Welfare

Alcune impressioni sul voto, di R. Achilli

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achilli riccardo

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Per Renzi l’esito di questo voto è una Caporetto, con inevitabili riflessi politici nazionali: una doppia sconfitta, perché non solo perde le elezioni, ma il suo progetto di partito della Nazione che si allarga agli strati moderati e centristi dell’elettorato forzista non decolla. A Milano, che era il laboratorio di quanto il candidato renziano potesse intercettare elettorato in uscita da un Berlusconi oramai ridotto alla crisi cardiaca da pensionamento, Sala prende 11.000 voti in più soltanto grazie all’apparentamento al secondo turno di una lista ambientalista che si era presentata autonomamente.

Mi pregio solo di ricordare che non abbiamo vinto noi. Noi in questo scenario non ci siamo. Dalle amministrazioni grilline che verranno possiamo aspettarci, forse e nel migliore dei casi, un pò di retorica pauperistica e qualche provvedimento di compensazione sociale minima, più demagogica che sostanziale, in una linea che non è affatto alternativa ai cardini del liberismo economico e dell’aziendalizzazione della politica e delle istituzioni. Una confusione interclassista che probabilmente, specie in realtà molto difficili, come Roma, sfocerà nel caos e nella semi-paralisi amministrativa, oppure in una sostanziale ordinaria amministrazione senza scatti, come verificatosi in altri casi di amministrazione grillina (in città difficili, come Livorno, o Gela, o Bagheria, o Civitavecchia, ecc.). E rispetto alla quale come sinistra saremo chiamati a fare opposizione, non a cercare nicchie di utopistica collaborazione. Qui non c’è Podemos, le basi sociali del movimentismo italiano e spagnolo sono diverse, per cui il populismo italiano ha tratti strutturalmente più social-reazionari, in linea con l’umore profondo del nostro Paese.

Va anche detto che la base elettorale del M5S è radicalmente isolazionista, come i suoi leader. A Milano, Parisi non ha preso che 700 voti in più rispetto al primo turno, smentendo l’ipotesi che elettori grillini potessero essere attratti dalla presenza della Lega nella coalizione di centro destra, e dalla voglia di castigare il simbolo della Milano da bere in salsa renziana. Sono invece andati tutti quanti al mare. E questo è l’ulteriore segnale, se mai ce ne fosse bisogno, della fortissima fidelizzazione della base sociale del M5S. Un blocco che non si riesce a smuovere. E forse in chiave di referendum di ottobre è anche un bene. Ma in generale segnala la difficoltà che si avrà nel cercare di recuperare strati popolari che dovrebbero essere il riferimento naturale della sinistra, ed oramai sono consolidati in un vero e proprio blocco elettorale compatto, dentro il M5S.

Forse si incrudirà lo scontro interno al Pd, se la Sinistra Dem riuscirà a sbloccarsi, ma francamente la vedo dura che questo scontro produca risultati. Perché l’unico leader in grado di prendere le redini di questo scontro è D’Alema, atteso che gli altri, in qualche modo, sono stati troppo succubi e troppo “mediatori”, in questi mesi (e tra l’altro non hanno spessore, difficile che Cuperlo faccia grandi battaglie). E bisognerà vedere se D’Alema sarà disposto a fare questa battaglia, e che esito ne trarrà, perché se poi tutto si dovesse limitare ad una riedizione del centrismo socioliberista e riformista del blairismo all’italiana degli anni Novanta, non ne varrebbe nemmeno la pena. Ad ogni modo, entrare dentro le contraddizioni del renzismo deve essere mirato a cambiare profondamente la linea politica del Pd, non a ottenere concessioni tattiche insignificanti, come evitare l’ingresso organico di Verdini nel partito. Da questo punto di vista, nemmeno Rossi, il Presidente della Toscana che, a differenza di D’Alema, indulge favorevolmente sul referendum istituzionale, appare adeguato. L’impressione è che i primi ad essere rimasti spiazzati dalla dimensione della sconfitta di Renzi siano proprio i Sinistri Dem, troppo lenti nel cambiare posizione politica.

Andranno anche analizzate le ricadute sulla destra. La sconfitta di Berlusconi è totale, sia a Roma, dove Marchini fa un risultato modesto, sia a Milano, dove perde il candidato forzista da lui imposto. D’altro canto, Lega e Fratelli d’Italia, da soli, non vincono. Il tentativo di Salvini di attrarre elettorato grillino su Bologna riesce solo in parte: dei 31.000 voti in più presi dalla sua candidata al secondo turno, molti vengono dal bacino dell’ex leghista Manes Bernardini, che ha fatto una campagna elettorale compatibile con i temi della Lega, prendendo 18.000 voti. Altri 2.000 voti, presumibilmente, potrebbero essere arrivati dalla lista di Mirko De Carli, anch’essa su posizioni tradizionali di destra. Quindi, i leghisti che potrebbero aver votato per la candidata leghista potrebbero essere, al massimo, poco più di un terzo di quelli che hanno votato per il candidato bolognese di quel partito alla prima tornata. Gli altri elettori grillini bolognesi non hanno sentito il richiamo di un altro partito, per quanto il più vicino al loro modo di pensare, e nonostante l’endorsement ufficiale di Salvini per la Raggi a Roma, andando al mare, spiegando così l’aumento di astensionismo al secondo turno. Salvini, che oramai è a tutti gli effetti il leader della destra, avrà quindi di che riflettere, su come piegare la sua proposta all’esigenza di riassorbire un elettorato forzista, che non sembra spostarsi su Renzi, ma che è per lui fondamentale per fare risultato, posto che gli abboccamenti con il M5S non sembrano forieri di grandi prospettive elettorali.

Quindi, insomma, personalmente non vedo grandi motivi positivi per la sinistra dalla piega che le cose stanno prendendo. Al di là della soddisfazione personale di vedere Renzi sudare dentro la sua camicia. Che lascia il tempo che trova. E che ci costringe un’altra volta a guardare alle dinamiche interne del Pd, per quanto poco promettenti esse siano.

Riccardo Achilli

Casa , ci dicono sempre : dove stanno i soldi? , di M. Pasquini

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Massimo Pasquini

A oltre trent’anni dalla prima legge sul condono edilizio, la 47/85 varata dal Governo presieduto da Bettino Craxi, in Italia rimangono ancora 5.392.716 domande da evadere: si tratta di poco più di un terzo rispetto al totale di quelle presentate, che ammonta a 15.431.707. Il dato emerge dal Rapporto del Centro Studi Sogeea, illustrato in Senato in occasione del convegno Trent’anni di condono edilizio in Italia: criticità, prospettive e opportunità.
Il dossier è stato redatto reperendo i dati di tutti i capoluoghi di provincia, di tutti i Comuni con una popolazione superiore ai 20.000 abitanti e di un campione ponderato e rappresentativo del 10% di quelli con popolazione inferiore a tale cifra.
Si può stimare che i mancati introiti per le casse del nostro Paese siano pari a 21,7 miliardi di euro. Il dato si ottiene sommando quanto non incassato per oneri concessori, oblazioni, diritti di istruttoria e segreteria, sanzioni da danno ambientale. Per dare un’idea più precisa dell’entità di tale cifra si possono fare alcune proporzioni: stiamo parlando di denaro equivalente a circa 1,4 punti del Prodotto Interno Lordo italiano oppure pari a due terzi della legge di stabilità 2015 o ancora in linea con il Pil di una nazione come l’Estonia.
Entrando nel dettaglio delle singole realtà territoriali, Roma è nettamente in testa alla graduatoria sia delle istanze presentate sia delle pratiche ancora da terminare. Per ciò che riguarda il totale delle domande, la Capitale ne conta 599.793 e precede Milano (138.550), Firenze (92.465), Venezia (89.000), Napoli (85.495), Torino (84.926), Bologna (62.393), Palermo (60.485), Genova (48.677) e Livorno (45.344). Sul fronte del numero delle istanze ancora da evadere, invece, Roma ne ha 213.185, vale a dire quasi quattro volte Palermo (55.459). Sul gradino più basso del podio troviamo Napoli (45.763), che si attesta davanti a Bologna (42.184). Più staccate Milano (25.384), Livorno (23.368), Arezzo (22.781), Pescara (20.984), Catania (20.249) e Fiumicino (20.055), unico Comune non capoluogo di provincia ad entrare nelle prime dieci posizioni. Solo lo 0,9% dei Comuni del nostro Paese non è stato interessato dalle richieste di sanatoria in materia di abusi.
Passando all’analisi dei mancati introiti per ciascuna delle voci da prendere in considerazione, si possono così suddividere: 10,3 miliardi di oblazioni (cifra da ripartire a metà fra Stato e Comuni e a cui vanno aggiunti 160 milioni alle Regioni in base alla Legge 326/03); 6,7 miliardi di oneri concessori; 1,5 miliardi di diritti di segreteria; 2,1 miliardi di diritti di istruttoria; 1,1 miliardi di risarcimenti per danno ambientale. Anche in questo caso, a livello di Comuni la graduatoria è nettamente capeggiata da Roma: la Capitale vanta circa 800 milioni di euro di mancate riscossioni.
Si possono aggiungere altre voci che vanno a incrementare ulteriormente una cifra già di per sé ragguardevole. Si può ipotizzare che circa il 30% delle quasi 5 milioni e mezzo di domande ancora da istruire darebbe luogo a un adeguamento della rendita catastale dei relativi immobili. Per i Comuni ne conseguirebbe un consistente aumento degli introiti derivanti ad esempio dalla tassazione riguardante Imu e Tasi.
Non solo. Si innescherebbe un volano virtuoso anche per i professionisti: gli studi di ingegneri, architetti e geometri si troverebbero di fronte a una mole di lavoro quantificabile in altri 11 miliardi di euro+IVA, con lo Stato che di conseguenza potrebbe contare su un ulteriore gettito di circa 2 miliardi di euro. E ancora. Si può stimare che per circa 540.000 immobili che devono ricevere la concessione edilizia in sanatoria verrebbe presentata domanda per rientrare nel cosiddetto Piano Casa: ne conseguirebbero altri 1,3 miliardi di euro di oneri concessori e un ulteriore notevole indotto per i professionisti del settore.
Portare a termine la lavorazione delle domande di condono ancora inevase e incassare le spettanze rappresenterebbe per i Comuni una preziosissima fonte finanziaria. Considerando la consistenza dei tagli lamentata spesso dagli enti locali nei trasferimenti di denaro da parte di Stato e Regioni, le notevoli cifre di cui si è parlato potrebbero essere restituite ai cittadini sotto forma di servizi.
Lo stretto rapporto esistente, ad esempio, tra abusivismo edilizio e dissesto idrogeologico è di tutta evidenza ed è drammaticamente testimoniato da quanto accade in vaste zone del nostro Paese con cadenze sempre più preoccupanti. Quasi il 90% dei Comuni italiani è a elevato rischio di frane e alluvioni e addirittura 7 Regioni e 51 Province presentano un territorio a totale pericolosità idraulica. Ben 7 milioni di persone potrebbero trovarsi da un momento all’altro in condizioni di estrema insicurezza a fronte di fenomeni meteorologici di intensità leggermente superiore al normale”.
Va da sé la necessità di arrestare la cementificazione selvaggia del territorio e inasprire i vincoli paesaggistici e ambientali, ma concludere l’iter delle pratiche di condono consentirebbe anche di avviare una seria campagna di demolizioni di ciò che è stato costruito in spregio delle leggi e del buon senso. E ancora. Il denaro incassato permetterebbe ai Comuni di realizzare interventi che in certi territori possono cambiare totalmente le prospettive di vita di migliaia di cittadini: argini per fiumi e torrenti, canali di scolo per la pioggia, impianti idrovori, consolidamento della piantumazione.

Massimo Pasquini

Segretario nazionale Unione Inquilini

Il bicchiere di petrolio, di R. Donini

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Pubblichiamo sulle nostre pagine l’ interessante riflessione di Roberto Donini sull’esito dell’ultimo Referendum, ospitata sulla rivista “l’interferenza” di cui condividiamo molte posizioni critiche e molti spunti di dibattito. La nostra scelta vuole essere anche un gesto di solidarietà e di aiuto nei confronti di quella testata che in rete porta avanti coraggiosamente un confronto articolato e fuori dagli schemi dell’informazione tradizionale e che ora purtroppo è sotto attacco dei media.

La Redazione.

l'interferenza

Per una lettura del fallimento del referendum.

Il referendum contro le trivellazioni non è dunque arrivato al quorum – 31,19% generale (32,15% in Italia) 15,5 mln di votanti-   ciò cosa significa sul piano reale (tecnico), ideale-ideologico e politico? Scomporrei il tutto in tre domande: perché le persone sono così disaffezionate alle consultazioni (comprese oramai quelle elettorali)? Come viene condotta la discussione l’informazione politica? I veri motivi di potere, lontani dai quesiti referendari come dai programmi politici? Proviamo a costruire un filo o meglio un bicchiere.

Bicchiere mezzo pieno. Nonostante il caos informativo, dovuto allo stato miserrimo della propaganda dei media ma anche e soprattutto alla fine di sedi politiche di discussione e informazione popolare come erano i partiti di massa, quasi la metà dei votanti alle elezioni politiche-amministrative c’è “stato”. Significa che comunque sopravvive una “resistenza antropologica”, più che politica, un istinto a difendere il proprio cervello dalle idiozie somministrate dal pensiero dominante e “corretto”. Certo la maggioranza viene coinvolta nella deriva astensionista ma è una semplificazione demagogica che porterà “ruina” a colui che la arruola tra le sue fila. La realtà è più complessa.

Bicchiere. Il quesito referendario, nella sua veste giuridica, riguardava la fine (il termine temporale) dei contratti di concessione alle piattaforme entro le 12 miglia nautiche. Invece qual’era l’entità reale del problema? I motivi veri e “volgarissimi” dell’indizione del referendum? Infine la prospettiva concreta del petrolio mediterraneo? L’entità reale è ridicola: si tratta di poche decine di piattaforme di cui molte ferme, un buon numero improduttive, cioè diseconomiche, costando assai più di quello che producono, infine alcune (sotto alla decina) produttive di gas naturale. Interessante è capire le motivazioni “frondiste” dell’indizione. Perché ad indire il referendum sono state regioni del PD (capofila Emiliano in Puglia) o comunque di (cosiddetto) centro-sinistra? Perché, per imbrogli (inchiesta attorno al ministro Guidi) o sciatteria tecnico-burocratica (le cose avvengono pure o soprattutto per caso nel “sottobosco” ministeriale italiano), nei contratti (con le aziende petrolifere)  ci si è dimenticato (o si è omesso) di precisare il piccolo dettaglio, di chi e quando vanno smantellate le piattaforme improduttive (quasi tutte) ovvero chi ci mette la “grana” per farlo. Lì si è aperta la querelle interna al “partito che non esiste” (PD) che è poi stata “politicizzata”. Tuttavia l’argomento trova, infine, spiegazione “macroeconomica”, cioè più vasta e prospettica, arrivando al petrolio, al fatto. Primo, nel mediterraneo c’è poco petrolio e continuare a trivellare in mare, cioè in condizione di investimenti maggiori, è cosa già fallita (si pensi che sta fallendo la stessa trivellazione, ben più ricca di quantità estratte, del mare del nord); secondo, la diseconomia nasce dal prezzo “deflattivo” del petrolio: giusto ieri l’Arabia Saudita (litigando con l’Iran) ha confermato l’aumento della produzione con ulteriore calo dei prezzi. In pratica il petrolio, estratto a “terra”, “te lo tirano appresso” e non c’è argomento, nell’attuale economia globale, di “petrolio nazionale” che possa tenere.

Bicchiere mezzo vuoto. Nei due referendum del giugno 2011 sull’acqua pubblica e nucleare,  nonostante  il medesimo imbarazzo e disimpegno delle forze politiche, si travolsero privatizzatori e nuclearisti. Certo occorre ricordare l’effetto emotivo di Fukushima ma in generale c’è un dato ora non presente: allora si organizzò il movimento per l’acqua e si ri-organizzò il più antico movimento antinuclearista, insomma nonostante la già putrefazione dei partiti ci fù un soggetto militante. La politica di palazzo apparve per quello che è: chiacchiere. Ora mi pare che le chiacchiere e una speranza simbolica, fideistica, fatta di mari limpidi e generiche perorazioni naturalistiche ed edonistiche (prendiamoci la tintarella) non abbiano rovesciato il “disimpegno” ed elevato i ricordati e  bassi contenuti reali del quesito. Il problema della ricostruzione di un soggetto stabile è avere una chiara e razionale visione dove inquadrare le banalità, insomma rispondere alle emozioni-idiote di “petrolio nazionale” e agli “11.000 licenziamenti” non con le emozioni-foto di acque cristalline ma offrendo un altro modello economico in grado di sbarazzarsi della catena maggiore: “petrolio-auto”.

Bicchiere rotto. Poi senti, ieri sera, la demagogia di Renzi, il bollettino della vittoria, e capisci che, come si dice a Napoli, “sta ‘nguaiato”. Invece di mantenere un profilo basso, attacca le regioni e il suo principale avversario di “fronda”. Lui sa che il petrolio italiano è finito (per fortuna non è quasi mai iniziato) e che gli 11000 perderanno il lavoro ma preferisce buttarla in caciara per guadagnare qualche decimale “oggi” a fini interni. Ricorre a tutti i trucchi da baraccone e arruola nel “partito della nazione che non esiste” pure chi ha votato ma la realtà al di sotto delle lodi adulatorie è miseranda. Renzi e tutto il burattiname prodottosi attorno (prima/dopo) la “letterina dall’Europa” (5.8.2011) vive cirenaicamente “giorno per giorno”, con l’ingrato compito del ciarlatano di far credere che un precipizio sia una pianura. La cosa più interessante (sintomatica, direbbe uno psichiatra) e paradossale dell’ignobile discorso di ieri sera è che con l’ipocrita mozione degli affetti ha cercato di rendere il dramma della realtà (licenziamenti, ragazzo che avrebbe voluto votare) ma poi è prevalsa, proprio nel pronunciarla, “l’autoreferenzialità”, il rissoso parapiglia con le regioni e gli insulti con Emiliano. Dunque se guardiamo meglio, criticamente, dal bicchiere rotto della politica si vedono i nervosismi dei suoi attori incapaci di governare la frattura dalla realtà e ridotti, pirandellianamente, a cercarsi un autore per farsi apprezzare dai poteri veri. Purtroppo, come segnalavamo, negli stessi cocci fluttano indefiniti i soggetti “oppositivi” privi di una teoria del reale che dia alla prassi una continuità di battaglia.

Roberto Donini

articolo tratto dal sito  de l’interferenza

Jobs act e la dignità del lavoro, di V. Martino

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Vincenzo Martino 1

Sono passati ormai due anni dal decreto Poletti, primo capitolo del Jobs Act con il quale è stato liberalizzato il ricorso ai contratti a tempo determinato. Da allora il diritto del lavoro italiano è stato riscritto e completamente destrutturato. In attuazione della legge delega n. 183/2014, sono stati emanati dal governo ben otto decreti legislativi delegati, con i quali tra l’altro:

– è stato pressoché abolito l’art. 18 dello Statuto dei lavoratori per gli assunti con contratto a tutele crescenti (cioè tutti gli assunti a tempo indeterminato dopo il 7 marzo 2015), i quali non potranno praticamente mai essere reintegrati nel loro posto di lavoro in caso di licenziamento illegittimo;

– è stato introdotta in molti casi la possibilità di demansionare il dipendente;

– è stato legittimato il controllo a distanza sugli strumenti di lavoro, prevedendo anche l’utilizzabilità a fini disciplinari dei dati raccolti.

Le norme su demansionamento e controlli a distanza si applicano non solo ai nuovi assunti, ma a tutti e da subito. Non si può certo dire, dunque, che il governo Renzi non abbia fatto le riforme. Il problema è: come le riforme sono state fatte? Gli obiettivi propagandati dal governo erano quelli di creare nuova occupazione e di combattere il precariato. Quanto al primo obiettivo, i dati ci dicono che, al formidabile aumento di potere attribuito al datore di lavoro, non si è accompagnato un significativo aumento dell’occupazione complessiva.

E dire che il governo è stato generosissimo con le imprese, regalando incentivi a pioggia. La decontribuzione è già stata peraltro ridotta: quando cesserà del tutto l’effetto boomerang sarà inevitabile. Quelle ingenti risorse potevano dunque essere meglio impiegate. Anche il secondo obiettivo, quello di limitare il ricorso a forme di lavoro precario, sembra essere destinato ad un flop clamoroso. Già il contratto a tutele crescenti, per come è strutturato, costituisce esso stesso una sorta di ossimoro negoziale: è un contratto stabile e precario nello stesso tempo.

Ma i dati confermano nel contempo la tenuta delle assunzioni a termine e l’esplosione del lavoro accessorio. forma estrema di precariato. Se a ciò si aggiunge la scarsità di risorse destinate agli ammortizzatori sociali, si può tranquillamente affermare che la flexsecurity in salsa nostrana è ben lontana dai modelli nord europei ai quali si è finto di ispirarsi. Preso atto della gravità dell’attacco ai diritti dei lavoratori, la Cgil non si limita a protestare, ma finalmente formula una propria autonoma proposta di nuovo Statuto del lavoro.

Si tratta di una proposta molto complessa e ambiziosa, composta di ben 95 articoli destinata a divenire una proposta di legge di iniziativa popolare dopo la consultazione di cinque milioni di iscritti, ai quali in queste settimane viene richiesto il mandato per sostenerla anche con specifici quesiti referendari. Il testo, molto articolato anche perché vuol dare una risposta all’altezza dei tempi, si compone di tre parti.

Il titolo I sancisce diritti dei lavoratori a portata universale, configurabili in gran parte come diritti di cittadinanza, che valgono per tutti a prescindere dalla natura subordinata, parasubordinata ovvero autonoma del rapporto. Si tratta di norme tendenzialmente precettive, che garantiscono il diritto ad un lavoro dignitoso; ad un compenso equo e proporzionato; a condizioni ambientali sicure; al riposo ed alla conciliazione tra vita professionale e familiare; alla non discriminazione ed alle pari opportunità tra generi; alla riservatezza ed all’informazione; a forme di tutela assistenziale e pensionistica; ed altri diritti ancora.

Nel titolo II, destinato al diritto sindacale, si affronta finalmente la storica questione della piena attuazione dell’art. 39, seconda parte, della Costituzione, al fine di restituire centralità ed effettività alla rappresentanza sindacale e nel contempo di garantire l’efficacia generale (erga omnes) della contrattazione collettiva.

Nel titolo III , infine, si ripristinano i diritti cancellati o ridotti in questi anni, a cominciare dall’apparato sanzionatorio in caso di licenziamento illegittimo, nella cui disciplina riacquista piena centralità la reintegrazione nel posto di lavoro.

Un progetto ambizioso e di lungo respiro, dunque, che speriamo abbia le gambe per marciare. Ci sarà certo chi dirà che si vuole ritornare al passato: ma è indice di modernità togliere i diritti, incentivare la precarietà e l’insicurezza, dare il via libera ad ogni possibile abuso da parte delle imprese? Ed inoltre: è servito a qualcosa?

Vincenzo Martino

Avvocato giuslavorista, vice-presidente di AGI, Avvocati Giuslavoristi Italiani

tratto dal sito http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/02/10/jobs-act-e-la-dignita-del-lavoro/2448580/

Referendum contro le trivelle, non fossilizziamoci, di G. Martinotti

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giampaolo 2

Si vota il 17 aprile nel silenzio dei media. Le mistificazioni del governo e i pericoli dell’energia fossile. Al prossimo referendum un Sì contro le trivelle per cambiare paradigma

 

Quando si vota

Mancano ormai poco meno di quattro settimane al voto popolare che domenica 17 aprile 2016 vedrà i cittadini italiani recarsi alle urne per esprimere il proprio parere sulle trivellazioni in mare. Sostenuto da innumerevoli associazioni e movimenti No Triv, e promosso da ben nove regioni dal sud al nord, questoreferendum abrogativo, tra i pochi strumenti di democrazia diretta che la nostra Costituzione ancora prevede, chiederà ai cittadini di fermare le trivelle, mettendo progressivamente fine all’estrazione di petrolio e gas nei mari italiani. Inoltre, il prossimo referendum rappresenta uno spauracchio fastidioso per quella politica governativa costruita sull’egoismo personale e sulla logica dello sfruttamento e del massimo consumo. La censura mediatica a livello nazionale, forzata sporadicamente dalla disinformazione, è il segno tangibile delle paure di un establishment che per mezzo della legge di Stabilità e del decreto Sblocca Italia tenta di asservire i diritti, l’ambiente e la salute pubblica al sistema del profitto privato.

Il quesito referendario

I promotori del referendum chiedono di cancellare, grazie all’unico quesito dichiarato ammissibile dalla Corte costituzionale sui 6 presentati, l’assurda norma che, rinnovando in automatico le concessioni fino all’esaurimento delle scorte, consente alle società petrolifere di cercare ed estrarre gas e petrolio entro le 12 miglia marine dalle coste italiane senza limiti di tempo. Per realizzare questo obbiettivo, basterà rispondere con un Sì al testo del quesito: «Volete voi che sia abrogato l’art. 6, comma 17, terzo periodo, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, “Norme in materia ambientale”, come sostituito dal comma 239 dell’art. 1 della legge 28 dicembre 2015, n. 208 “Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (Legge di Stabilità 2016)”, limitatamente alle seguenti parole: “per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale?”». Hanno diritto di voto tutti i cittadini italiani maggiorenni, anche residenti all’estero, e domenica 17 aprile si voterà in tutta Italia. Perché il referendum sia valido sarà necessario raggiungere il quorum del 50% più uno degli aventi diritto al voto e, a tale proposito, la vergognosa propaganda pro-astensione del Partito Democratico è essenzialmente strumentale agli interessi delle lobby.

Royalties, concessioni e risorse

Partendo proprio dal presupposto che gli idrocarburi presenti sul territorio nazionale dovrebbero essere considerati come patrimonio dello Stato, è bene sapere che le aziende estrattrici di petrolio e gas versano cifre irrisorie nelle casse pubbliche. Tramite concessioni, aiuti e sconti vari, le fonti fossili del nostro Paese, già dannose di per sé, vengono svendute alle multinazionali che sono tenute a pagare solo il 7% del valore del petrolio estratto e il 10% del gas. Oltretutto, in questo conteggio non figura la metà di quanto estratto, perché il materiale fino ad un limite di 80 milioni di metri cubi di gas, e di 50 mila tonnellate di petrolio, non è soggetto a royalties. Questo significa che il totale dei proventi per lo Stato derivati dalle estrazioni dell’ultimo anno non arrivano a 350 milioni di euro. Un vero e proprio regalo alle compagnie petrolifere, alle quali viene concesso il privilegio di sfruttare una quantità di fonti fossili che, in ogni caso, non possono assicurare all’Italia l’indipendenza energetica. Infatti secondo gli esperti, il fabbisogno nazionale potrebbe essere assicurato dal totale del petrolio per 7 settimane, e fino a un massimo di 6 mesi per quanto riguarda il gas. E se volessimo considerare anche le riserve probabili, come hanno fatto in una intervista gli scienziati del CNR critici con la politica energetica del governo, trivellando a tappeto tutto il nostro territorio la totalità degli idrocarburi estratti non sarebbe comunque sufficiente per più di 25 mesi. Siamo dunque ancora una volta molto lontani dalle più rosee previsioni del governo Renzi.

Pericoli e lavoro

Le trivellazioni petrolifere e di gas vanno avanti da decenni nei nostri mari mettendo a rischio ecosistemi fragili e dal raro significato storico e paesaggistico. In questo contesto, i dati recentemente resi pubblici per la prima volta in un dettagliato rapporto di Greenpeace raccontano una realtà senz’altro preoccupante. Nell’Adriatico, a quanto emerge dai monitoraggi e dalle analisi chimico-fisiche dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA), commissionati peraltro dall’ENI, “i sedimenti nei pressi delle piattaforme sono spesso molto contaminati”, al punto che la maggioranza delle piattaforme stesse “presenta sedimenti con contaminazione oltre i limiti fissati dalle normative comunitarie”. Metalli pesanti, sostanze tossiche e cancerogene che, risalendo la catena alimentare, sempre più spesso ritroviamo nei nostri piatti o nelle acque che utilizziamo. La Basilicata, per esempio, è una regione ricca di petrolio ma, allo stesso tempo, è la più povera d’Italia e ha una percentuale di morti per tumore superiore alla media nazionale. In una inchiesta realizzata dal Corriere della Sera nel 2013, il legame tra inquinamento, attività di estrazione e malattie è riassunto perfettamente, mentre si sottolinea che le aziende agricole della regione si sono dimezzate nell’arco di soli 10 anni. Come in Francia per quel che riguarda l’energia nucleare, anche in Italia molti incidenti di “secondo piano”, e varie anomalie, vengono ufficialmente nascosti. Molti degli impianti infatti pur essendo largamente automatizzati sono obsoleti, e alcuni dei giacimenti risalgono addirittura agli anni ’70. Sul versante lavoro con una vittoria del Sì non verrebbe perso neppure un posto, liberando gradualmente il territorio dal ricatto delle aziende petrolifere che ormai da anni preferiscono la tecnologia ai lavoratori. Chi rischia invece di essere ulteriormente danneggiata dall’attività a tempo indeterminato delle trivelle è una biodiversità dal valore inestimabile. L’economia fondata sul turismo e sulla pesca impiega nel nostro Paese più di 3 milioni di persone, arrivando a contare per circa il 20% del PILnazionale. Secondo gli operatori dei due settori, da tempo in fase di mobilitazione per sostenere il Sì al referendum, le piattaforme sono indubbiamente dannose.

Incidenti e mistificazioni

Sono passati più di sei anni dal disastro ambientale provocato dalla piattaforma petrolifera Deepwater Horizon della BP nel Golfo del Messico, ma i danni sono ancora profondi e ben visibili. Questo tipo di incidenti però non sono così lontani da noi, sia in ordine di tempo che di spazio, ed hanno un altissimo potenziale distruttivo per la natura. Solo una decina di giorni fa, un guasto alle condotte sottomarine di una piattaforma offshore britannica avrebbe provocato uno sversamento di greggio nei pressi delle isole tunisine Kerkennah, e la marea nera scaturita dall’incidente si troverebbe in questo momento a non più di 100 chilometri da Lampedusa. In questo senso il PD, cercando di boicottare il voto popolare, mostra chiaramente come le sue politiche neoliberiste siano antitetiche a uno sviluppo territoriale, economico e culturale, basato sulla qualità e sul rispetto dell’ambiente. Tagli lineari e austerità per tutti noi, favoritismi fiscali e normativi per le compagnie petrolifere che vogliono investire a basso costo nel nostro Paese, come documenta Italian Offshore. Al di là delle narrazioni tossiche, alle quali il premier ci ha ormai abituati, l’esecutivo, decidendo di non accorpare il referendum alle elezioni amministrative in un“election day”, ha letteralmente sperperato una quantità di denaro pubblico esorbitante. E pensare che proprio Renzi, al tempo del referendum sull’acqua pubblica, fu in prima fila nel chiedere a Berlusconi un tale accorpamento. Ma si sa, la coerenza nel PD non è di casa. Debora Serracchiani, vice-segretaria del partito, in un paio di anni è passata dalla difesa del mare Adriatico dai rischi delle trivellazioni petrolifere, all’attacco dei principi democratici in nome delle trivelle. E come se non bastasse, all’ultimo congresso dei “giovani democratici”, il presidente del Consiglio si è lanciato a sostegno dell’astensionismo sfoderando una serie di argomentazioni grottesche e mostrando per l’ennesima volta il suo disprezzo per la democrazia e per il popolo, che già era stato ampiamente evidenziato dalla mancanza di una qualsiasi campagna di informazione a favore dei cittadini. Tempestati da un fiume di retorica, che va dalle non meglio precisate speculazioni dei nostri vicini croati all’invasione dei nostri mari da parte di una miriade di petroliere, siamo stati abbandonati al sentito dire. Con un serio piano di rinnovamento energetico, e alla luce della costante diminuzione del consumo di energie fossili, l’importazione di petrolio scomparirà progressivamente come le mistificazioni del governo.

Un Sì per cambiare paradigma

Quello che serve oggi al nostro Paese è un radicale cambio di paradigma. Il petrolio e il gas, misero regalo nelle mani delle multinazionali, non convengono né all’ecosistema né all’economia. L’atteggiamento retogrado del governo, che punta su risorse tanto nocive quanto irrilevanti, mette in serio pericolo il futuro energetico dell’Italia. Liberi dal giogo politico dei fossili, per il quale l’Italia ha “investito” un 60% in meno in energia pulita rispetto agli altri paesi, e dalla scellerata logica del profitto “costi quel che costi”, i nostri territori avrebbero una potenzialità enorme per rilanciare una modernizzazione fatta di ricerca, innovazione e fonti rinnovabili, le stesse che quest’anno ci porteranno a produrre il 40% dell’elettricità totale. È possibile ottenere l’indipendenza energetica passando a un modello di sviluppo nel quale l’uso e la produzione di energie alternative vengono inquadrati in una dinamica di riduzione dei consumi e di risparmio energetico, proiettandoci così verso un futuro sostenibile in linea con gli impegni presi dall’Italia alla COP21 di Parigi e lontano dalle catastrofiche guerre del petrolio. Il 17 aprile votiamo Sì per fermare le trivelle e per cambiare il nostro presente, assicurandoci un futuro.

Giampaolo Martinotti

 

tratto dal sito:  http://popoffquotidiano.it/2016/03/24/referendum-contro-le-trivelle-non-fossilizziamoci/

Serve una cultura di pace, oggi è minoritaria, di G. Viale

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La guerra non è fatta solo di armi, eserciti, fronti, distruzione e morte. Comporta anche militarizzazione della società, sospensione dello stato di diritto, cambio radicale di abitudini, milioni di profughi, comparsa di “quinte colonne” e, viva iddio, migliaia di disertori e disfattisti, amici della pace. Quanto basta per capire che siamo già in mezzo a una guerra mondiale, anche se, come dice il papa, “a pezzi”.

Questa guerra, o quel suo “pezzo che si svolge intorno al Mediterraneo, è difficile da riconoscere per l’indeterminatezza dei fronti, in continuo movimento, ma soprattutto degli schieramenti. Se il nemico è il terrorismo islamista e soprattutto l’Isis, che ne è il coagulo, chi combatte l’Isis e chi lo sostiene? A combatterlo sono Iran, Russia e Assad, tutti ancora sotto sanzione o embargo da parte di USA e UE; poi i peshmerga curdi, che sono truppe irregolari, ma soprattutto le milizie del Rojava e il Pkk, che la Turchia di Erdogan vuole distruggere, e Hezbollah, messa al bando da USA e UE, insieme al Pkk, come organizzazioni terroristiche. A sostenere e armare l’Isis, anche ora che fingono di combatterlo (ma non lo fanno), ci sono Arabia Saudita, il maggiore alleato degli Usa in Medioriente, e Turchia, membro strategico della Nato. D’altronde, ad armare l’Isis al suo esordio sono stati proprio gli Stati uniti, come avevano fatto con i talebani in Afghanistan. E se la Libia sta per diventare una propaggine dello stato islamico, lo dobbiamo a Usa, Francia, Italia e altri, che l’hanno fatta a pezzi senza pensare al dopo. Così l’Europa si ritrova in mezzo a una guerra senza fronti definiti e comincia a pagarne conseguenze mai messe in conto.

La posta maggiore di questa guerra sono i profughi: quelli che hanno varcato i confini dell’Unione europea, ma soprattutto i dieci milioni che stazionano ai suoi bordi: in Turchia, Siria, Iran, Libano, Egitto, Libia e Tunisia; in parte in fuga dalla guerra in Siria, in parte cacciati dalle dittature e dal degrado ambientale che l’Occidente sta imponendo nei loro paesi di origine. Respingerli significa restituirli a coloro che li hanno fatti fuggire, rimetterli in loro balìa; costringerli ad accettare il fatto che non hanno altro posto al mondo in cui stare; usare i naufragi come mezzi di dissuasione.
Oppure, come si è cercato di fare al vertice euro-africano di Malta, allestire e finanziare campi di detenzione nei paesi di transito, in quel deserto senza legge che ne ha già inghiottiti più del Mediterraneo; insomma dimostrare che l’Europa è peggio di loro. Ma respingerli vuol dire soprattutto farne il principale punto di forza di un fronte che non comprende solo l’Isis, le sue “province” vassalle ormai presenti in larga parte dell’Africa e i suoi sostenitori più o meno occulti; include anche una moltitudine di cittadini europei o di migranti già residenti in Europa che condividono con quei profughi cultura, nazione, comunità e spesso lingua, tribù e famiglia di origine; e che di fronte al cinismo e alla ferocia dei governi europei vengono sospinti verso una radicalizzazione che, in mancanza di prospettive politiche, si manifesta in una “islamizzazione” feroce e fasulla.
Un processo che non si arresta certo respingendo alle frontiere i profughi, che per le vicende che li hanno segnati sono per forza di cose messaggeri di pace.

Troppa poca attenzione è stata dedicata invece alle tante stragi, spesso altrettanto gravi di quella di Parigi, che costellano quasi ogni giorno i teatri di guerra di Siria, Iraq, Afghanistan, Libia, Nigeria, Yemen, ma anche Libano o Turchia. Non solo a quelle causate da bombardamenti scellerati delle potenze occidentali, ma anche quelle perpetrate dall’Isis e dai suoi sostenitori, di Stato e non, le cui vittime non sono solo yazidi e cristiani, ma soprattutto musulmani. “Si ammazzano tra di loro” viene da pensare a molti, come spesso si fa anche con i delitti di mafia. Ma questo pensiero, come quella disattenzione, sono segni inequivocabili del disprezzo in cui, senza neanche accorgercene, teniamo un’intera componente dell’umanità.
E’ di fronte a quel disprezzo che si formano le “quinte colonne” di giovani, in gran parte nati, cresciuti e “convertiti” in Europa, che poi seminano il terrore nella metropoli a costo e in sprezzo delle proprie come delle altrui vite; e che lo faranno in futuro sempre di più, perché i flussi di profughi e le cause che li determinano (guerre, dittature, miseria e degrado ambientale) non sono destinati a fermarsi, quali che siano le misure adottate per trasformare l’Europa in una fortezza (e quelle adottate o prospettate sono grottesche, se non fossero soprattutto tragiche e criminali).

Coloro che invocano un’altra guerra dell’Europa in Siria, in Libia, e fin nel profondo dell’Africa, resuscitando le invettive di Oriana Fallaci, che speravamo sepolte, contro l’ignavia europea, non si rendono conto dei danni inflitti a quei paesi e a quelle moltitudini costrette a cercare una via di scampo tra noi; né dell’effetto moltiplicatore di una nuova guerra. Ma in realtà vogliono che a quella ferocia verso l’esterno ne corrisponda un’altra, di genere solo per ora differente, verso l’interno: militarizzazione e disciplinamento della vita quotidiana, legittimazione e istituzionalizzazione del razzismo, della discriminazione e dell’arbitrio, rafforzamento delle gerarchie sociali, dissoluzione di ogni forma di solidarietà tra gli oppressi. Non hanno imparato nulla da ciò che la storia tragica dell’Europa avrebbe dovuto insegnarci.

Una politica di accoglienza e di inclusione dei milioni di profughi diretti verso la “fortezza Europa”, dunque, non è solo questione di umanità, condizione comunque irrinunciabile per la comune sopravvivenza. E’ anche la via per ricostruire una vera cultura di pace, oggi resa minoritaria dal frastuono delle incitazioni alla guerra. Perché solo così si può promuovere diserzione e ripensamento anche tra le truppe di coloro che attentano alle nostre vite; e soprattutto ribellione tra la componente femminile delle loro compagini, che è la vera posta in gioco della loro guerra. Nei prossimi decenni i profughi saranno al centro sia del conflitto sociale e politico all’interno degli Stati membri dell’UE, sia del destino stesso dell’Unione, oggi divisa, come mai in passato, dato che ogni governo cerca di scaricare sugli altri il “peso” dell’accoglienza.

Eppure, fino alla crisi del 2008 l’UE assorbiva circa un milione di migranti ogni anno (e ne occorrerebbero ben 3 milioni all’anno per compensare il calo demografico). Ma perché, allora, l’arrivo di un milione di profughi è diventato improvvisamente una sciagura insostenibile? Perché da allora l’Europa ha messo in atto una politica di austerity, a lungo covata negli anni precedenti, finalizzata a smantellare tutti i presidi del lavoro e del sostegno sociale e a privatizzare a man bassa tutti i beni comuni e i servizi pubblici da cui il capitale si ripromette quei profitti che non riesce più a ricavare dalla produzione industriale. Ma quelle politiche, che non danno più né lavoro né redditi decenti a molti, né futuro a milioni di giovani, non possono certo concedere quelle stesse cose a profughi e migranti. Devono solo costringerli alla clandestinità, per pagarli pochissimo, ridurli in condizione servile, usarli come arma di ricatto verso i lavoratori europei per eroderne le conquiste.

Per combattere questa deriva occorrono non solo misure di accoglienza (canali umanitari per sottrarre i profughi ai rischi e allo sfruttamento degli “scafisti” di terra e di mare, e permessi di soggiorno incondizionati, che permettano di muoversi e lavorare in tutti i paesi dell’Unione); ma anche politiche di inclusione: insediamenti distribuiti per facilitare il contatto con le comunità locali, reti sociali di inserimento, accesso all’istruzione e ai sevizi, possibilità di organizzarsi per avere voce quando si decide il futuro dei loro paesi di origine. Ma soprattutto, lavoro: una cosa che un grande piano europeo di conversione ecologica diffusa, indispensabile per fare fronte ai cambiamenti climatici in corso e alternativo alle politiche di austerity, renderebbe comunque necessaria.
Ma per parlare di pace occorre che venga bloccata la vendita di armi di ogni tipo agli Stati da cui si riforniscono l’Isis e i suoi vassalli, che non le producono certo in proprio.

Guido Viale

 

Pubblicato su “Il manifesto” il 18/11/2015

http://ilmanifesto.info/serve-una-cultura-di-pace-oggi-e-minoritaria/

Sinistra e mediazioni, di C. Baldini

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Claudia Baldini 2

E’ un momento decisivo , a mio avviso, questo periodo per la costruzione di una vera Sinistra Italiana che sia Unita o Frammentata, come al solito. Non ascoltate numeri , sondaggi ,previsioni. Fermiamo e fotografiamo la situazione al momento , poi ragioneremo sui possibili sviluppi che si apriranno. L’analisi deve però partire da un presupposto comune che abbiamo , almeno mi pare, affermato tutti su questa pagina. L’unità non si fa cucendo insieme dei pezzi , ma fondendo le idee , smussando le differenze , tenendo fisso l’obiettivo.
L’obiettivo possiamo articolarlo in due esigenze : la prima è cambiare l’Italia per cambiare l’Europa, respingere i TTIP , smantellare il potere della finanza sulla sovranità degli Stati attraverso il Fondo Salva Stati, avviare riforme per aumentare la partecipazione , equilibrare i diritti sottratti dal jobs Act, redistribuire il reddito in base ad una riforma fiscale seria ecc..
La seconda esigenza è quella di far capire che tutte le forze interessate a questo programma devono tagliare i viveri al PD , partito che , nonostante la nostalgia di Bersani e forse anche di Vendola, non è quel PD con cui si era andati a formare governi locali. Questa ‘politica dei due forni’ , forse accettabile in tempi democratici lo è molto meno con un Premier simile.
E’ indubbio che , ad esempio , una personalità come Pisapia possa avere continuato il suo lavoro ,nonostante Renzi. Ma forse anche Zedda , se ha avuto fortuna di trovare compagni di giunta interessati a fare il bene della città ed anche alla poltrona.
Ma bisogna guardare anche tutti , e sono la maggioranza, dove una forza minoritaria della sinistra va a sostenere sindaci o governatori PD. Soprattutto dopo l’avvento di Renzi. Ecco bisognerà pure che questa verifica di un disastro prevedibile venga fatta. Sel ha fatto una figura inqualificabile in Veneto , ma brutta ovunque. Sel ha la responsabilità di avere causato tanta astensione nelle regioni dove si è alleata col PD. E dove fa solo stampella senza poter incidere per due motivi chiari : il presidente e la maggioranza sono sempre renziani doc.
La Puglia ha forse un’altra storia. Ma io non voglio dire che il mio punto di vista debba essere quello di Sel. Il mio punto di vista riguarda solo tentare di ridurre le cose che dividono la sinistra a favore di quelle che uniscono. Poi chiaramente ho il rispetto di tutti , al massimo non li voto.

I referendum civatiani sono stati una cosa che ha diviso
Le alleanze col PD di Sel dividono
Il gruppo parlamentare poteva non sembrare un allargamento di Sel se Civati avesse partecipato
Il fatto che Civati non sia andato al Quirino , dimostra che non tiene poi molto ad una sinistra unita. Perché , rispettando la sua scelta capziosa di non far parte del gruppo, da buon politico poteva andare , dire perché no , rassicurare sul suo impegno nella costruzione di unità
La stessa volontà di formare un partito Possibile , legittima senz’altro, in questo momento non aiuta
Vendola , invece dovrebbe smetterla di dire che Civati a Milano non dovrebbe porre candidati suoi. Perché è vero il contrario. Vendola e Civati avrebbero dovuto insieme a Fassina porre la questione a Milano. Come a Torino , Bologna ecc.. Insieme.

Ecco se questo Insieme non arriva ad inglobare anche i compagni che seguono Civati è monco. Resta una SEL allargata. Bisogna affrontare all’origine che motiva la nascita dei civatiani : occorre andare ad un netto chiarimento sulla questione del modello economico che per Civati contiene tracce evidenti di liberalismo, che spero non sia di liberismo. Insomma non si fa politica per fare alcune cose di sinistra. La Sinistra fa politica per cambiare il mondo decisamente contro il liberismo. Questo è da chiarire.

A tutti dico che io ho seguito molto Coalizione Sociale sul territorio , perché credo che si debba andare ad un sindacato ribaltato, ma ho seguito anche Futuro a Sinistra e Possibile . Non sono distanti . Per niente. Lo si vede anche qui. Bisogna che vadano avanti , bisogna che noi li mandiamo avanti perché siamo sinceri , solo dalla Costituente io spero che escano dei veri leader. Perché ora, ci saranno di sicuro , ma quello che abbiamo visto al Quirino è stato un po’ il festival di Musso e Salvi.
Eppure Oggionni , Paglia, Furfaro ci sono in Sel.Insieme a Fassina ci sono ottimi giovani.
In questo Possibile davvero ha lavorato di più dal basso.E i giovani possono unire di più di noi vecchi.

Claudia Baldini

Recensione del libro di Luciano Gallino “Il costo umano della flessibilità”, a cura di M. Managò

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©AlessandroParis/Lapresse Trento 01-06-2008 economia Festival dell'economia Nella foto: Luciano Gallino

Nella foto: Luciano Gallino

 

Il libro Il costo umano della flessibilità, opera del professore universitario Luciano Gallino (pubblicato da Editori Laterza), rappresenta una testimonianza interessante riguardo i nuovi sviluppi della condizione lavorativa, italiana e mondiale.
In poche pagine l’autore è in grado di centrare il fenomeno “flessibilità”, di indicare gli aspetti degenerativi e di suggerire alcuni correttivi.
La famelica new-economy mondiale, sull’onda della necessità esclusiva di contenere i costi di produzione, supportata dalle dichiarazioni della Banca d’Italia, della Confindustria e dell’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico), tende all’impiego “misurato” della forza lavoro. Il materiale umano è necessario senza produrre sprechi e vuoti produttivi, alternando fasi più dinamiche ad altre meno attive.
L’azienda mira allo sfruttamento ad hoc della forza lavoro utilizzando particolari periodi del mese o dell’anno, sconfessando quella condivisione di rapporto a tempo indeterminato così svantaggiosa economicamente. Altrettanto infruttuoso è il ricorso al cosiddetto “lavoro straordinario”; ben più sensato d’ogni flessibilità.
“E’ dal suo inflessibile perseguimento ad opera delle imprese, all’insegna dell’imperativo primo non assumere, che nascono i contratti a tempo determinato; gli impieghi a tempo parziale…” scrive Gallino.
Alcuni studiosi dei fenomeni economici considerano la flessibilità come un’ottima occasione per muovere il mondo del lavoro, creando nuova occupazione in barba alla rigidità normativa del settore. All’autore del volume, e allo scrivente, tali supposizioni paiono, però, prive di valido fondamento.
All’Italia si rimprovera troppa Epl (Employment protection legislation, ossia “rigidità della legge a protezione dell’impiego”) ma allo stesso tempo è impossibile riconoscere valide opportunità di sviluppo, di occupazione. Anzi, il quadro attuale sembra proprio minare le conquiste sociali e normative (diritto del lavoro) acquisite in decenni di rivendicazioni. Lo schema normativo sembra, per alcuni esperti, l’ostacolo più serio alla dinamicità imprenditoriale; svuotato, invece, da qualsiasi retaggio etico, deve assecondare i dettami dell’elasticità aziendale.
L’autore sottolinea quanto la disgregazione e la frammentazione professionale contribuiscano ad allentare qualsiasi attività associativa dei lavoratori, a tutto vantaggio dell’azienda e quanto questa sia legittimata ad affrancarsi da qualsiasi vincolo etico riguardo i licenziamenti.
L’imprenditore, quindi, a differenza di qualche collega del passato (più filantropico), scarica sulle istituzioni, e sull’interessato, il peso del licenziamento.
L’ansia e il disagio che il licenziato o il precario traspongono nella società, e nella famiglia, sono decisamente notevoli e in continuo aumento (sulle spalle di oltre 8 milioni di individui), illegittimi figli di una flessibilità volano dell’imposta globalizzazione.
Dirigenti e funzionari, pressati dalle esigenze crescenti di contenere il costo della forza-lavoro, in alcuni casi comprendono il periglioso percorso intrapreso ma si adeguano, rapaci carrieristi, alle pazze regole del sistema. Un regime, ricorda Gallino, costituito “…dalle privatizzazioni mal concepite che hanno privato il paese sia di gioielli tecnologici, sia di ben rodati strumenti di sviluppo di infrastrutture pubbliche”.
Molti studiosi hanno ritenuto necessaria, per l’Italia, una flessibilità estesa pur di non perder terreno nell’era della globalizzazione; i risultati raggiunti in tal senso sono tali che il nostro paese si dimostra fiero paladino e modello meritevole di studio per gli altri paesi leggermente in ritardo(!).
Le forme assunte dalla flessibilità sono molteplici: da una di tipo esclusivamente quantitativo, fondato sulla fredda corrispondenza della forza lavoro al ciclo produttivo del momento, salvo mutare la numericità in funzione del mercato; a una di stampo qualitativo che prevede, come scrive l’autore “l’articolazione differenziale dei salari, praticata per ancorarli ai meriti individuali o alla produttività di reparto o di impresa; le modificazioni degli orari…”.
Solo in rari casi la flessibilità conosce una caratterizzazione positiva e nasce da una scelta del lavoratore stesso, di orario o categoria professionale, in posizione di autogoverno, grazie alla quale non si avverte alcun disagio psicologico o sociale.
Tutte le altre fattispecie della flessibilità, invece, comportano rilevanti oneri personali e sociali che pregiudicano sia le previsioni a breve durata sia la progettazione a lungo termine: una castrazione notevole sullo sviluppo della personalità.
Altra forma di disagio e di penalizzazione è quella, non riscontrabile in rari casi di professionalità elevata, in cui le mansioni svolte, variabili secondo i vari contratti, siano talmente irrilevanti nel sistema lavorativo italiano e sia così impossibile formare un bagaglio culturale/professionale spendibile all’esterno.
Non possedere un ufficio, non sviluppare relazioni professionali, non identificare la propria persona con il posto occupato in un’azienda, sono fattispecie che incidono notevolmente sullo stato emotivo e mentale del precario.
L’autore distingue quattro sistemi di lavoro flessibile: da quello razionalizzato, vincolato saldamente da fattori tecnici e organizzativi (call centers e ambienti di fast food), a quello di qualificazione medio-bassa ed alta intensità di forza lavoro (costruzioni stradali), per poi proseguire con quelli semi-autonomi, contrassegnati da notevole autogestione e possibilità di comando, sino a concludere con le forme più elevate, di stampo professionale, più svincolate da legacci e rigidità strutturali. Queste ultime prediligono forme di contratto a tempo determinato (giudicando infruttifere quelle indeterminate), in quanto la loro capacità di rinnovarsi e di offrirsi, a varie aziende, con professionalità crescente, è funzionale alla ricerca di uno sviluppo carrieristico e remunerativo.
Paladini e vestali della flessibilità, anziché vittime, Gallino li raffigura così: “Delle tutele sindacali non sanno che farsene: il loro ideale è (molti vi si avvicinano) a ciascuno/a il suo contratto”.
Per loro la formazione è una componente essenziale, senza la quale sarebbe minata la particolare professionalità acquisita e spendibile. Lo sviluppo tecnologico, inoltre, da assecondare e prevenire, è una costante minaccia, perché l’innovazione continua potrebbe evidenziare, in un settore, determinate professionalità ormai anacronistiche.
Diversa la situazione per la stragrande maggioranza dei lavoratori precari attuali, in larga parte giovani, donne, maggiori di 40 anni, chi ha un titolo di studio non elevato o risieda nelle zone d’Italia cronicamente a disagio occupazionale.
Faccia riflettere l’osservazione di Gallino: “…il lavoro interinale più come un serbatoio di lavoratori-massa che non come un mezzo per sopperire a carenze contingenti di personale di elevata caratura tecnica, come fu presentato all’inizio”.
Siamo ormai nella cosiddetta new-economy che, comunque, di là da alcune innovazioni terminologiche (call centers in luogo di centralini) non migliora di certo le condizioni di sfruttamento del post-fordismo o post-taylorismo, basandosi sempre su tecniche di “intensificazione produttiva” e di “densificazione del lavoro”, sopprimendo ogni buco nell’orario produttivo, quand’anche previsto per la legittima pausa; net e new-economy, inoltre, non producono alcuna riduzione del lavoro qualificato, come previsto da alcuni, anzi ne aumentano la diffusione.
Le soluzioni da alternare al triste fenomeno sono di molteplice natura e, integrandosi, potrebbero lenire il disagio subito; innanzitutto quello morale, psicologico, di crisi personale, col quale si traumatizza ogni licenziamento sino alla moderata euforia per quello nuovo. Sarebbe, inoltre, opportuna una certificazione delle attività svolte durante i vari percorsi lavorativi, utilizzandola per future professioni e capitalizzare, così, l’esperienza acquisita (il cosiddetto “credito formativo”).
Molte aziende ricorrono alla flessibilità per mantener sempre il proprio personale entro determinati standard di giovinezza, non solo fisica, anche tecnologica. Aggiornare costantemente coloro che varcano la temuta soglia dei quaranta anni significherebbe investire eccessivamente nella formazione. Purtroppo l’esasperazione dei bilanci pone in secondo piano il significato di tale preparazione e, dimentica delle situazioni personali del lavoratore (non più come mera risorsa fisica), preferisce rinnovarlo anziché “formarlo” in sede.
Fondamentale è anche donar giusto valore al luogo come espressione dell’identità del lavoratore, anziché disperderlo in anonime e vacanti sedi, tra centinaia di operatori, spesso di aziende diverse ma sotto lo stesso tetto per risparmiare (terzizzazione interna), oppure confinare l’attività in mansioni senza scrivania (deskless jobs). Il proficuo rapporto interpersonale tra colleghi e datori di lavoro rischia di svanire, compresso da flessibilità e telelavoro.
Un ruolo essenziale, rivolto anche a eliminare qualsiasi differenziazione e ritardo regionale, dovrebbe essere svolto dallo Stato per mezzo delle istituzioni locali, favorendo, in più, il relativo associazionismo. A tale scopo si dovrebbe legare l’attività sindacale.
Sembra utopia il solo ricordare le espressioni di pochi decenni or sono, quando si paventava la possibilità di poter scegliere la propria flessibilità: si dibatteva della “rivoluzione del tempo liberamente scelto”, che avrebbe addolcito la rigidità di determinati e ineluttabili processi.
Il volume di Gallino è preciso nell’individuare le problematiche e le possibili soluzioni. A queste aggiungerei il colpevole silenzio dei media ammaestrati, di regime, per esigenze di sponsor commerciali e ideologici costretti a tacere e a dirigere l’attenzione su fenomeni di bassissimo profilo, anziché informare la popolazione sul grande cancro che pian piano la sta divorando; un male che allunga i suoi tentacoli su tutti, anche su quelli che pensano di esserne fuori e continuano a “divorare” sponsor, gli stessi per i quali un giorno andranno a lavorare, flessibilmente. Impossibile, poi, riconoscere un ruolo degno di nota alle associazioni sindacali, non più in grado di salvaguardare le conquiste lavorative degli anni settanta, già seminate e sbocciate quaranta anni prima.

Marco Managò

recensione pubblicata sul sito http://www.rinascita.net/ e sul sito http://ariannaeditrice.it/

Appello alla mobilitazione per l’emergenza casa, di M.Pasquini

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Massimo Pasquini

L’unica stabilità che vogliamo è quella abitativa!
La legge di stabilità per il 2016 da una parte condanna gli inquilini allo sfratto per morosità azzerando il fondo contributo affitti e dall’altra sostiene i proprietari che affittano a nero abrogando la norma che imponeva il pagamento tracciabile degli affitti di qualunque importo.
Il Governo Renzi in questo modo dopo avere abolito l’IMU per l’invenduto dei costruttori procede a grandi passi nella sua opera di sostegno reale e concreto alla rendita e alla speculazione immobiliare.
In questo modo si condannano definitivamente i precari della casa alla marginalizzazione e alla disperazione sociale. Questo nonostante il fatto che in Italia ogni anno si emettono circa 80.000 sentenze di sfratto, che si richiedono 150.000 esecuzioni con la forza pubblica, che vengono eseguiti sfratti forzosi nella misura di 35.000 l’anno, ovvero in Italia ogni giorno 140 famiglie vengono sfrattate con l’ausilio della forza pubblica.
E’ necessario rispondere con una mobilitazione ampia, popolare e unitaria.
Una mobilitazione capace di imporre una svolta alle politiche abitative finora perseguite basate sulla privatizzazione del patrimonio pubblico, sulla liberalizzazione degli affitti e sull’abbandono di qualsiasi intervento teso ad aumentare l’offerta di alloggi a canone sociale.
La ferocia del Governo Renzi non sta solo nel taglio di fondi per il contributo affitto ma è nella decisione incivile di abrogare qualsiasi proroga anche quella relativa alle famiglie con sfratto per finita locazione e in disagio economico che vedono la presenza di anziani, minori, persone disabili e malati terminali.
Quando si giunge a decidere che i malati terminali o i disabili devono essere sfrattati senza alcun passaggio da casa a casa, si è giunti alla barbarie sociale.
D’altro canto su patrimonio di edilizia residenziale pubblica continuano le politiche di Governo, Regioni e Comuni di smantellamento attraverso le vendite, attraverso il blocco delle manutenzioni e le continue richieste di modifiche alla determinazione di canoni sociali che esulino dal reddito degli assegnatari.
Sulla base delle considerazioni sopra esposte siamo a rivolgere un appello affinché il 2 dicembre 2015 si svolga davanti alla Camera dei deputati una forte iniziativa unitaria, solidale e popolare che veda partecipi gli inquilini, gli assegnatari delle case popolari, gli sfrattati, i precari della casa, gli “abitanti” delle graduatorie, sindacati degli inquilini e dei lavoratori, movimenti di lotta per la casa, associazioni di volontariato e quanti ritengono ancora che la casa sia un diritto.
Perché l’unica stabilità che a noi interessa è quella abitativa!
per adesioni e info:
06/4745711 – mail unioneinquilini@libero.it – roma@unioneinquilini.it

Massimo Pasquini- Segretario generale Unione Inquilini

Unione Inquilini- Comunicato stampa, di M. Pasquini

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Massimo Pasquini

Stabilità: ” Il Governo con la legge di stabilità azzera il fondo contributo affitti e condanna centinaia di migliaia di famiglie al baratro dello sfratto per morosità. Ora tutto è chiaro: viene eliminata la tracciabilità degli affitti, nessuna risorsa per l’aumento dell’offerta di alloggi a canone sociale, nessuna limitazione al libero mercato, ora nessun contributo per evitare gli sfratti per morosità. Per il Governo gli inquilini ( 3,2 milioni di famiglie) sono agnelli da sacrificare al mercato”
Dichiarazione di Massimo Pasquini, Segretario Nazionale Unione Inquilini.

” Ogni giorno dalla legge di stabilità arriva una coltellata alla schiena agli inquilini. Dopo che l’Unione Inquilini ha denunciato l’abrogazione della norma sul pagamento tracciabile degli affitti di qualunque importo, dopo che è stato cancellata qualsiasi ipotesi di rilancio dell’offerta di alloggi a canone sociale nonostante le 700.000 famiglie collocate utilmente nelle graduatorie comunali, ora scopriamo che al capitolo 1690 del Bilancio del Ministero delle infrastrutture sono state letteralmente azzerate le risorse destinate al fondo nazionale per i contributi affitto alle famiglie in disagio economico. Nel 2015 erano stati stanziati 100 milioni di euro (nel 1998 senza la crisi economica che mordeva erano 350 milioni di euro) ora con la legge di stabilità per gli anni 2016-2017-2018 le risorse disponibili sono ZERO.
Per il Governo gli inquilini (3,2 milioni di famiglie) sono agnelli da sacrificare al mercato.
Ricordiamo a tutti che in Italia negli anni passati erano circa 300.000 famiglie che grazie al contributo affitto (sempre più tagliato negli ultimi anni) erano riuscite ad evitare lo sfratto per morosità e nonostante questo nel solo 2014 le sentenze di sfratto per morosità, a causa dei ritardi con i quali i comuni erogavano i contributi, anche a distanza di anni ovvero a sfratto eseguito. erano arrivate a oltre 65.000 sulle complessive 77.000. Quindi a centinaia di migliaia di famiglie non solo viene negato del tutto un misero contributo ma viene anche detto che non ci saranno case a canone sostenibile, insomma si arrangino.
Al Presidente del Consiglio chiediamo: è questa la sua idea di equità sociale? Questa è un Paese moderno ? E’ evidente che nel cuore del Presidente Renzi alberga un mattone quello targato speculazione immobiliare rendita”

Unione Inquilini Segreteria Nazionale – Roma 2 novembre 2015

 

tratto dal sito: http://www.unioneinquilini.it/index.php?id=7213 

anche sulla pagina facebook:   https://www.facebook.com/Unione-Inquilini-Roma-362681523797278/?fref=nf