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Riccardo Lombardi e il superamento della visione economicistica del socialismo. di G. Giudice

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Giudice Giuseppe

Frasi come una “società diversamente ricca” “se una impresa dovesse conteggiare tutti i costi sociali ed ambientali che produce , sarebbe in perdita , anche con gli attuali metri di contabilità risulterebbe in forte attivo” sono frasi degli anni 60 e 70 di Riccardo Lombardi (che era ingegnere industriale)….frasi profetiche. Lombardi (come ho già detto altre volte) , insieme a Foa , era per sperimentare una uscita da “sinistra ” del fordismo e dei suoi metodi di produzione. Invece avemmo una uscita “da destra” a partire dagli anni 80 . Ci fu l’uso capitalistico delle nuove tecnologie, connesso ad altri fenomeni come la piena libertà di circolazione dei capitali. Ma il Keynesismo applicato nella sua visione “bastarda ” , nei trenta gloriosi, come diceva Joan Robinson , vale a dire il tentativo di creare una sintesi tra Keynes ed il pensiero neoclassico, marginalista (Samuelson , Modigliani) non era l’obbiettivo primario delle socialdemocrazie. . Certo negli anni del compromesso Keynesiano – socialdemocratico che non fu una semplice concessione dei capitale , ma anche il frutto delle battaglie fatte dalle socialdemocrazie e dai sindacati che in Europa produsse il modello sociale più avanzato, con la sviluppo del welfare pubblico, la codeterminazione (nel paesi del centro-nord Europa) e forme di economia mista. Ma per fare queste concessioni il capitale pretese un modello di sviluppo che espandesse al massimo la quantità dei bisogni solvibili (finalizzati alla valorizzazione del capitale)…il famoso consumismo che poi si è esteso in modo metastatico ad una grande quantità di relazioni sociali ed umane. Joan Robinson , nel 1972 disse: ” ma una volta raggiunta la piena occupazione che ne facciamo di questa?” una chiara critica al modello produttivista del capitalismo fordista. E’ questo il problema che sempre assillò Lombardi (che conosceva bene la Robinson) …la sua idea di un nuovo modello di sviluppo tramite la politica di piano la aveva già sviluppata prima. Ma negli anni 70 si presenta in modo drammatico. Il problema era : come dare sbocco politico alle lotte dei lavoratori che non richiedevano non solo più (anche quelle) redistribuzione della ricchezza, ma una modifica del modello di organizzazione del lavoro. Certo ci furono risposte velleitarie e massimaliste, ma anche in pezzi della sinistra storica ci si pone il problema. Se lo pongono , ad esempio Lombardi e Carniti con la idea della riduzione dell’orario di lavoro. Ma tali risposte mettevano in discussione le compatibilità capitalistiche , sul modo di produrre e consumare. Invece l’austerità dei governi di Unità Nazionale si pone il problema di far riprendere la crescita capitalistica con rapporti di forza più favorevoli al capitale, mantenendo inalterato il modello di sviluppo. Poi vengono gli anni 80 su cui si sono scritti fiumi di inchiostro. Ma quale era l’obbiettivo di Reagan e della Thatcher? Con il sostegno dei monetaristi come Milton Friedman? Politiche deflazionistiche e di austerità che dovevano ancor più incidere sui rapporti di forza tra capitale e lavoro. Politica che comunque riguardano l’Inghilterra piuttosto che l’America di Reagan, dove il liberismo funzionò solo nei rapporti tra capitale e lavoro, ma non certo sui conti pubblici dove il keynesismo “militare” di Reagan quintuplicò il deficit pubblico. Poi vengono gli anni 90 , la globalizzazione, ben descritta da Gallino, la resa delle socialdemocrazie al liberismo. E la rottura del 2008 provocato dal keynesismo privatizzato di cui parla Colin Crouch. Ma questo sistema provoca la crisi. Ma questo che dimostra? Che il consumismo resta il motore dello sviluppo capitalistico. La grande crisi della socialdemocrazia è da un lato l’essersi intrappolata nel social-liberismo e l’impossibilità di tornare agli anni 70. Qui il pensiero di Lombardi torna di grande attualità. Il socialismo è mettere l’economia al servizio della società e della casa che ospita la società stessa, l’ecosistema. Il conflitto sociale è un mezzo per raggiungere questo fine. Un concetto ribadito in altri tempi da studiosi come Fromm e Polanyi. E che ritrovo in molti passi del programma del Labour. Che non propone un vecchio concetto “statalista” -socialismo viene da società e non da stato. L’intervento statale è essenziale se è al servizio di un progetto di società, di una società alternativa a quella liberista ed ai suoi processi di mercatizzazione. E quando si interseca (con una politica di piano) sinergicamente con la democrazia economica e con la conquista di spazi di relazioni non di mercato ,solidali , cooperative ed autogestite. LOmbardi lo diceva nel 1978 : occorre oggi una società in cui crescano gli stimoli agli scambi non mercantili.E riprendere un concetto che Lombardi riteneva basilare : la riduzione dell’orario di lavoro a parità di retribuzione, ed un nuovo rapporto tra tempo di lavoro e tempo di vita, sulla base della enorme produttività raggiunte dalle nuove tecnologie digitali che vanno sottratte al dominio incontrollato del capitalismo.

Giuseppe Giudice

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Craxi, Proudhon e il socialismo: la storia di un fallimento. di A. Angeli

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Alberto Angeli 2

Il 27 agosto 1978 l’Espresso pubblicò un lungo testo di Bettino Craxi, Segretario del PSI, con il quale informava il popolo socialista della nuova dottrina su cui costruire il pensiero del Partito: Infatti, con pungente meticolosità toglieva dalla parete del Pantheon socialista il quadro di Karl Marx   e cancellava con la durezza polemica della critica il pensiero di  Lenin, quale interprete ortodosso delle tesi  Marxiane tradotte in rivoluzione, e lo sostituì con il pensiero di Pierre-Joseph- Proudhon . Sono trascorsi ormai quarant’anni da quell’articolo, e 24 dallo scioglimento del PSI avvenuto nel 1994, che non fu certo una goliardica manifestazione di  talento filosofico, poiché in quella dissertazione erano ben mimetizzati temi di  cambiamento di una politica e del ruolo del Partito socialista.

L’astuzia contenuta nello scritto si condensava nella parola riformismo, sulla quale Craxi si era già impegnato alla fine del 1977 con una dichiarazione all’Europeo ricordando le radici del riformismo turatiano, che rimandavano  al riformismo proposto fin dalla fine del XIX secolo  da  Eduard Bernstein.  Il richiamo a Proudhon doveva quindi proporsi come proseguimento di questa trasformazione del PSI  e fare emergere  con questa rielaborazione dell’idea riformista  la volontà di aprire una nuova fase della lotta politica. In primo luogo contro il PCI, dal quale il Psi doveva assolutamente distinguersi e presentarsi come alternativa muovendo le sue pedine sul terreno ideologico,  con il fine di destrutturare l’ideologia  Marxista_Leninista e le parole d’ordine del PCI, che Craxi le coglieva come dirette al PSI: fermezza, austerità, questione morale.

Il cosiddetto saggio Craxiano arrivò sul finire dell’estate come risposta ad una intervista rilasciata pochi giorni prima da Berlinguer alla Repubblica,  in cui esaltò la preziosa lezione storica del Leninismo.  La risposta di Craxi fu subito impugnata dalla stampa e indicata come  Saggio su Proudhon. In questo scritto di particolare verve polemica, Craxi sembrò  porsi in attesa delle conseguenze politiche  (speranzosamente  attese) ,  più che interessarsi ai riconoscimenti della critica dei media sul valore storico dell’impianto teorico del testo. Egli infatti non porse orecchio  a quanti lo invitarono a non sottovalutare  le accuse che da qualche decennio pendevano sulla testa di Proudhon.  Quelle più implacabili: la misoginia e l’antisemitismo; come anche il sessismo proudhoniano, difficilmente difendibile, nonostante  evidenzi, con una semantica involutiva,  i semi di un discorso sul superamento del patriarcato, nel momento in cui ne coglie la genesi culturale: “ la vita del lavoratore è organizzata intorno allo sfogo della sua alienazione nelle relazioni domestiche. Il lavoro femminile deve indicarci che quell’alienazione è espressiva di un rapporto gerarchico del quale la subordinazione femminile è complice e ancella, non antidoto”.

Tuttavia il Proudhon:  “ della proprietà è un furto “, a differenza di molti pensatori rivoluzionari a lui coevi, non rimuove il diritto dalla sua analisi, anzi ne amplia straordinariamente la componente gius-privatistica, non sempre considerata e utilizzata dagli esponenti e sostenitori  del pensiero anarchico-rivoluzionario. Allo scambio vicendevole o nesso di reciprocità che pertiene al concetto liberale del negoziato giuridico (che anche Marx ostracizzava, mettendo in luce la non libertà di quella forma di contrattazione) oppone un modello commutativo: la corrispettività tra le parti non può limitarsi alle prestazioni, poichè una medesima prestazione riflette  in modo diverso posizioni di partenza differenti. Come pure il federalismo pensato da Proudhon, cioè un federalismo contrattualista, che asseriva essere deliberazione,  consenso organizzativo, e,  in linea con la tradizione, riformista.

Proudhon negava la dialettica ed il suo rovesciamento materialistico, perché a suo avviso l’antinomia  “non si risolve, dato che i due termini di cui essa consta si equilibrano”, e pertanto,  perchè il potere sociale agisca pienamente, occorre che le forze operanti in tale ambito siano in equilibrio. Niente sintesi quindi, come superamento della contraddizione in un nuovo e più alto ordinamento.  Marx collocava Proudhon tra i socialisti conservatori o borghesi, che “vogliono le condizioni della società moderna senza le lotte ed i pericoli che necessariamente ne discendono; vogliono la società attuale previa eliminazione degli elementi che la rivoluzionano e disgregano: vogliono la borghesia senza il proletariato. Karl Marx approfondì la sua  critica  al sistema di Proudhon ribaltando il titolo dell’opera da: “filosofia della miseria” a “miseria della filosofia”. in quanto Proudhon, al contrario di Marx, era convinto del fatto che per giungere al socialismo fossero necessarie delle riforme pacifiche che avrebbero abbattuto la proprietà, lo Stato e le classi sociali senza bisogno di una rivoluzione.

Il “Saggio su Proudhon”, con la critica del  Marxismo e del Leninismo,  rappresentò la mossa con la quale Craxi immaginò di cogliere una occasione storica per aprire, nella sinistra, un serio ed esteso  dibattito sulle radici ideologiche del totalitarismo sovietico.  Un tentativo che non ebbe alcun riflesso sulla politica e l’ideologia del PCI, tanto che nelle tesi approvate al XV congresso del  1979, fu espressa la rituale critica ai partiti socialdemocratici, rei di “non aver portato la società fuori della logica del capitalismo”, volendo così confermare che il Pci  non intendeva  affatto rinunciare al suo legame organico con la dottrina e la prassi ideologica e organizzativa fondata sulle tesi  di Marx  e Lenin e con tutto ciò che essa simbolizzava.

A questo punto una conclusione si impone da sé, se consideriamo il punto dell’approdo storico  dell’iniziativa di Bettino Craxi. Il tentativo di aggredire, sconvolgere e travolgere la mitologia marxi-leninista rappresentata dal PCI non conseguì alcun risultato. Anche la reazione degli iscritti al partito socialista non fu quella che Craxi confidava di raccogliere con il suo scritto, sicuramente per il fatto che il pensiero di Proudhon non era conosciuto e diffuso da assumerlo come un faro della nuova visione teorica del socialismo italiano, salvo l’elites dirigenziale vicina al capo (Luciano Pellicani ? )  probabilmente la sorgente culturale responsabile di quel tentativo. Mentre Nenni espresse la propria sorpresa e preoccupazione per quel cambiamento o acquisto di un nuovo pensatore mediante una intervista che rilasciò giorni dopo ad un quotidiano nazionale

Le tesi Proudhoniane non avanzarono di una spanna mentre si avvertiva il vento del fallimento di un progetto politico che in un quarto di secolo (78/94) ha portato alla fine del Partito Socialista e del Craxismo. il dilagare della corruzione nel partito, che divenne un fatto fisiologico, fu la sua più grave responsabilità  che si deve attribuire a  Bettino Craxi. Nel 1991 il PCI diviene PDS, una trasformazione dl Partito indicata da Occhetto come una formazione politica democratica, riformatrice e aperta a componenti laiche e cattoliche, che superasse il centralismo democratico, che si rinominò poi DS e oggi PD.

Socialisti, comunisti e i movimenti satelliti della sinistra rivoluzionaria, pacifista, alternativista, Leninista, Marxista, che hanno accompagnato la storia del nostro Paese fino alle soglie del XXI secolo, sono ormai un excursus della storia, mentre il presente ci ricorda tristemente la scomparsa di una forte rappresentanza della sinistra. Un fallimento che ha aperto le porte alla destra più retriva e nazionalista, antieuropea e spregiudicatamente razzista, che oggi Governa anche il nostro Paese.

La macchietta Napoletana aveva per oggetto un certo “tipo”: la mantenuta, il ballerino, il deputato, il prete, il benefattore, l’esattore delle tasse, il guappo, lo sciupafemmine; insomma una caricatura del modo di esprimersi, di pensare, dei caratteri fisici, comportamentali e psicologici. Gli spettatori si divertivano, noi invece, che viviamo questa messinscena ogni giorno con il Governo Conte (Salvini  Di Maio ) dobbiamo preoccuparci, seriamente preoccuparci.  Soprattutto per il fatto che ciò che rimane della sinistra organizzata non dà segnali di cambiamento, di superamento delle divisioni che vertono su questioni di natura procedurale, formale, in quanto non riconducibili ad una ideologia, ad una dottrina politica che rende contendibili i confini della dialettica.

Il riformismo illuminato, che cala dall’alto le sue ricette di laboratorio è stata la spinta che ha indotto i partiti della sinistra a modificare la propria origine genetica. Un errore, un fallimento. Il terreno riformista su cui la sinistra può rigenerare la propria identità è la riappropriazione del pensiero Marxista rielaborandone i contenuti e il testamento politico rivoluzionario straordinariamente attuale. Lavoro, giustizia, equità, solidarietà, democrazia, pace, sono i valori di riferimento; 70 anni fa li avevamo perduti e li abbiamo riconquistati godendone i benefici. Oggi sono nuovamente in pericolo. Non si perda tempo.

 Alberto Angeli

L’appello di Cacciari non può essere ignorato, di A. Angeli

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Alberto Angeli 2

Prima di tutto vennero a prendere gli zingari. E fui contento perché rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli uomini di colore. E ignorai il fatto, perché io sono bianco e mi hanno detto che quelli di colore sono irregolari. Poi vennero a prendere gli ebrei. E stetti zitto, perché mi stavano antipatici. Poi vennero a prendere gli omosessuali, e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi. Poi vennero a prendere i comunisti, ed io non dissi niente, perché non ero comunista. Un giorno vennero a prendere me, e non c’era rimasto nessuno a protestare”.  ( E’ in origine un sermone del pastore Martin Niemöller, che Brecht rielabora ).

Più nessuno a protestare” è la rivelazione del momento politico che avvolge e travolge il nostro Paese oggi. Questa presa d’atto è già di per se esaustiva di una realtà socio-politica annichilita. Non c’è opposizione, neppure in Parlamento, se anche il DP vota al Senato con il Governo, per il rinvio al 2020 l’erogazione dei fondi già finanziati a favore delle periferie. Si tratta di un programma con il quale erano stati approvati 120 progetti, per un costo complessivo per lo Stato di 2,06 miliardi di euro. A marzo 2017 erano stati approvati i primi 24 e ad aprile 2018 gli altri 96. Questo comporta che i fondi stanziati dai governi di centrosinistra per gli interventi a favore delle periferie sono rinviati al 2020. Dall’emendamento si rileva che esso non interviene sui 500 milioni stanziati dalla legge di Bilancio per il 2016 (quella deliberata dal governo Renzi), così i miliardi “sottratti” alle periferie ammontano a 1,6. Cifra confermata anche dal presidente dell’Anci (l’Associazione dei Comuni italiani) Antonio Decaro, che rileva che solo 24 dei 120 progetti non sono interessati dal rinvio, mentre sono rinviati i rimanenti 96. Il primo comma dell’emendamento infatti fa salvi i progetti “individuati con i decreti adottati anteriormente alla data del 18 aprile 2018”.

Più nessuno a protestare per l’ILVA, il Tap, la TAV, che questo Governo e l’Avvocato del Popolo intendono affossare; più nessuno a protestare contro il Decreto Dignità, riassumibile con le parole di Calvino:  «L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il  secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio. » (ITALO CALVINO, Le città invisibile, 1972 ); ancora, nessuno a protestare contro le migliaia di morti annegati nel tentativo di approdare su una terra accogliente, alla ricerca di una vita da vivere senza paura.

Più nessuno a protestare contro il linguaggio politico di questi governanti, che si caratterizza per il contenuto che ci induce a ricorrere a Dante, precisamente a quanto esposto nel VI canto con il richiamo a Giustiniano. Dante, attraverso la sua figura, delinea la propria concezione politica e ci mostra Giustiniano come una figura da prendere come esempio per la sua opera di cambiamento delle leggi Romane e del nuovo ordine introdotto a favore del popolo. Ma com’è cambiato il modo di far politica dai tempi di Giustiniano ad oggi?

L’anagrafica dei fatti e dei misfatti di questo Governo non si completa se ignoriamo il tentativo di snaturare la Carta fondativa della nostra democrazia Parlamentare e antifascista: con le dichiarazioni contro il ruolo del Parlamento ( Casaleggio-Grillo docet ) e la proposta di abrogazione della Legge Mancino del 1993, che interviene contro atti ed espressioni riconducibili al nazifascismo, avanzata da un Ministro della Repubblica,  già oggetto di un referendum abrogativo proposto nel 2014 dalla lega. Ancora: i silenzi sulla scuola, la formazione, l’Università e la ricerca, la valorizzazione culturale del nostro Patrimonio storico e artistico. E poi l’ambiente e il cambiamento climatico, che sono completamente ignorati, sicuramente per conquistare uno sguardo di attenzione da parte di Trump. Al proposito, chi è nella condizione di descrivere quale sia la politica internazionale delle alleanze, dei rapporti commerciali, politici, economici, su cui impostare la difesa degli interessi storici e della tradizionale vocazione pacifista del nostro Paese, che il Governo Pentastellato sostiene?

Non ci deve inoltre sfuggire la dissimulata vocazione che ci trasmette questa politica Leviatanica sostenuta dalla coalizione della Pentalega, riguardo all’Europa e all’Euro. Infatti, i veri padroni dei 5Stelle e della Lega non hanno cancellato dal loro programma l’uscita dall’Euro e dall’Europa, poiché nella loro visione strategica il concetto del nazionalismo è un prius irrinunciabile, che immancabilmente induce a ricercare e costruire rapporti politici privilegiati con i quattro di Visegrad, Putin, Trump e il Premier Austriaco Kurz. Con raziocinio e costanza la politica dell’attuale governo si muove nella direzione di una deeticizzazione dello spirito Europeo o di un senso comune Europeo, cioè un’eredità che parte dal rinascimento, una comunità intellettuale, artistica, spirituale e scientifica. Si può parlare appunto di un “senso comune europeo”, di cui le nostre nazioni – o l’unione Europea, si è nutrita per pervenire a ciò che oggi rappresenta.

Più nessuno protesta contro il proposito esplicitato da Salvini e Soci di abrogare o rivedere le norme riguardanti importanti diritti civili, di prevenzione sanitaria ( vaccini ); più nessuno protesta contro la spregiudicata voracità dello spoils system messo in atto dal duo SalviDiMaio,  pur di accaparrarsi e dividersi il potere del sottogoverno. Lo spread sale, gli indici di borsa segnano rosso, gli investitori esteri fuggono e quelli di casa nostra si astengono, senza che il Governo indichi un piano, un’idea, un progetto con cui fronteggiare la crisi presente e la tempesta che si abbatterà sul nostro Paese, allorchè le sanzioni Trumpiane cominceranno a dare i loro malefici effetti sulla finanza e l’economia mondiale. ( si consideri quanto sta accadendo alla Turchia, tanto per  cominciare, con le addizionali conseguenze e influenze sulle tradizionali alleanze politiche e strategiche ): più nessuno protesta!

Gli esperti economici di questo governo ( si, Esperti, sic ) parlano del Decreto Dignità adottando un linguaggio pseudo tecnico, rivelando che quanto previsto funzionerà da moltiplicatore economico. Povero Keynes, ( e la sua Teoria Generale della moneta dell’interesse e dell’occupazione ) e la successiva elaborazione di Schumpeter. Un provvedimento con il quale è dato per certo che il parametro della propensione marginale al consumo, cioè la parte del reddito che viene reinvestita dal consumatore, concorra a determinare il risultato che Keynes racchiude in una formula matematica.  Potremmo dire con William Shakespeare: “ Tanto rumore per nulla”.

Il vero e tragico dramma è l’assenza di una alternativa. Non lo è l’opposizione attuale di LeU e PD, delle OOSS totalmente assenti su tutti questi temi, le diverse associazioni progressiste, riformiste, sociali, che si muovono divise e o con obiettivi spesso contrastanti tra loro. L’appello del Filosofo Cacciari, e le numerose risposte di intellettuali conosciuti e di cittadini sconosciuti come chi scrive, sono un incoraggiamento a sperare, sono un segnale timido ma importante. C’è una consapevole presa di coscienza sul pericolo che il paese sta correndo, più profonda e diffusa di quanto era possibile credere. Occorre allora che questo appello si trasformi in una iniziativa nazionale, fissando un giorno, una data e un’ora in cui in ogni luogo del Paese   si riuniscano quanti interessati a partecipare a questa ripresa di una formazione di forze alternative, progressiste e di sinistra, costituendo gruppi rappresentativi ad ogni livello fino a pervenire alla costituzione di un movimento articolato, per zona, comune, provincia, regione e nazionale. In quella fase potrà definirsi lo strumento e la fondazione di una forza all’altezza dei compiti che i problemi del Paese chiedono di essere affrontati, preparandosi così a partecipare alla competizione elettorale. Ovviamente, con l’intento di vincere e costituire un’alternativa.

 Alberto Angeli

Italiani brava gente, di L. Billi

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Luca Billi

Per anni nel nostro paese ci siamo illusi – e ci hanno fatto illudere – che il razzismo da noi non esistesse: “italiani brava gente” era il motto di questa forma strisciante e asfissiante di revisionismo storico. Perfino quando il tema era ineludibile, ad esempio di fronte all’antisemitismo di epoca fascista che si tradusse nelle cosiddette leggi razziali, tanti hanno minimizzato, sostenendo che si è trattato del tentativo maldestro da parte di Mussolini di imitare Hitler e che quelle leggi hanno rappresentato il primo vero e proprio scollamento tra il regime e il paese, in maggioranza contrario all’antisemitismo. Balle. Gli italiani erano allora – e sono oggi – razzisti.

Salite su un autobus all’ora di punta o prendete un treno per pendolari e guardate il modo in cui tanti nostri connazionali scrutano i loro vicini stranieri, specialmente quando sono neri. Fate una fila alla posta o andate in un ufficio pubblico, sentirete battute sprezzanti, vedrete occhiate cariche di disprezzo.
Forse pensavamo che la lotta per sconfiggere il razzismo fosse un cammino inarrestabile, magari lento – troppo lento – ma con una direzione segnata. I più pessimisti di noi pensavano che quel cammino avrebbe conosciuto delle battute d’arresto, ma adesso dobbiamo constatare che abbiamo fatto dei passi indietro, la direzione di marcia si è invertita e il razzismo è più forte, al netto delle dichiarazioni ipocrite, degli appelli retorici, e anche dello sforzo sincero di tanti.

Purtroppo non basta l’ignoranza a spiegare il razzismo. Io credo invece che il razzismo venga alimentato, diffuso, fatto crescere nelle nostre società. Perché il razzismo serve. In fondo la storia qualcosa dovrebbe pure insegnarci. Al di là delle farneticazioni pseudoscientifiche di alcuni intellettuali, a cosa è servito l’antisemitismo nella prima metà del secolo scorso? A creare un nemico. I “bravi” cittadini della Germania, che avevano perso la guerra, che avevano perso l’impero, che erano finiti sul lastrico a causa delle condizioni imposte dalle potenze vincitrici, potevano finalmente spiegarsi di chi era la colpa: non dei generali che li avevano portati a quel conflitto folle, non degli industriali e dei banchieri che erano diventati ricchissimi con le forniture all’esercito e con i crediti di guerra, la colpa era degli ebrei. E visto che molti ebrei erano ricchi il premio per credere a questa menzogna così palese erano i soldi degli ebrei, e poi le case degli ebrei, e ancora i posti di lavoro degli ebrei, dalle fabbriche fino alle università.

E oggi vogliamo forse dare la colpa ai banchieri, ai padroni delle multinazionali, a chi ogni giorno ci sfrutta? Come è più facile dire che è colpa di quella scimmia, di quel negro di merda. E poi anche noi, nel nostro piccolo, abbiamo il nostro vantaggio a essere razzisti, affittiamo loro in nero le nostre case cadenti, li facciamo lavorare pagandoli una miseria, risparmiamo perfino sulle puttane: le nere costano di meno. Italiani brava gente.

Luca Billi

La democrazia é malata terminale? di V. F. Russo

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Vincenzo Russo

La crisi della democrazia, della politica, dei partiti strutturati di una volta, da una parte, l’affermarsi di partiti anti-sistema, di movimenti populisti in giro per il mondo e di quelli c.d. sovranisti all’interno dell’Unione europea alimentano un dibattito continuo tra costituzionalisti, politologi ed economisti che temono la degenerazione ulteriore della democrazia da Platone vista come anticamera alla tirannia o al mostro mite. Nel 1975 avviene la svolta ideologica con il trionfo della Scuola di Chicago monetarista e neoliberista: i fallimenti dello Stato molto più gravi dei fallimenti mercato. Quindi: no alle manovre keynesiane sulla spesa pubblica in deficit per far crescere l’economia e l’occupazione perché esse producono alti deficit e alti debiti, inflazione e instabilità finanziaria. Le banche centrali devono annunciare un dato tasso della crescita monetaria e l’economia reale si deve adattare ad essa. Come sappiamo gli anni settanta del secolo scorso dopo il crollo del sistema a cambi fissi ma aggiustabili si caratterizzano per un forte conflitto distributivo tra i paesi ricchi e gli esportatori di petrolio (organizzati dall’Opec) e di altre materie prime. L’inflazione raggiunge livelli attorno al 20% e l’Italia che era rimasta indietro nell’attuazione del welfare state lo ha spinto in avanti anche con finanziamenti in deficit.

L’onda neoliberista nel 1979 raggiunge l’Inghilterra con la Thatcher e nel 1980-81 gli Stati Uniti co Reagan che aveva già guidato la California come governatore. Entrambi accreditavano l’idea che il governo grosso fosse il problema da risolvere e non la soluzione. Questo ha prodotto via via la delegittimazione dello Stato e delle istituzioni che lo compongono. Dieci anni dopo nel 1989 arriva il crollo dell’Unione sovietica, l’Impero del male che Reagan aveva costretto ad aumentare fortemente le spese militari a danno dei consumi. Vince la corsa il sistema occidentale. Ormai le multinazionali operano su scala mondiale. I neoliberisti predicano il mantra dell’individuo miglior giudice di se stesso, alias, individualismo metodologico, dell’individuo razionale inteso come quello che massimizza il proprio interesse individuale. In sintesi un individuo che non ha bisogno delle mediazioni dei partiti e/o di altri corpi intermedi.

Per altro verso, gli effetti della globalizzazione portano alla verticalizzazione del processo decisionale verso livelli sovranazionali della c.d. governance per lo più priva di legittimazione democratica che tuttavia assume decisioni rilevanti. A livello statale resta una rappresentanza politica a cui in fatto non manca la legittimazione ma non può decidere niente di veramente importante e, quindi, va in crisi. Infatti, uno Stato nazionale di stampo ottocentesco rimane troppo piccolo per influenzare le decisioni a livello globale e troppo lontano dalla gente per capire bene i suoi bisogni. Si aggrava la crisi di identità e di legittimazione. La reazione dei costituzionalisti più giovani è stata a livello europeo il rafforzamento del governo nazionale che nel contesto della nuova era della ICT (information e communication Technology) che ha annullato spazio e tempo dovrebbe poter decidere velocemente in linea con i tempi ragionando come se le decisioni dei governi fossero analoghe a quelle degli operatori di borsa e, soprattutto, trascurando che i tempi della democrazia sono necessariamente lunghi. Secondo me la risposta dei costituzionalisti citati è stata sbagliata perché non ha senso decidere velocemente a livello sub-centrale se a Bruxelles i tempi medi per decisioni importanti calcolati dall’ex Presidente del Parlamento europeo Martin Schulz vanno da 2,5 a 3 anni. Vedi il suo libro: Il gigante incatenato. È in crisi lo Stato nazionale ma allo stesso tempo non sono migliorate le istituzioni sovranazionali aggravando il loro deficit democratico. Ultima opportunità per l’Europa’ Fazi Editore, 2014, recensito in questo blog. È subentrata la sfiducia dei cittadini confronti dello Stato nazionale e delle organizzazioni sovranazionali e questo spiega l’abbassamento della partecipazione in corso in molti Paesi occidentali a partire dagli USA. La democrazia forse non è malata terminale ma di certo non sta bene.

Ho ricordato sopra come il trionfo della Scuola monetarista e neoliberista coincida con la fine dei c.d. trenta gloriosi (1945-75) durante i quali, soprattutto nell’Europa centro-settentrionale, si afferma il c.d. compromesso socialdemocratico, ossia, il compromesso tra capitalismo e democrazia, capitalismo e diritti sociali dei lavoratori che sono alla base dell’affermazione del Welfare State. Seguono i quaranta vergognosi in cui per i motivi visti sopra si registra non solo il declino della dialettica democratica e nell’ambito della globalizzazione, la finanziarizzazione più elevata dell’economia guidata dalla finanza rapace di Wall Street. Si dice che l’economia è prevalsa sulla politica ma su entrambe domina la finanza rapace attraverso le sue agenzie di rating che sistematicamente danno le pagelle di buona condotta non solo alle grandi imprese planetarie ma anche ai governi di Paesi grandi e medi per come gestiscono le loro economie e le loro finanze pubbliche. Riempiono il vuoto lasciato dalla governance sovranazionale e dall’incapacità dei paesi industriali di coordinarsi sul serio come gruppi informali: il G7, G8, G10, G20 e Gitanti. L’UE nell’ultimo decennio da un sogno si è trasformato in un incubo. Molti osservatori con eccesso di semplificazione attribuiscono la causa all’euro. Non è così. La vera causa è intanto la crisi prima finanziaria e poi economica prodotta dalla finanza rapace di Wall Street e i suoi complici nelle banche europee che hanno dato mutui a gogo e costruito una montagna di prodotti derivati per assicurare le loro operazioni spericolate. Durante e dopo la crisi la vera causa è stata ed è avere imposto una ricetta unica per tutti con la politica economica dell’austerità che molti non distinguono dall’euro.

Ora se questo è vero – come ritengo – è chiaro che la via di uscita non sta nel ritorno allo stato sovrano, né nell’uscita dall’euro ma nella riforma del Patto di stabilità e crescita come novellato nel 2011con il concorso diretto del Parlamento europeo. Dopo la brutta performance del Patto durante e dopo la crisi si era creato un certo consenso perché l’argomento fosse trattato nel Consiglio europeo del 28-29 giugno scorso ma purtroppo ciò non è stato possibile per via della presunta crisi migratoria agitata dal Vice-presidente del Consiglio Salvini, ossia, da parte del rappresentante di uno dei paesi membri che più degli altri hanno bisogno di tale riforma per spingere la crescita del PIL e dell’occupazione.

Il ritorno allo Stato nazionale è l’unica via possibile? No, perché come detto sopra, lo Stato nazionale è troppo piccolo per potere affrontare da solo i problemi della globalizzazione senza subire l’egemonia dei paesi grandi come continenti.

Altri legano la via uscita al rilancio del welfare europeo. Anche se la proposta non è priva di logica essa al momento appare utopistica e incongrua perché come gli analisti più attenti sanno, nonostante gli attacchi sferrati attraverso la concorrenza fiscale, il welfare dei paesi membri dell’Unione resiste ed è identificato come modello sociale europeo. Tuttalpiù si tratterebbe di armonizzare i diversi sistemi e stabilire livelli essenziali di assistenza omogenei nei vari paesi membri. La costruzione di un welfare state intestato direttamente all’Unione, anche se auspicabile in teoria, non è nell’agenda politica nonostante il Manifesto di Goterborg 17-11-2017. Infatti la Germania e i suoi alleati del Nord si oppongono decisamente a tale obiettivo per via dell’alto contenuto redistributivo dei sistemi di welfare attraverso flussi consistenti di trasferimenti solidali dai paesi ricchi a quelli poveri. E sappiamo che sé l’eurozona non funziona come dovrebbe è perché non sono stati previsti e tuttora non sono all’ordine del giorno trasferimenti compensativi per aiutare le regioni periferiche a crescere, convergere con quelle centrali, ridurre i gap di infrastrutture materiali e immateriali, migliorando produttività e competitività di dette regioni con valore aggiunto europeo ed esternalità positive per tutti. E purtroppo le nubi che si addensano sulle elezioni europee della Primavera 2019 con una probabile maggiore presenza di forze populiste e sovraniste di destra non promettono niente di buono.

Vincenzo F. Russo

tratto dal Blog personale dell’autore http://enzorusso.blog/2018/07/15/la-democrazia-e-malata-terminale/

I ragazzi che sognavano la rivoluzione – dagli anni ’60 alla modernità dell’egoismo. di A. Angeli

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Non è possibile fissare una data, un momento o uno spazio-tempo, in cui ha preso vita quella che divenne la rivolta giovanile degli anni 60. Fin dal 1955 negli Stati Uniti era andata formandosi la Civil Rights Movement, un movimento popolare che chiedeva diritti civili anche per le persone di colore. Questa rivendicazione era vista come un passo verso una democrazia più libera ed ugualitaria. Oltre ai tanti democratici e riformisti di varie tendenze, il movimento aveva il sostegno di  settori della sinistra, compreso il Partito Comunista, e l’adesione di quella parte dei cattolici operanti nell’area del cattolicesimo sociale.

Siamo nell’anno accademico 1964-1965,, precisamente nel mese di  ottobre del 1964, Mario Savio, uno studente figlio di emigranti siciliani, apre la stagione della contestazione dando vita al « Free Speech Movement » (Movimento per la Libertà di Parola) sul campus nell’Università di Berkeley in California.  Dal quel popolo di giovani , già sedotto  dalla critica alla società di Herbert Marcuse.   fanno la loro comparsa coloro che diventeranno di leader studenteschi come Savio. Infatti seguiranno  Steve Weissman, e Art Goldberg, che si porranno  a capo di un movimento che protesta contro il divieto di fare politica sul campus.

Sarà da qui, dalla formazione di questo movimento,  che si propagherà il contagio in tutta l’America e oltre,  e che avrà lunga vita non solo all’Università di Berkeley ,  poichè sarà il detonatore dei movimenti studenteschi degli anni Sessanta in lotta per i diritti civili,  soprattutto degli afroamericani e degli amerindiani, per la democrazia diretta sui campus, per il potere studentesco e contro l’autoritarismo accademico.

La rivendicazione centrale del movimento  e la forza che sostiene la partecipazione, si condensano nella   slogan: libertà di  parola per tutti,  che diverrà poi la matrice unificante delle varie anime del 68. Si tratta di una parola d’ordine che  si propaga alle Università europee fino ad influenzare i  movimenti della contestazione studentesca  che già si stanno organizzando in Europa, fino a coinvolgere  i leader  storici come Rudi Dutschke in Germania Federale, Daniel Cohn-Bendit in Francia e Mario Capanna in Italia.

Nonostante le tensioni della guerra fredda e gli anni di piombo in Germania e in Italia, la crescita del livello culturale e la maturazione delle condizioni economiche e politiche  della società permisero al movimento degli studenti, dalle superiori all’ università, di rivendicare con forza una politica di riforme del sistema formativo e una  maggiore partecipazione alle decisioni che riguardavano la vita universitaria, con  l’obiettivo di valorizzare culturalmente la collaborazione tra scuola e società, Non si intraveda approssimazione reiterativa di un pezzo di storia, poiché con il 68 si fa riferimento a momenti della storia che attraversa e cuce il tessuto strappato  di spezzoni della società che segna le vicende di continenti e stati, culture e avvenimenti anche diversi, di cui i giovani sono l’energia che alimenta la rivolta e la contestazione della tradizione aristocratico-borghese dell’epoca. Al centro del 68 insiste il rifiuto del consueto, dell’uguale, della riproduzione e riproposizione di standard educativi che percorrono gli stessi itinerari di contestazione: oltre la noia nasce la rivolta contro i “padri” che si celano dietro la potenza coloniale, oppure della famiglia borghese, fino al “barone” universitario e al parroco. 

I gruppi esprimo tante distinzioni dentro le quali si possono distinguere e connotare caratteristiche comuni: quella internazionale, in ossequio all’esortazione Marxiana: “proletari di tutto il mondo unitevi”, con al centro una vivace resistenza, come a riprodurre l’esperienza contro il nazifascismo ( che lega le nazioni conflittualmente coinvolte dall’Europa all’Asia), una nemesi di un fenomeno che ora si rivolge contro l’offensiva del Tet in Viet.Nam fino alla primavera di Praga; dalla rivolta dei campus universitari della California al massacro di Piazza delle Tre culture a Città del Messico. Un moto che dilaga: dalle Università alle fabbriche e alle campagne, che si arricchisce della rivendicazione della libertà sessuale e si spinge fino a esprimere dissenso alla Chiesa;  dal femminismo al marxismo, dal “vietato vietare” al leninismo, dal situazionismo alla rivoluzione culturale cinese.

Un errore, pensare che ciò abbia rappresentato un fenomeno relazionale di causa-effetto o propagandistico, tipo: “ Agnelli, l’Indocina/ ce l’hai in officina, per ricordare uno slogan tra i tanti.  Si pensi alla guerra del Viet.Nam e al rifiuto che molti giovani espressero in vario modo, dalle manifestazioni studentesche fino al rifiuto di partire per il fronte. Si trattava di far coesistere una coerente interpretazione della lotta contro le colonizzazioni del Terzo Mondo, che già si manifestava agli inizi degli anni 60.

Certo, c’era chi seguiva “ perché questa era la moda “, o per un processo di casualità che invitava a partecipare pur senza convinzione; purtuttavia, agli inizi del 60 il grado di partecipazione esprimeva un livello di qualità e quantità difficilmente definibile ininfluente, solidamente e culturalmente radicato nella gioventù e senza riscontro con altre epoche storiche.

Una delle caratteristiche connotative era rappresentata dalla messa in discussione delle autorità costituite: dal potere politico, fino alle sue scelte; della direzione delle scuole e delle università, dalle gerarchie militari a quelle ecclesiastiche; dalla gestione di ospedali, carceri e manicomi, fino al decisivo ambito della famiglia. Nella sostanza, tutti i meccanismi di trasmissione della conoscenza e dei ruoli vengono contestati alla radice, in quanto rapporti di potere imposti, spacciati per naturali e tradizionali, che il movimento considera nella sua alterità condizionante le libertà individuali.  Insomma, il ’68 fu una rivolta di giovani, la forma specifica dell’affacciarsi sull’orizzonte storico di una generazione che ripudiava la guerra, l’autoritarismo, il concretismo dilettantesco, proponendosi la visione di un mondo liberato dai fardelli della borghesia, del capitalismo, della finanziarizzazione e delle diversità.

Riflettendo sull’esperienza (vissuta anche personalmente da sindacalista) ricostruendo il mosaico delle vicende di quei momenti , intuitivamente la storia richiama il problema del rapporto tra l’ondata di lotte studentesche ed operaie con le stagioni precedenti del movimento operaio. L’aspetto immediato fu senz’altro quello della rottura con ogni tipo di tradizione, ma nel corso del tempo questa relazione divenne più complessa, soprattutto laddove – come in Italia – al movimento studentesco si affiancò presto un forte sviluppo delle lotte operaie, anch’esse caratterizzate da un radicalismo nuovo, di matrice giovanile.

Nel corso di questi anni si è scritto molto  e sono state formulate  molte domande  sul ’68, perlopiù astiose o retoriche, reminiscenze personali di momenti particolari o interpretazioni di un vissuto senza esserne coinvolti. In questo 2018, cioè dopo mezzo secolo dal giovane studente Siciliano Mario Savio, chi ha vissuto direttamente quell’esperienza dalla parte dei lavoratori, può confermare la forte carica rivoluzionaria che da essa si sprigionò. Seguono gli anni delle grandi riforme con il centro sinistra: la riforma della scuola obbligatoria, la statalizzazione della produzione elettrica, la legge 300 di Brodolini, la nascita delle Regioni, l’universalità e gratuità della sanità, e tante altre riforme; nel mondo del lavoro il superamento delle zone salariali, i vecchi contratti fascisti erga omnes, valevoli per zone e aree di lavoro,  sostituiti da nuovi contratti Nazionali, le rappresentanze sindacali di fabbrica, introduzione della delega sindacale. Una rivoluzione, un cambiamento, un patrimonio storico e culturale oggi colpevolmente distrutto, disperso.

La storia non si ripete; eppure possiamo, dobbiamo sperare in un soprassalto d’orgoglio nei pochi intellettuali non ancora asserviti al nuovo modello politico, una profonda riflessione nelle poche forze sane della sinistra, una scossa delle coscienze di molti giovani, donne e uomini che operano nella società e vedono, osservano e liberamente giudicano la tristezza di questo momento in cui prevale l’egoismo, l’odio contro il diverso, l’individualismo spinto fino all’aberrante decisione di chiudere gli occhi per non vedere chi fugge dalle guerre, dalle carestie, dalla miseria più profonda.  

C’è che vorrebbe superare il ventennio, durare un trentennio. Dio ci salvi ! Ma perché ciò non si avveri è necessario, indispensabile agire, oggi, non domani. Speriamo che ci sia qualcuno pronto a raccogliere l’appello che molti, tante donne e uomini  rivolgono a chi ha la possibilità di prendersi carico di questo lavoro, di intercettare altri disposti a partecipare e insieme dare vita ad un movimento alternativo, riformista e solidale.

C’è sempre qualcuno che risponderà: sempre le stesse chiacchere, parole, parole, parole. Vogliamo fatti! Ecco, il 68 è un simbolo di quei fatti. Ripartiamo da lì, da dove è arrivato.

Alberto Angeli

Per ricordare Sandro Pertini, di G. Mastroleo

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Mastroleo (2)

Quarant’anni fa Sandro Pertini fu eletto Presidente della Repubblica. La seconda volta per un socialista, dopo Giuseppe Saragat; ho vissuto entrambi gli scrutini con intensa partecipazione e grande emozione.
Pertini fu eletto in un molto momento difficile per la storia d’Italia: dopo la vicenda Moro e in seguito alla delegittimazione del Presidente in carica, Giovanni Leone, costretto alle dimissioni in seguito ad un’accusa fortemente sostenuta dalla stampa, poi rivelatasi infondata.
Nessuna personalità della politica italiana più di Sandro Pertini, socialista, antifascista con anni e anni di carcere, partigiano intransigente, avrebbe potuto rappresentare, al più elevato livello morale e politico, l’Italia migliore e la sua aspirazione a vivere e a progredire nella Democrazia.
Ed infatti, ancora oggi Pertini è ricordato come il Presidente degli Italiani.
In terra di Bari sta viaggiando un’iniziativa molto lodevole, nata dal basso, per collocare nel carcere di Turi un Busto alla sua memoria: accanto a quella del compagno di carcere Antonio Gramsci, “un fratello per me” come Pertini ha rivendicato in ogni circostanza.
Un riconoscimento più che dovuto. Mi auguro davvero che si possa realizzare.

Gianvito Mastroleo

Presidente della Fondazione Giuseppe Di Vagno