Ultimi Aggiornamenti degli Eventi

Il voto anticipato non è scelta obbligata. di V. F. Russo

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Vincenzo Russo

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Tutti all’unisono chiedono elezioni anticipate tranne Grillo e Renzi. Delle due l’una: o Salvini è un pericolo pubblico e allora bisogna impedirgli di ottenere un’altra investitura pubblica che aumenterebbe enormemente la sua tracotanza e il suo delirio di onnipotenza oppure è un sincero e affidabile democratico di cui ci si può fidare, capace di autocontrollo. Io propendo per la prima ipotesi e la sua recente richiesta di “pieni poteri” conferma che il leader della Lega sia un aspirante dittatore. In ogni caso, anche nella sciagurata ipotesi che si andasse all’elezioni non credo proprio che la quota di consenso popolare che gli assegnano i sondaggi si traduca in seggi parlamentari.

Quello che mi sorprende è il fatto che a chiedere elezioni anticipate sono da un lato Forza Italia e dall’altro il Partito democratico due partiti senza un programma chiaro e in grosse difficoltà organizzative. Il primo con la scissione in corso quella del governatore della Liguria e il secondo con una scissione strisciante quella di Renzi – fin qui minacciata. Se è vero che detti partiti non sono pronti per andare alle elezioni, se è vero che la RAI è controllata dalla Lega, verrebbe di dire: si accomodino pure. Il probabile esito potrebbe essere una coalizione di Centro-destra tra Salvini e la Meloni con l’appoggio esterno di Casa Pound come sostiene The Economist.

Ieri fortunatamente è arrivata una proposta diversa quella dell’ex Presidente del Senato definita come lodo Grasso. Una proposta molto astuta che suggerisce alle attuali opposizioni ad uscire dall’Aula e lasciare sola la Lega a votare contro il governo di cui il suo leader è ancora vice-presidente del Consiglio dei ministri. Una situazione paradossale difficile da spiegare agli osservatori europei e non, che ancora una volta la dice lunga sull’affidabilità dei politici italiani: un partito di governo che vota la sfiducia a sé stesso. Che lo faccia pure. Si coprirà di ridicolo e confermerà la sua irresponsabilità.

Lo scioglimento anticipato delle Camere è avvenuto già cinque volte ma mai a così breve distanza dall’inizio della legislatura: solo 14-15 mesi. Giustamente è stato sottolineato che lo scioglimento delle Camere è competenza del Presidente della Repubblica sentiti i Presidenti delle Camere, i segretari dei partiti accompagnati dai Presidenti dei gruppi parlamentari. Concludendo, il punto che voglio sottolineare è che lo scioglimento delle Camere consegue alla constatazione da parte del Presidente Mattarella dell’impossibilità di formare un nuovo governo. E il primo tentativo di formarlo, secondo prassi costituzionale, spetterebbe al Capo del M5S.

Vincenzo F. Russo

Tratto dal Blog personale dell’autore: http://enzorusso.blog/2019/08/11/il-voto-anticipato-non-e-scelta-obbligata/?fbclid=IwAR0hvh_78T6bV–AKeDa4R49RTJAu7kgfbUEdTuDBdIAWM7HJ1LjD4ndH4I

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La crisi del governo Conte – Non sarà una campagna elettorale a “costo” zero. di M. Chiumarulo

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marco chiomarulo

Il governo Conte e, con esso probabilmente, anche la legislatura ha ormai i minuti contati, il Ministro dell’Interno Salvini ne ha decretato la fine, in un modo non consueto e con una crisi extraparlamentare. 

Dopo 14 mesi di quello che doveva essere il “governo del cambiamento” i due partiti della maggioranza stanno costringendo gli italiani a tornare al voto in autunno per i capricci di un ministro che ha fretta di capitalizzare e monetizzare il forte consenso delle europee e quello possibile prospettato dai sondaggi. La crisi di governo, da consumarsi in fretta nei piani di Salvini, ha uno scopo che ormai è davanti agli occhi degli italiani. Ci sarebbero almeno due motivazioni che hanno portato Salvini ad accelerare la crisi; innanzitutto a partire da settembre, il governo avrebbe dovuto iniziare a redigere i documenti che compongono la Legge di Bilancio del 2020, nella quale per mantenere le promesse di Salvini dello shock fiscale, della cosiddetta “flat tax” e della pace fiscale, sarebbero servite coperture che lo stesso ministro difficilmente avrebbe trovato, per non parlare delle clausole di salvaguardia per evitare l’aumento dell’IVA; a fronte di ciò il calo dei consensi sarebbe stato per lui un problema. In secondo luogo, l’altra motivazione è la riforma costituzionale sul cosiddetto “taglio dei parlamentari”, voluta soprattutto dai 5 Stelle, che il 9 di settembre avrebbe portato il parlamento alla quarta lettura e se favorevole, saremmo entrati nel semestre bianco in cui è impossibile votare e al quale sarebbe seguito un possibile referendum e la necessità di un decreto per ridisegnare i collegi elettorali e quindi una possibile discussione di una legge elettorale; a fronte di ciò l’allungamento dei tempi avrebbe portato ad un logoramento di Salvini, per non parlare della possibilità di una riforma elettorale che avrebbe potuto danneggiare Salvini.

Queste due motivazioni hanno, appunto, spinto Salvini a velocizzare la crisi, ma tutto ciò gli è stato servito su un piatto d’argento fornendogli il pretesto della crisi con il voto delle mozioni – farsa- sulla TAV. Quello che doveva essere il trucchetto per salvare la faccia ai 5 Stelle ha fatto sì che Salvini avesse la prova lampante che non esiste più una maggioranza in parlamento. Però non deve essere lui ha decidere quando e perché si torna al voto, infatti bene ha fatto il Presidente della Repubblica Mattarella a pretendere un voto in aula per parlamentarizzare la crisi di governo, infatti, Salvini avrebbe voluto le dimissioni del Presidente del Consiglio per andare al voto al più presto possibile. Invece, con la parlamentarizzazione della crisi si potrebbero venire a creare alcuni scenari: un governo di scopo – ad esempio un governo Fico (M5S + PD) – per fare la Legge di Bilancio e andare al voto in primavera; un governo tecnico (scenario molto difficile); oppure voto ad ottobre con questo governo che resta in piedi per gli affari correnti.

Ed è proprio con quest’ultimo scenario – il più probabile – che si verrebbero a creare i presupposti per far pagare agli italiani la fretta di Salvini di andare al voto e capitalizzare il consenso che ha fra gli elettori. Infatti, con il governo Conte a gestire gli affari correnti ci sarà il problema di varare la Legge di Bilancio, la quale sarà vuota, ma ci sarebbe, appunto, il problema delle clausole di salvaguardia, infatti a partire da gennaio scatterà l’aumento IVA e senza un governo con i pieni poteri,  l’aumento e pressoché sicuro per non parlare della possibilità che a gennaio inizi l’esercizio provvisorio dove il governo è costretto a cercare di non spendere ogni mese più di un dodicesimo di quanto speso l’anno prima. Per questo vi dico che la campagna elettorale non sarà a costo zero e soprattutto sarà a spese degli italiani. Dopo 14 mesi di un governo disastroso su ogni punto di vista ci mancherebbe solo che gli italiani paghino il prezzo dei capricci di un ministro.

Si avvicinano tempi bui.

Marco Chiumarulo

tratto dal Blog https://sinistrabuonaidea.blogspot.com/2019/08/la-crisi-del-governo-conte-non-sara-una.html?fbclid=IwAR3WUzxYs7gd8-sYWVrHxwfCRVtZetRZWVd_T2Eft11hr4zxl8XJndrFgTY

Salvini non è forte come sembra. di P. P. Caserta

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Pier Paolo Caserta

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La Sinistra non cada nella trappola del fronte delle opposizioni che a nulla si oppone e faccia la sua strada. 

Ho riflettuto e complice un po’ di insonnia estiva provo a mettere insieme. Credo che il Salvini che chiede i “pieni poteri” potrebbe essere più debole che mai. Fino ad oggi è stato terribilmente efficiente nel suo essere truce, per la prima volta è apparso truce come non mai ma senza traccia dell’efficienza perfetta messa in campo in un anno di govenro. Sta eseguendo un copione già deciso ma non è vero che abbia il controllo degli scenari che si aprono. Ha voluto suscitare ad arte una crisi di governo prima di settembre per non dover pagare i conti della sua demagogia ma è molto nervoso, la natura del suo consenso si basa esclusivamente sul seguito di folle aizzate contro il nemico fabbricato per esser dato loro in pasto ed è una forma di consenso terribilmente instabile. Sa, quindi, armato di sondaggi e algoritmi, che deve capitalizzare il prima possibile ma ha una gran paura che per ottobre non si riesca a perfezionare gli inevitabili passaggi istituzionali e andare a nuove elezioni. Se dovesse prendere forma l’ipotesi di un governo di scopo che ripari il buco aperto dallo stesso governo giallo-verde senza dubbio getterà quintali di fango sul governo di scopo, ma se si vota in primavera o in estate la bolla del consenso instabile si sarà probabilmente sgonfiata. Salvini ha paura. Non è mai stato così fragile. Improvvisamente si rende conto che non è più padrone del gioco come ha creduto fino ad oggi. Ululando alla luna la richiesta di pieni poteri compie un’evocazione storica sinistra ma tutto considerato debolmente nominalistica. Il suo problema è che il passo che lo separa dal progettato bagno di folla gli appare troppo lungo, forse ha fatto male i conti e verbalizza forzature istituzionali alle quali non è in grado di dare un concreto seguito.

In questo quadro, davanti alla Sinistra si presentano a mio modo di vedere una via maestra e due possibili atti di masochismo. Inizio da questi. La Sinistra italiana sembra avere una pulsione di morte che la porta a scegliere sempre la via più fantasiosa per continuare a farsi del male ed essere marginale. Il primo è pensare di dialogare con il M5S… Il secondo atto di puro masochismo è la strada del fronte unico delle opposizioni. Repubblicano o democratico, lo si chiami come si vuole ma il suo vero nome è fallimento garantito. Significa non aver elaborato fino in fondo quello che è accaduto con le elezioni del marzo del 2018, il cui esito fu proprio la conseguenza del fallimento della linea dei fronti repubblicani contro i barbari che premono alle porte del potere.
La paura di essere se stessi e cedere alla trappola del fronte delle opposizioni assume anche una via subdola perché apparentemente ragionevole e conveniente: “Non c’è tempo”… Scegliendo questa via si condannerà il Paese ad avvitarsi in spirali sempre più involutive e ravvicinate che oscillano tra conservazione e reazione, cioè partiti o esecutori dell’establishment eurista e neoliberista da una parte e Salvini-Meloni dall’altra.
E questa è invece a mio parere la strada: non cedere a ragionamenti che sono solo apparentemente pragmatici e fare la sola cosa davvero concreta: lavorare a costruire la propria casa. Cominciando da solide fondamenta. Bisogna uscire dalla gabbia tecno-populista, che qualunque “fronte delle opposizioni” non fa che sigillare. Dovremmo averlo già visto. In Italia e fuori. In Francia la. linea del fronte repubblicano ha prodotto Macron… La sinistra deve fare il suo proprio lavoro e produrre una mole di analisi materiale capace di leggere la fase attuale del Capitalismo, improntando la sua azione politica di conseguenza a livello locale, nazionale e internazionale. Occorre, in particolare, venire a capo del binomio Tecnica – Mercato, senza sciogliere questo nodo non ha senso nemmeno parlare di Lavoro, Lavoratori, immigrazione… Perché passano di qui le odierne forme di schiavitù, e pertanto passa sempre da qui tutto ciò che nel breve futuro meriterà probabilmente il nome di resistenza. Rovesciare il paradigma economicistico basato sulla competitività esasperata facendo al contempo attenzione al tipo di anticapitalismo che si coltiva per non atterrare su un terreno scivoloso (rossobruno), sul quale la destra conserva per definizione la sua egemonia. Abbracciare una visione chiaramente conflittualitstica che sappia riaggiornare al momento attuale lo sconto di classe, che vede oggi di fronte una sorta di neo-aristocrazia finanziaria di contro a un Terzo stato globalizzato, che va dal ceto medio impoverito dalle politiche di austerity ai migranti e il cui malessere l’internazionale ultranazionalista dei Trump, Bolsonaro, Orban, Salvini ha saputo purtroppo intercettare molto meglio della sinistra. È qui che si rovescia e si smonta tutta la narrazione salviniana – che non per nulla punta ad alimentare la guerra tra poveri mentre fa gli interessi dei ricchi – promuovendo al livello nazionale politiche di protezione dei salari volte a tutelare i ceti medi, per rimuovere le cause materiali dei problemi. Se la narrazione di Salvini mette ceti medio-bassi conto i migranti, la risposta da Sinistra deve essere riconnettere gli ultimi con i penultimi. Non solo con la comunicazione, ovviamente importante, ma anche e soprattutto con politiche economiche e del lavoro che invertano la disastrosa rotta perseguita ad oggi.
Anche Canfora dice ora che la chiave è la socialdemocrazia (vera, non il socioliberismo).
Tutto questo descrive nelle linee essenziali un programma chiaramente alternativo all’austerity e al modello neoliberale che rappresenta anche la condizione di possibilità dell’ultranazionalismo e che sta rispetto a quest’ultimo in un rapporto falsamente alternativo…

Queste cose, sulle quali ovviamente è auspicabile la più ampia discussione possibile, la Sinistra non deve farle con la fretta di un baratro vero o presunto che si sta aprendo sotto i piedi di tutti. Deve farle bene, e deve farle tornando a credere nella sua fondamentale funzione storica. Se si arriverà alle prossime elezioni avendo fatto bene solo una parte di quello che va fatto, sarà molto meglio che aver fatto il nulla assoluto di qualunque fronte delle opposizioni non opposizioni.

Pier Paolo Caserta

Sogno di una notte di mezza estate. di A. Benzoni

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Alberto Benzoni

C’è, ancora, un socialismo, nel nostro futuro?
Tutto ci porta a pensare di no. La parola è scomparsa dal vocabolario corrente. Salvo che nelle parole di odio dei suoi nuovi avversari. Rimane, forse, la carta da visita di qualche funzionario attempato o di qualche falso giovane: sempre nell’attesa di poterne esibire una nuova, magari più “in” e più “cool”. Scomparsi, anche, il proletariato industriale e la lotta di classe; e i “padroni” sostituiti dai “datori di lavoro”.
Ci ripetiamo, però, che l’antagonista deve esserci per forza: perché l’alternativa è la barbarie.
La barbarie di un mondo, mai come oggi, in grado di affrontare, gestire e risolvere i suoi e problemi, e, mai come oggi governato da classi dirigenti che, per stupidità, se non per odio cieco, lo spingono verso la distruzione.
La barbarie di un turbo capitalismo e di un mercatismo che, lungi dal rappresentare la “fine della storia”, appaiono insieme ingiusti e irrazionali.
La barbarie della società in cui viviamo; e in cui vediamo, giorno dopo giorno, dissolversi le basi stesse del nostro vivere collettivo: solidarietà, fiducia, speranza.
Ce lo ripetiamo; ma più per farci coraggio a vicenda che per intima convinzione. Perché lo spettacolo che vediamo intorno a noi è di generale passività di fronte a un disastro che incombe. Una passività nutrita di parole, di ipocrisie, di false coscienze e di politicamente corretto; dove i nostri sacerdoti continuano a pronunciare meccanicamente formule cui non credono più.
Ma forse non guardiamo nella direzione giusta. Ricercando oggetti, persone, formule, riti che hanno totalmente perso il loro valore. Perché il socialismo del futuro, quello che si manifesta, magari inconsapevolmente, nelle azioni di milioni di persone di buona volontà, sarà una Cosa del tutto nuova; ma che, per certi aspetti si richiamerà alle origini del movimento più che a quello che abbiamo conosciuto nel “secolo breve”. E che, soprattutto, si collocherà lungo discriminanti di fondo molto diverse da quelle ereditate dagli anni della sua maturità.
Sarà il ritorno dell’internazionalismo pacifista dei Jaurès e dei Turati. Insomma della convinzione che nessuno si può salvare da solo. E che c’è, tra tutti gli esseri umani, una comunità di destino.
Sarà il ruolo dirimente di questioni che travalicano i limiti delle classi e degli interessi settoriali: la sovranità, la democrazia, il potere; al dunque il diritto/dovere degli individui e delle collettività di vedersi riconosciuta la possibilità di costruire il proprio destino. E, in questa prospettiva, il ruolo decisivo dello stato e delle sue istituzioni.
Sarà, infine, e forse soprattutto, la consapevolezza che quelle che chiamiamo pomposamente le sfide del cambiamento non possono essere gestite dal mercato o da esperti a ciò delegati, ma da una intelligenza pubblica e da un coinvolgimento attivo delle persone; pena la catastrofe.
E’ questo lo scenario del socialismo del futuro. In tutto diverso dal presente: sperimentale e non frutto di formule preordinate; nato in mezzo alla gente e non imposto dall’alto; delle persone e non di fantasmi costruiti a nostro uso e consumo; potenzialmente di tutti e non patrimonio di pochi; irriverente e non subalterno; nato dalla pancia e dal cuore e non da astratta razionalità; largo e fraterno e non dogmatico e settario; rivolto al futuro e non alla custodia, selettiva, delle memorie del passato; trasformativo e non soltanto redistributivo.
A questo punto, però, abbiamo il dramma, lo scenario e i personaggi. Ma la rappresentazione è da rinviare a data da destinarsi perché mancano sia gli attori sia il pubblico.
Vero. Ma non dobbiamo perderci d’animo per questo. Perché il dramma, prima o poi, verrà portato in scena. E questo avverrà nel giorno, non troppo lontano, in cui il degrado del sistema attuale, in una o in tante aree del globo, arriverà a livelli insopportabili, e in cui infinite voci grideranno “ora basta”. E non per affidarsi a nuovi uomini del destino o a nuove rivoluzioni; ma per mettere le mani nel fango per costruirne, a pezzi e a bocconi, un altro.
Forse la nostra generazione non sarà presente a questo appuntamento. Ragione di più per sognarlo.

Alberto Benzoni

Infelice è il popolo… di A. Angeli

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Alberto Angeli 2

“Infelice è il popolo, e sempre precaria la sua Costituzione, il cui benessere deve dipendere dalla virtù e dalle coscienze di ministri e politici”, dalla Favola delle Api, ( di Bernard de Mandeville Laterza 1982, pag, 127) un poemetto satirico che risale al 1714. Dunque sono trascorsi oltre quattrocento anni , eppure ne avvertiamo tutta la verità e fondatezza, una critica che ci invita a riflettere sul disagio che scaturisce dai vizi privati e le pubbliche virtù. Infatti, l’autore dimostra che la felicità pubblica di una società mercantile è legata non alla virtù, all’avvedutezza e alla parsimonia dei suoi componenti, ma ai loro vizi, ai loro comportamenti irrazionali e ai loro sprechi. Una delle più profonde interpretazioni filosofiche dell’individualismo moderno.

Un classico da cui prendere spunto per una interpretazione di alcuni modelli culturali a noi contemporanei e approfondire il fenomeno del disagio che nelle società occidentali è generato dallo scarto che segna la differenza di giudizio tra gli individui e ( come siamo realmente ), vale a dire ciò che segna la differenza tra verità e critica.  Si tratta cioè di prendere atto che, dove il processo critico si dimostra incapace di cambiare il corso reale della nostra esistenza, la critica viene percepita come un inutile accessorio morale, un inutile orpello dialettico non in grado di determinare una conseguenza concreta. Ma le cose potrebbero risultare ancora peggiori, allorchè le conseguenze attese da un approccio critico si rivelassero fondate e ne risultasse però l’incapacità del soggetto di coglierne il valore di verità e di ricondurle  ad un giudizio politico. Si può addurre allora una sofisticata negazione al valore della critica e alle sue previsioni, magari ipotizzandone la non corrispondenza alla verità, ma, come sosteneva Michel Foucault, si possono dare per fondate verità o effetti di verità, per cui il  problema che ne scaturisce è di capire come gestire simili effetti, dato che si imporrebbe il compito da capire il senso di una verità una volta che sia stata individuata e accettata. Per Foucault, rispetto a queste due ipotesi si pone una questione di coerenza morale e…. del caso, cioè trovarsi nel posto giusto al momento giusto e godere così degli effetti, indipendentemente che gli stessi siano  conferibili alla verità critica sulla quale stiamo indagando.

Ammettiamo che l’ipotesi si riveli corretta, e di conseguenza affermata una verità secondo i canoni della dialettica, ma poi riscontriamo che alla critica manchi quella necessaria forza argomentativa in grado di gestirne gli effetti:  ci si troverebbe pertanto ad affrontare il paradosso di un processo critico efficace che produce effetti nulli, o addirittura controproducenti. Allora, per capire il senso di quanto affermato, proviamo a contestualizzare il breve inciso del poemetto di Mandeville richiamando il ruolo di opposizione che il PD sostiene contro l’attuale governo: una opposizione politico parlamentare di forte critica, che i dirigenti del Partito ritengono efficace, ma che confrontata con il consenso elettorale che i sondaggi gli attribuiscono – confortati dal recente voto sul rinnovo del Parlamento Europeo -, evidenziano un risultato la cui efficacia è senza dubbio nullo. Lo scenario che ne risulta è un mondo dove la critica è sempre più incapace di fare agire le persone oltre il mero tornaconto e l’individualismo elevato a sistema.

Se quindi la critica contro il governo di cui si avvale il PD e la sinistra, fondata su argomenti che riguardano l’economia, il lavoro, l’istruzione e la ricerca, l’ambiente, la giustizia, nella sostanza il futuro e la tenuta democratica del Paese, non ha un ritorno di consenso e sostegno elettorale, risultando nella sostanza inadeguata ad intercettare il fenomeno che porta una parte dell’elettorato tradizionale della sinistra a non partecipare al voto o a favorire politiche fallimentari e potenzialmente orientate a forme autocratiche  di governo, pur rilevando questo limite non si deve rinunciare alla critica, ma con essa mettere in campo una strategia di lotta senza quartiere. D’altro canto il sintagma “ esercitare una opposizione critica “ usato con disinvoltura diviene grammaticalmente inefficace se non coinvolge il cittadino, l’elettore e lo si induce a riflettere. Ma dovrà essere la proposta e non solo la critica, un progetto di società e di sistema Paese alternativo all’attuale e non limitarsi alla denuncia dei provvedimenti improvvidi e incoerenti deliberati dall’attuale governo giallo/verde.

Per metafora si asserisce che il popolo ha sempre ragione…..almeno fino a quando non scopre di avere perso la libertà e con la libertà la dignità di uomo. La storia del nostro Paese dovrebbe allora indurci a riflettere e spingerci a contrastare lo stereotipo divinatorio dei molti opinionisti che indulgono a dare a questo governo una patente di vera democrazia, definendo faziosa qualsiasi analisi che invece ne svela la similitudine e l’affinità al fascismo. E’ su questo terreno che la sinistra deve riorganizzare le sue fila, ricostruire una sua identità e riappropriarsi della sintassi anticapitalistica e antiglobalista sulla quale ricostruire un rapporto con la società ed il mondo del lavoro e riorientare in questo senso le sue proposte per un governo di alternativa all’attuale sistema. Già Walter Bengjamin, nell’ottava tesi sul concetto di storia, in una variante al testo, scriveva a proposito del fascismo:  «la superiorità che questo ha nei confronti della sinistra trova, non da ultimo, la sua espressione nel fatto che essa gli muove contro in nome della norma storica, di una sorta di condizione media della storia» . Nel presente momento, in cui un nuovo fascismo avanza mascherato, è della massima rilevanza ridefinire in termini di categoria la tesi di Bengjamin sul fascismo, per la straordinaria attualità che la comprensione che Benjamin ebbe del fascismo s’impone alla nostra riflessione, non tanto per il dovere di un approfondimento della natura del fascismo storico, ma soprattutto per migliorare la posizione degli antifascisti nella lotta contro le nuove manifestazioni del fascismo.

Tornando alla questione di un contenitore politico per riannodare le fila di un partito di sinistra ( partito, rassemblament, confederazione ) il PD, per la sua naturale propensione liberal democratica, non pare deputato a rappresentare un’alternativa all’attuale quadro politico nazionale e a segnare una svolta nella politica internazionale. Zingaretti, con la proposta di una costituente delle idee, disegna un percorso minimale, confermando così i confini entro cui quel partito intende riorganizzare la propria identità dopo la sconfitta del 4 marzo, sostanzialmente riconfermata con le Europee:  occupare il centro di un’area liberal democratica, magari consentendo la sopravvivenza di posizioni socialdemocratiche rivolte alla base sociale più esposta alle forme di sfruttamento capitalistico e della globalizzazione.  Si tratta di un percorso la cui visione ed orizzonte si adagia sull’ipotesi di un probabile governo di collaborazione, sostitutivo dell’attuale, che possiamo immaginare potrebbe nascere con l’appoggio delle forze residuali del dopo crisi dell’attuale governo Lega/5stelle.

Per queste ragioni l’iniziativa del  PD, cioè di Zingaretti, dovrebbe aprirsi ad una diversa lettura del momento storico e dedicare il suo impegno alla costruzione di un’area socialista nella quale raccogliere i movimenti civili, sociali, e le forze progressiste e riformiste, che intendono battersi per una società nella quale le diseguaglianze sono combattute con la forza di una politica fondata sulla giustizia,  l’equità sociale ed economica. Una scelta che non comporta revisionismi o abiure, ma offre anche alle rappresentanze più combattive e radicali un terreno di sintesi, un ideale culturale nel quale sono custodite le risorse della storia del nostro Paese, delle lotte operaie e della resistenza per un Italia antifascista e democratica.

Alberto Angeli

La svolta di Corbyn: contro Johnson e la Tory Brexit. di P. Borioni

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s200_paolo.borioni

Da storico ho spesso constatato che, dopo avere lungamente consultato ricostruzioni e storiografia, è illuminante tornare alle espressioni esatte dei protagonisti. Nel caso specifico della Brexit ciò sarà meno definitivo poiché gli eventi (contrariamente ad una ricerca storica) sono in corso ed imprevedibili. Tuttavia, le parole di Jeremy Corbyn sull’ultima svolta del suo partito aiutano molto a capire: “in queste circostanze (in caso di referendum, n.d.a) voglio chiarire che il Labour farebbe una campagna per il Remain contro o un no Deal oppure contro un accordo che non protegga l’economia e i posti di lavoro. ”

Quindi non contro la Brexit di per sé, ma contro la Brexit di Johnson resa possibile dal fallimento di May.

Ciò significa che a) la “questione maggiore” è sempre stata una nuova società britannica, una politica economica democratica, la riforma della pressoché unilaterale finanziarizzazione del paese in favore del lavoro dipendente; b) dinanzi a questa priorità i terreni di battaglia possono essere molti e diversi, perché in ogni accordo condotto dai tories, e ancora di più in ogni Brexit senza accordo in manotories, ci sono sempre ragioni per opporsi. Naturalmente, fino a che è stato tenuemente possibile, Corbyn ha cercato di condizionare una May nei guai, che appunto per un politico di livello rappresentano un potenziale spazio di condizionamento. Ha lavorato per un accordo equilibrato, nei rapporti con la Ue ma soprattutto per lavoratori e ceti medi britannici. Non è riuscito perché si è trovato di fronte problemi insormontabili nel proprio partito e nei tories. Nei tories infatti l’ala Johnson (ma in fondo anche il suo attuale competitore Hunt) ha scelto la rottura, finalizzata a rapporti ed accordi transatlantici basati su un modello sociale contro cui appunto ora Corbyn chiama tutti alla battaglia (remainers e leavers, senza dimenticare il ruolo che potranno avere alleanze con scozzesi e nord-irlandesi, che per Johnson provano comprensibile repulsione).

Nel proprio partito egli ha avuto difficoltà per due ragioni: la prima è che dopo due successive cocenti sconfitte i residui blairiani e pezzi notevoli della vecchia soft left interna (tranne gente ammirevole e leale come Ed Miliband) hanno usato le armi residue per metterlo in difficoltà. La seconda è che anche fra i suoi sostenitori alcuni hanno ritenuto valida la associazione internazionalismo-Unione europea, in parte per cortocircuiti intellettuali infondati, in parte perché è innegabile che: a) la Brexit è nata come sfida interna ai tories, in cui come detto l’ala brexiteer incarnava lo spirito più spavaldamente reazionario b) il quadro di regolazione in ambito di welfare, lavoro e politiche che la UE sta sistematicamente smontando da lustri è tuttavia più avanzato di quello britannico dopo l’assalto di Thatcher e il quasi nullo controassalto di Blair.

Corbyn, in tutto ciò, ha dovuto tenere una posizione che non disconoscesse il più che legittimo esito del referendum, esponendosi a notevoli mareggiate, nelle quali tra molti limiti ha tuttavia tenuto fermo il punto principale: dei tories non ci si può fidare, tantomeno quando il fine principale della loro Brexit si fosse dimostrato riportare la storia sociale e internazionale del paese alla Belle Époque. Ergo: non un no al risultato del referendum, ma un no ad ogni Tory Brexit. Ha sempre detto e praticato che solo una May costretta dalle eventualità del fallimento avrebbe potuto produrre un accordo accettabile, cioè con impronta Labour. Ma May ha preferito il fallimento all’accordo con il Labour, e in fondo ciò che oggi Corbyn dice al proprio elettorato è: I tories ci hanno portato nel vuoto pur di rimanere uniti, ora non disuniamoci noi, regalando loro la discrezionalità di riempire questo vuoto.

Peraltro, sarebbe stato errato e suicida reputare dei perduti reazionari i moltissimi voti andati al Brexit nel nord e nelle periferie depresse del paese. Nel dibattito interno al Labour è stato ricordato (https://labourlist.org/2019/06/brexit-is-not-an-expression-of-hard-right-politics/): laddove “…una maggioranza referendaria di 17.4 milioni di voti decide per uscire non si può parlare di estrema destra, per quanto convenga ai Labour Remainers metterla in questo modo”. Inoltre, si è ricordato che il 70% dei deputati Labour rappresenta seggi con forti maggioranze Leave. Ciò, oltre che una sana razionalità elettorale, cirammenta la realtà per cui la ideologia egemone nella UE sfavorisce o ignora tutte le periferie europee, ricevendone distacco e avversione. Corbyn, decidendo di rispettare l’esito del referendum (va ricordato che il Labour già di Corbyn aveva invitato a votare Remain), ha evitato di fare la fine del Pd e dalla Spd tedesca: scomparire dalle periferie e dalle classi medie disagiate. Così ha ottenuto un grande risultato nelle elezioni del 2017, che eravamo stati fra i pochi a prevedere nei dati dei sondaggi qualificati ed affidabili.

Oggi Corbyn si trova dinanzi a dati nuovi. Da un lato il Brexit party ha ottenuto una grande vittoria alle elezioni europee, dall’altro il Labour è riuscito a recuperare molti di quei voti in elezioni suppletive in un indicativo collegio Leave, battendo tutti. Inoltre, è palese che, referendum alle spalle, la Brexit conservatrice assumerà il volto del classismo arrogante di Johnson. Il leader laburista punta sul fatto che dinanzi agli esiti sociali concreti di questa prospettiva (non dinanzi alla disputa fumosa sulla natura del referendum del 2016) la riunificazione di londinesi progressisti, classi lavoratrici in difficoltà, ceti studenteschi rovinati dalle rette universitarie e classi medie declinanti possa essere riproposta. Si dirà che ammettere ora un referendum con “l’opzione Remain sulla scheda” sia una tardiva incoerenza. Abbiamo spiegato che non è così. Soprattutto: quante sono le possibilità che, prima del 31 ottobre (mancano solo 3 mesi, Johnson deve ancora essere eletto capo dei tories e poi ricevere una problematica fiducia) si possa svolgere il referendum? E soprattutto: quanto può essere conveniente, in questo quadro, per un Johnson che fosse davvero eletto primo ministro (vedremo…) sbrigarsi come primissima cosa a favorire un nuovo referendum sulla Brexit? Dunque, si comprende perché la cosiddetta “svolta” di Corbyn scommetta di dover combattere non su Brexit o Remain, ma contro la futura società di Boris Johnson, con con ogni mezzo (e la dichiarazione con cui abbiamo aperto questo testo per l’appunto elenca ogni mezzo). Un combattimento che, peraltro, si svolgerà verosimilmente non in un referendum ma in un’elezione politica probabilmente non lontanissima.

Un combattimento in cui si potrà indicare l’avversario nella sua veste più avversa: un eccentrico conservatore ossigenato disposto a svendere il Sistema Sanitario Nazionale alle imprese assicurative Usa come passaggio di un’integrazione politico-economica con gli Usa in un futuro post-Brexit. Sono argomenti importanti, simbologie efficaci, come tutte quelle in realtà indistinguibili da questioni dannatamente concrete.

Paolo Borioni

Tratto dal sito: http://www.strisciarossa.it/34870-2/?fbclid=IwAR3IZ6JLjvGo5nKe3E1wDv6Rbo-GhpQbOknZ-yQbjR7Ha2Hx3Qcs8IBKvHQ

Pietro Nenni e la scoperta della comunità socialista. Ricordi della sezione Parioli nella seconda metà degli anni Cinquanta. di A. Benzoni

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Alberto Benzoni

I socialisti di oggi sono bestie strane. E insopportabili nella loro insistenza a farsi del male da soli. Vogliamo l’unità: e ognuna delle 40 e più sigle dedica il suo tempo a esaltare se stessa e a denigrare anche sul piano personale, le altre. Ci riempiamo la bocca di riformismo: salvo a fare nostro, passivamente, quello, attuale, degli altri; e a dimenticarci del nostro e di quello vissuto in Italia, negli anni sessanta e settanta, in gran parte per merito nostro. Esaltiamo la nostra storia: salvo a farla iniziare nel 1976 condannando a una specie di damnatio memoriae quello di prima: che si tratti di cose o di persone.

Recentemente, però, si è passato il limite. Gettando nella fossa comune dei “deviati” lo stesso Nenni; e aggiungendo che la scelta del Fronte popolare avrebbe distrutto e per sempre ogni possibilità di protagonismo socialista nei decenni a venire.

Una “contro storia” (ancora la nostra capacità infinita di farci del male da soli) che può essere confutata da qualsiasi esame obbiettivo del nostro passato collettivo.

Ma qui vorrei portare il mio “vissuto”. Quello che mi porta, ancora, oggi, a ringraziare Nenni. Perché sono state le sue parole liberatorie del 1956 a far nascere la nuova generazione del socialismo italiano; e per avermi consentito negli anni successivi di vivere, assieme ai compagni della sezione Parioli, uno dei periodi più felici della mia vita.

Avevo vissuto, in solitario, i miei primi vent’anni. Niente scuola, pochissimi amici, scarsi contatti con l’ambiente esterno (e questo per ragioni di forza maggiore: la Roma del 43/44 con mia zia in clandestinità, mio padre e arrestato, un amico ebreo in casa; e poi all’estero). Un rapporto con il mondo dei libri e con i loro personaggi, individuali e collettivi, assai più intenso e coinvolgente di quello con le persone e le cose. Ma, avevo anche visto l’Ungheria dei processi staliniani, e, sopra ogni altra cosa, dell’odio alimentato a freddo (il che precludeva qualsiasi adesione al comunismo). Ed ero stato partecipe di un universo, quello del “Mondo” e degli amici di Salvemini di cui condividevo l’antidemocristianesimo viscerale ma di cui non riuscivo ad accettare l’interventismo e l’antigiolittismo e soprattutto il disprezzo elitario per i partiti.

Tutto mi spingeva dunque verso il socialismo: principi etici e fiducia nella razionalità del cambiamento; ammirazione per gli eventi, meravigliose (anche se anzi soprattutto perché perdenti) battaglie del passato e certezza nel sole dell’avvenire; insofferenza per i privilegi individuali e soprattutto bisogno spasmodico di fraternità.

L’avrei trovata, al di là di ogni aspettativa, all’angolo tra Via Donizetti e via Spontini, all’ombra del Poligrafico di piazza Verdi. Un’accoglienza calorosa. Poi i riti comuni dei comizi di quartiere, delle vendite del giornale, della distribuzione dei volantini per le strade e nelle cassette delle lettere in cui ci regolavamo a caso in base alle facce e ai nomi, delle discussioni accese sull’universo ma mai trascese sul piano personale, degli appuntamenti al bar dove si definivano le strategie da tenere e, ciliegina sulla torta, delle affissioni serale e notturne.

Per inciso quella sezione faceva parte di una federazione gestita con mano ferma e, all’occorrenza, pesante (la “scafetta” di Venturini e il rigore di Palleschi) dall’”apparato morandiano”; ciò che non gli aveva impedito, però, unica, forse, in Italia, di votare per mozioni in occasione del congresso di Venezia, dando agli autonomisti una grande maggioranza.

Dopo saremmo diventati uno dei luoghi simbolo del lombardismo; vincitore nella sezione territoriale ma largamente rimesso al suo posto dal voto dei nuclei aziendali. Poligrafico, due sedi parastatali e, infine, lo Zoo (con ben 17 iscritti; i sociologi stanno ancora studiando il caso…).

Negli anni successivi la sezione sarebbe stata il luogo di passaggio di persone importanti: da Ernesto Galli della Loggia (“della vostra stanza dei bottoni ne faremo una bottoniera”) a Raffaele Romanelli, da Roberto Cassola a Fabrizio Cicchitto. Ma vorrei chiudere questa testimonianza personale con due compagni del Poligrafico che mi hanno fatto capire più di chiunque altro, l’intima sostanza del socialismo. Il primo, Marcello Carlini, veniva da una modestissima casa a Primavalle ma era il primo ad aprire la sezione e l’ultimo a chiuderla. Ed era uno che vedeva in ogni evento il segnale del futuro e fatale avvento del socialismo “futura umanità”; un orizzonte che rischiarava di sé anche il presente. Il secondo, Giacomo Marcodini, rappresentava, dal vivo della sua esperienza sindacale, la visione di un futuro che andava conquistato passo dopo passo con l’adesione piena al principio di realtà.

Oggi, la sezione non c’è più. E i suoi locali ospitano un ristorante.

Rimane però, e lancinante, il ricordo. Quella del momento magico vissuto da un’intera generazione di socialisti. Si apriva davanti a noi, dopo Venezia, un mondo nuovo, un mondo di pace: in cui saremmo tutti diventati più liberi; in cui “cambiare l’Italia” era ridiventato possibile ; e in cui il socialismo, insieme autonomo e unitario, sarebbe stato protagonista.

Ad aprire la porta era stato, però, Pietro Nenni. Con la forza della sua parola; e con la sua generosa capacità di guardare alto e lontano. Di sbagliare e di correggersi.

Ricordare “come eravamo” è, quindi, rendergli omaggio

Alberto Benzoni