Ultimi Aggiornamenti degli Eventi

Torre Maura: la barbarie e la vergogna. di A. Benzoni

Postato il

Alberto Benzoni

A Torre Maura è stato superato il limite che separa la civiltà dalla barbarie. A Torre Maura pochi delinquenti (fascisti in quanto delinquenti e non viceversa) hanno, calpestato, sotto gli occhi di qualche decina di persone, panini destinati ai rom alloggiati (?!) lì vicino; limitandosi, bontà loro, il giorno dopo, a impedirne la distribuzione.

Chi calpesta il pane, a parere mio, è una bestia. Una bestia che, se la fa franca, sarà disposta domani a fare qualsiasi altra cosa. Da che mondo è mondo le cose sono sempre andate così: varchi una soglia, violi le regole della normale convivenza tra gli uomini e i popoli, ti guardi intorno, vedi che nessuno reagisce e vai oltre e oltre e oltre.

E qui, nessuno ha reagito. Non la popolazione di Torre Maura che probabilmente sarebbe stata in maggioranza dalla parte di Simone. Non il comune e i partiti che avrebbero coinvolgerla e farvi appello misurandosi, come sarebbe stato giusto fare, anche con i suoi problemi, ivi compresi quelli legati agli insediamenti rom. Con il risultato grottesco di trasformare un ragazzo di puro e semplice buon senso umano in un’icona. In tempi normali sarebbero stati presenti tutti, comune, sindacati, partiti: per chiarire, discutere, individuare soluzioni, isolando così, agli occhi degli stessi cittadini i delinquenti e i seminatori d’odio.

E invece no. Nulla di tutto questo.

Una giunta e una sindaca dall’incapacità patetica. Fieramente antifascisti nei giorni pari; complice delle loro “buone ragioni” nel vorticoso sballottamento dei rom da una parte all’altra della città nella vana attesa di qualcuno che sia disposto ad accoglierli.

Una sinistra totalmente rinunciataria: idealmente, culturalmente, politicamente. Nei suoi schemini non ci sono i barbari e quelli che, qualsiasi opinione abbiano sui rom o, più esattamente, sui loro insediamenti, barbari non sono e che vanno chiamati a raccolta in una grande manifestazione cittadina; ci sono i fascisti e gli antifascisti. E allora ecco la manifestazione antifascista: Anpi, Cgil e associazioni varie. Perché solo loro? “Perché quelli sono la società civile e noi siamo i partiti”. No comment.

Ci hanno spiegato, che con l’Anpi e la Cgil “c’era più gente”. E quindi la sinistra unita ha battuto per uno a zero Forza Nuova e Casa Pound. Grande risultato; che però ci si dice, non è detto che si verifichi altrove.

E poi, i “dibattiti” e le dichiarazioni ve li raccomando. Partono tutti dalla convinzione, mai però formalmente esplicitata, che la “partita delle periferie” sia persa. A vantaggio della destra e degli inquinatori dei pozzi. Dividendosi però poi tra quanti inveiscono, più o meno apertamente contro i nuovi barbari e i loro seguaci e quanti si battono il petto per aver perso (verrebbe da chiedere “come mai”?; ma è meglio non disturbare i sofferenti…) il rapporto con il popolo.

Eppure la battaglia contro la barbarie che avanza non è persa. E, come sempre accade quando un limite è superato ci saranno quelli che la riprenderanno in mano. Così è sempre successo nella storia; in questo senso, questa denuncia va letta come un piccolo appello.

Alberto Benzoni

Annunci

Maggior welfare per le famiglie. di M. Chiumarulo

Postato il

marco chiomarulo

Domenica 31 marzo 2019 si sono conclusi i lavori del Congresso Mondiale delle Famiglie. Al di là delle polemiche che sono state suscitate dai temi in discussione, ci sono due pericolosi messaggi che sono stati lanciati da quel palco: in primo luogo è stato detto che la crisi attuale delle famiglie è scaturita dalla posizione della donna all’interno della società e della famiglia stessa; in secondo luogo si è ribadito che l’unica tipologia possibile di famiglia è quella “naturale”.

Per quanto riguarda la seconda affermazione ritengo che non esista una sola tipologia di famiglia, in quanto, secondo me, la definizione di famiglia è soggettiva perché connaturata a chi ritiene di farne parte e, soprattutto, appartiene alla sfera personale ed emotiva di ognuno di noi. Inoltre, penso che la definizione di famiglia data dall’articolo 29 della costituzione (“La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio.”) sia da considerarsi superata e che debba essere oggetto di revisione costituzione affinché diventi attuale e coerente con le leggi che riconosco maggiori diritti alle unioni civili (Legge c.d. Cirinnà). Soprattutto, penso che riconoscere i diritti alle famiglie arcobaleno non tolga nulla alla cosiddetta “famiglia tradizionale”.

L’argomento che cercherò di trattare in questo articolo, invece, riguarda la prima affermazione di cui sopra, e cioè che la “famiglia tradizionale” e la natalità siano messe in crisi dalla posizione della donna nella società e soprattutto nella famiglia. Questa affermazione oltre che esser falsa è soprattutto utile a nascondere i veri motivi della crisi: cioè, la diminuzione delle risorse necessarie a garantire il welfare familiare; la mancanza di stabilità,  di opportunità e di uguaglianza del lavoro femminile rispetto a quello maschile. Tali motivi, oltre ad essere la realtà dei fatti, sono stati dimostrati dai numeri e dalle statistiche che descrivono la nostra società e che proverò mostrarvi.

I numeri alla mano

1) Posti disponibili negli asili nido 

Stando ai dati Istat dell’ultima rilevazione relativa all’anno scolastico 2016/2017, le strutture pubbliche e private presenti sul territorio italiano sono in grado di accogliere solo il 24% (cioè 1 bambino su 4) dei bambini sotto i tre anni, inoltre, questo dato è ben lontano dall’obiettivo europeo, che chiede ai Paesi membri che nei nidi ci sia spazio almeno per un terzo della popolazione di riferimento.

Lo studio ci dice anche che a parità di popolazione, nelle regioni del Nord ci sono più posti disponibili negli asili. Valga, su tutti, il confronto tra le province di Milano e Napoli. Nella prima i residenti under 2 al 1 gennaio 2016 erano 83mila, contro i poco meno di 87mila della seconda. Eppure nel capoluogo lombardo i posti disponibili negli asili erano 15mila, contro gli appena 2mila del capoluogo campano. Altri esempi sono i seguenti: la provincia di Roma, ad esempio, è capace di accogliere negli asili nido del territorio poco meno del 20% dei bambini di età inferiore ai due anni. In generale, il record positivo spetta a Gorizia, che ha spazio per il 29,7% dei bambini. Mentre la prestazione peggiore si registra a Caserta, dove i nidi garantiscono un posto ad appena lo 0,3% della popolazione di età inferiore ai 2 anni.

Per quanto riguarda, invece il costo scaricato sulle famiglie, lo studio ci dice che in generale le maggiori percentuali di costi scaricati sulle famiglie si registrano nei territori nei quali è anche più alta l’offerta di posti disponibili. Mentre in quelle province in cui l’offerta è minore è anche più bassa la somma a carico delle famiglie.

2) Spesa mensile delle famiglie per la sanità

Secondo le recenti elaborazioni su dati Istat presenti nel Rapporto OASI 2018, una famiglia con un reddito basso in Italia spende in media ogni mese per la propria salute un decimo di quanto spende una famiglia appartenente al gruppo di reddito maggiore: 25 euro contro 254 euro, fra medicinali, cure dentistiche, dispositivi biomedicali e assistenza. I dati, quindi, ci dicono che più cresce il reddito delle famiglie meno queste spendono in proporzione per i medicinali.

Inoltre, la metà delle famiglie appartenenti al primo gruppo risiede nelle regioni del Sud, quasi un componente su cinque è disoccupato e tre su quattro non hanno un diploma.

3) La forza lavoro a livello familiare

Con buona pace delle lotte per l’emancipazione femminile, i numeri Istat relativi alle rilevazioni delle forze di lavoro a livello familiare per il 2016, ci raccontano che in Italia sono ancora le donne ad occuparsi dei figli, e se in una coppia c’è qualcuno che deve lasciare il lavoro per prendersi cura dei bambini, tocca più spesso a lei che a lui.

Il primo dato che permette di comprendere come stiano le cose è quello legato al tasso di disoccupazione, suddiviso per genere, all’interno delle coppie con figli: il tasso di disoccupazione femminile è decisamente superiore a quello maschile nelle coppie tra i 25 ed i 34 anni con figli, e certamente su questi numeri incide anche il dato relativo alla disoccupazione giovanile.

Il secondo dato, invece, è quello relativo alla tipologia di occupazione: più della metà delle coppie tra i 25 ed i 34 anni in cui l’uomo ha un lavoro ha tempo pieno e non ci sono figli vedono anche la donna pienamente occupata. Se però c’è almeno un bambino, la percentuale scende ad una su quattro. Mentre poco meno del 47% delle coppie con figli in cui il papà lavora vedono la mamma uscire dal mercato del lavoro. Molto probabilmente per prendersi cura del piccolo.

4) Il Gender pay Gap

L’OCSE  ha pubblicato i dati più recenti intorno al problema del Gender wage Gap, la differenza salariale fra uomini e donne. L’Italia si è collocata in una posizione apparentemente buona, con un gap nella retribuzione oraria del 5,6%. Ma limitarsi a sintetizzare una situazione così articolata con un unico numero è uno sguardo parziale.

Questo 5,6% medio non descrive affatto la situazione che vive la maggior parte delle donne: anzitutto, il dato OCSE riguarda solamente i lavoratori full time, mentre sappiamo che quattro donne su dieci oggi lavorano part-time (dato Istat). In secondo luogo misurare il gender pay gap unicamente sulla retribuzione oraria è una visione parziale del problema, che non considera appunto la disoccupazione femminile, part-time incluso, e le differenze fra settore pubblico e privato.

Conclusioni

Di questi argomenti naturalmente nel Congresso non si è parlato, invece è proprio cercando di risolvere questi problemi e di colmare queste lacune che si riesce a fermare la crisi che le famiglie stanno vivendo.

Bisogna perciò aumentare le risorse nel welfare a disposizione delle famiglie e soprattutto c’è la necessità di riformare la normativa relativa al lavoro femminile.

Marco Chiumarulo

I primi 6 mesi del Governo Conte: un Parlamento privato dei suoi poteri. di M. Chiumarulo

Postato il

marco chiomarulo

Il primo giugno del 2018 prestava giuramento il governo Conte; oggi, dopo più di 6 mesi e dopo l’approvazione della manovra di bilancio e dei suoi collegati (“reddito di cittadinanza” e “quota cento”), è possibile fare un primo bilancio dell’attività del governo a Palazzo Chigi e nel parlamento, ciò è stato fatto nell’analisi di Openpolis in collaborazione con Agi, i quali confrontano l’attività del Governo, con l’attività svolta nei primi sei mesi dei tre governi della scorsa legislatura (Letta, Renzi e Gentiloni), soprattutto con l’attività svolta dal governo Letta, molto simile dal punto di vista delle coalizioni (Forza Italia e Partito Democratico) ma con differenze dal punto di vista dell’attività svolta.

Da governo del “cambiamento” al governo degli “esordienti”

Se da una parte questo governo ha fatto della parola “cambiamento” il proprio mantra, dall’altra parte non si può negare il ricambio politico avvenuto nel governo: per circa il 90% dei ministri è la prima volta che ricoprono un incarico del genere, la percentuale più alta mai registrata da un governo politico nel nostro paese.  Inoltre più del 30% dei presidenti di commissione, tutti appartenenti alla maggioranza, sono al primo mandato in parlamento.

Non si è trattato di solo ricambio politico, ma anche generazionale se consideriamo che l’età media del governo e del parlamento sono tra le più basse mai registrate.

Il problema di per sé non è il ricambio avvenuto con questo governo, quanto il fatto che ciò abbia caratterizzato profondamente la qualità dell’attività di governo.

Le poche proposte nei primi 100 giorni

Di solito i primi 100 giorni di vita di un governo hanno rappresentato il momento per presentare le proposte politiche e le riforme simbolo; per il governo Conte, invece, la storia è stata molto diversa: si è assistito ad un inizio a rilento dovuto soprattutto alla necessità di stabilizzare una maggioranza nuova, dal punto di vista politico, e debole, dal punto di vista numerico, soprattutto al senato; infatti, questa è sembrata una lunga fase di studio e di assestamento tra le due forze politiche.

I punti programmatici sviluppati in disegni di legge sono stati pochi. Le poche proposte politiche che sono state deliberate dal consiglio dei ministri hanno avuto una genesi particolarmente lenta e poco trasparente. Una volta giunti all’attenzione di camera e senato i decreti legge hanno monopolizzato la produzione legislativa dell’aula e l’apporto dei singoli parlamentari è stato minimo, infatti, sono stati pochi gli emendamenti approvati sui decreti del governo, e la maggioranza dei disegni di legge di iniziativa parlamentare sono ancora fermi.

Nonostante nasca per affrontare situazioni eccezionali e di emergenza, il “decreto legge” è diventato il principale strumento legislativo, il quale viene sempre più utilizzato per implementare l’agenda di governo.

I dati raccolti da Openpolis raccontano esattamente questa dinamica: dei 21 provvedimenti deliberati nei primi sei mesi 11 sono stati decreti legge mentre 10 sono stati disegni di legge; mentre per il governo Letta su 31 provvedimenti, 15 erano decreti legge e 16 erano disegni di legge.

Il contenuto delle proposte

Oltre i numeri, necessari per capire la situazione dell’azione di governo, bisogna osservare anche la “qualità” dei provvedimenti deliberati.

Degli 11 decreti legge solo 6 rientrano pienamente in una definizione costituzionale dello strumento, cioè che vanno ad affrontare situazioni straordinarie ed eccezionali (decreto per il funzionamento del tribunale di Bari, quello per il riordino dei ministeri, decreto Genova, decreto per le navi alla Libia, e il decreto per la fatturazione elettronica dei benzinai); inoltre, come da prassi ormai, è stato presentato il decreto “milleproroghe”, il quale non rappresenta a pieno la definizione costituzionale di decreto legge. I restanti decreti, invece, sono stati utilizzati per avanzare delle specifiche proposte politiche: il decreto dignità, il decreto sicurezza e immigrazione e il decreto fiscale (collegato alla Legge di bilancio).

Per quanto riguarda, invece, i disegni di legge i più corposi sono stati il cosiddetto “anti-corruzione” (ancora da approvare) e la Legge di bilancio.

Al governo Conte è stato criticato dal Comitato per la legislazione (il 9 ottobre 2018) l’eccessivo intervallo di tempo che generalmente intercorre tra la deliberazione dei decreti legge in consiglio dei ministri, e la loro effettiva entrata in vigore con la presentazione definitiva del testo e pubblicazione in gazzetta ufficiale.

Tutto ciò è problematico soprattutto per la poca trasparenza e chiarezza di questi processi, in quanto, il decreto legge nasce come strumento eccezionale, che per definizione ridimensiona il ruolo del parlamento.

Le leggi approvate

Da inizio legislatura sono state approvate 19 leggi, di cui 79% sono di iniziativa governativa; questo dato della produzione legislativa è il più basso tra i 4 governi presi in considerazione: rispettivamente i governi Renzi e Gentiloni nei primi 6 mesi avevano approvato circa 50 leggi, mentre il governo Letta ne aveva approvate 26.

Inoltre quasi il 64% dei testi approvati dall’attuale parlamento sono conversioni di decreti legge, infatti, dal 2013 ad oggi si tratta della percentuale più alta.

Per capire quanto la produzione legislativa sia monopolizzata dall’azione di governo, basta analizzare il numero degli emendamenti approvati nella trattazione parlamentare dei decreti legge del governo; bene, per quanto riguarda il governo Conte la media di emendamenti approvati sui decreti del governo è di 44 , mentre per il governo Letta nei primi sei mesi era di 128.

Un altro strumento è rappresentato dalle proposte dei parlamentari: da inizio legislatura sono state depositate 2.326 proposte di iniziativa parlamentare, di cui oltre 2.200 hanno un iter non concluso, non essendo state approvate o ritirate. Se nei primi 6 mesi del governo Letta il 77% dei provvedimenti di iniziativa parlamentare erano già stati assegnati alla commissione competente, per il governo Conte la percentuale scende al 59%.

Appare evidente che sia la produzione legislativa, che l’attività quotidiana in parlamento, sono state completamente in mano al governo, e hanno lasciato ben poco spazio a deputati e senatori.

Il rapporto tra leggi approvate e voti di fiducia 

Nei primi 6 mesi il governo Conte ha posto la fiducia per 6 volte su disegni di legge in discussione. Se da una parte in numero assoluto i voti di fiducia sono stati di meno a confronto con i governi Renzi e Gentiloni; dall’altra parte però il dato da tenere in considerazione è il rapporto che mette in relazione il numero di questioni di fiducia, con il numero di leggi approvate in parlamento. Da questo punto di vista, considerato il limitato numero di leggi approvate dal parlamento, il rapporto per il governo Conte è molto alto: il 32%. Quindi, oltre il 30% delle leggi approvate ha necessitato della fiducia per completare il proprio iter.

Conclusioni

Se nelle intenzioni della maggioranza c’era quella di rimettere il parlamento al centro delle dinamiche legislative, certamente quello che sta avvenendo va nella direzione opposta. Infatti, ciò si è verificato in entrambe i rami del parlamento con l’approvazione della Legge di bilancio, dove per la prima volta nella storia repubblicana non è stato possibile discutere neanche un articolo della legge per il contingentamento dei tempi.

“L’azione dell’esecutivo Conte è stata timida, contorta e soprattutto governo-centrica, con il parlamento messo in secondo piano”.

Marco Chiumarulo

Abbiamo bisogno delle riforme? di L. Billi

Postato il Aggiornato il

Luca Billi

Sono anni che ci arrovelliamo intorno al tema delle riforme istituzionali, che discutiamo, anche aspramente, su quali fare o non fare – alcune sono state approvate, altre sono state cancellate a seguito di un referendum, altre ancora giacciono da anni in parlamento – ma ormai nessuno pare interrogarsi se queste riforme siano davvero necessarie. Abbiamo ormai dato per scontato che le riforme siano indispensabili; l’ho detto anch’io, tante volte, quando facevo un altro mestiere. Sinceramente non ne sono più convinto.

La Costituzione approvata in via definitiva il 22 dicembre 1947, promulgata il 27 ed entrata in vigore il 1 gennaio dell’anno successivo non è forse la più bella del mondo, come ama dire un guitto, che si è fatto un po’ di pubblicità grazie a questo tema, e come viene ripetuto da molti, con scarsa originalità. Però è una costruzione solida. La parola costituzione condivide, non a caso, la radice con il verbo costruire; una casa può essere bellissima, ma se non può essere abitata, se non è abbastanza solida, se non è abbastanza sicura, non serve al proprio scopo e quindi quella sua bellezza è perfettamente inutile.

La nostra Costituzione è naturalmente figlia del suo tempo, è nata in un particolare contesto storico, politico e culturale, è stata scritta da uomini e da donne che avevano subito una dittatura e una guerra dagli esiti drammatici. Non possiamo cercare nella Costituzione cose che non possono esserci. Ci sono temi su cui la Costituzione – anche nella sua prima parte, quella più “sacra” – segna il passo, penso ad esempio ai diritti delle persone che costituiscono – o costruiscono – una famiglia, perché per i Costituenti, indipendentemente dalla loro fede religiosa e dalle loro opinioni filosofiche, era semplicemente impensabile un matrimonio contratto da due persone dello stesso sesso. Allo stesso modo non possiamo pretendere di trovare, in un testo scritto settant’anni fa, risposte ai quesiti a cui la scienza, nella sua rapidissima evoluzione, ci ha messo di fronte, ad esempio sul tema della fine vita. Né i Costituenti potevano immaginare che ci sarebbe stata la rete e che l’accesso a essa avrebbe comportato diritti e doveri: erano saggi, erano intelligenti, ma non erano indovini.

La Costituzione del ’48 però, al di là di questi limiti oggettivi, ha una sua unità, una sua coerenza, che credo sia uno degli aspetti più significativi dello sforzo delle persone che l’hanno redatta. La nostra Costituzione è una costruzione ben progettata, con le fondamenta solide e con una propria armonia funzionale: non ci sono né finestre cieche né stanze a cui non si riesce ad accedere. Le riforme che si sono succedute negli anni successivi, specialmente negli ultimi venti, hanno avuto la pretesa di modificare questo o quel punto, ma sono state per lo più disorganiche e, proprio perché rispondevano a idee spesso divergenti tra di loro, hanno finito, quando sono state approvate, per peggiorare la Costituzione.

La Costituzione di oggi, quella vigente, è peggiore di quella uscita dalle penne dei Costituenti, proprio perché ha perso in parte quel disegno unitario che allora era così forte. Penso ad esempio alla riforma fatta nel 2012 che, modificando gli articoli 81, 97, 117 e 119, ha introdotto l’obbligo del principio del pareggio di bilancio e in questo modo ha tolto sovranità allo stato, introducendo un elemento che limita il potere legislativo, sottomettendolo a un criterio che è alieno allo spirito del resto della Carta. Per non parlare della confusione che è stata fatta nelle varie riscritture del Titolo V, su cui si sono esercitati personaggi per lo più incompetenti, e che ha dato vita a un conflitto permanente tra diversi livelli istituzionali.

La mia proposta di riforma costituzionale è allora piuttosto semplice. Torniamo alla Costituzione del 1948, togliamo le ultime, farraginose e abborracciate modifiche, e proviamo ad applicarla questa Costituzione, con maggior rigore di quanto sia stato fatto in questi settant’anni.
Ho già detto che la nostra Costituzione è figlia del suo tempo, ma questo non è soltanto un aspetto negativo. Anzi. Gli anni immediatamente successivi al conflitto mondiale hanno rappresentato probabilmente il punto più alto di un’elaborazione politica tesa a riconoscere il ruolo preminente dello stato sull’economia, la necessità di garantire diritti universali ai lavoratori, l’obiettivo di trovare strumenti per la redistribuzione della ricchezza, il bisogno di creare una rete di servizi pubblici, finanziati dalla collettività, per aiutare le persone in difficoltà, allo scopo di riconoscere a tutti uguali condizioni di partenza.

La storia del Novecento è stata segnata dalla grande crisi del capitalismo, una crisi di cui adesso – in un’epoca in cui questo è tornato vincente in maniera così violenta – facciamo fatica a capire le possibili conseguenze. Molti, a seguito della crisi del ’29, pensarono che il sistema capitalista fosse destinato a sparire, che si fosse completato quel ciclo descritto da Marx e che sarebbe nato, dalle ceneri del capitale, qualcosa di diverso. Sappiamo che a seguito di questa crisi ci fu la risposta antidemocratica del fascismo, ma – una volta che questo fu sconfitto – si provò a immaginare un sistema che in qualche modo imbrigliasse la bestia del capitale, che ne mitigasse la violenza, anche per ripagare lo sforzo di quelle classe sociali più povere, il cui contributo alla sconfitta del fascismo era stato determinante, che avevano retto lo sforzo durante il conflitto, che si erano messe alla prova, e che avevano vinto quella sfida. Naturalmente sarebbe anacronistico giudicare la nostra Carta – come tutte quelle scritte all’indomani della fine della seconda guerra mondiale – come una costituzione socialista, eppure in essa ci sono tanti elementi socialisti, molti di più di quelli che i conservatori avrebbero voluto concedere, ma che i popoli in qualche modo si presero con la forza, perché avevano combattuto. E avevano vinto.

La vicenda italiana è in qualche modo emblematica di questa storia, che non è appunto solo italiana. Era chiaro che l’Italia non sarebbe diventato un paese socialista, perché così avevano deciso i vincitori della guerra, ed era chiaro che la guida del paese sarebbe toccata ai conservatori, ma le forze socialiste, grazie al ruolo che avevano avuto nella Resistenza e nella guerra di liberazione, assunsero un protagonismo di cui non si poteva non tenere conto e che si tradusse in un dettato costituzionale di forte impianto progressista. Quando diciamo che la Costituzione è nata dalla Resistenza esprimiamo con uno slogan tutto questo.

Sappiamo però che il capitalismo non è stato affatto sconfitto, anzi ha superato quella crisi, si è liberato, a partire dalla fine degli anni Settanta, dai vincoli che le forze progressiste gli avevano imposto finita la guerra ed è tornato a dominare il mondo, sfrenato e violento, come all’inizio del secolo, anzi con una arroganza ancora maggiore. Ha stravinto perché è riuscito a imporre la propria visione del mondo anche alle forze che avrebbero dovuto rappresentare il campo progressista – basti pensare a cosa sono diventati oggi i socialisti europei, per tacere dello schifo che c’è in Italia, dove la sinistra si è suicidata – e domina il mondo con brutalità selvaggia. L’unico limite a questa violenza di classe è rappresentato dalle nostre “vecchie” costituzioni, che infatti sono finite nel mirino delle forze del capitale, che vorrebbero emendarle, modificarle, attenuarne la portata riformista, con la scusa che occorre adeguarsi ai tempi, che servono nuovi strumenti per affrontare le sfide nuove e tutte le menzogne che dicono quelli che sanno tutto, per convincerci che la nostra Carta è da buttare – o da riformare come dicono loro.

Quando abbiamo votato NO al referendum di due anni fa abbiamo cercato di fermare questo attacco, prendendo un po’ di tempo e di fiato. Ma non illudiamoci: ne seguirà un altro, e un altro ancora, perché il loro scopo è distruggere queste costituzioni, e le loro risorse sono moltissime, praticamente illimitate. Non possiamo limitarci a stare fermi, a difenderci dentro le mura assediate: saremmo destinati alla sconfitta, anche perché i traditori sono già qui tra di noi, pronti a venderci al nemico. Dovremo avere la forza di gettarci noi all’attacco.

Io comincerei proprio dalla nostra Costituzione, dalla richiesta di applicarla con rigore. Nella Carta c’è già scritto tutto quello per cui vale la pena di lottare: la difesa della sanità e della scuola pubbliche, il riconoscimento dei diritti dei lavoratori, la salvaguardia dei beni comuni, il riconoscimento delle prerogative democratiche. Perché chi vuole cambiare la Costituzione ha sempre due obiettivi: limitare la democrazia e toglierci diritti. Questi due valori viaggiano sempre insieme e per questo noi dobbiamo continuare a chiedere più democrazia e più diritti.

Luca Billi

Axel Honneth, l’idea del socialismo. di A. Angeli

Postato il Aggiornato il

Alberto Angeli 2

Axel  Honneth,  filosofo e Direttore dell’Istituto per le ricerche sociali di Francoforte sul Meno, con il suo ultimo lavoro: “ L’Idea di socialismo. Un sogno necessario” ha inteso tracciare una storia concettuale dell’idea di socialismo e immaginarne una riattualizzazione in senso democratico. Questo lavoro vuole anche essere, come afferma a pag. 10 il filosofo, una riflessione correlata alla ricezione del voluminoso studio  “Il diritto della libertà”, oggetto di numerose discussioni  suscitate dal testo in merito al suo  “approccio metodologico all’orizzonte normativo della modernità, che tradirebbe chiaramente l’intenzione di non voler più aderire alla prospettiva critica  di una trasformazione dell’ordine sociale dato”.

Il saggio si apre con una riflessione  empirica obiettiva: la società contemporanea  è totalmente funzionale alla soddisfazione dell’imperativo del profitto,  la quale manifesta sempre più acutamente un malessere originato dal progressivo e persistente imbarbarimento delle dinamiche lavorative e relazionali. Nonostante questa incontrovertibile realtà, descritta e sostenuta da importanti studi sociologici e politici, allo stato presente  essa si trova sprovvista di orizzonti normativi e politici che siano in grado di organizzare e indirizzare l’indignazione e tradurla in azioni trasformative  realizzabili  e concrete.

Proprio il socialismo viene rivalutato da Honneth,  poiché  ritenuto ancora capace di dare contenuto a tali orizzonti normativi e alimentare la necessaria  aspirazione universale a favore di  una società più giusta. Un obiettivo  possibile se e in quanto se ne analizzino, ancora una volta, le condizioni originarie,  riflettendo con la dovuta profondità sui limiti  culturali e metodologici che  hanno caratterizzato  il vecchio modo di considerare il ruolo del socialismo, oggi non più corrispondente al modello economico e sociale consolidatosi in questo XXI secolo,  ad avviso dell’autore, anche  per la diversa e travolgente forza del capitalismo globalizzato e finanziarizzato.  Per lui, quindi, si deve pensare ad un socialismo che si ponga il   fine di  tradure la sua funzione politica  in pratiche universalizzabili e al contempo contestualizzabili.

L’indicazione offerta dal lavoro di Honneth con il fine   di raggiungere l’obiettivo di una riattualizzazione del socialismo, il percorso che egli indica si muove su più livelli:  una prima parte, o  livello, è il percorso storico che  l’autore segue, è l’analisi della rivoluzione francese  ed il suo superamento nella prospettiva di  pervenire alla realizzazione della libertà sociale, su cui ricostruire il legame originario tra socialismo e industrialismo; per la parte del secondo livello,  Honneth immagina almeno due diversi percorsi rispetto all’idea originaria di socialismo, convinto che per questa  strada possa  essere utilizzarlo nuovamente e più praticamente come orizzonte normativo. Il primo di questi indirizzi consiste nell’abbandono di una inflessibilità ideologica, che ha influenzato e alterato le pratiche sociali, peraltro  spesso assoggettate a un modello unico, quando non poco aderente alle reali possibilità trasformative della società, che ne hanno condizionato il metodo con conseguenze   che lo stesso autore definisce come «sperimentalismo storico». E’ evidente come questa seconda indicazione  implichi  un  ripensamento del legame tra socialismo e democrazia e una testimonianza della necessità che tali ambiti concettuali e pratiche politiche si contaminino e camminino insieme. ( introduzione  da pag. 15 – e seguenti )

Per Honneth  la storia ci consegna una  relazione tra esperienza  del  vissuto rivoluzionario e la funzione del socialismo che si divarica, per il fatto  che il socialismo ha rappresentato  il  tentativo di realizzare la fraternità universale, mirando a superare  un’interpretazione liberale della libertà e le contraddizioni che, ad avviso dei primi teorici del socialismo, essa innesca se fatta interagire con il concetto di fraternità: «la contraddizione concerne il fatto che la realizzazione dell’obiettivo normativo della fraternità – cioè l’essere solidali l’uno-per-l’altro – non è perseguibile perché l’altro obiettivo, quello della libertà, è concepito esclusivamente per mezzo della categoria di un egoismo privato, qual è riflesso nei rapporti di concorrenza del mercato capitalistico» ( pp. 25-26).  La rilevazione di tale contraddizione, tra fraternità e libertà,  comporta un ripensamento, una rielaborazione del socialismo nella prospettiva della realizzazione di una libertà sociale; si tratta di una espressione  a cui l’autore ricorre sovente nel corso del testo, con la quale precisa come la solidarietà reciproca, anche nella soddisfazione dei bisogni e nell’economia, non confligga con la libertà, ma caso mai,  nell’idea datane da Hegel, possa inglobarla e realizzarne una versione migliore.

Per Honneth bisogna partire dalla domanda trasformatrice della società, comunque si presenti,  come sollecitazione alla realizzazione di relazioni improntate alla giustizia, ( qui  si ritrova il richiamo a  John Rawls e alla teoria della giustizia come equità ), che indica come  il «guscio concettuale» del socialismo originario, che prevede secondo Honneth i seguenti assunti, sui quali riflettere: «la sfera economica quale centrale e invero unico campo delle lotte per una forma di libertà appropriata, il legame riflessivo a una forza di opposizione già presente in questa stessa sfera, e infine l’aspettativa di filosofia della storia nell’imminente e necessaria vittoria del movimento di opposizione esistente» ( p. 48 in poi ).

Vediamo: il primo punto, secondo Honneth,  implica un’assolutizzazione della sfera economica a scapito almeno di quella istituzionale e politica,  che si presenta quindi come funzionale al capitalismo, tale che ha accompagnato comportamenti  e situazioni  che hanno indotto ad  ignorare, quando non ad ostacolare, qualsiasi azione tesa a concretizzare le possibilità di trasformazione dell’esistente agendo sulle istituzioni e sui diritti; il secondo punto,  decifra il doppio legame che tiene insieme socialismo e capitalismo nella forme che sono andate evolvendosi con  lo sviluppo dell’industria, cosicché la rivoluzione del proletariato non può che realizzarsi dentro un’epoca che si connota e identifica con il sistema industriale globalizzato; infine, il terzo punto,  dà conto di un determinismo che si è rivelato poco aderente allo svolgersi delle dinamiche sociali e storiche,  per il fatto che non sono confermate né tanto meno adattabili all’ oggi le profezie marxiane legate alla scomparsa del capitalismo per le sue stesse contraddizioni interne. Honneth si avvale di questo ultimo punto per  evidenziare come il socialismo originario aderisca in origine al mito del progresso, spingendosi a indicare nella tecnologia uno strumento di miglioramento delle condizioni sociali e lavorative del proletariato.

I tre punti , considerati nella loro inattualità e inservibilità, quindi inadattabili al panorama politico e industriale contemporaneo,  Honneth li propone come un modello di socialismo non al servizio di un’economia industriale, un socialismo non contrario a quanto possa pervenire dalla carica trasformativa degli ambiti delle relazioni personali e di quelle istituzionali o politiche;  e, soprattutto, che  non  si lasci irretire dalla fede incrollabile nel progresso, esaltandone le prospettive,  poiché si rileverebbe malamente inteso come una necessità storica che garantirebbe il successo della rivoluzione proletaria. Un socialismo  non al servizio dell’industria, ci spiega Honneth ,  è possibile e auspicabile. Ciò apre una questione importante e riguarda il metodo, un ripensamento della filosofia di fondo del socialismo e della società,  poichè non si tratta più di applicare un modello teorico a una realtà caotica, che si confida possa contenere orizzonti normativi, ma piuttosto elaborare e mettere in atto una prospettiva di prudente sperimentalismo che non pretenda di tradursi in cambiamento immediato e rivoluzionario, rinunziando magari alla faticosa salita della solidarietà sociale. «Abbiamo visto che per il socialismo, una volta cassata la sua credenza originaria nelle leggi, non si può stabilire a priori in quale maniera la libertà sociale possa realizzarsi all’interno della sfera economica nel modo più rapido e migliore possibile» (p. 88). E, aggiunge Honneth,” il superamento del capitalismo non implica il superamento del mercato che, al contrario, può diventare il terreno di siffatte sperimentazioni”.

Nella conclusione Honneth  richiama l’attenzione su un concetto che riguarda il socialismo da lui elaborato e re -identificato,  cioè immaginare come sia il socialismo del futuro, che non riduca la sfera delle relazioni personali e quella delle relazioni politiche a un mero riflesso delle dinamiche economiche, secondo una tripartizione di esplicita derivazione hegeliana. Infatti, secondo l’autore le relazioni personali  ci impongono di ripensare i legami privati, nel senso del mutuo sostegno mediante il rispetto dell’altro, nella visione che ci vede camminare uniti verso la libertà sociale. E’ nella valorizzazione della politica, e della sua capacità di comunicare e richiamare l’attenzione, che si possono attivare dinamiche inedite emancipative,  ed esercitare il necessario condizionamento  sulla sfera politica ed economica  impedendole di monopolizzare la realizzazione delle libertà sociali. I Partiti, la sfera politica deve cessare di essere un riflesso dell’economia, della finanza e dell’industria,  subordinando ad essa tutte le scelte che nullificano il disegno di un nuovo socialismo, per riprendere la propria autonomia  che ne traduca anche il suo potenziale  di alternativa.

Il saggio esce nel 2015, per la Feltrinelli nel 2016, quindi in un periodo in cui l’autore non poteva profetizzare quanto sarebbe accaduto nel 2017 con la elezione di Donald Trump alla Presidenza degli USA, la nascita e il consolidarsi dei movimenti populisti in Europa, la presa del Governo da parte del movimento cinque stella e della lega in Italia, il risorgere dei nazionalismi e del Sovranismo, in modo particolare nei Paesi ex Comunisti, la Brexit  e le incertezze sul futuro dell’Europa a 28-1. Allora, il socialismo è possibile? Se si considera che PCI, DC,PRI,PSDI,Liberali,PSIUP, MSI, PSI, che sono stati la storia di questo Paese, sono scomparsi dalla geografia politica, ovvero, ne sono rimaste solo delle simboliche sigle, domandarsi se il socialismo è ancora possibile costituisce un’affermazione di fede carica di speranza, sicuramente da valorizzare. Ma quale socialismo, se si considera che ne sono state date innumerevoli declinazioni: Socialisti democratici, liberali, riformisti, libertari, europeisti, ignorando che il Socialismo è una dottrina, una scienza, una proposito di cambiamento sociale ed economico rivoluzionario. Il socialismo scientifico non ha declinazioni, per cui neppure Axel Honneth con il suo saggio raccoglie la sfida che Engels e Marx ci hanno lasciato come eredità: il socialismo o è rivoluzionario o non è.

Alberto Angeli

La sinistra americana e gli entusiasmi impulsivi della sinistra nostrana. di L. Paccosi

Postato il

Riccardo Paccosi

Il decadimento che avvolge la sinistra, mostra uno stadio di decomposizione avanzata soprattutto sul versante teorico e nel contesto italiano. Questo implica la tendenza, da parte dei leader di sinistra nostrani, ad aggrapparsi a qualsivoglia segnale di presunta “riscossa”, in maniera irrazionale e impulsiva.
E’ avvenuto otto anni fa con l’enciclica Caritas in Veritate di Benedetto XVI, elevata dalla sinistra al rango de “Il Capitale”; è avvenuto sei anni fa con l’entusiasmo verso Francois Hollande, salutato come latore d’una svolta a sinistra salvo poi rivelarsi uno dei più infidi leccapiedi delle èlite finanziarie; è avvenuto quattro anni fa con la santificazione di Alexis Tsipras, ovvero di colui che, poi, sarebbe stato protagonista d’una delle più gravi sconfitte e del più gigantesco ribaltamento di prospettiva che la sinistra abbia mai subìto in tutta la sua storia; succede ora con questa nuova ondata di socialismo negli Stati Uniti.
L’ondata socialista americana, va subito chiarito, non è un fenomeno di semplice marketing, bensì un fatto politico reale e avente implicazioni sociali d’indubbio interesse. Infatti, analogamente a quanto avviene da noi con il M5S o in Spagna con Podemos, questo socialismo che mette assieme il vecchietto Sanders e figure politiche under-30, sta generando e diffondendo un nuovo tipo di attivismo politico giovanile.
Questo segnale positivo, però, non può esimere nessuno dalla valutazione politica vera e propria. E allora, in termini strettamente politici, va detto che l’entusiasmo nei confronti di Alexandria Ocasio-Cortez e compagnia, è come minimo prematuro per le seguenti ragioni:
a) Questo fronte neo-socialista americano, presenta di certo elementi d’interesse e discontinuità come, per esempio, l’affermazione fatta da Sanders qualche anno fa, secondo cui l’abolizione dei confini è un concetto di destra; ma su molti altri aspetti, quest’area non risulta ancora nitidamente qualificabile, a cominciare dalla politica estera e dal ruolo imperialista degli Stati Uniti nel mondo.
b) Fare i socialisti in Europa è una cosa, farlo in un sistema bi-partitico come quello americano è tutt’altro. In questo momento, le nuove leve della sinistra americana si trovano a militare in un partito – quello Democratico – che è maggioritariamente a favore d’ogni genere di deregulation neoliberista sull’economia, nonché a favore dello scatenare guerre in giro per il mondo. Per riuscire a invertire i rapporti di forza interni, i neo-socialisti dovrebbero mettere in atto una strategia di penetrazione istituzionale capillare e multi-frontale prendendo a esempio i neocon nel Partito Repubblicano; questi ultimi, infatti, sono riusciti entro quel contesto a esprimere egemonia per molti anni, pur essendo una sparuta minoranza. Si tratta, però, di un’operazione tutt’altro che semplice e richiedente anni di tempo.
c) La sinistra italiana dovrebbe, per chiarirsi politicamente, razionalizzare se sia corretto o meno proseguire nella linea “atlantista”, ovvero se sia il caso di continuare a imitare e seguire pedissequamente tutto ciò che fa la sinistra americana. Infatti, così come il centrosinistra italiano assume, da decenni, atteggiamenti di pedissequità verso i vari Clinton e Obama, parimenti la sinistra cosiddetta radicale accoglie come faro messianico i movimenti d’oltreoceano come quello di Seattle od Occupy. Movimenti che però, lungo la scia del loro percorso, almeno in Europa occidentale, non hanno lasciato assolutamente nulla, neanche la più timida mediazione riformista. Questo “atlantismo” che risale ormai al ’68, dunque, andrebbe rivisto criticamente e chi si riconosce nei valori storici della sinistra dovrebbe, piuttosto, guardare a leader la cui visione non è atlantista bensì proiettata verso Est, ovvero verso il mondo multipolare; leader come Jean-Luc Melenchon e Sarah Wagenkenecht.
d) Infine, non è ammissibile che gli esponenti della sinistra liberista-globalista – il PD, il quotidiano Repubblica e così via – pretendano ora di rifarsi una verginità applaudendo alla Ocasio-Cortez: chi, per tutto questo decennio, ha sostenuto le politiche anti-popolari dell’austerity europea, chi ha tifato per le aggressioni imperialiste della Nato ai danni di paesi sovrani, non può bypassare il proprio fallimento storico – pensare di poter evitare di pagarne il prezzo – semplicemente saltando sul carro di Corbyn e Sanders. Non è così che funziona la Storia.

Riccardo Paccosi

Riccardo Lombardi e il superamento della visione economicistica del socialismo. di G. Giudice

Postato il

Giudice Giuseppe

Frasi come una “società diversamente ricca” “se una impresa dovesse conteggiare tutti i costi sociali ed ambientali che produce , sarebbe in perdita , anche con gli attuali metri di contabilità risulterebbe in forte attivo” sono frasi degli anni 60 e 70 di Riccardo Lombardi (che era ingegnere industriale)….frasi profetiche. Lombardi (come ho già detto altre volte) , insieme a Foa , era per sperimentare una uscita da “sinistra ” del fordismo e dei suoi metodi di produzione. Invece avemmo una uscita “da destra” a partire dagli anni 80 . Ci fu l’uso capitalistico delle nuove tecnologie, connesso ad altri fenomeni come la piena libertà di circolazione dei capitali. Ma il Keynesismo applicato nella sua visione “bastarda ” , nei trenta gloriosi, come diceva Joan Robinson , vale a dire il tentativo di creare una sintesi tra Keynes ed il pensiero neoclassico, marginalista (Samuelson , Modigliani) non era l’obbiettivo primario delle socialdemocrazie. . Certo negli anni del compromesso Keynesiano – socialdemocratico che non fu una semplice concessione dei capitale , ma anche il frutto delle battaglie fatte dalle socialdemocrazie e dai sindacati che in Europa produsse il modello sociale più avanzato, con la sviluppo del welfare pubblico, la codeterminazione (nel paesi del centro-nord Europa) e forme di economia mista. Ma per fare queste concessioni il capitale pretese un modello di sviluppo che espandesse al massimo la quantità dei bisogni solvibili (finalizzati alla valorizzazione del capitale)…il famoso consumismo che poi si è esteso in modo metastatico ad una grande quantità di relazioni sociali ed umane. Joan Robinson , nel 1972 disse: ” ma una volta raggiunta la piena occupazione che ne facciamo di questa?” una chiara critica al modello produttivista del capitalismo fordista. E’ questo il problema che sempre assillò Lombardi (che conosceva bene la Robinson) …la sua idea di un nuovo modello di sviluppo tramite la politica di piano la aveva già sviluppata prima. Ma negli anni 70 si presenta in modo drammatico. Il problema era : come dare sbocco politico alle lotte dei lavoratori che non richiedevano non solo più (anche quelle) redistribuzione della ricchezza, ma una modifica del modello di organizzazione del lavoro. Certo ci furono risposte velleitarie e massimaliste, ma anche in pezzi della sinistra storica ci si pone il problema. Se lo pongono , ad esempio Lombardi e Carniti con la idea della riduzione dell’orario di lavoro. Ma tali risposte mettevano in discussione le compatibilità capitalistiche , sul modo di produrre e consumare. Invece l’austerità dei governi di Unità Nazionale si pone il problema di far riprendere la crescita capitalistica con rapporti di forza più favorevoli al capitale, mantenendo inalterato il modello di sviluppo. Poi vengono gli anni 80 su cui si sono scritti fiumi di inchiostro. Ma quale era l’obbiettivo di Reagan e della Thatcher? Con il sostegno dei monetaristi come Milton Friedman? Politiche deflazionistiche e di austerità che dovevano ancor più incidere sui rapporti di forza tra capitale e lavoro. Politica che comunque riguardano l’Inghilterra piuttosto che l’America di Reagan, dove il liberismo funzionò solo nei rapporti tra capitale e lavoro, ma non certo sui conti pubblici dove il keynesismo “militare” di Reagan quintuplicò il deficit pubblico. Poi vengono gli anni 90 , la globalizzazione, ben descritta da Gallino, la resa delle socialdemocrazie al liberismo. E la rottura del 2008 provocato dal keynesismo privatizzato di cui parla Colin Crouch. Ma questo sistema provoca la crisi. Ma questo che dimostra? Che il consumismo resta il motore dello sviluppo capitalistico. La grande crisi della socialdemocrazia è da un lato l’essersi intrappolata nel social-liberismo e l’impossibilità di tornare agli anni 70. Qui il pensiero di Lombardi torna di grande attualità. Il socialismo è mettere l’economia al servizio della società e della casa che ospita la società stessa, l’ecosistema. Il conflitto sociale è un mezzo per raggiungere questo fine. Un concetto ribadito in altri tempi da studiosi come Fromm e Polanyi. E che ritrovo in molti passi del programma del Labour. Che non propone un vecchio concetto “statalista” -socialismo viene da società e non da stato. L’intervento statale è essenziale se è al servizio di un progetto di società, di una società alternativa a quella liberista ed ai suoi processi di mercatizzazione. E quando si interseca (con una politica di piano) sinergicamente con la democrazia economica e con la conquista di spazi di relazioni non di mercato ,solidali , cooperative ed autogestite. LOmbardi lo diceva nel 1978 : occorre oggi una società in cui crescano gli stimoli agli scambi non mercantili.E riprendere un concetto che Lombardi riteneva basilare : la riduzione dell’orario di lavoro a parità di retribuzione, ed un nuovo rapporto tra tempo di lavoro e tempo di vita, sulla base della enorme produttività raggiunte dalle nuove tecnologie digitali che vanno sottratte al dominio incontrollato del capitalismo.

Giuseppe Giudice