Democrazia

Per i cittadini del NO “liberi e consapevoli”, di P. Gonzales

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Il quotidiano la Stampa riporta che Alessandro Di Battista (Movimento 5 Stelle), durante una incontro con gli operai presso la fabbrica di Riva di Chieri, alla specifica domanda se i Cinque Stelle andranno al governo avrebbe risposto: “Io non lo so, perché gli italiani li vedo molto rincoglioniti”.
La sua affermazione risulta grave e non veritiera se non a uso e consumo per coloro che ritengono che tutti siano intelligenti e trasparenti se votano i loro candidati o partiti e sono, invece, non a posto con la testa se votano e preferiscono altri candidati e partiti.
Personalmente non mi ritengo di rientrare nella categoria degli italiani a cui fa riferimento e, quindi, rinvio a lui tale affermazione ricordandogli che nel suo incarico e ruolo dovrebbe “fare cultura” e opporre ragionamenti meno legati a considerazioni basate sugli umori del momento per raccattare qualche voto in più e far presa sulla pancia dei cittadini.
Quali sono gli elementi che ha seriamente, profondamente e professionalmente valutato ed esaminato il deputato-psicologo Di Battista per affermare di aver visto e, ovviamente, incontrato molti cittadini “rincoglioniti”? Quali sono le sue ragioni, su cosa si fondono? Che ambienti frequenta?
Ricordo a me stesso, prima che al deputato Di Battista, che sarebbe ora di abbandonare i “vaffa day” e di non fare catalogazioni offensive nei confronti dei suoi connazionali (tutti, nessuno escluso!).
Il voto del 4 dicembre 2016 è stato un risultato non tanto e non solo per la campagna fatta dai movimenti e partiti contrari alla deforma costituzionale, ma è stato il voto di intelligenze libere e capaci di ragionare senza condizionamenti.
Le ragioni del NO sono state quelle dei vari giuristi e dei vari Comitati per il NO, non dei partiti o dei movimenti come i 5 Stelle!
Il merito va attribuito soprattutto al lavoro dei Comitati per il NO ed è loro ascrivibile e non ai partii del NO che hanno espresso la loro contrarietà principalmente per andare contro Renzi ed a quel PD ed ai suoi alleati!
La battaglia sui contenuti e sulle libertà che venivano ad essere intaccate e limitate dalla “deforma renziana” sono state portate avanti dai Comitati per il NO ed hanno convinto la stragrande maggioranza degli italiani, gioventù compresa.
E’ possibile, onorevole Di Battista, che in poco più di 24 mesi la maggioranza degli italiani si sia “rincoglionita”?
Credo, invece, che in questi 24 mesi i cittadini siano diventati più saggi, più attenti e più consapevoli nel valutare le proposte politiche e le persone che si candidano a governare questo nostro Paese che, ancora oggi, vorremmo difenderlo dagli assalti dei qualunquisti e del loro vuoti messaggi elettoralistici!

Paolo Gonzales

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La Costituzione, il diritto e il dovere del voto, di M. Foroni

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Foroni 1

Fino a pochi anni fa, il non esercizio del diritto di voto da parte di una cittadina e di un cittadino era sanzionato. Quando ero giovane studente liceale, ho votato per la prima volta nel 1980, ero come i miei coetanei perfettamente consapevole che se non mi fossi recato alle urne ciò sarebbe stato sanzionato.

Il DPR n.361/1957 all’art. 4 enunciava che “l’esercizio del voto è un obbligo al quale nessun cittadino può sottrarsi senza venir meno ad un suo preciso dovere verso il Paese”, e all’art. 115 che “L’elettore che non abbia esercitato il diritto di voto, deve darne giustificazione al sindaco…l’elenco di coloro che si astengono dal voto, senza giustificato motivo, è esposto per la durata di un mese nell’albo comunale. Per il periodo di cinque anni la menzione ‘non ha votato’ è iscritta nei certificati di buona condotta” tenuti presso il casellario giudiziario. Il certificato di buona condotta veniva richiesto dalle aziende al momento della domanda di assunzione, e se non si aveva esercitato il diritto di voto era inibita la partecipazione ai concorsi pubblici. Questa norma è stata abrogata (forse non a caso) nel 1993, l’anno horribilis della Repubblica, quello delle bombe di mafia a Roma e a Firenze, della abolizione della legge elettorale proporzionale disegnata dai costituenti con il passaggio alla legge elettorale maggioritaria, della discesa nell’agone politico del primo Partito mediatico della storia repubblicana, della nascita (per qualcuno) della cosiddetta seconda Repubblica, che non è mai esistita.

Ma rimane ovviamente l’art. 48 della Costituzione, c. II, “Il voto è personale ed eguale, libero e segreto. Il suo esercizio è dovere civico” rafforzato dalla sentenza n.96/1968 della Corte Costituzionale (Presidente Sandulli) dove “in materia di elettorato attivo, l’articolo 48, secondo comma, della Costituzione ha, poi, carattere universale ed i princìpi, con esso enunciati, vanno osservati in ogni caso in cui il relativo diritto debba essere esercitato”. Forse non era solo per motivazioni ideologiche che durante la cosiddetta prima Repubblica dei partiti della Costituente (che sapevano della importanza decisiva della partecipazione al voto per la tenuta della democrazia, usciti da una guerra devastante e dopo venti anni di dittatura fascista), la partecipazione al voto era mediamente al 90%.

Concetti e principi costituzionali da spiegare bene, oggi, a Viola Carofalo e a Gino Strada.

Marco Foroni

Una via intitolata non è solo un ricordo! di P. Gonzales

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La scomparsa di Giacomo Mancini ha lasciato un vuoto difficilmente colmabile da altro esponente politico meridionale e nazionale, così come la sua figura e storia politica non hanno elementi di confronto con figure di spicco del panorama politico della cosiddetta seconda Repubblica. Mi riferisco sia a parlamentari appartenenti all’area socialriformista che alle altre aree partitiche.

Giacomo Mancini ha interpretato, da attore protagonista e, spesso da regista, la storia del nostro Paese sia nel contesto politico che in quello istituzionale, economico e sociale. Ha avuto parte attiva nella resistenza e, successivamente, nella storia del meridionalismo dal dopoguerra in poi; ha interpretato in modo positivo e concreto il suo ruolo parlamentare facendo in modo che intere generazioni si misurassero con i grandi temi ed altrettanto grandi valori della vita sociale e politica.

E’ stato il primo ministro ambientalista, urbanista di grandi intuizioni ed un grande ministro della Sanità, oltre che dei LL.PP. e del Mezzogiorno!

Si è attivato, con forte senso di responsabilità, per l’affermazione delle conoscenze; per la migliore interpretazione dei bisogni e delle necessità dei giovani fornendo risposte politiche praticabili.

Non ha mai dimenticato la difesa dei meno abbienti; le regole del vivere democratico e del rispetto delle istituzioni. E’ stato al fianco di coloro che giustamente si battevano per conquiste civili e sociali più avanzate quali il divorzio e l’aborto e la sua storia di socialista cosentino si è sempre intrecciata con la storia del nostro Paese.

Ecco i ricordi più immediati che mi vengono in mente ripensando al lungo periodo di collaborazione, iniziato concretamente nel 1968 e, nel ricordarlo a distanza di tanto tempo dalla sua scomparsa, vorrei rispettare la sua figura impegnandomi nel tentativo di ragionare di politica così come mi ha insegnato a fare (tenendo sempre presente i miei limiti).

Giacomo Mancini, con il suo impegno, ha dato un senso al socialismo riformista italiano ed europeo e come sindaco socialista ed urbanista, ha fatto in modo che la nostra città di Cosenza non fosse più una “stretta città provinciale” ed ha accompagnato la cittadinanza tutta verso il suo concreto rinnovamento.

Una delle sue caratteristiche più profonde di uomo politico è stata quella di far comprendere le ragioni culturali e filosofiche dell’essere socialista ed ha fatto ciò, senza arroganza alcuna, attraverso il suo comportamento ed il suo modello di vita (che ritrovo nei suoi appunti che mi trasmetteva nel periodo di collaborazione).

Non ho mai fatto un bilancio del nostro rapporto, poiché la sua scomparsa non ha interrotto il mio dialogo con il suo modo di pensare e di vivere il suo essere politico. Ciò mi permette di poter esprimere alcune considerazioni politiche da socialista avendo sempre presente i bisogni della classi popolari (tanto cari a Giacomo).

E’ il modo migliore di ricordare la figura di Giacomo Mancini non è solo quella di rendere un doveroso omaggio ad un cittadino di valore, ma è la scelta coerente di definire con lui una fase di continuità non solo ideale ed emotiva.

La decisione dell’amministrazione di Roma Capitale è lodevole, ma l’intestazione toponomastica di una via non è e non deve essere solo un ricordo!

L’intestazione della via per noi socialisti assume il significato di dover lavorare ancora di più politicamente per poter offrire ai giovani di oggi un ricordo concreto di un grande socialista cosentino di valore internazionale.

E’ la nostra richiesta di partecipazione socialista, attiva nel confronto politico in atto nel Paese, che non deve interrompersi!

Sono certo che Giacomo Mancini ci avrebbe incoraggiato in tal senso in questa prossima campagna elettorale ed avrebbe invogliato tutti i suoi collaboratori, amici, conoscenti, pur se collocati in posizioni differenti nella stessa area di sinistra, a fare “squadra”.

Oggi, noi cosentini, siamo più orgogliosi della lodevole iniziativa di Roma Capitale e ringrazio gli amministratori, così come il Sindaco il prima persona per la decisione ed il Vice Sindaco Luca Bergamo per il contenuto del suo intervento, di alto spessore, che oggi ha fatto nella cerimonia.

La presenza di tanti compagni di base, di iscritti e la partecipazione di compagni autorevoli di fatto ha sostituito le assenze degli attuali dirigenti nazionali del PSI, certamente impegnati in attività per loro più importanti.

Un mio personale grazie a tutti i presenti ed a coloro che hanno risposto positivamente al mio invito a partecipare, così come a tutti coloro che, per ragioni più che comprensibili, hanno espresso un forte rammarico per la loro assenza.

Ma erano presenti a Via Giacomo Mancini con il cuore, con lo spirito e con una emotività che tutti abbiamo avvertito come se fossero accanto a noi.

Un grazie ancora al Sindaco di Rende che con la sua partecipazione attenta ha condiviso un momento particolare di storia non solo cosentina ed avvicina le due comunità di Cosenza e di Rende stessa.

Avverto il piacere, in chiusura di queste mie brevi riflessioni, di richiamare una delle tantissimi e illuminate riflessioni ed analisi politiche di Giacomo Mancini, quando si rivolgeva ai giovani: “La gioventù calabrese è la gioventù meno felice del nostro Paese…. È la gioventù senza giovinezza … e senza prospettiva di un dignitoso lavoro. Ai giovani i socialisti rivolgono un appello di mobilitazione e di presenza ed assumono l’impegno solenne ed immediato di non far cadere la grande e non rinviabile questione giovanile… Questo è l’impegno dei socialisti nei confronti delle elettrici e degli elettori delle classi giovanili e delle loro famiglie. Noi socialisti ci batteremo in loro favore”.

Noi socialisti e riformisti, con Giacomo Mancini alla guida, abbiamo portato avanti questo impegno negli anni, ma vista la situazione giovanile di questi tempi che non riguarda solo ed esclusivamente la gioventù calabrese, mi domando e chiedo se i prossimi candidati alle elezioni avranno pari impegno?
Una volta eletti nel ruolo di parlamentari o di consiglieri negli enti locali, si “batteranno per superare la grande questione giovanile tutta italiana” con lo stesso suo spessore culturale e con pari incisività politica?

Il destino delle comunità è legato alla capacità dei futuri governanti di incidere positivamente e concretamente per determinare le migliori condizioni di crescita e sviluppo per le nuove generazioni.

Se ciò corrisponde al vero Giacomo Mancini, è stato un politico che ha vissuto la sua vita per dare un futuro migliore (culturale, democratico, garantista e professionale) non solo a noi meridionali ma a intere generazioni del nostro Paese.

Ciao Giacomo

Paolo Gonzales

P.S. – Mi rammarico, purtroppo, di non essere stato in grado di farlo appassionare alla “pallacanestro”!

I socialisti denunciano la incostituzionalità delle leggi elettorali. No ai dilettanti.

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convegno campobasso leggi elettorali

Nella prestigiosa Sala del Consiglio Comunale di Campobasso, si è tenuto il’8 gennaio 2018 il previsto Convegno sul tema della incostituzionalità delle leggi elettorali nazionale e regionale, promosso da Socialisti in Movimento.
Alla presenza di numerosi compagni e dei rappresentanti delle altre forze politiche,sono intervenuti il Presidente del Consiglio comunale Dr. Michele Durante, il Dr. Michele Barone,esperto di diritto Costituzionale,ha relazionato il Sen. Felice Besostri del coordinamento degli Avv.ti anti-Italikum e promotore dei ricorsi sulla incostituzionalità dell’attuale legge nazionale, ha concluso i lavori l’On.Angelo Sollazzo di Socialisti in Movimento.
E’ stata rilevata la assoluta inadeguatezza dei promulgatori delle due leggi ed il dilettantismo dimostrato nel promulgare le regole elettorali che sono manifestamente incostituzionali.

Dedicato a chi gioisce per la presenza del simbolo socialista, di A. Potenza

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Aldo Potenza

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Ovviamente nessuno sinceramente può pensare che il PSI da solo possa eleggere qualcuno, sarebbe solo un atto di pura testimonianza che non guasterebbe, ma non consentirebbe l’elezione di qualche parlamentare considerata anche in passato la condizione necessaria per esprimere una presenza politica, ma, come i fatti si sono incaricati di dimostrare, non sufficiente a causa delle scelte compiute.
Ciò detto sono altrettanto convinto che se il simbolo fosse presentato a sostegno di FI, Lega e Fratelli d’Italia, nessuno farebbe salti di gioia e lo voterebbe. Quindi oltre alla presenza del simbolo conta l’alleanza politica che si propone.

Fatta questa premessa, ci sono socialisti che hanno contrastato la legge elettorale precedente e quella attuale; che hanno votato NO al referendum confermativo delle modifiche costituzionali; che hanno avversato la così detta buona scuola; che hanno fortemente criticato il job act; che hanno avversato il PD renziano quando ha considerato i corpi intermedi fastidiosi intralci alla politica con la sola esclusione della Confindustria, ed altro ancora.

In altre parole, questi compagni hanno avversato una politica, peraltro sostenuta dall’attuale PSI, frutto della guida renziana del PD che ha portato la sinistra nell’attuale disastrosa condizione.
Mi sia consentito di osservare che proporre ancora l’alleanza con il PD, anche se questa volta viene proposta assieme ad altri e con l’esposizione del simbolo, politicamente altro non è che la continuità di una politica che abbiamo avversato e che con le varie elezioni che si sono succedute è stata ampiamente bocciata anche dall’elettorato (Sicilia etc….). Dove sarebbe la novità?

Non basta la retorica del simbolo, questo deve rappresentare una cesura politica con il passato, altrimenti all’inganno del partito corsaro, mai esistito,si prosegue con l’appello a sostenere un simbolo dietro il quale si nasconde una continuità politica che rappresenta il motivo di tanti abbandoni, di molte divisioni e degli insuccessi elettorali del partito di riferimento ovvero il PD.
Mi dispiace compagni io non gioisco, anzi.

Alla domanda che spesso viene rivolta, ma ora che altro avremmo potuto fare, rispondo mestamente non chiedetelo a noi, ma a chi vi ha ridotto in queste condizioni a partire dal 2013 e alla rinuncia a svolgere una autonoma azione parlamentare.

Aldo Potenza

Liberi e libere. Uguali. Lo dice la Costituzione, di M. Foroni

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Basso e Nenni

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Come ci ha indicato Piero Grasso nel suo primo intervento di alcuni giorni fa, un Programma politico si definisce (e non può non definirsi), in un punto solo, quale quadro di riferimento. Unico, essenziale, imprescindibile. Questo:

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

E` compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.”

E’ l’articolo 3 della Costituzione, l’articolo di Lelio Basso, socialista, antifascista. E’ l’articolo principio fondamentale della nostra Costituzione democratica, nel quale i costituenti ci indicano le vie.

La via dell’uguaglianza tra le persone, cittadine e cittadini; la via della libertà, spirituale e materiale; la via della giustizia sociale, dello stato sociale di diritto, nella abolizione delle differenze tra le categorie di cittadini; la via dell’internazionalismo, perché l’Italia fa parte del sistema internazionale di protezione dei diritti dell’uomo.

L’articolo 3 è il portato dei valori che si richiamano alla Rivoluzione francese del 1789 (Liberté, égalité et fraternité) e sono propri della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. E’ il principio che afferma l’ uguaglianza formale (tutti i cittadini e le cittadine sono uguali davanti alla legge, nonché titolari dei medesimi diritti e doveri) e quello, ben più pregnante, della uguaglianza sostanziale mirante a rimuovere le differenze di fatto o le posizioni di svantaggio sociale, attraverso le azioni che ne devono conseguire.

Questo il quadro di Programma di riferimento. Da conseguire con l’azione di governo e legislativa del Parlamento, adottando con le idonee politiche economiche, industriali, fiscali, di welfare (scuola, sanità, lavoro, previdenza, servizi sociali).

Azione legislativa che va espressa attraverso quelle azioni positive atte a rimuovere le discriminazioni di genere, nell’adeguare continuamente il quadro dei diritti e dei doveri all’evoluzione economica e sociale del Paese. Attraverso il canone della ragionevolezza, come indicato dalla giurisprudenza della Corte Costituzionale, vero cuore del principio di uguaglianza, i divieti di discriminazioni sono stati estesi agli orientamenti sessuali, all’appartenenza ad una minoranza, all’handicap fisico, all’età.

Il principio di uguaglianza esprime la democrazia compiuta, attraverso la sovranità del popolo. Al quale non appartiene il “potere” (come ben avevano presente i costituenti, nel prevenire possibili derive populistiche) ma, in quanto organo costituzionale (come ci insegnò Paolo Barile), appartiene la sovranità “che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione” (articolo 1).

Liberi e libere. Uguali. Come ci hanno indicato i costituenti. Per una società più giusta.

Marco Foroni

“ Etica e economia” J. M. Keynes -L’attualità del suo messaggio, di A. Angeli

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Alberto Angeli 2

Il 21 aprile 1946 muore J-M-Keynes. Egli era fortemente legato a Piero Sraffa, di cui è stato il “protettore” nel periodo durante il quale  insegnò in Inghilterra 1926, ( con Keynes ha condiviso nel 1961 la medaglia Södeström dell’Accademia svedese delle scienze che costituisce l’antecedente dei premi Nobel di economia), Saffra, legato ad Antonio Grmasci, annoverava tra le sue amicizie anche quella di Bertrand Rassel  e di Wittngestein. Muore a Cambridge il 3 settembre 1983. Con questo breve saggio cerco di recuperare il valore di un famoso scritto di Keynes, in cui mi sono imposto di sintetizzarne il pensiero, che ritengo ancora attuale, cosciente che ciò possa esporsi ad una critica di banalizzazione di un pensiero di alto contenuto culturale e teorico.  “Etica ed economia” è la sintesi del pensiero di John Maynard Keynes, che affronto nel presente scritto, forse illudendomi di dare un contributo e un segnale alternativo alla indifferenza del momento politico che stiamo vivendo. Il richiamo a Sraffa è sintomatico di una continuità intellettuale che legava i due teorici dell’economia e che ha segnato il XX secolo. Lo scritto vorrebbe offrire uno stimolo alla riflessione sui fenomeni economici e sulla politica economica, sulle trasformazioni del sistema finanziario globalizzato e sul ruolo delle monete e, per l’attualità, dell’Euro. Nel breve scritto che segue, l’impostazione analitica dei temi indicati è appena accennata, mai sospinta fuori del tema, e tuttavia si presta ad una comprensione coerente del pensiero Keynesiano.

John Maynard Keynes, “ Etica e economia”. Una sintesi del pensiero Keynesiano

 Nel Saggio: “ Sono un Liberale?”  Keynes scrive :“Dobbiamo inventare una saggezza nuova per una nuova era. E nel frattempo, se vogliamo fare qualcosa di buono, dobbiamo apparire eterodossi, problematici, pericolosi e disobbedienti agli occhi dei nostri progenitori”.  Sono queste le conclusioni, con le quali  Keynes  nello scritto del  1925, consegna  le sue riflessioni  sulle numerose questioni di ordine politico, economico e sociale, che nel nuovo contesto mondiale, governato dal capitalismo, si vanno prefigurando. E’ quindi con una domanda, la stessa che dà il titolo allo scritto, con cui si chiude il saggio del grande economista, richiamandosi all’unica possibile conclusione che poteva scaturire da un’analisi tanto articolata, quanto problematica, dell’avvicinarsi dei “tempi moderni”. Il senso ultimo di questa visione culturale è quello che accompagnerà Keynes per lungo tempo, fino all’uscita della Teoria Generale nel 1936. Infatti, è con quel poderoso lavoro che sarà data unitarietà e spessore alla critica dell’ economia monetaria di produzione – in cui il capitalismo evidenzia in termini chiari la sua natura di sistema predatorio  e  iniquo – e alla capacità di autoregolazione dell’economia di mercato.

Il saggio “ Sono un liberale?” è la raccolta di numerosi scritti Keynesiani  che riproducono una serie di interventi ed articoli dell’economista, riconducibili alla fine degli anni 20 e 30, dalla lettura dei quali si avverte la forte e avvincente tensione culturale trasmessa dalla riflessione di Keynes sui grandi temi dell’economia del momento, ma con una visione profetica rivolta al futuro. Il testo brilla per la finezza e la rilevante chiarezza espressiva a cui il Keynes faceva ricorso,  dando alle sue analisi un sostegno argomentativo tale da rendere fluenti i suoi ragionamenti teorici, altrimenti incomprensibili.

La prima parte mette in luce il tragico passaggio dall’ “ordine” ottocentesco a quello del XX secolo, evidenziando  gli squassi del primo conflitto mondiale, per chiarire come le  conseguenze a cui porteranno le riparazioni di guerra inflitte ai tedeschi.  Peraltro quella fu la circostanza in cui rassegnò le proprie dimissioni dalla carica di rappresentante del Tesoro inglese alla Conferenza di Versailles.  Nella sua condanna di quelle deliberazioni  il rilievo del “problema economico” è dirompente. Infatti, di lì a poco, l’Europa andrà incontro alla Grande Depressione nel 1929, e al secondo conflitto mondiale un decennio più tardi.

Dalla sua  posizione  di analista della società il “problema economico” è posto come la questione pressante con cui deve fare i conti la società moderna e questo nonostante le meraviglie che il progresso sembra porgere su un piatto d’argento.  Egli scrive: “Abbiamo contratto un morbo di cui forse il lettore non conosce ancora il nome, ma del quale sentirà molto parlare negli anni a venire – la disoccupazione tecnologica -. Scopriamo sempre nuovi sistemi per risparmiare forza lavoro, e li scopriamo troppo in fretta per individuare nuovi impieghi per la forza lavoro”. Un passo che egli  ci invia come posta per riflettere sulle prospettive economiche per i nostri nipoti. Nella sostanza,  egli ci dice, la “povertà nell’abbondanza” è l’intrinseca contraddizione in cui vive il capitalismo, ed è questa contraddizione che è necessario spiegare se si vuole recuperare un senso positivo nel progresso, sgombrando il campo dagli opposti pessimismi che si vanno fronteggiando. Ossia, da una parte,  “il pessimismo dei rivoluzionari, convinti che una situazione così compromessa renda inevitabile un cambiamento radicale, e quello dei reazionari, persuasi che la nostra vita economica e sociale si regga su un equilibrio talmente instabile da sconsigliare qualsiasi forma di esperimento”

Nella sostanza, prosegue, l’ “amore per il denaro” è alla radice di tutto il sistema, anche se non è propriamente  l’ “amore per il denaro che serve a vivere meglio, a gustare la vita”, scrive,  ma il “possesso del denaro”, che rende il sistema  ingiusto.  (Auri sacra fames). Inoltre, sul fronte del profitto, è in regime di laissez faire che “il profitto va all’individuo che, per abilità o fortuna, si trova con le sue risorse produttive nel posto giusto al momento giusto” (La fine del laissez faire).  E’ in queste condizioni di iniquità, che secondo  Keynes,  “Un sistema che permette all’individuo abile ( e avido) o fortunato di raccogliere l’intero frutto di questa congiuntura offre chiaramente un incentivo immenso a coltivare l’arte di trovarsi nel posto giusto al momento giusto. Così uno dei più forti moventi umani, cioè l’amore per il denaro, viene asservito al compito di distribuire le risorse economiche nel modo migliore per aumentare la ricchezza al fine di ottenere la massima produzione di ciò che è maggiormente desiderato secondo la misura del valore di scambio”.

La questione è persino più ampia e, secondo Keynes, c’è bisogno di una nuova etica perché: “sembra ogni giorno più evidente che il problema morale della nostra epoca ha a che fare con l’amore per il denaro, con l’abituale ricorso al movente del denaro in gran parte delle attività della vita,  con l’approvazione sociale del denaro come misura concreta di successo e con l’appello della società all’istinto di accumulazione…” Questa  riflessione lo porta a spostare il suo sguardo alla Russia, verso la quale  lo spinge un sincero interesse verso il comunismo russo –  da cui, secondo Keynes, proviene o spira  una sorta di “afflato religioso, poiché, lì, si cerca di costruire una struttura della società in cui le motivazioni economiche,  come fattori condizionanti, avranno un’importanza relativa diversa, per il fatto che l’approvazione sociale sarà distribuita in altro modo, e dove i comportamenti  da prima erano normali e rispettabili, poi non lo saranno più”. Qui Keynes,  espressione della borghesia colta, approfondisce con il dovuto distacco quella che chiama “fede comunista”,  evidenziando come per lui non è certamente possibile accettare una “dottrina che, preferendo la melma al pesce, esalta il proletario al di sopra della borghesia e dell’intellighentjia”, pur ammettendo con decisione che è ineludibile la necessità di una nuova etica dell’economia.

I pensieri keynesiani portano però all’attenzione del lettore qualcosa di ancora più impegnativo  nella sua analisi della società. Intanto, per ciò che egli ritiene e indica come una rivoluzione da attuarsi nel metodo dell’analisi economica, facendo quindi camminare a fianco a fianco società ed economia,  per cui è solo comprendendo il profondo legame che le tiene insieme, è possibile assimilare il “rivoluzionario” messaggio di cui la Teoria Generale è portatrice.

Nel suo pensiero la funzione  del capitalismo è riassunta come una lotteria, in cui domina incontrastata l’incertezza  e l’alterità del semplice calcolo probabilistico, essendo infatti la moneta a gettare un ponte tra presente e futuro, sono  allora gli spiriti animali degli imprenditori a determinare lo stato e l’andamento della domanda effettiva del sistema economico.  Al proposito Keynes precisa: “ è una domanda che, misurandosi esclusivamente sui valori di scambio, nulla ha a che fare con il valore d’uso dei beni prodotti, e dunque con i bisogni che la società esprime”.  Molti studiosi di Keynes hanno trovato in questo passaggio  un doveroso tributo alle dimenticate analisi di Malthus e a quanto egli aveva intuito in merito al ruolo trainante della domanda nel dirigere il processo produttivo. Qui entra  in gioco anche  il confronto con Ricardo.  Ma  è a Piero Sraffa, che si deve il ritrovamento delle lettere mancanti,  riguardanti la corrispondenza tra Malthus e Ricardo, nelle quali vi si colgono, di fatto, gli inizi della teoria economica nonchè le linee divergenti,  lungo le quali la materia può essere sviluppata. Infatti , Ricardo studia la teoria della distribuzione del prodotto in condizioni di equilibrio, e Malthus si concentra su ciò che determina il volume della produzione giorno per giorno nel mondo reale. Ancora, Malthus tratta dell’economia monetaria in cui viviamo; Ricardo dell’astrazione di una un’economia con moneta neutrale.

Il pensiero di Keynes ha un percorso speculativo e formativo fondato su basi logiche. Era sua consuetudine ritrovarsi con i maggiori logici e matematici a lui coevi. A Cambridge con Russel – matematico e filosofo- che lo guida nelle conversazioni verso una teoria che deve assumere un valore strumentale rispetto alla pratica, che spinge Keynes ad impadronirsi di un linguaggio in cui faccia premio un ragionamento basato sul senso comune. Segue le lezioni di Marshall, da cui apprende i moderni metodi diagrammatici, necessari per cogliere la complessità dei fenomeni sociali e per arricchire la sua preparazione con lo scopo di muoversi nell’ambito della ricerca storica, della filosofia e, cosa inaspettata, proporsi come conoscitore della cosa pubblica.

Keynes, conclude il saggio affermando:  “l’economia è una scienza molto pericolosa”,  e gli economisti non sono profeti.   Ad ogni modo a Keynes non sfugge  il fatto  che i “tempi moderni  necessitano di nuove politiche e nuovi strumenti per adeguare e controllare il funzionamento delle forze economiche, così che non interferiscano in maniera intollerabile con l’idea odierna di che cosa sia appropriato e giusto nell’interesse della stabilità e della giustizia sociale”.

Perché riappropriarsi di Keynes , di questo  spirito critico,  di cui ogni tanto alcuni rimembrano le sue teorie per rianimare un’economia esausta e sostituita dalla finanziarizzazione globale. ma non tanto da essere annoverato nelle fila della cultura marxista.? Perchè  questo eretico tra gli eretici,  lascia infine che siano altri a rispondere alla domanda da cui è partito: “Sono un liberale?” La risposta sta tutta nella considerazione che dobbiamo dare all’importanza di non banalizzare le forme dei conflitti di classe sapendo leggere con attenzione e mettere a confronto Marx e Keynes.

Albero Angeli