I tre pilastri della sinistra, di M. M. Pascale

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pascale

 

Relazione alla tavola rotonda “ricostruire la sinistra”, Civitavecchia, 5 luglio 2014

 

Libertà e giustizia sociale. Un vecchio enunciato di Sandro Pertini che ha scosso a suo tempo la politica italiana in maniera trasversale. Due parole semplici ma potenti. Libertà vuol dire poter disporre di se, poter essere ed esistere nel mondo. Aristotele diceva che era libero solo “chi possedeva almeno uno schiavo”. Spartaco rispose impugnando la spada contro i padroni. La libertà è anche un punto di vista. Non la si impara, la si costruisce. La libertà viene a noi attraverso l’autonomia economica che porta a poter soddisfare bisogni materiali e ci dà la possibilità di soddisfare i bisogni spirituali. Il lavoro diventa, da sintomo di schiavitù, simbolo di libertà. Avere un salario che porti un avanzo rispetto alle spese, poterlo gestire, vuol dire essere liberi.

Ma se solo alcuni sono liberi, la libertà esiste? La risposta è no. Esiste solo il sopruso. Per rendere possibile la libertà noi abbiamo bisogno dello strumento della giustizia sociale. Ogni uomo nasce libero, compito nostro, interpretando J. J. Rousseau, è quello di evitare che cada in catene. Pari opportunità di partenza, stimolo a chi resta indietro o parte svantaggiato, ma anche incentivazione dell’impegno e dei meriti. La giustizia sociale non è rendita di posizione, ma è la strada verso una società migliore.

Ecco quindi cos’è la sinistra. Da ognuno secondo le sue possibilità, a ciascuno secondo i suoi bisogni ed i suoi meriti. Ma forse non dovremmo neanche chiamarla più “sinistra”, nome che ci fa pensare, oggi, ad intellettuali prezzolati che di giorno predicano Marx e Gramsci e la sera parlano con Berlusconi per proporre il loro ultimo libro ad Einaudi o a Mondadori. Politici di professione, cacciatori di “contatti” che portino a scorciatoie per l’ascesa nei salotti che contano, conduttori televisivi dal ghigno cattivo più o meno radical chic, eroi di carta che parlano, parlano e basta, di camorra, godendosi lauti diritti d’autore.  Sarebbe il caso di creare tra noi e tutta questa genia di parassiti una certa distanza e ripeto, provocando, forse un nome nuovo per i concetti espressi dalla forma storica che noi chiamiamo “sinistra” non sarebbe una cattiva idea.

Su questo ci penseremo.

Ma dato che noi siamo qui ed ora, mi preme pormi e porvi un interrogativo. Mi chiedo e vi chiedo,che fare a Civitavecchia? Francamente sono rimasto frastornato, dopo la vittoria dei 5 stelle, dal coro bipartisan che si levava dalle opposizioni, dentro e fuori l’aula consiliare, e che ripeteva, a mo’ di mantra “siamo collaborativi”. Ne comprendo, al limite, l’esigenza tattica, ma ci vedo anche una palese incapacità di lettura dei dati politici. I nostri rappresentanti credono di avere a che fare con un “nemico convenzionale”, che si combatte, vero, ma con cui si può anche dialogare, al limite fare la pace dopo la guerra, perché, in fondo, esistono valori comuni che possono portare a linee di azione condivise. Per fare un esempio: il social housing è stato ed è una preoccupazione sia della sinistra che del mondo cattolico e ambedue questi soggetti, nonostante le feroci battaglie combattute, hanno sempre collaborato per portare avanti progetti.

Eppure è evidente che con i 5 stelle non sia così. La vicenda di TVS, ad esempio, la dice lunga sul tema della difesa del lavoro e sulla sua irrilevanza nei disegni della “nuova politica”. Il comune di Civitavecchia non è stato neanche invitato al tavolo ministeriale che doveva discutere il problema. Gli altri comuni interessati si sono presentati lo stesso, con tanta faccia tosta, sbattendo i pugni sul tavolo. I nostri amministratori sono rimasti incollati alle loro poltrone, preferendo il “tavolo dei bambini” più piccolo, minoritario e destinato al fallimento.

Semplicemente per loro il lavoro non è un valore così importante. Lo si difende a tempo perso.

Pari opportunità? Giustizia sociale? Quando sento l’assessore al welfare dire che “i servizi sociali non sono ad personam” e che gli utenti “debbono recarsi in ufficio, riempire un modulo ed aspettare”, mi si gela il sangue nelle vene. I servizi sociali sono ad personam, ogni caso è diverso dall’altro e la data di presentazione delle domande non coincide mai con la gravità e con l’urgenza del caso. Una donna maltrattata, un bambino abusato, una famiglia cui è crollata la casa non possono sedersi ed aspettare il loro turno. Dietro alla visione burocratica si cela l’arroganza di chi vuole eliminare il bisogno dalla città, ma non perché vede un mondo migliore, non perché risolve il problema, ma semplicemente perché la vista dei bisognosi offende lo sguardo del piccolo borghese.

Meriti? Certo i 5 stelle hanno la qualità dei curricula e le competenze tra le loro parole d’ordine. Eppure guardiamo chi sono, questi meritevoli. Tra eletti, amministratori e delegati, l’unica loro dote, oggettivamente, è quello di aver votato e  fatto campagna elettorale per loro. Marx li definirebbe, in blocco, senza mezzi termini, “studenti e giuocatori di biliardo”. Questo mentre le eccellenze, quelle vere, continuano ad andare ogni mattina verso Roma, dove vengono stritolate dal precariato.

Quali valori comuni possiamo avere noi, figli e nipoti della grande tradizione socialista, con loro? Loro ogni giorno demoliscono i tre pilastri della sinistra: libertà, giustizia sociale e merito. Loro hanno portato, in Italia e a Civitavecchia, un abbrutimento della politica, con la pratica quotidiana del linciaggio mediatico contro chiunque fosse in disaccordo. L’egemonia dell’urlo, il razzismo strisciante, evidentissimo nell’alleanza tra Grillo e Farage, che si estrinseca a Civitavecchia con il mitologema antisemita applicato ai cinesi.

La politica, per i 5 stelle, non è geometria, ma è degradata a luogo in cui si risolvono contraddizioni psicologiche di fondo.

Compagni, senza tanti giri di parole: vogliono la morte dei nostri valori. Vogliono, da un punto di vista politico, la nostra morte. Di fronte a questa evidenza vi domando, cosa dovremmo fare? Dovremmo “collaborare” oppure sarebbe lecito difendersi? La domanda è retorica, ovviamente. Dobbiamo difenderci con tutto quello che abbiamo a disposizione, coprendoci le spalle gli uni con gli altri. Quando si è nella stessa trincea la morte del compagno, per quanto antipatico possa essere, mi scopre il fianco. Io divento vulnerabile.

La sinistra, nella sua genesi storica, ha dimostrato ampiamente un fatto. Ogni qual volta c’è stato un soggetto che ha provato ad essere egemone sugli altri, si è sempre perso. Veltroni e la teoria dell’autosufficienza ne sono un esempio. La sinistra ha vinto, in Italia e a Civitavecchia, solo quando si è presentata unita. I più sofisticati, a questo punto, obietteranno impugnando la categoria di governabilità. D’accordo. Ma la politica non è solo amministrazione, bensì anche visione del mondo. Oltretutto la nostra carta costituzionale (che è sempre valida, finché non ne avremo un’altra) non cita la governabilità come valore, bensì la democrazia. Sono due cose profondamente diverse ed io, nel mio piccolo, preferisco la democrazia, quella dei padri fondatori, al vile dominio dell’amministratore di condominio.

Ma voglio anche farmi carico della categoria di governabilità, perché poi è pur sempre un governo (nazionale o locale) che deve agire per il raggiungimento degli obiettivi.

Come si governa, efficacemente, tutti insieme?

Dobbiamo tutti, senza eccezione, guarire dal berlusconismo, che ci ha contaminato negli ultimi anni. I partiti, anche se difendono “una parte” del corpo sociale, debbono svolgere alloro interno una dialettica tra diversi punti di vista. Non possiamo permetterci più partiti “padronali”, che rispondono ad un solo uomo o partiti “azienda” che difendono ciecamente gli interessi di una sola lobby. Questo deve essere un impegno condiviso e comune. Non possiamo permetterci di congelare la mobilità generazionale: chi ha fatto il suo tempo dia pure buoni consigli, ma si faccia di lato. Non possiamo permettere alla vanità personale, alle psicologie particolari, di governare i partiti. Non possiamo permetterci di essere schiavi dei voti, che sono importanti, certo, ma dobbiamo capire che in politica servono, in egual misura, tre cose: certamente i voti, ma anche le capacità organizzative e le capacità intellettuali.

Proprio per questo dobbiamo abbandonare lo schema perverso della dittatura degli eletti. La politica non può coincidere con la pura e semplice amministrazione.

Queste le mie considerazioni per ricostruire la sinistra. Il mio augurio e che si riparta qui, tutti insieme, per l’edificazione di una casa comune.

Mario Michele Pascale

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