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Draghi premier, chi ha vinto? di S. Valentini

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La crisi di governo aperta da Renzi non poteva che avere come inevitabile esito quello di uno spostamento verso un assetto ancora più moderato del quadro politico, con buona pace di Leu che immaginava un patto di legislatura con il Pd, 5 Stelle, con l’aggiunta dei “costruttori”, per intraprendere politiche in grado di affrontare la drammatica emergenza della pandemia in un contesto però di ripresa economica del Paese su basi più eque.

Il patto di fine legislatura tra le tre forze politiche esce a pezzi con l’avvento di Mario Draghi. Lo scopo fondamentale della apertura della crisi era quello di determinare chi avrebbe gestito il Recovery Fund, i 209 miliardi della UE. In altre parole, per quali politiche saranno spesi e soprattutto chi saranno i principali beneficiari di questo enorme fiume di denaro. Questa ripartizione della torta deve essere definita entro aprile e si intreccia con la scadenza del semestre bianco che inizia ad agosto. Dopo si entra nella fase della elezione del Presidente della Repubblica, che dovrà essere del perimetro della nuova maggioranza di Draghi, e dell’iter per l’approvazione di una legge elettorale semi proporzionale. Due atti politici fondamentali per destrutturare il blocco delle destre. I fautori del maggioritario, del bipolarismo e dell’alternanza arricceranno – virtuosi liberali – il naso, ma questa è la strada che imboccherà il nuovo governo e la maggioranza che lo sostiene. La necessità diviene virtù in politica!

Allora vista da questa ottica la crisi è tutt’altro che incomprensibile. Del resto numerosi erano stati i segnali che si andava in questa direzione. Il più importante è stato l’imponente riassetto proprietario dei maggiori media oggi sotto il ferreo controllo dei grandi gruppi monopolistici e delle oligarchie finanziarie. Mi pare allora evidente che la crisi non è solo il risultato dell’egocentrismo di Renzi. Le scelte politiche non si spiegano con una psicologia da accatto. La posta in gioco è molto grande: la collocazione internazionale dell’Italia e il suo futuro post-pandemia. Questione resa ancora più preminente e urgente dal fatto che il Presidente del Consiglio italiano è chiamato a presidiare per il 2021 il vertici del G.20.

La sconfitta di Trump ha aperto in Occidente una fase politica nuova. La destra nazionalista e populista aveva già subito in Europa una pesante sconfitta con la nascita della “maggioranza Ursula” (quella che nel 2019 ha permesso la conferma della presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen). Questo dato politico va assolutamente evidenziato. E in Italia, dopo il governo giallo-verde del primo Conte vi è stato un riallineamento con Francia e Germania con il Conte bis sostenuto dal Pd. Le oligarchie finanziarie, di qua e al di là dell’Atlantico, non vogliono populisti e nazionalisti al governo. La stagione in cui una parte del capitale finanziario ha fatto loro l’occhiolino, per usarli al fine di dare una base di consenso a feroci politiche neoliberiste, con la elezione di Biden, si è sostanzialmente conclusa. Ci saranno indubbiamente dei forti colpi di coda, ma le forze nazionaliste e populiste sono per ora in fase discendente. Lo ha capito molto bene Giorgetti che chiede di ricollocare la Lega su una posizione moderata e filo atlantica. Ora l’Occidente, nel bel mezzo di una drammatica crisi sanitaria, economica e sociale, ritrova i suoi cosiddetti valori comuni. Ma l’economia cinese va come un treno e quindi vi è bisogno di condurre politiche nuove per competere con il colosso asiatico e i suoi alleati, in primo luogo la Russia. Ovviamente, questa nuova situazione, non favorevole all’Occidente, non risolve i problemi. Le cancellerie europee e quella statunitense sono consapevoli che non è possibile tornare agli equilibri mondiali emersi dopo l’89. Gli ultimi vent’anni hanno segnato un rovesciamento dei rapporti di forza che si sono determinati dopo il crollo dell’Urss. Il mondo è profondamente cambiato: siamo in un mondo multipolare caratterizzato dal declino statunitense come grande potenza economica. Anche l’UE, (Germania e Francia in testa) vuole dire la sua e ricercare il suo spazio per competere su scala globale con gli altri fondamentali poli dell’economia mondiale. Nazionalisti e populisti escono battuti, sconfitti, ma non per questo l’Occidente ha ritrovato la sua unità di fondo. Può sbandierare i comuni valori, ma le divisioni tra Usa e UE restano tutte e si aggravano, sono evidenti, a iniziare dai rapporti economici e commerciali da stabilire con la Cina e la Russia. La “guerra dei vaccini” si ascrive tragicamente in questo scontro politico, economico e finanziario, prima ancora di essere una emergenza sanitaria.

L’Italia non ha la storia della Francia e neppure è la Germania, locomotiva dell’economia europea. In Italia il partito trasversale atlantico e filo-americano è sempre stato molto forte e nel passato si è scontrato duramente non solo con la sinistra ma anche con le forze che puntavano decisamente all’integrazione economica europea. Il partito filo-americano, oggi rappresentato soprattutto da Renzi e forse da Giorgetti, ma anche da una parte del Pd, (si guardi la fanfara mediatica messa in piedi da Zingaretti sulla vittoria elettorale di Biden e sul mito della democrazia americana, o alle rozze campagne antirusse e anticinesi), si è però indebolito nell’ultimo periodo. Il Pd non ha una posizione strategica sulla grandi questioni geopolitiche, è appiattito sulle decisioni della Casa Bianca, condividendo molte delle scelte compiute in politica estera prima da Obama e poi da Trump, non distinguendosi da quelle più scellerate che quest’ultimo ha fatto. Il partito filo-americano si è indebolito poi anche per la massiccia presenza politica e istituzionale del Movimento 5 Stelle che ha determinato un forte appannamento dell’atlantismo italiano. Da questa situazione scaturisce la manovra degli atlantisti più intransigenti che tentano un riequilibrio che riavvicini l’Italia a Biden, il nuovo inquilino della Casa Bianca. Ma i 209 e rotti miliardi di euro e l’enorme debito pubblico accumulato in questi mesi sono garantiti non dagli Usa ma dalla Germania. Troppo spesso si dimentica questo aspetto essenziale. Ecco perché il confronto tra chi vuole una UE atlantista e tra chi invece vuole dare forza e velocità al progetto di vera integrazione è molto forte in seno al blocco politico, finanziario ed economico dominante in Europa.

Gli Usa hanno però i loro drammatici e straordinari problemi da affrontare. Biden è preoccupato dalla instabilità della situazione interna dovuta alla radicalità dello scontro politico in atto nel paese, che è spaccato in due come una mela, deve fare i conti con l’emergenza pandemica e con una crisi economica e sociale, ma anche di valori fondativi del paese, che forse non ha precedenti nella storia americana. Tale situazione lascia pochi margini e possibilità di iniziativa a sostegno degli “amici” europei. Tra l’altro la soluzione non può essere quella di stampare dollari all’infinito per fronteggiare la crisi economica. È una operazione che porta a un ulteriore indebitamento degli Stati Uniti proprio verso la Cina.

Dunque, l’Europa è costretta a fare da sola, per la prima volta dopo il secondo conflitto mondiale, deve camminare sulle sue gambe. Del resto l’UE, oltre a non avere un sostegno economico dagli Usa, come in passato (non credo che si attenuerà la guerra commerciale con la Germania anche se sarà condotta con altre modalità), deve sempre più fare a meno di uno strumento diplomatico e militare di pressione a Est e nel Sud del mondo come la Nato. La presenza di paesi come la Turchia complica e rende molto difficile l’utilizzo della Nato in chiave pro-UE, come strumento di tutela dei suoi interessi. In un mondo multipolare l’UE ha bisogno di una sua maggiore autonomia politica, economica e persino militare dagli Stati Uniti. Essere insomma amica di tutti e competere nello stesso tempo con tutti.

La crisi aperta da Renzi si sviluppa dunque all’interno di questo scenario, cioè la collocazione e il ruolo dell’Europa nel prossimo futuro che si trova ad un bivio, da un lato la visione perseguita dall’asse strategico franco-tedesco, pur tra limiti e contraddizioni, dall’altro l’antico rapporto di subalternità con gli Usa. Naturalmente lo scontro non è ancora così netto. I margini di mediazione tra le due diverse spinte sono ancora ampi. Ma il confronto è aperto e si gioca oggi una partita che potrebbe porre una forte ipoteca sulla opzione europeista. Il Regno Unito, con la Brexit, ha fatto la sua scelta e vedremo cosa succederà nei prossimi anni in Irlanda e in Scozia. Mentre la Cdu tedesca prepara il dopo Merkel in perfetta continuità con la sua politica, respingendo le posizioni di quella parte del partito che vorrebbero una politica meno europeista. La Francia, anche quando è stata governata dalle sinistre, ha sempre fatto leva sull’orgoglio nazionale francese. L’anello debole dello scenario è l’Italia.

Non è pertanto una polemica pretestuosa quella del leader di Italia Viva che ha criticato Conte per l’intestazione della delega ai servizi segreti o per la condanna troppo tiepida dell’assalto al Campidoglio degli Stati Uniti in quanto troppo legato a Trump, forse proprio tramite l’intelligence. La questione della collocazione internazionale dell’Italia non è punto trascurabile della crisi. Nella sua lettura occorre tenerne conto e solo qualche raro commentatore lo ha fatto. La richiesta del Ponte di Messina e del Mes, che in Europa nessun paese ha deciso di utilizzare, sono argomenti di pura propaganda per dare maggiore forza alla polemica politica. Draghi aveva già reso esplicito il suo pensiero a proposito e cioè che non riteneva opportuno chiederlo per non allarmare i mercati. Caso mai l’unico interrogativo legittimo è sapere se effettivamente Renzi sia un paladino della nuova amministrazione democratica americana o si è illuso di poterlo essere. Mi pare che Giorgetti abbia carte migliori da giocare. Comunque si vedrà strada facendo, soprattutto se sarà confermata la notizia che dalla Casa Bianca sarà candidato a Segretario generale della Nato grazie ad una vecchia promessa fatta da Obama. D’altronde i suoi rapporti con l’Arabia Saudita sono un indizio. In politica contano le azioni e quella compiuta da Renzi si colloca nel solco del partito filo-americano.

Il piatto principale però del confronto/scontro è il Recovery Fund, un mucchio di denaro che dovrà affluire dall’UE nei prossimi sei anni. Leggo che molti sostengono, soprattutto a sinistra, che Renzi sia una delle punte di diamante di questo disegno, funzionale al grande capitale. In questa analisi c’è del vero, ma chi sostiene che Renzi sia il maggior sostenitore di politiche neoliberiste nostrane dimentica che anche gran parte del Pd è funzionale a questi interessi, come anche qualcuno del Movimento 5 Stelle, per non parlare dei centristi o di Forza Italia e della Lega. Per essere più esplicito: quali discontinuità ha introdotto Zingaretti rispetto a Renzi? Forse il primo ha come referenti più i sindacati che la Confindustria? Certamente l’attuale segretario del Pd è portatore di una politica economica che contiene alcuni aspetti cari alle socialdemocrazie (aspetti e non nodi tematici fondamentali), ma non vi è stato da parte del Pd nessun ripensamento critico rispetto alle scelte fatte dal centrosinistra in questi trent’anni. La pandemia impone oggi un ulteriore indebitamento del Paese, ma subito dopo, finita l’emergenza, si tornerà a una politica liberista rigorosa. Il trattato di Maastricht è stato sospeso, non è stato abrogato!

Che siamo in piena emergenza lo ha capito molto bene la Germania della Merkel non adottando la stessa politica che aveva condotto nei confronti della Grecia o di altri paesi europei. Con una pandemia in corso, che ha un impatto sociale drammatico, non si è di sinistra perché vengono bloccati i licenziamenti, o perché si potenzia la cassa integrazione, o perché vengono distribuiti un po’ di bonus o sussidi. Misure analoghe sono state prese da quasi tutti i governi, compreso quello del vituperato Trump, quindi non da queste misure si distingue un governo di destra da uno di sinistra. Un governo di sinistra si caratterizza per interventi volti ad una più equa redistribuzione della ricchezza, per le politiche per il lavoro e l’occupazione, per investimenti strutturali nella economia green, per lo sviluppo di servizi pubblici essenziali: sanità, casa, innovazione tecnologica, formazione. Per questo sono convinto che la politica economica di Draghi, a differenza del governo Monti, non sarà, almeno nella fase emergenziale pandemica, segnata da provvedimenti “lacrime e sangue”. Non sarà insomma all’inizio una politica improntata alla pura austerità liberalista. Non è questa la fase che sta attraversando l’UE.

Lo scontro politico dunque che si è aperto con la crisi di governo non è tra riformisti e neoliberisti, cosa che Leu fatica a comprendere, ma muove dalla opzione di quali interessi economici e finanziari deve rappresentare la politica. C’è chi guarda agli Usa e continua a intrecciare i suoi legami con quelli del capitale finanziario americano, chi punta alla Germania, che già controlla, in modo diretto o indiretto, buona parte del tessuto produttivo del Nord del Paese, chi infine vuole fare affari, senza avere troppo lacci politici, con la Cina, ma anche con la Russia. Un groviglio di interessi insomma non riconducibili a una visione politica unitaria del blocco di forze dominanti. Un insieme di contraddizioni che la politica non riesce adeguatamente a mediare. Tutti vogliono mettere le mani sul malloppo che viene dall’UE, avendo però molto chiaro che la parte del leone nel dettare la ripartizione delle risorse non poteva essere prerogativa solo del Movimento 5 Stelle e Conte, insieme ad un Pd ondivago che non ha una visione strategica. Questo è il vero motivo che ha scatenato l’opposizione della Confindustria, della grande stampa e dei media, controllati appunto dalle oligarchie finanziarie, che da tempo lavoravano per giocare la carta Draghi.

L’iniziativa di Renzi, condivisa anche dal Pd (e chissà da chi altro nel centrodestra), partiva dalla necessità di procedere a un forte rimpasto di governo per ridimensionare la presenza nell’esecutivo del Movimento 5 Stelle poi, se ci scappava pure il cambio del premier tanto meglio, nessuno si sarebbe strappato i capelli. Ma il piano iniziale ha imboccato un altro sentiero. La manovra si è combinata con il ruolo di Mattarella che ha imposto tutt’altra piega alla crisi. Il Presidente della Repubblica e il suo fido Franceschini hanno determinato un esito non previsto rispetto agli obiettivi iniziali che si volevano ottenere dalla manovra. Molti commentatori hanno notato che il nome di Draghi è stato proposto da Mattarella appena poco dopo che Fico gli ha riferito l’esito negativo del suo tentativo di rimettere in piedi la maggioranza parlamentare uscente per un Conte ter. Ciò vuol dire che il Presidente della Repubblica stava preparando il “pacco” da giorni, lo aveva pianificato. Mattarella ha lasciato prima bruciare l’ipotesi Conte, e tutti quelli che si illudevano, in testa Zingaretti e Bettini (lo stratega!), di costruire una alleanza politica con il Movimento 5 Stelle e con i cosiddetti “costruttori”, sono rimasti con un pugno di mosche, per poi compiere un vero e proprio colpo di mano, politico e istituzionale, da Statuto Albertino più che da Carta Costituzionale, più da monarca che da presidente di una repubblica parlamentare. Al Presidente della Repubblica non deve inoltre essere piaciuta – e non si può dargli torto – la campagna acquisti di parlamentari dal centrodestra, tra l’altro solo in parte riuscita, per tentare di formare una maggioranza di governo senza Italia Viva. Un ulteriore degrado e immiserimento della politica che Leu non ha colto. Una ennesima pagina nera del trasformismo parlamentare, questa volta con l’avallo anche della sinistra.

Con estrema abilità, da raffinato democristiano, Mattarella ha azzerato le ambizioni di tutti i principali protagonisti, ma ha fatto in modo che tutte le responsabilità della crisi fossero scaricate su Renzi, che credeva di essere il grande manovratore, ma che invece è stato manovrato come tutti gli altri protagonisti della crisi. L’argomento che ha ben chiaro il Quirinale è che si debba tenere conto della Germania che garantisce il nostro enorme debito pubblico e ci mette in mano ingenti risorse finanziarie. Mi pare più propenso quindi a raccogliere le istanze del processo di integrazione europea che vengono da Berlino. Del resto una partita simile, dalle grandi conseguenze politiche, economiche e finanziarie, persino di ordine geopolitico, non poteva essere lasciata in mano a un governicchio esposto agli umori quotidiani del Movimento 5 Stelle, di Italia Viva e di un Pd senza spina dorsale. Insomma Mattarella ha fatto lo stesso ragionamento che il Pd e Italia Viva avevano fatto su Conte e il Movimento 5 Stelle. Se non ci fossero di mezzo le drammatiche sorti del Paese sembrerebbe una commedia umoristica degli equivoci.

209 miliardi dall’UE saranno dunque gestiti da un tecnocrate della finanza europea che ha solide relazioni con i grandi gruppi monopolistici, con le banche e con le oligarchie finanziarie. Saranno quindi questi poteri forti a realizzare i progetti del Recovery Fund e nello stesso tempo dare tutte le garanzie al capitale finanziario europeo che tali progetti saranno funzionali ai suoi interessi. E non a caso i mercati volano mentre l’economia reale è in agonia. Chi meglio di Draghi può garantire questa straordinaria operazione con una maggioranza di governo in cui tutti i grandi potentati hanno un posto a tavola? L’esito della crisi conferma inoltre che il sistema istituzionale e politico europeo è un sistema a-democratico totalmente dominato dal capitale finanziario. Anche la democrazia formale oramai è stata messa in discussione. Ci vogliono altre prove politiche per capirlo?

Dalla crisi escono quindi con le ossa rotte il Pd, il Movimento 5 Stelle e Leu. Renzi può salvarsi solo se i suoi amici americani gli daranno un incarico di rilievo. Si dirà: Franceschini e Mattarella sono del Pd. Vero. Ma dentro il PD molti ex democristiani sono convinti che occorra ricostruire un forte partito o schieramento neocentrista che sia il polo egemone di un governo moderato e allineato alla maggioranza che governa l’UE. Una formazione che sia l’argine principale di uno schieramento politico e parlamentare impegnato prima di tutto a sbarrare la strada a quelle destre che non intendono ridurre il loro tasso di nazionalismo e di populismo. Facendo leva sulle contraddizioni della Lega l’obiettivo è di ridimensionare il loro spazio politico. Il secondo obiettivo del nuovo polo neocentrista è ridurre la base elettorale del Pd, svuotarlo politicamente e bloccare il suo pur velleitario tentativo di inglobare in modo subalterno la sinistra. Il terzo obiettivo, infine, è impedire che la sinistra possa dare vita a una formazione influente. In questo disegno strategico quindi non c’è spazio per il Pd di Zingaretti senza arte né parte. Questo disegno neocentrista, portato avanti soprattutto dal diffuso mondo ex democristiano, è funzionale, a me pare, alla strategia dell’asse Berlino-Parigi di integrazione europea. Con Draghi si intende normalizzare il quadro politico dopo i grandi guasti determinati da bipolarismo e dal vento populista figlio illegittimo del governo Monti.

In questa prospettiva non regge la critica di chi sostiene che le risorse del Recovery Fund devono essere utilizzate per realizzare progetti qualificati se effettivamente si vuole la loro approvazione da parte della Commissione europea. In questa partita ciò che veramente conta è che i progetti siano organici agli interessi e all’espansione del capitale franco-tedesco. Dunque è necessario correre, fare presto e affidarsi mani e piedi alle oligarchie finanziarie europee. L’obbligo al senso della responsabilità della politica alla fin fine si riduce a questa urgenza posta dalla finanza. Nel 2021 si ripropone insomma, sia pur in forme nuove, il metodo politico della Dc, un partito che sapeva mediare tra le diverse spinte del capitalismo italiano, tra imprese pubbliche e imprese private. Una inedita riesumazione della prima repubblica anche se i cavalli di razza di allora oggi sono dei ronzini, con le dovute eccezioni. Una nuova maggioranza politica centrista, senz’altro amica degli Usa, almeno finché non matureranno altre condizioni dettate dall’asse franco-tedesca. Un forte polo moderato ma centrista insomma che abbia lo sguardo rivolto soprattutto ai padroni dell’UE. Draghi per condurre tale politica è perfetto!

In questo disegno c’è spazio pure per Conte come leader di una parte importante del Movimento 5 Stelle e possa raccogliere anche un po’ di elettorato deluso dal Pd, in modo che, dopo la frantumazione dei partiti attuali, solo dei pezzi marginali vadano alle destre o alla sinistra. Il lavoro di costruzione di un forte polo politico centrista attorno alla figura di Draghi è un cantiere aperto e lungo la strada è indubbio che vi saranno correzioni e assestamenti, ma la via imboccata è questa. Allora una alleanza strategica tra Leu, Pd e Movimento 5 Stelle non regge alla prova delle trasformazioni politiche in corso. In primo luogo in quanto è concepita come operazione di palazzo e non come processo unitario che dovrebbe svilupparsi a partire dai territori. Basta dare una occhiata a quello che è avvenuto in questi anni nelle elezioni amministrative, comunali e regionali, e allo stato dei rapporti tra i tre partiti nei comuni dove si vota, a iniziare da Roma e Torino. In secondo luogo perché una parte dei gruppi dirigenti del Pd e del Movimento 5 Stelle perseguono altre opzioni strategiche e non si muovono nella direzione di costruire una nuova alleanza politica che sia una riesumazione di un centrosinistra, travestito dietro a delle formule amene, magari un po’ più spostato a sinistra. Vi sono contraddizioni strutturali tali in questa potenziale alleanza evocata che impedisce il decollo politico dell’operazione, non ha sufficiente credibilità e consenso elettorale, non è né vincente né centrale.

Molti sostengono che il governo è fragile. Ha una maggioranza parlamentare composita. Ma il governo, nel fronteggiare l’emergenza della pandemia, deve fare tre cose: decidere gli indirizzi e come utilizzare le risorse del Recovery Fund in accordo soprattutto con la Germania; garantire la elezione di un Presidente della Repubblica che sia dentro a questo perimetro e prospettiva del Paese; fare una legge elettorale un po’ più proporzionale, sufficiente a smontare ulteriormente l’attuale centrodestra. E per fare queste cose i numeri di partenza sono più che sufficienti. Cresceranno con il consolidarsi dell’operazione politica. Questo è il suo compito e non ha importanza come definire il governo: maggioranza Ursula, governo istituzionale o di unità nazionale, governo tecnico o politico. La debolezza politica (ma non numerica) della maggioranza parlamentare che lo sostiene è la sua forza, anche perché a questo governo non ci sono alternative se non quella del voto che la maggior parte del Parlamento e delle forze politiche non vogliono. Ma soprattutto non le vuole il grande capitale. L’unico progetto in campo – che ha 209 miliardi di motivazione convincenti – è quello di legare ancora di più il destino del Paese alla Germania. Ecco perché il partito filo-americano non si è rafforzato e alla lunga forse è destinato a soccombere. Questo passaggio della crisi di governo conferma il declino statunitense in atto. Quando invece dei Di Bella da New York, come opinionisti fissi nei Tg, ce ne sarà uno presente tutte le sere da Berlino, forse gli italiani inizieranno a comprendere dove sta andando il Paese.

Per concludere vorrei aggiungere qualche riflessione sulla sinistra. Però ho poco da dire. Posso solo affermare che è totalmente fuori fase e forse conta poco anche per questo. Dovrebbe cogliere i processi in atto, ma non è in grado di farlo. Emergono due tendenze nella martoriata, povera e divisa sinistra, entrambe prive di consistenza politica.

La prima, del tutto politicistica, utilizza l’argomento di non lasciare il governo Draghi alle destre, come se il pericolo fosse la collocazione parlamentare del suo governo. Draghi non è di destra, semplicemente è diretta espressione del potere, quello vero, che pesa e conta. L’atteggiamento da avere rispetto governo Draghi non può essere ridotto a tattica parlamentare, spacciandola per sopraffina manovra togliattiana. Leu non è il Pci e neppure tra le sue file c’è un nuovo Togliatti. La seconda tendenza è ideologica. Si ricorda giustamente cosa rappresenta in termini di potere Draghi e per questa ragione si crede che riproporrà per l’immediato una politica economica di austerità, come fecero la Bce e l’UE dieci anni fa quando soffocarono la Grecia e misero in riga tutta una serie di paesi europei, tra cui l’Italia. Ripeto, non siamo in quella fase. Una politica liberista da adottare, dopo la fine dell’emergenza pandemica, resta una prospettiva di fondo, ma non si concretizzerà nei primi mesi del governo Draghi, anzi produrrà al contrario qualche sorpresa, spiazzando la campagna ideologica di chi denuncia, ancora prima di vedere il governo all’opera, selvagge politiche antipopolari da subito, perdendo così la pochissima credibilità che ancora vanta. Per dirla in altro modo non credo che Draghi chiederà il Mes, o che voglia sopprimere il reddito di cittadinanza (caso mai lo riformerà per farne esclusivamente uno strumento di sussidio per le famiglie più povere) e tratterà con i sindacati su quota cento e soprattutto sul blocco dei licenziamenti. Prevedo che finché il Paese sarà in piena emergenza pandemica si avvarrà dell’attuale sistema emergenziale di protezione sociale per non gettare il Paese nel totale caos sociale. Il suo compito è soprattutto preparare e impostare strategicamente la nuova legislatura che sarà quella sì di “lacrime e sangue”, garantita magari da lui come Presidente della Repubblica.

La sinistra dunque cosa dovrebbe fare? Leu intanto, invece di imbarcarsi nel governo Draghi (mentre scrivo vi è qualche incertezza di Sinistra Italiana), dovrebbe marcare una forte discontinuità politica prendendo le distanze dal governo, anche considerato che ha una modestissima pattuglia di parlamentari, del tutto ininfluente per le sorti della maggioranza. Sarebbe così più credibile per poter promuovere una iniziativa politica rivolta all’insieme della sinistra, sia verso alcuni settori del Movimento 5 Stelle che del Pd, sia verso quelle forze della sinistra fuori dal Parlamento che potrebbero essere sensibili a un processo costituente di un nuovo partito. Occorre da oggi, partendo dalla condizione data, costruire una prospettiva nuova per la sinistra. Ma non mi pare però che sia questo l’intendimento. Dall’altro lato i partitini extra-parlamentari, più o meno residuali e autoreferenziali, dovrebbero sciogliersi invece di agitarsi senza costrutto nel fare spicciola propaganda ideologica. Ma l’aria che tira, anche in questo caso è pessima. Dunque la discussione sulla necessità di costruire una forza di sinistra capace di incidere sugli scenari politici italiani ed europei è rimandata, rinviata a data da destinarsi, con molta probabilità dopo le elezioni politiche.

C’è chi evoca la ripresa della lotta sociale. Ma le tensioni sociali sono già forti, dopo un anno di pandemia, e oggettivamente sono destinate a crescere nei prossimi mesi, nei prossimi due/tre anni. Dopo una prima fase di assoluta emergenza pandemica, che durerà ancora a essere ottimisti fino all’estate, si passerà inevitabilmente al ritorno a politiche rigorose per fronteggiare l’enorme debito pubblico, ma con un piano strategico del Recovery Fund approvato e avviato e con un quadro politico totalmente diverso. Vi è una penuria di risorse che si rivela anche nel caso del Recovery Fund, se non si conduce una politica vera di ridistribuzione della ricchezza e di lotta alle diseguaglianze che naturalmente non si prende in considerazione. Nonostante l’ingente flusso di finanziamenti, dopo una corposa trance iniziale, per i prossimi sei anni non arriverà a erogare che poco più di 10 miliardi all’anno tra finanziamenti a fondo perduto e risparmi di interessi, a meno che l’UE non decida altri provvedimenti. Ben poca cosa rispetto all’enormità di una crisi che ha creato una massa immane di imprese insolventi, come ricordato proprio da Draghi. Diventa allora urgente affidare al “tecnico” l’impostazione di una politica economica fortemente competitiva e selettiva, una politica di assoluto rigore e di contenimento del debito pubblico. La questione vera è quindi la ripresa della lotta politica! Per questo ci sono le condizioni oggettive per la formazione di un nuovo partito della sinistra, ma non quelle soggettive. Una volta chiarito che il Pd non giocherà più un ruolo centrale nel quadro politico italiano e sarà nel contempo ridotto, sotto il livello di guardia, il pericolo delle destre nazionaliste e populiste, e quindi verrà meno il ricatto del voto utile, forse si realizzeranno anche le condizioni soggettive per spingere alla formazione di un forte partito della sinistra che non nasca per una politica basata su un illusorio riformismo rinchiuso dentro gli steccati di un sistema a-democratico dominato dal capitale finanziario. Nutro fermamente questa speranza, anche se per i prossimi due o tre anni non vedo all’orizzonte nulla di buono.

P.S.

Chi è Mario Draghi? Dal 1991 al 2001 è Direttore Generale del Ministero del Tesoro, dove viene chiamato da Guido Carli, ministro del Tesoro del Governo Andreotti VII, su suggerimento di Carlo Azeglio Ciampi, all’epoca governatore della Banca d’Italia. È stato confermato da tutti i governi successivi: Amato I, Ciampi, Berlusconi I, Dini, Prodi I, D’Alema I e II, Amato II e Berlusconi II. In questi anni è stato l’artefice delle privatizzazioni delle società partecipate in varia misura dallo Stato italiano.

Nel 1992, prima che in Italia avesse inizio la stagione delle privatizzazioni, incontrò alti rappresentanti della comunità finanziaria internazionale sul panfilo HMY Britannia della regina d’Inghilterra Elisabetta II. Questo episodio scatena un’accesa polemica nel dibattito pubblico italiano. Nel 2008, il Presidente emerito della Repubblica italiana, Francesco Cossiga, ricordando quest’episodio, respinse l’ipotesi di vederlo sostituire Romano Prodi a Palazzo Chigi. Cossiga affermò assai esplicitamente: <<Un vile, un vile affarista…socio della Goldman & Sachs, grande banca d’affari americana …il liquidatore, dopo la famosa crociera sul Britannia, dell’industria pubblica, la svendita dell’industria pubblica italiana, quand’era Direttore Generale del Tesoro, colui che svenderebbe quel che rimane di questa povera patria (Finmeccanica, l’Enel, l’Eni) ai suoi comparuzzi di Goldman Sachs>>. In questa Banca fu dal gennaio 2002 al dicembre 2005, quando divenne Governatore della Banca d’Italia, dove rimase fino alla nomina a quella Centrale Europea nel 2011.

Dalla campagna di privatizzazione di società come IRI, Telecom, Eni, Enel, Comit, Credit e varie altre, consegnate ai cosiddetti “capitani coraggiosi”, lo Stato italiano ricavò all’incirca 182.000 miliardi di lire. Secondo alcune stime, il rapporto debito pubblico italiano sul Pil scese dal 125 per cento del 1991 al 115 del 2001. Fu inoltre la guida della commissione governativa che scrisse la nuova normativa in materia di mercati e finanza e per questa ragione viene informalmente chiamata legge Draghi (Decreto legislativo 24 febbraio 1998 e come ben si nota, qui ci si attiene al terrore del debito pubblico, tipica concezione della scuola neoclassica tradizionale, prekeynesiana. Quindi Draghi, svendendo le imprese pubbliche, viene considerato benemerito per aver ridotto questo debito. E poi, solo alla fine del mandato alla BCE, egli si ricorda vagamente di alcune tematiche keynesiane e accenna ad una autocritica per l’austerità caratteristica di tutta la politica economica della UE.

Ci vuole tanto a capire che siamo oramai in un sistema a-democratico dominato dal capitale finanziario e dai suoi tecnocrati? Quando la politica è incapace di prendere decisioni allora subentrano loro con l’appellativo di salvatori della Patria, ma devono solo gestire, come per il Recovery Fund, un fiume di denaro per conto delle oligarchie finanziarie europee, in particolare della Germania.

Quello di Mattarella è un colpo di mano? Sì, ma non è il primo e non sarà l’ultimo. La Costituzione italiana è solo carta da sbandierare per fare retorica sull’ideologia della democrazia.

Sandro Valentini

Preparare un’alternativa a questo Governo. di A. Angeli

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Alberto Angeli 2

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C’è del tragico, nella confusa strategia del Governo per il reperimento delle vitali risorse finanziarie con le quali affrontare l’emergenza e disegnare un orientamento, un orizzonte oltre il quale condurre il paese una volta superata questa difficile fase pandemica.  Aspettando Godot, cioè che Conte si svegli, La BCE, la Banca centrale europea,  il 12 marzo ha allargato di 120 miliardi di euro il suo piano di acquisti di titoli pubblici e privati tramite l’emissione di nuova moneta (il Quantitative easing, che era già in corso con l’obiettivo di comprare 240 miliardi di euro di titoli). Il 18 marzo, il piano di acquisti per il 2020, è stato rafforzato con un nuovo programma aggiuntivo da 750 miliardi. Il programma è stato anche reso più flessibile perché è stato slegato dall’obbligo di acquistare titoli di diversi Stati in proporzione alla loro presenza nel capitale della Bce: questo le ha permesso a marzo di acquistare 12 miliardi di titoli italiani e solo 2 miliardi di titoli tedeschi. Da qui alla fine dell’anno la Bce comprerà 220 miliardi di titoli italiani, tra Btp, obbligazioni private e altri titoli. Il fondo salva stati viene finanziato con 240 miliardi. Anche il MES è stato sdoganato per affrontare questa crisi pandemica, senza condizionalità per le spese sanitarie, ma respinto con sdegno da Conte e i 5Stelle. Da 4 anni le banche private possono ottenere denaro a tasso zero dalla Bce. Dal 12 marzo le regole patrimoniali sono state allentate per favorire l’aumento del credito.

Altri sostegni sono previsti a favore dei Prestiti concessi alle imprese da Bei e Comse, la Banca europea per gli investimenti, i cui azionisti sono tutti gli Stati dell’Unione europea, la quale ha proposto la creazione di un fondo da 25 miliardi che servirà a garantire prestiti alle imprese per 200 miliardi di euro. Stop al patto di stabilità dal 20 di marzo. Con questa decisione la Commissione europea ha deciso di applicare, per la prima volta nella sua storia, la “clausola di salvaguardia” prevista dall’articolo 107 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea. Utilizzo immediato dei fondi disponibili, per cui per l’Italia significa anticipare l’impiego dei 37 miliardi ancora disponibili nell’attuale bilancio 2014/2020 sul Fondo Europeo Sviluppo Regionale (FESR) e Fondo Sociale Europeo (FSE), che le regioni e alcuni ministeri dovranno spendere entro il 2023. Il 2 aprile la Commissione europea ha lanciato il programma SURE, un fondo europeo da 100 miliardi contro la disoccupazione. Il Fondo, attraverso 25 miliardi di garanzie volontarie degli Stati membri, proporzionate al loro Pil, permetterà di finanziare le “casse integrazioni” nazionali. Sempre la Commissione Europea raccoglierà risorse sui mercati emettendo un prototipo di Eurobond (con tripla A, quindi a tassi bassissimi), che saranno a disposizione dei Paesi che hanno bisogno di prestiti con scadenze a lungo termine, come il nostro paese. Oltre ai fondi strutturali e agli strumenti di debito la Commissione propone di ampliare l’ambito di applicazione del Fondo di solidarietà Ue (strumento di sostegno ai Paesi colpiti da calamità naturali), per aiutare gli Stati membri in questa circostanza eccezionale. La misura permetterà agli Stati membri colpiti più duramente di accedere a un sostegno supplementare per un importo che potrà toccare 800 milioni e che potrà essere ampliato.

La reazione di Conte, quasi imperturbabile e fredda: “Lotteremo fino alla fine per gli eurobond”. E sul Mes: “Non è adeguato, l’Italia non ne ha bisogno. Tanto per non mettere in difficoltà Di Maio. Per il resto del governo, silenzio.  Quindi, il governo si muove alla cieca, senza un piano e al buio. Cosi nessuno, proprio il nessuno omerico, sa quanti soldi serviranno per portare il paese fuori dalla crisi e quale sia il piano del Governo per fronteggiare l’emergenza e il piano di sviluppo per il dopo, nonostante l’inflazione delle commissioni speciali, costituite allo scopo di indagare sul sistema dell’universo infinito. Come l’asino di Buridano, Conte non sa scegliere e rischia di far morire il paese.  Non mancano certo le proposte, dalla patrimoniale estesa, partendo da una fascia di reddito di 80.000€, a quella di conteggiare il risparmio privato a diminuzione del debito pubblico che, secondo lo studio apparso sul Sole 24 Ore, consentirebbe di abbatterlo per il 25% della sua grandezza. O, ancora, rivolgersi ai risparmi privati depositati o in titoli, per un valore di circa di 1800 mld di euro, con l’emissione di un Btp ad hoc, denominato titolo salva Italia, per raccogliere poche decine di miliardi da rendere quando?, con quale interesse e per sostenere quale programma? Insomma, comunque si giri la frittata, è sempre al risparmio degli italiani verso cui  guarda e si orienta l’attenzione degli economisti sicuramene della scuola del pensatore Austriaco  Friedrich August von Hayek.  Altre strade sono possibili, ma non è questo il governo dal quale aspettarci una risposta all’altezza dei problemi e delle difficoltà. Spetterebbe al PD e alla sinistra riformista farsi carico di una proposta, un progetto, al quale legare l’emergenza e disegnare il dopo, dimostrando audacia, fierezza riformista sui temi e sulle politiche da sostenere e proporre all’Europa per il futuro dell’Italia, quale unica strada da seguire per indicare ai cittadini, ai lavoratori, ai giovani, una prospettiva credibile, coinvolgendoli nella preparazione, ciascuno secondo le sue capacità e le sue possibilità, perché sentano così di avere contribuito a renderla possibile.

Alberto Angeli

La Sinistra rimetta al centro il conflitto, il lavoro, la questione sociale. di P. P. Caserta

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Quanti hanno a cuore oggi la ricostruzione di una sinistra che sia terza e autonoma dovrebbero stare attenti a non finire nel tritacarne neoliberale del movimentismo post-ideologico.

È un rischio sempre incombente, lo abbiamo visto con il M5S, lo stiamo vedendo con le sardine (anche se tra i due movimenti ci sono sia assonanze che differenze) e lo vedremo, credo, ancora in forme nuove. Non si tratta di disprezzare nessuno, ma solo di capire che non si può pensare di affidare ai movimenti post-ideologici il lavoro che è nostro. Non solo questo, in realtà. Tra le braccia di questi movimenti sono finite e finiscono molte delle speranze dei delusi della sinistra. Bisogna, allora, trovare il modo di rendere chiaro che un vasto coinvolgimento di massa non rende un movimento popolare nello scopo. I movimenti post-ideologici, figli della ritirata e della disintermediazione della politica, sono elitisti nell’essenza. Non c’è bisogno di alcuna dietrologia per affermare questo, è più che sufficiente leggerne le premesse reali. Sono movimenti organici alla polarizzazione del dibattito ideologico da tempo in essere, che riduce l”alternativa” alla falsa scelta tra un blocco nazional-populista e uno elitista, in un gioco di specchi, di legittimazione reciproca, che deve escludere una politica popolare.

Si risponde decostruendo i movimenti ma si risponde, soprattutto, essendo sinistra oltre i nominalismi, tornando nei luoghi del conflitto, mettendo al centro il Lavoro e la questione sociale, lavorando, in connessione con le migliori realtà nella scena internazionale, alla costruzione di una sinistra né populista né elitista, ma popolare ed eco-socialista.

Il fatto che la sinistra debba tornare nei luoghi del conflitto non significa che debba tornare semplicemente nei vecchi luoghi. Occorre, invece, leggere i nuovi luoghi e le nuove forme del conflitto, che è sempre in primo luogo il conflitto tra Capitale e lavoro e le cui forme mutano nel tempo. In effetti, a me pare che l’errore qui sia stato duplice: a volte la sinistra ha abbandonato i luoghi del conflitto, persino il tema del conflitto. In altri casi è tornata nei vecchi luoghi del conflitto, ma non vi ha trovato quasi più nessuno, mentre altrove, nei luoghi nuovi, la sofferenza e il risentimento crescevano, e altri avanzavano per intercettarli, rappresentarli e canalizzarli.

Questi due errori corrispondono approssimativamente alla pseudo-sinistra neoliberista e alla sinistra vetero-comunista nelle sue forme più sclerotizzate. Anche per questo c’è bisogno del Socialismo, che ha la cultura di non irrigidirsi in formule interpretative definitive e chiuse della realtà sociale. 

Il conflitto si è spostato. Le nuove forme del conflitto non sostituiscono le vecchie, vi si aggiungono. Da questo non si può prescindere e occorre riprendere il filo.

Pier Paolo Caserta

L’insostenibile leggerezza della Seconda Repubblica, di A. Valenzi

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In tutta coscienza, dopo quanto accaduto dal 2011 in poi (ma dovrei scrivere dal 1992), non sarà per Gentiloni che mi straccio le vesti.

La richiesta del voto subito è suggestiva, ma insensata.
Senza una legge elettorale equivarrebbe a votare a vuoto, sprofondando di nuovo nel caos, che stavolta sarebbe totale. Votare dopo il parere della Consulta sull’Italicum significherebbe dare ogni risoluzione di controversia politica alla Magistratura. Ed è un principio discutibile.

Gentiloni sarà alla guida di un Governo a scartamento ridotto.
Non potrà durare più di un anno (al massimo) e sarà un anno di campagna elettorale permanente, quindi non avrà la piena libertà di manovra di un Monti, di un Letta o di un Renzi che erano alla guida di Governi con prospettive di durata molto più lunghe.

Sempre ammesso poi che riesca a ottenere la fiducia in Parlamento.
Il quadro in cui si muove è fragile. Il partito di cui fa parte, il Pd, è depotenziato rispetto al Pd del 2013 e se andasse a Congresso entro quest’anno (come ci andrà, ne ha tutto l’interesse) dovrà fare i conti con quella minoranza che ha vinto al referendum.

Il Pd non è più dunque quel perno aggregativo del 2013, e questo vorrà dire che molti abbandoneranno la barca, soprattutto tra gli alleati, che cominceranno a fare i conti su come presentarsi alle prossime elezioni.

Non è una situazione “Gentiloni al posto di Renzi e tutto è come prima”. L’onda d’urto del referendum è stata dirompente, e se ne sono accorti.
Piuttosto bisognerà richiamare alla ragione il M5S, che ora più che mai ha bisogno di dotarsi di quella struttura che fino ad oggi ha rifiutato di darsi, ma che adesso diventa imprescindibile. E a situazione mutata, che cambi anche la tattica: l’isolazionismo in cui si è chiuso e che è servito in un momento in cui aprirsi non aveva senso (lo aspettavano cinque anni di opposizione), oggi il senso non lo ha più.
La coalizione referendaria del No deve ora spostarsi sulla tutela della sovranità nazionale, la cui minaccia è oltre Gentiloni.
Fermarsi alla sola vittoria, significa aver fatto un lavoro a metà.

Il Comitato del No non ha sciolto i suoi comitati territoriali, e bene ha fatto. Perché la guerra continua anche dopo la brillante vittoria nella battaglia referendaria. Sono più deboli, ma non sono finiti. Siamo più forti, ma non abbiamo ancora vinto.

Antonio Valenzi

Alcune impressioni sul voto, di R. Achilli

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achilli riccardo

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Per Renzi l’esito di questo voto è una Caporetto, con inevitabili riflessi politici nazionali: una doppia sconfitta, perché non solo perde le elezioni, ma il suo progetto di partito della Nazione che si allarga agli strati moderati e centristi dell’elettorato forzista non decolla. A Milano, che era il laboratorio di quanto il candidato renziano potesse intercettare elettorato in uscita da un Berlusconi oramai ridotto alla crisi cardiaca da pensionamento, Sala prende 11.000 voti in più soltanto grazie all’apparentamento al secondo turno di una lista ambientalista che si era presentata autonomamente.

Mi pregio solo di ricordare che non abbiamo vinto noi. Noi in questo scenario non ci siamo. Dalle amministrazioni grilline che verranno possiamo aspettarci, forse e nel migliore dei casi, un pò di retorica pauperistica e qualche provvedimento di compensazione sociale minima, più demagogica che sostanziale, in una linea che non è affatto alternativa ai cardini del liberismo economico e dell’aziendalizzazione della politica e delle istituzioni. Una confusione interclassista che probabilmente, specie in realtà molto difficili, come Roma, sfocerà nel caos e nella semi-paralisi amministrativa, oppure in una sostanziale ordinaria amministrazione senza scatti, come verificatosi in altri casi di amministrazione grillina (in città difficili, come Livorno, o Gela, o Bagheria, o Civitavecchia, ecc.). E rispetto alla quale come sinistra saremo chiamati a fare opposizione, non a cercare nicchie di utopistica collaborazione. Qui non c’è Podemos, le basi sociali del movimentismo italiano e spagnolo sono diverse, per cui il populismo italiano ha tratti strutturalmente più social-reazionari, in linea con l’umore profondo del nostro Paese.

Va anche detto che la base elettorale del M5S è radicalmente isolazionista, come i suoi leader. A Milano, Parisi non ha preso che 700 voti in più rispetto al primo turno, smentendo l’ipotesi che elettori grillini potessero essere attratti dalla presenza della Lega nella coalizione di centro destra, e dalla voglia di castigare il simbolo della Milano da bere in salsa renziana. Sono invece andati tutti quanti al mare. E questo è l’ulteriore segnale, se mai ce ne fosse bisogno, della fortissima fidelizzazione della base sociale del M5S. Un blocco che non si riesce a smuovere. E forse in chiave di referendum di ottobre è anche un bene. Ma in generale segnala la difficoltà che si avrà nel cercare di recuperare strati popolari che dovrebbero essere il riferimento naturale della sinistra, ed oramai sono consolidati in un vero e proprio blocco elettorale compatto, dentro il M5S.

Forse si incrudirà lo scontro interno al Pd, se la Sinistra Dem riuscirà a sbloccarsi, ma francamente la vedo dura che questo scontro produca risultati. Perché l’unico leader in grado di prendere le redini di questo scontro è D’Alema, atteso che gli altri, in qualche modo, sono stati troppo succubi e troppo “mediatori”, in questi mesi (e tra l’altro non hanno spessore, difficile che Cuperlo faccia grandi battaglie). E bisognerà vedere se D’Alema sarà disposto a fare questa battaglia, e che esito ne trarrà, perché se poi tutto si dovesse limitare ad una riedizione del centrismo socioliberista e riformista del blairismo all’italiana degli anni Novanta, non ne varrebbe nemmeno la pena. Ad ogni modo, entrare dentro le contraddizioni del renzismo deve essere mirato a cambiare profondamente la linea politica del Pd, non a ottenere concessioni tattiche insignificanti, come evitare l’ingresso organico di Verdini nel partito. Da questo punto di vista, nemmeno Rossi, il Presidente della Toscana che, a differenza di D’Alema, indulge favorevolmente sul referendum istituzionale, appare adeguato. L’impressione è che i primi ad essere rimasti spiazzati dalla dimensione della sconfitta di Renzi siano proprio i Sinistri Dem, troppo lenti nel cambiare posizione politica.

Andranno anche analizzate le ricadute sulla destra. La sconfitta di Berlusconi è totale, sia a Roma, dove Marchini fa un risultato modesto, sia a Milano, dove perde il candidato forzista da lui imposto. D’altro canto, Lega e Fratelli d’Italia, da soli, non vincono. Il tentativo di Salvini di attrarre elettorato grillino su Bologna riesce solo in parte: dei 31.000 voti in più presi dalla sua candidata al secondo turno, molti vengono dal bacino dell’ex leghista Manes Bernardini, che ha fatto una campagna elettorale compatibile con i temi della Lega, prendendo 18.000 voti. Altri 2.000 voti, presumibilmente, potrebbero essere arrivati dalla lista di Mirko De Carli, anch’essa su posizioni tradizionali di destra. Quindi, i leghisti che potrebbero aver votato per la candidata leghista potrebbero essere, al massimo, poco più di un terzo di quelli che hanno votato per il candidato bolognese di quel partito alla prima tornata. Gli altri elettori grillini bolognesi non hanno sentito il richiamo di un altro partito, per quanto il più vicino al loro modo di pensare, e nonostante l’endorsement ufficiale di Salvini per la Raggi a Roma, andando al mare, spiegando così l’aumento di astensionismo al secondo turno. Salvini, che oramai è a tutti gli effetti il leader della destra, avrà quindi di che riflettere, su come piegare la sua proposta all’esigenza di riassorbire un elettorato forzista, che non sembra spostarsi su Renzi, ma che è per lui fondamentale per fare risultato, posto che gli abboccamenti con il M5S non sembrano forieri di grandi prospettive elettorali.

Quindi, insomma, personalmente non vedo grandi motivi positivi per la sinistra dalla piega che le cose stanno prendendo. Al di là della soddisfazione personale di vedere Renzi sudare dentro la sua camicia. Che lascia il tempo che trova. E che ci costringe un’altra volta a guardare alle dinamiche interne del Pd, per quanto poco promettenti esse siano.

Riccardo Achilli