memoria storica

La scelta di campo e la lezione di Togliatti. di S. Valentini

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Quando Togliatti attuò la svolta di Salerno, con il partito nuovo – di massa – ed enunciò in termini compiuti la strategia della democrazia progressiva tramite la quale realizzare l’avanzata del Pci verso il socialismo – la via italiana al socialismo – contribuendo così in modo decisivo anche al varo della Carta Costituzionale, riconfermò senza nessuna incertezza la scelta di campo con l’Urss. Non è che in Italia Togliatti volesse fare “come in Russia”, ma era cosciente che senza quel campo socialista, che svolgeva il ruolo di contrappeso all’imperialismo Usa, non si sarebbero mai determinate le condizioni per realizzare nel nostro Paese una strategia “rivoluzionaria”, democratica e socialista. E l’insieme di quelle scelte fecero grande per quarant’anni il Partito comunista italiano.
Pare che tutto questo dibattito oggi sia consegnato agli storici. Siamo in un altro mondo. Che siamo in un altro mondo è del tutto evidente, ma davvero da quel insegnamento di Togliatti non si trae oggi nessun insegnamento per la politica, per condurre una lotta incisiva per la trasformazione della società?
Purtroppo c’è voluto il corona virus per rendere esplicito e chiaro che siamo in un mondo multipolare caratterizzato da un lato dagli imperialismi (Usa – Giappone – polo franco-tedesco), con le loro drammatiche e brutali contraddizioni, in forte competizione tra loro (Trump conduce la guerra commerciale non solo alla Cina ma anche all’Europa), e dall’altro lato, dall’asse Pechino-Mosca allargato ai paesi socialisti, come Cuba e Vietnam, e a paesi che stanno lottando per liberarsi, alcuni anche militarmente, da politiche imperialiste; e infine una serie di paesi, soprattutto africani e sudamericani, che guardano con simpatia a quest’asse. E questo asse sta formando un nuovo campo, molto più forte, mi pare, del disciolto campo socialista sovietico. Questo è il risultato geopolitico oggi della globalizzazione.
Si dirà, come si fa a mettere insieme nello stesso campo la Russia con la Cina? Anche qui sarebbe bene tornare ai “fondamentali”. Gli imperialismi sono sempre più espressione del dominio del capitale finanziario, cosa assai diversa del sistema capitalistico industriale. Un capitale finanziario che usa oramai la moneta, non tanto come strumento di scambio di merci, ma come se fosse essa stessa una merce; si vende e si compra valuta, per realizzare lauti profitti, trasformati poi in rendite per nuove transazioni finanziarie speculative. Le transazioni in denaro sono oggi di gran lunga il maggiore dei “commerci” nel mondo. La Russia ha certamente introdotto forme di capitalismo monopolistico di Stato, ma di uno Stato che però lotta duramente contro le oligarchie finanziarie (si guardi ai provvedimenti duri del governo contro gli oligarchi o al giudizio articolato del Partito comunista russo, primo partito di opposizione, sulla Presidenza Putin); mentre la Cina, governata da un partito comunista, e un paese che tenta la via della trasformazione, sia pur tra limiti e contraddizioni, verso il socialismo.
Vi è quasi una divisione dei ruoli tra Pechino e Mosca. Alla Russia soprattutto quello politico e militare. Sue sono quasi tutte le importanti iniziative politiche a livello internazionale. È come se i cinesi avessero deciso di non spendere troppo in armamenti (rammento che la terza potenza nucleare per numero di testate è la Francia e non la Cina) e delegassero ai russi il compito di mantenere gli equilibri planetari politici e militari. Dal canto loro i russi utilizzano l’ombrello cinese di super potenza economica e tecnologica (nonostante che la Siberia abbia circa il 50 per cento delle risorse strategiche del pianeta) per garantirsi un livello economico e sociale di vita non molto dissimile da quello occidentale. Così tra le due potenze vi è una convergenza di interessi tali che le ha portate a stringere un’alleanza strategica.
Se si valuta con un po’ di obiettività gli avvenimenti venezuelani (altro paese strategico per le risorse del suo sottosuolo), iraniani e siriani, emerge l’incapacità delle potenze imperialistiche a risolvere in modo a loro favorevole, la situazione. Se si valuta la presenza cinese in Africa, con la realizzazione in primo luogo di grandi opere infrastrutturali, si comprende meglio l’influenza crescente di Pechino in questo continente in cui, passo dopo passo, sta soppiantamdo l’Occidente, un tempo appunto colonizzatore dell’Africa.
In questa globalizzazione fatta di cose molto diverse, in questa molteplicità della fase, sempre più evidente è – il corona virus sta lì a confermarlo, impietoso è il confronto tra Cina e Usa – il declino statunitense di super potenza dominatrice del mondo. Non è più così e non lo è già da diversi anni. E anche per questo suo declino che crescono le contraddizioni tra gli imperialismi, proprio perché non vi più un polo considerato egemone come nel passato. Gli Usa mantengono ancora un certo vantaggio in quanto sono una superpotenza militare, Germania e Giappone, come si sa, non lo sono.
Dunque vi è un campo, solido e forte, che compete su scala globale con gli imperialismi, tra l’altro sempre più divisi. Ma questo la sinistra italiana ed europea lo ha capito? Mi pare di no. C’è un divario oramai abissale tra la sinistra di tutto il mondo e quella europea, sempre più subalterna al pensiero liberale, e cosa peggiore, se si guarda a quello che succede nell’Ue, è investita da una crisi grave di consensi e di prospettiva, in particolare il Partito socialista europea, del tutto incapace di contrastare gli egoismi delle borghesie capitalistiche e il ruolo invasivo del capitale finanziario franco-tedesco.
Ecco allora che torna di grande attualità la lezione di Togliatti. Non si tratta, ovviamente, di imitare modelli altrui, ma di considerare il campo costruito da Pechino e Mosca un contrappeso formidabile per realizzare un’alternativa alle politiche neoliberiste espressione dell’assoluto dominio del capitale finanziario. Lottare, insomma, per una Europa dei popoli, come prima tappa di un processo democratico di avanzata al socialismo.
Se non si mette mano a una riforma vera e profonda dell’Ue, a iniziare dai trattati rigoristi, a dare un ruolo e capacità legislativa al Parlamento europeo per un welfare unitario e un sistema fiscale unico, se non si riforma la Bce, che diventi effettivamente la banca degli Stati Uniti d’Europa e non il punto di raccordo e di riferimento del sistema bancario e dell’alta finanza preoccupata solo di controllare l’inflazione, se non si realizza un grande piano pubblico per la ripresa e l’occupazione uscendo dai vincoli e dai lacci del debito, se non si cancella la norma della stabilità e del pareggio di bilancio (che noi in Italia abbiamo messo diligentemente in Costituzione), non vi sarà proposta che tenga, compresi gli eurobond, si continuerà a essere sempre sotto schiaffo del capitale finanziario, cioè di quella ristrettissima oligarchie che disegnano la politica e di volta in volta indicano la via da prendere.
Per condurre una lotta senza quartiere al capitale finanziario occorre una sinistra capace di farlo e che abbia, anche fuori Europa, delle alleanze forti e strategiche, per avere più peso, per contare, per influenzare e far crescere un movimento di massa per riformare dalle fondamenta l’Ue. Non una sinistra subalterna al pensiero liberaldemocratico, per cui siamo giunti al punto che all’Onu l’Europa vota sempre con gli Usa di Trump, anche quando si tratta di superare, in tempi di corona virus, tutti gli odiosi imbarchi (o sanzioni) posti da questa brutale e tragica (anche quando rasenta il ridicolo) amministrazione americana, con grande soddisfazione di chi è preoccupato delle posizioni scarsamente atlantiste del Ministro degli esteri Di Maio. Ma in nome di quali interessi l’Ue avalla le sanzioni o gli embarghi alla Russia, all’Iran, al Venezuela e a Cuba? L’omertà dei politici e dei media regna sovrana. Anche una parte consistente della cosiddetta sinistra radicale tace. Così però non si va da nessuna parte, si è solo pedine di un gioco che ha nell’ormai sperimentata maggioranza Ppe e Pse il punto di equilibrio politico voluto dal capitale.
Se la sinistra non fa una precisa scelta di campo, in quanto antimperialista ed internazionalista, e in questa quadro, in un rapporto stretto e continuo tra teoria e prassi, definisce, come fece Togliatti, una sua strategia, inevitabilmente allora il suo destino sarà, ancora per un lungo periodo, quello di restare forza ininfluente in un continente che avrebbe invece bisogno di una ben altra sinistra,altre idee e iniziative, se non vuole essere travolto dal caos del multipolarismo e dallo strapotere della Germania, come è successo alla Grecia. Occorre una sinistra quindi che si batta per una Europa rifondata e che sia solidale, stringendo forti relazioni, con tutti i progressisti della terra che si battono per un altro mondo possibile.

Sandro Valentini

Mio padre. di F. Marchi

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Mio padre è stato un partigiano, comandante di una Brigata operativa in Umbria e nell’alto Lazio. I suoi racconti di lotta e di guerra partigiana sono stati per me un grande insegnamento. Mi raccontò molte volte di quella volta in cui uccise un soldato tedesco. “Fortunatamente – diceva – non sai a chi spari, spari nel mucchio, loro sparano, tu spari. Ma quella volta non c’erano dubbi, ero stato io ad uccidere quel ragazzo. Gli tirai una bomba a mano proprio nella sua buca. Rimasi sconvolto. Era la prima volta che avevo la piena consapevolezza di avere ucciso un uomo, un altro ragazzo come me. E’ tremendo, anche se sai di stare dalla parte giusta non riesci a toglierti dalla mente quel ragazzo a cui hai tolto la vita. E sai che devi andare avanti, specie se hai la responsabilità di altri uomini. Tornai al nostro rifugio e vomitai per un giorno intero”.

Il racconto di quanto avvenuto, per la verità, sarebbe molto più cruento, ma sarebbe solo di pessimo gusto scendere in particolari. Me lo ha raccontato tante volte, forse per farmi capire che bisogna combattere con tutte le nostre forze per quello in cui crediamo ma non dobbiamo mai odiare, non dobbiamo mai perdere la nostra umanità. Per lo meno è così che l’ho interpretato.

E’ stato un combattente, un militante e un dirigente socialista per lungo tempo.
Se ne è andato quasi 17 anni fa all’età di 85 anni. Nacque il 16 aprile del 1918, lo stesso giorno (chissà, il caso) e lo stesso mese in cui è nata una persona che mi sta molto a cuore. Lo porto sempre con me, ogni giorno mi fa compagnia, è come se fosse vivo. E quando devo prendere una qualsiasi decisione penso sempre a cosa mi avrebbe detto mio padre. “Agisci sempre secondo coscienza”. “Fai sempre la cosa giusta”. Questo è stato il suo insegnamento. Questo è rimasto scolpito dentro di me come se fosse intagliato nella roccia.
Ricordo ancora la prima volta che andai con lui ad un comizio proprio a Porta San Paolo. Ero un ragazzino, mi portai dietro il pallone e cominciai a palleggiare da solo come fanno appunto i ragazzini, praticamente per tutta la durata del comizio. Mio padre si salutava con un sacco di amici e compagni, ridevano, scherzavano e parlavano, di politica, ovviamente, che a me allora annoiava terribilmente e mi chiedevo cosa ci trovasse lui di tanto appassionante. Era una manifestazione unitaria, come si diceva una volta, dei due grandi partiti della Sinistra, il PCI e il PSI. Incredibilmente, me la ricordo ancora, forse perché è stata appunto la prima della mia vita. Ricordo che c’erano tanti operai edili con il tradizionale cappello di carta di giornali sulla testa, come usavano allora, poi gli operai della Stefer con la divisa blu, quelli dell’Atac e i taxisti con i taxi (erano di colore verde e poi diventarono gialli) con le bandiere rosse.

Si allontanò diversi anni più tardi da quella sinistra in cui da sempre aveva militato, fin dagli anni dell’occupazione nazifascista. Era molto amareggiato da quello che quella sinistra stava diventando ed era già in larghissima parte diventata. Oggi, se ci fosse ancora, credo che ne sarebbe letteralmente disgustato. Da una parte penso che sia stato meglio che se ne sia andato prima di assistere a quella totale degenerazione, a quello scempio che io invece, suo figlio, ho vissuto.

Celebro così, il mio 25 aprile, Festa della Liberazione, da tempo ridotta ad una ipocrita kermesse, esattamente come il 1 Maggio e il suo maledetto “concertone”.
Tutto molto triste.

Fabrizio Marchi

L’articolo è tratto dal sito linterferenza.info al link http://www.linterferenza.info/attpol/mio-padre/?fbclid=IwAR218IoCpncW5Au7KCrSS96zbIFlpTlCZbyFqwRI5VjQFWUdabew2aB9bfo

Preparare un’alternativa a questo Governo. di A. Angeli

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C’è del tragico, nella confusa strategia del Governo per il reperimento delle vitali risorse finanziarie con le quali affrontare l’emergenza e disegnare un orientamento, un orizzonte oltre il quale condurre il paese una volta superata questa difficile fase pandemica.  Aspettando Godot, cioè che Conte si svegli, La BCE, la Banca centrale europea,  il 12 marzo ha allargato di 120 miliardi di euro il suo piano di acquisti di titoli pubblici e privati tramite l’emissione di nuova moneta (il Quantitative easing, che era già in corso con l’obiettivo di comprare 240 miliardi di euro di titoli). Il 18 marzo, il piano di acquisti per il 2020, è stato rafforzato con un nuovo programma aggiuntivo da 750 miliardi. Il programma è stato anche reso più flessibile perché è stato slegato dall’obbligo di acquistare titoli di diversi Stati in proporzione alla loro presenza nel capitale della Bce: questo le ha permesso a marzo di acquistare 12 miliardi di titoli italiani e solo 2 miliardi di titoli tedeschi. Da qui alla fine dell’anno la Bce comprerà 220 miliardi di titoli italiani, tra Btp, obbligazioni private e altri titoli. Il fondo salva stati viene finanziato con 240 miliardi. Anche il MES è stato sdoganato per affrontare questa crisi pandemica, senza condizionalità per le spese sanitarie, ma respinto con sdegno da Conte e i 5Stelle. Da 4 anni le banche private possono ottenere denaro a tasso zero dalla Bce. Dal 12 marzo le regole patrimoniali sono state allentate per favorire l’aumento del credito.

Altri sostegni sono previsti a favore dei Prestiti concessi alle imprese da Bei e Comse, la Banca europea per gli investimenti, i cui azionisti sono tutti gli Stati dell’Unione europea, la quale ha proposto la creazione di un fondo da 25 miliardi che servirà a garantire prestiti alle imprese per 200 miliardi di euro. Stop al patto di stabilità dal 20 di marzo. Con questa decisione la Commissione europea ha deciso di applicare, per la prima volta nella sua storia, la “clausola di salvaguardia” prevista dall’articolo 107 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea. Utilizzo immediato dei fondi disponibili, per cui per l’Italia significa anticipare l’impiego dei 37 miliardi ancora disponibili nell’attuale bilancio 2014/2020 sul Fondo Europeo Sviluppo Regionale (FESR) e Fondo Sociale Europeo (FSE), che le regioni e alcuni ministeri dovranno spendere entro il 2023. Il 2 aprile la Commissione europea ha lanciato il programma SURE, un fondo europeo da 100 miliardi contro la disoccupazione. Il Fondo, attraverso 25 miliardi di garanzie volontarie degli Stati membri, proporzionate al loro Pil, permetterà di finanziare le “casse integrazioni” nazionali. Sempre la Commissione Europea raccoglierà risorse sui mercati emettendo un prototipo di Eurobond (con tripla A, quindi a tassi bassissimi), che saranno a disposizione dei Paesi che hanno bisogno di prestiti con scadenze a lungo termine, come il nostro paese. Oltre ai fondi strutturali e agli strumenti di debito la Commissione propone di ampliare l’ambito di applicazione del Fondo di solidarietà Ue (strumento di sostegno ai Paesi colpiti da calamità naturali), per aiutare gli Stati membri in questa circostanza eccezionale. La misura permetterà agli Stati membri colpiti più duramente di accedere a un sostegno supplementare per un importo che potrà toccare 800 milioni e che potrà essere ampliato.

La reazione di Conte, quasi imperturbabile e fredda: “Lotteremo fino alla fine per gli eurobond”. E sul Mes: “Non è adeguato, l’Italia non ne ha bisogno. Tanto per non mettere in difficoltà Di Maio. Per il resto del governo, silenzio.  Quindi, il governo si muove alla cieca, senza un piano e al buio. Cosi nessuno, proprio il nessuno omerico, sa quanti soldi serviranno per portare il paese fuori dalla crisi e quale sia il piano del Governo per fronteggiare l’emergenza e il piano di sviluppo per il dopo, nonostante l’inflazione delle commissioni speciali, costituite allo scopo di indagare sul sistema dell’universo infinito. Come l’asino di Buridano, Conte non sa scegliere e rischia di far morire il paese.  Non mancano certo le proposte, dalla patrimoniale estesa, partendo da una fascia di reddito di 80.000€, a quella di conteggiare il risparmio privato a diminuzione del debito pubblico che, secondo lo studio apparso sul Sole 24 Ore, consentirebbe di abbatterlo per il 25% della sua grandezza. O, ancora, rivolgersi ai risparmi privati depositati o in titoli, per un valore di circa di 1800 mld di euro, con l’emissione di un Btp ad hoc, denominato titolo salva Italia, per raccogliere poche decine di miliardi da rendere quando?, con quale interesse e per sostenere quale programma? Insomma, comunque si giri la frittata, è sempre al risparmio degli italiani verso cui  guarda e si orienta l’attenzione degli economisti sicuramene della scuola del pensatore Austriaco  Friedrich August von Hayek.  Altre strade sono possibili, ma non è questo il governo dal quale aspettarci una risposta all’altezza dei problemi e delle difficoltà. Spetterebbe al PD e alla sinistra riformista farsi carico di una proposta, un progetto, al quale legare l’emergenza e disegnare il dopo, dimostrando audacia, fierezza riformista sui temi e sulle politiche da sostenere e proporre all’Europa per il futuro dell’Italia, quale unica strada da seguire per indicare ai cittadini, ai lavoratori, ai giovani, una prospettiva credibile, coinvolgendoli nella preparazione, ciascuno secondo le sue capacità e le sue possibilità, perché sentano così di avere contribuito a renderla possibile.

Alberto Angeli

Sveglia! di S. Valentini

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Nella sostanza riscrivo un articolo che FB mi ha censurato. Voglio verificare se è così solerte di farlo di nuovo.

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In Italia dietro alle polemiche mascherine sì mascherine no, tamponi sì tamponi no, si nasconde una cruda verità: non abbiamo né mascherine, né tamponi e né sufficiente materiale sanitario, tra cui i ventilatori, per affrontare in modo adeguato l’emergenza drammatica della pandemia. L’elevato numero di morti è causato da questo terribile dato, oltre che da sottovalutazioni, carenze ed errori del nostro sistema sanitario, in particolare da quello lombardo, rispetto ad altri paesi europei come la Germania.

E’ solo responsabilità di questo Governo e delle Regioni? O non sono responsabili tutti i governi che in questi trent’anni si sono susseguiti nel Paese? Tutti hanno operato tagli alla sanità pubblica e impostato una politica di sua progressiva privatizzazione. La Lombardia di questo processo è uno degli esempi più evidenti.

Anche gli imprenditori non sono esenti da responsabilità. In questi anni hanno fatto la scelta di non produrre mascherini, tamponi e attrezzature sanitarie per fronteggiare una possibile pandemia che gli scienziati sostenevano che prima o poi sarebbe arrivata. Non lo hanno fatto in quanto i profitti di queste produzioni sono marginali: da queste produzioni non si ricavano lauti profitti. E la politica non solo non ha sollecitato tali produzioni ma addirittura ha sostenuto e coperto le scelte e le strategie dell’industria farmaceutica nella sua finalità esclusivamente di lucro. Così si è messo in discussione il primo diritto fondamentale dei cittadini: il diritto alla salute per tutti. Ora siamo costretti a importare la produzione di questi materiali sanitari dall’estero in quantitativi enormi ma è evidente che con la pandemia in atto anche la possibilità di garantirsi un numero sufficiente di questi materiali è oggi difficile e richiede tanto tempo.

Tutto il sistema con la pandemia scricchiola rischia di rotolare. Che fare? Allora avanti con la retorica. Restiamo, nonostante tutto, il paese dei poeti, dei navigatori ed ect. ect. Ma risorse sulla ricerca e sulla formazione zero! Il capitalismo italiano è – come insegna Gramsci – un capitalismo straccione. E la sua classe dirigente – e non mi riferisco solo ai politici, ma anche agli intellettuali, ai giornalisti, agli scienziati, spesso modesti poiché i migliori sono emigrati all’estero – è espressione di questo capitalismo che perpetua il suo dominio riproducendo l’antico divario, mai colmato, tra un nord sempre più nella sfera di influenza del capitale tedesco e di un sud abbandonato al suo destino. A riguardo i radicali di sinistra nostrani, spesso inconcludenti, che osteggiarono negli anni ’60 il giudizio di Giorgio Amendola sul capitalismo italiano oggi sorvolano su quel confronto e gli storici tacciono. Però con orgoglio tutti sostengono che il nostro sistema sanitario è tra i migliori del mondo e siamo la settima potenza mondiale! Ma se il coronavirus avesse avuto l’epicentro non in Lombardia ma in città come Napoli, Bari, Palermo o Cagliari, di che cosa staremmo a discutere oggi? Nella drammatica disgrazia l’Italia è stata pure fortunata.

Ora molto si discute e si polemizza sulla ripresa, in un Paese messo in ginocchio – e stava messo male anche prima della pandemia -. Si discute sulle risorse per fronteggiare l’emergenza economica e sociale e di come avviare la ripresa, sull’UE, sul ruolo della BCE, sul MES e sugli eurobond. Nonostante gli sforzi del Governo le risorse messe a disposizione sono del tutto insufficienti e date spesso a pioggia, senza un vero piano per fronteggiare l’emergenza sociale. A questo proposito la lettera inviata a tutti i prefetti dal Ministro degli Interni un po’ m’inquieta. Che occorra fare molta attenzione al rischio di penetrazioni mafiose è un giusto allarme, penso per città come Roma, Napoli, Palermo, ma anche per città come Milano. Ma che il Ministro parli nella lettera anche di gruppi estremistici che potrebbero far leva sul grave disagio sociale per creare problemi mi lascia molto perplesso. A chi si riferisce? A gruppi fascisti? Allora lo dica! Se domani, in una fabbrica qualunque, ci dovessero essere degli scioperi spontanei – come già è avvenuto – perché gli operai non si sentono tutelati da un padrone che non prende le necessarie misure di sicurezza, questi lavoratori sono degli estremisti da perseguire? E se cresce di tono e di intensità, soprattutto nelle grandi periferie urbane, la protesta sociale dei più deboli e dei più esposti alla crisi economica e sociale la risposta dello Stato è di garantire la tutela dell’ordine pubblico con misure di polizia? Esagero? Spero di sì, ma questa lettera un poco mi preoccupa.

Vado all’Europa o meglio all’UE. Questa Unione è stata costruita, come disse Altero Spinelli, sulla sabbia, cioè come unione monetaria e basta e senza che la BCE diventasse la banca centrale della stessa unione. Infatti la BCE è il punto di incontro degli interessi delle oligarchie finanziarie e delle banche. Dei suoi indirizzi non risponde al Parlamento europeo, che non ha nessun potere, e neppure risponde alle volontà politiche dei singoli Stati. Si giudica un grande successo la sospensione della parità di bilancio ma nessuno ricorda che questa scelta della politica del rigore neoliberista fu messa addirittura nella Carta Costituzionale. La sospensione della regola della parità di bilancio è già qualcosa, ma dopo, superata l’emergenza sanitaria, che ne sarà di questa regola? Si tornerà alla politiche di rigore? E chi pagherà l’enorme debito pubblico accumulato, tra l’altro in una fase di drammatica recessione? Si fanno polemiche, anche molto aspre, su MES e Eurobond ma nessuno indica un’altra strada, alternativa a questa UE, cioè alla costruzione degli Stati Uniti d’Europa con politiche economiche e fiscali, comuni, con uno stato sociale non frantumato, ma rafforzato, qualificato e comune, a iniziare dal sistema sanitario. Gli Eurobond si ottengono se si lavora per questa prospettiva, se si superano le politiche neoliberiste imposte dal capitale finanziario; senza un’azione politica efficace gli Eurobond diventano una bandierina propagandistica per nascondere una dura verità: l’UE altro non è che l’asse Berlino-Parigi, espressione del dominio invasivo del capitale finanziario e l’Italia di questo asse è un vassallo.

Se è vero che con la globalizzazione, iniziata con la fine della convertibilità del dollaro in oro, ha come tratto fondamentale la trasformazione della moneta da strumento di scambio a merce, anzi è divenuta la merce più pregiata, per cui l’attività di vendere e compare moneta è molto più redditizia del vendere o compare merci, si è passati, almeno in Occidente, a una nuova fase del capitale, che si riproduce molto di più velocemente con le transazioni finanziarie speculative e non più con la tradizionale attività produttiva. Allora o l’Occidente supera questa fase del capitale o il rischio del suo declino, soprattutto qui in Europa, sarà inarrestabile. Aumenteranno le diseguaglianze sociali, saliranno le tensioni sociali e un ristretto manipolo di persone deterrà sempre di più una immane ricchezza. E dal punto di vista dei beni materiali e delle risorse energetiche strategiche sarà sempre più dipendente dall’industria cinese, molto sofisticata e tecnologicamente avanzata o dalla Russia, che con la Siberia detiene all’incirca il 50 per cento delle risorse energetiche strategiche del pianeta.

Ecco perché la pandemia in Occidente da emergenza sanitaria rapidamente si sta trasformando in una terribile crisi economica e sociale. E i primi paesi che rischiano di rimetterci le penne in Europa sono quelli mediterranei, come Portogallo, Spagna, Italia e Grecia. Non è in discussione la democrazia. Da tempo siamo ormai in Europa in un sistema politico sempre meno democratico e sempre più a-democratico, in cui chi conta, chi prende le decisioni politiche ed economiche vere, non sono i politici, ridotti a essere dei tecnici che devono solo amministrare e gestire il presente e quello che offre, ma sono i manager dell’alta finanza, le banche, persone non elette da nessuno ma semplicemente designate o cooptate che quasi sempre sono in ombra, dietro le quinte, insomma sono i Draghi.

Ma il coronavirus ha riproposto con durezza – e qui vengo alla frase per cui forse FB mi ha censurato – anche il conflitto sociale, la lotta di classe che nell’89 troppo sbrigativamente si era data per morta in nome di un capitalismo che avrebbe garantito a tutti un futuro di pace, di benessere e di progresso. La lotta di classe si manifesta oggi in tutta la sua forza. Mi si può censurare ma così è, ed è un processo in atto che nessuna censura o stucchevoli retoriche possono fermare e che si ripropone, anche se i media, i politici e l’intellighenzia non ne parlano. Ma per trasformare la protesta sociale in azione politica per la trasformazione della società, per liberarci una volta per tutte dalle politiche neoliberiste e guardare avanti, al futuro, a una prospettiva socialista, occorre costruire un soggetto politico della sinistra all’altezza della fase. Insomma che raccolga il disagio sociale trasformandolo in iniziativa politica, in lotta di classe appunto. Allora sveglia! È ora di riprendere la partita, di spezzare i lacci e i laccioli del pensiero liberaldemocratico in tutti questi anni subalterno alle dottrine e alle pratiche neoliberiste.

Sandro Valentini

Il colpo di stato di Orbàn. di A. Angeli

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A coloro che verranno ( Bertolt Brecht )

Davvero, vivo in tempi bui!

La parola innocente è stolta. Una fronte distesa

vuol dire insensibilità. Chi ride,

la notizia atroce

non l’ha saputa ancora.

Quali tempi sono questi, quando

discorrere d’alberi è quasi un delitto,

perché su troppe stragi comporta silenzio!

E l’uomo che ora traversa tranquillo la via

mai più potranno raggiungerlo dunque gli amici

che sono nell’affanno?

 

È l’incipit della lunga e bellissima poesia che inizia: “ Davvero, vivo in tempi bui!”, in cui il riferimento alla dittatura hitleriana è palese. Dittatura che non solo portò alla morte di milioni di persone nei campi di concentramento, ma costrinse molti artisti e scrittori a scappare dalla Germania, tra cui lo stesso Bertolt Brecht. La poesia risale, infatti, all’esilio danese di Brecht e allo scoppio della seconda guerra mondiale nel 1939. Nella seconda parte della poesia possiamo leggere la ribellione contro il regime hitleriano, pur essendo egli cosciente di non poter ottenere grandi risultati. Tuttavia, nel prosieguo del testo, l’autore  esprime l’intima soddisfazione e orgoglio per essere riuscito a minare l’autorità dei potenti. L’ultima parte della poesia manifesta l’appello alla coscienza e alla lotta democratica rivolto alle generazioni future, con la speranza che riescano a portare a termine la lotta contro le ingiustizie e le discriminazioni iniziata dai loro padri.

A noi la notizia è stata data, l’Europa ha come socio un governo fascista: Viktor Orbàn, primo ministro dell’Ungheria si è fatto attribuire pieni poteri dal parlamento, nonostante la forte contrarietà dell’opposizione.  Scopriamo così che Il virus Covid19 contagia anche le fondamenta della democrazia rappresentativa e parlamentare, fino a indebolirne le funzioni costituzionali, poste sotto condizionamento dalla necessità di una rapida risposta all’epidemia, determinando così uno stato di emergenza che favorisce il rafforzamento dei singoli governi. Un fatto inedito, che impone l’annichilimento di ogni afflato alla libertà e mobilità, motivato e giustificato dall’inderogabile necessità sanitaria che impone l’adozione di misure e provvedimenti di isolamento e distanziamento dei cittadini, obbligati al rispetto del lockdowm. Forzando questo stato di necessità , che pur deve comunque attivarsi nel rispetto delle prerogative del Parlamento, il primo ministro Ungherese, ottenendo i pieni poteri dal Parlamento Ungherese ( dalla sua maggioranza: 138 si contro 53 no ) ha completato il ciclo autoritario, da tempo in corso di sperimentazione, sfidando  le norme dell’Europa in materia di democrazia e di rispetto delle minoranze. I quattro di Visegrad:  Ungheria, Polonia Repubblica Ceca e Slovacchia, da tempo si sono posizionati su un terreno di sfida alla storia democratica dell’Europa.

Con il colpo di stato di Orbàn, il disegno di una balcanizzazione sovranista dell’Europa muove i primi passi, offrendosi quindi come punto di riferimento per i sovranisti dell’Europa. Da noi, i sovranisti di casa, Meloni, Salvini, ( FI o Tajani non si è pronunziata ) non hanno certo perso l’attimo, manifestando immediato intesse per il colpo di stato compiuto dal camerata Orbàn, mentre si sbracano contro i provvedimenti di Conte, con i quali è imposto il lockdowm agli italiani per combattere efficacemente l’epidemia del covid19 , una risposta dall’Europa è dovuta, rapida e decisa: Orbàn deve essere espulso dal consesso Europeo e rivolgere un deciso richiamo agli altri  rimanenti soci del gruppo di Visegrad: cancellare tutti i provvedimenti autoritari  adottati e in netto, chiaro contrasto con la tradizione democratica dell’Europa.  

 Alberto Angeli

Il modello cinese. di S. Bagnasco

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Oggi, in tanti considerano il “modello cinese” come vincente per affrontare l’emergenza sanitaria.

Fino a poche settimane fa, la Cina era un lontano paese asiatico saldamente ancorato agli stereotipi di noi europei che non sappiamo guardare alle trasformazioni della Cina avvenute in soli sette decenni.

Poche settimane fa consideravamo il COVID19, come adesso lo chiamiamo perché “coronavirus” sa poco di scientifico, un problema cinese e del lontano mondo asiatico dove si mangiano topi vivi e vi invito a non considerarla una battuta da uno Zaia qualsiasi, perché riflette un diffuso atteggiamento mentale.

Sia come sia, la Cina è passata in sette decenni dalla fame e da un’aspettativa di vita intorno ai 40 anni ai 76 attuali; oggi la Cina è il secondo Paese per PIL al mondo e sta combattendo una battaglia formidabile per salire la classifica del PIL pro capite, dove occupa tuttora l’85° posto.

Ma cos’è il modello cinese?

E’ la capacità di costruire in pochi giorni un ospedale? E’ la capacità di prendere decisioni rigorose in poco tempo? NO! Tutto ciò è il prodotto del modello cinese, non è il modello cinese. Il modello cinese si basa su un’economia pianificata, su un forte controllo sociale, su una formidabile attualizzazione dell’antico mercantilismo cinese che porta la Cina a essere protagonista di un sistema di “cooperazione” in Africa (di cui il mondo si disinteressa, nonostante gli evidenti aspetti negativi di questa moderna colonizzazione), a modellare una nuova geopolitica mondiale con la Via della Seta, a essere protagonista nelle politiche spaziali internazionali sbarcando non sulla luna ma sulla “faccia nascosta” della luna, quella che non vediamo mai.

E’ da qui che deve partire il confronto tra modelli.

La Cina, a differenza dell’Occidente, vale a dire di USA, Canada, UK e UE, può prendere decisioni importanti e drastiche senza scatenare il panico nei mercati e senza scatenare la guerra tra fazioni politiche sull’entità degli interventi economici, sugli scenari recessivi, sulle responsabilità dell’UE, su aperte e violente critiche nei confronti di Lagarde, Macron, Boris Johnson, Trump …

Inutile guardare al “modello cinese” se ci tappiamo gli occhi per non vedere le differenze tra Europa e Cina. Differenze che mai ci consentiranno di adottare il modello cinese.

Allora? Allora serve intelligenza e orgoglio per la nostra storia e le nostre specificità.

Il nostro modello dovrebbe farci comprendere che quando siamo sereni e ci dedichiamo agli apericena … dovremmo approntare protocolli e piani minuziosi per affrontare le emergenze sanitarie … che non esistono giacché sappiamo che arriveranno, mentre ignoriamo quando arriveranno e che sembianze avranno, ma possiamo intuire le criticità che possono determinare agli organi vitali. Se avessimo questi piani e la popolazione fosse educata a queste emergenze, come dovrebbe avvenire per gli incendi, le catastrofi naturali, gli incidenti nucleari, i disastri chimici … allora ci sottrarremmo alle polemiche politiche, agli indugi per paura di perdere il consenso, alla stupida mediazione tra posizioni politiche … come se l’emergenza sanitaria fosse una causa civile.

Noi abbiamo strumenti e mezzi di gran lunga superiori a quelli cinesi, ma non ne siamo consapevoli perché disprezziamo la grandezza delle nostre malconce democrazie, che affossiamo invece di solidificarle.

Il modello italiano e europeo ha potenzialità formidabili: spetta a noi decidere di attuarle … e per farlo dobbiamo pensarci in tempi di bonaccia.

In Europa abbiamo una diffusa cultura solidaristica, estranea alla cultura americana, questo ci offre condizioni di partenza ottimali per attrezzarci per tempo a fronteggiare le emergenze sanitarie.

Saremo capaci di comprenderlo? Impareremo qualcosa da questa situazione che viviamo con apprensione o ci limiteremo a un brindisi e a una collettivo “l’abbiamo sfangata anche questa volta”?

La decisione spetta a noi.

Sergio Bagnasco

Centralità operaia. di G. Sbordoni

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Tutto chiuso? Quasi. Il Paese si è svegliato nella spaventosa desolazione di una scelta responsabile, che pure ci lascia sgomenti. Ci siamo ritrovati prigionieri di quei video silenziosi che arrivavano dalla sconosciuta ed esotica Wuhan non più di un paio di mesi fa, girati dalle finestre dei grattacieli residenziali affacciate su strade deserte senza passanti né auto. #iorestoacasa non è bastato, non poteva bastare contro questo nemico subdolo e invisibile. Il virus, fuggito da un qualsiasi disaster-movie hollywoodiano di serie B, è diventato quanto di più reale e crudo intere generazioni, le prime salve da ogni guerra, potessero incontrare sul loro cammino immacolato.
Tutto chiuso quindi? In realtà no. E non parliamo dei servizi essenziali che – avendolo già scritto più volte in molti dei pezzi pubblicati su Rassegna.it – grazie al senso di responsabilità, al coraggio e alla lealtà di alcune categorie di lavoratori, devono continuare a funzionare. Parliamo delle fabbriche. Tutte indistintamente. Non solo di quelle farmaceutiche. O, semmai ce ne fossero in Italia, di quelle delle maledette mascherine. Ma di stabilimenti industriali in genere. Già.
Mentre il presidente Conte snocciolava una lunga sequela di esercizi commerciali che, è parso logico a tutti, avrebbero dovuto restare chiusi (bar, pub, ristoranti, parrucchieri, centri estetici) abbiamo capito che ai grandi e piccoli siti produttivi non sarebbe stata ordinata la serrata. Un vecchio slogan, gridato nei cortei, si chiedeva come mai a pagare fossero sempre gli operai proseguendo, con un filo di speranza, con un “d’ora in poi”. D’ora in poi, niente.
Le fabbriche resteranno aperte, ma il governo si raccomanda di assumere protocolli di sicurezza. Quella che non si riesce a garantire nella normalità, non si capisce proprio chi dovrebbe controllarla in questo caos. Neanche il flagello del coronavirus riequilibra i torti di una lunga storia. E gli operai, che siano tanti o che siano, ci si lamenta sempre, rimasti in pochi; che siano comunisti o che siano della Lega; che siano l’anima del boom o che siano in cassa integrazione o vittime di delocalizzazione; gli operai continuano a essere considerati gli ultimi.
Ha fatto bene la Fiom a giudicarlo inaccettabile e ad aver chiesto un confronto urgente al governo e gli ammortizzatori sociali. E mentre aspettiamo la risposta di Palazzo Chigi, anche questa mattina le tute d’Italia, blu, verdi, rosse, bianche, saranno costrette a uscir di casa, e quasi tutti gli altri gli getteranno dalle finestre chiuse uno sguardo di solidarietà. Che, tanto per cambiare, la classe operaia, aspettando il paradiso, va al lavoro.

Giorgio Sbordoni

Tratto dal sito   https://www.rassegna.it/mobile/articoli/centralita-operaia

Non possiamo essere complici dello sterminio. di C. Baldini

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Quattordici ministri degli esteri europei hanno finalmente trovato la forza, dopo l’appello di Papa Francesco, di chiedere la fine del massacro di Idlib.

Sono i capi delle diplomazia di Italia, Francia, Germania, Paesi Bassi, Spagna, Portogallo, Belgio, Estonia, Polonia, Lituania, Svezia, Danimarca, Finlandia e Irlanda.
Arriva dopo che un numero incredibile di scuole è stato colpito dai raid aerei dei russi e dei siriani e dopo le operazioni militari dei turchi.

Un milione di civili rischiano ormai di morire di stenti e privazioni, di freddo, di fame. La maggioranza di loro sono bambini. Gli assiderati dei giorni scorsi fecero scalpore, poi basta. Ma l’emergenza è assoluta, questione di ore. Quel milione di individui è ancora lì, rischiano tutti un destino atroce. E domani si aggiungeranno o si potrebbero aggiungere altri due milioni di essere umani, gli altri disperati civili che vivono a Idlib.

E il mondo dell’associazionismo c’è? La nostra società civile non ha nulla da dire? Nulla da obiettare? La nostra coscienza tace?

Ho letto le denunce di Amnesty, altre voci importanti, certamente. Ma dove siamo, noi? Impauriti dal Coronavirus non sappiamo più distinguere il reale dall’ipotetico? O siamo stati assorbiti, inghiottiti da una liquefazione della coscienza individuale e collettiva?

Questo mondo è il nostro mondo. Quello che accade è opera nostra. Dei nostri silenzi, della nostra acquiescenza, disattenzione.

Chi ha parlato di “male minore” avrà per sempre su di sé il peso, per me, di un errore enorme.
Scuole bombardate, bambini in fuga verso il nulla. Il muro turco impedisce alla popolazione di fuggire, il fuoco di Assad li incalza senza via di fuga.

Erdogan, dopo aver armato l’altra canaglia, i jihadisti, che ha tormentato questa popolazione, pensa solo ai suoi confini e al suo espansionismo.
Ma ai civili di Idlib non pensa proprio nessuno?

Io credo che sia arrivata l’ora di una grande mobilitazione nazionale per la coscienza umana di ciascuno di noi. Sottrarsi vorrebbe dire essere complici.

Fuggono verso la Grecia che li respinge con lacrimogeni. Muoiono di freddo e di polmoniti.

Scendiamo tutti in piazza per Umanità. Non importa chi ci organizzerà. Bisogna farlo.

Claudia Baldini

Un colloquio improbabile con Karl Marx. di A. Angeli

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Alberto Angeli 2

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L’emozione non seguiva lo scandire del tempo. Non ricordavo da quanto stessi aspettando, seduto al tavolo all’interno del bellissimo Pub Museum Tavern, n.49 D. Great Russell, street Bloomsbury  di Londra, di fronte al magnifico Brithish Museum. Davanti, sul tavolo, stavano in bella mostra due bicchieri contenenti dell’ottimo whisky Scozzese. Pensai che il mio ospite avrebbe gradito, poiché mi ero bene informato sulle sue abitudini e le preferenze in materia di drink. Finalmente! L’uomo che espettavo aveva fatto il suo ingresso nel Pub e l’Host, da me precedentemente informato, con un cenno elegante e carico di rispetto lo aveva invitato a seguirlo conducendolo al mio tavolo. Impacciato mi alzai e porsi la mano presentandomi, ma l’ospite, senza proferire una parola, si sedette. “Sono Karl Marx”. La presentazione, così diretta e quasi brusca, mi lasciò per un attimo interdetto. “Ehm, ehm, sono piacevolmente sorpreso, non credevo che avrebbe accettato la mia richiesta d’incontrarla, distogliendola dal suo impegno di ricerca che sta conducendo presso  il Brithish Museum”, risposi, riprendendo la mia padronanza. “Nessuna intervista, sia chiaro. Solo una chiacchierata, è questo il nostro accordo”, precisò Marx, con tono perentorio, mentre sorseggiava con voluttà e senza imbarazzo l’whisky. “ Si, certo, mi atterrò a quanto concordato: niente domande. Lascio a lei la parola e la scelta del tema, magari iniziando con una delle sue dotte frasi  riguardanti l’aura della sua opera economica e filosofica”.

La mia preferita resta: “y a ce qu’il de certain c’est que moi, je ne suis pas marxiste”. [ciò che è certo è che non sono un Marxista ] della quale mi sono servito in molte circostanze imbarazzanti. Si tratta della risposta che ho dato a tutte le insistenti richieste a lasciarmi intervistare. Landor, corrispondente del World, è l’unico a cui concessi di intervistarmi, a Londra il 3 luglio 1871. Ricordo la data perchè un paio di mesi prima, la Comune di Parigi, a cui avevo partecipato, era stata soffocata nel sangue. Ma torniamo al presente. Per recuperare il tempo durante il quale sono stato assente dalla scena politica mondiale, negli ulti anni mi sono dovuto documentare e ho scoperto con piacevole sorpresa che la mia faccia è assunta a simbolo di una speranza di cambiamento. Mi viene spontaneo ricordare la frase: uno spettro si aggira per il mondo e ha la fisionomia ed il nome di Karl Marx. Ciò a dispetto dei miei critici o ex Marxisti, che hanno deliberato la mia damnatio memoriae. Insomma, per un lungo periodo sono stato ostracizzato, ignorato e i mie libri bruciati. Ma anche per questo  ho  una massima ‘de omnibus dubitandum est’ (“bisogna dubitare di tutte le cose”) cioè dubito dell’intelligenza di chi ha pensato, e tuttora pensa, che ignorando il mio pensiero e quello di Engels, il mondo si sia rivelato migliore, e a conferma le informazioni e le notizie su questo inizio del 2020 non mi paiono le più rassicuranti”.

Ma sono ancora tanti i seguaci che si dichiarano Marxisti, studiosi che interpretano e diffondono il suo pensiero”. Intervenni, interrompendo l’eloquio di Marx, con tono rispettoso, ma interrogativo.

 Marx, scuotendo il capo si affrettò ad affermare quasi a scolpire le parole: “le mie teorie non sono mai state dominanti. Ho avuto dei seguaci che non mi sono scelto o cercato, e per i quali ho meno responsabilità di quante ne abbiano Gesù per Torquemada o Maometto per Osama bin Laden. I seguaci che si nominano da soli sono il prezzo del successo”. Fece una breve pausa, per riprendere subito il filo del discorso. “ Parlano tutti di classi, strutture, determinismo economico, rapporti di potere, oppressi e oppressori. E fanno tutti finta di avermi letto. Dovrei pensare che questo costituisca un chiaro segno di successo. Altri mettono in dubbio la mia opera filosofica e mi accusano di eccessivo economicismo. Eppure, se guardiano all’evolversi della storia, quanto avevo ragione ad essere ossessionato dall’economia! Siete tutti ossessionati dall’economia e, nel prevedibile futuro, lo rimarrete. Non ho bisogno di spiegarlo ai lettori del Financial Time, del Wall Street Journal e dell’Economist. Né ai politici che promettono il paradiso in terra e poi dicono che ‘non si può evitare il mercato’, e che la globalizzazione e la finanziarizzazione dell’economia [l’attuale parola usata per sostituire l’espressione capitalismo mondiale] è inarrestabile. Alcuni insistono nell’affermare che la borghesia sia stata una mia invenzione, e se anche fosse mai esistita come struttura politica sociale ed economica, interessata a sostenere l’efficienza del capitalismo, nel corso della storia è stata sostituita dal ceto medio, oggi in crisi in quasi tutti i paesi occidentali. Ciò che io ho scritto al proposito ha un riscontro storico nei fatti e questi confermano che quando la borghesia è minacciata, dà il potere a chiunque è in grado di toglierla dai guai. A chi importa dei diritti civili, delle elezioni, della libertà di stampa e della pace quando il dominio del capitale è in pericolo? L’aristocrazia e la borghesia, con il sostegno del capitalismo, sono stati gli azionisti delle due grandi guerre del XX secolo, al termine delle quali la contabilità delle vittime è di oltre 85 milioni tra civili e militari, ma non furono gli aristocratici e i borghesi a morire al fronte a soffrire la fame e a morire per le malattie, ma i proletari, i poveri delle periferie delle grandi città, i braccianti , i piccoli affittuari e i mezzadri, cioè la classe proletaria delle campagne. A questi dati si devono aggiungere le numerose guerre che hanno caratterizzato questo secolo definito breve dallo storico Britannico Eric Hobsbawm, quasi tutte di natura civile o territoriale: crisi economiche; speculazione finanziaria; cicli depressivi; disoccupazione diffusa; crisi del mondo socialista. Un’altra prova della resistenza del capitalismo a ogni mutamento sociale e politico, si riscontra anche nel fatto che la fine del colonialismo non abbia effettivamente determinato la liberazione dei paesi e dei popoli interessati, poiché sono rimasti prigionieri delle logiche imperialistiche, le quali usano ogni mezzo  per mettere in atto politiche predatorie delle risorse e ricchezze naturali di questi popoli, sono fatti sui quali non è possibile equivocare e contraddirmi”.

Già, ma è anche il secolo in cui è caduto il muro e i paesi dell’ex blocco Sovietico hanno scelto di aderire al sistema del mercato occidentale, adottando forme di governo democratiche e parlamentari, consegnando al popolo la libertà di scegliere, con il voto, i propri governanti,  l’unica strada per garantire i diritti, la libertà, sicure prospettive di pace e di progresso economico”. Aggiunsi in fretta.

Senza tradire segni di sorpresa per quanto da me rilevato, Marx riprese il suo discorso: “ Ho parlato di fatti, sui quali non si può indulgere. Allora a questi fatti si deve aggiungere sicuramente la fine del potere del cosiddetto socialismo Sovietico e la “liberazione” dei paesi satelliti, il cui simbolo è la caduta del muro. Ma si può affermare che il mondo è oggi migliore solo perché non c’è più il blocco Sovietico? Quanto sta accadendo in questo inizio del XXI secolo, siamo nel 2020, non può essere giustificato urlando: “ ma è colpa dei comunisti!”. Trump, Putin, Erdogan,  Kim Jong-un,  Xi Jinping, sono identificabili come autoritari i primi e dittatori i secondi; ma devo anche stabilire una verità:  Corea del Nord e Cina non sono la misura di tutte le cose, per citare Protagora, non sono comunisti, non sono socialisti, ma una degenerazione del capitalismo finanziario consumistico. E il mondo non è più pacifico, e le guerre non sono terminate in questo primo ventennio del XXI secolo.  Lo sfruttamento dei paesi ex coloniali prosegue, con l’aggravante dei colpi di stato, le guerre civili, i genocidi, la distruzione dell’ambiente e la violenza al clima, sono fatti che bruciano ogni speranza di milioni di esseri umani, che fuggono da questi disastri e si trasformano in migranti alla ricerca di un posto sicuro, la salvezza, anche mettendo a rischio la propria vita e quella dei propri figli. Sono i nuovi proletari del capitalismo del XXI secolo, isolati da tanti altri muri costruiti lungo i confini dell’America  fino all’Europa dei Paesi di Visegrad. ‘Proletari di tutti i paesi unitevi’ è il proclama con il quale io ed Engels, nel lontano 1848, scrivemmo il Manifesto del Partito comunista. L’Unione Sovietica lo adottò come motto a rappresentare l’internazionalismo operaio. Uno dei concetti fondamentali che compongono la lunga analisi del Manifesto è che la produzione economica, e la struttura della società che da essa necessariamente ne consegue, forma, in ogni epoca della storia, il fondamento della storia politica e intellettuale di tale epoca; che però tale lotta ha raggiunto ora uno stadio nel quale la classe sfruttata e oppressa (il proletariato) non si può più emancipare dalla classe che la sfrutta e l’opprime (la borghesia), se non liberando allo stesso tempo per sempre tutta la società dallo sfruttamento, dalla oppressione e dalle lotte fra le classi. E’ un concetto superato, anacronistico? Panta Rei, tutto scorre, ci ricorda Eraclito. L’èra dell’intelligenza artificiale, dei Big Data, dell’uomo alla conquista dell’universo, della criogenesi  umana, che ci fa pensare all’eternità, sono i dati del cambiamento epocale.  Eppure, nonostante ci si trovi nel passaggio storico della post modernità, che ci dona il  turbocapitalismo e l’iperfinanza, che si sintetizza nell’1% dei possessori  delle ricchezza prodotta rispetto al 99% che deve lottare con le miserie del mondo ( intramontabili vizzi dello sfruttamento, delle diseguaglianze sociali, politiche, economiche) , questo nuovo status sociale non cancella o nientifica la necessità di liberare l’uomo dal bisogno e dallo sfruttamento, al quale, più che mai, è richiesto di essere sempre disponibile a lottare per l’uguaglianza delle libertà e dei diritti per tutti. Allora, è ancora valido il motto: Proletari di tutto il mondo unitevi!”. Marx sospese la sua esposizione e per un attimo restammo in silenzio. Fui io a riprendere la parola.

 “E’ vero, miliardi di persone sono interconnesse, ipercollegate, messaggiano senza incontrarsi, dialogare, scambiarsi impressioni e opinioni su quanto li circonda, socialmente e politicamente: vivono nell’individualità. E’ l’individualismo di Max Stirner, che si spinge fino all’egoismo, da interpretare appunto come  l’unico, l’IO vero, il quale connota efficacemente l’ individuo odierno che non cerca un partito, non rivolge alcun interesse  alla politica, sente lo Stato lontano, assenti le istituzioni, anche perchè i partiti tradizionali sono sostituiti dai movimenti populisti, nazionalisti quando non sovranisti. Siamo cioè in piena metamorfosi, l’uomo ha perso il connotato della propria dimensione, per cui l’opposizione a questo sistema non è da attendersi solo da parte dei lavoratori salariati, ma dagli esclusi da questa società opulenta, come i gruppi del dissenso dei Paesi avanzati e i dannati del terzo mondo e dai giovani. E questo mi induce a credere che, di fronte a queste trasformazioni, non sia sufficiente rispondere: lottiamo per una società socialista!”. Conclusi sorpreso di me stesso.

Mio caro amico,” riprese Marx, “ io non sono un profeta, ma uno studioso e il mio lavoro è il contenuto di molte pubblicazioni scientifiche, dalle quali si apprende che la divisione della società in classi  non è un prodotto della natura, come indicano il Leviatano di Hobbes e il Trattato di John Locke, e il socialismo non è un frutto che si può raccogliere dall’albero della conoscenza del bene e del male. Il socialismo del XXI secolo non potrà mai avere le caratteristiche concettuali e scientifiche del socialismo del XIX i cui strumenti si fondano sul materialismo storico e l’applicazione del materialismo dialettico alla storia della società, questo perché il socialismo scientifico era ed è in ogni caso basato su uno studio analitico delle leggi della storia e della società. Ma non è in questa breve conversazione che possiamo affrontare un compito così complesso. Predire il futuro non è una  mia pertinenza, e tuttavia seguo con attenzione e cerco di capire i temi sollevati da milioni di giovani, come Greta Thunberg e il movimento School Strike for Climate, i giovani di Hong Kong contro la prepotenza cinese, le Sardine in Italia per una nuova politica,  e nelle piazze di tanti altri Pesi di tutti i continenti, per un cambio del modello di società e  per una politica che offra un futuro di pace e di sviluppo sostenibile ed equilibrato alle nuove generazioni. A loro, quindi, spetta il gravoso compito di studiare le leggi della storia e della società, ed elaborare una proposta per realizzare una società socialista adatta a quel momento storico in cui il principio di ‘condivisione’ sia adottato per il superamento dell’individualismo, della divisione in classi sociali, per una giustizia in cui ‘ciascuno dia secondo la propria capacità e ciascuno riceva secondo i propri bisogni’.

Alberto Angeli

La logica della guerra. Il grande nulla nella guerra per la guerra. di G. Marigo

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Marigo Giandiego (2)

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La logica della guerra si nutre di dicotomie, contraddizioni ed assoluti categorici se così non fosse non potrebbe funzionare. Essa esige adepti e seguaci che non si pongano domande sulle altrui ragioni e che credano ciecamente di essere nel giusto (l’unico giusto possibile) e che sia loro dovere difendere le ragioni dell’una o dell’altra parte.

Scegliere fra Trump e Soleimani e fra il mondo che il Cow -boy incappucciato di bianco vede e quello che il generale islamico difendeva è sinceramente difficile ed anche per nulla interessante per me.

Entrambi sono colorati di colori cupi, grevi … a loro modo orrendi. Il Mondo migliore possibile che speriamo e nel quale crediamo è lontanissimo e diverso da tutti loro.

Eppure potremmo finire persino con il dover combattere per difendere l’uno dall’altro ed a dover credere che esista una vera  una ragione per farlo. Salvo poi, quando la storia descriverà questo periodo, scoprire d’essere stati manipolati ed usati a pretesto per il Grande Nulla della guerra per la guerra, come è sempre stato prima dell’ultima … Usati per un risiko mortale ed inutile, per un aggiustamento di posizione al tavolo del potere assoluto. Per il petrolio o il coltan, oppure il rame e le terre rare, per l’uranio o l’acqua; oppure qualsiasi altra cosa stupida e materiale che sia servita a reale pretesto … ed anche questo sarà una scusa per mascherare le ragioni d’una follia assoluta fatta di competizione e di pura rivalsa di deformato senso del possesso, dell’assurda convinzioni d’essere padroni di qualsiasi cosa. Un orrendo risvolto della natura umana?

Prendere una parte significa accettare la logica folle e demenziale che le vede contrappost, che arricchisce solamente chi dallo scontro e dalla competizione riceve linfa e vigore, chi gestisce il potere reale di questo mondo. Chi mai rischierà di morire in questo teatro degli orrori.

Aprire gli occhi sulla realtà ci porterebbe a scoprire come, stranamente, i veri burattinai della competizione pranzino assieme, frequentino gli stessi luoghi, abbiano i medesimi status simbol, abbiano i medesimi interessi e prevedano di rifugiarsi nel medesimo bunker in caso di disastro epocale.

Scopriremmo come gli interessi che muovono questa commedia tragica siano del medesimo tipo da una parte e dall’altra, anzi come essi non abbiano parte alcuna.

Le guerre alla fine son tutte uguali non le vince davvero nessuno e non risolvono nulla, eppure ogni volta ci caschiamo quando una testa di legno, un uomo di cartone, un servo burattino del potere vero si prende la briga di giocare questo gioco stupido e criminale.

Stranamente è sempre il medesimo tipo d’uomo che interpreta la parte del macellaio si chiami Giulio Cesare, Napoleone, Mussolini, Hitler, Truman Churchill, Roosevelt, Khomeini, Khamenei, Netanyahu, Soulimani o Trump,con i loro servitori sciocchi e d estimatori e le loro nefande tifoserie schierate (I Salvini e le Meloni di casa nostra, ma non solo), mentre i mercanti di armi, i generali … i venditori di anime e gli inventori di crociate traggono tutti i vantaggi possibili dal momento, finalmente a loro favorevole … ammesso che ve ne sia uno che non lo sia.

E così ci stanno trascinando in una nuova follia, con la prospettiva che la prossima guerra si combatta nuovamente con clave e sassi, ammesso di sopravvivere a quella che si sta prospettando sempre più chiaramente e che forse non ha mai finito di covare sottotraccia sin dalla fine del secondo conflitto mondiale.

La scusa per accenderla ormai è innescata, da tempo. Così come da tempo è iniziato il giochino del “dar ragione” a Putin piuttosto che a Trump o Obama A Netanyahu piuttosto che a Khamenei o a Kim Jong-Un. Figli di differenti, ma uguali oligarchie … uomini di potere e tigri di carta dalle quali dovremmo piuttosto liberarci, ma che finiamo per incensare. Chi scrive non sta con nessuno di loro e crede solamente nella Pace … ma forse saremo davvero troppo pochi ad essere convinti di questo e quel che vogliono succeda, succederà comunque.

Giandiego Marigo