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Noi, vecchi Socialisti d’Italia. Costantino Lazzari al Congresso di Livorno del 1921

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Cari compagni

Esaminiamo la situazione intricata nella quale si trova oggi il PSI. Oggi una frazione ci viene a domandare, nell’interesse del partito, di dividere il partito nell’interesse del proletariato italiano.

Ma credete davvero che quando noi avremo allontanato i riformisti il nostro partito avrà acquistato una maggiore potenza rivoluzionaria? Io credo sia sufficiente per noi garantire la libertà di pensiero e la disciplina dell’azione. La necessità della scissione ci viene consigliata dai nostri compagni che lottano meravigliosamente per la rivoluzione nel loro Paese, la Russia, ma non è giusta e non è opportuna perché indebolirebbe noi e la lotta che dobbiamo fare.

Noi abbiamo visto con molta simpatia sui muri delle città i manifesti con il proletariato che spezza le catene gettandole nell’abisso del creato. E’ l’Ordine Nuovo. Quando mi sono ritrovato di fronte al gruppo dei compagni torinesi, pieni di sapienza di attività e di giovinezza, mi sono ricordato di quaranta anni fa quando abbiamo iniziato col Fascio operaio. Bene, benissimo fanno quei compagni. Ma nel loro comportamento c’è un difetto, ed è la deficienza nel sentimento della fraternità e dell’uguaglianza tra di noi.

Guardate cosa mi capita di leggere in questo giornale: ‘Il Partito comunista riunendo in sé la parte più avanzata e cosciente del proletariato…’ . Modestia a parte, constato la loro superba sicurezza. Noi non ci siamo mai considerato né più avanti né più coscienti degli altri, sapendo che tutti quanti dobbiamo riunire le nostre facoltà, i nostri diritti, la nostra buona volontà.

Oggi contro il nome del nostro Partito, contro questo nostro appellativo di socialisti viene opposta la qualifica di comunisti. Ma in Italia, ha ragione di esistere questa distinzione? Da noi non c’è una differenza tra comunismo e socialismo, noi siamo diventati socialisti educando la nostra anima con il Manifesto dei comunisti di Marx. L’obiettivo generale che tutti dobbiamo raggiungere è la civiltà socialista. Se in questa parola c’è l’espressione chiara e concreta del nostro scopo, perché dovremmo cambiare la nostra qualifica e diventare comunisti?

Questi comunisti che oggi per bocca del compagno bulgaro qui presente, sono venuti a consigliarci la scissione e la liquidazione dei riformisti, e non hanno ancora liquidato dal loro partito i massoni. L’Internazionale dice che, se vogliamo servire la causa della rivoluzione mondiale, dobbiamo spogliarci della giacchetta portata fino ad adesso, cambiare i connotati, cambiare passaporto e diventare comunisti. Io ho assistito tre volte al cambio del nome del nostro Partito, ma sempre semplicemente per la necessità di salvarci dalla reazione.

Nella storia di questi quarant’anni abbiamo distrutto una grande quantità di idoli e altari proprio per far sorgere questa bandiera del PSI. Da poveri, modesti proletari abbiamo creato in Italia un movimento col quale le classi dominanti devono fare i conti oggi e dovranno capitolare domani. Vi siete mai accorti di come sono belli, pedagogici i consigli di Mosca e Pietrogrado per diventare perfetti affiliati della Terza Internazionale? Belli, magnifici, ma non per i nostri contadini e per i nostri operai.

Noi, vecchi Socialisti d’Italia, non ci sentiamo né pigmei né giganti davanti agli uomini dell’Internazionale, perché sappiamo di avere un passato del quale rispondere e un dovere da compiere verso l’avvenire. L’unico bene indistruttibile che abbiamo a nostra disposizione è l’unità, con la quale possiamo portare alla Terza Internazionale una forza reale, sicura e devota.

Costantino Lazzari

Intervento al XVII Congresso del Partito Socialista Italiano di Livorno

Teatro Goldoni. Domenica, 16 gennaio 1921


Costantino Lazzari nacque a Cremona nel 1857, amico di Engels, compagno di Lenin e Trotszkij a Zimmerwald, fu tra i fondatori del Partito Operaio Italiano nel 1882 e del Partito Socialista Italiano dal 1892, ne fu Segretario per sette anni tra il dal 1912 al 1919, tranne che per due brevi periodi a causa del suo arresto per “disfattismo”. Allo scoppio della Prima guerra mondiale sostenne la posizione pacifista, decisa dalla stragrande maggioranza del PSI. Una volta proclamata l’entrata in guerra dell’Italia nel 1915, coniò lo slogan “né aderire, né sabotare”. Perseguitato dai fascisti, morì a Roma nel 1927 in estrema povertà e solitudine.

Il socialismo di Max Weber, di A. Angeli

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La rivoluzione Tedesca del 1918/1919, maturata a seguito della drammatica conclusione della prima guerra mondiale, costituisce la svolta che segna il cambiamento e la trasformazione dello Stato Tedesco da una monarchia costituzionale in una repubblica democratica e parlamentare. Si tratta di uno degli eventi più significativi dell’inizio del XX secolo, che prende corpo nello Stato in cui si è formato il più grande e rappresentativo movimento del socialismo Europeo, patria del grande teorico socialista Karl Marx e riconosciuto come il Paese più avanzato sul piano della industrializzazione. L’eredità della guerra, simboleggiata dalla miseria e dalla disperazione diffuse tra la popolazione, e la notizia della rivoluzione in Russia, che ha determinato la caduta della Zar, sono colte dai socialisti come una premessa per la rivoluzione, favorita da un clima di forte tensione tra le masse che facilita la presa del potere da parte del Partito socialista Tedesco e porta all’abdicazione dell’Imperatore.

E’ sulla importanza di questa rivoluzione, che si afferma come una realtà universale per il legame ideale e politico con quella che aveva travolto e cambiato la Russia agraria, e che viene a costituire il cuore pulsante del movimento operaio della Germania industriale e capitalista, nel 1918, che si rivolge l’attenzione di Max Weber, il quale ne segue con scrupolosa attenzione di studioso la sua evoluzione in cui forti si manifestano le tendenze verso un processo di burocratizzazione dell’economia e un allontanamento da quella che poteva definirsi, agli inizi della rivoluzione, una via teorica progressista verso il comunismo. Weber seppe leggere la forza degli argomenti e la serietà del metodo di lotta adottate dalla classe operaia come una disciplina sulla base della quale organizzare la gestione diretta delle fabbriche, da lui intesa come nucleo fondante dell’ideale socialista. Weber si accinge quindi a una rielaborazione dei principi teorici su cui si è modellato questo tentativo di riorganizzare il capitalismo su basi politiche e sociali completamente alternativi al sistema, e cogliere la novità che questo avvenimento storico viene a rappresentare, dal momento che il potere nelle fabbriche è passato sotto il dominio della classe lavoratrice e il controllo sul sistema della borghesia e dell’aristocrazia sotto quello dei dirigenti riformisti della socialdemocrazia Tedesca.

Il 1918 è quindi il periodo storico della rivoluzione in Germania e l’affermazione di una nuova realtà rappresentata dalla classe lavoratrice organizzata e dal partito socialdemocratico, un fatto storico che impone una revisione della storia e del pensiero Weberiano, elaborato nell’ambito della cultura di classe appartenente alla società borghese che assume come principio attivo la neutralità della scienza sociale e dequalifica la lotta in corso tra capitalismo e socialismo a una semplice forma di contrapposizione ideologica, che a ben considerare ricalca, articolandola per diverse forme di pensiero, la contraddizione tra scienza e logica che distingue il processo antagonistico delle forze produttive del capitale nella sua fase più matura. C’è un salto ideologico tra il 1914 quando Weber, dopo aver sottoscritto le famose “tesi” del 1914, in cui l’Accademia Germanica sposava le idee espansionistiche della nuova Germania imperiale e federale, ossia il manifesto con cui giustificare l’intervento nella Grande Guerra, e l’estate del 1918, quando Weber accetta di tenere un corso sulla cattedra di Economia politica all’Università di Vienna. E’ proprio in quel periodo, e nella capitale austriaca, che tiene una conferenza, su invito dello Stato Maggiore dell’imperial-regio esercito austro-ungarico, sul tema del socialismo e della Rivoluzione d’Ottobre, mediante un’originale interpretazione della rivoluzione Russa. In quella circostanza, smentendo il luogo comune che lo voleva come il “Marx della borghesia”, Weber si rivela invece un pensatore politico liberal-conservatore, di una specie ben diversa da quella di stampo anglosassone. E’ in quella lezione, tenuta non a studiosi, ma come un orientamento teorico sul socialismo rivolto agli ufficiali di un esercito, che Weber illustra in modo originale le vicende russe ponendole a confronto con i testi marxiani e le aspettative del movimento socialdemocratico in Occidente, in specie di quello Tedesco.

Nel 1914 si susseguono fatti rilevanti, da cui poi prendono forma quei processi che condurranno alla rivoluzione del proletariato nel corso del 1918 per concludersi nel il 1919: la scissione del vecchio partito socialdemocratico (SDP), determinata dal voto che l’ala destra del partito espresse al Reichstag a favore dei crediti militari per la guerra imperialistica, a cui seguì la costituzione del nuovo partito socialdemocratico (USPD); il sorgere del movimento spartachista, con Rosa Luxemburg e Karl Liebchneckt, mentre nel resto dell’Europa si formavano nuove esperienze politiche, come in Olanda, il movimento consiliare, che in parte confluisce poi nel partito comunista Tedesco (KPD). Ancora: segue la nascita del revisionismo teorizzato da Bernstein e sostenuto da Kautsky, Adler, l’EPD e l’USPD. Un periodo che segna cambiamenti storici rilevanti, anche per il realizzarsi della rivoluzione d’Ottobre e la nascita della Terza internazionale, dai quali prende forma un contesto politico interessante e sul quale Weber esplicita una sua interpretazione del contesto storico/politico in cui legge il formarsi di una separazione tra quelle forze politiche che si rivolgono al socialismo evoluzionista, dalla originalità del pensiero Marxiano che si incarna in Bernstein e in altri teorici del tempo a quelle rappresentanze politiche che si muovono in un area anarco-sindcalista, ovvero quella consiliare, i bolscevichi, gli spartachisti ed altri gruppi minori che si raccolgono attorno all’idea di un rivoluzione seguendo i canoni del Manifesto di Marx ed Engels.

Nell’illustrazione che Weber svolge nell’assemblea degli Ufficiali dell’esercito austriaco il significato della parola socialista viene espressa ricorrendo al vocabolario della cultura ufficiale dell’epoca e propria dell’ideologia democratico borghese, che assimila socialismo e democrazia: tutti i partiti che hanno un puro carattere socialista sono oggi partiti democratici, sussumendo con tale rilievo che non esista nessuna ineguaglianza formale dei diritti politici tra le diverse classi della popolazione”. Questo rende subito chiaro come tale concetto alteri la funzione sociale del lavoratore, anche se accoglie il principio di un ruolo del lavoratore nei processi della fabbrica, poiché mentre valorizza il carattere ideologico, etico e politico del lavoro, “abolizione del potere dell’uomo sull’uomo “, in effetti restano immutate le forme di condizionamento o le tecniche di disciplina vigenti nella fabbrica, quali l’organizzazione dei tempi di lavoro e l’esercizio di comando da parte dell’impresa. Qui, allora, si affaccia l’idea che il socialismo costituisca solo una reazione morale, sebbene spontanea e necessaria, da parte della classe operaia alle terribili condizioni della fabbrica, sottoposta alla razionalità capitalistica dell’industria che si pone l’obiettivo di intensificare la produzione industriale e quindi lo sfruttamento del lavoro. Sono i processi del lavoro, afferma Weber “con la creazione della produzione meccanica nella fabbrica, cioè con la concentrazione e localizzazione di forza-lavoro in uno stesso spazio, col legame alle macchine e alla comune disciplina del lavoro nella sala macchine o nella miniera”, e non lo specifico rapporto sociale di produzione – cioè il rapporto capitalistico – che produce, precisa Weber, la specificità del “socialismo moderno”. Per questo, è la “disciplina di fabbrica” che lega l’operaio alla macchina, costringendo la forza-lavoro negli spazi e nei tempi della “produzione meccanica”, “che dà ora alla forma della divisone dell’operaio dagli strumenti di lavoro il suo carattere specifico”.

E’ da queste condizioni del lavoro di fabbrica, del regime di controllo dei tempi e dei processi produttivi, è nato il socialismo. La sottomissione alle condizioni dei tempi di produzione è sicuramente e incredibilmente sentita dal lavoratore, per il fatto che, diversamente da altre forme di lavoro, nei cicli produttivi dell’impresa industriale tutto il processo di produzione poggia su metodologie di selezione eccezionalmente rilevanti, e stringenti diventano i tempi organizzativi del processo produttivo in cui la tecnologia prende il sopravvento sul lavoratore e la sua autonomia decisionale. Il socialismo diventa allora l’alternativa a questa condizione di vita nella fabbrica e di sfruttamento del lavoro da parte della “grande industria meccanizzata”, afferma Weber. Un rilievo, quello di Weber in merito alla tecnica considerata come un fattore ineludibile della produzione, e tuttavia un ambito in cui si realizza incondizionatamente il dominio dell’uomo sull’uomo, che dà evidenza a quella forma di sfruttamento capitalistico dell’operaio la quale, nelle forme organizzate mediante la tecnologia, si trasforma in alienazione. Tale processo produttivo richiede disciplina e selezione, che il capitalista impone come condizione preliminare al processo produttivo per conseguire razionalmente la valorizzazione del capitale. Qui la teoria del valore lavoro è identificata da Weber nell’idea marginalistica dell’ utilità, rispetto invece alla legge del profitto, poiché per Weber tutto si riconduce al meccanismo del mercato e dei prezzi a cui abbina il rischio e il calcolo dell’interesse imprenditoriale.

Il pensiero di Weber sul socialismo, che seppure in qualche modo risente dell’ influenza della cultura sociale borghese della sua epoca, è il riflesso di complessi processi storici, sociali, politici in atto in quella particolare situazione storica, in cui prevaleva il capitale monopolistico e incontrollabili risultavano i suoi meccanismi di riproduzione ed accumulazione, per la formazione di quella che Marx indica come la formazione del plusvalore relativo. Per tale motivo non è fuori luogo individuare in Weber il teorico più illuminato a favore di un capitalismo più liberale e razionale, e ciò lo sosteneva in un epoca in cui la crisi del liberismo moderno non facilitava il sostegno di una teoria in cui forte era avvertita l’esigenza di un rinnovamento teorico del capitale monopolistico. E tuttavia, Weber, penetrando nel profondo processo rivoluzionario in corso in quell’epoca, si colloca dalla parte del mondo del lavoro e del movimento operaio cogliendo nell’idea dogmatica dell’evoluzione di Karl Marx un percorso politico utile a conseguire quel cambiamento che la rivoluzione si propone di realizzare sotto la guida e il governo del socialismo. A tale proposito egli scrive: “Non esiste nessun mezzo per far scomparire dal mondo l’ideologia socialista e la speranza nel socialismo. La classe operaia sarà sempre di nuovo in qualche modo socialista”.

Alberto Angeli

“A ciascuno secondo il sue capacità a ciascuno secondo i suoi bisogni”. di A. Angeli

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Il 21 gennaio del 1921, alla fine dei lavori del XVII Congresso del PSI, che si svolsero presso il Teatro Carlo Goldoni di Livorno, la frazione Comunista abbandonò i lavori e costituì il Partito Comunista d’Italia. Il 21 gennaio 2021 saranno quindi trascorsi 100 anni da quella data storica, che sicuramente ha influenzato i fenomeni storici che nel tempo si sono susseguiti e che hanno determinato le vicende politiche e sociali del nostro paese: la nascita e la dittatura del fascismo e la seconda guerra mondiale nazifascista. Ma anche altri fatti non meno sorprendenti sono accaduti in questo lungo secolo. La svolta della Bolognina del 3 febbraio 1991, che determina la fine del PCI e la nascita del PDS; il 13 novembre 1994 lo scioglimento definitivo del PSI; poi la costituente socialista promossa da Boselli nel 2007 a Fiuggi, che raccolse quanto rimane del vecchio PSI, che nel congresso del luglio 2008 eleggerà Riccardo Nencini Segretario e adotterà il nome di Partito Socialista Italiano, oggi guidato da un nuovo segretario, Vincenzo Maraio. Oggi, chi si accingesse a compiere un’analisi della presenza della sinistra nel nostro paese non potrebbe parlarne in termini di evoluzione ma, caso mai, d’involuzione o regressione, causata soprattutto dal difficile superamento del paradigma identitario, un fenomeno ancora irrisolto, anche perché nel tempo è intervenuta una revisione sostanziale della forma partito e del modello organizzativo, a causa dell’abbandono della forma ideologica e teorica, per strutturarsi nel modello ideale di rappresentanza democratica e riformista.

E’ quanto si coglie guardando alla vita reale della politica e alla reazione dell’opinione pubblica, poichè dalla deideologizzazione dei processi politici l’attenzione del nuovo modello di partito è rivolta a favorire una visione idealizzante di un nuovo rapporto con l’elettorato il quale, a sua volta, avverte questo cambio di paradigma e reagisce adeguando il suo orientamento e interesse politico. Difatti, alla domanda se il socialismo ha ancora una prospettiva molte associazioni e movimenti cercano di dare una risposta ricorrendo alla storia, alla tradizione e alla cultura del movimento socialista, che ha segnato tanta parte della vita politica del nostro paese. In grande parte delle risposte si cerca di motivare l’impegno per la ripresa o rinascita del socialismo confrontando il livello di inadeguatezza dell’intellighenzia del presente, che ne ha assunto il ruolo di rappresentanza e, impropriamente, ha metamorfizzato le radici originarie della sua cultura scientifica e storia politica. Infatti, accantonata la fase del socialismo scientifico, ( secondo la lettura di Marx della storia vista nell’ottica della lotta di classe ) oggi la ricerca della nuova identità socialista immagina la possibilità di rinnovare l’essenza del socialismo ricorrendo a nominalismi che diano il senso di un movimento attrezzato culturalmente e organizzativamente e pronto a confrontarsi con la globalizzazione economico-finanziaria del XXI secolo: così al socialismo è aggiunto riformista, oppure socialismo liberale o, ancora, socialismo del XXI secolo, una traslitterazione di termini operata con lo scopo di costruire una nuova identità al socialismo nella speranza di intercettare interesse e consenso politico.

“Tenebra dell’immediato” richiamando una frase di Ernst Bloch, è la dimensione dentro cui si muove questa ricerca di una identità socialista, che segni comunque una discontinuità con il passato, per cui al centro di questa ricerca non è più la classe lavoratrice, la lotta di classe e la contrapposizione alla èlite, alla borghesia, ma l’individuo, superando cosi intemeratamente le divisioni di censo e di collocazione sociale. Sono visioni e temi, quelli riguardanti il merito, o l’idea di dare a ciascuno secondo le sue capacità e non secondo i suoi bisogni, sperimentate dal socialismo del XX secolo, al pari dei tentativi di rielaborare teoricamente una visione del socialismo da contrapporre all’analisi Marxista del socialismo scientifico, ricorrendo alle tesi di Proudhon: teorie e strade che si sono dimostrate vie di fuga fallite. Sono esperimenti mentali, quelli di associare il socialismo al liberalismo, che la storia si è già incaricata di dimostrarne l’illogicità politica e sociale; peraltro ipotesi di pensiero già affrontate al pari della democratizzazione del processo politico-economico della società. Ciò che invece queste tesi mettono in campo è l’idea del funzionalismo, inteso come indirizzo metodologico secondo cui tutto è intercorrelato e chiamato a svolgere la propria funzione ai fini dell’obiettivo secondo cui non ci sono classi ma solo diversità, idea che induce a ritenere inesprimibile sociologicamente il principio dell’esistenza di diseguaglianze sociale e di classe.

Se il socialismo oggi non raccoglie consenso nonostante la presenza di un partito organizzato e l’attività di molte organizzazioni, cui adesso si affianca la ripresa del suo storico giornale l’Avanti, dovrebbe costituire materia di studio e approfondimento, magari anche mediante una ricerca tra i giovani per comprendere perché il socialismo non riesce a penetrare e conquistare interesse, invece di limitare le analisi a comparazioni di voto, a studi statistici o valutazioni semplicistiche. Se dopo un secolo di storia il socialismo è ai minimi termini e vive nella speranza di raccogliere percentuali minime, quasi da prefisso telefonico la ricerca dei suoi limiti deve avvenire nell’ambito della società, nel mondo che intende rappresentare e al quale chiedere consenso e forza, e certo non puoi rivolgere la stessa attenzione al mondo del lavoro e al capitale finanziario, al dipendente e allo speculatore, ma chiedere a ciascuno secondo il sue capacità a ciascuno secondo i suoi bisogni, come segnavia per realizzare un socialismo rispondente ai bisogni della società.

Alberto Angeli

Dal telelavoro allo smart working. di F. Ranucci

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Di seguito la mia recensione al libro di Domenico De Masi dal titolo “Smart working. La rivoluzione del lavoro intelligente” (Marsilio 2020, pp. 688, euro 24), pubblicata su via Po economia di oggi

C i sono svolte epocali che segnano il tempo e cambiano tutto senza preavviso. Di quelle improvvise, non immediate e difficili da segnare sul calendario. E come nel caso dello smart working hanno un prima e un poi, degli scatti e delle accelerazioni talvolta incontrollabili che possono portare effetti positivi. A scriverlo nel suo libro sull’argomento è Domenico De Masi, professore emerito di Sociologia del lavoro alla Sapienza di Roma. Che nel telelavoro, al di là della pandemia da Covid-19, ha creduto sin dal principio sostenendo che, se è pur vero che famiglie e lavoratori sono stati catapultati e costretti dall’oggi al domani a lavorare e studiare in modalità remota, in questa maniera in tanti hanno salvato la salute, la scuola e finanche l’economia. Smentendo coloro che, contro questa tesi, hanno sbandierato crisi e choc vari.

Il sociologo spiega tutto in questo corposo tomo che si allontana dalle semplici considerazioni personali approfondendo il quadro di una società che si è modificata profondamente sull’onda della rivoluzione digitale e della trasformazione tecnologica.

L’Italia riparte dallo smart working, sottolinea De Masi nella sua ricerca, il lavoro si riorganizza e questo vale per tutti i settori, dalla pubblica amministrazione all’imprenditoria privata fino ai servizi quali istruzione, fisco, sanità. È la strada giusta, assicura, e nessuno pensi di tornare indietro.

Parola di studioso. Che parte da lontano. “Il volume – asserisce – ripercorre le tappe della storia dello smart working, il cui antenato è stato il telelavoro. Racconta in sostanza il grande cambiamento, cosa è avvenuto dalle origini ai giorni nostri fino all’avvento delle nuove tecnologie. Adesso il lavoro ce lo sottraggono sempre di più le macchine, gli operai sono di meno, ridotti al 30 per cento. E il lavoro intellettuale si può destrutturare, si può fare ovunque tramite internet. Uno sconvolgimento che riguarda il digitale e la rete, ma soprattutto, in un Paese come il nostro, circa 6 milioni di persone su 23 milioni. In effetti, si tratta del 25 per cento di tutta la forza lavoro, un numero che dimostra come un quarto degli individui potrebbe lavorare da casa. Questo significherebbe ridurre il pendolarismo, l’inquinamento, gli spostamenti, il bisogno di spazi nelle aziende. Si parla frequentemente di calo della produttività che invece, secondo alcuni studi, migliora con lo smart working. Ebbene l’Italia, ad esempio, ha un gap con la Germania del 20 per cento che potremmo senz’altro recuperare in questo modo”.

Non solo. “In questi ultimi mesi”, secondo De Masi, “a causa del lockdown abbiamo vissuto una strana esperienza, in quanto costretti a lavorare da casa con orari flessibili, ma che ci ha fatto comprendere l’importanza dello smart working e la sconfitta della ritrosia delle aziende e dei loro capi che hanno cercato di opporre resistenza all’inesorabile trasformazione”.

Già, i vertici della PA e il sistema delle imprese in generale si sono dovuti piegare all’evidenza. Anzitutto perché la pandemia ha portato all’esplosione dello smart working in pochissimo tempo. “Basti pensare che all’inizio dell’anno lavoravano in modalità remota 570 mila italiani che ai primi di marzo sono diventati 8 milioni. E bisogna dare atto alla ministra Dadone se il primo dicastero ad agire in tal senso è stato quello della Pubblica amministrazione. Infatti, anche grazie a lei si parla sempre più di lavoro agile. La ministra ha presentato un progetto di legge in cui si afferma che entro l’anno venturo la metà dei tre milioni e mezzo di dipendenti pubblici lavorerà da casa”. Del resto, secondo il sociologo, “non dobbiamo dimenticare che la PA è stata la prima a codificare il telelavoro nel nostro Paese con la legge Madia del 2015. Per i privati invece il provvedimento è arrivato nel 2017 anche se l’antesignano del telelavoro è stato l’Inps nel 1990, seguito dall’Ibm nel ’95 e dalla Telecom nel ‘97”.

Il lavoro agile dunque non rappresenta solo una soluzione a tempo limitato nel momento in cui riesce a coniugare adeguatamente produttività e attenzione alle persone, che a casa spesso diventano più motivate sentendosi padrone del proprio lavoro.

Addio dunque alle distrazioni dell’ufficio, alle chiacchierate e ai caffè con i colleghi? Negli Stati Uniti i produttori di “The Office”, la sitcom creata da Greg Daniels, hanno annunciato di voler preparare una nuova serie tv dove però tutti i dipendenti lavorano da casa. A dimostrazione che l’argomento smart working, indicato come strada virtuosa da intraprendere ma mai realmente percorsa per intero, sia stato semplicemente sdoganato dalla pandemia al punto da essere indicato come il futuro del lavoro.

“Anche la scuola – dice De Masi – si è affidata alla didattica a distanza con il doppio scopo dell’insegnamento e di tutelare la salute dei genitori e dei figli, offrendo ai professori la possibilità di accrescere le proprie competenze in informatica. Chiaramente prima o poi ricominceremo daccapo. Nel frattempo però abbiamo compreso che pur lavorando mamma e papà possono stare a casa”.

Il libro di De Masi, che risponde ai tanti interrogativi che una questione così importante solleva, è un excursus soprattutto storico e si divide in cinque parti. Nella prima viene illustrato in che modo è cambiato il lavoro nel tempo, dalla Grecia classica alla bottega rinascimentale passando poi per Locke, Smith, Marx e Arendt. Nella seconda si ripercorrono le tappe fondamentali del telelavoro, dal “guinzaglio del telefono fisso” alle nuove leggi. La terza invece è incentrata sullo smart working, sul lavoro dominato da personal computer, tablet e smartphone, macchine il più delle volte piccole, portatili, che spesso non necessitano dell’apporto di una scrivania e sono utilizzabili in qualsiasi luogo. Nella quarta si legge l’analisi di quanto è avvenuto in questi mesi, con l’autore che parla di “grande esperimento” e di nuovi compiti da assegnare. Del ruolo del governo sul tema e dei punti di vista imprenditoriale, sindacale, giuridico, sociologico, psicologico e filosofico.

“Tutte le ricerche realizzate – conclude De Masi – dicono che la maggior parte dei lavoratori vorrebbe continuare a lavorare in smart working anche dopo l’emergenza Covid-19 e qui c’è una grande occasione per il sindacato, che può e deve trasformarsi in telesindacato raggiungendo i lavoratori in tempo reale come ha fatto la giovane attivista svedese Greta Thunberg, che con un computer ha mobilitato milioni di ragazzi in tutto il mondo. Nella quinta parte del testo c’è la ricerca previsionale e ho chiesto aiuto a undici esperti, tra i quali vi sono docenti universitari, per capire e spiegare cosa potrebbe avvenire nei prossimi anni. Le risposte sono state tutte ottimistiche, lo smart working sarà la forma più utilizzata per quei lavori che si possono fare a distanza. Il mio auspicio quindi è che il sindacato sappia cogliere al volo questa grandiosa occasione per un rinnovamento totale”.

Ricadute sulla vita di tutti? Eccole: “Oggi – si legge nel volume – ogni ventenne ha davanti a sé circa 580 mila ore di vita. Per gli addetti a mansioni esecutive, il lavoro occuperà non più di 60 mila ore; 200 mila ore saranno dedicate alla cura del corpo (sonno, ‘care’, ecc.); 120 mila ore saranno dedicate alla formazione. Disporremo di 200 mila ore di tempo libero, pari a ventitré anni. Per i lavoratori creativi, il lavoro si confonderà con il tempo libero. In una famosa conferenza del 1930 (‘Economic Possibilities for our Grandchildren’) Keynes salutò con entusiasmo questa prospettiva e profetizzò che i suoi nipoti (cioè i bambini che nascono oggi) avrebbero ridotto la settimana lavorativa a quindici ore e poi, via via, si sarebbero abituati a una vita finalmente liberata dal lavoro e pienamente realizzata”.

Quindi, “con lo smart working il lavoratore è padrone degli orari, dei luoghi, dei ritmi e dei metodi di lavoro. Le ricerche dimostrano che il telelavoratore riesce a svolgere le pratiche in meno tempo di quanto gli occorresse in ufficio. Tuttavia la pratica dell’overtime, ormai congenita, può indurre alcuni telelavoratori a espandere il lavoro oltre misura ed è probabile che occorra del tempo prima che ci educhi e ci si abitui a godere pienamente i vantaggi dello smart working”.

Dalla lettura del libro si evince così che vi potranno essere enormi vantaggi, dal risparmio non solo del tempo ma anche economico per i lavoratori e per le aziende che non avranno più bisogno di affittare spazi per le loro sedi. Una nuova realtà, un altro tipo di organizzazione che prende il sopravvento trasformando tutto da scelta momentanea in strutturale, anche se necessiterà un piano adeguato e ben studiato di lavoro agile per assecondare le esigenze delle famiglie, magari alternando il lavoro da ufficio e da casa. Per questo, e per altri motivi, il successo del nuovo modello di lavoro non è affatto scontato. Perché il cambiamento, che probabilmente avviene in un momento decisivo, va condiviso da tutti. E perché è indispensabile ipotecare un cambio culturale che racchiuda in se principalmente la riorganizzazione delle risorse umane, dei controlli e dell’autonomia gestionale.

Fabio Ranucci

“CATEGORIE” e “CLASSI”- Necessità di una critica radicale al modello neo /ordo-liberista. di P. P. Caserta

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È ovvio che nelle proteste di questi giorni ci siano anche infiltrati, facinorosi di varia collocazione e post-sempre-fascisti che cercano di toccare palla. Non mi pare, però, si possa dubitare che la larga parte sia costituita da uomini e donne messi a dura prova dalla crisi. Non può trovare uno spazio di realtà il moralismo di chi liquida le proteste in blocco per via di alcuni facinorosi. Ma il culmine del moralismo sta forse nel pensare che chi ha fame conservi un contegno e modi gentili. Non è così e non è mai stato così. <Un governo né carne né pesce fa un mini-lockdown per non doversi far carico fino in fondo della sofferenza sociale generata da una crisi che morde sempre di più. Piuttosto, lockdown come si deve ma allora reddito di quarantena per tutti fino alla fine dell’emergenza pandemica!> L’alternativa, se si vuole, è la Svezia, ma l’italica paternalistica viuzza di mezzo che questo governicchio esprime sta facendo montare la rabbia sociale, questo è il punto, a mio avviso. In situazioni di grave emergenza devi più che mai scegliere una linea, se cammini in mezzo resti schiacciato, come dice il saggio. Se dico questo, per inciso, non è perché io minimizzi il Covid, ma proprio per il motivo opposto. Non minimizzo né il Covid, né l’acuta crisi che il Covid ha enfatizzato.

Appurato che una larga parte della protesta non è fascista né camorrista (senza escludere la presenza anche di questi e di altri elementi), per chi volesse prendersene la briga rimane il compito di leggere la protesta e trasformarla in una chiaro progetto politico di critica radicale al modello egemone neo /ordo-liberista, che ha prodotto i gravi squilibri esaltati dalla crisi.

Il lessico che ricorre in questi giorni racconta una storia eloquente, si parla di “categorie”, mentre il concetto di “classe” è ovviamente lontano, da tempo spazzato via dall’individualismo post-borghese (e iper-borghese al tempo stesso). Le “categorie”, ciascuna con le proprie istanze particolare e circoscritte, intendiamoci tutte legittime, ma inevitabilmente limitate nello scopo, sono l’evidente prodotto della da tempo avvenuta decomposizione del concetto di classe, frammentato in una serie di segmenti spesso incomunicanti con interessi particolari. (Molto ha contribuito anche la deleteria retorica della “società civile”). Eppure è lo stesso il modello che ha tagliato la spesa pubblica, i salari e le pensioni, la sanità, la scuola pubblica. Credo, inoltre, che questa necessaria critica radicale al modello neo /ordo-liberista debba passare anche, per la nostra parte, per l’obiettivo di una rappresentanza globale del mondo del lavoro, che richiede anzitutto, come la situazione appunto conferma ampiamente, schemi interpretativi empirici e non preconfenzionati.

Pier Paolo Caserta

Il negazionismo e l’angoscia del nulla. di A. Angeli.

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Non credo sia possibile stabilire una data storica alla quale riferire la data di nascita del negazionismo. Forse dal racconto biblico in cui Noè, chiamato a costruire l’Arca sulla quale trasferire tutti gli animali della terra con la sua famiglia, nella previsione del diluvio universale, venne irriso e calunniato dai suoi concittadini che negavano la possibilità di essere stato avvertito da Yahwè. O, scorrendo la bibbia, fermando l’attenzione sulla parte dedicata a Pietro, ricordare la sua negazione: “Nel frattempo, mentre Pietro sedeva nel cortile, una serva gli si avvicinò e gli disse: «Tu eri con Gesù, perché venite tutti e due dalla Galilea!» Ma Pietro lo negò a gran voce, dicendo: «Non so nemmeno di che cosa stai parlando!» Più tardi, fuori dal cancello, una altra serva lo notò e disse a quelli che stavano lì intorno: «Questʼuomo era con Gesù di Nazaret!»Di nuovo Pietro lo negò, stavolta con un giuramento: «Non lo conosco nemmeno quellʼuomo!» disse. Ma, poco dopo, alcune persone gli si avvicinarono e gli dissero: «Sappiamo che sei uno dei suoi discepoli, si capisce dal tuo accento che sei della Galilea!» Pietro cominciò a maledire e a spergiurare. «Non lo conosco nemmeno quellʼuomo là!» diceva.

Improvvisamente il gallo cantò. 75 Allora Pietro si ricordò di ciò che Gesù gli aveva detto: «Prima che il gallo canti, tu mi rinnegherai tre volte». E si allontanò piangendo amaramente”.  Ma è il negazionismo dell’Olocausto, della shoah, quello che più ha segnato e segna la storia, che nel tempo si è trasformata in una corrente di pensiero antistorica e antiscientifica il cui principale assunto è la negazione della veridicità dell’Olocausto, ossia del genocidio degli ebrei da parte della Germania nazista.

Oggi, alla schiera dei negazionisti si sono affiancati gli anti-complottisti compulsivi, i revisionisti o storicisti, gli anti cospirazionisti, i no vas, i  no covid, i no mask, insomma una falange di paranoici che si oppongono  a tutto, anche alla scienza, ritenuta al servizio del potere politico e economico. Le aziende farmaceutiche producono e diffondono il virus, poi speculano sui prodotti sanitari, sulle medicine per le cure, i vaccini. La politica o i politici impongono provvedimenti illiberali, coercitivi, con lo scopo di esercitare un dominio sulla società, il controllo assoluto su ogni aspetto della vita civile, comunitaria. Tutto per coprire “il complotto demo-pluto-giudaico-massonico, è la leggenda dei negazionisti, una sindrome incurabile ma decisamente preoccupante poiché mette sempre come previsione un complesso di fatti persecutori e, ci spiega Umberto Eco, l’integrità del popolo”. E’ dall’analisi del loro linguaggio che si coglie il vuoto di una logica capace di rendere proprietà formali alle cose del mondo. Ecco, appunto, il linguaggio: “Su ciò, di cui non si può parlare, si deve tacere”, così conclude le 7 proposizioni del Tractatus Wittgenstein, una lettura che aiuta a comprendere il linguaggio e a distinguere quelle proposizioni che non sono false ma assolutamente insensate e alla loro insensatezza non possiamo rispondere mettendole in dubbio o negarle, perché si può dubitare e sottoporre a confutazione solo ciò che è esprimibile in termini di verità o falsità. Allora, al negazionista, rimane solo l’ambito dell’angoscia che, come scrive Heidegger, si presenta come un’esperienza del niente, preda della paura, “ che è paura di nulla” chiarisce, poiché il suo oggetto rimane indeterminato.

L’indeterminatezza, è il terreno in cui i negazionisti convogliano le paure, il vuoto del pensiero che ha rinunciato a pensare; insomma il Regno della solitudine in cui si ritrova il negazionista una volta dismessi i simboli nei quali si è avvolto, nascosto durante la prova della sua esistenza consumata nel teatro delle insensatezze.  Qui non ci sono messaggi da lanciare, come salvagente lanciato per recuperare senso e significato di idee e modelli culturali,  poiché il mare in cui si dovrebbe esercitare il soccorso è il nulla, ovvero il centro della paura. E il superamento della paura è un lavoro che spetta agli psicologi, non alla cultura e al confronto politico.

Alberto Angeli

Alcuni appunti sull’Enciclica “Fratelli tutti” di Papa Bergoglio. di G. Giudice.

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Innanzi tutto, una precisazione. Quando si parla di Enciclica si parla di un documento Magisteriale della Chiesa, e non di un documento politico. Però sono d’accordo con lo storico di sinistra Gianpasquale Santomassimo, che questa Enciclica è certo la più radicale scritta da un Papa. Anche se l’impostazione di fondo è quella di rivendicare un universalismo cristiano (“fratelli tutti” è una frase presa da S.Francesco). Ma un universalismo non come corollario di un “eurocentrismo” (come era evidente in Papa Ratzinger) omologante. Tutt’altro. E’ un universalismo che invita a mantenere in vita , soprattutto nel paesi una volta chiamati del III Mondo, la propria identità culturale , a non smarrirla , rispetto alla logica totalizzante del globalismo liberista. E quindi abbiamo una chiara e netta posizione contro il modello neoliberale, con le ingiustizie, le disuguaglianze , lo sfruttamento , fino al ritorno di vere e proprie schiavitù. Che calpesta i diritti dei lavoratori, che mette il profitto al primo posto e disattende il bene comune. Che crea forti disuguaglianze di genere. Che si fonda su un individualismo consumista esasperato. Sono costretto a fare una sintesi, per ragioni di spazio. Il Papa contesta , allo stesso modo il neoliberalismo e le regressioni nazionalistiche (si rivolge evidentemente alla destra radicale. Ora è evidente che questa enciclica è in realtà molto lontana non solo di quella di Leone XIII ed a quella fortemente corporativa di di Pio XI, ma anche da quelle di Woytila e Ratzinger. In realtà Papa Bergoglio dice delle cose che pochissimi della sinistra e socialismo europeo osano (tranne Corbyn) …per non parlare del PD!!!! Qualcuno ha addirittura promosso Bergoglio come capo della sinistra… evidentemente la cosa non ha senso (anche se riflette i malumori e il disorientamento di molta gente di sinistra) …ma alcune suo riflessioni sono certo compatibili con il socialismo. Ma ripeto resta un documento magisteriale. Che poi è giusto contestare il carattere monarchico e non sinodale della Chiesa Cattolica è un altro discorso. Del resto lo stesso Bergoglio ha ammesso (come riferiscono alcune fonti) che per “riformare la Chiesa (come struttura gerarchica e finanziaria è come usare lo spazzolino per pulire le Piramidi d’Egitto”. Del resto , come ha rilevato il cardinale tedesco Kasper , fine teologo e molto vicino a Bergoglio, c’è un complotto di settori importanti della Gerarchia per costringerlo a dimettersi. Ma da buon gesuita Bergoglio non demorde. C’è poi un fondamentalismo laicista (cosa molto diversa dalla laicità di Norberto Bobbio), che fa presa sui “ceti medi riflessivi) ed è un fenomeno tutto borghese. Del resto non dimentico che Riccardo Lombardi aveva un grande interesse verso la sinistra sociale cattolica (vedi Acpol) , la “scelta socialista delle ACLI” e fine dell’unità politica dei cattolici . Del resto molti esponenti delle Acli e della sinistra Cisl entrarono nel PSI nella corrente di sinistra di Lombardi.

Giuseppe Giudice

Ritorna la lotta di classe. di A. Benzoni

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Ma è ancora il padronato a condurla. E dopo avere vinto e stravinto (ce lo dice Warren Buffett e in modo del tutto spassionato: “forse abbiamo vinto troppo”) quella precedente; segnata dall’ordoliberismo, con annessa prevalenza delle ragioni economiche su quelle politiche, e della società di mercato sulle altre.Perché? E contro chi o che cosa? Primo e soprattutto perché l’ordoliberismo è morto, colpito dalla pandemia e dall’uso politico della medesima nelle sue stesse fondamenta. Anche se non si sentiva tanto bene nemmeno prima, con gli annessi e connessi dell’arrivo di Trump e della relativa distruzione delle regole e delle istituzioni; queste necessarie per l’esistenza di qualsiasi ordine mondiale e, a maggior ragione, di quello liberista (e, in questo caso, anche liberale…). A sperare nel suo ritorno, i nostalgici e a combatterlo, come se ancora esistesse, quelli della sinistra antagonista. Ma per pure ragioni ideologiche. Nella realtà la pandemia e, ancor più il post pandemia, riporteranno al centro della scena e la politica e lo stato. E in un contesto in cui la fuoruscita dalla crisi può portare verso esiti diversi se non opposti in un mondo che, in partenza, sarà, comunque, più povero, più ingiusto, più chiuso e più disordinato.In questo quadro d’insieme, difficile pensare a un ritorno della lotta di classe nei termini che abbiamo imparato a conoscere lungo tutto l’arco del ventesimo secolo. Il mondo del lavoro e i suoi tradizionali sostenitori non ne hanno i mezzi e la volontà; e il padronato non ne ha l’interesse.In Italia, come in moltissimi altri paesi, il sindacato nazionale continua a perdere capacità contrattuale (sono scaduti da anni un’infinità di contratti, tra cui quello dei metalmeccanici e nessuno fa una piega) senza aver recuperato, anzi, il suo ruolo di “parte sociale”. Mentre i lavoratori si battono, spesso senza successo, ma quasi sempre per non perdere un lavoro che tende a sparire anzi a spostarsi continuamente verso lidi più accoglienti. Spesso in condizioni di impotenza, nell’alternativa tra perdere il lavoro o conservarlo/ottenerlo da altri e alle loro condizioni. In quanto ai socialisti, questi sono sì oggetto di una campagna propagandistica più meno all’insegna del “pericolo rosso”; mentre poi si prodigano in ogni modo per apparire del tutto inoffensivi. Fatte salve le debite eccezioni.In queste condizioni il padronato non ha alcuna necessità di sparare sull’ambulanza; con il rischio di risvegliarne i conducenti. E proprio mentre si trova di fronte a un pericolo infinitamente più grande; il risveglio dello stato. Qui i segnali sono molti. E tutti preoccupanti. Tanto più in quanto la posta in gioco è enorme. Si tratta di sapere come sarà il mondo all’indomani della pandemia e soprattutto quali saranno le forze che lo governeranno e in quale direzione. E, più prosaicamente chi pagherà i costi della crisi e i prezzi del ritorno alla normalità (a partire dalla gestione di debito, ora giunto al 300 per cento e oltre del Pil mondiale e con un’inflazione vicina allo zero). Il tutto in un contesto in cui lo stato si è risvegliato, se non altro per la forza delle circostanze; governando, come se fossimo in guerra, la vita dei cittadini. E qui i segnali di pericolo sono tanti. C’è in primo luogo il ritorno generale di quello che viene chiamato sprezzantemente “assistenzialismo” ma che è in realtà soccorso generalizzato alle persone: dal reddito di cittadinanza, alla sovvenzione ai pasti nei ristoranti, fino ai cosiddetti “stimoli” che hanno portato lo stesso Bolsonaro a sostenere i redditi dei più poveri in una misura superiore rispetto ai precedenti programmi di Lula. E poi ci sono gli interventi a favore delle imprese con l’”assurda pretesa” di avere una voce in capitolo nella loro gestione fino a vagheggiare ipotesi di nazionalizzazione; il ritorno degli uffici del piano; i vincoli ambientali; l’insistenza crescente sui paradisi fiscali e sul dumping fiscale e sociale, gli ostacoli al commercio e quant’altro. Il tutto, in radicale contrasto con il sogno di totale libertà coltivato e praticato nel corso di questi ultimi decenni.Che fare allora? Aderire ad un nuovo compromesso tra capitalismo e democrazia? Troppo presto per parlarne (e quello precedente, all’indomani della seconda guerra mondiale, fu il frutto di circostanze e di eventi eccezionali). Resistere, allora; ma con quali forze?Qui il quadro è molto meno favorevole di quanto si pensi. I partiti liberisti/liberali, come la civiltà che li alimentava, sono in piena ritirata. Mentre, almeno per ora, il “politicamente corretto” pone un fortissimo freno all’alleanza aperta con il populismo di destra, pur ampiamente disposto a offrire i propri servigi. Infine, lo stesso fronte imprenditoriale, compatto tra i soldati, è, nelle altre sfere, profondamente diviso tra gli intransigenti e quelli disposti a pagare dazio al nuovo clima politico.A, speriamo momentaneo, favore dei “duri” c’è, però, il grande disordine mondiale. E l’opinione, condivisa dagli stessi interessati, che gli stati e i governi non siano in grado di concepire e di guidare il ritorno a una nuova e superiore normalità condivisa. E, che, quindi, valga la linea dell’”ognun per sé e nessuno per tutti”.Allo stato e magari alla stessa società l’onore e l’onere di smentire questo convincimento. A partire dal fatto che, senza recupero delle domande interne e un impegno collettivo in tale direzione, l’inurimento del padronato può portare a esiti catastrofici.La partita, naturalmente, è tutt’altro che vinta. Qui e ora si tratta semplicemente di aprirla.

Alberto Benzoni

Un nuovo Governo per gestire le risorse europee e riformare il Paese. di A. Angeli

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Alberto Angeli 2

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Basta con questo atteggiamento morboso” risponde piccato Conte al giornalista che gli chiedeva del MES. Una dura risposta che è agevole leggere come  l’aforisma: dire a suocera perchè nuora intenda; rimbeccare il giornalista per messaggiare a Zingaretti che la sua insistenza sul MES è patologicamente (politicamente) psicotica. Il Conte di cui parliamo è il Conte tornato vincitore dallo scontro sul Recovery Fund, applaudito dalla maggioranza del Parlamento per questo successo; è il Conte immodesto, fino all’umiltà al punto che si propone di gestire lui, direttamente, i 209 mld dei 750 stanziati dall’Europa per una risposta comune alla più grande recessione economica della storia dell’Unione. E’ il Conte autoconvintosi di essere stato l’artefice – certo, dopo avere convinto la Merkel e Macron con la sua incontestata dialettica – predominante su tutta la difficile trattativa durante la quale ha duellato con il capo dei “frugali” Rutt. Si dice sempre che sarà la storia a giudicare, in specie quando ci si trova di fronte a momenti che hanno proprio il sapore di una novità storica, come quella decisa dall’Europa poiché, per la prima volta, è affermato il principio secondo cui una istituzione europea, la Commissione, viene autorizzata a fare debito comune, un tabù che sarebbe stato impensabile solo qualche mese fa.

Ma non giochiamo con gli equivoci: i mallevadori di questo successo sono Merkel e Macron e i Paesi frugali non hanno subito sconfitte, al pari dei quattro di Visegrad che manterranno intatta la loro visione di una democrazia illiberale e la loro sfida alle istituzioni democratiche dell’Europa. Ecco, il successo di Conte termina là dove la Merkel a Macron hanno portato l’Europa, in uno spazio e in una dimensione da esplorare, un nuovo orizzonte politico su cui ricostruire la ragione e la  forza dell’Istituzione Europea, una prima forma di federalismo, che potrà avere sviluppi imprevedibili e rifondativi di sistema, di integrazione di aree e comparti finanziari, sociali economici, giuridici, di cui l’accordo sul Recovery Fund è un primo, decisivo passo per incamminare i 27 in quella direzione. E’ qui, su questa linea, che demarca la presunta vittoria di Conte dal disegno che presiede all’accordo sul Recovery, che si avverte la limitatezza, l’impreparazione i limiti di questo Governo e del suo Presidente del Consiglio. La scommessa è di poter ancora recuperare l’Italia quale partner indispensabile e insostituibile per dare contenuto a questa sfida. Allora non illudiamoci, le condizionalità sostanziali introdotte con il Recovery Fund, non potranno essere eluse, escluse, superate: le riforme che i nostri protettori si aspettano siano realizzate dovranno rispettare le compatibilità e conciliarsi con il disegno del cambiamento. Non ci saranno appelli e loro non ci daranno tregua perchè troppo compromessi ed esposti ai rischi di un fallimento.

A Conte mancano le tre qualità che Max Weber riteneva sommamente decisive per l’uomo politico: passione, senso della responsabilità, lungimiranza ( dalla Politica come professione 1919 ). Passione nel senso di Sachlichkeit: [obbiettività] dedizione appassionata a una “causa” (Sache), al dio o al diavolo che la dirige. […] Essa non crea l’uomo politico mettendolo al servizio di una “causa” e quindi facendo della responsabilità, nei confronti appunto di questa causa, la guida determinante dell’azione. Da qui la necessità della lungimiranza – attitudine psichica decisiva per l’uomo politico – ossia della capacità di lasciare che la realtà operi su di noi con calma e raccoglimento interiore: come dire, cioè, la distanza tra le cose e gli uomini. La “mancanza di distacco” [Distanzlosigkeit], semplicemente come tale, è uno dei peccati mortali di qualsiasi uomo politico e una di quelle qualità che, coltivate nella giovane generazione dei nostri intellettuali, li condannerà all’inettitudine politica. E il problema è appunto questo: come possono coabitare in un medesimo animo l’ardente passione e la fredda lungimiranza? La politica si fa col cervello e non con altre parti del corpo o con altre facoltà dell’animo. E tuttavia la dedizione alla politica, se questa non dev’essere un frivolo gioco intellettuale ma azione schiettamente umana, può nascere ed essere alimentata soltanto dalla passione. Ma quel fermo controllo del proprio animo che caratterizza il politico appassionato e lo distingue dai dilettanti della politica che semplicemente “si agitano a vuoto”, è solo possibile attraverso l’abitudine alla distanza in tutti i sensi della parola. Spetterebbe al PD prendere l’iniziativa e mettere i 5stelle di fronte ad una implacabile realtà: cogliere l’opportunità del cambiamento che i Recovery Fund e l’Europa ci prospettano mettendo a punto un programma con un nuovo governo guidato da una personalità che esprima al meglio le tre qualità indicate da Mx Weber. Una scelta da compiere in fretta, entro quest’anno, per intraprendere una nuova strada che porti il nostro Paese al centro dell’Europa con un nuovo modello di sviluppo centrato sul lavoro, la solidarietà, l’istruzione generalizzata, l’assistenza sanitaria universale e gratuita e un progetto per l’ambiente e il clima in linea con i valori contenuti nel programma di cui si è dotata la nuova commissione Europea.

Alberto Angeli

Vittoria? di S. Bagnasco

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Considero positivo, nonostante le criticità, l’accordo raggiunto in Europa sul cosiddetto Recovery Fund, ma non trovo ci sia nulla da esultare, al punto di sproloquiare di vincitori.

Se ci sono dei vincitori vuol dire che ci sono degli sconfitti e questo in ogni caso non va bene in una comunità sovranazionale.

Più produttivo sarebbe tentare di comprendere in cosa consiste l’intervento europeo.

Nessuno ci regala 209 miliardi di euro; stiamo parlando sostanzialmente di debito che andrà restituito e in più sottoposto a condizioni e gradimento del Consiglio europeo.

Le condizioni poste coincidono con le raccomandazioni fatte all’Italia, che da tempo sono viste con sdegno da buona parte del mondo politico italiano, e con gli obiettivi che l’UE si è data (transizione verde e digitalizzazione).

Le raccomandazioni che ci riguardano direttamente sono: riforma del fisco, riforma del lavoro, riforma della giustizia, riduzione del debito e a questo scopo andranno indirizzate tutte le entrate straordinarie, taglio strutturale della spesa pubblica pari a 0,6% del PIL.

Ciascun Paese presenterà entro l’autunno un piano triennale (2021-2023) che, una volta approvato dalla Commissione e dal Consiglio europeo, diventerà esecutivo ma dovrà soddisfare i target intermedi e finali. Il Comitato economico e finanziario verificherà questi target e se in questa sede qualche Paese riterrà che ci siano problemi, potrà chiedere che il Consiglio europeo deliberi la sospensione dell’erogazione dei finanziamenti.

Il piano approvato consentirà di ricevere il 70% dei fondi nel biennio 2021-2022 e il 30% l’anno successivo. L’Italia, dunque, dovrebbe ricevere 146 miliardi nei prossimi due anni e 63 nel 2023, ma attenzione perché il piano è sottoposto a revisione nel 2022, prima della ripartizione della tranche relativa al 2023. Su questi fondi potremo ricevere una anticipazione pari al 10% già a fine anno, diversamente bisognerà attendere con molta probabilità la primavera 2021.

In confronto le condizioni per l’utilizzo del fondo Mes destinato alle spese sanitarie dirette e indirette sono una passeggiata in riva al mare.

Perché si esulta per un prestito condizionato che si chiama Recovery Fund e si ostinano a dire no al prestito immediatamente disponibile rappresentato dal fondo Mes per le spese sanitarie?

In definitiva, si tratta di prestiti con condizionalità minori con il fondo Mes, maggiori con il Recovery.

Quando qualcuno, a partire da Conte, spiegherà perché bisogna esultare per il condizionato prestito del Recovery e stare alla larga dal poco condizionato fondo Mes … allora si potrà cominciare a discutere seriamente, chiudendo la stagione dell’infantilismo politico.

Pioveranno sull’Italia 209 miliardi di euro di cui 81,4 a fondo perduto? Abbiamo vinto la lotteria?

Le cose non stanno esattamente in questi termini.

I cosiddetti aiuti a fondo perduto sono in realtà quasi tutti prestiti; perché questi fondi arrivano dall’emissione di bond da parte della Commissione europea che aumenterà il bilancio dell’Unione Europea messo a garanzia.

Ogni Paese contribuisce pro quota al bilancio dell’UE e con certezza al momento sappiamo che circa 55 miliardi di questi 81,4, erroneamente definiti a “fondo perduto”, dovranno essere restituiti a partire dal 2027. Tutti i prestiti dovranno essere in ogni caso restituiti entro il 2058.

In definitiva, di prestiti stiamo parlando e realisticamente non potrebbe essere diversamente poiché l’UE vive con le contribuzioni dei Paesi membri e se si finanzia sui mercati a sua volta deve rimborsare quanto raccolto.

La cosa vera d cui dovremmo esultare è che per la prima volta i Paesi UE hanno deciso di sottoscrivere un debito comune e abbiamo così l’opportunità di rimettere in piedi il Paese senza ricorrere direttamente ai mercati finanziari facendo lievitare i già stratosferici interessi.

Una opportunità che spetterà a noi saper cogliere.

A questo punto, due considerazioni dal mio punto di vista non secondarie.

Questa “vittoria” è stata comprata svincolando di fatto gli aiuti finanziari dal rispetto dello “stato di diritto” e dei principi fondativi dell’UE, con grande soddisfazione soprattutto di Ungheria e Polonia.

Con questo accordo è altamente probabile che il quantitative easing, di cui l’Italia è il primo beneficiario, non sarà rinnovato e questo deve indurci a grande cautela perché se non operiamo con equilibrio tra assistenza, rilancio dell’economia e risanamento della macchina statale, rischiamo di far schizzare lo spread e di conseguenza i tassi di interesse.
L’altro punto da tenere presente è che adesso in nome della pandemia è stato abbandonato il cosiddetto “capital key”, vale a dire la regola secondo cui la BCE può acquistare titoli dei paesi membri rispettando le quote di partecipazione di ogni Paese al capitale della BCE. Se dovesse essere ripristinato questo principio, l’Italia perderebbe un vantaggio di cui sinora ha goduto.

Si tenga infine presente che la contribuzione di ogni Paese alla BCE è in relazione a due parametri: popolazione e PIL. Anche il bilancio dell’UE è basato per il 70% sulle contribuzioni di ciascun paese con riferimento alla quota di PIL nazionale sulla somma dei PIL dei paesi membri.
Ne consegue che un cittadino lussemburghese contribuisce in misura doppia rispetto a un cittadino italiano; anche un cittadino olandese, finlandese e austriaco contribuisce più di un italiano. Quindi, finiamola di stupirci per la giusta attenzione che questi Paesi hanno per l’utilizzo dei soldi europei.

Abbiamo una grande opportunità, ma non parliamo di vittoria perché la partita deve ancora iniziare e la vera vittoria ci sarà quando ci metteremo alle spalle atavici comportamenti.

Non trasformiamo una non-vittoria in una vera e pesante sconfitta.

Sergio Bagnasco