Ultimi Aggiornamenti degli Eventi

La Bielorussia, la Polonia e i migranti: chi tira i fili della crisi. di A. Angeli

Postato il

Si fa sempre più grave e tesa la situazione al confine occidentale della Bielorussia, dove migliaia di migranti sono stati spinti ( guidati con forza? ) dai soldati di Lukaschenko con lo scopo di fare saltare i confini con la Polonia. Una Pressione che ha costretto Polonia e Lituania a dichiarare lo stato di emergenza e a chiudere le frontiere ammassando migliaia di militari e erigendo un filo spinato, tutto per fermare i migranti ( quanti: diecimila, 15.000 ?) che cercano cercano disperatamente di entrare in occidente. I rischi di una incontrollata azione induce a temere che la situazione possa degenerare in uno scontro violento . D’altro canto è proprio l’escalation programmata a suo tempo dal presidente bielorusso Alexander Lukashenko, fin dal maggio 2021, di ” inondare l’Europa di droga e migranti “, contro cui l’Europa esprime una forte condanna e guarda con preoccupazione a quanto sta avvenendo. Ormai è chiaro, si tratta di una rappresaglia per le sanzioni imposte dell’Europa in seguito all’atterraggio forzato di un aereo commerciale e alla detenzione di due dei passeggeri , il giornalista dell’opposizione Roman Protasevich e la sua compagna, la cittadina russa Sofia Sapega, dalle autorità bielorusse nel maggio 2021.

Se stiamo a quanto dichiarano da chi ha svolto indagini al riguardo ( corroborate anche da precise accuse da parte degli stessi migranti ) l’esercito bielorusso ha trasportato un gran numero di persone, molte in fuga dai conflitti del Medio Oriente, e le ha scortate al confine con la Polonia, dove ora sono intrappolate tra le difese del confine polacche e l’esercito bielorusso. Sul caso più di un esperto di questioni inerenti all’aera e dei rapporti tra Russia e Bielorussia ( cioè Putin e Lukaschenko ), la situazione si presta ad essere interpretata come un manovra voluta dalla Russia per consolidare la dipendenza di Lukashenko dal Cremlino. Ma il vero obiettivo è senza ombra di dubbio ravviabile nella volontà di Putin di aumentare l’influenza di Mosca sui negoziati con Berlino, per accelerare la certificazione del gasdotto Nord Stream 2, poiché la cancelliera tedesco uscente, Angela Merkel, ha invitato la Russia ad intervenire per superare rapidamente la crisi.

Il governo polacco stima che oltre ai migranti già numerosi ai suoi confini altri potrebbero essere raccolti lungo il confine con la Bielorussia , secondo quanto riferito, scortati da personale militare bielorusso. Allora può accadere di tutto, con i militari polacchi sotto pressione che ricorrono sempre più spesso a misure sempre più violente, fino a rendere la situazione incontrollabile per la una escalation di accuse in corso tra i due paesi confinanti. Questa tensione induce a considerare non del tutto esclusa una imprevedibile reazione da parte di une delle due sentinelle che si fronteggiano lungo la frontiera, anche se gli ultimi avvenimenti ( cancellazione dei voli dai Paesi da cui partivano i migranti come turisti per la Bielorussia e l’apertura di Punti a garantire comunque i rifornimenti di metano all’Europa e l’invito a Lukschenko a calmarsi ) inducono a considerare altamente improbabile la minaccia di un conflitto, ch potrebbe coinvolgere la NATO e la Russia. Timore che ha spinto anche lo stesso Lukashenko a dichiarare che non cerca lo scontro. Ci si domanda se questi sono segnali rassicuranti, anche se le prospettive di un’immediata riduzione dell’escalation sembrano al momento improbabili, dato che l’UE ha deciso questa settimana di ampliare la portata delle attuali sanzioni contro la Bielorussia, proprio la cosa che ha scatenato in primo luogo le ritorsioni di Lukashenko. Pertanto, con l’adozione di un nuovo pacchetto di sanzioni che potrebbe verificarsi il 25 novembre, l’attuale crisi potrebbe estendersi fino a dicembre e fino al 2022.

Ma la crisi ha anche un altro risvolto, in quanto ha messo a fuoco il ruolo e gli interessi della Russia Putiana, con i leader del governo della Polonia che hanno accusato direttamente Putin di avere orchestrato questa intricata situazione. Non è chiaro, solo per chi non vuole pensare, fino a che punto il Cremlino sia direttamente coinvolto nella promozione dell’attuale crisi, ma la situazione fa comunque il gioco della Russia. Inevitabilmente spingerà ulteriormente Lukashenko sotto l’influenza di Mosca – qualcosa che il Cremlino alla fine sembra cercare, almeno stando agli avvisi diretti all’usurpatore lukaschenko . In particolare, il 4 novembre, Russia e Bielorussia hanno finalmente firmato i tanto attesi cosiddetti programmi sindacali, o road map per l’integrazione . Questi documenti cercano in definitiva di avvicinare i due stati integrando i loro sistemi economici e amministrativi. Sebbene i dettagli dei documenti non siano pubblici, le informazioni disponibili suggeriscono che sono stati notevolmente annacquati . Tuttavia, il fatto che ciò sia avvenuto dopo anni di stallo di Lukashenko sottolinea la crescente influenza della Russia sulla Bielorussia.

Si tenga inoltre conto di un altro fronte., da cui ricaviamo la notizia che l’escalation della crisi arriva tra rinnovate notizie di un altro ammassamento di truppe russe al confine con l’Ucraina . Con l’occidente preoccupato dalla crisi dei migranti e Kiev, che invia anche truppe e aumenta le forze di frontiera per prevenire qualsiasi potenziale ricaduta, il Cremlino potrebbe approfittare della situazione per provocare un’ulteriore destabilizzazione in Ucraina. Queste rinnovate tensioni ai confini arrivano subito dopo la visita del segretario alla Difesa degli Stati Uniti, Lloyd Austin , nella regione del Mar Nero, inclusa l’Ucraina, per ribadire il sostegno di Washington. In passato, tali eventi ed espressioni di sostegno all’adesione dell’Ucraina alla Nato hanno provocato un forte contraccolpo da parte della Russia . Mosca vede l’Ucraina e altri stati post-sovietici come sotto la sua sfera di influenza. In quanto tale, un’escalation del conflitto tra Ucraina e Russia rimane improbabile, ma gli sviluppi servono a ricordare il potenziale di una rapida escalation, soprattutto alla luce delle preoccupazioni sulla quantità di equipaggiamento militare che la Russia ha lasciato al confine con l’Ucraina orientale quando si è ritirato ad aprile.

Per tutti i motivi su esposti l’evoluzione della crisi dei migranti al confine bielorusso rappresenta la più grave escalation delle tensioni regionali tra la Bielorussia e l’Europa da anni. Inoltre, con l’UE che si limita ad ampliare le sanzioni contro Minsk , rimane lo scenario più probabile che Lukashenko continuerà a perseguire l’attuale strategia di ritorsione. Pertanto, anche la situazione umanitaria nell’area continuerà a deteriorarsi, soprattutto a causa dell’abbassamento delle temperature prima dell’inverno e delle segnalazioni che gli operatori umanitari non sono in grado di entrare nell’area , rischiando una vera e propria crisi umanitaria.

La democrazia affronta nuove minacce; l’Europa, tutti i paesi dell’Europa, attraversano un periodo di sconvolgimenti dopo la Brexit; gli Stati Uniti tracciano un percorso difficile per uscire dall’amministrazione Trump; il coronavirus sta devastando gran parte del mondo. La disuguaglianza è in aumento e le divisioni nella società si stanno ampliando, spesso alimentate dalla retorica incendiaria dei governi. E non dobbiamo illuderci sul fatto che qualsiasi aiuto dalla Russia per risolvere la crisi bielorussa avrà probabilmente un prezzo. E tuttavia, l’Europa non può e non deve chiudere gli occhi di fronte al dramma che si avvicina per quella parte dell’umanità spregiativamente utilizzata dalla Russia e dal suo servo Lukaschenko, dia prova di coraggio, di grande spirito umanitario, un mondo diverso perché basato sulla solidarietà e senso dell’umanità, aperto e pronto all’accoglienza salvando bambini, donne e anziani sottraendoli al gioco di potenze stupide e senza anima .

QUESTA è L’EUROPA CHE TUTTI VOGLIAMO CHE SIA.

Albero Angeli

L’opposizione al green pass non può e non deve diventare la madre di tutte le battaglie. di P. P. Caserta

Postato il

Così proprio non va. Sono del parere che le modalità applicative del green pass e in generale la gestione politica della crisi pandemica siano criticabili da molti punti di vista. Considero deprecabile, come ho detto più volte, il modo in cui il sistema informativo criminalizza i non vaccinati in assenza di obbligo vaccinale e sono disgustato dall’autorizzazione pubblica a riversare disprezzo sui non vaccinati, insensatamente e strumentalmente equiparati a “no-vax”, in assenza di obbligo vaccinale.

Detto e ribadito ciò, sono convinto che non sia e non debba diventare, quella contro il green pass, la madre di tutte le battaglie. Occorre, questo sì, vigilare per arginare nuovi arretramenti sui diritti del Lavoro e dei lavoratori. Il rischio che l’emergenza diventi il piano inclinato per normalizzare una sottrazione di diritti esiste sempre. Ma occorre, soprattutto, guardare oltre il contingente. Bisogna occuparsi dei nodi strutturali e, nella misura in cui mancano massa critica e capacità organizzativa, porsi il problema di come intraprendere un percorso efficace per poterle riottenere. Occorre porsi in relazione con la crisi pandemica, con i cambiamenti complessi che ha prodotto e con gli interessi che ha promosso. Altrimenti ci si condanna ad una visione di cortissimo respiro e si finisce per essere risucchiati in una agenda setting incardinata intorno a falsi problemi. e false opposizioni. Anche sul fronte del lavoro, non è chiaro che i pericoli maggiori vengano oggi da una misura probabilmente limitata nel tempo come il green-pass (e se dovesse essere proseguita, allora ci si dovrà attivare seriamente).

Chissà che i pericoli più gravi per i lavoratori non vengano dai lavoratori stessi. Qualche giorno fa ho letto un sondaggio secondo il quale una percentuale elevata di lavoratori (non ho conservato traccia e non sono dunque in grado di citare con esattezza) sarebbe oggi disposta a rinunciare a una quota della propria retribuzione per non tornare in ufficio e continuare a lavorare da casa. Ho incrociato diverse notizie e sondaggi di questo tipo. Mi sembra chiaro che, quando sono commissionate proprio da alcune grandi aziende, queste indagini servono non a raccogliere opinioni ma a preparare il terreno. Anche nel mondo della scuola, nel quale lavoro, non sono pochi i docenti che sarebbero disposti a continuare a svolgere a distanza gli incontri collegiali oltre la data del 31 dicembre ad oggi fissata per la fine dello stato di emergenza. Questa disposizione mi sembra più pericolosa del green pass. La pandemia ha cambiato le carte in tavola e molti lavoratori sembrano disposti a cedere spontaneamente diritti e sottrarre spazio alla relazione pur di poter stare più “comodi”. Il lavoro a distanza, smart per alcuni, ha conquistato durante la pandemia un vasto terreno sul quale è cresciuto a dismisura il radicamento degli interessi delle grandi multinazionali digitali, che non potranno essere ricacciati indietro da un giorno all’altro. Quali strumenti e quale visione abbiamo per combattere su questo terreno? Quali risposte sappiamo mettere in campo? L’atteggiamento migliore è opporsi frontalmente al lavoro a distanza o entrare nella logica della sua inevitabilità per ridefinire i termini della tutela dei diritti? Sono domande alla quali occorre rispondere evidentemente a partire da una analisi articolata dei cambiamenti intervenuti.

I rischi maggiori per il lavoro provengono dal green pass o dall’egemonia del Capitalismo digitale, che la pandemia non ha inventato ma ha ulteriormente accresciuto? E non è forse vero che questa egemonia raccoglie il suo frutto più pieno nel momento in cui sono proprio i lavoratori ad essere pronti a rinunciare a una parte del loro stipendio, alla socializzazione in ambiente di lavoro, ai diritti? Non sarebbe, forse, qualora venisse tradotto in atto in modo sistematico, stato raggiunto il risultato più compiuto dell’alienazione, se questa viene ricercata dai lavoratori stessi? Sono stato fortemente contrario alla schiaffo che il governo volle rifilare al personale scolastico, categoria vaccinata quasi al 90% prima della campanella di inizio anno scolastico, imponendo un obbligo vaccinale obliquo, dal momento che né il governo né le multinazionali farmaceutiche intendono farsi carico degli eventuali effetti gravi imprevisti. È alla scuola che il ceto politico si rivolge per raccogliere consenso spicciolo e, in questo caso, anzitutto per distogliere l’attenzione dal nulla assoluto fatto da governo e ministero in un anno e mezzo di pandemia per affrontare i problemi strutturali (trasporti pubblici locali, classi sovraffollate, ricerca di nuove aule e nuovi spazi), una cui soluzione anche parziale avrebbe al contempo rappresentato, guarda caso, anche un efficace fattore di contenimento del contagio.

Tuttavia, non credo che il green pass sia la linea del fronte. Oltretutto, e viepiù in assenza, in Italia, di un grande partito del Lavoro e dei lavoratori che sappia interpretare, aggregare ma anche quando necessario riorientare le istanze di malessere e di cambiamento, bisogna realisticamente prendere atto che concentrandosi troppo sul green pass si rischia in concreto una insostenibile coabitazione con le forze reazionarie che si sono messe alla guida della protesta. Credo, dunque, che su questo terreno si esca orrmai sicuramente perdenti.

Per concentrarsi sui nodi strutturali, bisogna guardare direttamente agli interessi che la pandemia ha promosso e rafforzato e che l’attuale governo Draghi compiutamente esprime. E pertanto, dopo la corale manifestazione antifascista, che solleva anch’essa un problema di coabitazione con chi ha con l’antifascismo un rapporto per ben che vada nominalistico (ma per meglio dire strumentale e conveniente, avendolo usato per rilanciarsi), occorre porsi il problema di essere concretamente ed efficacemente antagonisti al governo Draghi e agli interessi di cui esso è la diretta traduzione politica. Mi fermo qui perché mi sono già molto dilungato, ma è un ragionamento aperto che conto di proseguire.

Pier Paolo Caserta

Il metano sta bruciando il pianeta. di A. Angeli

Postato il

Il 12 dicembre 2015 si chiuse la Conferenza di Parigi, ( La XXI Conferenza delle Parti dell’UNFCCC, COP 21 o CMP 11) aperta il 30 novembre, con un accordo globale sulla riduzione dei cambiamenti climatici, il cui testo ottenne il consenso dei rappresentanti delle 195 parti partecipanti. L’accordo diventò  giuridicamente vincolante dopo la ratifica avvenuta a New York tra il 22 aprile 2016 al 21 aprile 2017, per essere  adottato dalle parti partecipanti all’interno dei propri sistemi giuridici (attraverso la ratifica, accettazione, approvazione o adesione), Nel novembre 2019 Donald Trump deliberò ufficialmente la procedura di uscita dagli accordi di Parigi. A Gasglow è in corso un durissimo confronto sul documento finale mentre fuori, per le strade e le piazze, i giovani di Fridays For future e di tanti altri movimenti manifestano la propria rabbia ricordando che il tempo per salvare il pianeta è già scaduto. I giovani, appunto. Sono loro la parte della verità e lo ha ricordato anche Obama, l’ex Presidente degli Stati Uniti, nel lungo intervento alla conferenza sul clima. E’ stato un fiume in piena: ha attaccato Trump e le sue politiche negazioniste sull’ambiente, bacchettato le grandi assenti Russia e Cina, ironizzato sul catering e ha citato Shakespeare., ma è scivolato su una caratteristica dei grandi, quando ha detto: “ che ora il mondo è pieno di Grete, volendo forse annullare il simbolo di questa lotta in cui sono impegnati migliaia di giovani, l’energia più importante di questa durissima lotta dal  cui successo dipende il loro futuro.

 Doppiamo allora chiederci se gli anni di devastanti siccità, inondazioni, ondate di calore e incendi dall’adozione dell’accordo sul clima di Parigi, non ci hanno insegnato qualcosa, ammettendo, ecco il limite di Obama, che abbiamo sottovalutato il ritmo del cambiamento climatico estremo e destabilizzante. Il mondo si è riscaldato di circa 1,1 gradi Celsius rispetto ai livelli preindustriali, in gran parte dal 1950 , e il ritmo continua. Ecco perché era così importante che più di 100 paesi si unissero  in una coalizione guidata dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea nel corso della COP26 per ridurre le emissioni globali del potente gas serra metano di almeno il 30% entro il 2030 .

Ma i delegati che si sono incontrati alla conferenza mondiale sul clima a Glasgow hanno dimostrato di pensare ad altro anziché alla sicurezza del pianeta, mentre avrebbero dovuto agire con più responsabilità, lucidità, immediatezza , fin dal giorno dopo la conclusione della Conferenza  per limitare l’aumento della temperatura a breve termine. Intanto, più nazioni avrebbero dovuto aderire al patto riguardante l’impiego del metano per ridurre drasticamente le emissioni di CO2 nell’atmosfera,  tra cui Cina, Russia e India, i primi tre grandi emettitori di metano al mondo, e l’Iran, il nono più grande. Gli Stati Uniti, che la scorsa settimana hanno presentato il proprio piano di riduzione delle emissioni  di metano, sono quarti, seguiti dal Brasile, che ha firmato l’accordo. Questo, ovviamente, riassume la  difficile sfida del cambiamento climatico: d’altro canto nessuno può sentirsi in salvo, questo perchè i confini non possono proteggere dall’impatto planetario dovuto al riscaldamento, quindi ogni paese deve unirsi alla lotta, specialmente i grandi inquinatori.

Per chi ha aderito al patto del metano, il loro impegno deve essere  misurato fin da subito e con costanza dandone concreta prova mediante azioni  all’altezza della gravità climatica, non con discorsi, se effettivamente da parte di questi Pesi si vuole  rallentare il riscaldamento prima che le conseguenze diventino catastrofiche. Questo fa parte di una strategia di mitigazione essenziale, insieme alla rapida eliminazione del carbone e dare priorità alla protezione delle foreste e procedere alla piantumazione dei 1000 miliardi di alberi per rallentare il cambiamento climatico.

L’altro elemento di tale strategia è la riduzione delle emissioni dei più perniciosi inquinanti climatici, quelli che, insieme al metano, sovraccaricano il riscaldamento a breve termine. A parte la geoingegneria del clima, questo è il modo più veloce per rallentare il riscaldamento globale.

Questi superinquinanti, come sono chiamiati, hanno il potenziale per capovolgere i sistemi naturali critici, accelerando lo scioglimento del ghiaccio marino artico riflettente e delle calotte glaciali in Antartide e Groenlandia e lo scioglimento del permafrost nelle regioni boreali del mondo. Quel disgelo sarà disastroso per il clima se finirà per liberare le grandi quantità di metano e altri gas serra all’interno del suolo ghiacciato.

Sappiamo, leggendo i risultato scientifici  delle misurazioni dell’aria intrappolata nel ghiaccio antartico, che la quantità di metano nell’aria ha raggiunto il livello più alto in almeno 800.000 anni. E poiché le emissioni di metano possono essere più di 80 volte più potenti nel riscaldare il pianeta in 20 anni rispetto all’anidride carbonica, i tagli al metano hanno un ruolo speciale nel limitare l’aumento della temperatura a breve termine. Particolarmente potenti sono anche altri due inquinanti climatici di breve durata: gli idrofluorocarburi, utilizzati principalmente nella refrigerazione e nel condizionamento dell’aria, e la fuliggine di carbonio nero, causata dalla combustione incompleta di combustibili fossili, legno e rifiuti organici, come gli scarti dei giardini e delle aziende agricole. Riduzioni di questi inquinanti sono possibili con la tecnologia esistente e potrebbero limitare ulteriormente l’aumento della temperatura nei prossimi due decenni , evitando un riscaldamento tre volte superiore entro il 2050 rispetto alle strategie mirate al solo biossido di carbonio.

Nel 2016, con l’accodo di Parigi, 197 paesi hanno deciso di ridurre l’uso di idrofluorocarburi di oltre l’80% nei prossimi 30 anni, con la possibilità di evitare quasi mezzo grado Celsius di riscaldamento entro la fine del secolo. Questi paesi devono accelerare tale programma e fornire ulteriore sostegno finanziario per aiutare alcuni paesi a basso reddito a conformarsi.

Dalle ricerche condotte in alcuni Paesi  in cui sono state adottate norme sull’aria pulita, è risultato che le stesse  servite a ridurre  le emissioni di carbonio da fuliggine nera del 90% dagli anni ’60. Questo può essere replicato altrove. In particolare, il mondo deve concentrarsi sulle emissioni di carbonio nero dalla produzione di petrolio e gas nell’Artico. Queste particelle oscurano la neve e il ghiaccio, riducendo il riflesso della radiazione solare in una regione che si sta riscaldando a un ritmo tre volte superiore a quello globale, con il potenziale di influenzare i modelli meteorologici globali. La riduzione di queste emissioni dovrebbe essere una priorità globale. In breve, abbiamo bisogno di una strategia globale combinata di tagli profondi alle emissioni di anidride carbonica riducendo le emissioni di metano e di altri superinquinanti. Altrimenti, sarà difficile raggiungere l’obiettivo di limitare gli aumenti di temperatura a breve termine e il potenziale di riscaldamento incontrollato. Questo dovrebbe essere uno sforzo a tutto campo da parte di tutti i paesi a sostegno della giusta lotta dei giovani ai quali è obbligatorio dare loro una speranza per il futuro.

Alberto Angeli

Reddito di cittadinanza e chiacchiere stupide. di J. Nannini

Postato il

Il reddito di cittadinanza avrà numerosi difetti nella formulazione legislativa e nella sua materiale applicazione amministrativa, ma il tono e i presupposti con cui lo si attacca alla radice non devono far parte della cultura di nessuno che si definisce socialista , democratico, di centro-sinistra…

Una democrazia compiuta non ha soltanto il compito di garantire il lavoro, le cui condizioni storiche sono mutate ( e chi lo nega non ha idea del Paese in cui vive), ma ha il dovere di evitare che che ogni essere umano, occupato disoccupato o inoccupabile, viva nella povertà e nella miseria.

Proposte di “mettere a lavorare chi prende i soldi e sta sto divano ” e tutta quella retorica cancerogena che ha attaccato anche una parte di sinistra parte da un latente sentimento : coltivare i sensi di colpa di chi è in difficoltà .

Per ogni “furbetto” che ruba il RDC ci sono 1000 famiglie che mettono il piatto in tavola e questo è un fallimento dell’apparato amministrativo, non dei percettori .

Infine un’ultima cosa , la più evidente e fastidiosa. Una riposta a chi si chiede se è giusto che un percettore di reddito di cittadinanza prenda solo 200 euro in meno ad un lavoratore che si rompe le ossa : ciò che è ingiusto non è prendere un sussidio senza far niente, ma che in questo Paese si lavori come bestie per 1000 euro al mese e senza tutele, con salari bloccati da 30 anni e un impoverimento disumano della classe lavoratrice e delle nuove generazioni

Alziamo i salari che sono da fame , non coltiviamo i sensi di colpa in un Paese sempre più povero in cui ogni minima forma di proprietà e benessere per chi è in difficoltà viene travolta da reazionarie pretese di economisti fasulli.

A sinistra , tra i socialisti e i democratici, abbiamo il dovere di combattere la povertà e alcune forme di ricchezza ingiusta, non il benessere di chi lavora e di chi è affamato .

Jacopo Nannini

Berlusconi al Quirinale. di M. Gambino

Postato il

Moltissimi anni fa, quando ero ancora giovane e ingenuamente convinto che svelare verità sui potenti servisse a qualcosa, scrissi insieme a Claudio Fracassi un libro che raccontava la vera storia della straordinaria cavalcata di Silvio Berlusconi, da figlio di un impiegato di banca a padrone del Paese. Lui ci querelò, noi portammo in tribunale i documenti che avevamo utilizzato per scrivere, i suoi avvocati li lessero e decisero che era meglio chiudere la faccenda. Dopo innumerevoli rinvii causati dalla mole dei suoi impegni, Silvio Berlusconi apparve in aula col suo codazzo di miracolati, si sperticò in lodi per i miei avvocati, fece il piacione con la cancelliera e poi lesse una lettera con cui ci dava atto di aver correttamente esercitato il nostro mestiere.

Nel libro scrivevamo che l’uomo più potente della nazione aveva investito denari mafiosi, pagava il pizzo ai clan, aveva un braccio destro che dava del tu ai boss, aveva ricevuto finanziamenti dalla P2, faceva scrivere leggi a suo uso e consumo da politici prezzolati e via discorrendo.

In qualunque altro grande Paese occidentale, in base alle leggi non scritte dell’etica, dell’onore personale e del gioco democratico, Berlusconi avrebbe dovuto dimettersi un attimo dopo aver riconosciuto che non eravamo due pericolosi diffamatori ma due onesti giornalisti. Noi però eravamo in Italia.

Questa vecchia storia mi è tornata in mente perché si è ripetuta quasi uguale pochi giorni fa: la Cassazione ha definitivamente assolto altri due biografi di Berlusconi, il magistrato Luca Tescaroli e il giornalista Ferruccio Pinotti, dall’accusa di aver diffamato il cavaliere e la Fininvest. Nel loro libro, avevano scritto che a partire dal 1974, e per molti anni, le aziende del cavaliere avevano pagato una specie di contributo volontario periodico di 200 milioni di lire, prima a Bontade e poi a Riina.

Come nel caso della nostra assoluzione, la notizia è passata quasi sotto silenzio. Ancora una volta il fatto che l’uomo più potente d’Italia abbia intrattenuto rapporti di ottimo vicinato con gli assassini di Falcone e Borsellino non interessa allo stesso popolo che ogni anno si commuove, o immagina di farlo, agli anniversari di Falcone e Borsellino.

Pasolini sbagliava nel dire che l’Italia è un Paese senza memoria: al contrario, la maggioranza del Paese ha una memoria antica, strisciante e sorda; si specchia e si riconosce in chiunque incarni l’uomo di Macchiavelli, meglio ancora se nella simpatica versione portata al cinema da Alberto Sordi; il nostro eroe non è chi rispetta le leggi o le fa osservare, ma chi le elude o le infrange, a patto che non si faccia beccare. Stiamo con i disonesti, purché siano anche furbi. Se poi sono anche simpatici, come Berlusconi, è un trionfo. Per questo abbiamo avuto per sette volte come presidente del Consiglio uno che brigava con la mafia e per questo, tutto sommato, Berlusconi al Quirinale rappresenterebbe plasticamente il Paese che siamo.

Michele Gambino

Fascisti sulla Terra. di G. Polo

Postato il

Sono partiti in duemila da piazza del Popolo a Corso d’Italia. Camminando con calma, in corteo, alla testa Roberto Fiore e Giuliano Castellino, i capi di Forza Nuova. Fascisti pregiudicati. Nessuno li ha fermati. In mezz’ora sono arrivati alla sede nazionale della Cgil – passando accanto a un paio di blindati delle forze dell’ordine – hanno sfondato le porte del sindacato, iniziando a rompere tutto. Un manipolo di carabinieri li guardava, lasciando fare. Coerenti con il motto del “noi tireremo dritto” hanno imboccato il corridoio di fronte all’ingresso, sono entrati nelle stanze dei redattori della casa editrice sindacale e hanno fatto l’unica cosa che sanno fare e che hanno sempre fatto, cent’anni fa come oggi: sfasciare ogni cosa, computer e scaffali, libri e quadri, scrivanie e sedie, trasformando il lavoro in macerie. Dalla Questura, nessuna reazione. Qualcuno è salito al quarto piano, voleva bruciare la porta dell’ufficio di Maurizio Landini. Un poliziotto infiltrato tra loro li ha convinti a lasciar perdere. Dopo quaranta minuti sono usciti, imboccando la strada per Palazzo Chigi con l’intenzione di farne una romana Capitol Hill. Lì sono stati fermati. A fatica, con i Palazzi del potere sotto assedio. Dicono che il centro della città era troppo intasato per permettere alla polizia d’intervenire rapidamente. Loro, invece, si sono mossi senza problemi. E nemmeno correndo, per ore. Forse Salvini qualche eredità al Viminale l’ha lasciata. Gridavano “libertà, libertà”, ed erano migliaia. I fascisti in testa, gli altri dietro. Gli “altri” chi? “Noi siamo il popolo”, scandivano. E certamente un pezzo di popolo sono. Quello che concepisce la libertà come una proprietà personale, di cui non deve rispondere a nessuno; soprattutto, di chi non la coniuga con la responsabilità, con il dovere di vivere insieme agli altri: “mi faccio gli affari miei”, nessuna interferenza. Egoismo assoluto. Radicato nella storia italiana dei sudditi mai cittadini, stimolato dal plebiscitarismo, eccitato dal sospetto per tutto ciò che è estraneo o che turba la “comunità degli atomi solitari”, un forestiero come un vaccino. La natura profonda della destra. In “basso” è la paura di perdersi negli altri cui si reagisce cercando di spaventare tutti gli altri. In “alto” è la demagogia populista o lo squadrismo fascista che trovano consenso e rappresentanza. In “mezzo” il lavoro come luogo dello scontro, perché è lì che si definisce la cittadinanza, anche dei tanti lavoratori che non si vogliono vaccinare.Ed è su questo che ci si batte, su questo si gioca la Costituzione, materiale e formale. Non un retorico dibattito sui “nostalgici”: la discrimine non è essere figli o meno del Ventennio, il punto di demarcazione è il fascismo di oggi. Quello in idee e azioni, in carne e ossa.

Gabriele Polo

pubblicato su Ytali.com

Riflessioni sul voto. di A. Benzoni

Postato il

In Francia, alle regionali della scorsa primavera, ha votato il 33% degli elettori. Lì, il disfacimento del sistema dei partiti e, in particolare, lo spappolamento dello schieramento di sinistra, è giunto ai suoi livelli più estremi. Alle presidenziali, invece, la partecipazione sarà intorno all’80%. Lì la personalizzazione della politica, con il Prescelto che fa e disfa e “decide tutto lui” è giunta ai suoi livelli più estremi.

In Germania, alle ultime politiche, ha votato il 77%. Più o meno come cinque anni fa. Lì le istituzioni, partiti compresi, funzionano; così come funzionano in molti altri paesi d’Europa occidentale con un tasso abbastanza simile di partecipazione elettorale. E lì, per inciso, esistono i partiti socialdemocratici, dati da tutti per morti.

In Italia, alle politiche di tre anni fa, ci fu una partecipazione del 70/75%%; il 55/60% di quel voto dato a tre formazioni populiste e variamente antisistema, i 5S, la Lega di Salvini e Fd’I. Oggi, siamo scesi, su di un campione più ristretto, al 55% di cui questi tre partiti rappresentano tra il 30 e il 40%.

Questo per corroborare con qualche dato, quello che dovrebbe essere politicamente evidente a un primo esame. E cioè che il calo della partecipazione è dovuto, essenzialmente, alla trasformazione del voto di protesta in non voto. Liberi voi di valutare se questo sia un fatto positivo oppure no.

Ciò detto l’elettorato si è spaccato a metà e sulla base di criteri, diciamo così, utilitaristici. Chi si attendeva qualcosa dal “sistema” (aggiungendo, nel caso fosse ancora necessario dirlo, che in questa attesa non c’era nulla di ideologico) ha votato; chi non s’attendeva nulla, si è astenuto. Salvo a ricredersi (non si tratta di un abbandono definitivo a differenza di quello che accade negli Stati uniti) in presenza di una offerta nuova e più appetibile.

Il passaggio all’astensione, così come l’orientamento di quelli che hanno votato, riflette peraltro un mutamento radicale della psicologia collettiva.

In primo luogo, si sono smorzate le indignazioni, le paure e, con esse, le pulsioni eversive, con la relativa carica di odio. A tutto danno di un centro-destra che aveva continuato ad alimentarle giocando quasi tutte le sue carte sul fallimento delle politiche sanitarie ed economiche dei governi; per essere regolarmente smentito dai fatti. Dimenticandosi, per inciso, che quello che era in grado di ferire Giuseppi sarebbe regolarmente rimbalzato sulla corazza di Draghi.

A prevalere, calata la grande febbre, la richiesta di tutela e di protezione; e, ad accoglierla, papà Pd, da sempre attrezzato alla bisogna.

A favorire la sua indiscutibile vittoria, altri due elementi: il crollo del “fattore identità”; e, accanto ad esso, la presenza ormai costante di sistemi elettorali che esaltano il ruolo dell’individuo rispetto alla collettività e, nel contempo spingono, addirittura sin dal primo turno (come in questo caso), a premiare il “voto utile” rispetto a quello di opinione e, in particolare, a quello di appartenenza.

A passare all’incasso, appunto, il Pd di Letta. Che, da una parte, fa il vuoto accanto a sé cannibalizzando completamente le forze alla sua sinistra, ridotte ad una subalternità senza principi o rinchiuse in un identitarismo delirante; e, dall’altra, incassa il voto utile; in nome, peraltro, del “meno peggio” e senza sforzarsi più di tanto per diventare migliore.

I successi senza fatica hanno, peraltro, una controindicazione grave: la tendenza all’autocompiacimento; la rinuncia a pensare; l’istintiva autocensura nei confronti di qualsiasi iniziativa sgradita ad un “sistema” di cui si adottano, magari inconsciamente, tutti i tabù.

Carenze ritenute irrilevanti in un contesto di apparente unanimismo sulle questioni fondamentali (e, in questo senso, perfettamente rappresentato dalla figura di Draghi); ma che diverranno fatale elemento di debolezza quando si tratterà di decidere chi deve pagare i costi della crisi e della fuoruscita dalla medesima. E, nel contempo, stabilire se le esigenze della collettività su questioni vitali come l’ambiente o il lavoro debbano, o no, fare premio su quelle di “lorsignori”, leggi del potere costituito.

A quel punto i casi saranno due: o saremo in presenza di un grande movimento di popolo e di cittadini che risveglierà il Pd dal suo sonno beato e assisteremo alla nascita di un grande partito socialdemocratico; o la disfatta della sinistra e, con essa, della democrazia ci sarà. E sarà definitiva.

Alberto Benzoni

Il caos regna a Berlino e getta sull’Europa un’ombra cupa. di A. Angeli

Postato il

II giorno dopo il voto i display che riproducono i risultati illuminano una Berlino che si appresta a salutare i 16 anni di potere della Merkel. Non domani, poiché il risultato del voto proietta sulla società politica Tedesca una situazione caotica, di difficile composizione fino a indurre a pensare che prima di dicembre non sarà possibile formare un governo. Infatti, nessun partito ha superato il 26% dei voti e il divario tra i due maggiori partiti premiati dal voto, SPD e CDU/CSU risulta minimo, pochi decimali. Le altre forze politiche, i verdi (GRUNE) e i liberali (FDP) seguono con risultati appaganti ma non corrispondenti alle attese, più lontani quelli di Die Linke. Nel frattempo, la Merkel continuerà a governare. Insomma, un risultato che ha sorpreso e rimescolato i pronostici di molti osservatori. Fin dall’inizio della campagna i verdi e l’unione cristiano-democratica sono stati i favoriti, rivelandosi nel corso della campagna una valutazione sbagliata, poiché i candidati dei due partiti non sono riusciti a convincere gli elettori di essere degni della fiducia richiesta agli elettori. Invero, anche il Partito socialdemocratico, guidato da Olaf Scholz, ha tradito le aspettative che via via sono andate crescendo fino ad aumentare la stima dell’elettorato. Con il risultato del voto è svanito anche questo obiettivo.

Un successo della SpD poteva rappresentare un ottimo risultato sia per i Tedeschi sia per l’Europa. La Germania si trova ora di fronte a una serie di sfide urgenti, crescenti disuguaglianze, infrastrutture fatiscenti e cambiamenti climatici distruttivi. Per questo le elezioni rappresentavano quindi un’opportunità per il paese di tracciare un corso migliore e più equo per il 21° secolo. Invece, il risultato consegna al presente una Germania bloccata, nonostante il lavoro pragmatico della Merkel: attenta, cauta, avversa a grandi cambiamenti , e purtuttavia non pienamente rispondente al compito di guidare un grane Paese con una rilevante responsabilità nell’ordine mondiale del 21° secolo. Eppure, non sono mancate nei candidati alla cancelleria plateali recite di avvicinamento al metodo Merkel, rivelatesi mimesi contraffatte e per niente riconducibili alla serietà del metodo e del prestigio dell’esempio che si stava copiando. Annalena Baerbock, la leader dei Verdi, ha cercato di coltivare un’immagine di rigore e competenza, imitando la Merkel. Incolpata di uno scandalo di plagio, e forse ritenuta dagli elettori senza esperienza di governo, presto ha perso l’appeal e il suo primo vantaggio nella campagna ed è finita portando il suo partito a solo il 14% dei voti. Anche Armin Laschet, successore della Merkel alla guida della Democrazia Cristiana, ha tentato di rappresentare un’aura di competenza ed efficienza. Ma lo sforzo è stato minato da una campagna irregolare e disseminata di errori, incapsulata dalle sue battute sorde durante una visita alle vittime delle inondazioni in estate. Nel condurre il partito al 24 per cento, ha presieduto a una performance storicamente scadente. Tuttavia, cercherà ancora di mettere insieme una coalizione. Poi c’è Scholz. Pur candidato per il Partito socialdemocratico, ha fatto ogni sforzo per associarsi al metodo Merkel, proponendosi, piuttosto che con Laschet, come vera opzione di continuità. Come vice cancelliere e ministro delle finanze nell’amministrazione della signora Merkel, la manovra è stata facile: ha persino adottato il gesto della mano del “triangolo del potere” tipico della signora Merkel. Ha funzionato, fino a un certo punto. Ma il quasi 26 per cento conquistao dal suo partito non è sufficiente per assicurare a Scholz la carica di cancelliere.

A prima vista la convergenza tra i candidati, aspiranti alla Cancelleria, rende il quadro politico difficile . Dopo 16 anni di governo della signora Merkel, il paese si è stabilizzato in uno status quo apparentemente incrollabile: ma economicamente, socialmente ed ecologicamente, c’è molto da cambiare. L’economica Tedesca è fatta di esportazione orientata al commercio internazionale e può vantare con un consistente settore manifatturiero. La Germania premia soprattutto la stabilità monetaria. Tutto ciò che potrebbe influenzare la competitività internazionale del Paese è escluso in via pregiudiziale e stragiudiziale. Inoltre, il freno all’indebitamento, una legge cementata nella costituzione nel 2009 che vieta i deficit di bilancio, pone un duro limite a ciò che è possibile: ci sarà poco spazio per un programma di investimenti finanziato dal debito o per grandi spese infrastrutturali. In questo contesto, nessuna ristrutturazione fondamentale dell’economia sembra fattibile. Apparentemente, l’economia ha successo. Ma i guadagni economici non sono stati ampiamente condivisi e equamente distribuiti, tanto che la disuguaglianza della ricchezza è aumentata – l’1% più ricco possiede quasi un quarto di tutta la ricchezza – e la Germania ha uno dei più grandi settori a basso salario tra le nazioni nell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico. Circa un lavoratore su cinque, quasi otto milioni di persone, guadagna meno di 11,40 euro, per ogni ora di lavoro. Il malcontento sociale, di conseguenza, è in aumento. C’è stato un notevole rinnovamento degli scioperi negli ultimi 10 anni e il termine “società di classe”, precedentemente bandito, è tornato nel dibattito pubblico. La rabbia più amorfa, che trova espressione a sostegno dell’estrema destra Alternativa per la Germania e delle teorie del complotto anti-vaccinazione, si è diffusa nella società. Ci vorrebbero cambiamenti profondi per affrontare alle radici le difficoltà in cui si trova oggi la Germania. In più, se indirizziamo la nostra attenzione ai risultati del voto e agli uomini chiamati a governare questi passaggi, nessuno dei maggiori partiti sembra in grado di assumersi l’incarico.

Anche sul fronte della lotta alla crisi climatica è improbabile un approccio ambizioso per quanto riguarda una politica di transizione climatica. Prescindendo dalle difficoltà a mettere insieme una coalizione e scontata una improbabile intesa per una colazione nella quale comunque i verdi saranno sicuramente presenti e quindi anche il loro impegno a “rendere possibile l’impossibile”, la presenza dei Liberal Democratici – un partito di liberali classici e imprenditori per i quali il mercato e le nuove tecnologie dovrebbero risolvere la crisi climatica, non lo Stato – metterà un forte freno a una politica di svolta nella lotta alla crisi climatica. Ma superato eventualmente questo scalino delle difficoltà sullo sfondo permangono molteplici crisi e scalini da salire. La pandemia continua a mettere a dura prova il Paese, la NATO ha subito una storica sconfitta in Afghanistan e le inondazioni di quest’estate prodotte dai cambiamenti climatici hanno devastato vaste aree di quel Paese causando quasi 200 vittime. Sullo sfondo poi pesano i temi della politica internazionale: dai rapporti difficili con gli USA, specie dopo l’Afghanistan, la costruzione di una forza militare tutta europea come risposta a questa crisi, dal gasdotto Russo ai problemi dell’Africa e dei migranti, senza ignorare i difficili e controversi rapporti con la Turchia. Individualmente, ogni problema ha un risvolto significativo. Presi insieme, equivalgono a un grande e complesso mondo su cui la Germania esercita una sua influenza e svolge un suo ruolo di potenza. Poi c’è il momento europeo, dove è attesa e richiesta una leadership decisa, audacie e innovativa. Tutto il resto è un’attesa, una speranza. Una scommessa.

Alberto Angeli

Rimozione del conflitto, nascita della favoletta. di P. P. Caserta

Postato il

Il racconto delle sorti progressive dell’uguaglianza, in mancanza di una di una visione conflittualistica della società, la marcia inarrestabile dell’uguaglianza verso un mondo migliore in mancanza di una impostazione materialistica è una favoletta conveniente alle élite e purtroppo rilanciata dai subalterni con un fiume straripante di retorica. Il ritornello è noto ed è sempre lo stesso: sta a ciascuno di noi, il problema è culturale, la colpa è degli ignoranti retrogradi, di coloro i quali non vogliono accettare che tutti siamo uguali ecc. Ovviamente un discorso così altamente retorico (che io credo sinceramente porti voti a Salvini e Meloni) non può che alimentarsi di una quantità enorme di approssimazioni, come sempre quando si ripete senza pensare più, si veda l’uso stereotipato negativo della categoria di Medioevo nel discorso pubblico quando si parla di certi temi. Laddove la natura fondamentale dei problemi è economica e di classe, si profonde uno sforzo immane per traslarla interamente sul piano individuale e culturale. Cambiamo la cultura e saremo finalmente tutti uguali. Rimosso il conflitto, nasce la favoletta.

Ora, io ho sempre detto che da sinistra non si dovrebbero mai giocare i diritti civili contro i diritti sociali, né viceversa, che entrambi sono importanti e vanno difesi con pervicacia; aggiungendo anche che il solo orizzonte nel quale diritti sociali e diritti civili si difendono insieme è il Socialismo. La biografia di Bernie Sanders rappresenta un ottimo esempio di questo. Sanders si è sempre speso con lo stesso impegno su entrambi i fronti. Allo stesso tempo, è innegabile che i diritti sociali siano la base imprescindibile per un progetto socialista.

Pillon e Fedez, al centro della scena mediatica, in un qualunque confronto minimamente serio non andrebbero nemmeno menzionati. Sono soltanto due astuzie della ragione; e, in effetti, la polarizzazione del (non)dibattito pubblico sul ddl Zan serve ad annientare ogni possibilità di un serio confronto, nel quale, per esempio, essere a favore ma con alcune riserve non è semplicemente ammesso: si è immediatamente ridotti a macchietta, a un omofobo con la clava, a un mini-Pillon. Il concetto, del quale i Pillon e i Fedez sono strumenti (anche al di là delle loro intenzioni, come ho detto sopra, visto il livello) è che i diritti civili devono essere presentati come una specie di crociata in tono minore, una lotta del bene contro il male dalla quale dipende, sola, il cammino verso l’uguaglianza, facendo completamente svanire i diritti sociali, la questione sociale. La natura economica e di classe dei problemi non deve mai essere veramente sollevata. Al limite sono consentite versioni soft. Se non fosse così, esisterebbero le condizioni per un dibattito e un confronto seri, nel quale i Pillon e i Fedez non sarebbero certamente i “protagonisti”, i terminali delle due posizioni in campo. Ma, si sa, la pseudo-sinistra, o meglio la sinistra di sistema, ha ormai una incrollabile fedez nel Capitalismo, mentre le anime belle progressiste hanno un disperato bisogno del loro pillon di turno per sentirsi migliori con poco. Per loro, se Pillon non esistesse bisognerebbe inventarlo. Una manna dal cielo per il marketing politico del PD, in ogni stagione partito delle classi dominanti. L’importante è che tutto si muova dentro ai binari del pensiero unico, che si alimenta di false dicotomie e in primo luogo di questa: l’impeto arcaico e identitario che continua a negare diritti, da una parte; e la concessione dell’illimitata estensione delle libertà personali, ma per portare ancora più in profondità la deriva mercantilistica e la mercificazione dell’uomo, dall’altra. Queste sono, invece, due posizioni da respingere entrambe nettamente. Uscendo dall’illusione di questa gabbia binaria. Ripartendo dal conflitto.

Pier Paolo Caserta

È iniziata l’offensiva contro il welfare sanitario universalistico? di P. P. Caserta

Postato il Aggiornato il

Un senatore di Forza Italia ha proposto, in caso di obbligo vaccinale contro il covid, di escludere i non vaccinati dalle cure del SSN. Una boutade senza conseguenze? Non ne sarei sicuro.

Del resto la caccia alle streghe è ufficialmente iniziata e ora si può cavalcare il vento. La guerra tra vaccinati e non vaccinati serve a preparare il terreno proprio per questa roba qui, a far passare l’attacco al welfare sanitario universalistico dopo aver aizzato le folle contro i non vaccinati. Lo si era fin troppo facilmente previsto, scrivendolo anche qui. Avanti così ed è chiarissimo dove sto: dalla parte della difesa del welfare universalistico contro ogni eventuale offensiva condotta con il pretesto della pandemia.

I “no-vax” sono utili a dirottare l’attenzione non una volta ma ben due: a ritroso, dai pluridecennali tagli alla sanità pubblica che hanno accresciuto l’impatto e la letalità della pandemia; e in avanti, per giustificare la prosecuzione e anzi l’inasprimento delle stesse ricette. Ovviamente, nel più breve termine, è già pronto il capro espiatorio per il prossimo lockdown: la colpa non sarà di quello che non si è fatto per affrontare i nodi strutturali (si veda il caso della scuola: classi sovraffollate, ricerca di spazi e di aule, trasporti), ma dei non vaccinati bollati con lo stigma del no-vax.

Dopo decenni di tagli alla sanità pubblica è iniziata l’offensiva contro il welfare sanitario universalistico?

Pier Paolo Caserta