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Il pacifismo e le guerre. di A. Benzoni

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Alberto Benzoni

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Il pacifismo, come movimento politico organizzato, nasce, cent’anni dopo la rivoluzione francese e cent’anni prima della caduta del muro, al congresso di fondazione della Seconda internazionale. Suo nemico, il capitalismo, portato all’uso della violenza dalle sue contraddizioni interne ma soprattutto dalla necessità di contrastare, in ogni modo e ricorrendo a qualsiasi mezzo, il processo di emancipazione del proletariato. Suo fratello/coltello, l’interventismo democratico: comune l’intendimento di costruire un mondo migliore (che per quest’ultimo, si identifica con l’emancipazione dei popoli oppressi); opposti metodi da adottare che si identificano, nel secondo caso, con il ricorso alla guerra.

Tutti e due si collocano nell’ambito della sinistra e occasionalmente avranno modo di convergere (come nella seconda guerra mondiale). Come, nel corso del novecento, avranno modo di convergere i socialisti (per i quali la guerra è un male in sé) e gli altri fratelli/coltelli, i comunisti (per i quali le guerre sono giuste o ingiuste a seconda della natura delle forze in campo).

Ciò premesso i pacifisti, intendono battersi contro la guerra in tre modi: nei casi specifici impedendola e operando perché cessi al più presto; in linea generale e permanente, lottando per evitare processi, comportamenti o crisi politiche suscettibili di portare ad un conflitto aperto.

Questi i protagonisti; intorno a loro movimenti di opinione suscettibili di assumere un’identità e una forza propria; e il cui ruolo, in ultima istanza, risulta quasi sempre determinante. All’interno di un universo che ha come suo epicentro l’Occidente.

Questi i protagonisti che, dopo la caduta del muro, credono di essere arrivati al traguardo. Con metodi diversi. Ma con un orizzonte comune davanti a loro.

Trent’anni dopo i due fratelli/coltelli sono totalmente scomparsi dallo schermo. Gli interventisti democratici perché rei confessi di “pubblicità ingannevole” di progetti che con la democrazia e i diritti umani non avevano proprio nulla a che fare. I pacifisti perché incapaci non dico di intervenire ma di fare sentire la propria voce in un mondo percorso da guerre di ogni tipo e svolte con qualsiasi mezzo, nei confronti di tutti e in ogni angolo del globo; molte delle quali sull’orlo di degenerare e in modo catastrofico. Senza che nessuna, dico nessuna di questi sembri avviata a qualche tipo di componimento.

Mai come ora ci sarebbe bisogno di pacifismo e di pacifisti; ma mai come ora la loro assenza è stata così totale.

Perché? Il problema è cruciale; ma non è facile da risolvere. Né possiamo ricorrere a schemi ideologici nell’affrontarlo. Anche perché, in uno schema ideologico, ci si schiera con i buoni contro i cattivi; mentre, qui e oggi, latitano i primi mentre proliferano i secondi.

Inutile poi, per non dire fastidiosa, la solita lagna sulla “sinistra che non c’è più”. E ve lo dice uno che, su questo tema, ci sta inzuppando il pane; e da mesi. Basti dire, da ora in poi, che la sinistra sta ancora nel paese dei balocchi in cui è approdata decenni fa. Possibile, e magari anche probabile che il crescere dei pianti e delle urla la risveglino dal suo sonno beota. Ma ciò avverrà gradualmente; e non riesco francamente a vedere i suoi pallidi esponenti alla testa di un qualsiasi corteo.

Per l’intanto la protesta non ha bisogno di nessun imprimatur. Perché c’è e cresce in tutto il mondo. Ma, per diventare politicamente rilevante nella lotta contro le guerre, ha bisogno di due cose: istituzioni e/o centri decisionali cui fare riferimento; e soprattutto una sufficiente attenzione da parte della pubblica opinione. Mentre, qui e ora, non ha a propria disposizione né l’una né l’altra.

Qualche breve considerazione sul primo punto. Per sottolineare il fatto che nessuna, dico nessuna, delle grandi organizzazioni internazionale abbia espresso una sola opinione, o formulato una qualsiasi proposta, su una qualsiasi delle grandi crisi in atto. Mentre la principale di queste, l’Onu e il suo consiglio di sicurezza, ha addirittura rinunciato a riunirsi; se non altro per fare proprio l’innocuo appello di Guterres alla tregua dei combattimenti durante la pandemia.

Un fatto gravissimo, questo. E ancor più grave l’indifferenza totale che lo circonda. Due elementi che privano la protesta di una cassa di risonanza essenziale per la sua stessa esistenza in vita.

A limitare drasticamente la nostra capacità di ascolto concorrono invece una serie di fattori: alcuni ereditati dal passato; altri frutto dell’evoluzione in atto lungo questi anni; altri ancora, forse i più significativi, relativi alla radicale mutamento della natura e della portata della guerra nel momento presente.

Difficile così, in primo luogo, scendere in strada contro un pericolo di conflitto generale e devastante che abbiamo cancellato e per sempre dalle nostre menti dopo il 1989 e fino al punto di rifiutarsi di vedere i suoi molteplici segnali premonitori. E ancora, accettare il fatto, pur oggettivamente evidente, che l’America di Trump sia diventata il principale pericolo per l’ordine e per la pace mondiale, dopo essere giunti, tutti, a considerarla come il suo principale pilastro.

E, ancora, difficile guardare al mondo esterno come variabile indipendente del nostro destino dopo essersi rancorosamente ripiegati, tutti, all’interno dei nostri confini (con un provincialismo che nel nostro paese è giunto a livelli difficilmente superabili.

E, infine, e soprattutto, difficile capire che le strategie internazionali di oggi, in un mondo senza né ordine né regole, sono diventate “guerre condotte con altri mezzi”.

Non mancano certo, in questo sistema, i conflitti armati aperti. Ma si svolgono nelle periferie e per interposta persona. Mentre, ad occupare la scena sono le sanzioni, le guerre economiche, le interferenze reciproche talora eversive, i soprusi dei governanti nei confronti dei governati; le massime sofferenze per i popoli, il minimo rischio per chi le arreca. Il tutto in un contesto in cui non si danno soluzioni ai conflitti in corso ma, nel contempo, in cui i contendenti non vanno oltre certi limiti; perché superarli li sottoporrebbe a rischi inaccettabili.

Manca, dunque, in tutti questi drammi, l’incubo della “guerra che torna”; l’unico in grado di scuotere i cuori e le menti. Il che ci lascia liberi di condurre le guerre che ci coinvolgono direttamente, quelle contro il coronavirus e le sue possibili conseguenze.

Si aggiunga, a completare il quadro che le guerre, quelle in cui la gente muore non di stenti o di malattie ma perché colpita da un qualche ordigno, sono lontane da noi. E che a morire sono gli altri senza il minimo rischio personale o ricaduta psicologica per l’uccisore: perché a determinare l’esito fatale saranno bombe intelligenti o asettici droni.

Nulla, in tutto questo, suscettibile di muovere pulsioni pacifiste.

Pure la causa del pacifismo non finirà nella pattumiera della storia. Perché diventerà un elemento di una causa e di uno schieramento assai più ampi: quelli che separano i difensori di un ordine mondiale basata sulla solidarietà e quello che lo concepiscono come sbocco di una lotta di tutti contro tutti. Una partita, questa, appena cominciata; e tutta aperta.

Alberto Benzoni

L’articolo è tratto dal sito alganews.it al link: https://www.alganews.it/2020/05/03/il-pacifismo-e-le-guerre/?fbclid=IwAR2LC3yqtVwijbKfvfkKbF2rFN6kPHIR9VkntrrrLTew3xfkAV_2lYRjYXA

Antifascismo come lotta di classe. di P. P. Caserta

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Il 25 aprile, come anche il primo maggio, è caduto quest’anno in piena pandemia. Tra i due temi e le due ricorrenze esiste, come sempre, un intimo legame. Sia l’antifascismo che il Lavoro sembrerebbero, per altro, aver bisogno da tempo di una cura rinvigorente. Il 25 aprile è la ricorrenza della liberazione dal nazifascismo e momento fondativo della Prima repubblica nata dalla Resistenza. L’antifascismo non è in alcun modo negoziabile. Esiste oggi, purtroppo, un grave logorio dell’antifascismo, la cui colpa non è tuttavia ascrivibile soltanto a chi non ne riconosce la necessità, a chi disprezza apertamente la democrazia e agli anti-antifascisti, ma anche a chi sostiene l’antifascismo in modo solo nominalistico. Chi si dichiara antifascista solo perché antipopulista e “anti-sovranista” ma non ha mai mezza parola da dire sull’élite tecno-finanziaria oggi dominante (ossia, per mantenere tutti i termini di una analogia necessaria, sull’odierno ceto padronale) collabora attivamente alla condizione di difficoltà nella quale versa oggi l’antifascismo. Così l’antifascismo è diventata una delle strutture discorsive non soltanto dell’ideologia mercatista e globalista egemone nell’attuale ciclo neo /ordo-liberale, ma anche dei movimenti post-ideologici che ne presidiano gli spazi perché nulla cambi. Un esempio immediato è fornito dalle Sardine, che si dichiarano antifasciste ma non si capisce di cosa possano mai essere ‘partigiane’; o meglio, lo si è ben compreso quando sono corse dai Benetton. Antifascismo dichiarato e piena difesa sia dell’élite che dei partiti di sistema. La bibita annacquata è servita. Insomma quanto di più innocuo si possa immaginare. Occorre, invece, perché sia investito del suo significato migliore, ma anche perché ritrovi slancio (forse un ritorno al principio, per dirla con Machiavelli) ritrovare come l’antifascismo fu prima di tutto lotta di classe. Il fascismo fu, infatti, padronale e anti-socialista fin dai suoi esordi. Bisogna ritrovare come l’antifascismo fu in primo luogo lotta di classe per non lasciarne la difesa retorica a parolieri, sardine e padroni. Il fronte antifascista fu ovviamente composito e non c’è dubbio che ne fecero parte formazioni nella cui tradizione di pensiero la lotta di classe non solo non gioca un ruolo, ma rappresentò una prospettiva avversata. Tuttavia, concretamente, si toglierebbe moltissimo all’antifascismo dimenticandone la rilevante dimensione di lotta non solo di popolo, ma di classe, prima. Se oggi la vitalità dell’antifascismo appare sbiadita, ci sono molte ragioni, ma almeno una di queste dipende non dai neo/post/eternamente-fascisti in circolazione, bensì dal fatto che si è smarrita la via maestra del conflitto. Basterebbe riflettere su quanti, tra coloro che si dichiarano antifascisti, mostrano di mettere ancora il tema del conflitto in una posizione preminente. Questo smarrimento ha aperto spazi ai rigurgiti reazionari, ultra-nazionalisti, fascistodi e in alcuni casi palesemente autoritari, ma perché a monte ha lasciato campo libero al neoliberismo dagli effetti fascistizzanti. In conclusione esiste un falso antifascismo non solo delle élite, come è del tutto chiaro, ma anche di quanti sono in una condizione falsamente alternativa, in realtà di pieno supporto, con le èlite, perché si limitano a sbandierare l’anti-populismo, riduttivamente inteso come nuovo fascismo, ma hanno completamente abbandonato i temi, le pratiche e i luoghi del conflitto.

Pier Paolo Caserta

tratto dal Blog personale dell’autore pubblicato a questo link https://casertapierpaolo.wixsite.com/ilmiosito/post/antifascismo-come-lotta-di-classe

Il paradosso di Keynes. di A. Angeli

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Alberto Angeli 2

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Non siamo ancora alla catastrofe, e tuttavia i segnali sono evidenti e incontrovertibili. Tutti gli indici economici sono al negativo e sicuramente nella immediata prospettiva, senza l’aiuto dell’Europa, con la quale dobbiamo trattare e concludere un accordo, ci troveremmo al default economico e sociale e nel breve volgere di tempo, costretti ad accettare un’austerity pesantissima o usciere dall’Europa, con tutte le immaginabili conseguenze sociali alle quali seguirebbero sicuramente ricadute sulla tenuta democratica del paese. Due dati: quello della disoccupazione e a seguire della domanda aggregata, scandiscono il tempo di questa crisi alla quale il governo può sopperire indebitandosi oltre ogni immaginazione, senza indugiare su MES si o MES no, una volta accertata la caduta di ogni condizionalità. D’altro canto, la crisi epidemica ha scansioni temporali di diffusione non coincidenti con le necessità del paese di riavviare la macchina produttiva,  e l’esperienza vissuta in questi sessanta giorni di lockdown ha spinto il paese ad adottare difese che hanno inciso fortemente su tutti i settori della produzione e quindi nella formazione della ricchezza.

Tuttavia, ora si tratta di ripartire e puntare alla ripresa, allo sviluppo della produzione e alla creazione della ricchezza, dentro un disegno e un progetto di sviluppo che porti il paese nella modernità, nella green economy, nella digitalizzazione, nei nuovi processi informatizzati, insomma nella società dei Big data. Le condizioni ci sono tutte. Infatti, una volta superata l’epidemia, sarà come se il paese dovesse ripartire da zero. Spetta quindi al governo dimostrare intelligenza e lungimiranza, proprio ora che l’Europa ha accantonato molti vincoli, deliberato sostegni finanziari di diverso tipo e natura, e sembra orienta ad adottare i recovey bond, dopo che sarà costituito il recovey fund; spetta, quindi, al governo e alle forze di maggioranza  dare prova di volontà, di lucidità, di coerenza. 

Tuttavia non dobbiamo nasconderci che ci sono ostacoli non indifferenti a trovare tutte le risorse  necessarie, questo perché  il governo  non ha messo a punto alcun progetto sia per la parte che riguarda la linea di sviluppo che intende seguire per la difesa delle aziende fondamentali e delicate per lo sviluppo del paese, che per quantificare lo stock di risorse finanziarie delle quali indicare presuntivamente il fabbisogno al fine di costruire un quadro macroeconomico affidabile e perseguibile.  Nel frattempo ci sarà l’imperativo categorico del lavoro che manca e della necessaria riorganizzazione del welfare, puntando convintamente al superamento della povertà, della precarietà, del lavoro nero o sottopagato, anche inventando un nuovo sistema di redistribuzione della ricchezza. Magari anche rivedendo gli astrusi strumenti finora messi in campo  ( quota cento, reddito cittadinanza, e tanto altro ) senza un significativo ritorno di  risultati sul fronte del lavoro e della diminuzione della povertà. Certo, questa non è la classica congiuntura economica, che si caratterizza per mancanza d’investimenti e disoccupazione. E’ qualcosa di più e, per l’ordine di grandezza del disastro economico, è di più difficile.   

Per questo un breve richiamo a Keynes, il quale aveva ben presente che, in antitesi a quanto ritenuto dai teorici a lui precedenti, la situazione d’insufficienza della domanda è un duraturo fenomeno di squilibrio tra risparmi e investimenti (pensiamo alle enormi disparità di reddito e all’abbondanza di ricchezza privata, pari questa a quattro volte il debito pubblico). Nella Teoria generale del 1936, scriveva: Se il Tesoro si mettesse a riempire di biglietti di banca vecchie bottiglie, le sotterrasse ad una profondità adatta in miniere di carbone abbandonate, e queste fossero riempite poi fino alla superficie con i rifiuti della città, e si lasciasse all’iniziativa privata… di scavar fuori di nuovo i biglietti…, non dovrebbe più esistere disoccupazione e, tenendo conto degli effetti secondari, il reddito reale e anche la ricchezza in capitale della collettività diverrebbero probabilmente assai maggiori di quanto sono attualmente”. Insomma, anche scavare buche, per poi riempirle, potrebbe essere di stimolo alla ripresa. Uscendo dalla metafora, si pensi alle difficoltà per la nostra agricoltura, la quale presto si troverà a fare i conti con la mancanza di manodopera per provvedere ai raccolti; si pensi alla formazione dei lavoratori, alla quale il paese dovrà ricorre nel breve tempo e che sarà giocoforza determinata dalla fase post covid19: trasporti, scuola, luoghi di lavoro, servizi, commercio, industrie, poiché il nuovo paradigma del lavoro sarà il distanziamento, la protezione, la salvaguardia della salute. E ciò comporterà una rivalutazione delle condizioni di lavoro e degli stessi processi, delle stesse procedure, del modello organizzativo.  Ecco, scavare buche per poi riempirle ci serve per capire che nessuno deve essere di peso, che il momento nel quale tutti siamo chiamati a dare il nostro contributo e a fare la nostra parte è ora. Altrimenti, nella buca, ci cadremo tutti.

Alberto Angeli

Sveglia! di S. Valentini

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sandro-valentini 2

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Nella sostanza riscrivo un articolo che FB mi ha censurato. Voglio verificare se è così solerte di farlo di nuovo.

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In Italia dietro alle polemiche mascherine sì mascherine no, tamponi sì tamponi no, si nasconde una cruda verità: non abbiamo né mascherine, né tamponi e né sufficiente materiale sanitario, tra cui i ventilatori, per affrontare in modo adeguato l’emergenza drammatica della pandemia. L’elevato numero di morti è causato da questo terribile dato, oltre che da sottovalutazioni, carenze ed errori del nostro sistema sanitario, in particolare da quello lombardo, rispetto ad altri paesi europei come la Germania.

E’ solo responsabilità di questo Governo e delle Regioni? O non sono responsabili tutti i governi che in questi trent’anni si sono susseguiti nel Paese? Tutti hanno operato tagli alla sanità pubblica e impostato una politica di sua progressiva privatizzazione. La Lombardia di questo processo è uno degli esempi più evidenti.

Anche gli imprenditori non sono esenti da responsabilità. In questi anni hanno fatto la scelta di non produrre mascherini, tamponi e attrezzature sanitarie per fronteggiare una possibile pandemia che gli scienziati sostenevano che prima o poi sarebbe arrivata. Non lo hanno fatto in quanto i profitti di queste produzioni sono marginali: da queste produzioni non si ricavano lauti profitti. E la politica non solo non ha sollecitato tali produzioni ma addirittura ha sostenuto e coperto le scelte e le strategie dell’industria farmaceutica nella sua finalità esclusivamente di lucro. Così si è messo in discussione il primo diritto fondamentale dei cittadini: il diritto alla salute per tutti. Ora siamo costretti a importare la produzione di questi materiali sanitari dall’estero in quantitativi enormi ma è evidente che con la pandemia in atto anche la possibilità di garantirsi un numero sufficiente di questi materiali è oggi difficile e richiede tanto tempo.

Tutto il sistema con la pandemia scricchiola rischia di rotolare. Che fare? Allora avanti con la retorica. Restiamo, nonostante tutto, il paese dei poeti, dei navigatori ed ect. ect. Ma risorse sulla ricerca e sulla formazione zero! Il capitalismo italiano è – come insegna Gramsci – un capitalismo straccione. E la sua classe dirigente – e non mi riferisco solo ai politici, ma anche agli intellettuali, ai giornalisti, agli scienziati, spesso modesti poiché i migliori sono emigrati all’estero – è espressione di questo capitalismo che perpetua il suo dominio riproducendo l’antico divario, mai colmato, tra un nord sempre più nella sfera di influenza del capitale tedesco e di un sud abbandonato al suo destino. A riguardo i radicali di sinistra nostrani, spesso inconcludenti, che osteggiarono negli anni ’60 il giudizio di Giorgio Amendola sul capitalismo italiano oggi sorvolano su quel confronto e gli storici tacciono. Però con orgoglio tutti sostengono che il nostro sistema sanitario è tra i migliori del mondo e siamo la settima potenza mondiale! Ma se il coronavirus avesse avuto l’epicentro non in Lombardia ma in città come Napoli, Bari, Palermo o Cagliari, di che cosa staremmo a discutere oggi? Nella drammatica disgrazia l’Italia è stata pure fortunata.

Ora molto si discute e si polemizza sulla ripresa, in un Paese messo in ginocchio – e stava messo male anche prima della pandemia -. Si discute sulle risorse per fronteggiare l’emergenza economica e sociale e di come avviare la ripresa, sull’UE, sul ruolo della BCE, sul MES e sugli eurobond. Nonostante gli sforzi del Governo le risorse messe a disposizione sono del tutto insufficienti e date spesso a pioggia, senza un vero piano per fronteggiare l’emergenza sociale. A questo proposito la lettera inviata a tutti i prefetti dal Ministro degli Interni un po’ m’inquieta. Che occorra fare molta attenzione al rischio di penetrazioni mafiose è un giusto allarme, penso per città come Roma, Napoli, Palermo, ma anche per città come Milano. Ma che il Ministro parli nella lettera anche di gruppi estremistici che potrebbero far leva sul grave disagio sociale per creare problemi mi lascia molto perplesso. A chi si riferisce? A gruppi fascisti? Allora lo dica! Se domani, in una fabbrica qualunque, ci dovessero essere degli scioperi spontanei – come già è avvenuto – perché gli operai non si sentono tutelati da un padrone che non prende le necessarie misure di sicurezza, questi lavoratori sono degli estremisti da perseguire? E se cresce di tono e di intensità, soprattutto nelle grandi periferie urbane, la protesta sociale dei più deboli e dei più esposti alla crisi economica e sociale la risposta dello Stato è di garantire la tutela dell’ordine pubblico con misure di polizia? Esagero? Spero di sì, ma questa lettera un poco mi preoccupa.

Vado all’Europa o meglio all’UE. Questa Unione è stata costruita, come disse Altero Spinelli, sulla sabbia, cioè come unione monetaria e basta e senza che la BCE diventasse la banca centrale della stessa unione. Infatti la BCE è il punto di incontro degli interessi delle oligarchie finanziarie e delle banche. Dei suoi indirizzi non risponde al Parlamento europeo, che non ha nessun potere, e neppure risponde alle volontà politiche dei singoli Stati. Si giudica un grande successo la sospensione della parità di bilancio ma nessuno ricorda che questa scelta della politica del rigore neoliberista fu messa addirittura nella Carta Costituzionale. La sospensione della regola della parità di bilancio è già qualcosa, ma dopo, superata l’emergenza sanitaria, che ne sarà di questa regola? Si tornerà alla politiche di rigore? E chi pagherà l’enorme debito pubblico accumulato, tra l’altro in una fase di drammatica recessione? Si fanno polemiche, anche molto aspre, su MES e Eurobond ma nessuno indica un’altra strada, alternativa a questa UE, cioè alla costruzione degli Stati Uniti d’Europa con politiche economiche e fiscali, comuni, con uno stato sociale non frantumato, ma rafforzato, qualificato e comune, a iniziare dal sistema sanitario. Gli Eurobond si ottengono se si lavora per questa prospettiva, se si superano le politiche neoliberiste imposte dal capitale finanziario; senza un’azione politica efficace gli Eurobond diventano una bandierina propagandistica per nascondere una dura verità: l’UE altro non è che l’asse Berlino-Parigi, espressione del dominio invasivo del capitale finanziario e l’Italia di questo asse è un vassallo.

Se è vero che con la globalizzazione, iniziata con la fine della convertibilità del dollaro in oro, ha come tratto fondamentale la trasformazione della moneta da strumento di scambio a merce, anzi è divenuta la merce più pregiata, per cui l’attività di vendere e compare moneta è molto più redditizia del vendere o compare merci, si è passati, almeno in Occidente, a una nuova fase del capitale, che si riproduce molto di più velocemente con le transazioni finanziarie speculative e non più con la tradizionale attività produttiva. Allora o l’Occidente supera questa fase del capitale o il rischio del suo declino, soprattutto qui in Europa, sarà inarrestabile. Aumenteranno le diseguaglianze sociali, saliranno le tensioni sociali e un ristretto manipolo di persone deterrà sempre di più una immane ricchezza. E dal punto di vista dei beni materiali e delle risorse energetiche strategiche sarà sempre più dipendente dall’industria cinese, molto sofisticata e tecnologicamente avanzata o dalla Russia, che con la Siberia detiene all’incirca il 50 per cento delle risorse energetiche strategiche del pianeta.

Ecco perché la pandemia in Occidente da emergenza sanitaria rapidamente si sta trasformando in una terribile crisi economica e sociale. E i primi paesi che rischiano di rimetterci le penne in Europa sono quelli mediterranei, come Portogallo, Spagna, Italia e Grecia. Non è in discussione la democrazia. Da tempo siamo ormai in Europa in un sistema politico sempre meno democratico e sempre più a-democratico, in cui chi conta, chi prende le decisioni politiche ed economiche vere, non sono i politici, ridotti a essere dei tecnici che devono solo amministrare e gestire il presente e quello che offre, ma sono i manager dell’alta finanza, le banche, persone non elette da nessuno ma semplicemente designate o cooptate che quasi sempre sono in ombra, dietro le quinte, insomma sono i Draghi.

Ma il coronavirus ha riproposto con durezza – e qui vengo alla frase per cui forse FB mi ha censurato – anche il conflitto sociale, la lotta di classe che nell’89 troppo sbrigativamente si era data per morta in nome di un capitalismo che avrebbe garantito a tutti un futuro di pace, di benessere e di progresso. La lotta di classe si manifesta oggi in tutta la sua forza. Mi si può censurare ma così è, ed è un processo in atto che nessuna censura o stucchevoli retoriche possono fermare e che si ripropone, anche se i media, i politici e l’intellighenzia non ne parlano. Ma per trasformare la protesta sociale in azione politica per la trasformazione della società, per liberarci una volta per tutte dalle politiche neoliberiste e guardare avanti, al futuro, a una prospettiva socialista, occorre costruire un soggetto politico della sinistra all’altezza della fase. Insomma che raccolga il disagio sociale trasformandolo in iniziativa politica, in lotta di classe appunto. Allora sveglia! È ora di riprendere la partita, di spezzare i lacci e i laccioli del pensiero liberaldemocratico in tutti questi anni subalterno alle dottrine e alle pratiche neoliberiste.

Sandro Valentini

Il colpo di stato di Orbàn. di A. Angeli

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A coloro che verranno ( Bertolt Brecht )

Davvero, vivo in tempi bui!

La parola innocente è stolta. Una fronte distesa

vuol dire insensibilità. Chi ride,

la notizia atroce

non l’ha saputa ancora.

Quali tempi sono questi, quando

discorrere d’alberi è quasi un delitto,

perché su troppe stragi comporta silenzio!

E l’uomo che ora traversa tranquillo la via

mai più potranno raggiungerlo dunque gli amici

che sono nell’affanno?

 

È l’incipit della lunga e bellissima poesia che inizia: “ Davvero, vivo in tempi bui!”, in cui il riferimento alla dittatura hitleriana è palese. Dittatura che non solo portò alla morte di milioni di persone nei campi di concentramento, ma costrinse molti artisti e scrittori a scappare dalla Germania, tra cui lo stesso Bertolt Brecht. La poesia risale, infatti, all’esilio danese di Brecht e allo scoppio della seconda guerra mondiale nel 1939. Nella seconda parte della poesia possiamo leggere la ribellione contro il regime hitleriano, pur essendo egli cosciente di non poter ottenere grandi risultati. Tuttavia, nel prosieguo del testo, l’autore  esprime l’intima soddisfazione e orgoglio per essere riuscito a minare l’autorità dei potenti. L’ultima parte della poesia manifesta l’appello alla coscienza e alla lotta democratica rivolto alle generazioni future, con la speranza che riescano a portare a termine la lotta contro le ingiustizie e le discriminazioni iniziata dai loro padri.

A noi la notizia è stata data, l’Europa ha come socio un governo fascista: Viktor Orbàn, primo ministro dell’Ungheria si è fatto attribuire pieni poteri dal parlamento, nonostante la forte contrarietà dell’opposizione.  Scopriamo così che Il virus Covid19 contagia anche le fondamenta della democrazia rappresentativa e parlamentare, fino a indebolirne le funzioni costituzionali, poste sotto condizionamento dalla necessità di una rapida risposta all’epidemia, determinando così uno stato di emergenza che favorisce il rafforzamento dei singoli governi. Un fatto inedito, che impone l’annichilimento di ogni afflato alla libertà e mobilità, motivato e giustificato dall’inderogabile necessità sanitaria che impone l’adozione di misure e provvedimenti di isolamento e distanziamento dei cittadini, obbligati al rispetto del lockdowm. Forzando questo stato di necessità , che pur deve comunque attivarsi nel rispetto delle prerogative del Parlamento, il primo ministro Ungherese, ottenendo i pieni poteri dal Parlamento Ungherese ( dalla sua maggioranza: 138 si contro 53 no ) ha completato il ciclo autoritario, da tempo in corso di sperimentazione, sfidando  le norme dell’Europa in materia di democrazia e di rispetto delle minoranze. I quattro di Visegrad:  Ungheria, Polonia Repubblica Ceca e Slovacchia, da tempo si sono posizionati su un terreno di sfida alla storia democratica dell’Europa.

Con il colpo di stato di Orbàn, il disegno di una balcanizzazione sovranista dell’Europa muove i primi passi, offrendosi quindi come punto di riferimento per i sovranisti dell’Europa. Da noi, i sovranisti di casa, Meloni, Salvini, ( FI o Tajani non si è pronunziata ) non hanno certo perso l’attimo, manifestando immediato intesse per il colpo di stato compiuto dal camerata Orbàn, mentre si sbracano contro i provvedimenti di Conte, con i quali è imposto il lockdowm agli italiani per combattere efficacemente l’epidemia del covid19 , una risposta dall’Europa è dovuta, rapida e decisa: Orbàn deve essere espulso dal consesso Europeo e rivolgere un deciso richiamo agli altri  rimanenti soci del gruppo di Visegrad: cancellare tutti i provvedimenti autoritari  adottati e in netto, chiaro contrasto con la tradizione democratica dell’Europa.  

 Alberto Angeli

Ti sarò sempre grato compagno Corbyn. di G. Giudice

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E’ forse destino della sinistra socialista, la sconfitta. Ma una sconfitta che è venuta in seguito ad un periodo, in cui idee e fatti concreti si sono realizzati ed hanno lasciato il segno. Lo è stato per gli austromarxisti, per G.H,Cole , Bevan, Benn in Inghilterra, per Lombardi in Italia. Ma voglio comunque esprimere la mia profonda gratitudine a Jeremy Corbyn, un compagno , che ha avuto una coerenza ed una fedeltà agli ideali socialisti, trovandosi in minoranza , anche momenti più difficili. Un esempio non solo per socialisti. Ed il grande merito di aver operato una rottura non solo politica , ma anche psicologica , con quelle derive di destra neoliberali (che tanto piacevano a molti postcomunisti e postcraxiani, nonché a Repubblica) di piena subalternità al finanzcapitalismo. Corbyn , dato per out-sider vince in modo netto tre congressi del Labour Party, nel 2015, nel 2016. E’ l’oggetto di attacchi forsennati di tutto l’establishment economico , politico e finanziario e dei mezzi di comunicazione ad essi legati. Quale quello odioso e falso di antisemitismo, solo per sua forte ed intransigente critica alla politica colonialista del governo israeliano (mentre l’Europa taceva). Odiato perché attaccava la politica criminale della monarchia saudita verso lo Yemen e la condanna ai governi europei (compreso quello inglese) di vendere armi ed aerei ai sauditi. Accusato di estremismo, quando il suo programma economico e sociale era proprio di una socialdemocrazia radicale ma innovativa. Riuscì a prendere il 40% alle elezioni del 2017 su questo programma. Poi abbiamo avuto una fase molto convulsa (e di cui abbiamo parlato a lungo) ….la questione della Brexit. Su cui nel partito c’erano posizioni articolate, da quelle eurocritiche di Corbyn e Mc Donnell , favorevole ad una soft brexit, a quelle più pro-ue che non erano certo limitati ai blairiani, piccola minoranza (alcuni anche usciti dal partito) , ma anche a settori che condividevano in larga parte il programma di Corbyn. Ma certo lo stesso Corbyn era contro la Brexit dei conservatori, finalizzata a fare della GB una colonia USA. E ci sono stati momenti molto difficili di cui abbiamo parlato a lungo e non mi dilungo, nel gestire una situazione complessa con una coperta troppo corta ec in cui è difficile non commettere errori. Certo il Labour ha subito una sconfitta. Ma su un programma fortemente riformatore ed ambizioso ha preso il 32,5%, 10 milioni e mezzo di voti (più di quanti ne prese Blair nel 2005). Non so quale partito della sinistra in Europa è in grado di giungere neanche ad un terzo di quei voti. Certo Corbyn ha accettato la sconfitta, ha evidenziato anche i suoi errori e però ha fornito anche una spiegazione di essa. Ed è rimasto in carica per il tempo necessario per trovare un nuovo leader. Che Keir Stammer (che ha scelto come vice Angela Rayner) potesse essere il nuovo leader era dato per scontato. Ora , non ho molte informazioni , ma avendo letto interviste del nuovo leader ed articoli su Stammer, credo sia profondamente errata l’idea di considerarlo un blairiano. E’ stato contro la guerra in Iraq, Diciamo che nel Labour ha una posizione definibile di centro-sinistra. Ha dichiarato che manterrà punti qualificanti del programma come quello delle socializzazioni, si è dichiarato convintamente socialista. Il suo più grande difetto : essere troppo pro-ue. E comunque la sua vice Angela Rayner è della sinistra (anche se non proprio blairiana) , viene da una famiglia poverissima ed è fortemente impegnata a recuperare il voto operaio nel nord-est inglese. E comunque Stammer e la Rayner se la dovranno vedere con il dramma di questa terribile pandemia. Ma la mia nota è dedicata al compagno Jeremy. Perchè ci ha acceso una speranza. E dopo questa terribile prova a cui è sottoposta l’umanità, la speranza socialista dovrà rinascere; alternativa sarebbe peggio della barbarie.

Giuseppe Giudice

L’Europa di fronte al Covid19: ovvero l’ultima sfida a sostegno del sogno Europeo. di A. Angeli

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Dieci giorni per una proposta o l’Italia farà da sola”, è quanto ha dichiarato Conte al termine del Consiglio Europeo dei 27 durato oltre sei ore, e terminato con l’intesa a risentirsi tra due settimane, dando l’incarico alla Ursula Von der Leyen e Charles Michel di presentare proposte capaci di dare serie risposte all’emergenza economica e finanziaria e alla stabilità all’Europa.

Come un giocatore di poker Conte ha giocato le sue carte. Un bluff o l’ultima chance per la tenuta dell’Eurozona? Per scoprirlo dobbiamo pazientare e attendere che gli incaricati assolvano il loro compito predisponendo le proposte da sottoporre al Consiglio Europeo. La richiesta di Conte è paragonabile a un piano Marshall, un intervento finanziario straordinario per grandezza e importanza, che prescinda da ogni condizionamento, e a tale proposito ha dichiarato: “Come si può pensare che siano adeguati a questo shock simmetrico strumenti elaborati in passato, costruiti per intervenire in caso di shock asimmetrici e tensioni finanziarie riguardanti singoli paesi?”, avrebbe chiesto Conte ai leader Ue nel corso del Consiglio europeo. “Se qualcuno dovesse pensare a meccanismi di protezione personalizzati elaborati in passato allora voglio dirlo chiaro: non disturbatevi, ve lo potete tenere, perché l’Italia non ne ha bisogno”, ha aggiunto. Conte ha chiarito che nessuno pensa a “una mutualizzazione del debito pubblico. Ciascun paese risponde per il proprio debito pubblico e continuerà a risponderne”.

Insomma, è richiesta un’azione senza precedenti, veloce, coordinata a livello globale sui fronti della crisi sanitaria, economica, per salvare vite, preservare la struttura produttiva e sostenere le famiglie, garantire un reddito a chi momentaneamente ne è sprovvisto, senza distinzione di categorie e di professione. Questo stato di cose ci induce a porci la domanda: se quest’Europa è nella condizione politica per affrontare il cambiamento che la situazione ineludibilmente imporrà sia messa in atto, affinché l’Europa possa sopravvivere. 

Al momento possiamo prendere atto di cosa è l’Europa: un arcipelago di varie lingue e culture, una pluralità di popoli e nazioni, con costumi, ambizioni, caratteri spesso concorrenti; le stesse leggi dell’economia e del diritto, le prospettive politiche e le leggi civili, si differenziano concorrenzialmente.  Ciò che le avvicina e accomuna nel cammino è astrattamente identificabile con le banche, la moneta, la burocrazia. Un livellamento burocratico cui è affidato il controllo delle istituzioni democratiche.

Insomma, concettualmente, questa Europa si configura come un’associazione dei mercati, che si specchia nello scenario capitalistico dentro il quale l’individuo è sospinto verso una rassegnazione subordinata ai rapporti produttivi e di signoraggio economico, che lo spirito della storia manipola come un’arma letale. Su questo terreno nessuna narrazione democratica può sopravvivere, e il vuoto d’interesse che si manifesta proietta ai nostri occhi una sorta di afasia sulla quale riposano i sentimenti inespressi e incompleti di ogni individualità. Eppure, il vuoto ci sta di fronte: nessun soggetto rivoluzionario, nessuna responsabilità oggettivante e ideale si appalesa, sulla quale almeno tentare di costruire un progetto trasformatore dell’esistente. A questo proposito non può sfuggirci la sacralità monacale della pervicace burocrazia che alimenta il globalismo in cui l’Europa soggiace; cosi che la finanza diviene un simbolo, come L’Efeso di Crizio è venerata la BCE, e tutte le emozioni e le passioni, che speculano su un mondo alternativo a quello attuale, devono ripiegare a favore dell’assolutismo monocratico governato dal caleidoscopio degli stilemi democratici dei 27 paesi Europei.

Per questo, gli occhi di molti, L’Europa si presenta come un grande palcoscenico sul quale recitano umani senza testo, la cui recita si subordina all’autoreferenzialità classificatoria, uno spettacolare ciclotone economico-finanziario che trasforma tutto, uomini e cose, aspirazioni, in particelle senza relazione, prive del vissuto, a cui per sopravvive la canonizzazione dell’interesse, del mercato condizionato, del merito certificato, tutto è riassunto dai superbi scenografi detentori del vero potere della recita istituzionale dell’Europa, vale a dire quei Paesi che hanno ritenuto non adattabile al loro copione la recita sostenuta da Conte e dagli altri Paesi dell’area mediterranea.

Quanto accaduto ci svela che siamo alla presenza di un nuovo incipit teorico: la commutabilità dello spirito europeo in valore monetario e della solidarietà in una donazione concessa dal potere democratico amministrato dalla plutocrazia sovranazionale. Allora non ci si deve meraviglia se il cittadino averte di sentirsi solo, un’“ atomista della solitudine” seguendo un’espressione di Hegel, e questo nonostante l’economia si definisca liberale, un universo di possibilità, pronta a esaltare l’uguaglianza de facto. Mentre la realtà ci rivela che viviamo nel parossismo del falso; poiché, si, tutti uguali, ma tutti separati, in un magma sociale privo di coscienza e senza un orizzonte e in lotta per mantenere le proprie posizioni consumistiche e di benessere.

Presto quindi vedremo se Conte ha bleffato o se saprà resistere e imporre un cambiamento di metodo, di pensiero, di prospettiva per l’Europa. E’ il momento della prova, occorre procedere decisi, risoluti e cogliere questo momento per cominciare a ripensare ad una nuova Europa. 

Alberto Angeli

Anche i call center nella terra di nessuno. di G. Sbordoni

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Eccola, un’altra storia dalla terra di nessuno. All’orizzonte c’è la trincea del Coronavirus e fa davvero paura. La vediamo dalla nostra trincea, scavata tra il divano e la cucina. In mezzo c’è quella striscia, totalmente esposta al nemico, e persino al fuoco amico. Il virus famelico è pronto ad aggredirla, i decreti del governo, almeno fino a questa mattina, hanno deciso di sacrificarla. È la terra degli operai, che ieri hanno protestato e scioperato dappertutto. È quella di altre categorie escluse dall’ultimo decreto, pur se il loro lavoro non salva vite e non è fondamentale per la sopravvivenza della comunità. Carne da macello ripetevano indignati in molti ieri, mentre incrociavano le braccia davanti alle fabbriche.

Nel caso degli operatori di call center, carne da macello completamente disarmata. Nella storia che stiamo per raccontarvi, infatti, non trovano posto i simboli per eccellenza della lotta al Covid-19: la mascherina, il metro di distanza e il lavaggio frequente delle mani. La prima, per chi lavora al telefono, potete immaginarlo, è di fatto impossibile da indossare. Il secondo, fino a pochi giorni fa, non era stato concesso e i lavoratori continuavano a darsi da fare spalla a spalla, a decine nello stesso open space. Il terzo, considerando i ritmi serrati (tre pause in otto ore) è di fatto un’utopia.

E allora seguite il filo del racconto, anche se non è facile dipanarlo, perché chi ha deciso di portarlo alla nostra attenzione, persino in questi tempi bui di emergenza globale in cui tutti temiamo di ammalarci gravemente, rischia ritorsioni e ha chiesto di restare anonimo e che non venisse citato il nome dell’azienda. Siamo al Nord, dove da tempo hanno familiarizzato con il concetto di zona rossa. Eppure, in questo grande call center ancora ieri mattina tutto continuava come niente fosse o quasi.

La prima frase dell’intervista telefonica, per noi che siamo responsabilmente chiusi in casa, è tutta un programma: “Tra un po’ mi devo preparare per andare al lavoro”. Ma che cosa fai esattamente? “Customer care per i clienti di un’azienda di telefonia. In sintesi, rispondo a domande tipo: quando finisce la mia promozione? Quanto credito ho? Quanti giga mi rimangono? Dovrei ricaricare”. Non salvano vite umane, insomma. Cerchiamo, tuttavia, di restare neutri, di capire anche che milioni di italiani chiusi in casa possano aver bisogno ancor di più di un servizio di assistenza di questo genere. Ma non potete, almeno voi, lavorare da casa, almeno in questa emergenza? “Assolutamente sì, basta un pc, non abbiamo bisogno di particolari attrezzature”. E allora che cosa ci fate ancora al lavoro? “Non riesco a capirlo. L’azienda aveva millantato responsabilità sociale in pubblico, annunciando l’intenzione di metterci in telelavoro. Peccato che il giorno dopo tale annuncio ci hanno chiamato in piccoli gruppi, insieme con i team leader, per chiederci di tenere duro, perché siamo un’azienda di servizi e dobbiamo restare sul posto”.

Ma qualche regola, a voi avanguardia del contagio, ve l’avranno pur data. “Fino alla settimana scorsa eravamo seduti uno accanto all’altro in open space. Soltanto quando l’allarme è salito di livello, hanno imposto il distanziamento di un metro”. E i dispositivi di protezione individuale? “La mascherina, lavorando al telefono, è impraticabile. I guanti se li è portati chi ci ha pensato. A un certo punto, però, hanno munito ogni postazione di carta assorbente e gel igienizzante: quando arrivavi dovevi disinfettare gli strumenti”. Tutto qui? “Ci hanno detto di lavarci spesso le mani”. E lo hai potuto fare, considerando la fama dei vostri ritmi? “Io sono full time, 8 ore. Faccio 15 minuti di pausa dopo due ore, poi, dopo altre due ore la pausa pranzo, poi, dopo altre due ore, altri 15 minuti di pausa”. Quindi al massimo te le puoi lavare tre volte, le mani. Ti posso chiedere quanto guadagnate? “I full time, 1.200 euro. I part time a 30 ore, circa 1.000”. Perché hai deciso di raccontarcelo? “Volevo che venisse fuori il modo in cui ci trattano. Ma temo che se mi scoprono me la facciano pagare, negandomi ferie o permessi o peggio”.

Nel pomeriggio il nostro testimone ci ha detto che l’azienda ha deciso, finalmente, di attivare lo smart working. Con un ritardo inaccettabile, che potrebbe costar caro in termini di contagiati, in un territorio come quello del Nord Italia, in cui le strutture ospedaliere sono al collasso e i posti liberi in terapia intensiva ridotti all’osso. Anche in questa triste storia del Coronavirus, il filo rosso della condotta padronale resta il massimo ribasso, in termini di spesa, di diritti, di salute e sicurezza, di considerazione per il lavoratore. Che continua a strisciare nel pantano della terra di nessuno, lasciato senza riparo da questo capitalismo disumano.

Giorgio Sbordoni

Tratto dal sito rassegna.it al link https://www.rassegna.it/articoli/anche-i-call-center-nella-terra-di-nessuno

Il modello cinese. di S. Bagnasco

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Oggi, in tanti considerano il “modello cinese” come vincente per affrontare l’emergenza sanitaria.

Fino a poche settimane fa, la Cina era un lontano paese asiatico saldamente ancorato agli stereotipi di noi europei che non sappiamo guardare alle trasformazioni della Cina avvenute in soli sette decenni.

Poche settimane fa consideravamo il COVID19, come adesso lo chiamiamo perché “coronavirus” sa poco di scientifico, un problema cinese e del lontano mondo asiatico dove si mangiano topi vivi e vi invito a non considerarla una battuta da uno Zaia qualsiasi, perché riflette un diffuso atteggiamento mentale.

Sia come sia, la Cina è passata in sette decenni dalla fame e da un’aspettativa di vita intorno ai 40 anni ai 76 attuali; oggi la Cina è il secondo Paese per PIL al mondo e sta combattendo una battaglia formidabile per salire la classifica del PIL pro capite, dove occupa tuttora l’85° posto.

Ma cos’è il modello cinese?

E’ la capacità di costruire in pochi giorni un ospedale? E’ la capacità di prendere decisioni rigorose in poco tempo? NO! Tutto ciò è il prodotto del modello cinese, non è il modello cinese. Il modello cinese si basa su un’economia pianificata, su un forte controllo sociale, su una formidabile attualizzazione dell’antico mercantilismo cinese che porta la Cina a essere protagonista di un sistema di “cooperazione” in Africa (di cui il mondo si disinteressa, nonostante gli evidenti aspetti negativi di questa moderna colonizzazione), a modellare una nuova geopolitica mondiale con la Via della Seta, a essere protagonista nelle politiche spaziali internazionali sbarcando non sulla luna ma sulla “faccia nascosta” della luna, quella che non vediamo mai.

E’ da qui che deve partire il confronto tra modelli.

La Cina, a differenza dell’Occidente, vale a dire di USA, Canada, UK e UE, può prendere decisioni importanti e drastiche senza scatenare il panico nei mercati e senza scatenare la guerra tra fazioni politiche sull’entità degli interventi economici, sugli scenari recessivi, sulle responsabilità dell’UE, su aperte e violente critiche nei confronti di Lagarde, Macron, Boris Johnson, Trump …

Inutile guardare al “modello cinese” se ci tappiamo gli occhi per non vedere le differenze tra Europa e Cina. Differenze che mai ci consentiranno di adottare il modello cinese.

Allora? Allora serve intelligenza e orgoglio per la nostra storia e le nostre specificità.

Il nostro modello dovrebbe farci comprendere che quando siamo sereni e ci dedichiamo agli apericena … dovremmo approntare protocolli e piani minuziosi per affrontare le emergenze sanitarie … che non esistono giacché sappiamo che arriveranno, mentre ignoriamo quando arriveranno e che sembianze avranno, ma possiamo intuire le criticità che possono determinare agli organi vitali. Se avessimo questi piani e la popolazione fosse educata a queste emergenze, come dovrebbe avvenire per gli incendi, le catastrofi naturali, gli incidenti nucleari, i disastri chimici … allora ci sottrarremmo alle polemiche politiche, agli indugi per paura di perdere il consenso, alla stupida mediazione tra posizioni politiche … come se l’emergenza sanitaria fosse una causa civile.

Noi abbiamo strumenti e mezzi di gran lunga superiori a quelli cinesi, ma non ne siamo consapevoli perché disprezziamo la grandezza delle nostre malconce democrazie, che affossiamo invece di solidificarle.

Il modello italiano e europeo ha potenzialità formidabili: spetta a noi decidere di attuarle … e per farlo dobbiamo pensarci in tempi di bonaccia.

In Europa abbiamo una diffusa cultura solidaristica, estranea alla cultura americana, questo ci offre condizioni di partenza ottimali per attrezzarci per tempo a fronteggiare le emergenze sanitarie.

Saremo capaci di comprenderlo? Impareremo qualcosa da questa situazione che viviamo con apprensione o ci limiteremo a un brindisi e a una collettivo “l’abbiamo sfangata anche questa volta”?

La decisione spetta a noi.

Sergio Bagnasco

La gaffe di C. Lagarde. di A. Angeli

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Ma è stata proprio una gaffe, la frase di Christine Lagarde “ la BCE non è lì per contenere lo spread”, oppure. Oppure, come si dice, pensare male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca. Una frase che giovedì 12 ha fatto precipitare i mercati europei, che hanno avuto un crollo mai segnato nella storia, soprattutto Piazza Affari piombata a un meno 17%, bruciando 84,2 mld di euro. Da parte dei tanti osservatori economici e finanziari, ma soprattutto del Copasir,( Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica) son state espresse parole di  sbalordimento e preoccupazione ( meglio dire sospetto ), tanto da chiedere alla Consob di fornire i dati sugli scambi. Nella sostanza al Copasir, pur non competendo a quest’organismo intromettersi nelle dinamiche del mercato azionario, l’intervento è stato deciso per difendere il patrimonio industriale, tecnologico e scientifico del nostro paese mettendolo al riparo da azioni speculative. Insomma, accorre che ci sia una risposta all’interrogativo  che il Copasir si pone e cioè dove sia finito circa un quarto delle azioni delle blue chips, che nel giro di due giorni hanno oscillato in Borsa.

Nella sostanza, l’indagine Copsir è rivolta a comprendere se ci sono state o sono in corso scalate estere sul mercato industriale del nostro Paese, presagendo, forse, che dall’estero qualcuno ha pensato di sfruttare questa situazione di debolezza socio/sanitaria e economica, per fare acquisti delle nostre migliori strutture produttive. Il faro è indirizzato verso società del settore bancario e assicurativo, delle telecomunicazioni, dell’energia, della difesa e della ricerca chimica farmaceutica. Non è paranoia, quella del Copasir, ma una sana e fondata preoccupazione e un’intelligente reazione, anche perché al divieto delle vendite allo scoperto, impartito dalla Consob, Germania e Francia non si sono uniformate, diversamente da Spagna e Regno Unito.

L’esperienza della Christine Lagarde non è messa affatto in discussione, per cui il sospetto che non si tratti di una gaffe, bensì di una operazione ostile al nostro paese non pare sorprendere gli osservatori politici e finanziari, anche se qualcuno più smaliziato vi ha visto qualcosa di più “politicamente scorretto”.  D’altro canto c’è un’esperienza al proposito della rapacità della finanza speculativa, vissuta dalla Cina nella coincidenza del coronavirus esploso a Wuhan con il conseguente  crollo del mercato azionario, esponendo imprese internazionali di alto livello tecnologico, che producono in Cina, ad azioni di acquisizione a prezzi stracciati. Lagarde ha cercato di rammendare alla meglio il danno, forse peggiorando le cose invece di chiarire. Poi, dopo molte ore, una serie d’interventi autorevoli, dalla Von der Layen ai componenti della BCE e altri membri della Commissione, hanno riportato la calma sui mercati finanziari e consentito un lieve recupero della borsa nazionale e internazionale ( anche, forse, per l’intervento di Trump, che ha esposto il suo programma contro il coronavirus, con lo stile demenziale che lo caratterizza ).

E il governo? Il buon senso ci spinge a sospendere ogni giudizio, a recriminare sui provvedimenti, a criticare e contestare le troppe lacune in materia di fornitura dei mezzi medicali, soprattutto la mancanza di mascherine, di disinfettanti. La risposta ai provvedimenti è generalmente accolta con responsabilità e partecipazione. L’invito a rimanere tutti a casa è seguito giudiziosamente, nella speranza che la battaglia che il paese sta conducendo contro questo nemico invisibile si affermi vincente. Sono però i temi economici che preoccupano, il rischio di perdere il lavoro di non farcela con le proprie forze e le poche risorse, anche economiche, a fare fronte ai tempi duri che ci attendono. Il coinvolgimento dell’opposizione, a sostegno dei provvedimenti economico e finanziari deliberati, pur in una condizione dialettica, sono poca cosa  rispetto a ciò che lo stato delle cose richiederebbe. La disponibilità dell’Europa, della Commissione tutta, del Parlamento, dovrebbe spingere il governo ad adottare provvedimenti adeguati con risorse più consistenti, per rafforzare il sistema sanitario, dotandolo di tutti gli strumenti medici necessari, anche mettendo in cantiere la costruzione di industrie specifiche; aiutare e sostenere il settore agro/alimentare, mettendo allo studio forme utili a proteggere la salute dei lavoratori del settore; garantire l’approvvigionamento delle risorse alimentari  alle strutture commerciali mettendo a punto un piano, con un commissario ad hoc, per disciplinare l’accesso all’acquisto, avendo cura di garantire la difesa sanitaria degli operatori. Allestire una struttura, che affianchi la croce rossa e le tante strutture di volontariato, per assistere gli anziani soli e impossibilitati a muoversi ( considerato che è imposta la sospensione di ogni loro mobilità perché più esposti al rischio  infettivo ). L’accordo sindacati e aziende, firmato proprio oggi, sulla difesa della salute dei lavoratori intesa come prioritaria, è un fatto notevole per garantire la continuità produttiva, da attivare là dove sono stasi messi in atto i provvedimenti di prevenzione sanitaria. Il nostro paese ha la fortuna di possedere un personale medico, infermieristico, di supporto invidiabile, prezioso, ammirevole. A loro deve  andare tutta la nostra riconoscenza, anche perché la lezione che abbiamo appreso in questa circostanza non deve concludersi con la vittoria sul coronavirus: il sistema sanitario e i suoi operatori dovranno rimanere al centro della nostra considerazione e priorità politica. Tutti usciremo diversi, da questa lotta, con una maggiore consapevolezza sulla nostra naturale debolezza rispetto all’ambiente, all’uso che facciamo delle sue risorse, per cui quando riprenderemo a confrontarci sulle scelte politiche da compiere, insomma a dividerci, saremo sicuramente diversi e più responsabili. Ora cerchiamo di vincere la nostra battaglia per ritornare a sorridere.

 Alberto Angeli