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La Sinistra rimetta al centro il conflitto, il lavoro, la questione sociale. di P. P. Caserta

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Quanti hanno a cuore oggi la ricostruzione di una sinistra che sia terza e autonoma dovrebbero stare attenti a non finire nel tritacarne neoliberale del movimentismo post-ideologico.

È un rischio sempre incombente, lo abbiamo visto con il M5S, lo stiamo vedendo con le sardine (anche se tra i due movimenti ci sono sia assonanze che differenze) e lo vedremo, credo, ancora in forme nuove. Non si tratta di disprezzare nessuno, ma solo di capire che non si può pensare di affidare ai movimenti post-ideologici il lavoro che è nostro. Non solo questo, in realtà. Tra le braccia di questi movimenti sono finite e finiscono molte delle speranze dei delusi della sinistra. Bisogna, allora, trovare il modo di rendere chiaro che un vasto coinvolgimento di massa non rende un movimento popolare nello scopo. I movimenti post-ideologici, figli della ritirata e della disintermediazione della politica, sono elitisti nell’essenza. Non c’è bisogno di alcuna dietrologia per affermare questo, è più che sufficiente leggerne le premesse reali. Sono movimenti organici alla polarizzazione del dibattito ideologico da tempo in essere, che riduce l”alternativa” alla falsa scelta tra un blocco nazional-populista e uno elitista, in un gioco di specchi, di legittimazione reciproca, che deve escludere una politica popolare.

Si risponde decostruendo i movimenti ma si risponde, soprattutto, essendo sinistra oltre i nominalismi, tornando nei luoghi del conflitto, mettendo al centro il Lavoro e la questione sociale, lavorando, in connessione con le migliori realtà nella scena internazionale, alla costruzione di una sinistra né populista né elitista, ma popolare ed eco-socialista.

Il fatto che la sinistra debba tornare nei luoghi del conflitto non significa che debba tornare semplicemente nei vecchi luoghi. Occorre, invece, leggere i nuovi luoghi e le nuove forme del conflitto, che è sempre in primo luogo il conflitto tra Capitale e lavoro e le cui forme mutano nel tempo. In effetti, a me pare che l’errore qui sia stato duplice: a volte la sinistra ha abbandonato i luoghi del conflitto, persino il tema del conflitto. In altri casi è tornata nei vecchi luoghi del conflitto, ma non vi ha trovato quasi più nessuno, mentre altrove, nei luoghi nuovi, la sofferenza e il risentimento crescevano, e altri avanzavano per intercettarli, rappresentarli e canalizzarli.

Questi due errori corrispondono approssimativamente alla pseudo-sinistra neoliberista e alla sinistra vetero-comunista nelle sue forme più sclerotizzate. Anche per questo c’è bisogno del Socialismo, che ha la cultura di non irrigidirsi in formule interpretative definitive e chiuse della realtà sociale. 

Il conflitto si è spostato. Le nuove forme del conflitto non sostituiscono le vecchie, vi si aggiungono. Da questo non si può prescindere e occorre riprendere il filo.

Pier Paolo Caserta

Un colloquio improbabile con Karl Marx. di A. Angeli

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Alberto Angeli 2

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L’emozione non seguiva lo scandire del tempo. Non ricordavo da quanto stessi aspettando, seduto al tavolo all’interno del bellissimo Pub Museum Tavern, n.49 D. Great Russell, street Bloomsbury  di Londra, di fronte al magnifico Brithish Museum. Davanti, sul tavolo, stavano in bella mostra due bicchieri contenenti dell’ottimo whisky Scozzese. Pensai che il mio ospite avrebbe gradito, poiché mi ero bene informato sulle sue abitudini e le preferenze in materia di drink. Finalmente! L’uomo che espettavo aveva fatto il suo ingresso nel Pub e l’Host, da me precedentemente informato, con un cenno elegante e carico di rispetto lo aveva invitato a seguirlo conducendolo al mio tavolo. Impacciato mi alzai e porsi la mano presentandomi, ma l’ospite, senza proferire una parola, si sedette. “Sono Karl Marx”. La presentazione, così diretta e quasi brusca, mi lasciò per un attimo interdetto. “Ehm, ehm, sono piacevolmente sorpreso, non credevo che avrebbe accettato la mia richiesta d’incontrarla, distogliendola dal suo impegno di ricerca che sta conducendo presso  il Brithish Museum”, risposi, riprendendo la mia padronanza. “Nessuna intervista, sia chiaro. Solo una chiacchierata, è questo il nostro accordo”, precisò Marx, con tono perentorio, mentre sorseggiava con voluttà e senza imbarazzo l’whisky. “ Si, certo, mi atterrò a quanto concordato: niente domande. Lascio a lei la parola e la scelta del tema, magari iniziando con una delle sue dotte frasi  riguardanti l’aura della sua opera economica e filosofica”.

La mia preferita resta: “y a ce qu’il de certain c’est que moi, je ne suis pas marxiste”. [ciò che è certo è che non sono un Marxista ] della quale mi sono servito in molte circostanze imbarazzanti. Si tratta della risposta che ho dato a tutte le insistenti richieste a lasciarmi intervistare. Landor, corrispondente del World, è l’unico a cui concessi di intervistarmi, a Londra il 3 luglio 1871. Ricordo la data perchè un paio di mesi prima, la Comune di Parigi, a cui avevo partecipato, era stata soffocata nel sangue. Ma torniamo al presente. Per recuperare il tempo durante il quale sono stato assente dalla scena politica mondiale, negli ulti anni mi sono dovuto documentare e ho scoperto con piacevole sorpresa che la mia faccia è assunta a simbolo di una speranza di cambiamento. Mi viene spontaneo ricordare la frase: uno spettro si aggira per il mondo e ha la fisionomia ed il nome di Karl Marx. Ciò a dispetto dei miei critici o ex Marxisti, che hanno deliberato la mia damnatio memoriae. Insomma, per un lungo periodo sono stato ostracizzato, ignorato e i mie libri bruciati. Ma anche per questo  ho  una massima ‘de omnibus dubitandum est’ (“bisogna dubitare di tutte le cose”) cioè dubito dell’intelligenza di chi ha pensato, e tuttora pensa, che ignorando il mio pensiero e quello di Engels, il mondo si sia rivelato migliore, e a conferma le informazioni e le notizie su questo inizio del 2020 non mi paiono le più rassicuranti”.

Ma sono ancora tanti i seguaci che si dichiarano Marxisti, studiosi che interpretano e diffondono il suo pensiero”. Intervenni, interrompendo l’eloquio di Marx, con tono rispettoso, ma interrogativo.

 Marx, scuotendo il capo si affrettò ad affermare quasi a scolpire le parole: “le mie teorie non sono mai state dominanti. Ho avuto dei seguaci che non mi sono scelto o cercato, e per i quali ho meno responsabilità di quante ne abbiano Gesù per Torquemada o Maometto per Osama bin Laden. I seguaci che si nominano da soli sono il prezzo del successo”. Fece una breve pausa, per riprendere subito il filo del discorso. “ Parlano tutti di classi, strutture, determinismo economico, rapporti di potere, oppressi e oppressori. E fanno tutti finta di avermi letto. Dovrei pensare che questo costituisca un chiaro segno di successo. Altri mettono in dubbio la mia opera filosofica e mi accusano di eccessivo economicismo. Eppure, se guardiano all’evolversi della storia, quanto avevo ragione ad essere ossessionato dall’economia! Siete tutti ossessionati dall’economia e, nel prevedibile futuro, lo rimarrete. Non ho bisogno di spiegarlo ai lettori del Financial Time, del Wall Street Journal e dell’Economist. Né ai politici che promettono il paradiso in terra e poi dicono che ‘non si può evitare il mercato’, e che la globalizzazione e la finanziarizzazione dell’economia [l’attuale parola usata per sostituire l’espressione capitalismo mondiale] è inarrestabile. Alcuni insistono nell’affermare che la borghesia sia stata una mia invenzione, e se anche fosse mai esistita come struttura politica sociale ed economica, interessata a sostenere l’efficienza del capitalismo, nel corso della storia è stata sostituita dal ceto medio, oggi in crisi in quasi tutti i paesi occidentali. Ciò che io ho scritto al proposito ha un riscontro storico nei fatti e questi confermano che quando la borghesia è minacciata, dà il potere a chiunque è in grado di toglierla dai guai. A chi importa dei diritti civili, delle elezioni, della libertà di stampa e della pace quando il dominio del capitale è in pericolo? L’aristocrazia e la borghesia, con il sostegno del capitalismo, sono stati gli azionisti delle due grandi guerre del XX secolo, al termine delle quali la contabilità delle vittime è di oltre 85 milioni tra civili e militari, ma non furono gli aristocratici e i borghesi a morire al fronte a soffrire la fame e a morire per le malattie, ma i proletari, i poveri delle periferie delle grandi città, i braccianti , i piccoli affittuari e i mezzadri, cioè la classe proletaria delle campagne. A questi dati si devono aggiungere le numerose guerre che hanno caratterizzato questo secolo definito breve dallo storico Britannico Eric Hobsbawm, quasi tutte di natura civile o territoriale: crisi economiche; speculazione finanziaria; cicli depressivi; disoccupazione diffusa; crisi del mondo socialista. Un’altra prova della resistenza del capitalismo a ogni mutamento sociale e politico, si riscontra anche nel fatto che la fine del colonialismo non abbia effettivamente determinato la liberazione dei paesi e dei popoli interessati, poiché sono rimasti prigionieri delle logiche imperialistiche, le quali usano ogni mezzo  per mettere in atto politiche predatorie delle risorse e ricchezze naturali di questi popoli, sono fatti sui quali non è possibile equivocare e contraddirmi”.

Già, ma è anche il secolo in cui è caduto il muro e i paesi dell’ex blocco Sovietico hanno scelto di aderire al sistema del mercato occidentale, adottando forme di governo democratiche e parlamentari, consegnando al popolo la libertà di scegliere, con il voto, i propri governanti,  l’unica strada per garantire i diritti, la libertà, sicure prospettive di pace e di progresso economico”. Aggiunsi in fretta.

Senza tradire segni di sorpresa per quanto da me rilevato, Marx riprese il suo discorso: “ Ho parlato di fatti, sui quali non si può indulgere. Allora a questi fatti si deve aggiungere sicuramente la fine del potere del cosiddetto socialismo Sovietico e la “liberazione” dei paesi satelliti, il cui simbolo è la caduta del muro. Ma si può affermare che il mondo è oggi migliore solo perché non c’è più il blocco Sovietico? Quanto sta accadendo in questo inizio del XXI secolo, siamo nel 2020, non può essere giustificato urlando: “ ma è colpa dei comunisti!”. Trump, Putin, Erdogan,  Kim Jong-un,  Xi Jinping, sono identificabili come autoritari i primi e dittatori i secondi; ma devo anche stabilire una verità:  Corea del Nord e Cina non sono la misura di tutte le cose, per citare Protagora, non sono comunisti, non sono socialisti, ma una degenerazione del capitalismo finanziario consumistico. E il mondo non è più pacifico, e le guerre non sono terminate in questo primo ventennio del XXI secolo.  Lo sfruttamento dei paesi ex coloniali prosegue, con l’aggravante dei colpi di stato, le guerre civili, i genocidi, la distruzione dell’ambiente e la violenza al clima, sono fatti che bruciano ogni speranza di milioni di esseri umani, che fuggono da questi disastri e si trasformano in migranti alla ricerca di un posto sicuro, la salvezza, anche mettendo a rischio la propria vita e quella dei propri figli. Sono i nuovi proletari del capitalismo del XXI secolo, isolati da tanti altri muri costruiti lungo i confini dell’America  fino all’Europa dei Paesi di Visegrad. ‘Proletari di tutti i paesi unitevi’ è il proclama con il quale io ed Engels, nel lontano 1848, scrivemmo il Manifesto del Partito comunista. L’Unione Sovietica lo adottò come motto a rappresentare l’internazionalismo operaio. Uno dei concetti fondamentali che compongono la lunga analisi del Manifesto è che la produzione economica, e la struttura della società che da essa necessariamente ne consegue, forma, in ogni epoca della storia, il fondamento della storia politica e intellettuale di tale epoca; che però tale lotta ha raggiunto ora uno stadio nel quale la classe sfruttata e oppressa (il proletariato) non si può più emancipare dalla classe che la sfrutta e l’opprime (la borghesia), se non liberando allo stesso tempo per sempre tutta la società dallo sfruttamento, dalla oppressione e dalle lotte fra le classi. E’ un concetto superato, anacronistico? Panta Rei, tutto scorre, ci ricorda Eraclito. L’èra dell’intelligenza artificiale, dei Big Data, dell’uomo alla conquista dell’universo, della criogenesi  umana, che ci fa pensare all’eternità, sono i dati del cambiamento epocale.  Eppure, nonostante ci si trovi nel passaggio storico della post modernità, che ci dona il  turbocapitalismo e l’iperfinanza, che si sintetizza nell’1% dei possessori  delle ricchezza prodotta rispetto al 99% che deve lottare con le miserie del mondo ( intramontabili vizzi dello sfruttamento, delle diseguaglianze sociali, politiche, economiche) , questo nuovo status sociale non cancella o nientifica la necessità di liberare l’uomo dal bisogno e dallo sfruttamento, al quale, più che mai, è richiesto di essere sempre disponibile a lottare per l’uguaglianza delle libertà e dei diritti per tutti. Allora, è ancora valido il motto: Proletari di tutto il mondo unitevi!”. Marx sospese la sua esposizione e per un attimo restammo in silenzio. Fui io a riprendere la parola.

 “E’ vero, miliardi di persone sono interconnesse, ipercollegate, messaggiano senza incontrarsi, dialogare, scambiarsi impressioni e opinioni su quanto li circonda, socialmente e politicamente: vivono nell’individualità. E’ l’individualismo di Max Stirner, che si spinge fino all’egoismo, da interpretare appunto come  l’unico, l’IO vero, il quale connota efficacemente l’ individuo odierno che non cerca un partito, non rivolge alcun interesse  alla politica, sente lo Stato lontano, assenti le istituzioni, anche perchè i partiti tradizionali sono sostituiti dai movimenti populisti, nazionalisti quando non sovranisti. Siamo cioè in piena metamorfosi, l’uomo ha perso il connotato della propria dimensione, per cui l’opposizione a questo sistema non è da attendersi solo da parte dei lavoratori salariati, ma dagli esclusi da questa società opulenta, come i gruppi del dissenso dei Paesi avanzati e i dannati del terzo mondo e dai giovani. E questo mi induce a credere che, di fronte a queste trasformazioni, non sia sufficiente rispondere: lottiamo per una società socialista!”. Conclusi sorpreso di me stesso.

Mio caro amico,” riprese Marx, “ io non sono un profeta, ma uno studioso e il mio lavoro è il contenuto di molte pubblicazioni scientifiche, dalle quali si apprende che la divisione della società in classi  non è un prodotto della natura, come indicano il Leviatano di Hobbes e il Trattato di John Locke, e il socialismo non è un frutto che si può raccogliere dall’albero della conoscenza del bene e del male. Il socialismo del XXI secolo non potrà mai avere le caratteristiche concettuali e scientifiche del socialismo del XIX i cui strumenti si fondano sul materialismo storico e l’applicazione del materialismo dialettico alla storia della società, questo perché il socialismo scientifico era ed è in ogni caso basato su uno studio analitico delle leggi della storia e della società. Ma non è in questa breve conversazione che possiamo affrontare un compito così complesso. Predire il futuro non è una  mia pertinenza, e tuttavia seguo con attenzione e cerco di capire i temi sollevati da milioni di giovani, come Greta Thunberg e il movimento School Strike for Climate, i giovani di Hong Kong contro la prepotenza cinese, le Sardine in Italia per una nuova politica,  e nelle piazze di tanti altri Pesi di tutti i continenti, per un cambio del modello di società e  per una politica che offra un futuro di pace e di sviluppo sostenibile ed equilibrato alle nuove generazioni. A loro, quindi, spetta il gravoso compito di studiare le leggi della storia e della società, ed elaborare una proposta per realizzare una società socialista adatta a quel momento storico in cui il principio di ‘condivisione’ sia adottato per il superamento dell’individualismo, della divisione in classi sociali, per una giustizia in cui ‘ciascuno dia secondo la propria capacità e ciascuno riceva secondo i propri bisogni’.

Alberto Angeli

La logica della guerra. Il grande nulla nella guerra per la guerra. di G. Marigo

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Marigo Giandiego (2)

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La logica della guerra si nutre di dicotomie, contraddizioni ed assoluti categorici se così non fosse non potrebbe funzionare. Essa esige adepti e seguaci che non si pongano domande sulle altrui ragioni e che credano ciecamente di essere nel giusto (l’unico giusto possibile) e che sia loro dovere difendere le ragioni dell’una o dell’altra parte.

Scegliere fra Trump e Soleimani e fra il mondo che il Cow -boy incappucciato di bianco vede e quello che il generale islamico difendeva è sinceramente difficile ed anche per nulla interessante per me.

Entrambi sono colorati di colori cupi, grevi … a loro modo orrendi. Il Mondo migliore possibile che speriamo e nel quale crediamo è lontanissimo e diverso da tutti loro.

Eppure potremmo finire persino con il dover combattere per difendere l’uno dall’altro ed a dover credere che esista una vera  una ragione per farlo. Salvo poi, quando la storia descriverà questo periodo, scoprire d’essere stati manipolati ed usati a pretesto per il Grande Nulla della guerra per la guerra, come è sempre stato prima dell’ultima … Usati per un risiko mortale ed inutile, per un aggiustamento di posizione al tavolo del potere assoluto. Per il petrolio o il coltan, oppure il rame e le terre rare, per l’uranio o l’acqua; oppure qualsiasi altra cosa stupida e materiale che sia servita a reale pretesto … ed anche questo sarà una scusa per mascherare le ragioni d’una follia assoluta fatta di competizione e di pura rivalsa di deformato senso del possesso, dell’assurda convinzioni d’essere padroni di qualsiasi cosa. Un orrendo risvolto della natura umana?

Prendere una parte significa accettare la logica folle e demenziale che le vede contrappost, che arricchisce solamente chi dallo scontro e dalla competizione riceve linfa e vigore, chi gestisce il potere reale di questo mondo. Chi mai rischierà di morire in questo teatro degli orrori.

Aprire gli occhi sulla realtà ci porterebbe a scoprire come, stranamente, i veri burattinai della competizione pranzino assieme, frequentino gli stessi luoghi, abbiano i medesimi status simbol, abbiano i medesimi interessi e prevedano di rifugiarsi nel medesimo bunker in caso di disastro epocale.

Scopriremmo come gli interessi che muovono questa commedia tragica siano del medesimo tipo da una parte e dall’altra, anzi come essi non abbiano parte alcuna.

Le guerre alla fine son tutte uguali non le vince davvero nessuno e non risolvono nulla, eppure ogni volta ci caschiamo quando una testa di legno, un uomo di cartone, un servo burattino del potere vero si prende la briga di giocare questo gioco stupido e criminale.

Stranamente è sempre il medesimo tipo d’uomo che interpreta la parte del macellaio si chiami Giulio Cesare, Napoleone, Mussolini, Hitler, Truman Churchill, Roosevelt, Khomeini, Khamenei, Netanyahu, Soulimani o Trump,con i loro servitori sciocchi e d estimatori e le loro nefande tifoserie schierate (I Salvini e le Meloni di casa nostra, ma non solo), mentre i mercanti di armi, i generali … i venditori di anime e gli inventori di crociate traggono tutti i vantaggi possibili dal momento, finalmente a loro favorevole … ammesso che ve ne sia uno che non lo sia.

E così ci stanno trascinando in una nuova follia, con la prospettiva che la prossima guerra si combatta nuovamente con clave e sassi, ammesso di sopravvivere a quella che si sta prospettando sempre più chiaramente e che forse non ha mai finito di covare sottotraccia sin dalla fine del secondo conflitto mondiale.

La scusa per accenderla ormai è innescata, da tempo. Così come da tempo è iniziato il giochino del “dar ragione” a Putin piuttosto che a Trump o Obama A Netanyahu piuttosto che a Khamenei o a Kim Jong-Un. Figli di differenti, ma uguali oligarchie … uomini di potere e tigri di carta dalle quali dovremmo piuttosto liberarci, ma che finiamo per incensare. Chi scrive non sta con nessuno di loro e crede solamente nella Pace … ma forse saremo davvero troppo pochi ad essere convinti di questo e quel che vogliono succeda, succederà comunque.

Giandiego Marigo

Io resto con Corbyn e Mc Donnell. di G. Giudice

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Giudice Giuseppe

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Perché sono socialisti veri. Sono compagni seri perché hanno saputo fare una seria autocritica, Sono pienamente disponibili a farsi da parte, ma hanno dichiarato che il loro dovere è garantire che la nuova classe dirigente dovrà garantire la continuità del programma (che resta , soprattutto in una fase come questa, il più avanzato ed organico progetto per la sinistra e per la rifondazione del socialismo democratico vero (che è rottura con la le derive neoliberali dei vari establishment socialdemocratici europei (che hanno prodotto una forte caduta dei loro consensi).

Del resto, da un sondaggio la maggior parte della popolazione apprezza i vari punti di quel programma. “non siamo stati in grado , però, dice lo stesso Corbyn , di trasformare quel consenso sociale, in un consenso maggioritario al nostro partito (che comunque ha preso più di 10 milioni di voti. Ed ha anche indicato i motivi di questa mancata trasformazione. Dalla proposta (che lui stesso ha dovuto sorbire) di un secondo referendum sulla Brexit, alla difficoltà di recuperare un rapporto con quelle aree che sono state colpite dalla desertificazione industrale, che, come dice Corbyn, fu il frutto di una precisa volontà politica , già negli anni ’80, da parte della Thatcher (ed accettata poi da Blair) di puntare tutto sulla finanziarizzazione dell’economia. E comunque , rimando alla lettura dell’artcolo, del senso di impotenza di queste popolazioni che hanno subito un profondo rifiuto delle politica.

Del resto viste dall’interno , le cose sono molto più complesse da come sono viste in Italia. E come non dimenticare la campagna martellante contro la dirigenza del Labour con le risibili accuse di “bolscevismo” , antisemitismo e via discorrendo. Sulla UE. Corbyn , in diverse interviste , ha sempre espresso la sua profonda criticità verso la UE, vista come fonte delle politiche neoliberiste, di austerità e contestato la subalternità delle socialdemocrazie a tali impostazioni. Lui voleva infatti una Brexit che mantenesse l’unione doganale (insomma la vecchia Cee) e rifiutasse le regole del mercato unico.

Sappiamo che, anche tra i suoi sostenitori, come Nomentum , che comunque ha svolto un prezioso lavoro presso i giovani precari del nuovo proletariato del terziario, si voleva un ritorno nella UE nell’illusione che una vittoria laburista potesse innescare un processo di riforma profonda della UE stessa. Comunque c’è da dire che tra il 60% dei giovano dai trentacinque anni in giù ha votato Labour. E non è cosa da poco. E davanti a Johnson non vi saranno giorni tranquilli. Comunque spero ardentemente che la nuova dirigenza del Labour (e vi sono le condizioni per sperarlo) vada avanti lungo le linee indicate dal programma. Resta sempre un fondamentale punto di riferimento.

Giuseppe Giudice

Europa, la lezione delle elezioni spagnole. di P. Borioni

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Il Belgio rimasto, alcuni anni fa, senza governo e soluzioni politiche per lungo tempo poteva sembrare una patologia di una paese complesso, in cui la difficile convivenza fra fiamminghi e valloni spaccava in due tutte le famiglie politiche rendendo incerta ogni coalizione.

Il Belgio è solo l’avanguardia

La realtà, confermata quasi ovunque è che stavamo entrando allora in un’epoca in cui vacillano anche i sistemi partitici e le culture politiche più salde. La Spagna alla quarta elezione di fila senza esito, la Svezia governata in modo del tutto precario, la Germania in cui la Grande coalizione perde il 30% dei voti e quasi scompare da intere zone del paese, il UK in preda alla anarchia post-Brexit, l’Austria che consuma formule politiche in serie, la Francia oscillante fra stabilità maggioritaria e tumulti continui.

I due maggiori fattori sono la grande crisi economica di alcuni anni fa, abbinata alle dottrine economiche consustanziali alla odierna Ue: le società europee un tempo incamminate lungo la strada del rapporto stretto fra eguaglianza e mobilità sociale si stanno trasformando in società gerarchiche in arretramento.

Il “caso” portoghese

La positiva eccezione portoghese, non a caso, deriva dal “rimbalzo” posteriore a un’epoca di feroce austerità, che il governo socialista sostenuto dalla sinistra ha invertito, ricominciando (prudentemente) a redistribuire verso categorie collocate in basso. Ma è improbabile che a Costa sarà consentita la fase successiva: addurre la propria esperienza come la definitiva confutazione dei dogmi ordoliberali europei.

I socialdemocratici danesi

Anche in Danimarca sono i socialdemocratici a consentire un governo relativamente stabile, ma anche qui (pur in un quadro economicamente più che sano!) ciò è frutto di una strategia determinata a cambiare per esempio le politiche pensionistiche restrittive, la sperequazione fra comuni ricchi e poveri. Ma assieme a ciò per riconquistare i ceti operai persi verso il nazional-populismo il sindacato danese tiene duro contro un padronato che vuole risolvere ogni problema di mercato del lavoro importando nuova manodopera a basso costo, e la socialdemocrazia è pronta a cambiare gli aspetti più disumani e propagandistici della politica migratoria della destra, ma mantenendo regole restrittive. Il fine principe è “integrare i danesi di retroterra non occidentale” già presenti, non aprire a nuovi rifugiati o immigrati.

Se arretrano diritti e welfare

In Spagna il Psoe conferma che i socialisti hanno difficoltà evidenti, ma non sono più in crisi di altri. Perdono tre seggi, ma ne ottengono 120, il Partido Popular, pur avanzando di 11 seggi rimane distante a 87, aggiudicandosi molto meno di quanto perde l’altra destra (evanescente e nuovista) di Ciudadanos, che crolla da 40 a 10 seggi. Anche chi riteneva di essere la grande novità dominante, Podemos, perde ben 7 seggi (da a 42 a 35), il che solo in parte si spiega con la scissione dell’efebico, eloquente e fumosamente postmateriale Errejon, che con il suo Mas Paìs ottiene solo 3 seggi.

Avanza la destra di Vox

Ma la vera bomba spagnola è quella di Vox, un nazionalpopulismo che ben poco si differenzia da un fascismo franchista che dista solo 40 anni, dopo essere durato altri 40. Vox esplode: da 24 a 52 seggi, ma l’elemento centrale è l’intensità dell’accelerazione di un partito che a quanto leggiamo (da non esperti di cose iberiche) solo due anni fa non era presente in alcuna istituzione elettiva. Ciò eguaglia e forse sopravanza la prestazione che pareva imbattibile dell’estrema destra svedese (Sverigedemokraterna): assente dal parlamento tre legislature fa, oggi totalizza il 17%, nei sondaggi è seconda ad un punto dai socialdemocratici, e spacca la vecchia alleanza fra partiti liberal-conservatori borghesi che aveva governato fra 2006 e 2014.

Se arretrano diritti e welfare

Si obbietterà che in Spagna è la questione Catalana a rendere tutto più anomalo, ma il quadro generale sembra affermare ben di più. Senza contare che anche la Catalogna (così come il regionalismo differenziato Lombardo-Veneto) è dentro un contesto che, spaccando le società nazionali, provoca reazioni identitarie di vario tipo: le regioni più avanzate disdicono la solidarietà con quelle meno performanti, cercando così di rimanere nelle catene produttive europee del valore ai costi sempre più bassi che queste impongono.

Allo stesso modo le classi medie e operaie in difficoltà, a cui da decenni si è scolpito in testa che welfare, diritti e salari possono e devono solo arretrare, cercano almeno di escluderne “i nuovi” per non dividere con troppi ciò che hanno visto sempre più scarseggiare.

Il purgatorio della Lega

Sono questi gli elementi comuni di anomia, di incertezza, di imprevedibilità. Elementi crescenti. Ricordiamo che la nostra Lega ci ha messo 30 anni per raggiungere i livelli attuali. Nonostante Tangentopoli e, dal 1994, la scomparsa unica di un’intero sistema politico, essa ha dovuto attendere il disfarsi di una destra berlusconiana che, a vederla oggi, era qualcosa di diverso.

Si apriva ad elementi populistici (la personalità di Berlusconi, alcuni toni anti-meridionali della Lega nella fase di Bossi) ma al contempo accoglieva la “ex destra” di Fini in cammino sincero verso la normalizzazione, e si muniva largamente di una classe dirigente della “prima repubblica” tutt’altro che populista (Casini, Sacconi, Cicchitto, Pisanu) in comunicazione soprattutto con l’elettorato ancora schiettamente moderato, rimasto orfano del “pentapartito”.

L’accelerazione della Spagna

Oggi invece avanza ovunque una nuova destra che cavalca libera (è lei ad assorbire gli ex-moderati, non viceversa), e può farlo sia con nuovi partiti, sia conquistando quelli pluricentenari (i Tories britannici, i repubblicani in Usa).
A confronto con tutto ciò pare quindi che la
Spagna confermi una accelerazione inquietante verso qualcosa di più nudamente e schiettamente nazional-populista, di cui il nostro paese è parte.

Un fenomeno con differenziazioni e particolarità nazionali, regionali e locali, ma troppo esteso per essere risolto con gli aforismi autorazzisti alla Flaiano o alla Eco (il fascismo carattere nazionale, il “fascismo eterno”), con gli stereotipi antropologici (il welfare nordico generoso solo con chi è biondo e luterano) o con le nuove caricature sulla perfida Albione (gli inglesi posseduti da un destino imperiale extraeuropeo).

Rispetto per i patti costituzionali antifascisti

Occorre essere umili, tornare alla storia e vedere quali politiche e quali culture politiche rafforzano la democrazia, e quali le sono nocive. Tutto, come è ovvio, va adattato a tempi diversi, senza idoli e idealizzazioni. Ma sapendo che i mantra “da terza via” non risolvono: nessuna integrazione internazionale, europea o globale, regge se gerarchizza sistematicamente anziché includere programmaticamente, se non si riequilibra lasciando spazio alle democrazie nazionali. E se non rispetta i patti costituzionali antifascisti che esse si sono date all’epoca in cui la democrazia davvero avanzava.

Paolo Borioni

Articolo tratto dal sito Strisciarossa: http://www.strisciarossa.it/europa-la-lezione-delle-elezioni-spagnole/?fbclid=IwAR1cZZG7V1W9N1YLZEbiKe8lZwD2mAIPzgQJZZ_DzTzjWnJz5OY-mXCB0Pw

La Costituzione, il diritto e il dovere del voto, di M. Foroni

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Fino a pochi anni fa, il non esercizio del diritto di voto da parte di una cittadina e di un cittadino era sanzionato. Quando ero giovane studente liceale, ho votato per la prima volta nel 1980, ero come i miei coetanei perfettamente consapevole che se non mi fossi recato alle urne ciò sarebbe stato sanzionato.

Il DPR n.361/1957 all’art. 4 enunciava che “l’esercizio del voto è un obbligo al quale nessun cittadino può sottrarsi senza venir meno ad un suo preciso dovere verso il Paese”, e all’art. 115 che “L’elettore che non abbia esercitato il diritto di voto, deve darne giustificazione al sindaco…l’elenco di coloro che si astengono dal voto, senza giustificato motivo, è esposto per la durata di un mese nell’albo comunale. Per il periodo di cinque anni la menzione ‘non ha votato’ è iscritta nei certificati di buona condotta” tenuti presso il casellario giudiziario. Il certificato di buona condotta veniva richiesto dalle aziende al momento della domanda di assunzione, e se non si aveva esercitato il diritto di voto era inibita la partecipazione ai concorsi pubblici. Questa norma è stata abrogata (forse non a caso) nel 1993, l’anno horribilis della Repubblica, quello delle bombe di mafia a Roma e a Firenze, della abolizione della legge elettorale proporzionale disegnata dai costituenti con il passaggio alla legge elettorale maggioritaria, della discesa nell’agone politico del primo Partito mediatico della storia repubblicana, della nascita (per qualcuno) della cosiddetta seconda Repubblica, che non è mai esistita.

Ma rimane ovviamente l’art. 48 della Costituzione, c. II, “Il voto è personale ed eguale, libero e segreto. Il suo esercizio è dovere civico” rafforzato dalla sentenza n.96/1968 della Corte Costituzionale (Presidente Sandulli) dove “in materia di elettorato attivo, l’articolo 48, secondo comma, della Costituzione ha, poi, carattere universale ed i princìpi, con esso enunciati, vanno osservati in ogni caso in cui il relativo diritto debba essere esercitato”. Forse non era solo per motivazioni ideologiche che durante la cosiddetta prima Repubblica dei partiti della Costituente (che sapevano della importanza decisiva della partecipazione al voto per la tenuta della democrazia, usciti da una guerra devastante e dopo venti anni di dittatura fascista), la partecipazione al voto era mediamente al 90%.

Concetti e principi costituzionali da spiegare bene, oggi, a Viola Carofalo e a Gino Strada.

Marco Foroni

Una via intitolata non è solo un ricordo! di P. Gonzales

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La scomparsa di Giacomo Mancini ha lasciato un vuoto difficilmente colmabile da altro esponente politico meridionale e nazionale, così come la sua figura e storia politica non hanno elementi di confronto con figure di spicco del panorama politico della cosiddetta seconda Repubblica. Mi riferisco sia a parlamentari appartenenti all’area socialriformista che alle altre aree partitiche.

Giacomo Mancini ha interpretato, da attore protagonista e, spesso da regista, la storia del nostro Paese sia nel contesto politico che in quello istituzionale, economico e sociale. Ha avuto parte attiva nella resistenza e, successivamente, nella storia del meridionalismo dal dopoguerra in poi; ha interpretato in modo positivo e concreto il suo ruolo parlamentare facendo in modo che intere generazioni si misurassero con i grandi temi ed altrettanto grandi valori della vita sociale e politica.

E’ stato il primo ministro ambientalista, urbanista di grandi intuizioni ed un grande ministro della Sanità, oltre che dei LL.PP. e del Mezzogiorno!

Si è attivato, con forte senso di responsabilità, per l’affermazione delle conoscenze; per la migliore interpretazione dei bisogni e delle necessità dei giovani fornendo risposte politiche praticabili.

Non ha mai dimenticato la difesa dei meno abbienti; le regole del vivere democratico e del rispetto delle istituzioni. E’ stato al fianco di coloro che giustamente si battevano per conquiste civili e sociali più avanzate quali il divorzio e l’aborto e la sua storia di socialista cosentino si è sempre intrecciata con la storia del nostro Paese.

Ecco i ricordi più immediati che mi vengono in mente ripensando al lungo periodo di collaborazione, iniziato concretamente nel 1968 e, nel ricordarlo a distanza di tanto tempo dalla sua scomparsa, vorrei rispettare la sua figura impegnandomi nel tentativo di ragionare di politica così come mi ha insegnato a fare (tenendo sempre presente i miei limiti).

Giacomo Mancini, con il suo impegno, ha dato un senso al socialismo riformista italiano ed europeo e come sindaco socialista ed urbanista, ha fatto in modo che la nostra città di Cosenza non fosse più una “stretta città provinciale” ed ha accompagnato la cittadinanza tutta verso il suo concreto rinnovamento.

Una delle sue caratteristiche più profonde di uomo politico è stata quella di far comprendere le ragioni culturali e filosofiche dell’essere socialista ed ha fatto ciò, senza arroganza alcuna, attraverso il suo comportamento ed il suo modello di vita (che ritrovo nei suoi appunti che mi trasmetteva nel periodo di collaborazione).

Non ho mai fatto un bilancio del nostro rapporto, poiché la sua scomparsa non ha interrotto il mio dialogo con il suo modo di pensare e di vivere il suo essere politico. Ciò mi permette di poter esprimere alcune considerazioni politiche da socialista avendo sempre presente i bisogni della classi popolari (tanto cari a Giacomo).

E’ il modo migliore di ricordare la figura di Giacomo Mancini non è solo quella di rendere un doveroso omaggio ad un cittadino di valore, ma è la scelta coerente di definire con lui una fase di continuità non solo ideale ed emotiva.

La decisione dell’amministrazione di Roma Capitale è lodevole, ma l’intestazione toponomastica di una via non è e non deve essere solo un ricordo!

L’intestazione della via per noi socialisti assume il significato di dover lavorare ancora di più politicamente per poter offrire ai giovani di oggi un ricordo concreto di un grande socialista cosentino di valore internazionale.

E’ la nostra richiesta di partecipazione socialista, attiva nel confronto politico in atto nel Paese, che non deve interrompersi!

Sono certo che Giacomo Mancini ci avrebbe incoraggiato in tal senso in questa prossima campagna elettorale ed avrebbe invogliato tutti i suoi collaboratori, amici, conoscenti, pur se collocati in posizioni differenti nella stessa area di sinistra, a fare “squadra”.

Oggi, noi cosentini, siamo più orgogliosi della lodevole iniziativa di Roma Capitale e ringrazio gli amministratori, così come il Sindaco il prima persona per la decisione ed il Vice Sindaco Luca Bergamo per il contenuto del suo intervento, di alto spessore, che oggi ha fatto nella cerimonia.

La presenza di tanti compagni di base, di iscritti e la partecipazione di compagni autorevoli di fatto ha sostituito le assenze degli attuali dirigenti nazionali del PSI, certamente impegnati in attività per loro più importanti.

Un mio personale grazie a tutti i presenti ed a coloro che hanno risposto positivamente al mio invito a partecipare, così come a tutti coloro che, per ragioni più che comprensibili, hanno espresso un forte rammarico per la loro assenza.

Ma erano presenti a Via Giacomo Mancini con il cuore, con lo spirito e con una emotività che tutti abbiamo avvertito come se fossero accanto a noi.

Un grazie ancora al Sindaco di Rende che con la sua partecipazione attenta ha condiviso un momento particolare di storia non solo cosentina ed avvicina le due comunità di Cosenza e di Rende stessa.

Avverto il piacere, in chiusura di queste mie brevi riflessioni, di richiamare una delle tantissimi e illuminate riflessioni ed analisi politiche di Giacomo Mancini, quando si rivolgeva ai giovani: “La gioventù calabrese è la gioventù meno felice del nostro Paese…. È la gioventù senza giovinezza … e senza prospettiva di un dignitoso lavoro. Ai giovani i socialisti rivolgono un appello di mobilitazione e di presenza ed assumono l’impegno solenne ed immediato di non far cadere la grande e non rinviabile questione giovanile… Questo è l’impegno dei socialisti nei confronti delle elettrici e degli elettori delle classi giovanili e delle loro famiglie. Noi socialisti ci batteremo in loro favore”.

Noi socialisti e riformisti, con Giacomo Mancini alla guida, abbiamo portato avanti questo impegno negli anni, ma vista la situazione giovanile di questi tempi che non riguarda solo ed esclusivamente la gioventù calabrese, mi domando e chiedo se i prossimi candidati alle elezioni avranno pari impegno?
Una volta eletti nel ruolo di parlamentari o di consiglieri negli enti locali, si “batteranno per superare la grande questione giovanile tutta italiana” con lo stesso suo spessore culturale e con pari incisività politica?

Il destino delle comunità è legato alla capacità dei futuri governanti di incidere positivamente e concretamente per determinare le migliori condizioni di crescita e sviluppo per le nuove generazioni.

Se ciò corrisponde al vero Giacomo Mancini, è stato un politico che ha vissuto la sua vita per dare un futuro migliore (culturale, democratico, garantista e professionale) non solo a noi meridionali ma a intere generazioni del nostro Paese.

Ciao Giacomo

Paolo Gonzales

P.S. – Mi rammarico, purtroppo, di non essere stato in grado di farlo appassionare alla “pallacanestro”!