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Le carceri, la discriminazione e le disuguaglianze, di M. Foroni

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Nelle nostre carceri ci moltissimi immigrati, tossicodipendenti e condannati per reati di strada e di sussistenza. Al 1 gennaio 2016 (fonte: ISTAT, giugno 2017) le persone nate all’estero ma residenti in Italia rappresentavano l’8,3% del totale della popolazione, mentre sfioravano il 27% nella popolazione carceraria. I detenuti di nazionalità italiana per corruzione e grandi bancarotte fraudolente rappresentano una percentuale irrilevante (0,9%).

Il diritto penale, divenuto pertanto luogo, nel suo modello normativo, quantomeno dell’uguaglianza formale o liberale davanti alle legge, è cosi diventato di fatto il luogo della massima disuguaglianza e discriminazione sociale ed etnica.

Non solo riproduce le disuguaglianze presenti nella società, ma ormai concretamente codificato discriminazioni e privilegi modellati sugli stessi stereotipi classisti e razzisti el “delinquente sociale”, oltre che “naturale”.

A ciò consegue, nel fatti, una duplicazione del diritto penale: minimo ed inefficace per i ricchi e i potenti, massimo inflessibile ed inefficiente per i poveri, i disadattati e gli emarginati (spesso immigrati) per effetto di una legislazione penale tanto disinteressata alla criminalità dei primi, quanto duramente severa nei confronti della delinquenza dei secondi.

Si pensi in particolare: alle norme penali che nel nostro Paese hanno abbreviato i termini della prescrizione cui sono destinati, i processi per corruzione, peculati e bancarotte e a quelle che, contemporaneamente, hanno aumentato i reati contro il patrimonio; alle varie forme di plea bargaining e di patteggiamento, introdotte anche in Italia sull’esempio degli USA che hanno piegato il diritto penale alla logica del mercato (l’ammissione da parte dell’imputato in cambio di una riduzione della pena, così trasformando il dibattimento in un lusso riservato a chi può permettersi costose difese.

Tutto ciò è chiaramente in aperta contraddizione non solo con il principio di uguaglianza richiamato dalla Costituzione, am anche con un principio elementare di razionalità penalistica. La maggior parte dei reati contro il patrimonio, essendo legati a situazione di disagio sociale e di povertà, richiedono forme di integrazione e di prevenzione legate a politiche sociali pubbliche dirette a ridurne le cause, ad iniziare dalla disoccupazione e della penosa mancanza di mezzi atti a fa condurre una esistenza dignitosa.

Sono la rimozione delle diseguaglianze delle oggi non più tollerabili diseguaglianze sostanziali, in contrasto con il dettato costituzionale, e il rispetto delle differenze gli elementi atti ad operare come il più sicuro ed efficace fattore di integrazione, riducendo i processi di discriminazione e classismo che sono all’origine delle devianze, e degli atti criminogeni degli esclusi dalla società civile.

Marco Foroni

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P.S.: Il regime carcerario previsto dall’art. 41-bis (cosiddetto carcere duro) oggi applicato a circa 700 detenuti facenti parte di organizzazione criminali mafiose (1,3% della popolazione carceraria), introdotto dal DL 8 giugno 1992, n. 306 (cosiddetto Decreto antimafia Martelli-Scotti) subito dopo la strage di Capaci ove persero la vita Giovanni Falcone, la moglie e gli uomini della sua scorta, convertito nella Legge 7 agosto 1992, n. 356.

Il regime dell’art. 41-bis si applica a singoli detenuti ed è volto a ostacolare le comunicazioni degli stessi con le organizzazioni criminali operanti all’esterno, i contatti tra appartenenti alla stessa organizzazione criminale all’interno del carcere e i contrasti tra gli appartenenti a diverse organizzazioni criminali, così da evitare il verificarsi di delitti e garantire la sicurezza e l’ordine pubblico anche fuori dalle carceri.

Anche se ritenuto da alcuni giuristi come incostituzionale, con le pronunce della Corte Costituzionale nel corso degli anni ‘90 (pur osservando incompatibilità del provvedimento con riferimento all’art. 27 della Costituzione, e limitando nel 2013 la incostituzionalità alla sola limitazione ai colloqui con l’avvocato difensore) e della Corte europea dei diritti dell’uomo (ai sensi della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali) è stata confermata la legittimità del provvedimento.

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La modernità in Habermas, di A. Angeli

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Spesso ho affrontato temi in cui il richiamo alla modernità esprimeva un valore della contemporaneità, vale a dire un concetto sul senso teorico della modernità vissuta nel presente come un pensiero rivolto al futuro, tuttavia destinato ad una fine, ad un superamento: un presente che ancora insiste ancorato al passato. In Habermas, al quale spesso ho fatto ricorso in quelle circostanze richiamandone il pensiero, la modernità è posta come una caratteristica che implica la trasformazione della coscienza del tempo, specialmente nell’ambito dell’analisi che si avventura nella costruzione di un progetto storico in cui il valore del pensiero si misura con l’autonomia della ragione e della parola.

Habermas è un filosofo e “costruttore” di un pensiero in cui l’agire comunicativo  costituisce il modello che condensa l’opera magnum di Habermas, intesa come critica sociale e rappresenta l’approdo epistemologicamente più maturo del pensiero habermasiano.  E tuttavia, nelle ricerche che ho intrapreso, per meglio comprendere il suo pensiero, mi sono imbattuto in molte critiche al sistema teorico e politico su cui il filosofo ha costruito il suo pensiero. Si tratta quindi di un “caso” che merita attenzione poiché la critica ( da Vattimo a Liguori e altri specialisti della materia ) è indicata  sulla stampa come la  “ Rivolta dei discepoli contro il Maestro”. In questo caso il Maestro è Habermas. La querelle consisterebbe nella critica alle posizioni del Filosofo Tedesco in materia di Europa e di immigrazione. Insomma, alla interpretazione Habermasiana di un Europa aperta, accogliente e terzomondista, una idea politica alla quale si oppongono i nuovi filosofi del realismo nazionale e, oserei dire, imperiale epopulista

Partiamo dal discorso sulla modernità, il cui pensiero filosofico si sviluppa molto tempo dopo la nascita della filosofia moderna, successivamente alla critica della scolastica e l’imporsi della nuova scienza a seguito  della Riforma, cioè dalla  “Querelle des Anciens et des Modernes”, (  dal litigio degli antichi e dei moderni ), persino dopo l’illuminismo come filosofia moderna per eccellenza. Non è quindi l’eteronimia tra l’illuminismo e il moderno che viene soggettivizzata ma la loro funzione dialettica (ovverosia, per il fatto che insieme si presentano come critica e giustificazione), a costituire il discorso filosofico del moderno che, secondo Habermas, trova quindi il proprio atto di nascita in Hegel. ( ignorando che, caso mai, è anche a Leopardi che si deve tale riconoscimento. Invero, della modernità. Leopardi rappresenta la tendenza critico-negativa, non quella ottimistica. Leopardi distrugge i miti della civiltà moderna, a cominciare dal progresso. E prende atto, senza veli, della miseria umana).

Procediamo. La prima tesi del libro di Habermas, sul “Discorso filosofico della modernità”, è pubblicato in Germania nel 1985. Egli rileva: “Hegel, per primo, eleva a problema filosofico quel processo di distacco della modernità dalle suggestioni normative del passato che non rientrano in essa”.  Seguendo tale linea la modernità si scopre  finalmente come epoca, e nel pensiero teorico è pensata come tale ( anche se invero non può darsi come naturale procedere del progresso, una costante comune a tutte le epoche), vale a dire svincolata dal passato e da ogni riferimento che possa legarla alla tradizione. Infatti, riconoscendosi l’epoca come ‘moderna’, dato ritenuto evidente ed  enfatico, la modernità si trova immediatamente irretita. In tale logica, infatti, il moderno, per affermarsi, diviene autoreferenziale, solipsistico, pena il negarsi come moderno. Si è indotti allora a pensare che nella modernità, in cui i processi di mutamento della società influenzano il comportamento umano, i soggetti sono interamente rimessi a sé, ed è in questa curvatura soggettivistica che anche il riconoscere norme e valori può evolversi e fondare nella struttura della propria autocoscienza.

 Habermas si pone il problema: “se il principio della soggettività, e la struttura dell’autocoscienza ad essa immanente, siano adeguati a porsi come fonte di orientamenti normativi, possano cioè intendersi come sufficienti a costruire una scienza, una morale o opere d’arte in generale, così da stabilizzare una formazione (una sensibilità !) storica affrancata da tutti gli obblighi storici”. Ora, a questo punto, la questione che si pone è: se dalla soggettività e dall’autocoscienza si possano conseguire criteri  interpretativi della società, che siano cioè riconosciuti e percepiti come provenienti dal mondo moderno e, al contempo, siano sussunti utili ad  orientarsi in esso; talché, si può anche interpretare come una critica alla modernità in quanto non in armonia con se stessa.

Dato atto del fatto che la soggettività è il principio dell’età moderna, e questo implica, in termini psicologici, che il moderno non vuole riferirsi ad altro che a sé, per cui ne scaturisce che, ricorrendo alla dialettica come critica e insieme come giustificazione del moderno, la questione della critica della soggettività diviene un superamento di una ragione soggettocentrica di cui si colgono pienamente i limiti. E tuttavia, al tempo stesso, non un passare oltre, che insiste sui modelli del passato, non essendo la negazione di sé stesso come moderno, ma ponendosi come autentico oltre sè in cui il moderno si rappresenta nella sua realtà. Una dieresi che si ripropone nel concetto di spirito assoluto in Hegel, che sembra sintetizzare queste aporie: lo spirito soggettivo si conserva e si trascende nell’assoluto – ma l’assoluto cessa di essere inscritto nel tempo, dunque non è più moderno, ma eterno; d’altra parte, l’assoluto trattiene ancora in sé le tracce troppo umane del soggetto, vale a dire che la critica della soggettività è condotta qui a partire da una ragione soggettocentrica.

 Se tralasciamo  la fallace soluzione di un’alterità della ragione soggettiva, il discorso filosofico del moderno si riproduce all’infinito dentro il suo spazio linguistico. In alternativa il discorso ci induce a criticare la soggettività in quanto limitata, spesso “irrazionale”, proclive a realizzarsi in forme autoritarie. Allora, come attuarlo se non attraverso la ragione intesa come organo della soggettività, ossia come autoriflessione del soggetto su se stesso? C’è da domandarsi se dopo questa critica i risultati saranno ancora una volta le astuzie della ragione  in cui il soggetto diviene centrale, per cui il rimedio che, se non è peggiore del male, quantomeno risulterebbe uguale ad esso?

” Al discorso della modernità – elaborato da Habermas – i suoi  critici muovono un rimprovero, che permane immodificato  anche nelle tesi elaborate da Hegel e Marx fino a Nietzsche e Heidegger, da Bataille e Lacan fino a Foucault e Derrida, ed è diretta contro una ragione che si fonda nel principio della soggettività.   Una  visione dialettica che afferma e denuncia una diversa ragione, che in definitiva scalza tutte le forme esplicite dell’oppressione e dello sfruttamento, della degradazione e dell’estraniazione, con lo scopo di pervenire all’imporsi del dominio della razionalità stessa”

Sorprende allora che Jürgen Habermas, giustamente indicato l’erede della Teoria Critica francofortese, il cui lavoro rappresenta una delle critiche più radicali del razionalismo moderno, assurga a difensore della modernità, esponendosi ad una astratta polemica condotta  da quegli intellettuali che disperdono il loro pensiero in argomenti poco seri,  ricorrendo ad iperboliche teorie sul  post-moderno. Mentre il discorso sulla modernità intende affrontare proprio questo versante della razionalità

Indubbiamente,  Habermas, con l’approfondimento di questo tema, in cui convogliano i tratti tipici di tutto del suo pensiero, evoca gli autori, che con le loro analisi  e la produzione dei testi e loro attualizzazione pratica, si sono cimentati su questo fronte teorico: Heidegger e Foucault, Benjamin e Bataille.

 Trovo un interesse particolare per Habermas  poiché il suo impegno teorico sviluppa temi  problematici lungo linee interpretative che danno prova della sua proposta intellettuale, che ci trasporta lungo i confini che corrono tra filosofia e sociologia. Sicuramente, si tratta di una straordinaria capacità di sintesi in cui il significato grammaticale ci interroga sulla possibilità di una forma teorica di eclettismo. D’altro canto, seguendo un certo filone interpretativo, spontanea si pone la curiosità  riguardo alla proposta habermasiana della teoria dell’agire comunicativo, da cui si può intendere si sviluppi una certa continuità della sua filosofia  tanto da costituire il compimento del “discorso filosofico della modernità”.

E tuttavia, l’interesse per Habermas,  che deriva dallo spessore e dalla profondità del suo contenuto gnoseologico e dalle sue argomentazioni, che si muovono in un alone di sofisticata capacità di analisi, non  neutralizza l’analisi che ci induce a considerarle incomplete, se non problematicamente e esagerate, fino a confortare, anche se limitatamente alla sementaca, una convinzione che egli ricerchi un commiato dal moderno, mettendo in evidenza aporie e singolarità che mantengono aperto il discorso della e sulla modernità.

Riassumendo il pensiero esposto da Habermas, sia la modernità che l’illuminismo rivelano in sé, innata, fin dall’origine  dei due sistemi, una ambivalenza arricchita da una dialettica che può essere liquidata dal o nel postmoderno solo al prezzo dell’antimodernismo. Infatti, non si deve ignorare che all’essenza del moderno pertiene storicamente la negazione in sè. Lo scopo di Habermas, come si evince dai suoi scritti, è conservare, mediante una nuova grammatica, questa tensione dialettica del moderno. Ritorna, rinnovato e seducente, per questa via concettuale, il richiamo al termine “dialettica”, del quale si era avvertita  l’ assenza  nelle lunghe dissertazioni sulla materia della costruzione teorica della “razionalità comunicativa.

I percorsi sui quali cammina questa teoria conducono direttamente al superamento della centralità del soggetto in cui si impone la intersoggettività del comunicare e la sostituzione del paradigma della coscienza peraltro abbozzato tradizionalmente sulla conoscenza dell’oggetto, con quello dell’interscambio comunicativo, come esposte dallo stesso Habermas, edificato su scambievoli pretese di verità falsificabili , seguendo il concetto filosofico di Popper.

Chi si avventurasse, quindi, a seguire “Il discorso filosofico” della modernità, nel bel mezzo dell’esegesi critica di Nietzsche, Heidegger o Derrida, troverà sulla sua strada spezzoni di questo ragionamento, in modo spesso apodittico o estremamente conciso, salvo che nel capitolo finale. Ciò che si presenta come ineludibile, seguendo il contenuto, è che la struttura teorica di questo libro si fonda sul discorso costitutivo dell’opera basilare dell’autore: “Teoria dell’agire comunicativo” (Il Mulino 1986). È nel contenuto di questo lavoro che trovano chiarezza gli argomenti che giustificano la nuova idea della razionalità comunicativa. “Il discorso filosofico della modernità”, nella sostanza, rappresenta una estensione di questi motivi.

 E’ una dote  di Habermas quella di procedere senza definizioni fisse o formali.  Per questo risulterà inconcludente spingere la nostra  ricerca a trovare una definizione di primo approccio al significato di modernità. “Moderno”, secondo i canoni tradizionali,  segnala semplicemente un complesso di riflessioni filosofiche e un insieme di processi sociali, quindi tutto ciò che attiene alla organizzazione della società e alle istituzioni politiche, in ciò  guidati da un’idea di razionalità Hegeliana che oggi è andata appannandosi. Al proposito, all’inizio del libro si parla di scissione tra modernità e contesto storico del razionalismo, per cui, asserisce Habermas,: “i processi di modernizzazione non possono più venire concepiti come un’oggettivazione storica di strutture razionali”.

Questa affermazione ci mette di fronte ad una duplice reazione, che possiamo qualificare, la prima, come post-moderno di carattere neo-conservatore, nel senso che prende atto della separazione storica tra modernizzazione tecnico sociale e la  cultura del sé, dando corpo ad una scissione delle idee che ci spinge ad usare la proposizione: fine della storia delle idee;  l’altra condizione ci presenta un post-moderno anarchico o anti umanistico, che rifiuta il supposto sganciamento tra la modernità sociale e la sua cultura razionalistica. Lo svelamento che ne scaturisce mette in luce il vero volto del razionalismo e dell’illuminismo, cioè l’assoggettamento  del soggetto e della volontà.

 E’ facile cogliere nella critica la similitudine tra dominio e ragione critica verso la  modernità  che si ritrova in tanti autori tra loro diversissimi per percorso intellettuale, sensibilità, rigore teorico. Ciò che li accosta seguendo Habermas è la presunzione di sconfessare in blocco la visione utopica ad essa legata e di uscire dalla modernità e dalla sua razionalità.  Habermas rispinge questa presunzione di allontanamento con cui si intende annunciare la fine della modernità, rilevandone la totale contraddittorietà logica, soprattutto perché tale pensiero riposa su una idea unilaterale e scorretta di modernità. Per questo Habermas ricorre al richiamo dei  suoi predecessori  e ai loro testi. Hegel, Nietzsche, ricostruendone il pensiero  e richiamando a sostegno anche l’autorità di Marx.

Qui sarebbe obbligo confrontare l’interpretazione Habermasiana dei classici menzionati con gli esegeti che ad essi riconducono i loro studi, ma non è questo il nostro interesse riguardo alla teoria argomentativa di Habermas, che si sviluppa in una duplice direzione: recuperare una direzione del pensiero che conduceva all’immanenza nella modernità, smarritosi  a seguito della perdita della filosofia del soggetto; in alternativa la sconfessione assoluta della modernità che si ritrova in Nietzschiani della scuola di Francoforte. Qui riporto una citazione di Habermas:

 “Se alla fine risultasse che anche la strada di Nietzsche non conduce seriamente fuori dalla filosofia del soggetto, non dovremmo ritornare a quella alternativa che Hegel a Jena aveva lasciato cadere a sinistra – ad un concetto di ragione comunicativa che pone in luce diversa la dialettica dell’illuminismo? Forse il discorso della modernità ha preso la direzione sbagliata proprio a quel crocevia, di fronte al quale si era fermato il giovane Marx”. Di fatto Marx ha abbandonato, sì, il soggetto idealistico a favore del concetto di prassi, ma fissandolo al paradigma del lavoro, della produzione. “Soltanto il mutamento di paradigma dall’attività produttiva all’agire comunicativo e la riformulazione in termini di teoria della comunicazione del concetto di ‘mondo della vita ‘ fa nuovamente reincontrare le due tradizioni”. La citazione pone il lettore davanti ad una interpretazione senza che gli siano forniti elementi probanti,  peraltro sviluppati nella già ricordata “Teoria dell’agire comunicativo”. E il riferimento è importante, poichè Habermas può parlare di una nuova “intima relazione tra prassi e razionalità”, e dei “contenuti normativi” della razionalità comunicativa.

Dopo questa presentazione è difficile negare al pensiero teorico di Habermas sulla modernità una continuità con la Teoria Critica classica. D’altro canto come non riconoscere nella sua “teoria comunicativa”  la ripresa del discorso della modernità intesa come istanza di ragione pubblica e dialogante. Discorso che è stato deviato in una filosofia del soggetto, che ha provocato, di riflesso, la reazione di tutto ciò che è “altro” dal soggetto razionale, sino alla sua radicale negazione. L’ultima forma di questa negazione è da ravvisare nella logica del sistema che egli indica come autosufficiente.

Senza arrenderci alla critica e ai tentativi di mettere in dubbio la coerenza su cui Habermas imposta la sua analisi a favore del razionale, il fatto allora che egli mantenga con fermezza la base teorica su cui poggia il principio della razionalità, costituisce una conferma della forza argomentativa delle tesi con le quali tiene fermo il principio della razionalità essendo: “disposizione di soggetti, in grado di parlare e di agire, ad acquisire e impiegare un sapere fallibile”.

Rimane in sospeso l’incognita sulla effettiva capacità dell’agire comunicativo a sostenere la varietà degli argomenti che l’autore mette in campo nella sua reiterata critica della modernità, poiché, come ho rilevato fin dall’inizio, insorge chiara una difficoltà a combinare le ambivalenze della modernità con i temi della teoria comunicativa. Certamente, rimane un’impresa ambiziosa e non esente da enigmaticità, se solo si pensa all’uso di concetti quali soggetto e coscienza che, nella ricostruzione, si connotano come responsabili dell’involuzione della modernità. Per superare questa ambivalenza Habermas focalizza l’intersoggettività decentrando il soggetto che indica come partner di una comunicazione carica di ragioni.

La strada seguita è sicuramente difficile. Ma l’autore è un pensatore avvezzo alle intraprese più difficili; da molti anni esercita la sua influenza  di pensatore su categorie  le più diverse e ardite,  pur di tenere vivo un concetto forte, integro, critico, normativo di razionalità. Non so se devo definirlo continuatore o grande assertore della modernità, sicuramente  da lui continuo a imparare e a scoprire il valore della comunicazione sociale.

Questa riflessione non ha la pretesa di essere uno studio, dato che la mia cassetta degli attrezzi manca di molti strumenti. Sono, vogliono essere solo appunti su uno storico e sociologo che appartiene alla scuola di Francoforte, culla della teoria critica. Habermas, d’altro canto occupa una posizione centrale anche nel dibattito politico sul ruolo dell’Europa Unita. La sua etica del discorso, la teoria dell’agire comunicativo, che si  oppone all’agire strumentale, ci offre un orientamento culturale a lavorare per l’intesa e per la non violenza.  Avere lavorato molto per raccogliere in queste poche pagine una riflessione, su uno tra i principali esponenti della cultura Europea, ne è valsa la pena. Mi auguro che possa essere condivisa anche da altri.

Alberto Angeli

Per i cittadini del NO “liberi e consapevoli”, di P. Gonzales

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Il quotidiano la Stampa riporta che Alessandro Di Battista (Movimento 5 Stelle), durante una incontro con gli operai presso la fabbrica di Riva di Chieri, alla specifica domanda se i Cinque Stelle andranno al governo avrebbe risposto: “Io non lo so, perché gli italiani li vedo molto rincoglioniti”.
La sua affermazione risulta grave e non veritiera se non a uso e consumo per coloro che ritengono che tutti siano intelligenti e trasparenti se votano i loro candidati o partiti e sono, invece, non a posto con la testa se votano e preferiscono altri candidati e partiti.
Personalmente non mi ritengo di rientrare nella categoria degli italiani a cui fa riferimento e, quindi, rinvio a lui tale affermazione ricordandogli che nel suo incarico e ruolo dovrebbe “fare cultura” e opporre ragionamenti meno legati a considerazioni basate sugli umori del momento per raccattare qualche voto in più e far presa sulla pancia dei cittadini.
Quali sono gli elementi che ha seriamente, profondamente e professionalmente valutato ed esaminato il deputato-psicologo Di Battista per affermare di aver visto e, ovviamente, incontrato molti cittadini “rincoglioniti”? Quali sono le sue ragioni, su cosa si fondono? Che ambienti frequenta?
Ricordo a me stesso, prima che al deputato Di Battista, che sarebbe ora di abbandonare i “vaffa day” e di non fare catalogazioni offensive nei confronti dei suoi connazionali (tutti, nessuno escluso!).
Il voto del 4 dicembre 2016 è stato un risultato non tanto e non solo per la campagna fatta dai movimenti e partiti contrari alla deforma costituzionale, ma è stato il voto di intelligenze libere e capaci di ragionare senza condizionamenti.
Le ragioni del NO sono state quelle dei vari giuristi e dei vari Comitati per il NO, non dei partiti o dei movimenti come i 5 Stelle!
Il merito va attribuito soprattutto al lavoro dei Comitati per il NO ed è loro ascrivibile e non ai partii del NO che hanno espresso la loro contrarietà principalmente per andare contro Renzi ed a quel PD ed ai suoi alleati!
La battaglia sui contenuti e sulle libertà che venivano ad essere intaccate e limitate dalla “deforma renziana” sono state portate avanti dai Comitati per il NO ed hanno convinto la stragrande maggioranza degli italiani, gioventù compresa.
E’ possibile, onorevole Di Battista, che in poco più di 24 mesi la maggioranza degli italiani si sia “rincoglionita”?
Credo, invece, che in questi 24 mesi i cittadini siano diventati più saggi, più attenti e più consapevoli nel valutare le proposte politiche e le persone che si candidano a governare questo nostro Paese che, ancora oggi, vorremmo difenderlo dagli assalti dei qualunquisti e del loro vuoti messaggi elettoralistici!

Paolo Gonzales

La Costituzione, il diritto e il dovere del voto, di M. Foroni

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Fino a pochi anni fa, il non esercizio del diritto di voto da parte di una cittadina e di un cittadino era sanzionato. Quando ero giovane studente liceale, ho votato per la prima volta nel 1980, ero come i miei coetanei perfettamente consapevole che se non mi fossi recato alle urne ciò sarebbe stato sanzionato.

Il DPR n.361/1957 all’art. 4 enunciava che “l’esercizio del voto è un obbligo al quale nessun cittadino può sottrarsi senza venir meno ad un suo preciso dovere verso il Paese”, e all’art. 115 che “L’elettore che non abbia esercitato il diritto di voto, deve darne giustificazione al sindaco…l’elenco di coloro che si astengono dal voto, senza giustificato motivo, è esposto per la durata di un mese nell’albo comunale. Per il periodo di cinque anni la menzione ‘non ha votato’ è iscritta nei certificati di buona condotta” tenuti presso il casellario giudiziario. Il certificato di buona condotta veniva richiesto dalle aziende al momento della domanda di assunzione, e se non si aveva esercitato il diritto di voto era inibita la partecipazione ai concorsi pubblici. Questa norma è stata abrogata (forse non a caso) nel 1993, l’anno horribilis della Repubblica, quello delle bombe di mafia a Roma e a Firenze, della abolizione della legge elettorale proporzionale disegnata dai costituenti con il passaggio alla legge elettorale maggioritaria, della discesa nell’agone politico del primo Partito mediatico della storia repubblicana, della nascita (per qualcuno) della cosiddetta seconda Repubblica, che non è mai esistita.

Ma rimane ovviamente l’art. 48 della Costituzione, c. II, “Il voto è personale ed eguale, libero e segreto. Il suo esercizio è dovere civico” rafforzato dalla sentenza n.96/1968 della Corte Costituzionale (Presidente Sandulli) dove “in materia di elettorato attivo, l’articolo 48, secondo comma, della Costituzione ha, poi, carattere universale ed i princìpi, con esso enunciati, vanno osservati in ogni caso in cui il relativo diritto debba essere esercitato”. Forse non era solo per motivazioni ideologiche che durante la cosiddetta prima Repubblica dei partiti della Costituente (che sapevano della importanza decisiva della partecipazione al voto per la tenuta della democrazia, usciti da una guerra devastante e dopo venti anni di dittatura fascista), la partecipazione al voto era mediamente al 90%.

Concetti e principi costituzionali da spiegare bene, oggi, a Viola Carofalo e a Gino Strada.

Marco Foroni

Amazon, il braccialetto elettronico e lo Statuto dei Lavoratori, di M. Foroni

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Lo Statuto dei lavoratori, legge 300/1970, recitava all’art. 4 nella sua verisone originale: “ È vietato l’uso di impianti audiovisivi e di altre apparecchiature per finalità di controllo a distanza dell’attività dei lavoratori. Gli impianti e le apparecchiature di controllo che siano richiesti da esigenze organizzative e produttive ovvero dalla sicurezza del lavoro, ma dai quali derivi anche la possibilità di controllo a distanza dell’attività dei lavoratori, possono essere installati soltanto previo accordo con le rappresentanze sindacali aziendali, oppure, in mancanza di queste, con la commissione interna. In difetto di accordo, su istanza del datore di lavoro, provvede l’Ispettorato del lavoro, dettando, ove occorra, le modalità per l’uso di tali impianti.”

Il “Jobs act” (D.Lvo 151/2015 attuativo della Legge delega 183/2014) modifica l’art. 4 e ammette, previo accordo con le rappresentanze sindacali o autorizzazione dell’Ispettorato del lavoro, l’utilizzo di apparecchiature dalle quali derivi “indirettamente” la possibilità di un controllo a distanza, ma installate per finalità di organizzazione e sicurezza aziendali. In sostanza quella che era l’eccezione diventerà la regola, infatti, il datore di lavoro avrà la “facoltà” di installare e utilizzare impianti e strumenti dai quali derivi “anche” un controllo sull’attività del lavoratore esclusivamente per (i) esigenze organizzative e produttive, (ii) per la sicurezza del lavoro e (iii) per la tutela del patrimonio aziendale. Viene pertanto delimitata a determinate condizioni una circostanza che prima era solo eventuale ed eccezionale. Resta comunque l’obbligo, in capo al datore di lavoro, di stipulare un previo accordo con le rappresentanze sindacali.

E’ necessario ritornare all’art. 4 originale. Lo Statuto dei lavoratori non è solo l’art. 18. E questo i compagni socialisti Giacomo Brodolini e Gino Giugni lo sapevano benissimo.

Marco Foroni

Superare le divisioni per costruire un progetto del socialismo riformista, di A. Angeli

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« A parità di fattori la spiegazione più semplice è da preferire » (Guglielmo di Occam). Spiegazione: in base al principio stesso del rasoio di Occam, una teoria che progressivamente si appoggiasse alla elaborazione troppo semplice e parziale di termini o a principi sempre più evanescenti alla fine sarebbe da rigettare per la sua stessa inconsistenza. Credo che questa sia l’interpretazione che ha indotto romano Prodi a dichiarare la sua propensione a votare a favore del centrosinistra, mettendo comunque in dubbio una sua preferenza per il PD di Renzi.

Per un qualsiasi osservatore imparziale, seriamente preoccupato per il quadro politico la cui cultura e storia lo orienta a favore delle forze riformiste e che vede i due blocchi: la destra e i cinquestelle in concorrenza tra loro e tuttavia alternativi alla coalizione di centrosinistra e LeU, questo principio logico del rasoio di Occam, inteso come un segnale opportuno in un momento opportuno, è sicuramente applicabile alla situazione che appunto vede in conflitto LeU e PD.

Il punto della divisione a sinistra risiede nella complicata tesi che i fondatori di LeU: Grasso, Bersani, Fratoianni, D’Alema, Civati, sostengono per rifuggire da ogni ipotesi di intesa con il PD: il popolo della sinistra ha scelto di lasciare il PD, noi stiamo con il popolo”. Questa rasoiata che teglia di netto ogni possibile rapporto con il PD, a meno che il voto del 4 marzo non capovolga gli equilibri, vuole anche essere una deliberata e presuntuosa pretesa di qualificare comunque il PD di destra e odiato dal popolo. Ovviamente, ci sono anche le proposte elettorali che sbaragliano ogni ipotesi d’intesa. La reintroduzione dell’art.18 della legge 300/70, la cancellazione del Jobs act e la revisione della legge Fornero, la cancellazione la cosiddetta “Buona scuola” e l’abolizione delle tasse universitarie, tanto per citare i punti di maggiore impegno ( e di attrito ) su cui Leu chiede il voto del popolo, trascurando il fatto che il MdP ex PD( cioè la parte più corposa di Leu ) ha approvato molte di quelle leggi oggi contestate.

D’altro canto, dire oggi:  ma se anziché arrivare alla scissione avessero condotto con forza la loro battaglia all’interno del PD e nel parlamento il confronto elettorale avrebbe avuto un diverso svolgimento, sicuramente. Intanto, perché è realisticamente impossibile che Leu, come anche il PD, possa ottenere un successo elettorale, tale da poter realizzare le sue proposte programmatiche; in alternativa, pur augurandogli un buon risultato, dovrà comunque vedersela o con i 5S o sperare che sia il PD, preso atto della insistita indisponibilità di Leu, ad allearsi con Berlusconi, convinti che già esista un piano in tale senso, ( scommettendo quindi su un risultato favorevole al cavaliere e alla destra )  così da poter trasformare una loro probabile dèbàcle in una (rendita di ) posizione da cui muovere contro lo sperato sodalizio Renzi-Berlusconi.

La realpolitik è stata decisamente ignorata da Leu, poichè dall’opposizione non porterà alcun vantaggio al popolo al quale chiede il consenso  a sostegno di un progetto presumibilmente destinato a rimanere nel cassetto, confidando che  si compia il destino di una riedizione del Nazareno. A meno che;  a meno che Leu non confidi in un successo dei 5S, come del resto si può agilmente cogliere nel ragionare di Bersani e di Grasso, e riprovare ( dopo la brutta figura fatta da Bersani ) a ritessere con il movimento 5S un dialogo su alcuni punti del programma, visto e considerato che Di Maio ogni giorno evolve e modifica il programma e le proposte del movimento, un   comportamento furbesco che lo assimila al personaggio di Fëdor Dostoevskij del bellissimo romanzo “Il Giocatore”, Aleksej Ivànovic, tanto che vaticina la revisione di molte leggi sul mercato del lavoro e sulla previdenza, che possono sollecitare un approccio diverso e possibilista di Leu.

Realisticamente, lo scenario più probabile e sostenuto anche dai bookmaker è un governo Salvini Meloni-Di Maio, poiché le proposte politiche: su finanza, economia, Europa, Euro, lavoro, previdenza, migrazione e riforme sociali di questi partiti hanno molto in comune. Certo il pellegrinare di Di Maio in USA e a Londra, le processioni a cui dà seguito recandosi nei santuari del potere economico e finanziario ( alla Renzi, per intenderci, e come di costume di molti pellegrini del potere politico del passato) per “spiegare il programma del movimento”, lo fa apparire  il Santone colto da una ispirazione dell’oltre mondo, non deve stupirci più di tanto. Perché, poi, in definitiva, saranno i lavoratori, i pensionati, a pagare i danni del progetto di uno vale uno; e allora sarà troppo tardi, per stabilire chi ha la responsabilità di quanto accaduto.

Insomma, con la nascita del movimento di Grasso e l’abbandono di Gramsci per inseguire il popolo, la domanda se per questa strada non si declini il movimento da referente del popolo a nuovo populismo, non trovi una sua risposta nelle macerie che dopo il 4 marzo il mondo della sinistra si troverà sulle spalle. E questa prospettiva non è un pregiudizio profetico. La sinistra del PD, già ridimensionata nell’assegnazione dei seggi dall’autoritarismo di Renzi, se vuole riconquistare posizioni nel nuovo Parlamento dovrà battersi come un leone per difendere il PD, tutto il PD e il suo programma. Una difesa che, come ci insegna Sun Tzu nell’Arte della Guerra, dovranno condurre colpo su colpo per rispondere all’accerchiamento delle altre forze in campo in cui anche Leu è scontato ne farà parte.

Dire che non c’erano alternative è una scusa ingenua e offensiva dell’intelligenza che l’osservatore ( il popolo ) ha ben desta. La scissione poteva essere l’occasione per una costituente socialista, pluralista e aperta a tutte le forze riformiste e della sinistra, per dare corpo ad un movimento socialista moderno con l’intento di recuperare la tradizione e la storia culturale  del socialismo e delle varie esperienze che nel secolo scorso hanno contribuito alla sconfitta del fascismo e alla creazione della repubblica democratica e parlamentare. Gli scissionisti di Leu portano una grande responsabilità, quella di avere lasciato a Renzi la custodia della storia della sinistra italiana: PCI,DS,PDS,PD, per rassegnarsi ad essere un movimento ininfluente per il cambiamento ma decisivo per la sconfitta della sinistra.

Nulla deve darsi per perso. Se ancora nell’animo degli scissionisti sopravvive un riverbero di orgoglio assumano l’iniziativa di aprirsi alla sinistra PD prospettando la disponibilità al confronto su un progetto per il Paese e pronti a ritrovarsi per dare vita ad un partito socialista riformista. Questo è ciò che il popolo si aspetta e di cui il paese, l’Italia, ha estremo bisogno.

 

Alberto Angeli

Una via intitolata non è solo un ricordo! di P. Gonzales

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La scomparsa di Giacomo Mancini ha lasciato un vuoto difficilmente colmabile da altro esponente politico meridionale e nazionale, così come la sua figura e storia politica non hanno elementi di confronto con figure di spicco del panorama politico della cosiddetta seconda Repubblica. Mi riferisco sia a parlamentari appartenenti all’area socialriformista che alle altre aree partitiche.

Giacomo Mancini ha interpretato, da attore protagonista e, spesso da regista, la storia del nostro Paese sia nel contesto politico che in quello istituzionale, economico e sociale. Ha avuto parte attiva nella resistenza e, successivamente, nella storia del meridionalismo dal dopoguerra in poi; ha interpretato in modo positivo e concreto il suo ruolo parlamentare facendo in modo che intere generazioni si misurassero con i grandi temi ed altrettanto grandi valori della vita sociale e politica.

E’ stato il primo ministro ambientalista, urbanista di grandi intuizioni ed un grande ministro della Sanità, oltre che dei LL.PP. e del Mezzogiorno!

Si è attivato, con forte senso di responsabilità, per l’affermazione delle conoscenze; per la migliore interpretazione dei bisogni e delle necessità dei giovani fornendo risposte politiche praticabili.

Non ha mai dimenticato la difesa dei meno abbienti; le regole del vivere democratico e del rispetto delle istituzioni. E’ stato al fianco di coloro che giustamente si battevano per conquiste civili e sociali più avanzate quali il divorzio e l’aborto e la sua storia di socialista cosentino si è sempre intrecciata con la storia del nostro Paese.

Ecco i ricordi più immediati che mi vengono in mente ripensando al lungo periodo di collaborazione, iniziato concretamente nel 1968 e, nel ricordarlo a distanza di tanto tempo dalla sua scomparsa, vorrei rispettare la sua figura impegnandomi nel tentativo di ragionare di politica così come mi ha insegnato a fare (tenendo sempre presente i miei limiti).

Giacomo Mancini, con il suo impegno, ha dato un senso al socialismo riformista italiano ed europeo e come sindaco socialista ed urbanista, ha fatto in modo che la nostra città di Cosenza non fosse più una “stretta città provinciale” ed ha accompagnato la cittadinanza tutta verso il suo concreto rinnovamento.

Una delle sue caratteristiche più profonde di uomo politico è stata quella di far comprendere le ragioni culturali e filosofiche dell’essere socialista ed ha fatto ciò, senza arroganza alcuna, attraverso il suo comportamento ed il suo modello di vita (che ritrovo nei suoi appunti che mi trasmetteva nel periodo di collaborazione).

Non ho mai fatto un bilancio del nostro rapporto, poiché la sua scomparsa non ha interrotto il mio dialogo con il suo modo di pensare e di vivere il suo essere politico. Ciò mi permette di poter esprimere alcune considerazioni politiche da socialista avendo sempre presente i bisogni della classi popolari (tanto cari a Giacomo).

E’ il modo migliore di ricordare la figura di Giacomo Mancini non è solo quella di rendere un doveroso omaggio ad un cittadino di valore, ma è la scelta coerente di definire con lui una fase di continuità non solo ideale ed emotiva.

La decisione dell’amministrazione di Roma Capitale è lodevole, ma l’intestazione toponomastica di una via non è e non deve essere solo un ricordo!

L’intestazione della via per noi socialisti assume il significato di dover lavorare ancora di più politicamente per poter offrire ai giovani di oggi un ricordo concreto di un grande socialista cosentino di valore internazionale.

E’ la nostra richiesta di partecipazione socialista, attiva nel confronto politico in atto nel Paese, che non deve interrompersi!

Sono certo che Giacomo Mancini ci avrebbe incoraggiato in tal senso in questa prossima campagna elettorale ed avrebbe invogliato tutti i suoi collaboratori, amici, conoscenti, pur se collocati in posizioni differenti nella stessa area di sinistra, a fare “squadra”.

Oggi, noi cosentini, siamo più orgogliosi della lodevole iniziativa di Roma Capitale e ringrazio gli amministratori, così come il Sindaco il prima persona per la decisione ed il Vice Sindaco Luca Bergamo per il contenuto del suo intervento, di alto spessore, che oggi ha fatto nella cerimonia.

La presenza di tanti compagni di base, di iscritti e la partecipazione di compagni autorevoli di fatto ha sostituito le assenze degli attuali dirigenti nazionali del PSI, certamente impegnati in attività per loro più importanti.

Un mio personale grazie a tutti i presenti ed a coloro che hanno risposto positivamente al mio invito a partecipare, così come a tutti coloro che, per ragioni più che comprensibili, hanno espresso un forte rammarico per la loro assenza.

Ma erano presenti a Via Giacomo Mancini con il cuore, con lo spirito e con una emotività che tutti abbiamo avvertito come se fossero accanto a noi.

Un grazie ancora al Sindaco di Rende che con la sua partecipazione attenta ha condiviso un momento particolare di storia non solo cosentina ed avvicina le due comunità di Cosenza e di Rende stessa.

Avverto il piacere, in chiusura di queste mie brevi riflessioni, di richiamare una delle tantissimi e illuminate riflessioni ed analisi politiche di Giacomo Mancini, quando si rivolgeva ai giovani: “La gioventù calabrese è la gioventù meno felice del nostro Paese…. È la gioventù senza giovinezza … e senza prospettiva di un dignitoso lavoro. Ai giovani i socialisti rivolgono un appello di mobilitazione e di presenza ed assumono l’impegno solenne ed immediato di non far cadere la grande e non rinviabile questione giovanile… Questo è l’impegno dei socialisti nei confronti delle elettrici e degli elettori delle classi giovanili e delle loro famiglie. Noi socialisti ci batteremo in loro favore”.

Noi socialisti e riformisti, con Giacomo Mancini alla guida, abbiamo portato avanti questo impegno negli anni, ma vista la situazione giovanile di questi tempi che non riguarda solo ed esclusivamente la gioventù calabrese, mi domando e chiedo se i prossimi candidati alle elezioni avranno pari impegno?
Una volta eletti nel ruolo di parlamentari o di consiglieri negli enti locali, si “batteranno per superare la grande questione giovanile tutta italiana” con lo stesso suo spessore culturale e con pari incisività politica?

Il destino delle comunità è legato alla capacità dei futuri governanti di incidere positivamente e concretamente per determinare le migliori condizioni di crescita e sviluppo per le nuove generazioni.

Se ciò corrisponde al vero Giacomo Mancini, è stato un politico che ha vissuto la sua vita per dare un futuro migliore (culturale, democratico, garantista e professionale) non solo a noi meridionali ma a intere generazioni del nostro Paese.

Ciao Giacomo

Paolo Gonzales

P.S. – Mi rammarico, purtroppo, di non essere stato in grado di farlo appassionare alla “pallacanestro”!