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Lo scontro politico in Europa e la questione del diritto di veto. di A. Benzoni

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Nel periodo che separa i Trattati di Roma dall’inizio dell’”epoca dei torbidi”, l’esistenza del diritto di veto non aveva mai costituito un problema. Anche perché questo non era stato mai concepito come tutela permanente a tutela di interessi inviolabili; ma semmai come un ostacolo che poteva e doveva essere superato, attraverso una corretta opera di persuasione con annesse piccole contropartite.

Logico che fosse così. Non si aderiva a un blocco politico/militare; si entrava in uno spazio di libertà e di

pace dove tutti avrebbero avuto gli stessi diritti e tutti sarebbero stati sottoposti alle medesime regole. In un mondo la cui gestione era affidata a tecnici e a esperti, in un processo basato sulla mediazione e la

ricerca permanente del consenso; e quindi nella misura del possibile, tenuto al riparo da pressioni politiche esterne come anche da improvvide reazioni popolari.

Di fatto, il passaggio indolore e inconsapevole dall’Europa economica a quella politica, si sarebbe rivelato, a partire dagli inizi degli anni Novanta, del tutto impraticabile. Con una reazione di rigetto che si sarebbe ben presto manifestata prima con la bocciatura della nuova Costituzione nei referendum francesi e olandesi e poi con la contestazione delle politiche di austerità in diversi paesi e con la nascita di nuovi partiti,

variamente antisistema, di tipo populista/sovranista.

E’ in questo quadro che, agli inizi degli anni venti, si pone per la prima volta in discussione il diritto di veto.

A farlo, e in modo esplicito, è il paese forse più sovranista di tutti; la Francia di Macron. Ben consapevole, però, che l’esercizio della sovranità è possibile solo all’interno di un’Europa anch’essa sovrana e indipendente. E, in prospettiva, caratterizzata non dalla concorrenza al ribasso e dal dumping sociale e fiscale ma dalle politiche comuni. Un processo reso peraltro impraticabile dall’alleanza tutt’altro che santa tra rigoristi finanziari del Nord e reazionari dell’Est.

Nessuno si propone, naturalmente, una volta bocciata, di proporre il voto a maggioranza, contrario alle regole e agli stessi principi su cui si basa l’Unione.

L’alternativa è allora quella di far scattare una specie di piano B, consentito anzi previsto dalle regole comunitarie; quello della “cooperazione rafforzata”. Traducibile, in chiaro, nella possibilità, rivendicata

dalla Francia (con il silenzio/assenso degli altri grandi paesi occidentali) di andare avanti da soli sulla via

delle politiche e delle regole comuni (salario minimo, fiscalità, possibilità di sottrarre le politiche di

investimento dai vincoli di Bruxelles e così via), scontando il fatto che questa innovazione virtuosa potesse essere, nel corso del tempo, adottata anche da altri.

Dopo lo scoppio della guerra in Ucraina (legato, a scanso di equivoci, all’aggressione russa) il quadro cambia radicalmente. Perché, a invocare, non importa se esplicitamente o in linea di fatto, l’abolizione del diritto di veto sono i vertici Ue. E non per procedere più rapidamente lungo questa via. Ma per aprire un percorso che porterà alla scomparsa dell’Europa; o, più esattamente, all’annullamento della sua specificità.

In primo luogo, perchè si tratta di un processo esogeno ed eterodiretto. A premere, a indicare le scelte non sono le autorità interne a ciò preposte, ma gli Stati Uniti e la Nato. E’ la prima volta che ciò accade dai tempi di Messina a oggi; e il dato va sottolineato, a prescindere da qualsiasi valutazione di merito.

Sono gli Stati Uniti e la Nato a premere per l’entrata, anche se solo simbolicamente immediata, dell’Ucraina nell’Ue. Dimenticando, volutamente, che non esistono le condizioni perché questo processo possa avviarsi e tanto meno concludersi in un futuro prevedibile. Almeno sino a oggi, entravano in Europa solo gli stati la cui condizione interna e internazionale corrispondesse agli standard esistenti nell’Unione; standard da cui l’Ucraina era assai distante prima della guerra; figuriamoci poi dopo.

Sono gli Stati Uniti e la Nato a determinare l’allargamento a Est e la stessa natura del confronto con la Russia. Ma, anche qui, non c’è bisogno di entrare nel merito, per affermare che questa scelta sbarrerebbe definitivamente la strada a quell’Europa politica e militare che si continua a sbandierare a vanvera come sbocco prossimo dell’attuale crisi. E, per inciso anche la realtà di un’Europa come spazio indipendente all’interno di un universo multipolare.

Sono ancora questi due agenti esterni a spingerci verso uno stato di guerra permanente, anche se non combattuta o formalmente dichiarata; e questo a tutto danno, come appare particolarmente nel nostro paese, della stessa funzionalità del sistema democratico.

E sono, infine, queste pressioni esterne a mettere in forse le aperture verso il mondo che ci circonda: vedi il veto turco all’entrata della Svezia e della Finlandia nella Nato; vedi le torsioni nella politica migratoria; vedi, infine, la rinuncia a esercitare un qualsiasi ruolo nell’area mediterranea e mediorientale.

Stiamo parlando, naturalmente, di un processo in corso. Che trova, a livello di stati e di sensibilità politiche, consensi e dissensi. Come è ovvio che sia.

Quello che non è affatto ovvio, per non dire inaccettabile, è che i consensi a questo processo siano veicolati apertamente e in modo martellante: in particolare dall’asse Washington-Varsavia e dall’Europa baltica.

Mentre i dissensi o quanto meno le riserve di fondo dei grandi paesi della vecchia Europa – Francia,

Germania, Italia, Spagna – sono espressi a mezza bocca e rimangono sotto traccia; salvo ad esprimersi, nel momento della scelta, con l’esercizio del diritto di veto. Manifestazione legittima. Ma che segnerebbe

rotture insanabili e tali da mettere in discussione l’esistenza stessa dell’Europa.

Qui e oggi, quando tutto è ancora in sospeso, un confronto aperto tra queste diverse opzioni è necessario e urgente. E non per arrivare ad una posizione comune qui e oggi; ma per discutere insieme, e a bocce ferme, insieme, sul futuro politico del nostro continente e dei paesi che lo compongono. Senza furbizie e, soprattutto, senza arroganza.

Una pausa, un periodo di tregua che converrebbe, in particolare, al nostro paese. Perché, che lo si voglia o

no, l’Italia sarebbe la prima vittima della nuova alleanza tra l’Europa di Maastricht e quella di Washington/Varsavia. Che si tratti della situazione libica o mediorientale o di nuovi vincoli alla nostra politica di bilancio. Dei nostri rapporti economici e internazionali o della crisi irreversibile del nostro sistema politico. Guai in arrivo di cui ci accorgeremo ben presto.

Alberto Benzoni

L’Europa è in pericolo. di A. Angeli

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Del discorso pronunciato da Mario Draghi al Parlamento europeo il 3 maggio riporto i tre paragrafi terminali, introdotti dall’omaggio reso alla memoria di David Sassoli che ha presieduto il Parlamento Europeo in anni difficili e alla sua visione di speranza per un’Europa” che innova, che protegge, che illumina”. Ecco i paragrafi: i padri dell’Europa ci hanno mostrato come rendere efficace la democrazia nel nostro continente nelle sue progressive trasformazioni; l’integrazione europea è l’alleato migliore che abbiamo per affrontare le sfide che la storia ci pone davanti; oggi, come in tutti gli snodi decisivi dal dopoguerra in poi, servono determinazione, visione, ma soprattutto unità. Ho letto l’intero discorso e il pragmatismo politico ( S. Peirce ) ne costituisce la linea discorsiva, propositiva, e tuttavia alla visione realistica propria di una concezione analitica del ragionamento riguardo alla guerra manca quella connessione fra conoscenza e azione. Nel discorso dominante è il richiamo alla pace e all’impegno diplomatico per una tregua della guerra in corso e al sostegno all’Ucraina, che si sviluppa in più direzioni, di particolare rilievo l’impegno a fornire le armi  ( lascio ai poltrointellettuali di casa la distinzione tra armi difensive o offensive) per contenere l’invasione e indurre Putin ad una trattativa. Purtroppo, ciò su cui il discorso si impoverisce è la visione strategica sulla quale costruire un pensiero che consideri la realtà della situazione e pragmaticamente strutturi una proposta e una iniziativa alternativa a quella di Washington. Infatti, la realtà di cui l’Europa deve prendere atto è il totale disinteresse di Putin a trattare con l’Europa, essendo il suo obiettivo, la sua vera sfida, quella di indurre l’America di Biden  a trattare la resa dell’Ucraina, invero quella degli USA.

Il fatto che nel discorso di Draghi non ci sia alcun accenno alla posizione  politica di Biden e di Antony Blinken ,  che si riassume nell’aspettativa di una sconfitta della Russia sul campo Ucraino che porti alla  sostituzione di Putin, non ci deve sorprendere essendo un allievo di quella classe sociale o elitaria allevata ad  asset finanziari  e diplomazia bancaria; oppure, poiché, come da tempo si profetizza, dovrà incontrarsi con Biden e lì chiarire le sue valutazioni politiche sulla guerra in corso e le eventuali iniziative diplomatiche da seguire, è ragionevole pensare che anche in quella sede prevarrà il pragmatismo: ma  per quale obiettivo? Lo stato dei fatti ci dice che Draghi non solo non ha un mandato europeo per far cambiate idea a Biden, ma non è portatore neppure di una proposta europea alternativa, una strategia di lavoro su cui far leva per ottenere una tregua e avviare un percorso diplomatico serio, risolutivo per la pace. Questa miseria di idee mette in pericolo l’Europa, al momento non ancora coinvolta direttamente anche se, come si dice, si trova con i sassi alla porta. Ma è solo un’ipotesi, poiché il “ caso” può nascere in ogni istante; e allora sarebbe troppo tardi e l’America troppo lontana.  Ecco, questo è il punto vero della situazione: l’Europa vive nell’alleanza con gli USA in una posizione troppo subordinata, per cui se vuole trovare una soluzione rapida a questa guerra e riportare la pace nel nostro continente, deve cercare all’interno la sua forza e una sua strategia su cui impostare una trattativa che tenga conto della realtà modellata da oltre 70 giorni di guerra. Non è pensabile che Draghi riesca in questa impresa, pur essendo l’Italia, per l’America, un partener storico, poiché le divisioni e quindi la debolezza dell’Europa ( le divisioni sulle sanzioni petrolifere docet ) non gli conferiscono quella credibilità e la forza che solo un Europa unita, attraverso le sue istituzioni, può presentarsi al confronto con gli Americani non per assentire, caso mai per dotare l’alleanza  atlantica di una linea politica che corrisponda al livello di guardia della crisi che ormai investe e ridisegna l’attuale assetto geopolitico, di cui l’aggressione Russa all’Ucraina ne rappresenta l’allarmante e irreversibile stato dei fatti.

Poi c’è l’opinione pubblica. Un’inflazione di sondaggi ci rivela l’orientamento degli italiani sulla guerra in corso e sulla politica del governo, sostanzialmente una maggioranza quella che condanna l’aggressione Russa, ma anche una spaccatura simmetrica tra i contrari e incerti riguardo alla fornitura delle armi. Tutti vogliono la pace, anche se le strade da perseguire per raggiungere lo scopo spesso divergono. Poi ci sono le conseguenze economiche e sociali, che la guerra produce e diffonde fino a far presagire sacrifici enormi, che verrebbero a sommarsi a quelli che già il cittadino sopporta da oltre due anni a seguito  della pandemia virale. Una situazione che comincia ad avere riflessi sulla tenuta del consenso a sostegno della politica di favore verso l’Ucraina, una reazione dovuta all’assenza di una strategia dalla quale si possa comprendere fin dove il governo o, meglio, la NATO intende spingersi per pervenire ad una tregua e aprire un percorso per la pace. La larga maggioranza che sostiene il governo dà segni di squilibri, con il movimento 5stelle e la Lega che si preparano alle prossime scadenze elettorali  di giugno prossimo e le politiche del 2023, profittando delle forti tensioni che percorrono il paese, sia per la crisi economica e la forte inflazione che si mangia i redditi delle pensioni e del lavoro, che per le avvisaglie di una recessione economica che trova nel provvedimento della FED una previsione piuttosto allarmante.

Se quindi il discorso di Draghi a Bruxelles è stato considerato importante e pragmaticamente impegnativo sul piano della forma, nella sostanza segna l’assenza di una visione di emergenza e di piena assunzione di responsabilità da parte dell’Europa sul fronte della guerra e rispetto alla linea interpretativa dell’America, che espone l’Europa a un rischioso confronto con la Russia, contro la quale le sanzioni deliberate hanno un ritorno di fiamma che incendia la nostra debole economia, riorienta l’opinione pubblica verso una caduta di solidarietà a favore dell’Ucraina e di distanziamento dal governo Draghi e dai partiti che lo sostengono a vantaggio di quelle forze, Conte e Salvini, pronte a ricostruire l’avventura di un populismo che si rivelerebbe disastroso per la tenuta della democrazia del nostro Paese.

Alberto Angeli

Le mistificazioni della stampa “liberal” su Melenchon. di P. Giudice

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Che Melenchon sia un socialista non vi sono dubbi. Come lui ha più volte detto , il suo programma riprende molti puinti del vecchio programma del PSF (gettato poi alle ortiche da Hollande). La cosa che ti fa più rabbia è il paralllelismo che una stampa , tristemente nota, fa tra la Le Pen e Melechon. Cioè tra una fascista, xenofoba e reazionaria ed una personalità della sinistra socialista. Non importa se Melenchon ha per ben dieci volte detto ” non un voto vada alla Le Pen”. Certo non poteva dire : votate Macron contro il quale ha condotto una durissima campagna elettorale. Del resto , in Francia è diffusa una avversione profonda per Macron, tra molti strati della popolazione. Per le sue politiche volte a smantellare lo stato sociale ed i diritti dei lavoratori, nonchè colpire le piccole imprese. Mia sorella (che ha molte amiche in Francia) ha potuto ben registrare tale profonda avversione. Di fatto Macron ha smantellato tutte le conquiste sociali fatte dai socialisti, in passato. Del resto se si legge il programma elettorale (che ho già illustrato, in un altro post) è evidente che è un programma di “socialdemocrazia radicale” molto vicino a quello di Corbyn. Opposto sia a Macron che alla Le Pen. Di fatto se i comunisti francesi (che odiano Melenchon) non avessero candidato un loro uomo (che ha preso il 2,6%) Melenchon avrebbe potuto andare lui al ballottaggio. Solo 400.000 voti lo separano dalla Le Pen. Comunque, a titolo informativo , Melenchon ha condotto un sondaggio tra i suoi elettori: il 51% si asterrà e non andrà a votare, il 33% voterà per Macron, il 16% per la Le Pen.

Peppe Giudice

Partigiano: ovvero da che parte stare. di R. Papa

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Oggi infuria una polemica “irreale” tra accuse di “nipotini di Biden” e “nipotini di Putin” mentre nel centro dell’Europa infuria una guerra che rischia di trascinarci tutti nel baratro.

Invece di cercare di capire – per qualcuno è troppo difficile – ci si azzuffa su un comunicato dell’Anpi, o sul prof. Orsini, ultima star mediatica. Siamo pur sempre il paese dei guelfi e ghibellini. Dopo i tanti virologi, ora abbiamo gli esperti di geopolitica.

I “compagni” che stanno ormai assurgendo a categoria dello spirito, si dividono, come se ce ne fosse ulteriore bisogno, come ai bei tempi tra stalinisti e antistalinisti, socialfascisti e traditori della classe operaia. Compagni e compagne di una vita si “bastonano”, a suon di parole, per carità, e si spezzano antiche amicizie, tra chi sta con i russi, o quantomeno ne giustifica le azioni, e chi sta con gli ucraini o quantomeno ne giustifica la resistenza.

Oggi ho cominciato la lettura del libro di Anna Politkovskaja “La Russia di Putin” e già la prima pagina mi ha confermato che quanto fin qui ho scritto su questa “maledetta guerra”, su ciò che sta accadendo in Ucraina, non è una mia proiezione ideologica da vecchio socialista antistalinista, che già nel 1968 scelse di stare dalla parte della rivolta di Praga al fianco del compagno Dubcek. Per l’Ungheria ero troppo giovane.

Oggi non si può non sottoscrivere quanto nel febbraio 1917 scrisse il socialista Gramsci:

“Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti”

Oggi per me essere partigiano significa stare dalla parte della resistenza ucraina contro il dittatore Putin e se questo significa essere “un nipotino di Biden” ebbene sono un “nipotino di Biden” anche se non ho capito bene cosa voglia dire. Forse che i nostri genitori che combatterono il nazifascismo non furono “i nipotini di Roosevelt”?

Oggi come allora difenderemo sempre chi sta dalla parte della libertà, della democrazia, del diritto all’autodifesa da qualunque invasione sia essa americana, sovietica o russa.

Roberto Papa

Sulla crisi economica e il ruolo della globalizzazione. di A. Angeli

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Herschel Ivan Grossman, è stato un economista americano noto soprattutto per il suo lavoro sullo squilibrio generale, condotto con Robert Barro negli anni ’70, e in seguito sui diritti di proprietà e l’emergere dello stato. Un anno prima della sua morte, nel 2003, iniziò la sua conferenza sul peggioramento della crisi economica a livello mondiale, tenuta a Timlil,  con un richiamo biblico: la cacciata dal Giardino dell’Eden di Adamo e Eva e sopra di essi l’apparizione dei quattro cavalieri dell’apocalisse, che nel corso del tempo hanno devastato l’umanità: carestia, malattie, disastri naturali e le guerre. Nei tempi moderni, sia la scienza che la tecnologia hanno concorso a mitigare il peggio dei primi tre, di cui ancora godiamo i benefici, mentre l’indole dell’umanità verso il peggio, la guerra, ha consegnato al cavaliere dell’apocalisse che la rappresenta le sorti del mondo e del suo benessere sociale e economico.

Quello di Grossman è stato un aforisma azzeccato: la pandemia prima e oggi la guerra che sta devastando l’Ucraina, a cui sono seguite le sanzioni adottate da un numero rilevate di paesi contro la Russia per la sconvolgente e inumana invasione di un libero Paese induce, appunto, a richiamare l’apocalisse. Si tratta di un evento epocale che mette in discussione un ordine economico e sociale già sottoposto a tensioni sul fronte  dei commerci, delle forniture, della produzione e degli scambi  interrompendo la marcia della globalizzazione economico-finanziaria appena riavvita dopo la pandemia. L’incognita del dopo guerra pesa sulle valutazioni degli addetti a questi processi economici, soprattutto per capire se si tratterà di un nuovo ordine geopolitico e quindi di una de-globalizzazione o un nuovo sistema di scambi commerciali e finanziari in  cui la Cina di Xi Jinping sarà chiamata a svolgere un ruolo molto più ridondante. Al momento, la massima preoccupazione è data dal risveglio piuttosto scioccante dell’inflazione che, come da scuola, è dovuta all’aumento dei prezzi, innescati da quelli della crisi energetica.

 Grossman ci inviterebbe a mettere il cuore in pace e riflettere con intelligenza sul da farsi riguardo alla crisi economica: la corsa dell’inflazione in Italia viaggia verso una media per l’anno 2022 al 6,7%, al 7,9% negli Stati Uniti, al 7,3% in Germania e al 9,8% in Spagna. Gli analisti ci illustrano che i dati mostrano molti elementi transitori, anche se alcuni appaiono invece strutturali, per cui potrebbero rivelarsi duraturi comunque, sicuramente, non scompariranno molto presto. Per scaramanzia si è portati a pensare che dai picchi attuali il costo della vita calerà, prima o poi; questo lo prevedono tutti gli economisti, ma nessuno pensa che torneremo ai livelli di mini-inflazione che abbiamo conosciuto prima del Covid. E difficilmente passeremo questo anno senza dover riconsiderare il dato, condizionato dalla guerra in corso e dal nuovo ordine geopolitico che ne seguirà. D’altro canto sono proprio i dati di previsione elaborati da alcuni istituti di ricerca, sottoposti ad aggiornamenti quotidiani inseguendo l’andamento dei costi del gas del petrolio e degli approvvigionamenti, a ricordarci la volatilità delle precedenti elaborazioni, soprattutto poiché tutto il quadro macro economico è condizionato dallo scenario in cui la durata della guerra è una variabile cruciale. Alcuni istituti, come la Confindustria, si spingono a dipingere uno scenario deludente riguardo alle stime di crescita del PIL, a causa del costo del caro energia per le famiglie e le imprese e per le previsioni critiche del Pnrr e i suoi effetti  lungo i termini del piano stesso, mettendo in conto una sua riconsiderazione.

Il dato dell’inflazione tendenziale, che alcuni prevedono, supererà il 7%, avrà effetti terribili sui depositi a risparmio, che ammontano a circa 1800 mld di euro, sui redditi da lavoro e sulle pensioni, già sottoposti alle tensioni negative degli aumenti energetici, con riflessi sui consumi e sulla tenuta dell’occupazione, del sistema sociale e dell’economia. Tutto questo avrà influenza sull’andamento dell’economia e sulla formazione del reddito nazionale che, seguendo le previsioni elaborate da S&P, è previsto che il  Pil Italiano per 2022 passi dalle stime previste dal +4,7 al +3,1%, mettendo però in conto una previsione di probabile miglioramento su 2023 e 2024; ovviamente si tratta di un quadro di previsioni condizionato dall’andamento della guerra, dalla sua durata e dall’assetto geopolitico che ne scaturirà e quali conseguenze si combineranno nel processo di revisione della globalizzazione e dell’organizzazione commerciale e di intermediazione che andranno a formarsi dopo la guerra.  

La guerra, appunto, perché è causata dall’uomo e rimane la più difficile da risolvere, nonostante i risultati che potrebbero derivare dal fatto che un sistema commerciale globale aperto potrà impedire a uno stato di avviare una guerra contro qualsiasi partner commerciale, perché altri partner commerciali nei mercati globali preferiscono fare affari con un attore “pacifico”. Quindi, teoricamente, l’apertura commerciale globale può ridurre l’incentivo a provocare un conflitto bilaterale. Allora questa probabilità ci induce a pensare che gli stati aperti ( come indica Popper ) possano essere più pacifici perché diventano più disponibili alla libertà politica e alla democrazia. Questo perché, ci dicono gli esperti, applicano meglio il diritto internazionale e impiegano il buon governo.

Pertanto, seguendo la dottrina degli esperti, la globalizzazione promuove la pace attraverso due canali: uno dal maggiore vantaggio che la pace detiene per l’interdipendenza commerciale bilaterale e l’altro dall’integrazione di un paese nel mercato globale, indipendentemente dall’entità del commercio con ciascun partner commerciale. La “globalizzazione”, è la tesi, è stata una delle caratteristiche più salienti dell’economia mondiale nell’ultimo secolo. I mercati emergenti e i paesi in via di sviluppo continuano a integrarsi nel sistema commerciale globale. Il commercio mondiale ( dati rilevati da Capitale e Ideologia di Thomas Piketty) è aumentato rapidamente, in particolare dopo la seconda guerra mondiale, dal 18% del PIL mondiale nel 1950 al 52% nel 2007. Allo stesso tempo, anche il numero di paesi coinvolti nel commercio mondiale è aumentato in modo significativo. Seguendo i risultati deli studi condotti suggeriscono ci svelano come l’integrazione commerciale non solo si traduce in un guadagno economico, ma può anche portare a un significativo guadagno politico, come un significativo “dividendo di pace” tra i partner commerciali. Spiegano anche perché l’integrazione economica regionale o globale viene spesso avviata per soddisfare motivi politici e di sicurezza. Ad esempio, la ragion d’essere dietro la formazione dell’UE dopo la seconda guerra mondiale era il desiderio di pace, in particolare tra Francia e Germania.

In risposta all’attuale crisi finanziaria e economica, alcuni paesi hanno fatto ricorso a misure restrittive del commercio per cercare di proteggere le imprese e i posti di lavoro nazionali. Il mondo dovrebbe ricordare che il protezionismo nel periodo tra le due guerre ha provocato un’ondata di azioni di ritorsione che non solo ha fatto precipitare il mondo più profondamente nella Grande Depressione, ma ha anche messo a rischio le relazioni internazionali. Proprio in questi giorni di guerra molti economisti, dall’analisi dei dati economici, rilevano una tendenza che indicano come un ritorno alla stagflazione degli anni ’70. Anche se altri sono pronti a scommettere sul fatto che ci sono, tuttavia, buone ragioni, per preoccuparsi del fatto che stiamo assistendo a una replica economica del 1914, l’anno che pose fine a quella che alcuni economisti ricordano come la prima ondata di globalizzazione , una vasta espansione del commercio mondiale.

Nel suo libro del 1919 “The Economic Consequences of the Peace”, John Maynard Keynes – che in seguito ci insegnerà a capire le depressioni – lamentava quella che vedeva, correttamente, come la fine di un’era, “uno straordinario episodio nel progresso economico di uomo.” Alla vigilia della prima guerra mondiale, scrisse, un abitante di Londra poteva facilmente ordinare “i vari prodotti di tutta la terra, nella quantità che riteneva opportuno, e ragionevolmente aspettarsi la loro consegna anticipata alla sua porta”. Ma non doveva durare, grazie ai «progetti e alle politiche del militarismo e dell’imperialismo, delle rivalità razziali e culturali». Keynes aveva ragione a vedere la prima guerra mondiale come la fine di un’era per l’economia globale. Per fare un esempio chiaramente rilevante, nel 1913 l’impero russo era un grande esportatore di grano; sarebbero passate tre generazioni prima che alcune delle ex repubbliche dell’Unione Sovietica riprendessero quel ruolo. E la seconda ondata di globalizzazione, con le sue catene di approvvigionamento a livello mondiale rese possibili dalla containerizzazione e dalle telecomunicazioni, non è iniziata davvero fino al 1990 circa. Quindi stiamo per assistere a una seconda de-globalizzazione? La risposta, probabilmente, è sì. E mentre ci sono stati importanti aspetti negativi della globalizzazione come la conoscevamo, ci saranno conseguenze ancora più nette se vedremo un rallentamento del commercio mondiale. Sfortunatamente, stiamo riapprendendo le lezioni della prima guerra mondiale: i benefici della globalizzazione sono sempre a rischio dalla minaccia della guerra e dai capricci dei dittatori. Per rendere il mondo durevolmente più ricco, dobbiamo renderlo più sicuro.

Alberto Angeli

La nuova Bad Godesberg della sinistra italiana? di D. Lamacchia

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Bad Godesberg borgo di Bonn dove nel 1959 si tenne il congresso della SPD e dove la stessa decise di adottare un programma non più rivoluzionario ma più marcatamente socialdemocratico con apertura al riformismo, al mercato e alle classi medie.

Perché il richiamo a Bad Godesberg? Perché si sta assistendo in questi giorni ad uno stravolgimento della cultura politica di gran parte della sinistra storica italiana o di ciò che ne è rimasto dopo la fine del PCI. Molti sono i temi su cui ci si divide, dal ruolo del mercato, dell’ecologia, delle istituzioni, delle alleanze politiche, ecc.

Ciò che ha fatto emergere la guerra è che una divisione si è creata tra chi ha abbracciato convintamente una cultura “atlantista” e chi no.

Cosa si intende per ”atlantismo”? L’insieme delle visioni politiche ed economiche che sottostanno al “Patto atlantico”. Personalità che magari in gioventù hanno marciato per condannare convintamente l’intervento in Vietnam dell’America, hanno condannato il golpe fascista in Cile sostenuto dalla stessa America e i successivi interventi militari tesi ad “esportare democrazia”, ora si ritrovano affianco dell’America e della NATO ad approvare aiuti militari all’Ucraina in nome dei valori di democrazia e libertà per cui starebbero a battersi gli ucraini stessi contro “l’impero delle dittature” rappresentato da Putin. Senza entrare nel merito delle cause e concause della mai troppo condannabile invasione da parte dell’autocrate russo, qui si vuole analizzare il fenomeno “schieramento atlantista” di gran parte dell’opinione di sinistra italiana. Insomma questa sinistra ha sposato interamente il concetto secondo cui Putin avrebbe invaso l’Ucraina perché con l’ingresso in NATO della stessa, un pezzo importante del suo mondo si convertirebbe ai principi di libertà e di democrazia da lui avversati. A conferma di una contrapposizione tra “mondo libero” quello occidentale da una parte e “mondo delle oppressioni” dall’altro. Di qui la necessità di schierarsi senza esitazioni da parte della democrazia. Sebbene questa rappresentazione, per ragioni di spazio, è molto schematizzata, devo dire che ha il limite di tutte le semplificazioni. Non rappresenta tutta la verità e come tutte le semplificazioni nascono con lo scopo di giustificare pensieri e azioni.  Ci sono differenza tra occidente e oriente? Certo! Ci si può divertire ad andare indietro al mondo greco-romano patria del pensiero critico classico e del diritto che ha forgiato tutta la cultura del mondo occidentale o all’illuminismo, alla cultura del liberalismo scaturita dalla rivoluzione francese, al positivismo e ancora alla rivoluzione democratico-borghese che ha visto l’occidente come protagonista. Mentre ad est veniva conservata una storia tutta basata sul principio di autorità che mai ha abbandonato una origine “tribale”, patriarcale fino all’epoca dei soviet e all’oligarchia odierna. Tutto oro ciò che luccica ad occidente? Assolutamente no. Al pensiero liberale e critico di Spinoza, Locke, Montesquieu, Kant si sono contrapposti i regimi autoritari dei monarchi e imperatori assolutisti e dei regimi nazi-fascisti di epoca contemporanea. Leggiamoci o rileggiamoci la sofferta vita di Karl Marx per esempio, uno tra tanti, costretto dai regimi autoritari a vagare tra un paese e l’altro d’Europa per sfuggire alla persecuzione. Come se una dicotomia si sia sempre attuata tra pensiero teoretico e azione politica. Che dire della cultura razzista e colonialista, di certa cultura oscurantista di stampo religioso diffusa per tutto il ‘900 fino ai giorni nostri? Ci si può liberare di tutto ciò con una scrollata di spalle? Non sono storia e memoria dell’occidente? Pur tuttavia la sinistra è chiamata a fare i conti con certa “memoria”. Dopo le esperienze da “socialismo realizzato” che soluzione dare al “conflitto” tra uguaglianza e libertà? Come rispondere al trasferimento di impresa da un paese più ricco con salari più alti ad uno con salari più bassi che genera sviluppo e benessere tra altri lavoratori? Come conciliare piena occupazione e salvaguardia ambientale? Come conciliare piena occupazione e sviluppo tecnologico? Come conciliare sicurezza sociale e debito pubblico? Come conciliare le migrazioni epocali con i principi di uguaglianza e solidarietà umana? Come si fa a convivere tra culture diverse in un mondo globalizzato quando gli scambi da un “mondo” a l’altro non sono più una scelta ma un dato di fatto ineludibile? Cosa produrre? Come produrre? Per chi produrre? Solo alcuni degli interrogativi pesanti a cui necessita dare risposta. La risposta a questi interrogativi rappresenta la sfida del pensiero egualitario.  Sono forse le risposte chiuse nelle pieghe del pensiero “atlantista”? Non sono chiuse in quel modello il liberismo, il mercatismo, l’ordoliberalismo? Non sono questi modelli basati sul principio della competizione? Non richiede la competizione la definizione di un mondo “chiuso” da contrapporre ad un altro altrettanto chiuso. “Aperto” sì, ma solo al suo interno e chiuso verso l’esterno? Non diventa perciò questa competizione anche di tipo militare? La NATO non è funzionale a questo modello?  Le sfide del mondo ineludibilmente globalizzato non richiedono invece la ricerca di modelli basati sul principio della cooperazione? Conosco l’obiezione, per cooperare bisogna essere in due almeno e quindi necessita che anche l’ ”altro” ne abbia volontà ma se questa volontà non c’è la chiusura è inevitabile. Vero! Ma ciò non ci esime dall’avere una visione che contrasta con questa prospettiva e dal lavorare perché si affermi una visione da “mondo aperto”. Come si esce da una situazione di transizione se non con uno sguardo verso il futuro e non con uno sguardo verso il passato? Non diventa così l’atlantismo un arnese obsoleto anzi addirittura pericoloso? Perché allora una parte della sinistra ha abbracciato l’atlantismo? Non posso che dire che l’abbia fatto per incapacità di saper guardare lontano per chiudersi in una zona di confort facile a portata di mano. Una volontà tesa a scrollarsi di dosso l’ultimo tabù e liberarsi di un peccato originale che fu l’aver condiviso il passato con il sovietismo ora incarnatosi inconsciamente in Putin. “Komunismo” ecco di cosa emendarsi. Liberiamoci pure della “K” ma non smarriamo una visione egualitaria per la soluzione dei problemi. Rileggiamo Gramsci e il suo rapporto con il liberalismo gobettiano, Ingrao. Ingrao ha speso tutta la sua vita a cercare di conciliare egualitarismo e libertà. Riprendiamo il suo pensiero per un nuovo governo unitario del mondo. Quando egli scriveva di queste cose era considerato, me compreso, troppo in avanti coi tempi. Ora siamo in quei tempi! Ci siamo con tutta la drammaticità di una guerra che rischia di diventare tragedia mondiale. Non ci si può nascondere dietro schemi sorpassati e inefficaci, serve la visione di una prospettiva “aperta” alla cooperazione, non di ”atlantismo”.

Donato Lamacchia

Nel discorso di Putin i prodromi della guerra. di A. Angeli

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Osserva bene l’immagine, la distanza tra Putin e i membri del consiglio di sicurezza, che rende efficacemente l’idea del senso di autoritarismo o Cesarismo che quell’autocrate rappresenta. E’ in questa recita  che l’acme del potere, manipolando la storia al solo scopo di affermare il sogno di Putin per una grande Russia, usa l’arma ottocentesca della guerra per scatenare l’apocalisse.  Seguiamo alcuni passaggi del delirante discorso di Putin, per capirne il senso, l’obbiettivo e il significato. Un discorso durato oltre un’ora con il quale il Presidente della Russia si è spinto ben oltre lo scopo dichiarato di riconoscere l’indipendenza di due territori appartenenti all’Ucraina, occupati dai separatisti con il sostegno dei soldati Russi. Un discorso traboccante di nazionalismo intransigente, una paranoica rabbia contro l’occidente, ricostruzioni storiche ridondanti di falsità, un senso di perduto orgoglio imperiale. Ma lasciamo parlare Putin, che dopo l’occupazione delle due provincie ucraine  Donetsk e Luhansk, articola una prolissa giustificazione per una ulteriore invasione dell’Ucraina, la quale trasmette a buon intenditore minacce per una probabile avanzata verso Kiev..

Da tempo immemorabile, le persone che vivono nel sud-ovest di quella che è stata storicamente terra russa si chiamano Russi e Cristiani Ortodossi . Quindi, inizierò con il fatto che l’Ucraina moderna è stata interamente creata dalla Russia o, per essere più precisi, dai bolscevichi, la Russia comunista. Questo processo iniziò praticamente subito dopo la rivoluzione del 1917, e Lenin e i suoi associati lo fecero in un modo estremamente duro per la Russia: separando, recidendo ciò che è storicamente terra russa”.

Stando a Putin i confini dell’Ucraina sono una creazione artificiale di pianificatori sovietici che hanno ingiustamente donato la legittima terra russa all’interno della Repubblica socialista sovietica ucraina. In realtà, i confini interni sovietici riflettevano secolari divisioni culturali e politiche, così come quella che gli stessi censitori di Mosca ritennero essere una maggioranza etnica ucraina in tutto quel territorio, inclusa quella che oggi è l’Ucraina orientale.

I commenti di Putin, che si basano sulla sua giustificazione per l’annessione della Crimea nel 2014  implicano un mandato per affermare la sovranità russa su parte o tutta l’Ucraina orientale, anche se per ora sta solo riconoscendo l’indipendenza dei separatisti sostenuti da Mosca che ne controllano parti. I suoi ripetuti riferimenti all’Ucraina come artificiale e il suo passato continua affermando che: “l’Ucraina non è nemmeno uno stato”,  per cui, come ha affermato nel 2008, suggeriscono l’interpretazione che spetta alla Russia la possibilità di dichiarare tutta l’Ucraina un’invenzione storica, che serve a giustificare un’invasione più ampia. Al proposito prosegue: “E oggi la “progenie riconoscente” ha distrutto  i monumenti a Lenin in Ucraina. La chiamano de-comunizzazione. Vuoi la de-comunizzazione? Molto bene, questo ci sta benissimo. Ma perché fermarsi a metà? Siamo pronti a mostrare cosa significherebbe la vera de-comunizzazioni per l’Ucraina”.

Putin sta espressamente suggerendo che gli ucraini avrebbero dovuto ringraziare Vladimir Lenin, il leader  fondatore  del Comunismo sovietico che Putin incolpa per i confini dell’Ucraina, piuttosto che rovesciare le statue dell’era sovietica durante le proteste del 2014 contro il governo filo-Mosca di Kiev. Una lettura che ci consente di cogliere nel suo riferimento alla “reale de-comunizzazione”  che Putin si stia preparando a cancellare quella che considera l’effettiva eredità di Lenin ridisegnando con la forza i confini dell’Ucraina a suo piacimento.

 Continua: “ l’immunità statale dalla malattia del nazionalismo stava diffondendosi. Come ho già detto, non c’era  un diritto di secessione dall’Unione Sovietica”. Un passaggio del disco molto chiaro poiché Putin si presenta allo stesso tempo come un difensore del nazionalismo russo, attraverso rivendicazioni territoriali sanguinolente, e come combattente contro la “malattia del nazionalismo”, in questo caso la lunga lotta dell’Ucraina per l’autonomia nazionale. Questa contraddizione è radicata nella sua ossessione per lo scioglimento dell’Unione Sovietica, a cui dedica una lunga parte del suo discorso.

È ora che radicali e nazionalisti, compresi e principalmente quelli in Ucraina, cessino di prendersi il merito di aver ottenuto l’indipendenza. Come possiamo vedere, questo è assolutamente sbagliato. La disintegrazione del nostro Paese unito è stata determinata dagli errori storici e strategici da parte dei dirigenti bolscevichi e della dirigenza del PCUS, errori commessi in tempi diversi nella costruzione dello stato e nelle politiche economiche ed etniche. Il crollo della Russia storica nota come URSS è sulla loro coscienza”. Un passaggio, questo, che non lascia dubbi sulle vere intenzioni del Presidente della Russia. Infatti, putin sostiene che l’Ucraina e altre ex repubbliche sovietiche sono state manipolate per dichiarare l’indipendenza da Mosca da opportunisti egocentrici. In realtà, la stragrande maggioranza degli ucraini – comprese le regioni dell’Ucraina orientale che Putin suggerisce siano state strappate dalla Russia contro la volontà dei loro residenti – ha votato per stabilire uno stato indipendente. Nella sostanza, da questi riferimenti si evince come Putin ritenga lo stato ucraino come una creazione illegittima: un atto di furto alla Russia; allora è inevitabile che agli ucraini  ritornino  sotto il governo di Mosca. Si tratta di una pericolosa escalation che suscita preoccupazione in tutta Europa, poichè Putin suggerisce che questo vale per tutte le ex repubbliche sovietiche. Tre di questi paesi sono ora membri della NATO, il che significa che l’alleanza si è impegnata nella loro difesa: Estonia, Lettonia e Lituania. Ma per Putin: “Le autorità ucraine – lo sottolineo – hanno iniziato costruendo la loro statualità sulla negazione di tutto ciò che ci univa, cercando di distorcere la mentalità e la memoria storica di milioni di persone, di intere generazioni che vivono in Ucraina. Non sorprende che la società ucraina abbia dovuto affrontare l’ascesa del nazionalismo di estrema destra, che si è rapidamente trasformato in russofobia e neonazismo aggressivi”.

Quanto riportato costituisce una esplicita presa di posizione di Putin per una guerra  dichiarata e condotta per impadronirsi non solo di parti dell’Ucraina ma spingere la sua determinazione oltre i confini di quel Paese, verso l’Europa.  L’Occidente, in particolare l’Europa, hanno sul tavolo una precisa minaccia alla pace ed un uomo al comando di una potenza militare che si è posto un disegno preciso, un obbiettivo: ricostruire l’impero Russo del XIX secolo e con la stessa mentalità di quell’epoca muove le sue forze, confidando sulla incapacità di una risposta decisa e all’altezza del momento da parte dell’Occidente – USA e Europa -. Non sono le sanzioni la risposta sufficiente, è necessario ricorre all’ONU e rivendicare ottenere e costruire un corpo militare sotto l’egida dell’ONU, anche se la Russia dovesse far valere la sua condizionalità, da disporre ai confini oggetto dell’atto di guerra da parte di una potenza militare contro uno stato e un popolo indifeso.

Alberto Angeli

La Bielorussia, la Polonia e i migranti: chi tira i fili della crisi. di A. Angeli

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Si fa sempre più grave e tesa la situazione al confine occidentale della Bielorussia, dove migliaia di migranti sono stati spinti ( guidati con forza? ) dai soldati di Lukaschenko con lo scopo di fare saltare i confini con la Polonia. Una Pressione che ha costretto Polonia e Lituania a dichiarare lo stato di emergenza e a chiudere le frontiere ammassando migliaia di militari e erigendo un filo spinato, tutto per fermare i migranti ( quanti: diecimila, 15.000 ?) che cercano cercano disperatamente di entrare in occidente. I rischi di una incontrollata azione induce a temere che la situazione possa degenerare in uno scontro violento . D’altro canto è proprio l’escalation programmata a suo tempo dal presidente bielorusso Alexander Lukashenko, fin dal maggio 2021, di ” inondare l’Europa di droga e migranti “, contro cui l’Europa esprime una forte condanna e guarda con preoccupazione a quanto sta avvenendo. Ormai è chiaro, si tratta di una rappresaglia per le sanzioni imposte dell’Europa in seguito all’atterraggio forzato di un aereo commerciale e alla detenzione di due dei passeggeri , il giornalista dell’opposizione Roman Protasevich e la sua compagna, la cittadina russa Sofia Sapega, dalle autorità bielorusse nel maggio 2021.

Se stiamo a quanto dichiarano da chi ha svolto indagini al riguardo ( corroborate anche da precise accuse da parte degli stessi migranti ) l’esercito bielorusso ha trasportato un gran numero di persone, molte in fuga dai conflitti del Medio Oriente, e le ha scortate al confine con la Polonia, dove ora sono intrappolate tra le difese del confine polacche e l’esercito bielorusso. Sul caso più di un esperto di questioni inerenti all’aera e dei rapporti tra Russia e Bielorussia ( cioè Putin e Lukaschenko ), la situazione si presta ad essere interpretata come un manovra voluta dalla Russia per consolidare la dipendenza di Lukashenko dal Cremlino. Ma il vero obiettivo è senza ombra di dubbio ravviabile nella volontà di Putin di aumentare l’influenza di Mosca sui negoziati con Berlino, per accelerare la certificazione del gasdotto Nord Stream 2, poiché la cancelliera tedesco uscente, Angela Merkel, ha invitato la Russia ad intervenire per superare rapidamente la crisi.

Il governo polacco stima che oltre ai migranti già numerosi ai suoi confini altri potrebbero essere raccolti lungo il confine con la Bielorussia , secondo quanto riferito, scortati da personale militare bielorusso. Allora può accadere di tutto, con i militari polacchi sotto pressione che ricorrono sempre più spesso a misure sempre più violente, fino a rendere la situazione incontrollabile per la una escalation di accuse in corso tra i due paesi confinanti. Questa tensione induce a considerare non del tutto esclusa una imprevedibile reazione da parte di une delle due sentinelle che si fronteggiano lungo la frontiera, anche se gli ultimi avvenimenti ( cancellazione dei voli dai Paesi da cui partivano i migranti come turisti per la Bielorussia e l’apertura di Punti a garantire comunque i rifornimenti di metano all’Europa e l’invito a Lukschenko a calmarsi ) inducono a considerare altamente improbabile la minaccia di un conflitto, ch potrebbe coinvolgere la NATO e la Russia. Timore che ha spinto anche lo stesso Lukashenko a dichiarare che non cerca lo scontro. Ci si domanda se questi sono segnali rassicuranti, anche se le prospettive di un’immediata riduzione dell’escalation sembrano al momento improbabili, dato che l’UE ha deciso questa settimana di ampliare la portata delle attuali sanzioni contro la Bielorussia, proprio la cosa che ha scatenato in primo luogo le ritorsioni di Lukashenko. Pertanto, con l’adozione di un nuovo pacchetto di sanzioni che potrebbe verificarsi il 25 novembre, l’attuale crisi potrebbe estendersi fino a dicembre e fino al 2022.

Ma la crisi ha anche un altro risvolto, in quanto ha messo a fuoco il ruolo e gli interessi della Russia Putiana, con i leader del governo della Polonia che hanno accusato direttamente Putin di avere orchestrato questa intricata situazione. Non è chiaro, solo per chi non vuole pensare, fino a che punto il Cremlino sia direttamente coinvolto nella promozione dell’attuale crisi, ma la situazione fa comunque il gioco della Russia. Inevitabilmente spingerà ulteriormente Lukashenko sotto l’influenza di Mosca – qualcosa che il Cremlino alla fine sembra cercare, almeno stando agli avvisi diretti all’usurpatore lukaschenko . In particolare, il 4 novembre, Russia e Bielorussia hanno finalmente firmato i tanto attesi cosiddetti programmi sindacali, o road map per l’integrazione . Questi documenti cercano in definitiva di avvicinare i due stati integrando i loro sistemi economici e amministrativi. Sebbene i dettagli dei documenti non siano pubblici, le informazioni disponibili suggeriscono che sono stati notevolmente annacquati . Tuttavia, il fatto che ciò sia avvenuto dopo anni di stallo di Lukashenko sottolinea la crescente influenza della Russia sulla Bielorussia.

Si tenga inoltre conto di un altro fronte., da cui ricaviamo la notizia che l’escalation della crisi arriva tra rinnovate notizie di un altro ammassamento di truppe russe al confine con l’Ucraina . Con l’occidente preoccupato dalla crisi dei migranti e Kiev, che invia anche truppe e aumenta le forze di frontiera per prevenire qualsiasi potenziale ricaduta, il Cremlino potrebbe approfittare della situazione per provocare un’ulteriore destabilizzazione in Ucraina. Queste rinnovate tensioni ai confini arrivano subito dopo la visita del segretario alla Difesa degli Stati Uniti, Lloyd Austin , nella regione del Mar Nero, inclusa l’Ucraina, per ribadire il sostegno di Washington. In passato, tali eventi ed espressioni di sostegno all’adesione dell’Ucraina alla Nato hanno provocato un forte contraccolpo da parte della Russia . Mosca vede l’Ucraina e altri stati post-sovietici come sotto la sua sfera di influenza. In quanto tale, un’escalation del conflitto tra Ucraina e Russia rimane improbabile, ma gli sviluppi servono a ricordare il potenziale di una rapida escalation, soprattutto alla luce delle preoccupazioni sulla quantità di equipaggiamento militare che la Russia ha lasciato al confine con l’Ucraina orientale quando si è ritirato ad aprile.

Per tutti i motivi su esposti l’evoluzione della crisi dei migranti al confine bielorusso rappresenta la più grave escalation delle tensioni regionali tra la Bielorussia e l’Europa da anni. Inoltre, con l’UE che si limita ad ampliare le sanzioni contro Minsk , rimane lo scenario più probabile che Lukashenko continuerà a perseguire l’attuale strategia di ritorsione. Pertanto, anche la situazione umanitaria nell’area continuerà a deteriorarsi, soprattutto a causa dell’abbassamento delle temperature prima dell’inverno e delle segnalazioni che gli operatori umanitari non sono in grado di entrare nell’area , rischiando una vera e propria crisi umanitaria.

La democrazia affronta nuove minacce; l’Europa, tutti i paesi dell’Europa, attraversano un periodo di sconvolgimenti dopo la Brexit; gli Stati Uniti tracciano un percorso difficile per uscire dall’amministrazione Trump; il coronavirus sta devastando gran parte del mondo. La disuguaglianza è in aumento e le divisioni nella società si stanno ampliando, spesso alimentate dalla retorica incendiaria dei governi. E non dobbiamo illuderci sul fatto che qualsiasi aiuto dalla Russia per risolvere la crisi bielorussa avrà probabilmente un prezzo. E tuttavia, l’Europa non può e non deve chiudere gli occhi di fronte al dramma che si avvicina per quella parte dell’umanità spregiativamente utilizzata dalla Russia e dal suo servo Lukaschenko, dia prova di coraggio, di grande spirito umanitario, un mondo diverso perché basato sulla solidarietà e senso dell’umanità, aperto e pronto all’accoglienza salvando bambini, donne e anziani sottraendoli al gioco di potenze stupide e senza anima .

QUESTA è L’EUROPA CHE TUTTI VOGLIAMO CHE SIA.

Albero Angeli

Israele – Palestina: due popoli due stati. Per raggiungere la pace l’Europa esca dal sogno dell’equidistanza. di A. Angeli

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Alberto Angeli | Comitato socialista per il NO

Nonostante il rinvio della Corte Suprema Israeliana, l’imminente sfratto di sei famiglie palestinesi che vivono nel quartiere di Sheikh Jarrah di Gerusalemme est, ha inizialmente scatenato duri scontri tra israeliani e palestinesi , fino a trasformarsi in un vero conflitto armato con Hamas, dando vita ad una spirale verso l’ennesima guerra. La causa del confitto sembra doversi attribuire ad una parola, che nella comunità ebraica americana, europea e del resto del mondo è sconosciuta, anche se si ratta di un termine evocativo poiché la parola “la Nakba, o “catastrofe” in arabo, riassume gli oltre 700.000 palestinesi che sono stati espulsi o sono fuggiti terrorizzati durante la fondazione di Israele. Nakba evoca le espulsioni che si sono susseguite da allora: i circa 300.000 palestinesi che Israele ha sfollato quando ha conquistato la Cisgiordania e la Striscia di Gaza nel 1967; i circa 250.000 palestinesi che non potevano tornare in Cisgiordania e a Gaza dopo che Israele aveva revocato i loro diritti di residenza tra il 1967 e il 1994; le centinaia di palestinesi scacciati e le cui case Israele ha demolito solo nel 2020. Gli sfratti di Gerusalemme est sono stati quindi il combustibile che ha portato all’esasperazione la popolazione palestinese contro un modello autoritario di espulsione vecchio quanto Israele stesso.

Evidentemente, la parola : Nakba, diffusa tra i palestinesi che ne conoscono il significato terribile per il loro popolo, non è così terribile per gli ebrei per i quali questa parola: “la Nakba” è legata indissolubilmente alla creazione dello Stato di Israele. Dalle dodici tribù alla nascita del sionismo 1897, dal 1929 sotto l’influenza Inglese e fino al 1947 anno della deliberazione dell’ONU a favore della creazione di uno Stato Ebraico, storicamente il problema della convivenza di questi due popoli costituisce una ignominia della incapacità delle potenze mondiali a dare una soluzione definitiva al problema di due popoli due stati. Il nodo del problema che rende problematica e difficile la soluzione è dato dal peso demografico che vede i palestinesi prevalere, senza ovviamente ignorare un’altra verità, anch’essa di impedimento a trovare una soluzione: gli interessi geopolitici ( e petroliferi ) in cui il ruolo di Israele è fondamentale per i giochi in atto tra le grandi potenze America, Russia, Cina e i Principati arabi come contorno. Infatti, senza l’espulsione di massa dei palestinesi nel 1948, i leader sionisti non avrebbero avuto né la terra né la capacità di accogliere gli ebrei sparsi per il mondo nella misura necessaria a creare uno stato ebraico forte e autorevole come lo conosciamo.

Per disinnescare questa miccia, che rimane sempre accesa e pronta a trasmettere l’input all’esplosione, è necessario immaginare e mettere in calendario un altro tipo di politica da parte di Israele, in cui centrale diventi una disponibilità a ragionare su un programma in cui prevalente diventi l’idea di considerare i palestinesi cittadini uguali, con pari diritti e doveri, quindi non più una minaccia demografica che, per molte ragioni ormai, costituisce oggi solo un pretesto utile alla destra Israeliana e alla parte retrograda dei Rabbini , per mantenere uno stato di tensione e di continua attesa di una guerra ( non più solo di Jhavè ebraico ). Una parte considerevole di Ebrei, e con essi molti intellettuali, sono dell’avviso che occorra trovare una soluzione rapida al problema della convivenza e disporsi anche alla creazione di due stai e due popoli. Infatti, molti di essi trovano al quanto ironico che da parte della destra Israeliana e rabbinica si insista sull’aspettativa che i palestinesi abbandonino l’idea o la speranza di tornare in patria, questo perché nessuno popolo nella storia umana ha dimostrato tanto attaccamento e ostinazione per un ritorno alla propria terra quanto lo sono stati gli Ebrei. E questo desiderio va avanti da oltre 2000 anni. Per cui non si può chiedere ad un altro popolo, che possiede gli stessi diritti di abbandonare ogni speranza o pretesa a insediarsi sulla terra dei suoi avi. “Dopo essere stato esiliato con la forza dalla loro terra”, proclama la Dichiarazione d’Indipendenza di Israele , “il popolo ha mantenuto fede ad essa per tutta la sua dispersione”. Se l’impegno a superare l’esilio è sacro per gli ebrei, come possiamo condannare i palestinesi perché si battono per realizzare la stessa cosa?

Non dobbiamo esser sprovveduti, non significa che l’eventuale ritorno dei rifugiati sarebbe un processo semplice, sappiamo quanto è lungo il procedere della giustizia. Insomma, Israele non deve portare avanti il proposito di fare di Gerusalemme una città ebraica; rifiutandosi di affrontare la Nakba del 1948, il governo israeliano e i suoi alleati, USA,UE, ma anche l’ONU, si assumono la grave responsabilità della continuità che la Nakba continui. C’è al proposito un bellissimo fatto riguardo al modo diverso con cui i cittadini guardano al problema, lo ha scritto George Bisharat, un professore di diritto palestinese-americano, a proposito della casa a Gerusalemme che suo nonno aveva costruito e di cui era stato derubato dagli Israeliani. Infatti, un ex soldato israeliano che lì aveva vissuto lo contattò inaspettatamente. “Mi dispiace, ero cieco. Quello che abbiamo fatto è sbagliato, ma io vi ho partecipato e non posso negarlo”, ha detto l’ex soldato quando si sono incontrati, e poi ha aggiunto: “Devo alla tua famiglia diversi mesi di affitto”. Bisharat in seguito scrisse che sentiva di doversi ispirare nei suoi comportamenti all’umanità israeliana. “Proprio quella risposta, scritta con il cuore e la speranza, è ciò che Israele deve mettere in atto per riunirsi con i palestinesi”, così da recuperare la grande saggezza dei palestinesi e la loro buona volontà per trasformare le relazioni tra i due popoli”. Due popoli, due stati. Da qui passa la pace e la forza della ragione per una convivenza che possa essere esempio per tutti.

Alberto Angeli

Draghi premier, chi ha vinto? di S. Valentini

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La crisi di governo aperta da Renzi non poteva che avere come inevitabile esito quello di uno spostamento verso un assetto ancora più moderato del quadro politico, con buona pace di Leu che immaginava un patto di legislatura con il Pd, 5 Stelle, con l’aggiunta dei “costruttori”, per intraprendere politiche in grado di affrontare la drammatica emergenza della pandemia in un contesto però di ripresa economica del Paese su basi più eque.

Il patto di fine legislatura tra le tre forze politiche esce a pezzi con l’avvento di Mario Draghi. Lo scopo fondamentale della apertura della crisi era quello di determinare chi avrebbe gestito il Recovery Fund, i 209 miliardi della UE. In altre parole, per quali politiche saranno spesi e soprattutto chi saranno i principali beneficiari di questo enorme fiume di denaro. Questa ripartizione della torta deve essere definita entro aprile e si intreccia con la scadenza del semestre bianco che inizia ad agosto. Dopo si entra nella fase della elezione del Presidente della Repubblica, che dovrà essere del perimetro della nuova maggioranza di Draghi, e dell’iter per l’approvazione di una legge elettorale semi proporzionale. Due atti politici fondamentali per destrutturare il blocco delle destre. I fautori del maggioritario, del bipolarismo e dell’alternanza arricceranno – virtuosi liberali – il naso, ma questa è la strada che imboccherà il nuovo governo e la maggioranza che lo sostiene. La necessità diviene virtù in politica!

Allora vista da questa ottica la crisi è tutt’altro che incomprensibile. Del resto numerosi erano stati i segnali che si andava in questa direzione. Il più importante è stato l’imponente riassetto proprietario dei maggiori media oggi sotto il ferreo controllo dei grandi gruppi monopolistici e delle oligarchie finanziarie. Mi pare allora evidente che la crisi non è solo il risultato dell’egocentrismo di Renzi. Le scelte politiche non si spiegano con una psicologia da accatto. La posta in gioco è molto grande: la collocazione internazionale dell’Italia e il suo futuro post-pandemia. Questione resa ancora più preminente e urgente dal fatto che il Presidente del Consiglio italiano è chiamato a presidiare per il 2021 il vertici del G.20.

La sconfitta di Trump ha aperto in Occidente una fase politica nuova. La destra nazionalista e populista aveva già subito in Europa una pesante sconfitta con la nascita della “maggioranza Ursula” (quella che nel 2019 ha permesso la conferma della presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen). Questo dato politico va assolutamente evidenziato. E in Italia, dopo il governo giallo-verde del primo Conte vi è stato un riallineamento con Francia e Germania con il Conte bis sostenuto dal Pd. Le oligarchie finanziarie, di qua e al di là dell’Atlantico, non vogliono populisti e nazionalisti al governo. La stagione in cui una parte del capitale finanziario ha fatto loro l’occhiolino, per usarli al fine di dare una base di consenso a feroci politiche neoliberiste, con la elezione di Biden, si è sostanzialmente conclusa. Ci saranno indubbiamente dei forti colpi di coda, ma le forze nazionaliste e populiste sono per ora in fase discendente. Lo ha capito molto bene Giorgetti che chiede di ricollocare la Lega su una posizione moderata e filo atlantica. Ora l’Occidente, nel bel mezzo di una drammatica crisi sanitaria, economica e sociale, ritrova i suoi cosiddetti valori comuni. Ma l’economia cinese va come un treno e quindi vi è bisogno di condurre politiche nuove per competere con il colosso asiatico e i suoi alleati, in primo luogo la Russia. Ovviamente, questa nuova situazione, non favorevole all’Occidente, non risolve i problemi. Le cancellerie europee e quella statunitense sono consapevoli che non è possibile tornare agli equilibri mondiali emersi dopo l’89. Gli ultimi vent’anni hanno segnato un rovesciamento dei rapporti di forza che si sono determinati dopo il crollo dell’Urss. Il mondo è profondamente cambiato: siamo in un mondo multipolare caratterizzato dal declino statunitense come grande potenza economica. Anche l’UE, (Germania e Francia in testa) vuole dire la sua e ricercare il suo spazio per competere su scala globale con gli altri fondamentali poli dell’economia mondiale. Nazionalisti e populisti escono battuti, sconfitti, ma non per questo l’Occidente ha ritrovato la sua unità di fondo. Può sbandierare i comuni valori, ma le divisioni tra Usa e UE restano tutte e si aggravano, sono evidenti, a iniziare dai rapporti economici e commerciali da stabilire con la Cina e la Russia. La “guerra dei vaccini” si ascrive tragicamente in questo scontro politico, economico e finanziario, prima ancora di essere una emergenza sanitaria.

L’Italia non ha la storia della Francia e neppure è la Germania, locomotiva dell’economia europea. In Italia il partito trasversale atlantico e filo-americano è sempre stato molto forte e nel passato si è scontrato duramente non solo con la sinistra ma anche con le forze che puntavano decisamente all’integrazione economica europea. Il partito filo-americano, oggi rappresentato soprattutto da Renzi e forse da Giorgetti, ma anche da una parte del Pd, (si guardi la fanfara mediatica messa in piedi da Zingaretti sulla vittoria elettorale di Biden e sul mito della democrazia americana, o alle rozze campagne antirusse e anticinesi), si è però indebolito nell’ultimo periodo. Il Pd non ha una posizione strategica sulla grandi questioni geopolitiche, è appiattito sulle decisioni della Casa Bianca, condividendo molte delle scelte compiute in politica estera prima da Obama e poi da Trump, non distinguendosi da quelle più scellerate che quest’ultimo ha fatto. Il partito filo-americano si è indebolito poi anche per la massiccia presenza politica e istituzionale del Movimento 5 Stelle che ha determinato un forte appannamento dell’atlantismo italiano. Da questa situazione scaturisce la manovra degli atlantisti più intransigenti che tentano un riequilibrio che riavvicini l’Italia a Biden, il nuovo inquilino della Casa Bianca. Ma i 209 e rotti miliardi di euro e l’enorme debito pubblico accumulato in questi mesi sono garantiti non dagli Usa ma dalla Germania. Troppo spesso si dimentica questo aspetto essenziale. Ecco perché il confronto tra chi vuole una UE atlantista e tra chi invece vuole dare forza e velocità al progetto di vera integrazione è molto forte in seno al blocco politico, finanziario ed economico dominante in Europa.

Gli Usa hanno però i loro drammatici e straordinari problemi da affrontare. Biden è preoccupato dalla instabilità della situazione interna dovuta alla radicalità dello scontro politico in atto nel paese, che è spaccato in due come una mela, deve fare i conti con l’emergenza pandemica e con una crisi economica e sociale, ma anche di valori fondativi del paese, che forse non ha precedenti nella storia americana. Tale situazione lascia pochi margini e possibilità di iniziativa a sostegno degli “amici” europei. Tra l’altro la soluzione non può essere quella di stampare dollari all’infinito per fronteggiare la crisi economica. È una operazione che porta a un ulteriore indebitamento degli Stati Uniti proprio verso la Cina.

Dunque, l’Europa è costretta a fare da sola, per la prima volta dopo il secondo conflitto mondiale, deve camminare sulle sue gambe. Del resto l’UE, oltre a non avere un sostegno economico dagli Usa, come in passato (non credo che si attenuerà la guerra commerciale con la Germania anche se sarà condotta con altre modalità), deve sempre più fare a meno di uno strumento diplomatico e militare di pressione a Est e nel Sud del mondo come la Nato. La presenza di paesi come la Turchia complica e rende molto difficile l’utilizzo della Nato in chiave pro-UE, come strumento di tutela dei suoi interessi. In un mondo multipolare l’UE ha bisogno di una sua maggiore autonomia politica, economica e persino militare dagli Stati Uniti. Essere insomma amica di tutti e competere nello stesso tempo con tutti.

La crisi aperta da Renzi si sviluppa dunque all’interno di questo scenario, cioè la collocazione e il ruolo dell’Europa nel prossimo futuro che si trova ad un bivio, da un lato la visione perseguita dall’asse strategico franco-tedesco, pur tra limiti e contraddizioni, dall’altro l’antico rapporto di subalternità con gli Usa. Naturalmente lo scontro non è ancora così netto. I margini di mediazione tra le due diverse spinte sono ancora ampi. Ma il confronto è aperto e si gioca oggi una partita che potrebbe porre una forte ipoteca sulla opzione europeista. Il Regno Unito, con la Brexit, ha fatto la sua scelta e vedremo cosa succederà nei prossimi anni in Irlanda e in Scozia. Mentre la Cdu tedesca prepara il dopo Merkel in perfetta continuità con la sua politica, respingendo le posizioni di quella parte del partito che vorrebbero una politica meno europeista. La Francia, anche quando è stata governata dalle sinistre, ha sempre fatto leva sull’orgoglio nazionale francese. L’anello debole dello scenario è l’Italia.

Non è pertanto una polemica pretestuosa quella del leader di Italia Viva che ha criticato Conte per l’intestazione della delega ai servizi segreti o per la condanna troppo tiepida dell’assalto al Campidoglio degli Stati Uniti in quanto troppo legato a Trump, forse proprio tramite l’intelligence. La questione della collocazione internazionale dell’Italia non è punto trascurabile della crisi. Nella sua lettura occorre tenerne conto e solo qualche raro commentatore lo ha fatto. La richiesta del Ponte di Messina e del Mes, che in Europa nessun paese ha deciso di utilizzare, sono argomenti di pura propaganda per dare maggiore forza alla polemica politica. Draghi aveva già reso esplicito il suo pensiero a proposito e cioè che non riteneva opportuno chiederlo per non allarmare i mercati. Caso mai l’unico interrogativo legittimo è sapere se effettivamente Renzi sia un paladino della nuova amministrazione democratica americana o si è illuso di poterlo essere. Mi pare che Giorgetti abbia carte migliori da giocare. Comunque si vedrà strada facendo, soprattutto se sarà confermata la notizia che dalla Casa Bianca sarà candidato a Segretario generale della Nato grazie ad una vecchia promessa fatta da Obama. D’altronde i suoi rapporti con l’Arabia Saudita sono un indizio. In politica contano le azioni e quella compiuta da Renzi si colloca nel solco del partito filo-americano.

Il piatto principale però del confronto/scontro è il Recovery Fund, un mucchio di denaro che dovrà affluire dall’UE nei prossimi sei anni. Leggo che molti sostengono, soprattutto a sinistra, che Renzi sia una delle punte di diamante di questo disegno, funzionale al grande capitale. In questa analisi c’è del vero, ma chi sostiene che Renzi sia il maggior sostenitore di politiche neoliberiste nostrane dimentica che anche gran parte del Pd è funzionale a questi interessi, come anche qualcuno del Movimento 5 Stelle, per non parlare dei centristi o di Forza Italia e della Lega. Per essere più esplicito: quali discontinuità ha introdotto Zingaretti rispetto a Renzi? Forse il primo ha come referenti più i sindacati che la Confindustria? Certamente l’attuale segretario del Pd è portatore di una politica economica che contiene alcuni aspetti cari alle socialdemocrazie (aspetti e non nodi tematici fondamentali), ma non vi è stato da parte del Pd nessun ripensamento critico rispetto alle scelte fatte dal centrosinistra in questi trent’anni. La pandemia impone oggi un ulteriore indebitamento del Paese, ma subito dopo, finita l’emergenza, si tornerà a una politica liberista rigorosa. Il trattato di Maastricht è stato sospeso, non è stato abrogato!

Che siamo in piena emergenza lo ha capito molto bene la Germania della Merkel non adottando la stessa politica che aveva condotto nei confronti della Grecia o di altri paesi europei. Con una pandemia in corso, che ha un impatto sociale drammatico, non si è di sinistra perché vengono bloccati i licenziamenti, o perché si potenzia la cassa integrazione, o perché vengono distribuiti un po’ di bonus o sussidi. Misure analoghe sono state prese da quasi tutti i governi, compreso quello del vituperato Trump, quindi non da queste misure si distingue un governo di destra da uno di sinistra. Un governo di sinistra si caratterizza per interventi volti ad una più equa redistribuzione della ricchezza, per le politiche per il lavoro e l’occupazione, per investimenti strutturali nella economia green, per lo sviluppo di servizi pubblici essenziali: sanità, casa, innovazione tecnologica, formazione. Per questo sono convinto che la politica economica di Draghi, a differenza del governo Monti, non sarà, almeno nella fase emergenziale pandemica, segnata da provvedimenti “lacrime e sangue”. Non sarà insomma all’inizio una politica improntata alla pura austerità liberalista. Non è questa la fase che sta attraversando l’UE.

Lo scontro politico dunque che si è aperto con la crisi di governo non è tra riformisti e neoliberisti, cosa che Leu fatica a comprendere, ma muove dalla opzione di quali interessi economici e finanziari deve rappresentare la politica. C’è chi guarda agli Usa e continua a intrecciare i suoi legami con quelli del capitale finanziario americano, chi punta alla Germania, che già controlla, in modo diretto o indiretto, buona parte del tessuto produttivo del Nord del Paese, chi infine vuole fare affari, senza avere troppo lacci politici, con la Cina, ma anche con la Russia. Un groviglio di interessi insomma non riconducibili a una visione politica unitaria del blocco di forze dominanti. Un insieme di contraddizioni che la politica non riesce adeguatamente a mediare. Tutti vogliono mettere le mani sul malloppo che viene dall’UE, avendo però molto chiaro che la parte del leone nel dettare la ripartizione delle risorse non poteva essere prerogativa solo del Movimento 5 Stelle e Conte, insieme ad un Pd ondivago che non ha una visione strategica. Questo è il vero motivo che ha scatenato l’opposizione della Confindustria, della grande stampa e dei media, controllati appunto dalle oligarchie finanziarie, che da tempo lavoravano per giocare la carta Draghi.

L’iniziativa di Renzi, condivisa anche dal Pd (e chissà da chi altro nel centrodestra), partiva dalla necessità di procedere a un forte rimpasto di governo per ridimensionare la presenza nell’esecutivo del Movimento 5 Stelle poi, se ci scappava pure il cambio del premier tanto meglio, nessuno si sarebbe strappato i capelli. Ma il piano iniziale ha imboccato un altro sentiero. La manovra si è combinata con il ruolo di Mattarella che ha imposto tutt’altra piega alla crisi. Il Presidente della Repubblica e il suo fido Franceschini hanno determinato un esito non previsto rispetto agli obiettivi iniziali che si volevano ottenere dalla manovra. Molti commentatori hanno notato che il nome di Draghi è stato proposto da Mattarella appena poco dopo che Fico gli ha riferito l’esito negativo del suo tentativo di rimettere in piedi la maggioranza parlamentare uscente per un Conte ter. Ciò vuol dire che il Presidente della Repubblica stava preparando il “pacco” da giorni, lo aveva pianificato. Mattarella ha lasciato prima bruciare l’ipotesi Conte, e tutti quelli che si illudevano, in testa Zingaretti e Bettini (lo stratega!), di costruire una alleanza politica con il Movimento 5 Stelle e con i cosiddetti “costruttori”, sono rimasti con un pugno di mosche, per poi compiere un vero e proprio colpo di mano, politico e istituzionale, da Statuto Albertino più che da Carta Costituzionale, più da monarca che da presidente di una repubblica parlamentare. Al Presidente della Repubblica non deve inoltre essere piaciuta – e non si può dargli torto – la campagna acquisti di parlamentari dal centrodestra, tra l’altro solo in parte riuscita, per tentare di formare una maggioranza di governo senza Italia Viva. Un ulteriore degrado e immiserimento della politica che Leu non ha colto. Una ennesima pagina nera del trasformismo parlamentare, questa volta con l’avallo anche della sinistra.

Con estrema abilità, da raffinato democristiano, Mattarella ha azzerato le ambizioni di tutti i principali protagonisti, ma ha fatto in modo che tutte le responsabilità della crisi fossero scaricate su Renzi, che credeva di essere il grande manovratore, ma che invece è stato manovrato come tutti gli altri protagonisti della crisi. L’argomento che ha ben chiaro il Quirinale è che si debba tenere conto della Germania che garantisce il nostro enorme debito pubblico e ci mette in mano ingenti risorse finanziarie. Mi pare più propenso quindi a raccogliere le istanze del processo di integrazione europea che vengono da Berlino. Del resto una partita simile, dalle grandi conseguenze politiche, economiche e finanziarie, persino di ordine geopolitico, non poteva essere lasciata in mano a un governicchio esposto agli umori quotidiani del Movimento 5 Stelle, di Italia Viva e di un Pd senza spina dorsale. Insomma Mattarella ha fatto lo stesso ragionamento che il Pd e Italia Viva avevano fatto su Conte e il Movimento 5 Stelle. Se non ci fossero di mezzo le drammatiche sorti del Paese sembrerebbe una commedia umoristica degli equivoci.

209 miliardi dall’UE saranno dunque gestiti da un tecnocrate della finanza europea che ha solide relazioni con i grandi gruppi monopolistici, con le banche e con le oligarchie finanziarie. Saranno quindi questi poteri forti a realizzare i progetti del Recovery Fund e nello stesso tempo dare tutte le garanzie al capitale finanziario europeo che tali progetti saranno funzionali ai suoi interessi. E non a caso i mercati volano mentre l’economia reale è in agonia. Chi meglio di Draghi può garantire questa straordinaria operazione con una maggioranza di governo in cui tutti i grandi potentati hanno un posto a tavola? L’esito della crisi conferma inoltre che il sistema istituzionale e politico europeo è un sistema a-democratico totalmente dominato dal capitale finanziario. Anche la democrazia formale oramai è stata messa in discussione. Ci vogliono altre prove politiche per capirlo?

Dalla crisi escono quindi con le ossa rotte il Pd, il Movimento 5 Stelle e Leu. Renzi può salvarsi solo se i suoi amici americani gli daranno un incarico di rilievo. Si dirà: Franceschini e Mattarella sono del Pd. Vero. Ma dentro il PD molti ex democristiani sono convinti che occorra ricostruire un forte partito o schieramento neocentrista che sia il polo egemone di un governo moderato e allineato alla maggioranza che governa l’UE. Una formazione che sia l’argine principale di uno schieramento politico e parlamentare impegnato prima di tutto a sbarrare la strada a quelle destre che non intendono ridurre il loro tasso di nazionalismo e di populismo. Facendo leva sulle contraddizioni della Lega l’obiettivo è di ridimensionare il loro spazio politico. Il secondo obiettivo del nuovo polo neocentrista è ridurre la base elettorale del Pd, svuotarlo politicamente e bloccare il suo pur velleitario tentativo di inglobare in modo subalterno la sinistra. Il terzo obiettivo, infine, è impedire che la sinistra possa dare vita a una formazione influente. In questo disegno strategico quindi non c’è spazio per il Pd di Zingaretti senza arte né parte. Questo disegno neocentrista, portato avanti soprattutto dal diffuso mondo ex democristiano, è funzionale, a me pare, alla strategia dell’asse Berlino-Parigi di integrazione europea. Con Draghi si intende normalizzare il quadro politico dopo i grandi guasti determinati da bipolarismo e dal vento populista figlio illegittimo del governo Monti.

In questa prospettiva non regge la critica di chi sostiene che le risorse del Recovery Fund devono essere utilizzate per realizzare progetti qualificati se effettivamente si vuole la loro approvazione da parte della Commissione europea. In questa partita ciò che veramente conta è che i progetti siano organici agli interessi e all’espansione del capitale franco-tedesco. Dunque è necessario correre, fare presto e affidarsi mani e piedi alle oligarchie finanziarie europee. L’obbligo al senso della responsabilità della politica alla fin fine si riduce a questa urgenza posta dalla finanza. Nel 2021 si ripropone insomma, sia pur in forme nuove, il metodo politico della Dc, un partito che sapeva mediare tra le diverse spinte del capitalismo italiano, tra imprese pubbliche e imprese private. Una inedita riesumazione della prima repubblica anche se i cavalli di razza di allora oggi sono dei ronzini, con le dovute eccezioni. Una nuova maggioranza politica centrista, senz’altro amica degli Usa, almeno finché non matureranno altre condizioni dettate dall’asse franco-tedesca. Un forte polo moderato ma centrista insomma che abbia lo sguardo rivolto soprattutto ai padroni dell’UE. Draghi per condurre tale politica è perfetto!

In questo disegno c’è spazio pure per Conte come leader di una parte importante del Movimento 5 Stelle e possa raccogliere anche un po’ di elettorato deluso dal Pd, in modo che, dopo la frantumazione dei partiti attuali, solo dei pezzi marginali vadano alle destre o alla sinistra. Il lavoro di costruzione di un forte polo politico centrista attorno alla figura di Draghi è un cantiere aperto e lungo la strada è indubbio che vi saranno correzioni e assestamenti, ma la via imboccata è questa. Allora una alleanza strategica tra Leu, Pd e Movimento 5 Stelle non regge alla prova delle trasformazioni politiche in corso. In primo luogo in quanto è concepita come operazione di palazzo e non come processo unitario che dovrebbe svilupparsi a partire dai territori. Basta dare una occhiata a quello che è avvenuto in questi anni nelle elezioni amministrative, comunali e regionali, e allo stato dei rapporti tra i tre partiti nei comuni dove si vota, a iniziare da Roma e Torino. In secondo luogo perché una parte dei gruppi dirigenti del Pd e del Movimento 5 Stelle perseguono altre opzioni strategiche e non si muovono nella direzione di costruire una nuova alleanza politica che sia una riesumazione di un centrosinistra, travestito dietro a delle formule amene, magari un po’ più spostato a sinistra. Vi sono contraddizioni strutturali tali in questa potenziale alleanza evocata che impedisce il decollo politico dell’operazione, non ha sufficiente credibilità e consenso elettorale, non è né vincente né centrale.

Molti sostengono che il governo è fragile. Ha una maggioranza parlamentare composita. Ma il governo, nel fronteggiare l’emergenza della pandemia, deve fare tre cose: decidere gli indirizzi e come utilizzare le risorse del Recovery Fund in accordo soprattutto con la Germania; garantire la elezione di un Presidente della Repubblica che sia dentro a questo perimetro e prospettiva del Paese; fare una legge elettorale un po’ più proporzionale, sufficiente a smontare ulteriormente l’attuale centrodestra. E per fare queste cose i numeri di partenza sono più che sufficienti. Cresceranno con il consolidarsi dell’operazione politica. Questo è il suo compito e non ha importanza come definire il governo: maggioranza Ursula, governo istituzionale o di unità nazionale, governo tecnico o politico. La debolezza politica (ma non numerica) della maggioranza parlamentare che lo sostiene è la sua forza, anche perché a questo governo non ci sono alternative se non quella del voto che la maggior parte del Parlamento e delle forze politiche non vogliono. Ma soprattutto non le vuole il grande capitale. L’unico progetto in campo – che ha 209 miliardi di motivazione convincenti – è quello di legare ancora di più il destino del Paese alla Germania. Ecco perché il partito filo-americano non si è rafforzato e alla lunga forse è destinato a soccombere. Questo passaggio della crisi di governo conferma il declino statunitense in atto. Quando invece dei Di Bella da New York, come opinionisti fissi nei Tg, ce ne sarà uno presente tutte le sere da Berlino, forse gli italiani inizieranno a comprendere dove sta andando il Paese.

Per concludere vorrei aggiungere qualche riflessione sulla sinistra. Però ho poco da dire. Posso solo affermare che è totalmente fuori fase e forse conta poco anche per questo. Dovrebbe cogliere i processi in atto, ma non è in grado di farlo. Emergono due tendenze nella martoriata, povera e divisa sinistra, entrambe prive di consistenza politica.

La prima, del tutto politicistica, utilizza l’argomento di non lasciare il governo Draghi alle destre, come se il pericolo fosse la collocazione parlamentare del suo governo. Draghi non è di destra, semplicemente è diretta espressione del potere, quello vero, che pesa e conta. L’atteggiamento da avere rispetto governo Draghi non può essere ridotto a tattica parlamentare, spacciandola per sopraffina manovra togliattiana. Leu non è il Pci e neppure tra le sue file c’è un nuovo Togliatti. La seconda tendenza è ideologica. Si ricorda giustamente cosa rappresenta in termini di potere Draghi e per questa ragione si crede che riproporrà per l’immediato una politica economica di austerità, come fecero la Bce e l’UE dieci anni fa quando soffocarono la Grecia e misero in riga tutta una serie di paesi europei, tra cui l’Italia. Ripeto, non siamo in quella fase. Una politica liberista da adottare, dopo la fine dell’emergenza pandemica, resta una prospettiva di fondo, ma non si concretizzerà nei primi mesi del governo Draghi, anzi produrrà al contrario qualche sorpresa, spiazzando la campagna ideologica di chi denuncia, ancora prima di vedere il governo all’opera, selvagge politiche antipopolari da subito, perdendo così la pochissima credibilità che ancora vanta. Per dirla in altro modo non credo che Draghi chiederà il Mes, o che voglia sopprimere il reddito di cittadinanza (caso mai lo riformerà per farne esclusivamente uno strumento di sussidio per le famiglie più povere) e tratterà con i sindacati su quota cento e soprattutto sul blocco dei licenziamenti. Prevedo che finché il Paese sarà in piena emergenza pandemica si avvarrà dell’attuale sistema emergenziale di protezione sociale per non gettare il Paese nel totale caos sociale. Il suo compito è soprattutto preparare e impostare strategicamente la nuova legislatura che sarà quella sì di “lacrime e sangue”, garantita magari da lui come Presidente della Repubblica.

La sinistra dunque cosa dovrebbe fare? Leu intanto, invece di imbarcarsi nel governo Draghi (mentre scrivo vi è qualche incertezza di Sinistra Italiana), dovrebbe marcare una forte discontinuità politica prendendo le distanze dal governo, anche considerato che ha una modestissima pattuglia di parlamentari, del tutto ininfluente per le sorti della maggioranza. Sarebbe così più credibile per poter promuovere una iniziativa politica rivolta all’insieme della sinistra, sia verso alcuni settori del Movimento 5 Stelle che del Pd, sia verso quelle forze della sinistra fuori dal Parlamento che potrebbero essere sensibili a un processo costituente di un nuovo partito. Occorre da oggi, partendo dalla condizione data, costruire una prospettiva nuova per la sinistra. Ma non mi pare però che sia questo l’intendimento. Dall’altro lato i partitini extra-parlamentari, più o meno residuali e autoreferenziali, dovrebbero sciogliersi invece di agitarsi senza costrutto nel fare spicciola propaganda ideologica. Ma l’aria che tira, anche in questo caso è pessima. Dunque la discussione sulla necessità di costruire una forza di sinistra capace di incidere sugli scenari politici italiani ed europei è rimandata, rinviata a data da destinarsi, con molta probabilità dopo le elezioni politiche.

C’è chi evoca la ripresa della lotta sociale. Ma le tensioni sociali sono già forti, dopo un anno di pandemia, e oggettivamente sono destinate a crescere nei prossimi mesi, nei prossimi due/tre anni. Dopo una prima fase di assoluta emergenza pandemica, che durerà ancora a essere ottimisti fino all’estate, si passerà inevitabilmente al ritorno a politiche rigorose per fronteggiare l’enorme debito pubblico, ma con un piano strategico del Recovery Fund approvato e avviato e con un quadro politico totalmente diverso. Vi è una penuria di risorse che si rivela anche nel caso del Recovery Fund, se non si conduce una politica vera di ridistribuzione della ricchezza e di lotta alle diseguaglianze che naturalmente non si prende in considerazione. Nonostante l’ingente flusso di finanziamenti, dopo una corposa trance iniziale, per i prossimi sei anni non arriverà a erogare che poco più di 10 miliardi all’anno tra finanziamenti a fondo perduto e risparmi di interessi, a meno che l’UE non decida altri provvedimenti. Ben poca cosa rispetto all’enormità di una crisi che ha creato una massa immane di imprese insolventi, come ricordato proprio da Draghi. Diventa allora urgente affidare al “tecnico” l’impostazione di una politica economica fortemente competitiva e selettiva, una politica di assoluto rigore e di contenimento del debito pubblico. La questione vera è quindi la ripresa della lotta politica! Per questo ci sono le condizioni oggettive per la formazione di un nuovo partito della sinistra, ma non quelle soggettive. Una volta chiarito che il Pd non giocherà più un ruolo centrale nel quadro politico italiano e sarà nel contempo ridotto, sotto il livello di guardia, il pericolo delle destre nazionaliste e populiste, e quindi verrà meno il ricatto del voto utile, forse si realizzeranno anche le condizioni soggettive per spingere alla formazione di un forte partito della sinistra che non nasca per una politica basata su un illusorio riformismo rinchiuso dentro gli steccati di un sistema a-democratico dominato dal capitale finanziario. Nutro fermamente questa speranza, anche se per i prossimi due o tre anni non vedo all’orizzonte nulla di buono.

P.S.

Chi è Mario Draghi? Dal 1991 al 2001 è Direttore Generale del Ministero del Tesoro, dove viene chiamato da Guido Carli, ministro del Tesoro del Governo Andreotti VII, su suggerimento di Carlo Azeglio Ciampi, all’epoca governatore della Banca d’Italia. È stato confermato da tutti i governi successivi: Amato I, Ciampi, Berlusconi I, Dini, Prodi I, D’Alema I e II, Amato II e Berlusconi II. In questi anni è stato l’artefice delle privatizzazioni delle società partecipate in varia misura dallo Stato italiano.

Nel 1992, prima che in Italia avesse inizio la stagione delle privatizzazioni, incontrò alti rappresentanti della comunità finanziaria internazionale sul panfilo HMY Britannia della regina d’Inghilterra Elisabetta II. Questo episodio scatena un’accesa polemica nel dibattito pubblico italiano. Nel 2008, il Presidente emerito della Repubblica italiana, Francesco Cossiga, ricordando quest’episodio, respinse l’ipotesi di vederlo sostituire Romano Prodi a Palazzo Chigi. Cossiga affermò assai esplicitamente: <<Un vile, un vile affarista…socio della Goldman & Sachs, grande banca d’affari americana …il liquidatore, dopo la famosa crociera sul Britannia, dell’industria pubblica, la svendita dell’industria pubblica italiana, quand’era Direttore Generale del Tesoro, colui che svenderebbe quel che rimane di questa povera patria (Finmeccanica, l’Enel, l’Eni) ai suoi comparuzzi di Goldman Sachs>>. In questa Banca fu dal gennaio 2002 al dicembre 2005, quando divenne Governatore della Banca d’Italia, dove rimase fino alla nomina a quella Centrale Europea nel 2011.

Dalla campagna di privatizzazione di società come IRI, Telecom, Eni, Enel, Comit, Credit e varie altre, consegnate ai cosiddetti “capitani coraggiosi”, lo Stato italiano ricavò all’incirca 182.000 miliardi di lire. Secondo alcune stime, il rapporto debito pubblico italiano sul Pil scese dal 125 per cento del 1991 al 115 del 2001. Fu inoltre la guida della commissione governativa che scrisse la nuova normativa in materia di mercati e finanza e per questa ragione viene informalmente chiamata legge Draghi (Decreto legislativo 24 febbraio 1998 e come ben si nota, qui ci si attiene al terrore del debito pubblico, tipica concezione della scuola neoclassica tradizionale, prekeynesiana. Quindi Draghi, svendendo le imprese pubbliche, viene considerato benemerito per aver ridotto questo debito. E poi, solo alla fine del mandato alla BCE, egli si ricorda vagamente di alcune tematiche keynesiane e accenna ad una autocritica per l’austerità caratteristica di tutta la politica economica della UE.

Ci vuole tanto a capire che siamo oramai in un sistema a-democratico dominato dal capitale finanziario e dai suoi tecnocrati? Quando la politica è incapace di prendere decisioni allora subentrano loro con l’appellativo di salvatori della Patria, ma devono solo gestire, come per il Recovery Fund, un fiume di denaro per conto delle oligarchie finanziarie europee, in particolare della Germania.

Quello di Mattarella è un colpo di mano? Sì, ma non è il primo e non sarà l’ultimo. La Costituzione italiana è solo carta da sbandierare per fare retorica sull’ideologia della democrazia.

Sandro Valentini