russi, iraniani, pakistani e via discorrendo. Tutti interessati, attenzione, a che la transizione sia pacifica e quanto più possibile consensuale e che l’Afghanistan diventi uno stato “normale anche se con connotati islamici” e non sia più luogo o focolaio di tensioni, conflitti e, soprattutto, di tentazioni di tipo jhadista. Un obbiettivo condiviso anche dagli Stati uniti; e, oggettivamente, nell’interesse degli stessi talebani.

Prendiamone atto. Senza compiacimenti del tutto fuori luogo ma anche senza stracciarsi preventivamente le vesti. Come prendiamo atto che l’interventismo democratico cui tutti noi abbiamo creduto non è più proponibile come criterio per l’azione o anche solo come risorsa per la politica. E che il grande progetto lanciato dagli Stati uniti negli anni ottanta- sconfiggere Russia e Cina con il ricorso all’islam politico e militare, è nel giro di qualche decennio, totalmente fallito. Assieme alla pretesa di governare il mondo, spendendo meno di 5 dollari al giorno.

Ci sarà naturalmente chi, all’insegna dell'”armiamoci e partite”, griderà alla capitolazione di Biden e dell’occidente e proporrà nuove crociate: Boris Johnson, i repubblicani americani secondi a nessuno per faccia tosta, i nostalgici della guerra fredda e, in coda, la coppia Salvini/Meloni, intenta insieme a denunciare come un grave pericolo per l’occidente la vittoria dei talebani ma anche, l tanto per non farsi mancare nulla, l’arrivo dei profughi in fuga dall’Afghanistan.

E, allora, nervi a posto. Abbiamo gli americani che ci dicono che si trattava fin dall’inizio di una “mission impossible”; con il piccolo particolare che ce lo dicono con il senno del poi. Mentre, forse, erano in grado di saperlo sin dall’inizio.

Da noi, poi, solo due Cassandre. L’una- Gino Strada- morta di recente, con la tara irrimediabile di odiare tutte le guerre. L’altra- Massimo Fini, con quella di non credere nella democrazia a geometria variabile. Se qualcuno fosse disposto a chiedergli scusa, mi associo; ma non penso di averne l’opportunità.

Alberto Benzoni

La caduta di Kabul. di A. Angeli

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La tragedia dell’Afghanistan è ben resa dalla foto che riproduce i combattenti talebani armati dietro la scrivania di legno decorata del presidente Ashraf Ghani, e non è un set cinematografico ma il palazzo presidenziale afghano ora sotto il loro controllo.  Essa ci dà la conferma visiva che il potere nel paese  è ora completamente passato di mano. Si potesse tornare indietro nel tempo, mettiamo uno di noi e immaginare cosa sarebbe accaduto venti anni dopo, cioè oggi, troverebbe assurdo quanto accaduto, e cioè che il palazzo più fortemente difeso di una capitale tra le più fortemente difese sarebbe caduto così rapidamente. Solo alcuni giorni fa, il Presidente Ghani si  era rivolto alla nazione da dietro la stessa scrivania, davanti allo stesso dipinto per rassicurare che non sarebbe fuggito e avrebbe cercato un’intesa coi capi dei Talebani. Quanto della tragedia possiamo dire oggi, dopo venti anni, è soprattutto la rapidità con cui i talebani hanno riconquistato la capitale, Kabul dopo, appunto, due decenni di sforzi sanguinosi e incredibilmente costosi per stabilire un governo laico con forze di sicurezza funzionanti in Afghanistan è, soprattutto, indescrivibilmente drammatico. Dietro a tutto ciò c’è una vera tragedia Shakespeareniana di una nazione, gli USA, e dei suoi alleati, che si era definita la “nazione indispensabile” per dare forma a un sogno di un mondo in cui regnano i valori dei diritti civili, dell’emancipazione femminile e della tolleranza religiosa, e che la forza delle cose ha svelato essere proprio questo: un sogno.

Se ripercorriamo a ritroso la fase storica di questa lunga guerra condotta dagli americani e dai suoi alleati, tra cui anche l’Italia, ci ricorderemo come fin dall’inizio fu chiamata la prima: Operazione Enduring Freedom e poi Operazione Freedom’s Sentinel. Tuttavia, dopo 1000 miliardi di dollari e almeno 2.448 vite di membri del servizio militare americano persi in Afghanistan oltre a 4000 feriti,  numeri sottostimati poiché mancano quelli degli altri paesi, ad esempio quelli dell’Italia, è difficile trovare oggi una giustificazione e riflettere su cosa sia stato raggiunto di significato duraturo che possa ritornarci come gratificazione. Non meno rilevante è poi la responsabilità che i Paesi coinvolti, e quindi una nuova tragedia, si caricano sulle proprie spalle riguardo ai molti afgani che hanno lavorato con le forze americane e gli alleati, condividendone il sogno  e,  particolarmente, delle ragazze e delle donne che avevano abbracciato una speranza di raggiunta uguaglianza nello stile di vita,  rischiano di essere lasciati alla mercé di uno spietato nemico, poiché è inimmaginabile che gli americani e i suoi alleati si fermino a guardare indietro a difendere quel poco di buono del sogno spezzato dai talebani, magari recuperando qualche migliaio di collaboratori, ma lasciando il resto di quel sogno alla mercè dei giovani indottrinati.

Eppure, solo per onestà intellettuale, bisogna ammettere che il Presidente Biden , con il placet dei suoi alleati, avesse ragione di porre fine alla guerra. E tuttavia, non c’è alcuna accettabile giustificazione strategica alla quale riferirsi perché questa fuga finisse in un tale caos, con così poca provvidenza per tutti coloro che hanno sacrificato così tanto nella speranza di un Afghanistan migliore. Insomma, nel volgere di poche ore, molti afgani che avevano lavorato per anni al fianco di truppe americane e alleate, gruppi della società civile, organizzazioni umanitarie e giornalisti,  domenica si sono trovati improvvisamente in pericolo di vita quando i talebani hanno fatto irruzione a Kabul, mentre i leaders del governo afghano, compreso il presidente Ashraf Ghani, si sono diretti verso l’aeroporto per la fuga. Le notizie che ci arrivano dall’Afghanistan dimostrano una velocità inarrestabile del crollo delle istituzioni rappresentative dello stato, del governo, dell’esercito, della polizia, tanto da risultare scioccante. Anche se, invero, il risultato non dovrebbe essere una sorpresa. I talebani si sono già rivolti verso la Cina e la Russia Putiniana, ricevendo speciali considerazioni accompagnate, come da protocollo internazionale sotto cui gli equivoci sono ben protetti, inviti a dare corso alla ricostruzione delle istituzioni e a un processo di pacificazione indispensabile al paese e evitare una guerra civile.

La lezione è stata comunque durissima per tutti gli attori che lungo l’arco di questi venti anni sono stati gli artefici di un esperimento naufragato tragicamente. Gli errori commessi sono stati tanti, in ogni senso, in specie quelli dovuti all’idea di poter esportare il pensiero, un sistema democratico/illuminista, un modus di vita consumistico all’occidentale, ma fondamentale è stato l’errore di poter superare una tradizione millenaria in cui religione e stato si confondono così intimamente da rendere inaccessibile il virus della modernità occidentale. Epperò di questa lezione il nostro Ministro degli Esteri non sembra avere appreso granché, coma si rileva seguendo la sua recente intervista su questa tragedia. Non sarebbe male che da parte del Parlamento si aprisse una seria inchiesta e un dibattito su questa triste esperienza, per una riflessione sulla nostra idea della geopolitica e  per  ridefinire il ruolo dell’Italia -, cogliendo dall’Afghanistan il giusto ammaestramento per il presente futuro riguardo al ruolo della NATO e in essa del nostro Paese.

Alberto Angeli

Il dilemma di Biden il mazziniano. di F. Somaini

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Nel giugno del 1848, polemizzando con chi sperava in un intervento in Italia della Repubblica francese contro gli Austriaci, ormai in piena controffensiva, Giuseppe Mazzini scriveva senza mezzi termini che “la libertà non s’ottiene se non conquistandola col proprio sangue” (G. Mazzini, “Scritti editi ed inediti”, Imola, Galeati, 1906-1950, vol. 38 [1923], “Politica -XIII”, p. 73).

Pochi giorni fa (il 10 agosto) Joe Biden, in una conferenza stampa alla Casa Bianca, nel confermare la propria decisione di tirarsi fuori dal teatro afghano nonostante l’impressionante avanzata dei Talebani, ha a sua volta dichiarato, a proposito degli Afghani, che “They’ve got to fight for themselves” (“Devono combattere da sé”) (BBC news, 11 agosto 2021).Sembrano quasi le stesse parole del Mazzini del ’48. E la consonanza non è del tutto casuale.

Nella storia del Partito Democratico Americano c’è infatti una tradizione in cui proprio il mazzinianesimo ha avuto indubbiamente un certo peso. Basti pensare al Woodrow Wilson del 1918-1919, e alla sua insistenza, dopo la fine della Grande Guerra, sull’idea di fondare il nuovo ordine europeo sul principio (decisamente mazziniano) di autodeterminazione dei popoli. In altre parole il richiamo a quella tradizione era stato in quel caso ben consapevole (anche se gli Americani, dopo le titubanze iniziali dello stesso Wilson, erano infine intervenuti ben massicciamente nel conflitto mondiale, con un apporto risolutivo e determinante, in quel caso giustificato ideologicamente con il richiamo al principio dell’interventismo democratico).Nel caso di Biden sembra dunque che ci si voglia almeno in parte richiamare a quella stessa linea di pensiero. Dopo le ipocrisie sulla “esportazione della democrazia” dell’età di Bush jr. e dei Teocon, dopo gli anni dell’interventismo a tratti un po’ sconclusionato dell’ultimo Obama (quando la politica estera americana fu diretta dalla Clinton) e dopo la stagione del disimpegno neo-isolazionista trumpiano, Biden sembra cioè quasi voler riprendere la linea del primo Obama: quello cioè del celebre discorso (in effetti molto “mazziniano”) pronunciato all’università del Cairo nel 2009 (al tempo delle cosiddette “primavere arabe”).

Certo pesa, in questa scelta di Biden, anche la constatazione che 20 anni di costosa presenza militare in Afghanistan non sembrano aver prodotto risultati apprezzabili. Il fatto è che quella parte del pianeta (in cui secondo i teorici della geopolitica “continentale”, come l’inglese Halford Mackinder, si troverebbe la “pivot area” del dominio mondiale) si rivela ancora una volta difficilmente gestibile dalle grandi potenze esterne.In tutto questo – ed è qui che si apre il dilemma – resta però da vedere se questa strategia “mazziniana” del “dovete conquistarvi da soli la vostra libertà” potrà funzionare.

Nell’Italia del 1848-1849 non funzionò. Nell’Afghanistan del 2021 si direbbe che stia andando egualmente male. L’Afghanistan laico – senza più la stampella degli USA e dei loro alleati – sta infatti rapidamente collassando. E già si parla di Kabul come della Saigon di Joe Biden.

Francesco Somaini

La preoccupante metamorfosi della Lega. di A. Potenza

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Con tutti i limiti e i difetti della Lega di Bossi (che l’ex ideologo Gianfranco Miglio, nel 1994 pubblicando il diario dell’esperienza condotta nella lega, sostenne che “dal punto di vista culturale il livello era vicino allo zero”) c’era però l’avversione senza riserve al fascismo che veniva evocato con disprezzo.

La lega a quel tempo, ma a mio avviso anche oggi, (cito ancora Miglio) era intrisa di una “dottrina politica piuttosto primitiva”, però con il discorso pronunciato a Pontida (1991), Bossi per esprimere il suo profondo dissenso verso la politica italiana di quel tempo si espresse usando l’espressione fascista. Insomma la Lega aveva un orientamento assolutamente antifascista si può affermare che la Lega di Salvini oggi abbia conservato questo orientamento? Io credo di no.

Se qualcuno ha dei dubbi allora dovrebbe spiegare come sia possibile che il sottosegretario leghista Durigon possa impunemente chiedere che a Latina il parco dedicato a Falcone e Borsellino sia rinominato per ricordare il fascista Arnaldo Mussolini e come l’ex consigliere comunale leghista di Colleferro, Andrea Santucci, proponga che a Roma Ostiense la piazza dei Partigiani sia intitolata addirittura a Hitler!!!!!Purtroppo non sono le conseguenze di un colpo di sole dovuto alla canicola ferragostana, ma il frutto di una metamorfosi salviniana davvero preoccupante.

Sottovalutare queste iniziative è profondamente sbagliato sono, assieme ad alcune figure istituzionali di FdI, la dimostrazione della pericolosità di un centro destra sempre più nostalgico della camicia nera.

Aldo Potenza

2 Giugno 1946: dalla Monarchia costituzionale alla Repubblica. di U. Signorelli

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2 giugno. Viva la Repubblica, grazie Nenni! - Avanti

Il 2 Giugno è la festa della Repubblica, l’atto fondativo, che lo stesso popolo italiano ha decretato con il proprio voto nel referendum istituzionale del 1946.

Il vero dramma è che molti lo ignorino e che non si senta in maniera diffusa e unitaria il desiderio di festeggiare.

Osservo solo l’accettazione fredda di una festa del tutto svuotata di senso, snaturata dai soliti rituali ufficiali: parate militari, evoluzioni di frecce tricolori alla presenza delle massime autorità dello Stato.

Una Repubblica nata dalla Resistenza, fondata su una Costituzione che “ripudia” la guerra noi non la festeggiamo con i fuochi pirotecnici, i balli in piazza e i pranzi collettivi come fanno gli americani il 4 Luglio e i francesi il 14.

Assistiamo ai tentativi costanti di tutte le destre di cancellare il 25 Aprile, che ci ricorda la vittoria sul nazifascismo, come la festa intestata all’Anpi, così come il Primo Maggio sarebbe appannaggio dei sindacati, ma perché il 2 Giugno non è sentito come la festa della libertà e della democrazia?

La Repubblica è nata dopo una guerra anche civile, in cui gli italiani si sono venuti a trovare su due fronti contrapposti e la barricata non è stata abbattuta del tutto.

La nascita di una nazione è importante per il suo sviluppo successivo come quella di un bambino. Il 2 Giugno 1946 è nata la Repubblica italiana, un po’ “in sordina, senza gesti giacobini, senza rappresaglie e senza comitati di salute pubblica: Repubblica in prosa e a lumi spenti”, così Calamandrei; gli italiani hanno dato “scacco al re”in modo civile e composto: una grande prova di maturità politica e di resistenza morale, dopo 20 anni di fascismo e 3 di guerra; la penisola trasformata in un enorme campo di battaglia in cui tutta la popolazione venne coinvolta, con sofferenze e patimenti, mai prima di allora conosciuti. Una situazione che ha messo a rischio la stessa unità nazionale. Unità che la Resistenza riesce a ricomporre solo in parte, maggiormente dove spira il “vento del nord”, mentre il “regno del Sud”, liberato dagli alleati vede il riorganizzarsi dei tradizionali gruppi dominanti, fermi al potere con il beneplacito degli alleati. Un’Italia divisa geograficamente, che rischia di sfasciarsi insieme alla sconfitta della guerra fascista e che dal giugno del ’45 è guidata da un uomo integerrimo: Ferruccio Parri, messo però nella più assoluta impossibilità di agire dal ferreo controllo alleato che è responsabile in primis della mancata epurazione delle più alte sfere dello Stato e della burocrazia. Per i partiti antifascisti una reale possibilità di rinnovamento è la Costituente e la vittoria della Repubblica al Referendum istituzionale.

Anche i cattolici votano per la Repubblica, ma ben 6 degli 8 milioni di voti democristiani vanno alla monarchia; certo l’atteggiamento di De Gasperi non è adamantino, da politico avveduto lascia libertà di coscienza al proprio elettorato, ben consapevole che se la Chiesa non prende una posizione pubblica netta, è però filomonarchica tanto da ritardare il rientro in Italia di don Sturzo, sincero repubblicano. La Dc è inoltre una convinta sostenitrice del voto alle donne, in quanto le reputa maggiormente influenzabili dalla Chiesa. La monarchia sabauda, anche in questo frangente, gioca sporco, ben salda sul trono, cerca di rimandare la prova elettorale per riconquistare consenso, ben sostenuta dai partiti di destra: liberali, monarchici e fascisti, che rifanno capolino e in seguito ingrossano le fila de L’uomo qualunque di Giannini.

Anche Togliatti con la solita ambiguità e doppiezza, lascia la libertà di coscienza al proprio elettorato nella paura di perdere parte del proprio elettorato popolare, seguendo anche le direttive di Mosca che in accordo con gli alleati lasciano indeterminata la questione della monarchia.

I Socialisti sono gli unici che fanno una fortissima campagna elettorale per la Repubblica, senza se e senza ma, e Pietro Nenni con lo slogan “La Repubblica o il caos” ne è l’emblema, il vero Padre della Repubblica che si riallaccia al filo rosso socialista del Risorgimento e della Resistenza.

La fotografia lo coglie nell’ultimo infiammato appello radio per la Repubblica.

Il profilo severo di donna turrita, inserito nella scheda del referendum sulla forma istituzionale dello Stato dai fautori della Repubblica, è un’immagine classica, l’unica immagine che riescono a proporre i partiti che portano avanti la battaglia per la Repubblica.

Casa Savoia ripropone lo stemma monarchico. Una monarchia che ricorre al ridicolo del re di Maggio, ultima carta da giocare visto che ormai non si può più rimandare, mentre avrebbero dovuto, con dignità, allontanarsi dall’Italia, che hanno loro sì portato nel baratro del fascismo, della guerra e della distruzione, non solo non fanno alcun passo indietro, ma con il supporto delle gerarchie cattoliche, conducono una campagna referendaria serrata, accusando poi i fautori della Repubblica di “brogli”elettorali.

La Repubblica si e’ poi presa la sua rivincita e l’immagine di una donna giovane e bella ne è diventata la rappresentazione.

La giovane donna sorridente che alza sulla propria testa la prima pagina del Corriere della Sera in cui campeggia la scritta “è nata la Repubblica italiana” e’ pubblicata dal settimanale Il Tempo il giorno della proclamazione della Repubblica. Una foto scattata da Federico Patellani.

L’avere ignorato per 70 anni l’identità di questa donna ha reso più facile farla diventare l’icona di tutte le donne e delle loro lotte, ma, grazie ad un “crowdsourcing intorno a un sorriso”, quel bellissimo volto ha un nome e un cognome: Anna Iberti, che all’epoca aveva 24 anni e lavorava al giornale Socialista l’Avanti.

La nostra Repubblica nasce tra luci ed ombre, per questo dovremmo festeggiarla tutti nel segno dell’unità, della democrazia e della libertà.

Buon settantacinquesimo anno Repubblica Italiana!

Ulisse Signorelli

Uomo e Natura di D. Lamacchia

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“Gli esseri viventi infatti rappresentano un sistema chiuso: essi sono caratterizzati dall'”invarianza” e dalla “teleonomia” cioè dalla capacità di trasmettere la propria struttura genetica alle generazioni successive. Quando si verifica una mutazione questa è da ascrivere non ad un’impossibile interazione con l’ambiente ma piuttosto con eventi casuali verificatisi al suo interno:
«Gli eventi iniziali elementari, che schiudono la via dell’evoluzione ai sistemi profondamente conservatori rappresentati dagli esseri viventi sono microscopici, fortuiti e senza alcun rapporto con gli effetti che possono produrre nelle funzioni teleonomiche.»

Tuttavia, dal momento in cui la modifica nella struttura del DNA si è verificata, una volta avvenuta la mutazione «l’avvenimento singolare, e in quanto tale essenzialmente imprevedibile, verrà automaticamente e fedelmente replicato e tradotto, cioè contemporaneamente moltiplicato e trasposto in milioni o miliardi di esemplari. Uscito dall’ambito del puro caso, esso entra in quello della necessità, delle più inesorabili determinazioni. La selezione opera in effetti in scala macroscopica, cioè a livello dell’organismo.» “Citazione da “Caso e Necessità” di J. Monod.

La Natura non è altro che un sistema in evoluzione sottoposto alla legge della dialettica fra “caso” e “necessità”. Cioè un evento si verifica per caso (si verifica però in quanto ci sono le condizioni perchè si possa verificare) e poi procede per via “necessaria” cioè condizionato dall’ambiente in direzione determinata. Se ci sono le condizioni esso si replica e si diffonde. Così si spiega la selezione darwiniana e il perchè delle estinzioni di alcune specie e della evoluzione di alcune altre.

Non così per l’uomo! L’uomo possiede quella particolare proprietà che è la coscienza e con essa il pensiero. Il pensiero ha generato il linguaggio. Il linguaggio serve a decrivere e comunicare il pensiero. Il pensiero e il linguaggio altro non sono che astrazioni, cioè modelli rappresentativi della realtà che egli intente comunicare…e trasformare. In quanto modelli essi non sono perfetti, non possono mai totalmente rappresentare la realtà. L’idea di bicchiere non rappresenta ogni tipo di bicchiere ma è un’idea approssimata. Sono necessarie altre specificazioni se sivuole indicare uno specifico bicchiere: da acqua, a calice, di vetro o plastica, ecc.

Una mappa stradale non può essere perfetta, se fosse perfetta sarebbe in scala 1:1. Ma una mappa sì fatta non sarebbe nè pratica nè utile, infatti non si potrebbe maneggiarla…! Una a scala minore sarebbe più utile ma non perfetta perché perderebbe in dettaglio. Più il modello è perfetto meno è utile. Meno è pefetto più è utile (principio di indeterminazione). Data la loro imperfezione i modelli richiedono continui aggiornamenti a seconda della realtà che si intende rappresentare o del dettaglio che è richiesto. Cioè il modello è al servizio della realtà,  cambia a seconda della realtà da rappresentare e non viceversa. Non sono i modelli a far mutare la realtà, essi però, sono usati dall’uomo come strumenti ai fini della trasformazione della natura e del mondo, per vivere il mondo. Essi sono i linguaggi parlati e scritti: la matematica, le leggi della fisica e delle scienze in generale ma anche i modelli comportamentali singoli e di gruppo. Essi sono “cultura” .L’uomo con la cultura è in grado di determinare il corso della dialettica “caso-necesità”. I dinosauri si estinsero perchè non ci furono più le condizioni (perse per caso) per la loro esitenza. Nessuno lo ha programmato! L’evoluzione delle forze produttive nel medioevo determinarono l’avvento della borghesia. In questo caso qualcono prese coscienza della “situazione” e ne diresse il processo fino a determinarne l’egemonia sociale e politica. Il cancro si sviluppa per caso (date certe condizioni) ma i medici usando i loro modelli sono in grado di intervenire per cambiare il destino della sua evoluzione. I medici però sono tali perchè hanno appreso i linguggi e i modelli della medicina che altri hanno trasmesso loro. Il resto della natura non fa così. L’uomo con la cultura domina la natura! Non è pari ad essa. Cartesio e Newton sono tra coloro che più hanno determinato l’evoluzione del linguaggio umano, non hanno violato la natura ma inventato uno strumento per meglio descriverla. L’uomo però non può sostituirsi totalmente alla natura, non può sostituire se stesso in quanto ne è parte. Non può diventare puro pensiero! Il pensiero e i linguaggi possono evolvere ma non possono cancellare la natura! Il contrasto uomo-natura di  un certo pensiero “ambientalista” perciò è sbagliato. Non esiste alcun limite nel rapporto uomo-natura tra pensiero e natura. Ovvio che l’uomo nella continua ricerca di adattare la natura a sé stesso non può mancare di salvaguardarla. Il processo dialettico uomo-natura è di co-evoluzione, è infinito e perciò stesso indirizzabile. L’idea che questa co-evoluzione possa avere un limite risulta quindi completamente errata. L’idea che “l’uomo” attraverso la sua evoluzione possa necessariamente distruggere la natura è errata! Certi uomini magari si. Politiche errate finalizzate allo spreco, alla poca attenzione, cioè al mancato rispetto, si, non l’uomo in generale. E’ nei programmi che si deve guardare per evitare che il rispetto manchi, non agli oggetti. Non sono gli oggetti in sè ad essere sbagliati, contro la natura ma le loro finalità e/o caratteristiche. La co-evoluzione non può essere che una continua ricerca di armonia tra uomo e natura. La “modernità” può quindi essere definita come la attualizzazione, diffusione, condivisione dei risultati della co-evoluzione.

Per questi ragionamenti l’affermazione secondo cui “non si può avere uno sviluppo infinito in un mondo finito” risulta falsa! Per sviluppo non si deve intendere “accumulo di beni, specie se di consumo” ma evoluzione del rapporto uomo-natura finalizzato alla creazione di benessere sempre più elevato e diffuso. Se il mondo è limitato per chi deve essere riservato?

In età moderna e contemporanea si sono avuti principalmente due diversi sistemi di approccio nel rapporto uomo-natura. Quello di tipo capitalistico e quello di tipo socialista. Nel primo caso l’attività di trasformazione è finalizzata alla produzione di profitto attraverso la produzione di beni di consumo,

beni che intendono soddisfare bisogni, che si possono distinguere in primari ed “evoluti”.

I primari sono generalmente individuati nei bisogni di alimentazione, salute, istruzione, abitazione, ecc.e generalmente definibili come bisogni connaturati da un criterio di “quantità”. E’  sufficiente che i beni atti a soddisfarli si posseggano o no. Sono questi i bisogni che caratterizzano i ceti meno protetti, poveri, emarginati. I bisogni evoluti sono quelli che in genere sono caratterizzati da un connotato di “qualità”. Una volta liberi dai bisogni primari è facile lasciarsi “trascinare” da bisogno di “qualità”: una casa più grande, un vestito più ricercato, una vacanza, un consumo “culturale”, un ambiente più pulito, una politica meno corrotta, infrastutture e servizi più evoluti, ecc. Questi in genere sono bisogni espressi da ceti più abbienti, ceto medio-alto, ecc, ceti che hanno avuto occasione di accantonare risparmio. Nelle società a regime capitalistico molta parte delle produzioni sono finalizzate alla soddisfazione di questi bisogni. Anzi, attraverso i sistemi di comunicazione viene esercitata un’azione (attraverso la pubblicità esplicita o occulta) atta a stimolare, a indurre alcuni di essi per creare domanda di consumo e quindi di produzione e conseguenti ricavi per il produttore/venditore. Fenomeno che va, come noto, sotto il nome di società dei consumi.  Consumi che finiscono col rappresentare, sulla base del loro grado di diffusione, un indice di “ricchezza” della collettività che ne è protagonista. La competitività è motore dell’ economia e ragione di continua innovazione nella produzione di merci.

Nell’ambito delle economie socialiste l’assenza di competitività rendeva quelle economie e società, stagnanti. Perquanto in grado di soddisfare alcuni bisogni primari esse erano lente nel soddisfare bisogni evoluti. Il carattere di “chiusura” delle società impediva lo stimolo ad innovare o a determinare nuovi bisogni, o a reprimerli se essi venivano stimolati dal confronto con le società capitalistiche, “aperte”.

La condizione poteva riassumersi nel seguente modo: “tutti uguali ma tutti poveri”. Per contrapposizione la società capitalistica non sapeva e non sa  contrapporre la condizione “tutti uguali ma tutti ricchi” inquanto l’accesso alla ricchezza è riservata solo ai ceti protetti o “garantiti”.

Un altro modo di distinguere i due sistemi è nel fare le seguenti considerazioni. Nelle società socialiste si sapeva bene per chi produrre o lavorare ma meno per cosa produrre o lavorare. Gli obiettivi sociali erano abbastanza chiari come le sue finalità. Non altrettanto chiaro era cosa produrre per soddisfare quali bisogni attraverso la produzione di quali beni se non quelli strettamente primari (sebbene questi ultimi spesso caratterizzati da penuria causata da burocrazia, ritardi, inefficenze).

Nelle società capitalistiche è abbastanza chiaro per cosa lavorare o produrre: i beni di consumo (presenti in abbondanza). Non altrettanto chiaro è per chi. Infatti essi non sono a disposizione di tutti. Il prezzo dei beni (e i salari) discrimina chi può o non può accedere al loro uso e consumo.

Una contrapposizione si determina tra chi esprime bisogni primari e chi bisogni evoluti. Una fabbrica può soddisfare bisogni primari come il lavoro ma può andare contro chi esprime il bisogno di un’ambiente non inquinato. Contrapposizione si determina tra competitività, motore di sviluppo, di abbondanza ed efficienza ed equità sociale. Contrapposizione si determina tra gli stimoli alla creazione propri della competitività e i processi di formazione di desideri, bisogni collettivi, modelli identitari. Si pensi alle mode, al prevalere di valori collettivi o egemoni, tutti legati ai sistemi di comunicazione di massa in legame diretto col sistema delle produzioni.

Una nuova “utopia” può identificarsi con una società in cui è molto più chiaro per chi produrre, cosa produrre, perchè produrre, come produrre. Una società in cui il meccanismo della formazione dei bisogni e desideri non è vincolato nè a ideologie nè asservito a ragioni economiche che producono feticismo o alienazione. Può la sinistra oggi farsi interpetre di questa “utopia”? Quali modelli culturali è capace di elaborare per superare la contrapposizione tra bisogni primari e bisogni evoluti, tra garantiti e non garantiti, tra esigenza di libertà ed equità sociale, in generale, che garantiscano uno sviluppo armonioso della relazione di co-evoluzione uomo-natura e della sua attualizazione come cultura della modernità?

Donato Lamacchia