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Impresa pubblica, perché. di A. Benzoni

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Alberto Benzoni

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Quando, agli inizi degli anni sessanta stava per passare, tra ferocissime opposizioni, la nazionalizzazione dell’energia elettrica, noi socialisti ci mobilitammo per spiegarne le ragioni.
C’erano quelle proprie di Lombardi e della sinistra socialisti – ideologicamente più forti ma anche meno largamente condivise – secondo la quali la nazionalizzazione era una tappa lungo la via del socialismo. Perché colpivano uno dei centri di potere più forti e più arroganti del capitalismo italiano; perché mettevamo nelle mani dello stato uno strumento funzionale alla programmazione economica; e perché questa stessa programmazione avrebbe, di per sé, alimentato un circuito virtuoso, funzionale all’avanzata del socialismo nel nostro paese.
E c’erano, anche, quelle più terra terra, secondo le quali la presenza di un’impresa pubblica nel settore dell’elettricità avrebbe garantito migliori condizioni di lavoro e stipendi più adeguati ai lavoratori del settore.
In mezzo, la convinzione, largamente diffusa e potenzialmente maggioritaria, secondo la quale la nazionalizzazione avrebbe favorito, non solo lo sviluppo dell’economia italiana ma anche, e soprattutto, la più equa ripartizione dei suoi benefici tra i cittadini italiani: tariffe più basse per i più deboli e per le piccole e medie imprese, possibilità di accesso garantita a tutti.
Era, in certo qual modo, la riproposizione di un dibattito che aveva accompagnato lo sviluppo del riformismo socialista, prima dell’avvento del fascismo. Quando le Camere del lavoro e le leghe erano impegnate, insieme, nella periodica battaglia dei contratti e nel controllo dello stesso mercato del lavoro. E quando le cooperative e le municipalizzate venivano viste non solo come istituzioni che anticipavano la futura società socialista ma anche, e direi soprattutto, perché la loro offerta era qualitativamente migliore e a costi più bassi di quella dei monopolisti privati. Ed è, per inciso, su questo ultimo aspetto che il “liberale costituzionale” Nathan e i suoi collaboratori ultrariformisti, come Montemartini impostano e vincono lo scontro con la destra romana.
Oggi, la discussione sull’impresa pubblica ha mutato completamente segni e contenuti. Ed è totalmente governata dagli “ordoliberisti”, nella versione casareccia del pubblico inefficiente e del privato efficiente. Mentre, a difendere un fortino sempre sotto assedio, non ci sono più né i politici né i cittadini ma soltanto i suoi dipendenti.
Una combinazione che è foriera di pressoché certa sconfitta.
Per evitarla occorre uscire dal fortino e cambiare il soggetto/oggetto dello scontro. In chiaro definire l’impresa pubblica – e, nel contesto di riferimento quella municipalizzata – e il suo ruolo in modo completamente diverso da quello attuale.
Oggi, a definire la natura pubblica di un’azienda è soltanto la natura dell’azionista di controllo. I cui obbiettivi spesso sono in conflitto con quelli della controllata. Per il resto, si tratta di società per azioni in tutto e per tutto comparabili alle società private concorrenti, tanto più in quanto soggetti allo stesso regime concessionario. Il loro obbiettivo primario sarà oggi la riduzione dei costi e il corrispettivo taglio dei servizi. Queste aziende apparterranno così ai loro azionisti, liberi da qualsiasi vincolo politico o di mercato e caratterizzati da una comune visione corporativa e clientelare ma non agli utenti e tanto meno alla collettività.
Occorre allora ripartire. E da basi totalmente diverse. E precisamente dall’idea, comune ai riformisti di un secolo ma anche ai keynesiani e ai fondatori dell’Iri, secondo la quale “scopo dell’impresa pubblica” (e dello stato che la crea) è di fare le cose che i privati non vogliono o non possono fare”.
Stiamo parlando in chiaro di progetti il cui beneficio per la collettività fa premio sulla loro ricaduta economica per l’impresa.
Da questi progetti chiaramente definiti anche in termini di obbiettivi da raggiungere occorrerà dunque partire. Prima, individuando un modello di “azienda speciale” funzionale allo scopo. Poi definendoli con chiarezza davanti ai cittadini; e al termine di un dibattito pubblico. Poi scegliendo, con lo stesso metodo, i responsabili della loro realizzazione, con i percorsi e i tempi necessari e la possibilità di reali verifiche.
Un approccio che ha in sé molti pregi. Perché restituisce all’intervento pubblico la sua ragion d’essere e la sua fisionomia originaria. E al comune una funzione progettuale il cui abbandono è all’origine di tutti i disastri di questi anni. Perché dà a dirigenti e funzionario l’orgoglio necessario per svolgere al meglio il loro compito. E, infine, perché pone su basi nuove e solide il rapporto tra amministratori e amministrati.
Ci si obbietterà che manca il deus-ex machina della volontà politica. Si dà però il caso che da molti anni nessuno l’abbia invocata magari per lamentarne l’assenza. Probabile che questa dimenticanza l’abbia offesa; fino a indurla a disertare il Belpaese. Perché, allora, non proviamo a richiamarla?

Alberto Benzoni

Il diritto allo Studio, lo Stato sociale e la Costituzione, di M. Foroni

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Foroni 1

Se un cittadino ricco e uno povero si presentano, per una emergenza, al pronto soccorso perché bisognosi di cure, non pagano nulla e vengono assistiti allo stesso modo. Tutela della salute, fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività (art. 32 della Costituzione). Come si finanzia la sanità pubblica? Attraverso la fiscalità generale, dove in base al sistema fiscale progressivo chi più ha, più contribuisce. Lo dice, sempre, la Costituzione.

Ciò vale anche per la scuola e l’Università pubblica, ovvero per quell’insieme di prestazioni e servizi pubblici che, insieme ad altre, caratterizzano e definiscono i diritti di cittadinanza. Si chiama Welfare state, ovvero Stato sociale di diritto. Richiamato da numerosi articoli della nostra Costituzione. Lo Stato sociale di diritto si fonda, oltre che sul diritto al lavoro, su tre pilastri fondamentali: il diritto alla salute, il diritto allo studio, il sistema previdenziale/assistenziale.

Il diritto allo studio è uno dei diritti fondamentali ed inalienabili della persona, come enunciato dalla Dichiarazione Universale dei diritti umani dell’ONU (art. 26).

Nell’ordinamento italiano il diritto allo studio è un diritto soggettivo che trova il suo fondamento nell’art. 34, comma 3 e 4, della Costituzione: “I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi. La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso.

Il diritto allo studio si differenzia dal diritto all’istruzione che è il diritto, sancito dai primi due commi dell’art. 34 per i quali “La scuola è aperta a tutti. L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita.

Il diritto allo studio riguarda dunque il percorso scolastico successivo all’obbligo e quello universitario, canali di formazione non obbligatori che il cittadino ha libertà di intraprendere e di concludere e che lo Stato deve garantire attraverso l’erogazione di borse di studio a coloro che si dimostrano capaci e meritevoli ma privi di mezzi economici.

La Costituzione della Repubblica anticipa e amplia tale diritto rispetto alla Dichiarazione universale dei diritti umani, per quanto riguarda l’istruzione nell’articolo 33 e soprattutto nell’articolo 34, che parla di scuola aperta a tutti e di istruzione inferiore gratuita da impartirsi per almeno otto anni; l’obbligo di frequenza e la gratuità non riguardano, al contrario, l’istruzione superiore e quella di livello universitario.

Appare evidente la concezione dell’istruzione e della cultura come un servizio pubblico necessario ad assicurare il pieno sviluppo della persona umana, rispetto alla condizione di partenza sfavorevole di qualcuno. Ciò secondo il principio democratico della pari opportunità per ogni individuo. Quindi, l’impegno dell’autorità pubblica, come richiesto dall’art. 3, secondo comma della Costituzione, consiste nella rimozione di quegli ostacoli di ordine economico-sociale che caratterizzano il cammino di individui capaci e predisposti allo studio avanzato.

L’art. 33 della Costituzione afferma che la Repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi. Secondo precedenti sentenze della Corte Costituzionale il diritto di accedere e di usufruire delle prestazioni, che l’organizzazione scolastica è chiamata a fornire, parte dagli asili nido e si estende sino alle università.

Per quanto riguarda gli studi universitari, il dpr 24 luglio 1977, trasferì le funzioni delle opere universitarie alle Regioni. La normativa che regola i principi del settore è Decreto Legislativo 29 marzo 2012, n. 68 che all’art.1 afferma: “Il presente decreto, in attuazione degli articoli 3 e 34 della Costituzione, detta norme finalizzate a rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano l’uguaglianza dei cittadini nell’accesso all’istruzione superiore e, in particolare, a consentire ai capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, di raggiungere i gradi più alti degli studi. A tale fine, la Repubblica promuove un sistema integrato di strumenti e servizi per favorire la più’ ampia partecipazione agli studi universitari sul territorio nazionale”.

La promozione di un “sistema integrato di strumenti e servizi” si può effettuare anche attraverso la progressiva riduzione e gratuità delle tasse di accesso, che saranno a carico della fiscalità generale. Per la quale la Costituzione ci dice, art. 53, che tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva, e che il sistema tributario è informato a criteri di progressività: ovvero le tasse si pagano in base al reddito e ai patrimoni e chi più ha, più contribuisce. Regola fondativa, secondo il pensiero dei costituenti, del nostro stare insieme collettivo.

Marco Foroni

Dedicato a chi gioisce per la presenza del simbolo socialista, di A. Potenza

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Aldo Potenza

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Ovviamente nessuno sinceramente può pensare che il PSI da solo possa eleggere qualcuno, sarebbe solo un atto di pura testimonianza che non guasterebbe, ma non consentirebbe l’elezione di qualche parlamentare considerata anche in passato la condizione necessaria per esprimere una presenza politica, ma, come i fatti si sono incaricati di dimostrare, non sufficiente a causa delle scelte compiute.
Ciò detto sono altrettanto convinto che se il simbolo fosse presentato a sostegno di FI, Lega e Fratelli d’Italia, nessuno farebbe salti di gioia e lo voterebbe. Quindi oltre alla presenza del simbolo conta l’alleanza politica che si propone.

Fatta questa premessa, ci sono socialisti che hanno contrastato la legge elettorale precedente e quella attuale; che hanno votato NO al referendum confermativo delle modifiche costituzionali; che hanno avversato la così detta buona scuola; che hanno fortemente criticato il job act; che hanno avversato il PD renziano quando ha considerato i corpi intermedi fastidiosi intralci alla politica con la sola esclusione della Confindustria, ed altro ancora.

In altre parole, questi compagni hanno avversato una politica, peraltro sostenuta dall’attuale PSI, frutto della guida renziana del PD che ha portato la sinistra nell’attuale disastrosa condizione.
Mi sia consentito di osservare che proporre ancora l’alleanza con il PD, anche se questa volta viene proposta assieme ad altri e con l’esposizione del simbolo, politicamente altro non è che la continuità di una politica che abbiamo avversato e che con le varie elezioni che si sono succedute è stata ampiamente bocciata anche dall’elettorato (Sicilia etc….). Dove sarebbe la novità?

Non basta la retorica del simbolo, questo deve rappresentare una cesura politica con il passato, altrimenti all’inganno del partito corsaro, mai esistito,si prosegue con l’appello a sostenere un simbolo dietro il quale si nasconde una continuità politica che rappresenta il motivo di tanti abbandoni, di molte divisioni e degli insuccessi elettorali del partito di riferimento ovvero il PD.
Mi dispiace compagni io non gioisco, anzi.

Alla domanda che spesso viene rivolta, ma ora che altro avremmo potuto fare, rispondo mestamente non chiedetelo a noi, ma a chi vi ha ridotto in queste condizioni a partire dal 2013 e alla rinuncia a svolgere una autonoma azione parlamentare.

Aldo Potenza

Appello ai socialisti che si tengono fuori dal Psi, di M. Molinari

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Maurizio Molinari

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Se vi è una critica che io, con molti altri, ho rivolto alla politica dell’attuale gruppo dirigente del PSI e’ quella di essere appiattiti sulla politica del PD e troppo ossequienti verso il loro segretario Renzi un segretario ormai inviso a troppi per supponenza , arroganza e superficialità ( chissà se andrà nelle zone terremotate a a parlare di casa Italia, sembrava cosa fatta).
Guardate pero’ che la frantumazione a sinistra del PD, non e’ meno arrogante , superficiale e antisocialista del PD,sono spezzoni di movimenti, ad essere gentili,che hanno come il PD tagliato i ponti con il loro passato, ripudiato la cornice culturale che ne tracciava i limiti ideali, nel contempo incapaci di creare un muovo progetto politico, rifugiandosi in un generico progressismo, invocando un centrosinistra, formula da noi creata nel lontano 1963, che ha finito la sua spinta rinnovatrice a fine anni 80, 30 anni fa.

Voi ora dite che volete influenzare, rendere piu’ riformista quella maionese impazzita che e’ la sinistra al PD, un progetto neanche tanto originale, visto che era lo stesso di quanti aderirono PD e si e’ visto come e’ finita. Mi dite, di grazia, che differenza esiste tra il cercare candidature nel PD e cercarle in Art.1 MDP e simili ?

Se unendo i vari circoli partitini e associazioni che si dicono socialisti (sono decine in Italia) ci si sente tanto forti da influenzare in senso socialista il Pd o altri soggetti di sinistra, tanto piu’ saremmo in grado di influenzare , dare nuovo slancio e un nuovo progetto politico al nostro partito, perche’ non rientrare e riiscriversi, se il partito in Sicilia e’ in mano a Vizzini e Oddo e ci possono non soddisfare nella loro conduzione, lottiamo nell’interno per cambiare, nulla potra’ cambiare se i compagni e le compagne critici verso la conduzione del partito saranno lasciati soli.
Questo non significa , non allearsi, non fare liste insieme ad altre forze ma con un confronto con pari dignita, dove deve essere preminente il carattere socialista, ben visibile la partecipazione del partito non di gruppi sparsi.

Non sta a me entrare nel merito delle scelte circa le prossime regionali io sono di Torino, ma l’ invito e l’appello che vi faccio e quello che facciate ogni sforzo possibile perche’ i socialisti siciliani affrontino unitariamente la prossima sfida elettorale, se ciò sarà possibile il socialismo avrà vinto, differentemente avremo perso tutti. Scusate , lungi da me il voler dare consigli o lezioni , ma volevo esprimervi , con franchezza, quella che e’ una mia grande preoccupazione, a 70 anni e 47 di militanza vorrei rivedere il mio partito a dibattere al suo interno, anche con asprezza, ma tornare unito a difendere i ceti deboli che da 125 anni e’ la sua missione, meditiamo compagne/i la sinistra o tornerà ad essere socialista o semplicemente non esisterà.

Maurizio Molinari

Una riflessione da sinistra sulla Giunta Raggi, di A. Valeri

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Andrrea Valeri

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Spesso quando critico la Giunta Raggi, soprattutto nel campo della Cultura, l’obiezione principale che mi viene mossa è quella di non indicare soluzioni alternative.
Ho deciso quindi di pubblicare uno stralcio di un mio articolo di prossima pubblicazione in cui si delineano in modo organico quelle che dovrebbero essere le misure da adottare in concreto per rilanciare la Cultura in questa città.

E’ un po lungo ma credo che ormai da troppo tempo si affronti la questione della Cultura a Roma solo per slogan. E’ invece necessario un ragionamento approfondito che dedico quindi a tutti coloro i quali avranno la bontà di leggerlo.

In questi giorni il Comune di Roma, per voce del suo Vicesindaco e Assessore alla Crescita culturale Luca Bergamo, ha coniato uno slogan nuovo di zecca con l’obiettivo di ridare slancio all’azione amministrativa e che recita pressapoco cosi: “Per Roma non serve una mano di bianco ma riforme strutturali alle quali stiamo lavorando”.

Un’enunciazione che, al di là dei toni roboanti ed ambiziosi, risulta essere assolutamente vacua visto che non è dato di sapere né come si voglia procedere né quale siano questi interventi strutturali.
La sensazione che si è avuto sin dal principio è invece esattamente opposta: quella di una gestione schizofrenica in cui l’agenda di governo è stata sino ad ora più dettata dalle emergenze anziché essere improntata ad una vera nuova visione di asset che da troppo tempo manca per questa città.
Proviamo quindi a mettere nel piatto qualche elemento per dare un po’ più di concretezza alla discussione su come “non dare mani di bianco” ma rilanciare strategicamente le politiche culturali a Roma.
Innanzitutto, ci sarebbe bisogno di un reale luogo di incontro tra amministrazione e operatori culturali e non la solita passerella, né l’ennesimo seminario, ma uno spazio in cui discutere e decidere assieme le priorità di intervento.

Al di là di qualche convegno o assemblea, infatti, in questa città non vi è mai stato un luogo permanente per una gestione partecipativa delle politiche culturali, basato su un nuovo patto sociale che preveda, da una parte, una cessione di sovranità di chi amministra nel decidere le priorità e dall’altra un impegno degli operatori di uscire dalla singola visione della propria condizione personale e lavorare a soluzioni che riformino il settore nel suo complesso.
Trasparenza, partecipazione e corresponsabilità nelle scelte sono oggi gli unici elementi per uscire insieme da una situazione di crisi cronica che colpisce in egual misura amministrazione e mondo della cultura.

Da un confronto come questo uno dei primi problemi ad emergere sarebbe sicuramente quello dell’eccessiva burocratizzazione legata all’organizzazione degli eventi.
Una giungla di leggi, norme, permessi, pareri, controlli, costi, divieti, che costituiscono una zavorra insopportabile al decollo e allo sviluppo culturale sul territorio.
Ci sarebbe bisogno di una “cultura da slegare”, che al pari di quanto fatto per le imprese, possa contare su una reale sburocratizzazione e una forte defiscalizzazione in grado di liberare energie e creatività.
Mi chiedo infatti perché, in tempi di crisi, con tagli draconiani alla cultura, oltre a portare avanti una fondamentale battaglia di civiltà per l’aumento dell’allocazione delle risorse sulla cultura contemporaneamente non si metta mai mano a tutte quelle misure che un amministrazione ha il potere di introdurre per ridurre i costi di chi lavora o vuole intraprendere l’attività culturale.

Quando si affronta questa questione, come alibi si agita lo spauracchio “del mancato introito e della Corte dei Conti” , palesando così l’incapacità politica di intervenire in un nuovo quadro normativo: si preferisce amministrare lo status quo anzi che assumersi la responsabilità di governare introducendo riforme innovative che abbattano questo “cultural divide”. Naturalmente defiscalizzare non basta ed occorre sviluppare nuove politiche di accesso al credito.
Innanzitutto aumentando le voci di bilancio, abbandonando una visione della cultura come qualcosa di superfluo rispetto ad altri servizi essenziali ma elevandola a settore strategico per il benessere, la vitalità, il lavoro e l’offerta turistica della città. Poi facendo un serio e strutturato ricorso alle opportunità che l’Europa ci consente, sia in termini di fondi che di beni e servizi.
Infine un diverso rapporto con il capitale privato, non più basato su una visione di mecenatismo commerciale ma come vero e proprio finanziamento a supporto dell’impresa culturale e della tutela del patrimonio, rivendicando una superiorità del pubblico rispetto al privato e salvaguardando l’interesse collettivo sull’ interesse del singolo. Altra questione cruciale su cui bisognerebbe avere parole chiere e azioni concrete e quello della rigenerazione e fruizione degli spazi. Una questione talmente urgente da non poter più continuare a far finta di nulla.
Non si può neanche parlare di nuova visione culturale della città prescindendo da una ridefinizione complessiva delle necessità dei diversi territori e dei diversi filoni culturali e creando degli spazi che servano a realizzarli in modo organico. Un enorme patrimonio di luoghi chiusi ed abbandonati, di proprietà pubblica e privata, che si vorrebbero alienare per una mera esigenza di cassa o per qualche speculazione legata alla rendita e che prioritariamente dovrebbero invece essere affidati per l’erogazione di quei servizi culturali e sociali che l’amministrazione non è in grado di garantire.
Per fare ciò occorrerebbe attuare un vero e proprio decentramento amministrativo, che superi la duplicazione dei ruoli e degli interventi tra Comune e territori e che affidi poteri specifici agli enti di prossimità e alla periferia, snellendo il carico di lavoro dell’amministrazione centrale che manterrebbe in questo modo i la sola funzione di coordinamento delle attività e controllo e la gestione di grandi eventi.

Personalmente penso che lo strumento più adatto a rispondere a queste necessità sia quello del distretto culturale evoluto, in grado di connettere il tessuto culturale e imprenditoriale di un territorio, creando un’offerta progettuale in grado di attrarre capitale privato e che trasformerebbe le municipalità in veri enti di crescita culturale in grado di dare risposte più immediate al territorio.
Quest’anno ricorre il quarantesimo anniversario dell’Estate Romana e tutti noi possiamo avere in mente cosa significhi una vera rinascita culturale per questa città.
Senza risposte concrete alle questioni fin qui poste l’affermazione di “riforme strutturali” non rappresenterà un processo virtuoso di riscatto collettivo, ma solamente due parole prive di senso per uno slogan già dimenticato.

Andrea Valeri

Omaggio della Francia a Jean Moulin, di N. Corrado

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nicolino-corrado-2  Jean Moulin

Discorso pronunciato da André Malraux, il 19 dicembre 1964, in occasione della traslazione della salma di Jean Moulin al Panthéon.

Jean Moulin, eroe della Resistenza francese (Béziers, 20 giugno 1899 – Metz, 8 luglio 1943), nel 1937 diventa il più giovane prefetto di Francia. Dopo lo scoppio della Seconda guerra mondiale, il 17 giugno 1940, viene torturato dai tedeschi e tenta il suicidio perchè si rifuta di arrestare alcuni soldati di colore francesi, accusati ingiusta mente di crimini di guerra. Rimosso dalla carica dal governo collaborazionista di Pétain per le sue simpatie politiche all’inizio del mese di novembre 1940, Jean Moulin lascia Parigi per Londra. Il suo incontro con il generale De Gaulle, il 25 ottobre 1941, è decisivo. Incaricato di una triplice missione di propaganda, unificazione militare e federazione dei movimenti della Resistenza nella Francia di Vichy, il suo operato porta alla nascita dell’Armata Segreta (AS) nell’ottobre del 1942, e poi, all’inizio del 1943, alla creazione dei Movimenti Uniti della Resistenza (MUR). Il primo Consiglio Nazionale della Resistenza (CNR) si riunisce sotto la sua presidenza il 27 maggio del 1943 a Parigi. Ma il 9 giugno il generale Delestraint, capo dell’Esercito segreto unificato, viene catturato a Parigi. Il 21 giugno Jean Moulin, che ha convocato i delegati per garantire la sua sostituzione, viene catturato a Caluire dalla Gestapo di Lione, diretta da Klaus Barbie. Brutalmente torturato, rimane in silenzio e muore sul treno che lo sta deportando in Germania l’8 luglio del 1943.

Il discorso pronunciato da Andrè Malraux, il 19 dicembre 1964, in occasione della traslazione della salma di Jean Moulin al Panthéon: Comme Leclerc entra aux Invalides, avec son cortège d’exaltation dans le soleil d’Afrique, entre ici, Jean Moulin, avec ton terrible cortège. Avec ceux qui sont morts dans les caves sans avoir parlé, comme toi ; et même, ce qui est peut-être plus atroce, en ayant parlé ; avec tous les rayés et tous les tondus des camps de concentration, avec le dernier corps trébuchant des affreuses files de Nuit et Brouillard, enfin tombé sous les crosses ; avec les huit mille Françaises qui ne sont pas revenues des bagnes, avec la dernière femme morte à Ravensbrück pour avoir donné asile à l’un des nôtres. Entre, avec le peuple né de l’ombre et disparu avec elle – nos frères dans l’ordre de la Nuit” (…) “C’est la marche funèbre des cendres que voici. À côté de celles de Carnot avec les soldats de l’an II, de celles de Victor Hugo avec les Misérables, de celles de Jaurès veillées par la Justice, qu’elles reposent avec leur long cortège d’ombres défigurées. Aujourd’hui, jeunesse, puisses-tu penser à cet homme comme tu aurais approché tes mains de sa pauvre face informe du dernier jour, de ses lèvres qui n’avaient pas parlé ; ce jour-là, elle était le visage de la France.

Come Leclerc entrò agli Invalides, con il suo corteo di esaltazione sotto il sole africano, entra qui, Jean Moulin, con il tuo terribile corteo. Con coloro che sono morti nelle segrete senza parlare, come te; e anche, il che è forse più straziante, dopo aver parlato; con tutti coloro con la divisa a strisce e con la testa rasata dei campi di concentramento, con il corpo per ultimo barcollante per le code terribili di ‘Nacht und Nebel’, e infine, caduto sotto il calcio dei fucili; con le ottomila donne francesi che non sono ritornate dalla prigionia; con l’ultima donna morta a Ravensbrück per aver dato rifugio a uno dei nostri. Entra, con il popolo nato dall’ombra e scomparso con essa – i nostri fratelli nell’ordine della notte “(…) “Questa è la marcia funebre delle ceneri. Accanto a quelle di Carnot con i soldati dell’Anno Secondo, a quelle di Victor Hugo con i Miserabili, a quelle di Jaurès vigilate dalla Giustizia, che esse riposino con la loro lunga processione di ombre sfigurate. Oggi, gioventù, possa tu pensare a quest’uomo come se avvicinassi le tue mani al suo povero volto informe del suo ultimo giorno, alle sue labbra che non avevano parlato: quel giorno, esso era il volto della Francia.”

Nicolino Corrado

Riflessioni a sinistra sul Brancaccio, di R. Achilli

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achilli riccardo

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Quando Montanari dice “mai con il Pd e con il centrosinistra” è in buona fede. D’altra parte, dietro di lui c’è D’Alema, che non potrà più costruire alcun rapporto umano e politico con Renzi.

In verità, sono gli assetti politici del prossimo Parlamento ad escludere, per inutilità, SI/Lista Falcone-Montanari da qualsiasi schema coalizionale. Un Berlusconi che non potrà più fare alleanze con Salvini, che chiede lo scalpo della leadership di centrodestra, potrebbe mettersi insieme al Pd renziano ed alle fronde centriste alfaniane, perché questa è, numericamente, l’unica ipotesi di maggioranza parlamentare fra “sistemici” che possa essere costruita. In questo caso, Pisapia finirà nell’insignificanza, se l’operazione di ricucitura di Prodi e D’Alema non avesse successo, oppure, più probabilmente, si alleerà con questa larga coalizione, facendone la coscienza critica (di facciata). Risucchiando nuovamente tutta o parte di Mdp, e lasciando all’opposizione il resto della sinistra.

Ovviamente, nel caso ipotetico in cui M5S, Lega e Fratelli d’Italia riuscissero a fare una coalizione di antisistemici, a maggior ragione non ci sarebbe alcuna alleanza con il Pd, visto che tutti starebbero all’opposizione per conto loro.

Ma il punto vero è un altro. Il punto vero è sul programma e sulla capacità organizzativa di costruirlo ed imporlo. I temi dell’Europa, delle politiche economiche, della verticalizzazione oligarchica imposta alla politica, che la svuota di senso, tramite il progressivo stravolgimento delle istituzioni rappresentative, e la parallela verticalizzazione oligarchica in campo sociale, che allarga le diseguaglianze e, aumentando le barriere alla mobilità, le congela, sono i temi sui quali concentrare la proposta. Sono i temi che hanno consentito a Sanders, a Mélenchon ed a Corbyn di ottenere risultati straordinari, rimettendo in campo una proposta di politica economica e sociale di tipo socialista, tradizionale, pre-blairiana.

Sul secondo punto, occorre una struttura partitica robusta, fatta di classi dirigenti preparate culturalmente e di quadri intermedi, nazionali e territoriali, in grado di riportare verso l’alto la domanda sociale e costruire una sintesi. Non è concepibile affidare la costruzione della proposta ad una società civile devastata da oltre 25 anni di assenza politica, caduta di rappresentanza, perdita di coscienza di classe, atomizzata nell’individualismo metodologico del neoliberismo. La società va ricostruita, perché non esiste più., o per meglio dire, esiste ma non è in grado di darsi una autorappresentazione politica che non sia l’immaginario liberista.

Senza queste due cose, i discorsi sull’unificazione delle liste elettorali e sul posizionamento nell’arco parlamentare, Pd sì/Pd no, centrosinistra sì/centrosinistra no, non portano alcun consenso, sono letti come un farfugliamento autoreferenziale di apparati dirigenti alla ricerca di una sopravvivenza, non costruiscono politica. Non costruiscono nemmeno un popolo, dopo che l’entusiasmo per i 1.600 accalcati davanti al Brancaccio si esaurisce. Perché il popolo non si costruisce con gli eventi mediatici, ma con un paziente lavoro di ricostruzione di basi culturali e politico-programmatiche, e di luoghi fisici ed organizzativi dove far lievitare la passione.

E allora mi dispiace, ma nell’evento di ieri, non essendo ancora stato colto il punto vero della questione, non posso che leggere il tentativo di “fare qualcosa”, di fare movimento e quindi muovere un po’ di aria, nella speranza di far passare la nottata, di trovare un/una leader spendibile mediaticamente ed una aritmetica additiva in vista del 3%. Un grande stratega del calcio, che è un ruzzino per alcuni versi istruttivo, ovvero Liedholm, diceva sempre che la squadra vincente è quella che fa muovere il pallone più dei giocatori. Se si muovono i giocatori ma il pallone non viaggia, si gira a vuoto e si sprecano energie.

E siccome credo che D’Alema, il vero organizzatore dell’evento di ieri, non sia uno sciocco, ma anzi una intelligenza fine e perfida, da vent’anni impegnata a sterilizzare ogni energia di sinistra dentro schemi centristi e liberali, mi viene da pensare che l’ennesimo richiamo all’orizzontalismo civico e agli slogan buonisti non sia altro che un tentativo di rientrare in gioco (essendo lo spazio vicino al Pd precluso a D’Alema fintanto che Renzi sarà in vita) costruendosi una sinistra innocua e priva di capacità di esprimere una alternativa reale, di sistema.

Riccardo Achilli