Welfare

Unione Inquilini- Comunicato stampa, di M. Pasquini

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Massimo Pasquini

Stabilità: ” Il Governo con la legge di stabilità azzera il fondo contributo affitti e condanna centinaia di migliaia di famiglie al baratro dello sfratto per morosità. Ora tutto è chiaro: viene eliminata la tracciabilità degli affitti, nessuna risorsa per l’aumento dell’offerta di alloggi a canone sociale, nessuna limitazione al libero mercato, ora nessun contributo per evitare gli sfratti per morosità. Per il Governo gli inquilini ( 3,2 milioni di famiglie) sono agnelli da sacrificare al mercato”
Dichiarazione di Massimo Pasquini, Segretario Nazionale Unione Inquilini.

” Ogni giorno dalla legge di stabilità arriva una coltellata alla schiena agli inquilini. Dopo che l’Unione Inquilini ha denunciato l’abrogazione della norma sul pagamento tracciabile degli affitti di qualunque importo, dopo che è stato cancellata qualsiasi ipotesi di rilancio dell’offerta di alloggi a canone sociale nonostante le 700.000 famiglie collocate utilmente nelle graduatorie comunali, ora scopriamo che al capitolo 1690 del Bilancio del Ministero delle infrastrutture sono state letteralmente azzerate le risorse destinate al fondo nazionale per i contributi affitto alle famiglie in disagio economico. Nel 2015 erano stati stanziati 100 milioni di euro (nel 1998 senza la crisi economica che mordeva erano 350 milioni di euro) ora con la legge di stabilità per gli anni 2016-2017-2018 le risorse disponibili sono ZERO.
Per il Governo gli inquilini (3,2 milioni di famiglie) sono agnelli da sacrificare al mercato.
Ricordiamo a tutti che in Italia negli anni passati erano circa 300.000 famiglie che grazie al contributo affitto (sempre più tagliato negli ultimi anni) erano riuscite ad evitare lo sfratto per morosità e nonostante questo nel solo 2014 le sentenze di sfratto per morosità, a causa dei ritardi con i quali i comuni erogavano i contributi, anche a distanza di anni ovvero a sfratto eseguito. erano arrivate a oltre 65.000 sulle complessive 77.000. Quindi a centinaia di migliaia di famiglie non solo viene negato del tutto un misero contributo ma viene anche detto che non ci saranno case a canone sostenibile, insomma si arrangino.
Al Presidente del Consiglio chiediamo: è questa la sua idea di equità sociale? Questa è un Paese moderno ? E’ evidente che nel cuore del Presidente Renzi alberga un mattone quello targato speculazione immobiliare rendita”

Unione Inquilini Segreteria Nazionale – Roma 2 novembre 2015

 

tratto dal sito: http://www.unioneinquilini.it/index.php?id=7213 

anche sulla pagina facebook:   https://www.facebook.com/Unione-Inquilini-Roma-362681523797278/?fref=nf

 

Manganellate e privatizzazioni contro il diritto all’abitare, di G. Martinotti

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giampaolo 2

Più di duecento i poliziotti e i carabinieri mobilitati martedì 20 nel capoluogo emiliano per lo sgombero della palazzina dell’ex-call center Telecom. I circa trecento occupanti, tra i quali molte donne e bambini, si erano macchiati di un delitto troppo grave per essere lasciato impunito: non potendosi permettere di pagare un affitto, e non avendo a disposizione un alloggio pubblico, negli ultimi dieci mesi avevano rimesso in sesto i locali dello stabile, abbandonati da anni, per adibirli ad uso abitativo.

Mentre queste persone venivano buttate letteralmente in mezzo alla strada con la forza, a Roma scattava immediatamente la solidarietà dei movimenti per il diritto all’abitare che davano vita a un sit-in di solidarietà a Porta Pia, bloccando il traffico in maniera pacifica e opponendo resistenza passiva agli agenti in assetto antisommossa. E in un attimo prendeva forma la solita dinamica repressiva che si ripete quasi quotidianamente non solo nella capitale: l’arrivo della camionetta idrante, violenti getti d’acqua contro manifestanti inermi, la carica indiscriminata dei poliziotti che provoca feriti e contusi.

Questi sono fatti gravissimi e rispecchiano l’impotenza di un governo repressivo che con le sue politiche di austerità ha portato i tassi di povertà e disuguaglianza a livelli vertiginosi. L’approccio semplicistico e classista con il quale il complesso fenomeno delle occupazioni abitative viene ridotto a emergenza criminale, grazie anche alla mistificazione del concetto di legalità, rivela una profonda impreparazione sia in termini amministrativi che umani.

Affrontare l’urgenza del problema abitativo nel nostro paese esclusivamente come una questione di ordine pubblico, negandone le conseguenze sociali già imperanti, è l’ennesima negligenza da parte di uno Stato che mette i suoi cittadini, e migliaia di nuclei familiari, in situazioni altamente rischiose nelle quali i diritti fondamentali vengono sistematicamente negati. Evizioni forzate ai danni di cittadini vulnerabili, anziani, malati terminali, famiglie con minori, portatori di handicap. L’indigenza come colpa, il desiderio di dignità come crimine.

Si delinea così un quadro disarmante in cui i principi del riconoscimento dei diritti inviolabili, l’uguaglianza e la solidarietà politica, economica e sociale, vengono violati in spregio alla Costituzione, ormai obsoleta e a quanto pare da riformare anche a costo di sacrificare la democrazia. Perfino l’Istituto Nazionale di Urbanistica ha sancito l’inadeguatezza delle risorse messe a disposizione dal governo nel DL n.47 e ha ribadito che per far fronte all’attuale emergenza, ampliando l’offerta di alloggi sociali in locazione permanente destinati a fasce sociali a basso reddito, servono risorse certe per un adeguato numero di anni.

Ma non sorprende che l’orientamento espresso da Renzi, al contrario, vada nella direzione opposta, quella della cessione generalizzata del patrimonio di edilizia sociale e della dismissione del patrimonio pubblico, confermando peraltro che la politica del governo sia completamente assoggettata alla logica del “privatizzare per salvare il bene pubblico”. Insomma, manganellate e privatizzazioni, criminalizzando l’esistenza di migliaia di nuclei familiari in nome della legalità: oggi la vera sfida è quella di far prevalere la democrazia e i diritti sulla potenza devastatrice del capitale.

Giampaolo Martinotti

tratto dal sito http://popoffquotidiano.it/2015/10/22/manganellate-e-privatizzazioni-contro-il-diritto-allabitare/

Alluvioni nel Mediterraneo tra cambiamenti climatici e urbanizzazione selvaggia, di B. Ceccarelli

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Le inondazioni e le tempeste che colpiscono sempre più frequentemente il bacino del Mediterraneo e i relativi Paesi  stanno facendo decine di morti: Francia,  Italia ,Grecia, ecc. La devastazione  dei territori  risulta essere  pesantissima. La frequenza di tali episodi intensi può essere messa in relazione sia con il riscaldamento globale e sia con gli episodi di consumo di suolo dissennato. Il legame con l’”affaire” Tor di Valle.

Le inondazioni e le tempeste che colpiscono sempre più frequentemente le coste del Mediterraneo e i relativi Paesi, hanno comportato sinora decine e decine di morti. In Francia, in Italia,  in Grecia, ecc., interi territori ne sono risultati  devastati.

A casa nostra ricordiamo tristemente le tragedie che hanno colpito la Liguria, la Sardegna, e non solo. Oggi sono colpite  alcune regioni del Centro Sud e la Sicilia.

Parrebbe che la problematica per le autorità preposte  consista esclusivamente nella capacità di saper leggere bene tutti i parametri che determinano i Bollettini metereologici per poter essere – responsabilmente –  bravi ad allertare le popolazioni.

Governo, Protezione civile e Sindaci cercano di dimostrare di aver alleviato i danni, riducendoli.

Queste tremende  tempeste sono provocate dall’incontro di  masse  d’aria calda e umida proveniente dal sud del Mediterraneo  e di  masse d’aria più fredda provenienti da latitudini più in alto, nel nord. Quel che invece è molto eccezionale è l’intensità del fenomeno che si sviluppa  da qualche tempo a questa parte. Veri record di precipitazione in poche ore.

Questi fenomeni, estremi e molto localizzati, sembrano legati direttamente al riscaldamento climatico. Ne sono pure convinti molti ricercatori che sintetizzando esprimono questa analisi : «Le ricerche sul clima lasciano effettivamente pensare che andremo incontro sempre più spesso a questo tipo di situazioni».

I media ne parlano, spesso con lunghi e angoscianti resoconti. Tuttavia si salta a piè pari, la questione è inesistente,  il legame esistente tra la responsabilità di una cattiva programmazione urbanistica e il possibile collegamento con i cambiamenti climatici.

Se le  aree urbane si ingrandiscono con programmazioni risibili (vedi ad esempio la normativa circa le compensazioni), se si continua  irresponsabilmente  a costruire in ogni dove, se l’idrologia urbana (in particolare le reti di canalizzazione dell’acqua) non permettono di assorbire le quantità di acqua che vengono dal cielo, se la regolamentazione  dei fiumi non è sufficiente, si possono avere eventi catastrofici. Mentre possiamo affermare che molta (o praticamente tutta) è la responsabilità dell’uomo, credo che  risulterebbe vano e sbagliato pensare che sia utile cercare  una “gerarchia di responsabilità” circa i disastri,  addossandoli separatamente al cambiamento  climatico o alla urbanizzazione insensata.

Mai come in questa epoca appare incredibile la separazione  culturale esistente tra conoscenza, ricerca e  modello di sviluppo. Anzi in questo caso salta completamente quella che si chiama visione Glocal (globale e locale). Infatti in questo caso coloro che sono preposti alla pianificazione e programmazione (la Politica e le Istituzioni)  non solo, come si dice, dovrebbero avere la cultura di   pensare globalmente e agire localmente , ma dovrebbero essere capaci di fare di più.

A Roma abbiamo un esempio emblematico. L’Assemblea Capitolina dichiara  “l’interesse pubblico”  per la realizzazione di uno Stadio di calcio in una area a rischio idrogeologico e contemporaneamente  collega tale realizzazione alla possibilià (perfino interpretando in modo “ disinvolto”  le normative al riguardo) di costruire nella medesima area, fragilissima,  addirittura tre grattacieli alti 220 metri, oltre che altri palazzi di diversi piani.  Questa scelta  realizza, a mio modo di vedere, per la prima volta nel nostro paese, l’utilizzo di un affare speculativo per dare sostegno (lavoro si dice) a questo modello di sviluppo.

Un modello si badi bene che è responsabile del cambiamento climatico e consegue nel pianeta la più grande diseguaglianza tra gli uomini che ci sia mai stata nella storia. La conseguenza che nel Mediterraneo si vede giornalmente  é  pure nella contemporanea fuga  di milioni di migranti che scappano dai luoghi nella quale già si sta consumando la terza guerra mondiale.

Cercare di mettere delle pezze attraverso provvedimenti inutili e  stravaganti come spesso fanno gli inadeguati amministratori nostrani oltre che il danno, se fossimo capaci di ironia, ne coglieremmo pure il ridicolo.

Risalire la china non è per nulla facile. Compito della parte migliore del paese è quello di non perdere la bussola e tenacemente provare a mantenere in modo  lucido  la dimensione delle problematiche  che sono in gioco. Con una frase presa a prestito occorrerebbe sapere che le generazioni che verranno ci giudicheranno.

Bruno Ceccarelli

JOBS ACT E PENSIONI: LE BATTAGLIE CHE UNISCONO. INCONTRIAMOCI E PARLIAMONE, di M. Luciani

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11079646_747610982023570_8888239566236767121_nDomani 31 marzo avrà luogo a Roma un importante appuntamento per avviare un ragionamento comune all’interno della sinistra sulle possibili iniziative atte  a riaprire le partite sulle pensioni e sul mercato del lavoro che troppi danno frettolosamente per chiuse. C’è una sinistra che non si arrende di fronte alla dittatura del mercato e della finanza esercitata a colpi di fiducia dal governo Monti e dal governo Renzi ai danni delle conquiste realizzate dal movimento dei lavoratori, che non si concede alibi per non essere in campo, adesso, per rimettere in discussione quegli esiti e che vuole unirsi per essere più forte e cambiare davvero il corso delle cose. L’occasione dell’incontro pubblico copromosso da Sinistra Ecologia Libertà, Sinistra Lavoro, Movimento per il Partito del Lavoro, dal titolo “Lavoro e Pensioni. Quale futuro”, da questo punto di vista, è utile e non va persa.

MARTEDI’ 31 MARZO ALLE 17,30 PRESSO LA SEDE DI SEL IN VIA LUCCA, 11.

C O O R D I N A Francesco PALAIA – Responsabile Lavoro SEL ROMA            

I N T E R V E N G O N O:
Gianni RINALDINI   –  CGIL Nazionale – FIOM                        
Cecilia D’ELIA  – Segr. naz. Sinistra Ecologia Libertà
Gian Paolo PATTA    – Movimento Partito del Lavoro   
Danilo Borrelli – Sinistra Lavoro        
Glauco Zaccardi Magistrato – Segr. Area Magistratura Democratica
SARANNO PRESENTI E INTERVERRANNO DELEGATI DI POSTO DI LAVORO

 

 

Democrazia e Lavoro – Minoranza Congressuale CGIL

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CGIL democrazia e lavoro

 

Con l’elezione della nuova segreteria nazionale della CGIL è stata ribadita una scelta di chiusura e di autoconservazione del gruppo dirigente, che non tiene conto del pluralismo di posizioni e del malessere che hanno attraversato lo svolgimento dei congressi a tutti i livelli, compreso il Congresso Nazionale.

Non c’è stato, anzi è stato negato alcun momento di riflessione sullo svolgimento del Congresso Nazionale, sul risultato delle votazioni, sul livello di esasperazione che ha determinato per alcune ore la sospensione di fatto del congresso, per cercare soluzioni che evitassero la rottura della nostra Organizzazione.

Si è scelto il nulla, come se non fosse successo niente.

Una scelta irresponsabile a fronte della gravità della situazione sociale e delle evidenti difficoltà della nostra Organizzazione.

Le ragioni che ci hanno portato durante lo svolgimento del Congresso Nazionale alla presentazione della lista 2, che aveva come riferimento gli emendamenti al documento “Il lavoro decide il futuro”, e il giudizio negativo sull’accordo del 10 gennaio 2014 “ Testo Unico sulla Rappresentanza”, vengono in questo modo confermate.

Non è possibile pensare di cancellare le diverse posizioni esistenti, con una torsione autoritaria nella gestione dell’Organizzazione.

Per fare vivere queste diverse posizioni stante gli strumenti previsti dallo Statuto, non ci resta che la nostra ufficializzazione come “minoranza congressuale della CGIL”.

I contenuti dei nostri emendamenti – previdenza; democrazia; welfare; diritti; contrattazione– e l’opposizione al “Testo Unico sulla Rappresentanza” disegnano il nostro terreno di iniziativa e di approfondimento di un’altra idea della CGIL.

Il collante che tiene insieme questi obiettivi e che caratterizza il nostro impegno in CGIL è la necessità di un profondo cambiamento nella definizione stessa di questi obiettivi e nella pratica da adottare perla loro realizzazione.

Rivendicare cambiamento significa pensare concretamente ad una possibilità di futuro perla CGIL:

l’arroccamento burocratico, autoreferenziale e conservativo vuole dire l’ininfluenza, la marginalità la sconfitta per i lavoratori e le lavoratrici, i giovani precari e disoccupati, i pensionati.

Continuiamo a pensare che anche nel terzo millennio ci sia bisogno di Sindacato: il tema oggi è quale Sindacato, come il Sindacato struttura e organizza la sua rappresentanza, come la esercita, su quali obiettivi, su quale progetto di cambiamento della società e dell’Europa.

Non è più possibile negare la dimensione e la profondità della crisi della CGIL.

L’illusione che l’affannosa ricerca della “sponda istituzionale” fosse sostitutiva della pratica contrattuale e rivendicativa perseguendo nel corso di questi anni la logica del meno peggio, della riduzione del danno, ci ha portato alla cancellazione di tutte le conquiste degli anni 60′ e 70′ senza alcun reale contrasto sociale e che oggi ci consegna un quadro legislativo e contrattuale finalizzato alla aziendalizzazione del Sindacato, al Sindacato di mercato.

La concertazione è finita da tempo, quello che adesso è saltato con il nuovo Governo è la sua variabile degenerativa che perseguiva il rapporto con una forza politica o ancora peggio con una parte di esso, come “sponda emendativa”, rispetto alle scelte che venivano compiute dal Governo senza capire nulla delle dinamiche in atto nelle nostre controparti a livello nazionale ed europeo.

Abbiamo in questo modo accompagnato il processo sociale che ha determinato l’attuale situazione.

Il Congresso è stata la plastica rappresentazione di tutto ciò, di un gruppo dirigente che ha scelto di non misurarsi con l’apertura di un reale confronto, un gruppo dirigente che non è disposto a mettersi in discussione per preservare se stesso, le sue logiche interne, che sempre più in assenza della politica sono quelle promozionali degli esercizi di fedeltà, dell’utilizzo degli strumenti di gestione dell’Organizzazione, fino a metterne in pericolo la stessa unità che al congresso è stata evitata grazie all’intervento di importanti strutture della nostra Organizzazione.

La CGIL:

tutti gli strumenti disponibili.

Cosa vogliamo essere?

· Siamo coloro che (come si evince dagli emendamenti portati in discussione nelle assemblee congressuali di base) fanno del cambiamento del Sindacato Confederale la ragione principale della loro azione. Con ciò intendendo un cambiamento che coinvolga non solo le strategie e le politiche della CGIL relative alla democrazia sindacale, alla contrattazione,che deve garantire diritti a prescindere dalla tipologia contrattuale,al mercato del lavoro,agli ammortizzatori sociali, al reddito minimo, alla scuola e alla formazione, al welfare (sanità, previdenza), ai beni comuni, ma anche il suo modo di essere, la sua organizzazione democratica,la trasparenza della sua azione politica, organizzativa e amministrativa, la sua indipendenza e autonomia nel rapporto con il padronato e il quadro politico.

· Siamo coloro che vogliono dare vita e continuità a una iniziativa nuova e aperta, non all’unione burocratica di  esperienze che, per quanto importanti e significative, appartengono ad una fase ormai conclusa. Per questa ragione siamo interessati alla discussione più ampia possibile, senza steccati e posizioni precostituite.

· Vogliamo interloquire dentro e fuori l’Organizzazione, con grande libertà e capacità di movimento, al fine di realizzare compiutamente quella la CGIL continua a non fare. Per questo intendiamo avvalerci della facoltà prevista dallo Statuto che riconosce i diritti delle minoranze congressuali, definendo gli strumenti a loro disposizione, quali le agibilità sindacali, gli strumenti interni dell’Organizzazione, il diritto di proposta per le sostituzioni negli organismi dirigenti.

· Con questa scelta vogliamo dare vita a un luogo che dia visibilità al pluralismo di posizioni che vivono tra gli iscritti della CGIL, e che, a partire dalle assemblee congressuali di base, hanno avuto un consenso ben superiore a quello effettivamente riconosciuto nella composizione nella platea congressuale nazionale.Tale luogo deve essere di iniziativa sindacale, di libera discussione, di ricerca, di scambio di esperienze, di monitoraggio e di difesa del pluralismo in tutte le sedi, comprese quelle decisionali dell’Organizzazione.

· A questo obiettivo occorre rapportare il modo di organizzare il nostro lavoro che deve essere il più libero, partecipato e collegiale possibile, in grado di coinvolgere tutti coloro che guardano con interesse alla nostra battaglia. Un atteggiamento inclusivo e idoneo a liberare e utilizzare tutte le potenzialità che aspirano ad esprimersi nella ricerca e nella azione politica, volta al cambiamento della CGIL. Un atteggiamento che faccia del rinnovamento la molla per recuperare un dialogo che si sta spegnendo con i nuovi lavoratori e con i giovani più in generale.

· Vogliamo attivare a tutti i livelli dell’Organizzazione, una modalità di lavoro che incalzi e coinvolga l’insieme della CGIL e la costringa a misurarsi con il cambiamento necessario e urgente a difendere e rilanciare, nel mutato mondo contemporaneo,la dimensione di Sindacato Confederale Generale, che basa la sua forza sulla rappresentanza collettiva e sulla funzione contrattuale. Un Sindacato per risalire la china, per modificarel’attuale sfavorevole rapporto di forze e una sua percezione critica assai diffusa nella società italiana, partendo dal rapporto con le lavoratrici e i lavoratori, dalla democrazia e dalla partecipazione, lavorando al coinvolgimento reale di ogni settore di un mondo del lavoro sempre più frantumato e disperso.

In previsione della Conferenza di Organizzazione della CGIL prevista per il prossimo anno è necessario aprire da parte nostra un confronto ed una ricerca collettiva a tutto campo sulla democratizzazione della CGIL, sui processi di formazione dei gruppi dirigenti, della partecipazione dei delegati e degli iscritti nelle decisioni, sulla trasparenza  nell’uso delle risorse e la loro distribuzione ai vari livelli.

Insomma si tratta di aprire una sfida democratica perché non esiste futuro per un Sindacato che non sia radicalmente democratico.

 

Roma,1 luglio 2014

 

I tre pilastri della sinistra, di M. M. Pascale

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pascale

 

Relazione alla tavola rotonda “ricostruire la sinistra”, Civitavecchia, 5 luglio 2014

 

Libertà e giustizia sociale. Un vecchio enunciato di Sandro Pertini che ha scosso a suo tempo la politica italiana in maniera trasversale. Due parole semplici ma potenti. Libertà vuol dire poter disporre di se, poter essere ed esistere nel mondo. Aristotele diceva che era libero solo “chi possedeva almeno uno schiavo”. Spartaco rispose impugnando la spada contro i padroni. La libertà è anche un punto di vista. Non la si impara, la si costruisce. La libertà viene a noi attraverso l’autonomia economica che porta a poter soddisfare bisogni materiali e ci dà la possibilità di soddisfare i bisogni spirituali. Il lavoro diventa, da sintomo di schiavitù, simbolo di libertà. Avere un salario che porti un avanzo rispetto alle spese, poterlo gestire, vuol dire essere liberi.

Ma se solo alcuni sono liberi, la libertà esiste? La risposta è no. Esiste solo il sopruso. Per rendere possibile la libertà noi abbiamo bisogno dello strumento della giustizia sociale. Ogni uomo nasce libero, compito nostro, interpretando J. J. Rousseau, è quello di evitare che cada in catene. Pari opportunità di partenza, stimolo a chi resta indietro o parte svantaggiato, ma anche incentivazione dell’impegno e dei meriti. La giustizia sociale non è rendita di posizione, ma è la strada verso una società migliore.

Ecco quindi cos’è la sinistra. Da ognuno secondo le sue possibilità, a ciascuno secondo i suoi bisogni ed i suoi meriti. Ma forse non dovremmo neanche chiamarla più “sinistra”, nome che ci fa pensare, oggi, ad intellettuali prezzolati che di giorno predicano Marx e Gramsci e la sera parlano con Berlusconi per proporre il loro ultimo libro ad Einaudi o a Mondadori. Politici di professione, cacciatori di “contatti” che portino a scorciatoie per l’ascesa nei salotti che contano, conduttori televisivi dal ghigno cattivo più o meno radical chic, eroi di carta che parlano, parlano e basta, di camorra, godendosi lauti diritti d’autore.  Sarebbe il caso di creare tra noi e tutta questa genia di parassiti una certa distanza e ripeto, provocando, forse un nome nuovo per i concetti espressi dalla forma storica che noi chiamiamo “sinistra” non sarebbe una cattiva idea.

Su questo ci penseremo.

Ma dato che noi siamo qui ed ora, mi preme pormi e porvi un interrogativo. Mi chiedo e vi chiedo,che fare a Civitavecchia? Francamente sono rimasto frastornato, dopo la vittoria dei 5 stelle, dal coro bipartisan che si levava dalle opposizioni, dentro e fuori l’aula consiliare, e che ripeteva, a mo’ di mantra “siamo collaborativi”. Ne comprendo, al limite, l’esigenza tattica, ma ci vedo anche una palese incapacità di lettura dei dati politici. I nostri rappresentanti credono di avere a che fare con un “nemico convenzionale”, che si combatte, vero, ma con cui si può anche dialogare, al limite fare la pace dopo la guerra, perché, in fondo, esistono valori comuni che possono portare a linee di azione condivise. Per fare un esempio: il social housing è stato ed è una preoccupazione sia della sinistra che del mondo cattolico e ambedue questi soggetti, nonostante le feroci battaglie combattute, hanno sempre collaborato per portare avanti progetti.

Eppure è evidente che con i 5 stelle non sia così. La vicenda di TVS, ad esempio, la dice lunga sul tema della difesa del lavoro e sulla sua irrilevanza nei disegni della “nuova politica”. Il comune di Civitavecchia non è stato neanche invitato al tavolo ministeriale che doveva discutere il problema. Gli altri comuni interessati si sono presentati lo stesso, con tanta faccia tosta, sbattendo i pugni sul tavolo. I nostri amministratori sono rimasti incollati alle loro poltrone, preferendo il “tavolo dei bambini” più piccolo, minoritario e destinato al fallimento.

Semplicemente per loro il lavoro non è un valore così importante. Lo si difende a tempo perso.

Pari opportunità? Giustizia sociale? Quando sento l’assessore al welfare dire che “i servizi sociali non sono ad personam” e che gli utenti “debbono recarsi in ufficio, riempire un modulo ed aspettare”, mi si gela il sangue nelle vene. I servizi sociali sono ad personam, ogni caso è diverso dall’altro e la data di presentazione delle domande non coincide mai con la gravità e con l’urgenza del caso. Una donna maltrattata, un bambino abusato, una famiglia cui è crollata la casa non possono sedersi ed aspettare il loro turno. Dietro alla visione burocratica si cela l’arroganza di chi vuole eliminare il bisogno dalla città, ma non perché vede un mondo migliore, non perché risolve il problema, ma semplicemente perché la vista dei bisognosi offende lo sguardo del piccolo borghese.

Meriti? Certo i 5 stelle hanno la qualità dei curricula e le competenze tra le loro parole d’ordine. Eppure guardiamo chi sono, questi meritevoli. Tra eletti, amministratori e delegati, l’unica loro dote, oggettivamente, è quello di aver votato e  fatto campagna elettorale per loro. Marx li definirebbe, in blocco, senza mezzi termini, “studenti e giuocatori di biliardo”. Questo mentre le eccellenze, quelle vere, continuano ad andare ogni mattina verso Roma, dove vengono stritolate dal precariato.

Quali valori comuni possiamo avere noi, figli e nipoti della grande tradizione socialista, con loro? Loro ogni giorno demoliscono i tre pilastri della sinistra: libertà, giustizia sociale e merito. Loro hanno portato, in Italia e a Civitavecchia, un abbrutimento della politica, con la pratica quotidiana del linciaggio mediatico contro chiunque fosse in disaccordo. L’egemonia dell’urlo, il razzismo strisciante, evidentissimo nell’alleanza tra Grillo e Farage, che si estrinseca a Civitavecchia con il mitologema antisemita applicato ai cinesi.

La politica, per i 5 stelle, non è geometria, ma è degradata a luogo in cui si risolvono contraddizioni psicologiche di fondo.

Compagni, senza tanti giri di parole: vogliono la morte dei nostri valori. Vogliono, da un punto di vista politico, la nostra morte. Di fronte a questa evidenza vi domando, cosa dovremmo fare? Dovremmo “collaborare” oppure sarebbe lecito difendersi? La domanda è retorica, ovviamente. Dobbiamo difenderci con tutto quello che abbiamo a disposizione, coprendoci le spalle gli uni con gli altri. Quando si è nella stessa trincea la morte del compagno, per quanto antipatico possa essere, mi scopre il fianco. Io divento vulnerabile.

La sinistra, nella sua genesi storica, ha dimostrato ampiamente un fatto. Ogni qual volta c’è stato un soggetto che ha provato ad essere egemone sugli altri, si è sempre perso. Veltroni e la teoria dell’autosufficienza ne sono un esempio. La sinistra ha vinto, in Italia e a Civitavecchia, solo quando si è presentata unita. I più sofisticati, a questo punto, obietteranno impugnando la categoria di governabilità. D’accordo. Ma la politica non è solo amministrazione, bensì anche visione del mondo. Oltretutto la nostra carta costituzionale (che è sempre valida, finché non ne avremo un’altra) non cita la governabilità come valore, bensì la democrazia. Sono due cose profondamente diverse ed io, nel mio piccolo, preferisco la democrazia, quella dei padri fondatori, al vile dominio dell’amministratore di condominio.

Ma voglio anche farmi carico della categoria di governabilità, perché poi è pur sempre un governo (nazionale o locale) che deve agire per il raggiungimento degli obiettivi.

Come si governa, efficacemente, tutti insieme?

Dobbiamo tutti, senza eccezione, guarire dal berlusconismo, che ci ha contaminato negli ultimi anni. I partiti, anche se difendono “una parte” del corpo sociale, debbono svolgere alloro interno una dialettica tra diversi punti di vista. Non possiamo permetterci più partiti “padronali”, che rispondono ad un solo uomo o partiti “azienda” che difendono ciecamente gli interessi di una sola lobby. Questo deve essere un impegno condiviso e comune. Non possiamo permetterci di congelare la mobilità generazionale: chi ha fatto il suo tempo dia pure buoni consigli, ma si faccia di lato. Non possiamo permettere alla vanità personale, alle psicologie particolari, di governare i partiti. Non possiamo permetterci di essere schiavi dei voti, che sono importanti, certo, ma dobbiamo capire che in politica servono, in egual misura, tre cose: certamente i voti, ma anche le capacità organizzative e le capacità intellettuali.

Proprio per questo dobbiamo abbandonare lo schema perverso della dittatura degli eletti. La politica non può coincidere con la pura e semplice amministrazione.

Queste le mie considerazioni per ricostruire la sinistra. Il mio augurio e che si riparta qui, tutti insieme, per l’edificazione di una casa comune.

Mario Michele Pascale

Renzi, le riforme e la Costituzione, di M. Ferro

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Renzi dovrebbe smettere di turlupinare gli italiani con bugie e falsità sul problema delle riforme istituzionali.
Non è vero che le riforme istituzionali le ha chieste l’Europa. Anzi sarebbe gravissimo se così fosse. I Paesi europei non possono permettersi di interferire sulle modalità che ciascun Paese ha scelto per organizzare, secondo la propria storia e le proprie tradizioni, il sistema di democrazia interna, purché questo sistema rispetti i principi fondamentali della democrazia parlamentare.
L’Europa ha chiesto di riformare il nostro sistema economico perché esso sia confacente con le regole economiche che regolano l’Unione. (ed anche su questo ci sarebbe da obiettare che il nostro sistema economico deve rispondere, non solo alle esigenze dell’Europa, ma prioritariamente alle esigenze irrinunziabili del nostro Paese, soprattutto in materia di lavoro e di occupazione, ma anche di sviluppo e di protezione internazionale del nostro sistema industriale).
L’obiettivo di Renzi è quello di costruire un sistema parlamentare che sia il più controllabile possibile da parte del Governo. La riforma del Senato con un sistema elettorale indiretto che rischia di creare un Senato quasi monocolore, un sistema elettorale maggioritario che cancella totalmente il principio costituzionale della rappresentatività e che consente ai Capi dei Partiti di scegliere i deputati secondo il loro grado di sudditanza, costituiscono il più grave e subdolo tentativo nella storia della Repubblica di attentato alla nostra Democrazia.
Tenuto fermo il principio dell’intoccabilità della prima parte della Costituzione, la seconda Parte, l’Ordinamento della Repubblica, può avere, nel corso del tempo, necessità di adeguamento alle mutate situazioni politiche e sociali, ma tali interventi debbono tener conto degli equilibri e dei contrappesi che i Nostri Padri costituenti riuscirono ad introdurre nella Carta costituzionale. E’ perciò senz’altro possibile rivedere i poteri e le competenze del Senato tenendo conto che comunque questo deve esercitare un potere di controllo e di seconda lettura su alcune importanti materie rilevanti per l’intero sistema democratico.
Per quanto riguarda la Legge elettorale Renzi sa perfettamente che l’attuale proposta dell’italicum presenta notevoli aspetti di incostituzionalità e quindi è soggetta ad essere respinta dalla Corte costituzionale, ma sa anche che i tempi che la Corte impiegherà per farlo sono talmente lunghi che comunque la nuova legge può essere utilizzata per almeno due legislature e questo gli permetterebbe comunque, per questo periodo, di governare con un Parlamento costituito a sua immagine e somiglianza.
I più rilevanti aspetti di incostituzionalità della legge elettorale riguardano il premio di maggioranza che potrebbe consentire ad un Partito che ottenesse il 37% dei voti di impossessarsi del Governo del Paese a scapito del rimanente 63% dei cittadini che non lo hanno votato, e le soglie di sbarramento che impedirebbero a organizzazioni politiche che pur ottenendo un rilevante numero di voti (4% o perfino l’8%) di essere rappresentati in Parlamento (in tutte e due i casi il principio di rappresentatività verrebbe disatteso).
L’unica speranza per evitare questa deriva è che i Parlamentari (Deputati e Senatori) che hanno a cuore le sorti della Democrazia e il rispetto della Costituzione, indipendentemente dalla loro appartenenza politica, votino secondo la propria coscienza e non secondo le indicazioni dei propri Capi – partito.

Michele Ferro

Stop austerità! Partita la raccolta firme per il Referendum contro il Fiscal Compact, di M. Luciani

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fiscal

 

Come è noto il Referendum Abrogativo sull’autorizzazione dei trattati internazionali in Italia, diversamente che in altri paesi europei, è incostituzionale.

Al solo fine di garantire il rigido rispetto del Fiscal Compact, però, in Italia è stata modificata la Carta Costituzionale e tale modifica secondo la Corte di Cassazione può essere sottoposta a Referendum Popolare. Sarà la Corte Costituzionale a pronunciarsi in via definitiva quando verranno consegnate almeno 500.000 firme valide.

Con la legge 243 del 2012 la maggioranza delle larghissime intese del governo Monti introdusse per deliberata scelta, non essendo in alcun modo obbligata, un vincolo di subalternità del nostro paese alle volontà della Commissione Europea e della BCE.

Il provvedimento fu approvato con maggioranza superiore ai due terzi del Parlamento e, perciò, non fu necessario il Referendum Confermativo.

La nuova norma, modificando l’articolo 81 della Costituzione italiana, stabilisce l’obbligo del pareggio di bilancio rendendo, nei fatti, incostituzionale la dottrina keynesiana del finanziamento in deficit (il “deficit spending”).

In forza di tale nuova norma i cittadini non hanno più facoltà di dare mandato ai loro rappresentanti di decidere una politica economica diversa da quella neo-liberista.

Gli effetti del neo-liberismo nella crisi economica e finanziaria sono sotto gli occhi di tutti: dal 2007 al 2013 le misure di austerità introdotte nel nostro paese hanno raddoppiato il tasso di disoccupazione, non solo riducendo il numero totale degli occupati, ma impedendo anche agli anziani di andare in pensione per far posto ai giovani; hanno ridotto il PIL reale del 9% e hanno aumentato il peso del debito sul PIL dal 103,3% al 132,7%. Un ulteriore stock di debito di 70-80 miliardi è in arrivo e deriva dal ritardo dei pagamenti delle Pubbliche Amministrazioni verso terzi. E per fortuna che lo spread è diminuito…

Il quadro appena descritto smentisce in modo categorico le teorie secondo le quali per ridurre il debito bisogna ridurre la spesa perché invece, così facendo, si innesca una spirale recessiva senza fine che, nel tempo, aggrava sempre di più il debito sovrano invece di ridurlo.

Sulla strada della continuità con questa politica neo-liberista si sta muovendo il governo Renzi che ha confermato nel Documento Economico e Finanziario (DEF) gli impegni del patto di bilancio europeo (Fiscal Compact), salvo poi promettere una flessibilità sugli impegni immediati che, oltre a dover essere compatibile con l’articolo 81 della Costituzione modificato, in un quadro siffatto, rinvia i problemi a tempi successivi, ma, rinviandoli in questa prospettiva, inevitabilmente li aggrava.

Sarà compito dei candidati della Lista Tsipras e del GUE prendere le iniziative atte a cambiare gli accordi vigenti nell’Unione Europea che stringono il cappio al collo delle economie più deboli: dal Fiscal Compact al Fondo Salva Stati ai regolamenti six pack e two pack che mettono sotto tutela gli stati membri in quanto prima di varare la legge di bilancio devono farsi approvare il progetto di bilancio. “Avete fatto i compiti?” non è una battuta!

Intanto però occorre sviluppare nel nostro paese, qui ed ora, la mobilitazione politica e sociale per raggiungere l’obiettivo ancorché parziale di rendere di nuovo possibile, almeno di diritto se non di fatto, l’investimento pubblico senza il quale non ci sono né sostegno alla domanda interna, né programmazione economica.

Con i 4 quesiti del Referendum abrogativo della legge 243 i cittadini possono cancellare le limitazioni introdotte in senso restrittivo e rendere possibili sostanziali cambiamenti di segno della politica economica e sociale del nostro paese.

La mobilitazione referendaria deve perciò concentrare al massimo le forze di un vasto campo di soggettività politiche e sociali che comprenda almeno tutte le organizzazioni e gli organismi che hanno animato l’esperienza della Lista Tsipras, settori del PD, la CGIL, la sinistra sociale e diffusa, sapendo che superare il mezzo milione di firme e raggiungere la soglia di sicurezza entro settembre, dovendo attraversare agosto, è un obiettivo ambizioso, raggiungibile solo a condizione di uno straordinario impegno pratico la cui responsabilità ognuno deve assumere su se stesso.

Le Case per la Sinistra Unita a Roma sono a disposizione per partecipare alla raccolta delle firme e all’organizzazione dei tavoli.

CONTATTATECI!

Massimo Luciani

 

Roma Capitale, Roma Città Metropolitana, Roma dei romani, di M. Foffo

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Maurizio Foffodi Maurizio Foffo

(Intervento all’Assemblea per le Case della Sinistra unita – 13 maggio 2014)

“Dal 2008 in poi sia la capitale che l’intero territorio regionale stanno pagando un prezzo durissimo in termini economici per la crisi strutturale che attraversiamo.

Siamo passati da 15 mln ore di cassa integrazione 2008  a 100 mln ore 2013 ( 50 mila c.a. addetti coinvolti).

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Una giornata di lotta per il diritto alla pensione, di M. Luciani

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Tutto sulle nostre spalledi Massimo Luciani

Roma, 19 maggio 2014 – Anche a Roma come in numerose città d’Italia venerdì 16 il Coordinamento delle Rsu Autoconvocate ha manifestato contro l’infame legge Fornero sulle Pensioni con un sit in davanti al Ministero del Lavoro indetto insieme all’Associazione dei Generici dello Spettacolo e nel quale sono confluiti anche rappresentanti del Coordinamento quota 96 (insegnati esodati da 27 mesi in lotta), l’Associazione Diritto alla Pensione e un altro Comitato di esodati.

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