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I ragazzi che sognavano la rivoluzione – dagli anni ’60 alla modernità dell’egoismo. di A. Angeli

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Non è possibile fissare una data, un momento o uno spazio-tempo, in cui ha preso vita quella che divenne la rivolta giovanile degli anni 60. Fin dal 1955 negli Stati Uniti era andata formandosi la Civil Rights Movement, un movimento popolare che chiedeva diritti civili anche per le persone di colore. Questa rivendicazione era vista come un passo verso una democrazia più libera ed ugualitaria. Oltre ai tanti democratici e riformisti di varie tendenze, il movimento aveva il sostegno di  settori della sinistra, compreso il Partito Comunista, e l’adesione di quella parte dei cattolici operanti nell’area del cattolicesimo sociale.

Siamo nell’anno accademico 1964-1965,, precisamente nel mese di  ottobre del 1964, Mario Savio, uno studente figlio di emigranti siciliani, apre la stagione della contestazione dando vita al « Free Speech Movement » (Movimento per la Libertà di Parola) sul campus nell’Università di Berkeley in California.  Dal quel popolo di giovani , già sedotto  dalla critica alla società di Herbert Marcuse.   fanno la loro comparsa coloro che diventeranno di leader studenteschi come Savio. Infatti seguiranno  Steve Weissman, e Art Goldberg, che si porranno  a capo di un movimento che protesta contro il divieto di fare politica sul campus.

Sarà da qui, dalla formazione di questo movimento,  che si propagherà il contagio in tutta l’America e oltre,  e che avrà lunga vita non solo all’Università di Berkeley ,  poichè sarà il detonatore dei movimenti studenteschi degli anni Sessanta in lotta per i diritti civili,  soprattutto degli afroamericani e degli amerindiani, per la democrazia diretta sui campus, per il potere studentesco e contro l’autoritarismo accademico.

La rivendicazione centrale del movimento  e la forza che sostiene la partecipazione, si condensano nella   slogan: libertà di  parola per tutti,  che diverrà poi la matrice unificante delle varie anime del 68. Si tratta di una parola d’ordine che  si propaga alle Università europee fino ad influenzare i  movimenti della contestazione studentesca  che già si stanno organizzando in Europa, fino a coinvolgere  i leader  storici come Rudi Dutschke in Germania Federale, Daniel Cohn-Bendit in Francia e Mario Capanna in Italia.

Nonostante le tensioni della guerra fredda e gli anni di piombo in Germania e in Italia, la crescita del livello culturale e la maturazione delle condizioni economiche e politiche  della società permisero al movimento degli studenti, dalle superiori all’ università, di rivendicare con forza una politica di riforme del sistema formativo e una  maggiore partecipazione alle decisioni che riguardavano la vita universitaria, con  l’obiettivo di valorizzare culturalmente la collaborazione tra scuola e società, Non si intraveda approssimazione reiterativa di un pezzo di storia, poiché con il 68 si fa riferimento a momenti della storia che attraversa e cuce il tessuto strappato  di spezzoni della società che segna le vicende di continenti e stati, culture e avvenimenti anche diversi, di cui i giovani sono l’energia che alimenta la rivolta e la contestazione della tradizione aristocratico-borghese dell’epoca. Al centro del 68 insiste il rifiuto del consueto, dell’uguale, della riproduzione e riproposizione di standard educativi che percorrono gli stessi itinerari di contestazione: oltre la noia nasce la rivolta contro i “padri” che si celano dietro la potenza coloniale, oppure della famiglia borghese, fino al “barone” universitario e al parroco. 

I gruppi esprimo tante distinzioni dentro le quali si possono distinguere e connotare caratteristiche comuni: quella internazionale, in ossequio all’esortazione Marxiana: “proletari di tutto il mondo unitevi”, con al centro una vivace resistenza, come a riprodurre l’esperienza contro il nazifascismo ( che lega le nazioni conflittualmente coinvolte dall’Europa all’Asia), una nemesi di un fenomeno che ora si rivolge contro l’offensiva del Tet in Viet.Nam fino alla primavera di Praga; dalla rivolta dei campus universitari della California al massacro di Piazza delle Tre culture a Città del Messico. Un moto che dilaga: dalle Università alle fabbriche e alle campagne, che si arricchisce della rivendicazione della libertà sessuale e si spinge fino a esprimere dissenso alla Chiesa;  dal femminismo al marxismo, dal “vietato vietare” al leninismo, dal situazionismo alla rivoluzione culturale cinese.

Un errore, pensare che ciò abbia rappresentato un fenomeno relazionale di causa-effetto o propagandistico, tipo: “ Agnelli, l’Indocina/ ce l’hai in officina, per ricordare uno slogan tra i tanti.  Si pensi alla guerra del Viet.Nam e al rifiuto che molti giovani espressero in vario modo, dalle manifestazioni studentesche fino al rifiuto di partire per il fronte. Si trattava di far coesistere una coerente interpretazione della lotta contro le colonizzazioni del Terzo Mondo, che già si manifestava agli inizi degli anni 60.

Certo, c’era chi seguiva “ perché questa era la moda “, o per un processo di casualità che invitava a partecipare pur senza convinzione; purtuttavia, agli inizi del 60 il grado di partecipazione esprimeva un livello di qualità e quantità difficilmente definibile ininfluente, solidamente e culturalmente radicato nella gioventù e senza riscontro con altre epoche storiche.

Una delle caratteristiche connotative era rappresentata dalla messa in discussione delle autorità costituite: dal potere politico, fino alle sue scelte; della direzione delle scuole e delle università, dalle gerarchie militari a quelle ecclesiastiche; dalla gestione di ospedali, carceri e manicomi, fino al decisivo ambito della famiglia. Nella sostanza, tutti i meccanismi di trasmissione della conoscenza e dei ruoli vengono contestati alla radice, in quanto rapporti di potere imposti, spacciati per naturali e tradizionali, che il movimento considera nella sua alterità condizionante le libertà individuali.  Insomma, il ’68 fu una rivolta di giovani, la forma specifica dell’affacciarsi sull’orizzonte storico di una generazione che ripudiava la guerra, l’autoritarismo, il concretismo dilettantesco, proponendosi la visione di un mondo liberato dai fardelli della borghesia, del capitalismo, della finanziarizzazione e delle diversità.

Riflettendo sull’esperienza (vissuta anche personalmente da sindacalista) ricostruendo il mosaico delle vicende di quei momenti , intuitivamente la storia richiama il problema del rapporto tra l’ondata di lotte studentesche ed operaie con le stagioni precedenti del movimento operaio. L’aspetto immediato fu senz’altro quello della rottura con ogni tipo di tradizione, ma nel corso del tempo questa relazione divenne più complessa, soprattutto laddove – come in Italia – al movimento studentesco si affiancò presto un forte sviluppo delle lotte operaie, anch’esse caratterizzate da un radicalismo nuovo, di matrice giovanile.

Nel corso di questi anni si è scritto molto  e sono state formulate  molte domande  sul ’68, perlopiù astiose o retoriche, reminiscenze personali di momenti particolari o interpretazioni di un vissuto senza esserne coinvolti. In questo 2018, cioè dopo mezzo secolo dal giovane studente Siciliano Mario Savio, chi ha vissuto direttamente quell’esperienza dalla parte dei lavoratori, può confermare la forte carica rivoluzionaria che da essa si sprigionò. Seguono gli anni delle grandi riforme con il centro sinistra: la riforma della scuola obbligatoria, la statalizzazione della produzione elettrica, la legge 300 di Brodolini, la nascita delle Regioni, l’universalità e gratuità della sanità, e tante altre riforme; nel mondo del lavoro il superamento delle zone salariali, i vecchi contratti fascisti erga omnes, valevoli per zone e aree di lavoro,  sostituiti da nuovi contratti Nazionali, le rappresentanze sindacali di fabbrica, introduzione della delega sindacale. Una rivoluzione, un cambiamento, un patrimonio storico e culturale oggi colpevolmente distrutto, disperso.

La storia non si ripete; eppure possiamo, dobbiamo sperare in un soprassalto d’orgoglio nei pochi intellettuali non ancora asserviti al nuovo modello politico, una profonda riflessione nelle poche forze sane della sinistra, una scossa delle coscienze di molti giovani, donne e uomini che operano nella società e vedono, osservano e liberamente giudicano la tristezza di questo momento in cui prevale l’egoismo, l’odio contro il diverso, l’individualismo spinto fino all’aberrante decisione di chiudere gli occhi per non vedere chi fugge dalle guerre, dalle carestie, dalla miseria più profonda.  

C’è che vorrebbe superare il ventennio, durare un trentennio. Dio ci salvi ! Ma perché ciò non si avveri è necessario, indispensabile agire, oggi, non domani. Speriamo che ci sia qualcuno pronto a raccogliere l’appello che molti, tante donne e uomini  rivolgono a chi ha la possibilità di prendersi carico di questo lavoro, di intercettare altri disposti a partecipare e insieme dare vita ad un movimento alternativo, riformista e solidale.

C’è sempre qualcuno che risponderà: sempre le stesse chiacchere, parole, parole, parole. Vogliamo fatti! Ecco, il 68 è un simbolo di quei fatti. Ripartiamo da lì, da dove è arrivato.

Alberto Angeli

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Per ricordare Sandro Pertini, di G. Mastroleo

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Quarant’anni fa Sandro Pertini fu eletto Presidente della Repubblica. La seconda volta per un socialista, dopo Giuseppe Saragat; ho vissuto entrambi gli scrutini con intensa partecipazione e grande emozione.
Pertini fu eletto in un molto momento difficile per la storia d’Italia: dopo la vicenda Moro e in seguito alla delegittimazione del Presidente in carica, Giovanni Leone, costretto alle dimissioni in seguito ad un’accusa fortemente sostenuta dalla stampa, poi rivelatasi infondata.
Nessuna personalità della politica italiana più di Sandro Pertini, socialista, antifascista con anni e anni di carcere, partigiano intransigente, avrebbe potuto rappresentare, al più elevato livello morale e politico, l’Italia migliore e la sua aspirazione a vivere e a progredire nella Democrazia.
Ed infatti, ancora oggi Pertini è ricordato come il Presidente degli Italiani.
In terra di Bari sta viaggiando un’iniziativa molto lodevole, nata dal basso, per collocare nel carcere di Turi un Busto alla sua memoria: accanto a quella del compagno di carcere Antonio Gramsci, “un fratello per me” come Pertini ha rivendicato in ogni circostanza.
Un riconoscimento più che dovuto. Mi auguro davvero che si possa realizzare.

Gianvito Mastroleo

Presidente della Fondazione Giuseppe Di Vagno

Riflessone sui flussi migratori, di S. Corazziari

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Stefano Corazziari

Da Africa, Medio Oriente, Asia e Sud America importiamo qualsiasi cosa, importiamo talmente tanto che in quei paesi non rimane quasi nulla per chi ci vive, dunque avremmo il dovere morale di importare anche la gente che da lì proviene e che a casa sua non ha più di che campare.
Il punto è che chi ha il potere e la ricchezza non la vuole condividere e teme di perdere i propri privilegi.
È vero che la giustizia e l’equitá non sono di questo mondo, ma credo che sia importante rivalutare questa prospettiva a favore di una società globale più umana.
Da queste enormi disparità deriveranno altrimenti sempre esodi di massa, terrorismo e guerre.
Se c’è libera circolazione delle merci ci deve anche essere libera circolazione delle genti, che non devono essere costrette in estenuanti viaggi della speranza gestiti in clandestinità da pirati e mafie, ma venire lasciate libere di circolare su normali voli di linea o viaggi in treno.
L’apertura delle frontiere genererebbe flussi infiniti di persone e un nuovo assetto mondiale.

Stefano Corazziari

La sindrome di Masaniello, di A. Angeli

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Così il Governo Populista ( o della destra-destra ) è nato. Il Prof. Conte, Primo Ministro, e i Ministri da lui proposti hanno giurato di fronte a Mattarella di difendere e servire la Repubblica. Con ostentazione, il due giugno, festa della Repubblica, Presidente del Coniglio e Ministri hanno partecipato alla parata tenutasi nella Capitale. Dunque, nessun’altra manifestazione separata, antagonista, si è tenuta da parte dei pentastellati, come avevano minacciato. Anche il proposito di mettere a ferro e a fuoco il sistema democratico, urlato alla folla e con la folla alcuni giorni prima, invocando la richiesta di impeachment contro il Presidente Mattarella, si è trasformato in una pace politica che, come nella metamorfosi di Ulrich Beck,  ciò che pareva inconcepibile accade.

 E il popolo sovrano, la massa, che nella piazza ascoltava  Di Maio e di Battista scagliare feroci accuse al Capo dello Stato per avere svolto il suo ruolo di garante costituzionale, e partecipava concorde alla strumentale rivolta contro il sistema, urlando e inveendo, avrà certamente deposto le armi e tonificato la gola irritata e l’animo infuriato. E oggi, che i loro divini sono ascesi al potere e immediatamente ne hanno accettato i riti e le consuetudini barocche, forse, guardandoli in televisione sorridere per avere conquistato il Governo del Paese, un qualche dubbio sulla coerenza si sarà proposto come riflessione.

 La sociologia è certamente un fenomeno complesso e il paradigma a cui spesso ricorre per costruire un modello e criteri teorici indispensabili per aprire una visione del mondo, rende questa scienza uno strumento delicato, che solo mani esperte possono lavorare. Eppure, questo epifenomeno riguardante il comportamento delle folle e la psicologia delle masse, pure trascurando Le Bon e Freud, Weber e Durkheim,  ci svela un orientamento preoccupante della vicenda, che la politica e i cosiddetti  esponenti dell’opinion leader hanno l’interesse a valutare e prendere in seria considerazione. Riflettere, cioè sullo spessore della reazione di quel popolo e l’incitamento anti sistema del suo leader, psicologicamente affetto da una distorsione cognitiva, non è da sottovalutare, anzi ci richiama il proverbio pessimistico dell’Asinaria di Plauto e evocato dal filosofo T. Hobbes, homo homini lupus.

La realtà, e il fatto nuovo di cui stiamo parlando, ci ricorda che al termine di questa esperienza le cose non saranno più le stesse, sia politicamente, che socialmente e, forse, anche economicamente. Bisogna infatti mettere in conto che alla conclusione di questa avventura molti dei valori e delle idee culturali su cui abbiamo costruito la nostra società, per la tensione che sembra sprigionarsi dalla nuova realtà politica, potrebbero non avere più alcuna presa sulla società. In molti ci siamo spinti a definire i piani di cambiamento contenuti nel progetto siglato da Di Maio e Salvini,  visioni , solo visioni. In effetti se non hai la possibilità di coglierle sembra che non esistano e siano impossibili. Eppure, eppure tutto sembra rifluire, ritornare ad una certa normalità. Anche i mercati e i trader sembrano essersi disposti in attesa, la stampa, quella più critica ora appare più propensa a dare tempo, a valutare con meno rigore i punti economici e programmatici del progetto, e più indulgente sulla parte sociale, civile, amministrativa.

Nessuno ricorda più che in quel contratto non c’è l’ombra di ciò che dovrà essere l’Italia al termine di questa esperienza ( sempre che si concluda senza drammi ), quale Paese, quale livello di valori, di cultura, di crescita sociale, sarà consegnata alla storia. Tutto questo avviene senza resistenza per l’abbandono da parte della sinistra del suo compito politico, della sua visione sociale,  della cultura che la lotta Partigiana e antifascista ci ha consegnato. A questo punto gli appelli valgono a poco, se non c’è una vera riconsiderazione e riflessione sugli errori commessi, se non si ricostruisce un gruppo dirigente (che richiede tempo e fatica ), insieme alla salvaguardia dei valori che appartengono storicamente a tutte le forze democratiche che si richiamano alla sinistra, al riformismo e al movimento sindacale, di cui ora, in questo momento storico così difficile, è avvertita la debolezza del suo ruolo e della sua visione sociale dei problemi del lavoro, dell’istruzione, della crescita culturale.

C’è da sperare che la vita politica di questo Governo duri quanto la rivolta di Masaniello ( dal 7 al 16 luglio 1647), confidando che sia la stessa popolazione a cacciarli, la stessa che con Di Maio pretendeva la cacciata del Presidente. Speriamo che prevalga il sentimento della rivincita, in luogo della rassegnazione.

Alberto Angeli

Governo del cambiamento o gattopardesco? di S. Valentini

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È nato i governo 5 Stelle Lega con il tecnico avvocato Conte Presidente del Consiglio. Indubbiamente è una “rivoluzione politica” rispetto al bipolarismo imperfetto tra centrodestra e centrosinistra che ha caratterizzato il Paese negli ultimi 25 anni. Ma la vera domanda da farci è: questo è un governo che ha come progetto la trasformazione, cioè stabilire nuovi rapporti di forza tra capitale e lavoro, a vantaggio di quest’ultimo?
Il “contratto” sottoscritto è molto contradditorio, contiene sia provvedimenti di destra, soprattutto sui diritti civili e sulla fiscalità, sia provvedimenti di sinistra, come il ripensamento della Tav, la difesa dell’acqua come bene comune, la riforma della giustizia e il conflitto di interessi (leggere Berlusconi). Contiene anche misure di buonsenso adottate da quasi tutti i paesi capitalistici per attenuare la povertà. In politica estera ha una visione più distensiva in particolare con la Russia e sulla politica da svolgere in Medio Oriente. E ciò è positivo.
Vedremo se tutti questi provvedimenti saranno attuati e come saranno attuati, quale segno politico prevalente avranno. Tutto il resto sono chiacchiere, compresa l’affermazione retorica di Di Maio che siamo entrati nella terza Repubblica.
Il punto nevralgico è sull’Europa. Si discute molto sull’euroscetticismo delle due formazioni “populiste”, sul loro antieuropeismo. Ma è effettivamente così? Intanto i Ministri degli Esteri e dell’Economia ci parlano di un’altra narrazione, cioè di un governo in forte continuità con i governi precedenti. E comunque non è con visioni sovraniste (molto propagandiste) che si costruisce un’altra Europa, anzi queste visioni, come confermano alcuni paesi dell’Est europeo, sono funzionali a quest’Europa dominata dal capitale finanziario e dall’asse politico imperialista franco-tedesco. Per una Europa dei popoli, delle regioni e delle comunità locali occorre dar vita a livello continentale a un forte movimento che metta in discussione gli attuali assetti di potere e che indichi la via per una profonda trasformazione politica, sociale e istituzionale della UE. A riprova che il governo nato non preoccupa più di tanto basta valutare l’andamento dei “mercati” che non dimostrano di temere una possibile instabilità “del sistema Italia”.
Dunque siamo in presenza di una “rivoluzione politica” ma non sociale, cioè che avvii radicali riforme sociali per una più equa distribuzione della ricchezza, per il lavoro e per ridurre nel Paese la drammatica forbice delle disuguaglianze, per il riscatto del Mezzogiorno. Mi pare l’ennesima operazione gattopardesca all’italiana: cambiare tutto per non cambiare niente! Senz’altro il governo sarà più attento, con una politica sussidiaria e di assistenza più vigorosa, alla povertà, ma nell’ambito di una visione di difesa dello status quo, né più né meno come hanno fatto sia i governi di centrodestra sia di centrosinistra. Dunque, altro che forze anti sistema al governo del Paese!
Considero questo governo un governo di destra, non tanto e non solo per alcuni provvedimenti che intende attuare che hanno spinto Fratelli d’Italia a dichiararsi di astenersi. Lo considero di destra in quanto 5 Stelle e Lega hanno “catturato”, soprattutto per grave responsabilità del Pd e di una sinistra che non c’è, ampi settori popolari di lavoratori, di disoccupati, di precari, di giovani e pensionati, ma anche una parte dei ceti medi impoveriti dalla crisi, in fortissimo disagio sociale. Una parte consistente di fasce popolari sono state inglobate in una politica funzionale a un sistema sempre più dominato dal capitale finanziario, con il pretesto che non ci sono più ideologie, che destra e sinistra non hanno più senso di esistere, ma occorre fare cose concrete senza però stravolgere le ferree regole economiche del sistema.
Rompere questo blocco sociale e politico sarà per l’immediato e il medio periodo arduo. Per questo occorre lavorare per ricostruire la sinistra (non un centrosinistra rinnovato e più avanzato) radicata nel sociale e con un chiaro progetto di trasformazione della società italiana ed europea. Basta con i cartelli elettorali tirati su ad ogni scadenza elettorale (e dunque non credibile), anche se alle elezioni europee bisognerà giungere nel migliore dei modi possibili. Occorre condurre un lavoro di lunga lena e per questo non servono facili e superficiali analisi, come quelle di considerare l’attuale governo fascista e reazionario. Lasciamo tali valutazioni a La Repubblica, quotidiano di quel pensiero liberaldemocratico uscito sonoramente sconfitto dal voto. Il primo vero passaggio da realizzare è che la sinistra italiana recuperi una sua autonomia di giudizio e di pensiero. Le sirene “grilline” o “leghiste”, come il pensiero liberaldemocratico non appartengono alla sinistra, ai suoi valori.

Sandro Valentini

Considerazioni sul voto ed il governo, di A. Angeli

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E’ accaduto quanto si pronosticava: Maria Elisabetta Alberti Casellati ha ricevuto l’incarico, ovvero Berlusconi è il beneficiario dell’arrocco, la mossa che a scacchi muove due pezzi  e mette il Re nella condizione più sicura. Conoscendo la fama dell’uomo sarà il ventriloquo della Presidente incaricata (continuando la mimesi di cui ha dato prova doppiando Salvini durante la conferenza stampa post colloquio con Mattarella), della quale si conoscono, oltre alle sue indubbie doti intellettuali, anche le sue incontenibili inclinazioni a mostrare una solidarietà che va dalla nipote di Hosni Mubarak ( anno 2011 ), alla manifestazione del 2013 di fronte al Palazzo di Giustizia di Milano a protestare contro i giudici che stavano processando il suo protettore.

Si conferma, secondo una vecchia storia scritta sulla pelle delle discriminazioni sociali, che alla donna bendata, simbolo della Giustizia, è stata tolta la bilancia: Berlusconi viene ricevuto dal Presidente della Repubblica e Presidente del CSM, quindi è riconosciuto e rispettato come Rappresentante di un Partito, a cui sono riconosciuti i diritti politici e civili. Ovviamente, anche l’incaricata, Sen. M.E.A. Casellati, lo riceve essendone stata mentore e assistente legale.

Tutto nella norma, tutto correttamente e cerimoniosamente rispettoso delle leggi e delle consuetudini? Se è’ pur vero che l’incarico è circoscritto all’area politica dei pentastellati e del CDX, è del pari incontestabile che l’uomo a capo di forza Italia è interdetto dai pubblici uffici ed è stato cacciato dal Senato della Repubblica. Tuttavia, tutti i media spostano l’attenzione sull’esito del secondo girone diretto dalla Casellati, da cui i personaggi del nostro teatro sono usciti recitando: “Il Giuoco delle parti “, commedia di Luigi  Pirandello.  Dalle dichiarazioni rese dai capi delegazioni cinquestelle e CDX, Salvini e Di Maio, risulta chiaro che l’ostacolo a dare corso ad una vera trattativa è  Berlusconi.  I cinquestelle possono al massimo accettare da FI e FdI un voto di sostegno ad un governo Di Maio, senza trattative e concessioni di rappresentanze Ministeriali.

La reazione di Berlusconi non si è fatta attendere con il suo no! a  di Di Maio. Una reazione verso la quale Salvini non ha espresso alcuna solidarietà, manifestando invece risentimento per l’agitazione del socio e l’inconcludenza del rivale, dichiarandosi pronto a mettersi in discussione direttamente, dando così l’ennesima prova di ignorare la costituzione e la prassi istituzionale. Adesso la situazione è resa complicata, irrisolvibile, dalla Sentenza del 20 aprile della Corte di Assise di Palermo sulla cosiddetta trattativa Stato-Mafia. Un evento su cui Salvini ha sorvolato,  lasciando a Di Maio e Di Battista di compiere il giro di boa che distrugge irrimediabilmente ogni ipotesi di coinvolgimento di FI nella formazione di un governo con i 5S e CdX.

Fin qui il fronte della destra e del movimento 5S,  che hanno occupato la scena e lo spazio mediatico. E la sinistra, il PD e LeU, pare anestetizzata, incapacitata a mostrare una propria linea alternativa, un progetto di superamento di questa crisi istituzionale e politica. Il debito pubblico ( che si muove oltre i 2.300 mld )  sorvegliato speciale, ma mancano i custodi che ne controllino la progressione incessabile; il PIL dà segnali di regressione; l’occupazione a tempo indeterminato segnala una discesa e aumenta il precariato, sono preoccupanti gli indici di crisi del manifatturiero, come del commercio estero e delle esportazioni in generale;  la produzione industriale e la vendita al dettaglio indicano un meno. Insomma, i fondamentali economici e sociali manifestano  indici preoccupanti e a sinistra cresce il silenzio.

Il Presidente Mattarella ha preso alcuni giorni di riflessione, dalla quale non potrà che provenirne una riproposizione di un mandato esplorativo, essendo decisamente contrario a nuove elezioni prima di avere esplorato tutte le risorse del quadro politico istituzionale del dopo 4 marzo. A chi e verso quali coordinate? Non si è indovini si pensiamo al Presidente della Camera On. Fico, con un incarico a sondare l’area della sinistra, PD e LeU.

Sarà una esplorazione alquanto difficile, quasi impossibile date le premesse sulle quali PD e LeU si sono divise prima, durante e dopo  la campagna elettorale, una scissione che origina da una idea e visione di società molto lontane. Intanto il jobs act, la legge Fornero, la buona scuola e la questione insormontabile della ingombrante presenza di Matteo Renzi. Punti difficili da accantonare, ai quali poi si contrappongono le proposte dei cinquestelle valutate dagli stessi irrinunciabili: revisione del jobs act, legge Fornero, buona scuola, introduzione  reddito di cittadinanza, taglio vitalizi parlamentari, reintroduzione di  patrimoniali, revisione o ridiscussione trattati Europei, tanto per mettere in visione le difficoltà ad un accordo. Un contenzioso a cui si addiziona la figura del Presidente del Consiglio, pretesa irrevocabile da parte di Di Maio, difficilmente accettabile dal PD e sicuramente anche da LeU.

Accade comunque che ampi settori della stampa, delle imprese e di aree intellettuali del Paese, con la giusta neutralità dell’Europa,  stanno lavorando di fino  per una intesa fra 5S e PD e LeU, focalizzando alcuni punti del programma su cui le parti potrebbero trovare una intesa: reddito di cittadinanza, revisione e non cancellazione della Fornero e sostituzione del Jobs act con reintroduzione dell’art. 18; abbassamento delle tasse. Per non cadere in fraintendimenti è bene chiarire le differenze che marcano questi punti: il reddito di cittadinanza non è la lotta alla povertà, caso mai per sostenere questo impegno è più consono il reddito di inclusione; abrogare il JA è un obiettivo da perseguire con la messa a punto di una legge quadro dei diritti dei lavoratori ( anche mediando con la proposta delle OOSS ) estendo universalmente la difesa del posto di lavoro ( giusta causa che neutralizzi l’arbitrio del datore di lavoro); revisione della Fornero da perseguire nel quadro dei diritti del lavoratore e con reperimento delle indispensabili risorse finanziare; Tasse e lotta all’evasione e al debito pubblico sono una unica visione che si completa con un piano di radicale riforma del sistema fiscale con la progressività impostata al superamento delle divaricazioni marcate del reddito, e della ricchezza, terreno su cui i 5S pare non siano assolutamente presenti.

Conciliare posizioni così divaricate diventa impossibile, se a ciò si aggiunge il fatto che il PD è prigioniero di un sortilegio malefico ( Renzi ? ), al punto che non riesce a mettere in cantiere una riflessione sul risultato elettorale, un congresso straordinario per ridefinire l’identità del partito e riavviare una ricostruzione dell’area di sinistra sulla quale poggiare le fondamenta della rinascita di una moderna  forza progressista.

Allora, non ci sono alternative possibili se non ritornare quanto prima al voto, il che vuol dire forse ad ottobre prossimo. Sarà vero, sarà possibile? Nel frattempo chi sarà chiamato a governare? E i mercati finanziari, e l’Europa, e la politica internazionale, aspetteranno i nostri comodi? Soprattutto i poveri e i senza lavoro, i precari, del nostro Paese; la scuola e la sanità da ripensare ( e universalizzare) dopo le controriforme della buona scuola e della sanità rapinata, privatizzata; i disagi dei terremotati, il territorio devastato e l’ambiente compromesso, chi provvederà; le opere infrastrutturali incompiute, annoverate come strategiche, come potranno essere recuperate; e  le guerre ai nostri confini  con quale strategia saranno affrontate preso atto dell’assenza dell’Europa, con le conseguenti immigrazioni che si riverseranno sulle nostre coste, città, periferie, chi avrà la forza di mettere in atto una gestione intelligente, oculata, solidaristica ma severa? 

Gli studiosi dei flussi elettorali ci hanno spiegato che molti elettori del centro sinistra o di sinistra sono confluiti nei 5S, per questo è un movimento che volge il suo sguardo a sinistra, ma si ignora che ben 12 milioni di cittadini hanno preferito disertare il voto ( quindi la prima forza di opposizione al sistema ); che il programma dei 5S non aveva nulla di sinistra, se non la promessa del reddito di cittadinanza e il taglio della politica, abolizione della Fornero e del jobs act con reintroduzione dell’art 18 della legge 300, definiti dalla stampa benpensante proposte populiste, impraticabili, trascurando i temi dell’Europa e dell’Euro, la politica internazionale e delle alleanze,   ci svela che l’ago del  contatore geiger segnala a destra  forti radiazioni.

Il voto del 4 marzo è stata una contestazione antisistema, lo dicono i risultati e 12 milioni di non votanti. Il voto si è diretto verso le forme più estreme delle proposte politiche o più simpatetiche con le proposte di rottura e alternative alle consuetudini solidaristiche, dei programmi di risanamento economico e di riforme del sistema, delle quali si coglievano e sperimentavano solo sacrifici, accrescimento delle diseguaglianze e incremento della povertà e delle esclusioni. Milioni di disoccupati o precari, giovani privati di un futuro, famiglie senza una casa e alla disperazione, pensionati impauriti dalla voci di revisione de calcoli su cui le pensioni sono liquidate, un sindacato depotenziato e annichilito, finanza e banche onnivore delle poche risorse finanziare disponibili e la divaricazione sempre più intollerabile tra i ricchi e i poveri, sono la causa di questa rivolta sociale.

La perdita di ogni contatto della sinistra con la realtà del Paese, con la vita della gente, la divaricazione apertasi tra il gruppo dirigente e la base, anche a causa del cambiamento del modello organizzativo ( da partito a movimento, alla creazione dei circoli sostituendo le sezioni ), ha snaturato il simbolo consociativo su cui si stabilisce un consenso di continuo interscambio culturale e creativo tra base e vertice.  Al militante o attivista è scemato il significato o il senso di un impegno per assenza di un referente, subentrando in lui un’alterità dicotomica rispetto al percorso seguito dal movimento chiamato a rappresentare.

La sinistra può dare il suo contributo solo su pochi temi, senza coinvolgimenti diretti con il Governo, che può essere diretto dai 5S senza la presenza dei voti di Salvini e men che meno della Meloni. Questo condizionamento della operatività del Governo è la garanzia per la sinistra a che si attui un programma minimo: lavoro, giovani, lotta alla povertà, solidarietà, riforma fiscale con revisione delle aliquote a favore delle fasce più colpite dalla crisi,  e impegno per la pace fuori da una introspezione neutralista. Nel frattempo la sinistra porta avanti il suo rinnovamento e rigenerazione.

C’è invero poco tempo, ma l’unica alternativa è la costituente della sinistra che predisponga e prepari un congresso rifondativo. In quel consesso recuperare una visione della sinistra proiettandola nel contesto di un mondo in corso di cambiamento, nella visione dei nuovi rapporti di forza e della divisione del lavoro che la globalizzazione del XXI si accinge a ridisegnare. Occorre mettere mano ad una cultura del rinnovamento del gruppo dirigente, intellettualmente all’altezza del compito a cui è chiamata la nuova sinistra.  Un rinnovamento che non può prescindere da una rilettura  e riformulazione della prassi elaborata da Marx e da Gramsci,  indispensabile per riconquistare il consenso e la credibilità del mondo del lavoro, dei giovani  e degli intellettuali sinceramente disposti a battersi per una sinistra moderna al servizio del popolo, della pace e della libertà dal bisogno.

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Alberto Angeli

Simone Weil e il lavoro- un pensiero attuale al quale la sinistra deve guardare per capire, di A. Angeli

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Alberto Angeli 2

Non fu solo una intellettuale Simone Weil,  fu anche operaia, lavorò in fabbrica e prese parte attiva alle lotte sindacali. Si sentiva fortemente legata a questo mondo,  tanto da condividere in ogni sua forma la condizione del lavoro mortificato dalla catena di montaggio. A ciò non la spinse un’appartenenza politica, quanto, piuttosto, la convinzione che anche l’esperienza  del lavoro  nella condizione di operaia potesse divenire una condizione sociale e  umanamente costruttiva.

Di Simone Weil  la diffusa saggistica ne valorizza il ruolo. essendo una delle poche donne filosofo del XX secolo, che  insieme a  E. Stein ed H. Arendt, ne viene ricordata anche la sua attività politica e sindacale e la sua partecipazione  alla guerra civile spagnola in cui militò fra le file anarchiche; non meno impegnativi risultano i suoi studi sul misticismo. Nondimeno,  l’esperienza vissuta come operaia è  quella che più di ogni altra ha inciso nella sua formazione sociale e filosofica.  Ha appena compiuto venticinque anni, fra il 1934 e il 1935, e decide di prendersi un “anno sabbatico”, lascia la scuola e gli studi per entrare come operaia, impiegata alle presse, nell’azienda elettrica Alsthom di Parigi.

Si coglie già in questa scelta compiuta in età giovanile quale sia l’orientamento che intende dare alla sua riflessione  culturale, rivolgendo il proprio interesse al mondo del lavoro, in ciò spinta sicuramente  dalla curiosità intellettuale  verso il mondo del lavoro, pervenendo alla definizione di un pensiero con il quale configurare un possibile collegamento tra i due sistemi di studio sui quali essa indagava, benchè divergenti, quali: la politica e i fondamenti della matematica.

Non si ritenga singolare in Weil questo metodo di studio, rivolto ad indagare più ambiti scientifici,  che essa svolgeva come ricercatrice dei fondamenti delle scienze implicanti la volontà e quindi un valore morale. Questa linea di condotta si ritrova: “ In Riflessioni sulle cause della libertà e dell’oppressione sociale”, scritto nel 1934, poco prima di entrare in fabbrica. Qui, già, affiora e matura un’analisi sui meccanismi dello sfruttamento del lavoro salariato, nonché, ad esso collegato, il tema delle libertà.

Ben presto dalla conclusione delle Riflessioni, nelle quali la razionalità con la quale è condotta l’analisi dei temi affrontati, emergere la centralità della ragione; sempre nel 1934, avviene un cambiamento della sua esperienza al punto da sconvolgere la vita di questa insegnante di filosofia appena venticinquenne. Weil fa propria l’esperienza della vita operaia, del suo modo di vivere e sentire culturalmente l’oppressione di una vita condizionata dai ritmi dell’organizzazione del lavoro, privata di qualsiasi sicurezza o aspettativa di giustizia sociale. Tutto questo avviene nel sospetto che anima alcuni colleghi di lavoro, i quali valutano la sua figura delicata, il comportamento educato e le sue mani curate, come un segno di distinzione fino a considerarla una studentessa fallita nel suo scopo di raggiungere un diverso livello sociale.

Emblematica è la descrizione della condizione operaia e della vita che conducono in  fabbrica i lavoratori; le descrizione ci rappresenta la fabbrica dove essa lavora come un incubo di totale annullamento della identità individuale e della volontà dell’operaio,  legato alla catena produttiva con ritmi e tempi di lavorazione che lo asserviscono in condizioni di assoluta schiavitù. Inoltre, non manca il risvolto umanistico, il rilievo che svela l’asservimento dell’operaio al diretto capo reparto e la rassegnata sottomissione ai superiori fino a identificarsi in una forma di inaccettabile servilismo.

“Come sarebbe bello lasciare l’anima dove si mette il cartellino di presenza e riprenderla all’uscita. Ma non si può. L’anima la si porta con sé in officina. Bisogna farla tacere”, questo il pensiero della Weil, che continua: “Per me, personalmente, ecco cosa ha voluto dire lavorare in fabbrica: ha voluto dire che tutte le ragioni esterne (una volta avevo creduto trattarsi di ragioni interiori) sulle quali si fondavano, per me, la coscienza della mia dignità e il rispetto di me stessa sono state radicalmente spezzate in due o tre settimane sotto i colpi di una costruzione brutale e quotidiana…Non sono fiera di confessarlo… Mettendosi dinanzi alla macchina, bisogna uccidere la propria anima per 8 ore al giorno, i propri pensieri, i sentimenti, tutto… Questa situazione fa sì che il pensiero si accartocci, si ritragga, come la carne si contrae davanti a un bisturi. Non si può essere coscienti”. In questa osservazione costruita su basi  di esperienza diretta, possiamo cogliere l’umanesimo, quasi un senso di spiritualità della bruciante realtà in cui l’uomo/ lavoratore si trasfigura fino al suo annullamento.

L’ascetismo sembra costituire un modo di vita a cui la Weil si dedica in questo periodo della sua nuova ricerca spirituale: frequenta con assiduità sindacati e circoli culturali, sperimenta il modo di vivere delle classe lavoratrice, della parte più disagiata, arrivando ad imporsi ristrettezze e a privarsi del riscaldamento, spingendosi al sacrificio del digiuno o limitando il consumo di alimenti di scarso contenuto proteico. Si muove su un terreno politico molto attivo, partecipando a manifestazioni di carattere antifascista e anti capitalista, esponendosi al punto di richiamare l’attenzione della polizia.  Il suo impegno la spinge a svolgere un ruolo importate per la sinistra rivoluzionaria, fino ad ospitare, per un breve tempo, il leader comunista antistalinista Trotzkij.

Tuttavia non si iscrive a nessun partito, poiché non si riconosce in nessun movimento politico della Francia di allora ( al proposito, contro i partiti scriverà una breve saggio ). Per il suo modo di rappresentare la politica sarà definita trotzskista, benchè esprima una linea teorica che la spinge a rifiutare del Marxismo il carattere materialista, il determinismo economico, la visione etica e assolutista dello stato. Nello sviluppo del suo pensiero, in questo periodo, forte è la denuncia dello sfruttamento del lavoro operaio denunciando l’ingiustizia che si manifesta con la proprietà dei mezzi di produzione, così avvicinandosi, mediante questa via teoretica al pensiero di Marx.  Scorrendo il testo del saggio si perviene ad individuare una continuità con la costruzione Marxiana per quanto attiene all’analisi dello sfruttamento del lavoro e sulla proprietà dei mazzi di produzione. Da qui infatti parte la sua critica al Taylorismo, definito un caposquadra del tipo che… si piegano volentieri a fare i cani da guardia dei padroni, da cui ha maturato l’esperienza che lo hanno orientato negli studi di un modello produttivo in cui lo sfruttamento diviene scientifico.

Lungo il percorso della sua analisi la Weil compie un immersione sociologica sulla natura dal lavoro e sul condizionamento psicologico che i processi produttivi producono nella mente e nel comportamento del lavoratore. Certo, il lavoratore vive un senso di solitudine, anche a causa del fatto che alla catena di montaggio il soggetto si sete perduto ed è consapevole che non stia costruendo qualcosa di reale.  Avverte, cioè, un distacco e di vivere in un luogo che non appartiene al lavoratore. Un sorta di schiavitù, non quella classica dei testi di storia, lo schiavo stoico per intenderci, ma avverte la privazione della propria interiorità e individualità. Si pone quindi, senza alternative, una questione di riscatto sociale e una riacquisizione del valore della persona a cui ridonare il significato della sua esistenza. La risposta non risiede solo nella rivolta sociale, insufficiente se non matura nell’animo del lavoratore il senso profondo della sua volontà a ritrovare nel suo animo il significato della sua libertà. Al proposito Weil si esprime in questi termini:  “in questa rivolta contro l’ingiustizia sociale l’idea rivoluzionaria è buona e sana. In quanto rivolta contro l’infelicità essenziale inerente alla condizione propria dei lavoratori, è una menzogna. Perché nessuna rivoluzione potrà abolire quell’infelicità”.

E ad arricchimento dl suo pensiero scrive::  “L’iniziativa e la responsabilità, il senso di essere utile e persino indispensabile, sono bisogni vitali dell’anima umana. Una completa privazione di questo si ha nell’esempio del disoccupato, anche quando è sovvenzionato sì da consentirgli di mangiare, di vestirsi, di pagare l’affitto. Egli non rappresenta nulla nella vita economica e il certificato elettorale che dimostra la sua parte nella vita politica non ha per lui alcun senso”. Allora, per pervenire ad una diversa idea in cui l’individuo si senta parte della ricostruzione sociale e politica, si deve passare a quell’idea in cui la responsabilità si coniuga con il presupposto della libertà dal bisogno a dall’ingiustizia. La libertà, dice Weil, è una condizione politica (e la Weil combatté per essa nella guerra civile spagnola e cercò di farlo nella seconda guerra mondiale), tuttavia  deve fare parte di una visione  politica, per cui non basta essere liberi, ma bisogna diventare liberi, ovvero occorre sapere spendere intelligentemente la propria libertà. Dobbiamo, alfine, riconoscere, che alla natura della libertà è  applicabile l’idea dell’utopia, per ottenere la quale si mobilitano interi popoli, benchè non sempre sia pienamente raggiungibile, fin tanto che rimane alla stregua di una idea regolativa, tanto per usare il linguaggio di Kant.

Si coglie nel ragionamento sviluppato dalla Weil un certa linea di scetticismo politico sulla possibilità da parte della classe operaia di guadagnarsi una sponda di emancipazione mediante azioni di lotta, ritenendo anzitutto che nel movimento operaio ( o la classe lavoratrice ) venga a maturazione, nella propria interiorità, un pensiero  politico di riscatto e di libertà, come traguardo di affermazione di una vita più umana,   verso cui indirizzare la lotta al fine di liberarsi dalla condizione servile a cui lo costringe il sistema capitalista. Ella guarda e valuta gli elementi  che il laboratorio speciale su cui ha studiato evidenzia, potendo così rilevare come lo strumento della lotta possa rivelarsi inefficace se non si pongono al centro della lotta sindacale e politica rivendicazioni su cui si orienti il consenso pieno e totale della classe coinvolta. Per lei lo scioperò diviene una liberazione dall’attitudine del lavoratore alla passività quotidiana, che nel corso del tempo neutralizza la volontà della lotta e della ribellione.  Quindi lo sciopero è uno strumento di scossa necessario e fondamentale.

Non è la rivoluzione. Questo no. Tuttavia, anche se si pervenisse a questa forma di lotta in essa  la studiosa intravede l’ambizione dei lavoratori a ricorrere a questo strumento, con l’intento di trasformarlo in un elemento collettivo in cui si raccolgono le spirazioni di una classe sociale che si pone l’ambizione di cambiare la sua situazione di classe e sociale. La strada che indica Weil è anche quella della preparazione e dello studio, quindi della formazione dei lavoratori ( questo aspetto è valorizzato dal suo ruolo di insegnante di filosofia ), poiché solo seguendo questa strada educativa e formativa il lavoratore acquisterà la necessaria capacità di costruire le giuste nozioni politiche su cui poggiare la propria iniziativa di crescita sociale, avendo come visione un mondo nuovo da cui estrarre tutte le motivazioni umanitarie e cognitive indispensabili alla comprensione dei processi della produzione e dell’organizzazione del lavoro.

In questo lavoro di ricerca della condizione operaia e dello stato di sfruttamento degli esclusi condotto dalla giovane Weil è rilevante il riferimento ai valori della società da riconquistare mediante una lotta politica, per questo la filosofa insiste sul fatto che il lavoratore deve impegnarsi nella ricostruzione di una propria identità, utile a comprendere ciò che la società capitalista rappresenta, in specie per la forte attrazione esercitata dal possesso del denaro e dalla spinta al consumismo che ne consegue. Questi “doni”  che la società capitalista indica come valori, per la Weil sono invece indicativi di un asservimento per cui li indica come sostitutivi e quindi distruttivi della civiltà che ne subisce il fascino. Al proposito, scrive: “Esiste una condizione sociale – il salariato – completamente e perpetuamente legata al denaro, soprattutto da quando il salario a cottimo costringe ogni operaio ad essere sempre teso mentalmente alla busta paga. La malattia dello sradicamento raggiunge il massimo della gravità in questa condizione sociale”.

Nel passaggio conclusivo si evince un insistente richiamo alla tradizione, non per rianimare una nostalgia ormai fuori tempo, ma per richiamare l’individuo, il lavoratore, il cittadino ad un nuovo impegno di rigenerazione su cui basare una lotta politica a sostegno di una liberazione nell’ambito della democrazia e della libertà dal bisogno. Infatti……..”Mediante la sua partecipazione reale, attiva e naturale all’esistenza di una collettività che conservi vivi certi tesori del passato e certi presentimenti del futuro, l’essere umano ha una radice. […..] Ad ogni essere umano occorrono radici multiple. Ha bisogno di ricevere quasi tutta la sua vita morale, intellettuale, spirituale tramite gli ambienti cui appartiene naturalmente”.

Questo breve testo riassuntivo di un disegno filosofico e sociale, elaborato da una pensatrice dalla quale provengono dal passato segnali importanti per la sinistra, una lezione di profonda umanità, poichè ci trasmette un’eredità di cui è opportuno rivalutarne tutta la sua rilevanza culturale e politica.  Il presente testo non ha alcuna pretesa di ricostruzione del pensiero della Filosofa Simone Weil, limitandosi ad essere un modesto contributo alla sua rivalutazione politica, in specie dopo il 4 marzo 2018, che ha segnato la sconfitta della sinistra e del movimento sindacale.

Albero Angeli