Diritti Civili

Se essere mamma fa a pugni col lavoro. di S. Bagnasco

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L’Ispettorato del lavoro ci informa che nel 2019 le donne che hanno lasciato volontariamente il lavoro sono state 37.611; nel 2011 erano state 17.175 e anno dopo anno aumentano incessantemente.

Il 65% delle donne lasciano per le difficoltà di conciliare il lavoro con la cura dei figli.
La fascia di età è concentrata tra 29 e 44 anni, nel pieno quindi della vita professionale.

La vita familiare si conferma poco paritaria e il gap tra i generi ancora enorme.

C’è poco da farfugliare di natalità, se non si affronta la questione del diritto per una donna di essere lavoratrice e madre e la questione della disoccupazione giovanile. Perché mi pare ovvio che i giovani sono disoccupati in modo impressionante non perché si fanno pochi figli ma perché questo Paese non offre opportunità ai giovani dopo aver chiesto alle donne di rinunciare al lavoro o a essere madre.

Le ragioni di questi insuccessi, che con costanza raccogliamo anno dopo anno, sono sempre gli stessi: carenza dei servizi per la prima infanzia, costi troppo alti per l’assistenza attraverso nidi o baby sitter, mancanza di posti al nido, mancanza di parenti a supporto delle giovani famiglie, questione sempre più stringente considerato che sempre più spesso le giovani coppie si formano lontane dai luoghi di origine perché lontano dalle rispettive famiglie hanno trovato lavoro.

La realtà è quindi ancora quella di decenni fa, nonostante i fiumi di parole su occupazione femminile, parità di genere e natalità: la donna troppo spesso è ancora posta di fronte alla scelta tra diventare mamma o lavorare.

Non ci siamo!

Adesso si profila il Family Act, vedremo come si concretizzerà; certamente un passo avanti, ma al momento mi sembra inidoneo a risolvere i problemi reali perché al primo posto non c’è il nido accessibile a tutti e la scuola a tempo pieno.
L’assegno universale e i congedi parentali non compensano la mancanza di adeguati servizi per l’infanzia.

Sergio Bagnasco

Quel giorno che le donne scelsero la Repubblica, di G. Bellentani

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Finalmente quel 2 giugno era arrivato. La guerra era finita da un anno e dopo tanto tempo si poteva votare in libertà. In quel Referendum si chiedeva agli italiani di scegliere tra Monarchia e Repubblica, e da questa scelta sarebbe dipeso il futuro del Paese. Erano stati mesi di campagna referendaria pieni di discorsi e di slogan. I favorevoli alla Monarchia ricordavano che l’Unità d’Italia era stata fatta dai Savoia e che scegliere la Repubblica era un salto nel buio, visto che tante erano ancora le disuguaglianze economiche, culturali e sociali che esistevano tra Nord e Sud. Gli italiani, da sempre divisi, si sarebbero potuti ritrovare uniti sotto lo stesso progetto di democrazia? I favorevoli alla Repubblica ricordavano i comportamenti dei Savoia, i quali avevano portato l’Italia in due guerre, causa di centinaia di migliaia di morti, ma che soprattutto avevano permesso che nel Paese si instaurasse una feroce e sanguinaria dittatura, per poi scappare a Brindisi come i più pavidi dei codardi, lasciando i propri sudditi alla mercé dei nazifascisti.

Nelle strade e nelle osterie, ormai non si parlava d’altro. Ciò che invece sembrava irreale era che in quella domenica di giugno del 1946 anche le donne potessero votare. L’Italia, come tanti altri Paesi, avrebbe avuto finalmente il Suffragio Universale. Già nel 1919, le deputate Anna Maria Mozzoni e Anna Kuliscioff avevano portato in Parlamento questa mozione per estendere il voto alle donne, mozione che era passata alla Camera, ma che poi non ebbe il tempo di passare al Senato, in quanto vennero indette nuove elezioni. Anche Benito Mussolini, quello che considerava le donne alla stregua di serve del marito e fattrici, con la Legge Acerbo, conferì alle donne il diritto di voto, a condizione che dovessero essere mogli di caduti o decorati in guerra, in possesso di titolo di studio e contribuenti per 40 lire annue. Quindi, praticamente pochissime.

Già nel 1944, mentre l’Italia era ancora divisa in due, con le Forze Alleate al Sud e tedeschi e Partigiani al Nord, si pensava al futuro, tant’è che un comunicato luogotenenziale diceva espressamente che Le forze istituzionali saranno espresse dal popolo italiano, che a tal fine eleggerà a Suffragio Universale un’Assemblea Costituente”.

Sia De Gasperi che Togliatti, avevano grosse perplessità riguardo al voto alle donne. Lo stesso Segretario del PCI dichiarava ai suoi che “le donne di solito optano nelle loro scelte per un passato reazionario”.

Il 10 marzo del 1946 c’erano state le Elezioni Amministrative a suffragio universale per eleggere i Sindaci di duemila comuni e per la prima volta vennero elette due Sindaci donna, Ada Notari e Ninetta Bartoli. Questa volta però si trattò di una scelta a carattere nazionale e non solo locale.

Già di primo mattino le strade erano piene di donne. Le vecchie, coi fazzoletti in testa, sorrette dai figli, andavano ai seggi, per fare una cosa che mai avevano fatto in tutta la loro vita. Prima di morire, erano curiose di fare questa nuova esperienza. Le giovani, col vestito buono e le scarpe della festa, truccate, andavano in gruppo ai seggi, cantando canzoni. Appena la prima delle giovani ricevette la scheda di voto, fu informata che nel caso il documento fosse stato sporcato, il voto sarebbe stato invalidato. La voce corse subito fuori e tutte quelle giovani donne tirarono fuori dalla tasca i fazzoletti, per togliersi il rossetto. Alla sera a casa, padri e mariti non chiesero nulla alle loro donne: sapevano che nella cabina elettorale, ognuna di loro aveva votato come le pareva, senza lasciarsi influenzare da consigli o imposizioni.

Votò l’89,08 % degli aventi diritto e vinse nettamente la Repubblica. Il voto delle donne, che erano circa un milione più degli uomini, si rilevò in termini proporzionali decisivo per la scelta repubblicana. Furono 21 le donne elette alla Costituente. Esse lavorarono assieme agli uomini per scrivere la Costituzione. Una di queste, Teresa Mattei, del PCI, al discorso per il suo insediamento, pronunciò queste belle e semplici parole: Dall’emancipazione delle donne, tutta la società ne trarrà giovamento, quindi anche gli uomini”.

A queste donne che hanno combattuto al fianco dei Partigiani o che si sono sobbarcate tutto il lavoro domestico mentre i loro uomini erano in montagna o nei campi di prigionia, va tutta la nostra gratitudine. A loro che hanno voluto un futuro migliore per i loro e i nostri figli, a loro che hanno lottato per un Paese fatto di democrazia e diritti, a loro che hanno contribuito a scrivere la Costituzione più bella del mondo, noi diciamo grazie. Il vostro diritto al voto, giusto e inequivocabile, l’avete conquistato e meritato sul campo.

Gianluca Bellentani

Tratto dal Blog     https://mimmomirarchi.wordpress.com/2017/05/31/quel-giorno-che-le-donne-scelsero-la-repubblica/

 

Reddito di cittadinanza – una ipotesi di lavoro per ritrovare il ruolo della sinistra, di A. Angeli

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“Reddito di cittadinanza, per l’Italia unica speranza. Onestà e dignità subito”: con questo slogan, cantato dalla testa del corteo del M5S, si è svolta sabato 20 maggio la marcia Perugia-Assisi per il reddito di cittadinanza. Questo punto del programma dei cinquestelle non sembra suscitare nella sinistra del nostro paese alcun interesse. Anzi, si coglie una alquanto sorprendente noncuranza, quasi un fastidioso silenzio. In verità alcune voci si sono spinte fino a dichiarare la richiesta poco realistica, se non valutata poco interessante, per la difficile sostenibilità economica. Altri propongo invece, come alternativa, un reddito minimo garantito ( reddito di inclusione) guardato come un indispensabile ampliamento del welfare, a cui associare politiche orientate verso il pieno impiego in una visione di complementarietà dei due temi. Entrambe le proposte partono dalla considerazione che annota il basso tasso di occupazione, la lentezza con cui viaggia l’economia e la forte esposizione debitoria del paese, trascurando il fatto che ciò costituisce un ostacolo molto serio alla introduzione di un reddito minimo garantito di tipo universalistico.

Su questa materia sono varie e articolate le ipotesi alle quali riferirsi, anche se condizionate dal modo con cui è pensato il reddito minimo. Ad esempio:

a) garantire un reddito minimo a chi non ha un lavoro, ovvero risulta indigente;

b) mettere in atto forme di lotta alla povertà mediante una rete di protezione minima, che garantisca la sussistenza, legando gli adeguamenti alla rilevazione dell’ISTAT sui dati del minimo vitale;

c) riorganizzare e ridisegnare il sistema del welfare creando un unico referente per la gestione del sociale e delle risorse economiche.

Ovviamente, cassa integrazione e sussidi di disoccupazione, già esistenti e basati sulla contribuzione obbligatoria, continuerebbero a persistere sotto il Ministero del Lavoro e della Previdenza. Il reddito garantito dovrebbe quindi rivolgersi a chi ha esaurito o non ha accesso ai due strumenti: a) e b), destinandolo alle persone in cerca prima occupazione o indigenti

Seguendo l’andamento della disoccupazione richiamando i dati ISTAT, possiamo rilevare che il tasso di disoccupazione è stabile all’11,9%, mentre risulta in lieve calo quella giovanile. La fotografia dell’Istat effettuata su gennaio 2017 evidenzia che le persone in cerca di occupazione erano 3.097.000, in aumento di 2.000 unità su dicembre 2016 e di 126.000 unità su gennaio 2016. E’ il caso di ricordare che a gennaio 2016 il tasso di disoccupazione era all’11,6%. L’Istat ci spiega che  l’aumento dei disoccupati rispetto all’anno precedente insieme all’aumento degli occupati (236.000 rispetto a gennaio 2016) è dovuto al calo degli inattivi tra i 15 e i 64 anni pari a -461.000.

Sul fronte della disoccupazione giovanile Il tasso cala invece al 37,9% dal 39,2% di dicembre, quindi un -1,3 punti. Ne risulta che l’incidenza dei giovani disoccupati tra 15 e 24 anni, sul totale dei giovani della stessa classe di età, risulta pari al 10,1%, risultando in calo di 0,6 punti rispetto a dicembre. Il tasso di occupazione dei 15-24enni permane stabile, mentre quello di inattività cresce di 0,6 punti.

Dal dato di gennaio si rileva che gli occupati crescono di 30.000 unità rispetto a dicembre, conseguendo quindi un +0,1% in percentuale e di 236.000 unità su gennaio 2016 ( dato assoluto) e +1 in percentuale. Tale aumento mensile, si rileva dalla nota dell’Istat, riguarda gli uomini e considera gli ultracinquantenni. Inoltre, il tasso di occupazione tra i 15 e i 64 risulta pari al 57,5% , cioè un +0,1 punti percentuali rispetto a dicembre. Gli occupati sono a quota 22.856.000. Per completare il dato prendiamo in considerazione quelli forniti dall’Eurostat , sull’andamento della disoccupazione dell’eurozona, che risulta stabile al 9,6% a gennaio 2017 rispetto a dicembre, mentre scende da 8,2% a 8,1% nella UE dei 28 ( includendo l’Inghilterra ) segnando in cifra il miglior risultato da gennaio 2009). Il dato italiano si attesta al quarto posto più alto dopo Grecia (23%), Spagna (18,2%) e Cipro (14,1%). Nel mese di gennaio, seguendo i dati dell’Eurostat, il tasso più basso si è rilevato a favore della Repubblica Ceca (3,4%) e della Germania (3,8%). Un dato positivo è Il calo della disoccupazione giovanile: nella zona euro passa dal 19,3% al 17,7%; mentre nella UE- dei 28 Paesi , passa dal 21,7% al 20%. Vale rilevare al proposito che in Italia resta la terza più alta d’Europa , dopo Grecia (45,7%) e Spagna (42,2%).

I dati ISTAT sulla difficile situazione sociale del Paese rilevata al 2015 stima che il 28,7% delle persone residenti in Italia sia a rischio di povertà o esclusione sociale. Se accettiamo la definizione adottata nell’ambito della Strategia Europa 2020, le persone che si trovano almeno in una delle condizioni adottate , sono indicate secondo il rischio o situazione: di povertà, grave deprivazione materiale, bassa intensità di lavoro.

La quota è sostanzialmente equiparabile a quella rilevata al 2014 (era al 28,3%) che, in sintesi, segnala un aumento degli individui a rischio di povertà (dal 19,4% a 19,9%) e il calo di quelli che vivono in famiglie a bassa intensità lavorativa (da 12,1% a 11,7%); permane invariata stima di chi vive in famiglie gravemente deprivate (11,5%).

Il Mezzogiorno risulta l’area più esposta al rischio di povertà o esclusione sociale: il dato ISTAT segnala che nel 2015 le persone coinvolte sale al 46,4%, dal 45,6% dell’anno precedente; quota che risulta in aumento anche al Centro (da 22,1% a 24%), mentre la cifra che riguarda il Nord si registra un calo dal 17,9% al 17,4%.

Ancora: la rilevazione Istat segnala come le persone che vivono in famiglie con cinque o più componenti, sono quelle più a rischio di povertà o esclusione sociale ( passano al 43,7% del 2015 dal 40,2% del 2014), quota che sale al 48,3% (dal 39,4%) se si tratta di coppie con tre o più figli e raggiunge il 51,2% (da 42,8%) nelle famiglie con tre o più minori.

Nel 2014, escludendo gli affitti figurativi, si stima che il reddito netto medio annuo per famiglia sia di 29.472 euro (circa 2.456 euro al mese). Considerando l’inflazione, il reddito medio rimane per la prima volta sostanzialmente stabile in termini reali rispetto al 2013, dopo il calo registrato dal 2009 (complessivamente -12% che diventa -10% se si considera l’aggiustamento per dimensione e composizione familiare, cioè il reddito equivalente). Inoltre, la metà delle famiglie residenti in Italia percepisce un reddito netto non superiore a 24.190 euro l’anno (circa 2.016 euro al mese), sostanzialmente stabile rispetto al 2013; nel Mezzogiorno scende a 20.000 euro (circa 1.667 euro mensili).

Fra le famiglie che hanno come fonte principale il reddito da lavoro, una su due dispone di non più di 29.406 euro se si tratta di lavoro dipendente e di non più di 28.556 euro nel caso di lavoro autonomo. Per le famiglie che vivono prevalentemente di pensione o trasferimenti pubblici la somma scende a 19.487 euro.

Includendo gli affitti figurativi, si stima che il 20% più ricco delle famiglie percepisca il 37,3% del reddito equivalente totale; il 20% più povero solo il 7,7%. Dal 2009 al 2014 il reddito in termini reali cala più per le famiglie appartenenti al 20% più povero, ampliando la distanza dalle famiglie più ricche il cui reddito passa da 4,6 a 4,9 volte quello delle più povere.

BREVE LETTURA DEGLI GLI AMMORTIZZATORI SOCIALI OPERANTI NELL’ORDINAMENTO ITALIANO

Nella tradizione della famiglia italiana il ruolo preminente del capofamiglia, cioè della figura che con il suo lavoro garantiva all’intero nucleo familiare il reddito necessario al suo sostentamento, ha decisamente influenzato l’evoluzione e l’orientamento giuridico dei sistemi di assistenza alla famiglia. Accadeva così che, se, per varie ragioni, l’unico percettore del reddito si fosse trovato nella condizione di non poter più provvedere a questa funzione, al sistema sociale vigente era affidato il compito di attivarsi secondo le condizioni che il sistema previsto. Questa caratteristica, comune alla maggioranza degli stati occidentali, è andata evolvendo nel corso del tempo, in specie dagli anni 60 in poi, in quanto è andata diffondendosi una cultura più aperta al ruolo della donna nel concorrere all’acquisizione di una parte del reddito familiare.

Con la nascita dello stato democratico e l’adozione della Carta Costituzionale, la struttura della società Italiana si regge quindi sul dettato previsto dall’art. 1 della Carta, che sintetizza inequivocabilmente il nuovo percorso socio-politico sul quale il Paese intende muoversi, affermando che:” che l’Italia è una repubblica democratica, fondata sul lavoro”. La Repubblica riconosce il diritto di ogni cittadino ad avere un lavoro e assume l’impegno affinché possa essere garantito a tutti, favorendo l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese, attraverso l’eliminazione di quegli impedimenti di ordine economico e sociale che ostacolano la libertà dei cittadini e creano ingiuste disuguaglianze tra gli stessi.

Il lavoro, che la Carta riconosce come un diritto, diviene, al contempo, un dovere di ogni cittadino, al quale si richiede di contribuire al progresso materiale e spirituale della società, in specie se lo stesso abbia uno stato psico-fisico con lo renda capace al lavoro. In corrispondenza a tale contributo al lavoratore uomo o donna è previsto sia riconosciuta e assicurata una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del lavoro svolto, sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’assistenza libera e dignitosa. Nel caso uno di essi diventi temporaneamente o permanentemente inabile al lavoro a causa di infortunio, malattia, invalidità o vecchiaia, invero, per motivi estranei alla sua volontà, venga meno il rapporto lavorativo, è riconosciuto Il diritto a ricevere l’assistenza dello Stato, in modo da non essere privato dei mezzi adeguati alle proprie esigenze di vita. Serve rilevare come l’ordinamento italiano preveda molteplici forme di assistenza al lavoratore disoccupato sotto forma di ammortizzatori sociali. In genere si tratta di sussidi economici di durata prestabilita per legge e di importo normalmente inferiore alla retribuzione prima percepita.

La dottrina che è venuta formandosi nel tempo in materia sociale, ha riformulato la nozione di “ammortizzatori sociali”, ritenendo estranee a tale sistema le indennità corrisposte in ragione dell’incapacità e inabilità lavorativa secondo le seguenti categorie : ad es. indennità per malattia o infortunio, pensioni di invalidità. Mentre ricomprende, invece, quelle che assistono il lavoratore in caso di interruzione o sospensione involontaria del rapporto lavorativo, erogate per un periodo d tempo ritenuto indispensabile al reperimento di una nuova occupazione o alla ripresa di quella sospesa, affinché il lavoratore non rimanga totalmente privo di risorse di sussistenza.

Il sistema degli ammortizzatori sociali è composto da molteplici strumenti. Nel tempo sono intervenute modifiche legislative che hanno accresciuto le differenze nelle modalità di applicazione di misure a sostegno del reddito e delle indennità. Generalmente gli ammortizzatori sociali sono classificati in tre categorie:

a) In caso di sospensione del rapporto di lavoro: trattamenti di integrazione al reddito (Cassa integrazione guadagni ordinaria

b) CIGO, e cassa integrazione guadagni straordinaria, CIGS) inclusi i trattamenti specifici per il settore agricolo e edile. In questa classe di interventi sono inclusi gli interventi in deroga della CIGS e i contratti di solidarietà nonché l’indennità di disoccupazione per i lavoratori sospesi.

c) b) In caso di cessazione del rapporto di lavoro: indennità di mobilità e indennità di disoccupazione.

d) c) Misure temporanee a sostegno dei lavoratori a tempo determinato, apprendisti e parasubordinati in regime di monocommittenza

Altri strumenti annoverabili come Ammortizzatori Sociali ed i relativi interventi di sostegno al reddito adottati sia a livello nazionale che a livello regionale, come accedere e le novità 2017:

-Assegno familiare (ANF) è una prestazione economica erogata ai lavoratori dipendenti in base a composizione famiglia (almeno due soggetti) e redditi dichiarati, che devono posizionarsi al di sotto dei

-Sussidio SIA, sussidio di inclusione attiva, potenziamento agevolazione per determinate tipologie di nucleo familiare, nuovi modelli di domanda;

-Cassa integrazione erogata dall’INPS e comprende: Sussidi agricoli, CISOA,DMAG e riguarda lavoratori agricoli, ( operai, impiegati, quadri e apprendisti, compresi i soci delle cooperative, apprendisti.

-Reddito Inclusione ( REI ) Al proposito è stato siglato il memorandum d’intesa sul reddito di inclusione (Rei) tra il Presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, l’Alleanza contro la povertà e il ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, Giuliano Poletti. Si tratta delle linee guida che definiscono i dettagli della nuova misura di contrasto alla povertà introdotta – in sostituzione di SIA, Carta Acquisti e ASDI – dal disegno di legge n. 2494, ovvero la Delega recante norme relative al contrasto della povertà, in termini di limiti di intervento e i requisiti per l’accesso al sussidio e di misure di supporto a livello…

-Maggiorazione assegno social

-Naspi durante il tirocinio, che non è un’attività lavorativa, di conseguenza il reddito che ne deriva è cumulabile con la Naspi: l’indicazione è contenuta nelle Linee Guida sul tirocinio.

-Pensione sociale e sussidi compatibili

-Sussidi ai terremotati: i beneficiari al sussidio sono i lavoratori delle zone colpite dal terremoto dello scorso anno (24 agosto e 26 ottobre 2016) e che, a causa di tale evento, hanno dovuto interrompere l’attività: Ministero del Lavoro e Regioni hanno siglato la Convenzione che consentirà di erogare fino a 4 mesi di sussidi a dipendenti, lavoratori autonomi, anche titolari di impresa, professionisti iscritti a qualsiasi forma obbligatoria di previdenza e assistenza e collaboratori coordinati e continuativi. Sospensione contributi sisma: domanda INPS L’indennità verrà erogata entro un limite di spesa…

-Reddito di inclusione,

-Ricollocamento disoccupati: si tratta di 30 mila disoccupati italiani, estratti a caso, (tra coloro che percepiscono la NASpI da almeno 4 mesi), stanno arrivando le prime lettere per beneficiare dell’assegno di ricollocamento.

-NASPI è possibile presentare la richiesta dopo aver sottoscritto un accordo di conciliazione non presso la DTL

-Sussidio Fondo integrazione salariale (FIS)

-Sussidi erogati dalle Regioni e dai comuni: i nuovi requisiti restano invariati rispetto al 2015 e 2016. Lo comunica l’INPS, con circolare 55/2017,

-APe Social,

-NASpI 2017, (assicurazione sociale per l’impiego )

-Dis-coll stabile, estesa a ricercatori e dottorati, così Il sussidio di disoccupazione Dis-Coll diventa strutturale:

-Premio alla nascita, la domanda, in via telematica, deve essere rivolta all’INPS e solo dopo il settimo mese di gravidanza

-Lavoratori Socialmente Utili-

-Assegno di natalità

-Assegni Familiari in part-time

-Fondo solidarietà personale del credito

Quelli elencati sono solo alcuni degli strumenti a cui la politica sociale del Paese ricorre, una diffusa e smagliata rete di interventi, che ingloba anche una mini serie di altre provvidenze che sfuggono alla contabilità generale, poiché la fonte di spesa è gestita direttamente dai Comuni o dalle Regioni. Ad esempio: sconti su metano, immondizia, integrazioni o interventi sociali a sostegno delle famiglie impossibilitate a pagare un canone d’affitto, altre iniziative difficili da rendicontare.  Tutto ciò, il sistema del Welfare nel suo complesso, ha una spesa che, direttamente o indirettamente, poggia sul bilancio dello Stato. Una lettura dei conti evidenzia come il Welfare del nostro Paese sia il più caro d’Europa.

Brevemente: la spesa per prestazioni sociali nel 2015 ammonta a 444,396 mld di euro, venendo a gravare per il 54,13% sulla spesa statale comprensiva degli interessi sul debito, rappresentando il 27,34% del PIL; un dato che ci proietta nella prima fila Europea. Una spesa enorme, inimmaginabile la possibilità di sostenerla per il futuro a favore delle giovani generazioni, sulle quali grava già l’enormità del debito pubblico.

Il Ministro Poletti afferma con convinzione che il sistema tiene e prospetta una sostenibilità nel tempo, sia sul versante delle pensioni che dei conti pubblici. Ma se stiamo alle cifre, guardando i dati del welfare del 2014, di cui si può disporre delle entrate tributarie, si replica con le stesse cifre pari a 444,507 mld, per ripetere questa performance occorrono tutti i contributi sociali per pensioni e prestazioni temporanee, quelli dell’Inail, tutta l’rpef, l’ires, lirap e kl 36% dell’Isos. Vale a dire tutte le imposte dirette, così che la restante spesa pubblica si finanzia con le imposte indirette.

Secondo i dati dell’IPNS la spesa pensionistica di tutte le gestioni è stata per il 2015 pari a 217,895 mld di euro, con un incremento rispetto al 2014 dello 0,82%, un dato contenuto dal basso livello dell’inflazione e all’applicazione della sentenza della Consulta in relazione alla rivalutazione, che il Governo Renzi ha applicato in termini riduttivi. C’è poi da considerare l’applicazione dei provvedimenti Fornero, da cui è pervenuta una spinta per le pensioni anticipate, che ha consentito nel 2015 il pensionamento di circa il 74% degli aspiranti sul dato del 2014.

La spesa reale, sottratte le entrate contributive a favore dello Stato da quella effettiva dei lavoratori e datori di lavoro, si attesa a quota 172,214 mld. che scende ulteriormente se si sottrae quanto incassa lo stato direttamente, la spesa totale si attesta a 159,164 mld di euro.

Un altro campo di spesa è quello dell’assistenza che nel 2015 ha riguardato circa 4.040.626 assistiti e 4.265.233 di altri assistiti mediante integrazioni al minimo e maggiorazioni sociali, quindi un totale di 8.305.859 beneficiari, vale a dire il 51,34% dei pensionati. Nella sostanza, il costo totale degli interventi assistenziali vale nel 2015 all’incirca 103,00 mld.

Se volessimo completare la riflessione su questa parte, riportando quanto negli altri Paesi dell’Europa viene fatto per il Welfare e speso per il sostegno alle politiche sociali, sicuramente ciò sarebbe utile ma ci allontanerebbe dal nostro proposito che, in definitiva, resta quello di capire come muoverci nella direzione di una politica a favore del reddito di cittadinanza. A ciò si lega il quadro delle risorse economiche e dove cercarle e a quale fasce di società destinare l’intervento. Un intervento, si badi bene, che si pone in alternativa al reddito di inclusione, su cui l’attuale Governo e la maggioranza che lo sostiene si stanno muovendo con atti decisivi.

D’altro canto una rapida attenzione alla contabilità ci rende immediato l’ordine dei fattori su cui costruire anche una minima ipotesi. Infatti, partendo dall’analisi effettuata finora, è possibile svolgere un calcolo riguardo al costo di un eventuale reddito di base incondizionato e pari a 600,00 Euro mensili, cioè all’anno 7.200,00 Euro netti, pari alla soglia di povertà accettata statisticamente. Si potrebbe poi proseguire per fasce di indigenza, adottando i dati forniti dall’ISTAT, fino all’ultima fascia della povertà assoluta che, a seconda della condizione del calcolo, fornirebbe una cifra che oscillerebbe dai 32,346 mld di euro a quella massima di 46,356 mld.

In conclusione di questa riflessione, sulla base dei calcoli statistici che qui non sono riprodotti, anche per il fatto che in certi casi i dati sono purtroppo approssimati e non aggregabili per mancanza di indagini e analisi ( e anche per non appesantire questa breve nota), è evidente una insostenibilità economica concreta di un eventuale progetto volto ad introdurre il reddito di cittadinanza universalistico. Un rilievo che non è privo di alternative, che potrebbero però profilarsi nel caso di un sistematico e profondo riordino di tutto il Welfare e di una revisione del sistema fiscale, in specie per la parte delle deduzioni e detrazioni che, secondo una linea presente in molti economisti, possono essere riaggiornate con notevoli risparmi per l’erario e lo Stato.

Quindi, la storia non dovrebbe finire qui. Chi scrive ritiene che nonostante le difficoltà del bilancio pubblico, i dati della disoccupazione, la diffusa povertà ed esclusione sociale, la lentezza che l’economia registra e la difficoltà in cui si trova il sistema bancario; insomma nonostante il paese non viva uno dei suoi momenti migliori anche la sola riflessione riguardante l’introduzione del reddito di cittadinanza implica un cambio ideologico e di mentalità, al punto da potersi considerare una svolta rivoluzionaria del pensiero della sinistra.

La sociologia – e la storia della sinistra – ci ricorda come la maggior parte delle persone lavora solamente per guadagnarsi un reddito per vivere; il lavoro non è fine a se stesso ma è finalizzato solo ad ottenere una remunerazione. Sicuramente uno strumento di difesa come quello individuato nel reddito di cittadinanza, conferirebbe coraggio al cittadino, una maggiore fiducia e credibilità verso le istituzioni, e a nessuno verrebbe la tentazione di ottenere profitti a discapito di altri.

Certo, questa prospettiva introduce problemi di grande rilevanza sia sotto l’aspetto dell’equità che di quello della giustizia e della coerenza. Intanto con la parola universalità già si introduce un tema delicato che riguarda una delicata questione relativa alla definizione di cittadino. Sappiamo che  la cittadinanza italiana è regolata dal cosiddetto “ius sanguinis”, letteralmente diritto di sangue. Nella sostanza, tale concetto significa che è cittadino italiano chi nasce da genitori con cittadinanza italiana, o se è nato sul territorio italiano con entrambi i genitori ignoti o apolidi oppure se il figlio non segue la cittadinanza dei genitori secondo la legge dello Stato al quale appartengono. Infine, acquisisce cittadinanza italiana per nascita anche il figlio di ignoti trovato nel territorio italiano nel momento in cui non viene provato il possesso di un’altra cittadinanza. La stessa normativa stabilisce delle eccezioni, dando la possibilità di acquisire la cittadinanza attraverso lo “ius soli”, diritto di territorio; infine, vi è la possibilità di acquisire la cittadinanza tramite il matrimonio se si è in presenza di determinati requisiti il coniuge, che sia straniero o apolide, di cittadino italiano, acquisisce la cittadinanza quando, dopo il matrimonio, risiede legalmente per 2 anni in Italia. Questi sono alcuni casi che presuppongono comunque una presa di coscienza della diversità di normativa, più favorevole, che viene applicata in altri Paesi dell’Europa.

D’altro canto, in un mercato del lavoro sempre più flessibile e precarizzato come l’esperienza del nostro paese ci ricorda, dove diventa sempre più facile perdere anziché trovare un nuovo lavoro, un dispositivo di reddito di cittadinanza permetterebbe al cittadino posto fuori dal mercato di avere una continuità economica per i periodi in cui il mercato non offre possibilità di reimpiego; ciò costituirebbe un aiuto positivo innanzitutto per i lavoratori, ma anche per il mercato stesso. Sempre per quanto concerne il livello sociale, attraverso un dispositivo di questo genere, è possibile prevenire l’esclusione sociale degli individui con un reddito non continuo ed esiguo, ovviamente mantenendo un rigido controllo sugli utenti del beneficio per evitare comportamenti tesi a violare la natura e lo scopo specifico del reddito di cittadinanza

Questo comporta un ‘controllo’ sulla effettiva disponibilità a lavorare e ad accettare le proposte di lavoro che gli Enti preposti alla formazione e assistenza al quel cittadino formuleranno al proposito. Questo rischio è richiamato con forza da coloro che contrastano o sono decisamente contrari all’introduzione del reddito di cittadinanza. I beneficiari potranno quindi decidere se un lavoro è coerente con le proprie competenze, decidere se trasferirsi o meno per lavorare, e non essere obbligati a farlo. Con la presenza di un dispositivo di questo genere, è possibile combattere il lavoro nero, ci sarebbero meno presupposti per incoraggiarlo, in quanto si è dotati di un minimo vitale e anche perché, nel momento in cui si compie il reato, vi è la sospensione del sussidio.

Dopo aver esposto le caratteristiche principali del sistema attuale delle politiche per il sociale del nostro paese e delle sue lacune, dagli ammortizzatori sociali ai fenomeni di precarietà, disoccupazione ed esclusione sociale, senza ignorare le difficoltà politiche e poi quelle economiche, si può concludere sostenendo che il reddito di cittadinanza si prospetta come una variabile politica innovativa e concettualmente ( ed economicamente ) percorribile. Poiché, incamminandosi su questa strada, la sinistra può ritrovare il ruolo che la storia le ha assegnato, essendo questo il terreno del sistema sociale su cui ha costruito la lotta e la prospettiva del cambiamento politico. Qui, può recuperare il suo ruolo e ritrovare il consenso necessario per porsi come l’unica alternativa al populismo .

Alberto Angeli 
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NB: i dati sono rilevati da:

INPS, ISTAT, Banca d’Italia, Eurostat, OO.SS., Centro Studi Conf.a

A proposito di migranti e politiche di sinistra, di L. Lecardane

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lecardane

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Premetto che non bisogna assolutamente confondere le Ong con le cooperative che gestiscono i Cie. Tra le organizzazioni non governative ci sono Medici Senza Frontiere, Emergency ed altre. Ad esempio MSF è formata da medici che si mettono in aspettativa e vanno in zone a rischio. Tutte le Ong, prima di andare in qualsiasi posto, sono precedute dall’ Unhcr, l’Alto commissariato Onu per i rifugiati, poiché questa organizzazione internazionale è l’unica che può coordinarsi con uno Stato per aiutare i rifugiati.

Detto questo:

1) i procuratori di Catania e Trapani hanno tutto il diritto di indagare e di chiedere i mezzi per farlo; ciò che non possono fare è, quello di Catania, urlare ai quattro venti di essere sicuri che alcune ong (quelle meno conosciute) ci guadagnino e l’altro, quello di Trapani, che i migranti diventano manovalanza per la mafia, anche perché chi sbarca viene distribuito in varie regioni italiane. Debbono indagare in silenzio vista la situazione in Italia;

2) un parlamentare della Repubblica ha il diritto/dovere di chiedere conto e ragione al governo rispetto alla questione Ong, può essere criticato per questo, non insultato, ma deve andarci con i piedi di piombo;

3) se non si vuole dare mano libera a Salvini e company, bisogna avere una posizione articolata: tra dire affondiamo le barche e accogliamoli tutti io ritengo esista una posizione forte e molto più di sinistra. Accogliamoli perché scappano da carestie, guerre e persecuzioni, ma organizziamo, intanto, attraverso le organizzazioni internazionali non private, come Unhcr, Unicef etc… lo sviluppo serio del terzo mondo, il trasferimento di tecnologia e di conoscenza, il tutto gestito, non da governi nazionali, ma da persone capa ci di organizzazioni internazionali. Bisogna costruire imprese, dare la possibilità di coltivare terreni;

4) esiste una commissione parlamentare migranti a quanto pare, perché non indaga sul fenomeno? Questo sarebbe un modo per garantire le Ong pulite e dare una immagine di attenzione alle paure di alcuni.

Luca Lecardane

Con l’ANPI il 10 Febbraio a Roma per difendere gli spazi sociali e culturali

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casa delle donne

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Venerdì 10 marzo alle ore 16 in Campidoglio, si terrà una manifestazione sulla tristemente famosa delibera 140/2015 che ha portato in questi giorni alle minacce di sgombro di moltissime realtà sociali e culturali della città di Roma quali la Casa delle donne, la scuola popolare di musica di Testaccio, l’associazione Cielo, la Casa dei diritti sociali e molti altri centri di aggregazione con funzioni sostanzialmente pubbliche sono già state private dei loro locali, pensiamo al Circolo Gianni Bosio di tradizione orale sgombrato dal Rialto.

Conformemente al nostro deliberato congressuale, che avrete presente, e in continuità e coerenza con la nostra battaglia per la difesa e l’attuazione dei principi fondamentali della Costituzione, che prevede il libero sviluppo della persona umana quale singoli e nelle formazioni sociali, la presidenza provinciale invita tutti gli iscritti ad essere presenti in piazza per sollecitare una soluzione positiva e ragionevole, che non può essere dettata da principi economici. La nuova delibera comunale n.19/2017 é peraltro del tutto insufficiente non portando alcuna sostanziale modifica alla 140. Invitiamo pertanto tutti gli associati a partecipare e ad essere presenti, rivendicando il nostro impegno per la realizzazione di un ordinamento costituzionale impegnato alla giustizia sociale, impegno che dovrà caratterizzare anche le manifestazioni celebrative della vittoria sul nazifascismo e della Liberazione.

Presidenza ANPI Roma

8 Marzo: non è la festa della donna ma una ricorrenza!, di M. Saridachi

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Marcello Sarid 2

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La giornata dell’8 marzo viene da tempo definita come Festa della Donna, un termine ormai distorto in cui non ci si ricorda più il vero significato. L’8 marzo, infatti, non è una festa, ma bensì una ricorrenza.

In principio serviva a ricordare tutte le battaglie fatte dalle donne in campo sociale, economico e politico e a tenere viva l’attenzione sulla violenza e la discriminazione che non si possono dire superate.

Una giornata che ha origini americane, negli Stati Uniti esiste dal 1909 e in Italia dal 1922 e che nasce quindi con fine nobile e lontano dalla connotazione consumistica in cui si è trasformata. E’ in quest’ottica che la Festa della donna non ha più senso, perché di certo non serve una data celebrativa per sentirsi donne.

Se la si vede da un’altra prospettiva, ovvero che l’8 marzo non è un giorno di festa, ma una celebrazione per le donne che riuscirono con forza e coraggio ad ottenere gli stessi diritti degli uomini, la parità quindi dei sessi, l’uguaglianza sul lavoro e via dicendo, potrebbe invece averne.

Perché l’8 marzo? E’ ormai versione fantasiosa diffusa che in questa data venga ricordato un incendio in una fabbrica di New York, in cui morirono un centinaio di donne. La disgrazia di certo ci fu, ma il 12 marzo e soprattutto molti anni dopo che la Giornata della donne veniva celebrata.

In realtà, il Woman’s Day negli Stati Uniti, nasce dopo qualche tempo dal VII Congresso della II Internazionale socialista, tenuto a Stoccarda dal 18 al 24 agosto 1907. Durante la conferenza, in mancanza dell’oratore ufficiale, prese la parola la socialista e attivista dei diritti delle donne Corinne Brown, che non perse occasione per parlare dello sfruttamento delle operaie, delle discriminazioni sessuali e della possibilità del suffragio universale.

Non ci furono ovviamente grandi trasformazioni, se non quella di creare consapevolezza nel potere delle donne. Iniziarono battaglie e manifestazioni, fino alla celebrazioni della prima giornata della donna il 28 febbraio 1909

Una svolta significativa si ebbe nel 1910 quando 20mila operaie scioperarono per tre mesi a New York. Da qui, la Conferenza internazionale delle donne socialiste di Copenaghen, istituì la giornata di rivendicazione dei diritti femminili. Piano piano anche l’Europa aderì alle celebrazioni fino alla Prima guerra mondiale.

La scelta dell’8 marzo, ha invece origine russe. In quella data, nel 1917 a San Pietroburgo le donne si riunirono in una grande manifestazione per rivendicare diritti e la fine della guerra, un appello inascoltato che sfociò nella rivoluzione russa.

La prima Giornata internazionale della donna per quanto riguarda l’Italia è stata celebrata nel 1922. Ora a quasi un secolo di distanza da quella ricorrenza vogliamo ricordare alcune delle donne che ora non sono più in vita ma che durante la loro esistenza si sono impegnate davvero per cambiare il mondo e per migliorarlo.

Si tratta in questo caso di donne i cui nomi sono piuttosto noti, ma non dobbiamo dimenticare nello stesso tempo tutte le altre donne che nel completo anonimato, sia in passato che ai giorni nostri, continuano a portare avanti missioni importanti per proteggere tutta l’umanità e il Pianeta.

È per tutte loro che dovremmo recuperare la memoria storica delle reali origini della manifestazione, che non è solo un giorno in cui regalare o ricevere cioccolatini e mimose.

Margherita Hack
Nel 2013 Margherita Hack è volata tra le stelle ma nessuno di noi la dimenticherà mai soprattutto chi ha avuto l’occasione di incontrarla dal vivo e di intervistarla. Margherita Hack ha dedicato tutta la sua vita allo studio dell’astrofisica e alla scoperta dei misteri delle stelle e dell’universo. Era vegetariana dalla nascita e ha dimostrato un grande amore per gli animali. Ha sempre praticato sport fin da giovane e anche con l’avanzare degli anni non ha mai abbandonato la sua passione per la bicicletta. Leggi qui la nostra intervista a Margherita Hack.

Nadine Gordimer

ci ha lasciati nel 2014, quando aveva 91 anni. La ricordiamo come scrittrice e come donna bianca che ha lottato in prima linea contro il regime dell’apartheid in Sudafrica. Ha combattuto a lungo in nome dell’uguaglianza di tutti gli uomini e ha trattato di questo tema nelle sue opere letterarie. Ha vinto il Nobel per la Letteratura nel 1991 per aver sfidato gli stereotipi e per essersi opposta a qualsiasi forma di oppressione, razziale o religiosa.

Berta Cáceres

L’attivista Berta Cáceres, che da anni lottava per difendere i diritti delle popolazioni indigene dell’Honduras e che nel 2015 aveva ricevuto il prestigioso Goldman Environmental Prize, da molti considerato il Nobel per l’ambiente, è stata uccisa nella notte tra il 2 e il 3 marzo 2016. L’omicidio è stato collegato al suo attivismo. Era infatti impegnata da anni contro la costruzione di una diga e contro lo sfruttamento dei territori indigeni in Honduras.

Dorothy Stang

Sono passati 11 anni dalla morte di Dorothy Stang. Per tutta la vita si era battuta a fianco dei contadini dell’Amazzonia brasiliana per difendere la loro Terra. Era una suora missionaria di origini statunitensi e un personaggio scomodo per via delle sue lotte a tutela dell’ambiente e delle popolazioni brasiliane. Il 12 febbraio 2005 fu uccisa con sei colpi di pistola, quando aveva 73 anni, mentre si trovava nella città di Anapu, nello Stato del Parà.

Masika Katsuva

Masika Katsuva si è battuta per anni per difendere le donne in Congo fino a quando un infarto l’ha scontrata. Masika è stata violentata più volte durante la sua vita come se in Congo fosse la normalità. Qui infatti sono ben 400 mila le donne che ogni anno subiscono una violenza sessuale, con una media di 48 all’ora. Purtroppo nella Repubblica Democratica del Congo, lo stupro è regolarmente praticato come arma di guerra e come uno strumento per mettere a tacere l’universo femminile. Ora che Masika non c’è più, speriamo che altre donne possano lottare in difesa dei propri diritti.

Maria Montessori

Maria Montessori fu tra le prime donne a laurearsi in medicina in Italia. Fu un medico, un’educatrice e una pedagogista diventata famosa in tutto il mondo per il proprio metodo. Fin da bambina aveva mostrato interesse per le materie scientifiche, come matematica e biologia. Sì laureò alla Sapienza di Roma e si impegnò a favore dei bambini che vivevano nei quartieri poveri della capitale. Dalle sue numerose esperienze di lavoro e di vita elaborò un metodo educativo che ancora oggi viene utilizzato nelle scuole e dalle famiglie di tutto il mondo.

La nostra speranza è che le donne di tutto il mondo possano unirsi per lottare in difesa dei propri diritti e di quelli di tutta l’umanità oltre che per proteggere il Pianeta. Crediamo che l’unione faccia davvero la forza quando si tratta di arginare la violenza e di cambiare il mondo migliorandolo.

Marcello Saridachi

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La politica che vorremmo, di O. Basso Persano e C. Baldini

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Vorremmo una politica che si rifaccia al suo significato etimologico:
Dal greco antico politikḗ (“che attiene alla pόlis”, la città-stato), con sottinteso téchnē (“arte” o “tecnica”); per estensione: “arte che attiene alla città-stato”, talvolta parafrasato in “tecnica di governo (della società)”.
Quindi, per noi, chi decide di fare politica si deve occupare del benessere della città-stato, oggi della società, e il benessere della società trae origine dal benessere delle persone.
In questi ultimi decenni (per non dire secoli), la Politica si è occupata sempre meno del benessere delle persone, per arrivare a non occuparsi neanche più del benessere del pezzettino di società costituito dalla propria nazione, per occuparsi sempre più del benessere del capitale, della finanza e quindi di quella ristretta cerchia di persone che ,tramite il denaro, tanto, e sempre di più, incidono sulla politica e quindi sull’economia reale.

Ma il benessere della società è direttamente proporzionale a quello di TUTTE le persone, non di un’elité.
Lo stesso Pil (prodotto interno lordo) è fatto di soli numeri di produzione, ma non di come si produce, di importazione e di esportazione. Non c’è alcun dato nei calcoli del Pil che riporti la condizione di vita e di lavoro e quindi di benessere delle persone che danno quel Pil. Quindi, che senso ha dire che il pil della Spagna è raddoppiato quando la disoccupazione è al 40%.?
Chiaramente se si licenzia e si sfruttano maggiormente quelli che restano, è una cifra illusoria che non rispecchia l’economia di un Paese ma che porta acqua al solito mulino.

Partendo da questi presupposti, la nostra idea di Politica ha come principi fondanti i bisogni delle persone:
– Alimentarsi
– Vestirsi
– Curarsi
– Muoversi
– Istruirsi
– Aiutarsi
Per fare tutte queste cose, è necessario riportare il lavoro, la scuola, la sanità, le comunicazioni e l’ecosostenibilità al centro dell’agenda politica di chiunque si appresti a governare la società.
Mai come oggi occorre dire chiaramente “Prima le persone”

Il lavoro deve essere un diritto di tutti, tenendo conto di quali sono le finalità del lavoro: non l’arricchimento di pochi sulla pelle di tanti, ma un metodo per ottenere il necessario (e se possibile anche il superfluo) per vivere; quindi, se si ottiene l’obiettivo con meno ore di lavoro, si lavori di meno e si assumano altre persone (LAVORARE MENO, PER LAVORARE TUTTI).
Va da sé che se siamo concordi su questo punto chiave, non possiamo accettare il liberismo come politica economica.
Queste cose, badate, non sono argomentazioni marziane, nei paesi nordici (Svezia) sono già messe in atto.

Esiste quindi un percorso già tracciato che non azzera i presupposti economici del capitalismo, ma cerca di conciliarli tramite i diritti delle persone con il valore del benessere delle persone in carne ed ossa.
Non v’è alcun dubbio che occorre ribaltare la globalizzazione nelle sue strategie ed origini viziate dal liberismo sfrenato.

La scuola è uno dei servizi che vengono demandati a un’istituzione che rappresenti i cittadini. Questa istituzione trova le risorse per attivare l’istruzione dei propri rappresentati raccogliendo i soldi da ognuno di loro, secondo le possibilità di ognuno, perché funziona così, il nucleo primario delle società è la famiglia, in cui non tutti portano a casa uno stipendio, ma tutti ricevono la loro parte e danno il loro contributo come possono.
Anche la sanità è uno di questi servizi ed entrambi non hanno nessun obbligo di dare un profitto immediato, perché sono servizi che precorrono un profitto successivo: il cittadino competente, preparato e sano provvederà a produrre il profitto.
Le comunicazioni, soprattutto in un mondo globalizzato come il nostro devono essere incentivate e libere, le persone devono potersi spostare senza grossi impicci, possibilmente nella maniera meno invasiva possibile per l’ambiente, quindi bisogna dare un grande impulso ai trasporti pubblici, invece di tagliarli.
Perché non si può accentrare in pochi luoghi i servizi principali e togliere la possibilità di raggiungere quei luoghi, se non con enorme dispendio di tempo ed energie.
E qui si collega anche l’ecosostenibilità, non possiamo pensare di sfruttare all’infinito le risorse naturali del nostro pianeta, non possiamo pensare di usare tutto l’universo animale e vegetale, come se non ci fosse un domani e soprattutto infliggendo dolore e morte non necessari.
In conclusione noi chiediamo ad un partito che vuole affermarsi come Sinistra Italiana o a chiunque voglia ricostruire un insieme valoriale che si richiama a questi punti fermi, di intraprendere questo percorso con chi, senza esitazione, si sente di dovere dare ancora un valore storico alla parola Sinistra. Le ideologie sono state derise da chi aveva interesse a farlo, ma questa operazione ha portato all’annullamento di forze sociali organizzate su valori comuni.
E’ buffo come la sinistra abbia smontato il suo patrimonio ideologico ed invece la destra l’abbia rafforzato e affondato il coltello nel buco nero lasciato da una stolta sinistra.
Anche i movimenti non sono partiti veri e propri. Anzi disprezzano il partito. Non capiscono che è la forma di rappresentanza che occorre mettere in atto per contrastare l’ideologia rimasta sempre viva: quella del Denaro innanzitutto.

Orietta Basso Persano e Claudia Baldini

Ora è palude, di C. Baldini e O. Basso Persano

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baldini claudia 4 orietta-basso-persano

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Abbiamo difeso la Costituzione. Abbiamo stoppato un pericoloso progetto che puntava ad esautorare il Parlamento ed evitato una probabilissima deriva oligarchica.

E questa, chi, come tanti di noi aderiva ai Comitati del No, sanno che è stata una dura, durissima battaglia fatta in mezzo alla gente. Per le strade, nei mercati, nelle scuole, davanti ai centri commerciali e, non ultima come importanza, in rete. Tante iniziative pubbliche, confronti tra politici, lezioni dei costituzionalisti.
Risultato : il popolo è tornato a votare. Nonostante la nausea che Renzi nelle ultime settimane ha procurato persino ai suoi sostenitori. In tutto il Paese sentivi dire “Basta, lasciateci un canale”
Stando alle diffide Agcom disattese, il PD dovrebbe pagare multe salate.

Bene , ora tutto ciò è alle spalle. Davanti ci sono forse elezioni politiche anticipate. Questa è la richiesta che viene almeno da Lega e Grillo. Noi giudichiamo sbagliatissima questa idea
Già Renzi ha fatto il loro gioco, non vorrei che lo rinforzassimo. Fermiamoci un attimo a pensare.

Il Paese, come risulta anche da questo Si o No è molto spaccato. I No a voce spiegata vengono dalle zone più povere, dai giovani senza futuro, dai lavoratori a cui hanno tolto i diritti. Poi vengono anche da coloro che hanno solo rigettato questa nefanda revisione costituzionale.

Ma non servirebbe andare ad elezioni. I partiti o movimenti come quelli che chiedono il voto non sono quelli che possono lottare contro il liberismo e dare un altro volto al sociale ed alla economia del Paese. Il Movimento 5 stelle è un agglomerato di tendenze diverse, ondeggiante tra sinistra e Farage. Che cosa andrebbero a fare se vincessero le elezioni? Con quale legge elettorale? Quella che hanno osteggiato fin qui? E la Lega? Qual è la politica economica della Lega?

Una: ritorno al passato. Via dall’Europa e muri . E senza il premio non si governa da soli. Con chi potrebbero allearsi. Tra loro? Bene , allora credo che ci saranno fuoriusciti da una parte e dall’altra. Si torneranno a rimpinguare le file di Forza Italia, e di nuovo la sinistra del movimento sarà senza casa.
Pensate che responsabilità di omicidio colposo di sinistra ha assunto il PD con la sua malaugurata creazione. Non ha più una identità certa. Dipende solo da un leader. Segue i diktat liberisti come farebbe un Berlusconi qualunque. Anzi meglio, perché Berlusconi una opposizione bene o male ancora a sinistra l’aveva.

I senza tetto siamo noi gruppi di sinistra. Siamo anche parecchi come singoli, non siamo spariti nel nulla. Rabbiosamente il referendum ci ha tirato fuori di casa. Avevamo già dato dei segnali di vita con il referendum sulle trivelle.

Non c’è nessun partito come uno di sinistra che possa governare per la gente e non per l’esercizio del potere. Ci possono essere delinquenti, deviazioni, allucinazioni, ma se è di sinistra l’antidoto ce l’ha. E’ la maggioranza della sua gente che controlla, che partecipa, che non abbandona il suo cervello a nessuno. Il punto è che abbiamo dormito sonni profondi, sognato di vivere di rendita, passato un anno a discutere sul sesso degli angeli. O meglio, sul concetto di sinistra e di centrosinistra. Con un piccolo particolare che in giro ci sono solo partiti di destra e centro destra.

Nonostante la pessima prova che abbiamo dato alle amministrative, sparando anche sui nostri candidati, non abbiamo ritenuto di fare subito un congresso. Perciò ora siamo ancora invisibili per i più.
Certo, abbiamo sentito due ottimi interventi di Fratoianni e Civati stamane, ma ognuno nella sua nicchia. Giusto parlare di sinistra, ma bisogna crearla eh, non c’è mica. Ci sono persone rinchiuse ognuna nel suo dire, ma non c’è un Partito della Sinistra Italiana. Non c’è nemmeno una classe dirigente chiara. Perché alcuni guardano ancora alla Madonna e nessuno ha osato lasciarli lì da soli a continuare la contemplazione.
Si continua a dire che il problema è complesso. Ah, ma se non fosse complesso, l’avrebbe risolto anche Ciaone. Sarà anche complesso ma ormai è vitale: togliamo la malattia o tutta la gamba?
Eppure il manifesto Fratoianni, di Cosmopolitica, è chiaro, semplice e condivisibile. Ci vuole un partito di sinistra. Quando ci sarà un decente Partito della sinistra Italiana , che sia aperto a tutta la gente che si sente di appartenere alla sinistra, e non dobbiamo stare sempre a ripetere quali sono i caratteri distintivi dell’essere persone di sinistra, si inizia a ricostruire. Dal 2%? Va bene ,però avanti con chiarezza e lavoro. Forse si andrà al 4 la prossima volta. Ci saranno i ballottaggi tra i maggiori? Bene decideremo di volta in volta il meno peggio. Arriverà prima o poi, se insistiamo con la coerenza, un tempo diverso. Beato chi ci sarà.

Ora non siamo pronti per colpa nostra

Se si dovesse andare ad elezioni politiche dovremmo tornare a fare una sinistra patchwork, elettorale. E non credibile. Brutta davvero. E il tempo lo abbiamo avuto. Anche le persone, se cambiassero mentalità, avremmo di grande livello. Ma tant’è.

Che contributo possiamo dare noi da qui, come si usa dire dal basso?

Enorme e di qualità, perché non ci interessano le poltrone, ma i nostri giovani, i nostri malati, i nostri anziani e i nostri bambini. Anzi ci interessano tutti coloro che sono discriminati, disoccupati, malati senza cure, piccoli affamati o bombardati. E vogliamo che il mondo inverta la sua rotta.
E da tempo ci siamo abituati a discutere lealmente e produttivamente.
Orietta ed io abbiamo pensato di cominciare a ragionare di un possibile programma tematico.
Per l’Economia, il Lavoro, i Diritti, la Scuola e vedremo. Proporremmo delle idee alla discussione e faremo un sondaggio limitato al tema in discussione. In modo che si possa capire l’orientamento sintetizzato dei compagni e amici, che sono tantissimi in rete. Sfrutteremo al massimo le condivisioni per estendere la spinta a discuterne. Che inevitabilmente diverrà anche una spinta verso l’alto. Sia ben chiaro che si condivide con tutti, chi vota pd , chi vota 5 stelle, e stop.

Perché gente di sinistra si è persa e spersa ovunque. Dopo il lavoro fatto nei Comitati insieme ad alcuni del Pd e a tanti stellati abbiamo realizzato una verità: siamo noi che li abbiamo costretti ad emigrare, per contare qualcosa. E’ ora di chiarirsi

Non dobbiamo fare dei manifesti programmatici ma tirare fuori proposte di sinistra. Che dovremo mediare nella realtà capitalista ma che comunque aiutino la gente e non i potenti.
Senza chiedere la luna, quella ne aveva diritto solo Pietro Ingrao. Loro ce l’avevano lasciata la luna .

Claudia Baldini e Orietta Basso Persano

La Costituzione di Lelio Basso, l’eguaglianza possibile e l’attacco ai nostri diritti, di M. Zanier

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Attribuiva grande valore al movimento di resistenza non solo perché aveva combattuto per la libertà e la giustizia ma perché essendo stata una lotta di popolo aveva promosso la partecipazione delle masse alle scelte politiche del Paese”. Così Aldo Aniasi [1], partigiano in Valsesia e nella Repubblica dell’Ossola, dirigente socialista di livello e poi sindaco di Milano inquadrava un aspetto centrale del pensiero di Lelio Basso.

Resistenza, lotta di popolo, partecipazione delle masse possono sembrare a noi oggi cose circoscritte nel tempo della guerra di liberazione e lontane dai nostri giorni ma invece costituiscono ancora l’intelaiatura di alcuni articoli molto importanti della nostra Costituzione, il n. 3 e il n. 49, che proprio Basso ha contribuito in modo determinante a scrivere e costruire nella loro forma definitiva.

Come ha detto lucidamente Stefano Rodotà[2]: “Contraddizione e conflitto, e partecipazione dei lavoratori, ci conducono così al capolavoro istituzionale di Basso (assistito dalla fiduciosa sapienza giuridica di Massimo Severo Giannini): all’art.3 della Costituzione, e soprattutto a quel suo secondo comma sull’eguaglianza sostanziale che innesta sul tronco istituzionale la contraddizione sociale, che forza le istituzioni a misurarsi con il conflitto tra esclusione e partecipazione. Si precisano così le modalità dell’intreccio tra lotta politica e strumenti istituzionali, e il ruolo di questi strumenti nel processo rivoluzionario”.Chiarendo senza possibilità di dubbi quello che Basso immaginava col termine “rivoluzionario”: “Un processo le cui caratteristiche diventano più chiare nel momento in cui il riferimento alla legalità non allude ad un “dopo”, ad una legalità rivoluzionaria che si pone come momento terminale, successivo alla presa del potere realizzata per vie diverse, ma diventa una delle componenti essenziali di una lotta politica e sociale, qualificando così modalità e caratteri di quel processo.”

La commemorazione di Stefano Rodotà, è chiaramente più ampia di questi pochi passaggi, abbraccia un periodo più vasto che comprende l’impegno di Basso nell’Assemblea Costituente, ma anche il suo contributo nel 1976 alla stesura del documento fondante del diritto delle Nazioni Unite, la cosiddetta Carta d’Algeri, in cui lui individua un legame sostanziale tra la rimozione degli ostacoli materiali per l’individuo indicata nell’art. 3 della Costituzione italiana e quelli per i i popoli nella carta del 1976. E questo ci riporta al momento iniziale del nostro ragionamento, alle parole del partigiano Aldo Aniasi che vedeva nel socialismo di Basso un processo in divenire per portare attraverso la lotta di popolo le masse alla partecipazione democratica del potere.

Ma chi era in quegli anni Lelio Basso e cosa aveva significato il suo pensiero negli anni precedenti la lotta di liberazione e la Resistenza? La domanda non è delle più semplici ma è estremamente importante perché ci permette di ricostruire le origini di un’elaborazione teorica tra le più significative del Novecento che tanto ha influenzato negli anni successivi gli sviluppi e l’affermazione di una politica di classe che è stata uno degli aspetti migliori del socialismo italiano del dopoguerra.

Tra i molteplici studi che si sono susseguiti negli anni su di lui, segnalo per tanti motivi l’ultimo ampio lavoro di Chiara Giorgi[3]che ne ricostruisce il percorso dalla sua formazione alla costruzione passo dopo passo della nostra Carta costituzionale nei lavori dell’Assemblea Costituente.

Basso, che apparteneva alla generazione di Piero Gobetti, Rodolfo Morandi e Carlo Rosselli, ossia di coloro che sentivano sulle loro spalle il peso e la responsabilità di una generazione da reimpostare seguendo gli insegnamenti di Antonio Labriola e Rodolfo Mondolfo, fin dai primi saggi negli anni Venti ha espresso una consapevolezza rara del dover dare vita ad un processo che facesse rinascere su basi nuove il socialismo italiano partendo sia da una lettura attenta dell’opera di Marx che dalla necessità di registrare la coscienza di classe del proletariato. Fin da questi primi scritti, il cammino delle masse proletarie si configura come una pressione del lavoro sul capitale e della classe lavoratrice sullo sviluppo della grande industria. Negli anni insomma dell’affermazione vittoriosa e tronfia del fascismo, con la negazione dei diritti essenziali ed il controllo del regime sulla classe operaia, Lelio Basso, afferma che “il socialismo dev’essere non solo lo sbocco cosciente della rivoluzione proletaria, ma anche la realizzazione del pensiero filosofico del proletariato”. Saranno queste le premesse dell’antifascismo di classe degli anni Trenta, quel Centro socialista interno diretto da Rodolfo Morandi e costruito clandestinamente con Eugenio Colorni, Lucio Luzzatto ed Eugenio Curiel che avrebbe impostato, con maggiore consapevolezza del gruppo di Giustizia e Libertà ormai falcidiato dal regime, le premesse di classe della futura Resistenza e della collaborazione tra socialisti e comunisti per la creazione di un futuro democratico del Paese.

È questo il terreno da cui nasce e si sviluppa in lui la necessità di fare posto alla partecipazione popolare alla democrazia unita alla tutela dei diritti inviolabili della persona umana nell’ordinamento del nuovo Stato italiano. Per questo si batterà con successo nell’Assemblea Costituente per costruire l’impianto dell’articolo 3 e dell’articolo 49 in relazione a quanto espresso nell’articolo 1, ossia normare l’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge e la loro possibilità di associarsi liberamente per partecipare alle scelte politiche della Repubblica democratica fondata sul lavoro. Se entriamo ora nelle pieghe della scrittura della Carta costituzionale, diventano ancora più appassionanti le sue posizioni e le sue battaglie per far passare i principi del socialismo e del rispetto dei diritti fondamentali dell’individuo, visto come parte di un insieme di lavoratori che hanno il diritto di trasformare progressivamente i rapporti di forza che ancora determinano l’esclusione dai processi decisionali.

L’articolo 3

Tutti conosciamo, credo, il testo dell’articolo 3 della nostra Costituzione, che recita:

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Ma dietro questo articolo forse non molti di noi sanno quanto lavoro c’è stato da parte dei costituenti ed in particolare di Lelio Basso, che è riuscito a fare affermare alla nostra Costituzione che non si realizzerà l’uguaglianza affermata nel primo comma (“tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”) , se lo Stato italiano non avrà rimosso gli ostacoli che impediscono ai suoi cittadini di avere la sostanziale uguaglianza (comma due).  Ed essendo in contrasto il comma due (ci sono ostacoli da rimuovere per realizzare l’uguaglianza ) col comma uno (tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge) esiste nell’art. 3 la concezione dei rapporti di forza sociali da modificare progressivamente in uno Stato democratico, di chiara derivazione marxista, che Basso espresse più tardi [4] con queste parole: “riconosce che in Italia c’è un ordine sociale di fatto che è in contrasto con l’ordine giuridico”.  Se la definizione dell’eguaglianza sostanziale che spetta di diritto ai cittadini si configura come un processo in divenire, è anche la critica della definizione di “uomo naturale e isolato” che il suo contributo in Assemblea costituente contesta, affermando che la persona è al centro dei rapporti umani e sociali e si afferma all’interno del contesto sociale. Ed  anche questo è evidentemente un concetto di derivazione marxista che lui porta dentro la legge fondamentale del nuovo Stato italiano.  Non si capisce la portata delle affermazioni contenute nell’art. 3 se non si tiene presente la visione politica complessiva di Basso che nel 1947 [5] espresse con queste parole: “Noi pensiamo che la democrazia si difende […] non cercando di impedire o ostacolare i poteri dello Stato, ma al contrario, facendo partecipare tutti i cittadini alla vita dello Stato […]. Solo se noi otterremo che tutti siano effettivamente messi in condizione di partecipare alla gestione economica e sociale della vita collettiva, noi realizzeremo veramente una democrazia”.

L’articolo 49

L’altro articolo della nostra costituzione sul quale dobbiamo soffermarci è il 49, che recita:

Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale.

 Anche qui l’impegno di Basso è stato fondamentale e già da una prima lettura se ne può scorgere il nesso profondo con quanto sancito dall’art.3. Ma nondimeno è legato strettamente con quanto scritto nell’art. 1, secondo cui la sovranità appartiene a tutto il popolo.  È con il riconoscimento ai partiti del ruolo di strumenti democratici per determinare la partecipazione della democrazia, si badi bene, a tutti i partiti, non solo quelli al governo ma anche quelli all’opposizione che in questo articolo si rende manifesto quanto espresso nell’articolo 1 legando ad essi la sovranità popolare, il carattere democratico della forma repubblicana, il riconoscimento di partecipare tutti con le proprie idee e convinzioni politiche alle scelte del governo ed alle osservazioni dell’opposizione, perché entrambe portate avanti da partiti che sono riconosciuti dalla nostra Costituzione perché espressione della libera associazione dei cittadini (che l’articolo 3 afferma essere tutti uguali davanti alla legge senza distinzioni e dunque tutti in grado di esprimere una propria idea politica e di partecipare delle scelte dello Stato). Per Basso i partiti consentono di superare la vecchia logica de sistema parlamentare di impostazione liberale, perché esprimono “le differenze effettive del popolo reale”. Sono i partiti, banditi ricordiamolo sempre dal regime fascista contro il quale i nostri costituenti hanno lottato e Basso con loro, i massimi garanti che questa unitaria volontà corrisponda quanto più possibile agli interessi della popolazione. Sono essi il tramite fra la sovranità popolare riconosciuta dall’art. 1 quale fondamento dello Stato italiano e gli organi deputati a realizzare la sua volontà in forma di legge.

La riforma Renzi- Boschi ed il ruolo dei socialisti

Ricostruito il percorso che ha portato il massimo costituente socialista ad inserire nella Carta costituzionale il riconoscimento dell’inviolabilità dei diritti di ogni cittadino ad esprimere una propria opinione, il ruolo dello Stato che riconoscendo l’esistenza di un ordine sociale difforme da quanto affermato come diritto inviolabile di tutti si deve impegnare a rimuovere gli ostacoli che vi si frappongono, il ruolo dei partiti come espressione massima della volontà popolare e portatori delle diverse istanze della gente che vive quotidianamente le difficoltà più diverse e vuole contribuire col voto a determinare le scelte politiche nazionali dei singoli governi, come potrebbe essere possibile che i socialisti oggi sostengano le ragioni della riforma Renzi-Boschi che di fatto toglie la voce alla gran parte dei cittadini, non riconosce valide e degne di nota le opinioni differenti dal partito che con una risicata maggioranza potrebbe controllare l’intero Parlamento, stravolto peraltro nella sua forma e nelle sue funzioni dall’abolizione di fatto dei contrappesi necessari presenti nella formulazione di una Camera e di un Senato con pari dignità giuridica ed introduce parlamentari nominati direttamente dal Presidente del Consiglio?  Per me tutto questo se per un comune cittadino è inaccettabile, deve esserlo a maggior ragione per chi si definisce nel socialismo, nei suoi principi, nei suoi obiettivi, nel suo orizzonte di trasformazione sociale complessiva attraverso passaggi graduali ed il metodo democratico del confronto delle idee diverse.

Per mantenere la democrazia in Italia, continuare a far sentire ciascuno la nostra voce, confrontarci sui problemi reali e trovare delle soluzioni possibili, al Referendum di ottobre diciamo NO all’attacco del governo Renzi ai nostri diritti in nome della nostra bella inimitabile Costituzione, amata e studiata in tante parti del mondo.

Marco Zanier.


[1] Aldo Aniasi, “Maestro di socialismo”, intervento pubblicato in “Lelio Basso”, edizioni Punto Rosso 2012, p. 137

[2] Stefano Rodotà, “Vocazione costituente” (estratti dal discorso commemorativo tenuto il 15 novembre 1988 presso la sala Zuccari del Senato della Repubblica) ora in “Lelio Basso”, ed. Punto Rosso cit., p. 47

[3] Chiara Giorgi, “Un socialista del Novecento. Uguaglianza libertà e diritti nel percorso di Lelio Basso”, Carocci editore, 2015

[4] Lelio Basso, “Interventi”, a cura di F. Livorsi, “Stato e Costituzione”, atti del convegno organizzato dalla Fondazione Basso- ISSOCO e dal Comune di alessandria, Marsilio, 1977, p. 130

[5] Lelio Basso, AC, A, 6 marzo 1947

Alma, il socialismo e le Unioni civili, di M. Foroni

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Era il lontano 1988. E in quell’anno fu presentata per la prima volta una proposta di legge per regolamentare le “Famiglie di fatto”. Sono passati quasi trenta anni da quella preziosa iniziativa di un deputato, e la ricordo ancora bene. E quel deputato era una donna, una socialista, una compagna straordinaria e il suo nome era Agata Alma Cappiello.
Dopo un approfondito dibattito con varie associazioni e l’Arcigay, Alma presentò la Proposita di legge (PdL N. 2340, Disciplina della famiglia di fatto, 12 febbraio 1988) per il riconoscimento delle convivenze tra “persone”. La Proposta di Legge non venne mai calendarizzati tra i lavori del Parlamento.
La proposta di Alma, che ebbe ampia risonanza sulla stampa (che con una semplificazione giornalistica parlò di “matrimonio di serie b”), mirava a riconoscere i diritti della famiglia di fatto anche alle coppie omosessuali.
Una Proposta di Legge che nei contenuti anticipava le sentenze della Corte Costituzionale (Sentenza 138/2010) e della Corte di Cassazione (Sentenza n. 4184/2012, depositata il 15 marzo 2012) nel riconoscere “ per formazione sociale (art. 2 Costituzione) ogni forma di comunità, semplice o complessa, idonea a consentire e favorire il libero sviluppo della persona nella vita di relazione, nel contesto di una valorizzazione del modello pluralistico. In tale nozione è da annoverare anche l’unione omosessuale, intesa come stabile convivenza tra due persone dello stesso sesso, cui spetta il diritto fondamentale di vivere liberamente una condizione di coppia, ottenendone – nei tempi, nei modi e nei limiti stabiliti dalla legge – il riconoscimento giuridico con i connessi diritti e doveri”.
Brillante avvocato milanese, ma di origini napoletane, Alma non dimenticò mai la vera essenza del socialismo, quella fatta dai diritti civili, in particolare per le donne e per le minoranze, come la comunità lgbt.
Alma non c’è più ormai da dieci anni, ci ha lasciato troppo presto ancora giovane a soli cinquantotto anni, dopo essere transitata nel centrosinistra, dove sperava di poter condurre ancora le sue battaglie per i diritti civili.
Nel 1988, quasi trenta anni fa, c’era una donna nella politica capace di pensare a due uomini che convivono come una “famiglia di fatto”. Una donna di una bellezza stordente, di una bravura e con una passione politica unica, che ho conosciuto e che ricordo con affetto e ammirazione. Agata Alma Cappiello, pasionaria socialista.
Marco Foroni