Lavoro

LA PRIMAVERA COMINCIA IL 28, di M. Luciani

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Il 28 marzo in piazza per una nuova primavera del lavoro, è un appuntamento importante e ci saremo. Come compagni del Movimento per il Partito del Lavoro ci saremo, certo. Con entusiasmo, per sostenere la piattaforma proposta dalla FIOM.
Una piattaforma che rilancia i principali temi della lunga mobilitazione condotta dalla CGIL contro tutti i provvedimenti improntati all’austerity imposti in questo primo scorcio del terzo millennio ai lavoratori, ai pensionati, ai disoccupati, ai giovani, alle donne, fino alle più recenti iniziative, appoggiate in parte anche dalla UIL, per contrastare il Jobs Act del governo Renzi.
I titoli sono chiari e chiaro è il segno di classe: contro la precarietà generalizzata e la disoccupazione giovanile non affrontata da un governo appiattito su Confindustria. Per migliorare le condizioni di lavoro, per costruire un sistema pensionistico più giusto che abbassi i requisiti per andare in pensione. Per contrastare l’evasione fiscale e la corruzione ormai dilagante. Per il diritto alla salute e allo studio, per il reddito minimo, per la riappropriazione del contratto di lavoro come strumento di tutela del salario e dei diritti. Non sarà facile: il Ministro Poletti ha pensato bene di stroncare le Proposte di Legge di SEL, M5S e “civatiani” con dichiarazione inappellabile alla vigilia della manifestazione, ma il clima della vigilia è di grande attesa e nessuno è sorpreso o si scoraggia. Non sarà facile ma è giusto.
Tutti in piazza per rivendicare degli obiettivi, ma anche per costruire la “coalizione sociale”. Una locuzione, questa, che molto ha fatto parlare e straparlare e su cui, certamente, molto c’è ancora da dire. Per la verità il termine inglese Unions scelto come titolo dell’evento dai promotori è evocativo di radici storiche antiche che esprimono il senso profondo del progetto: per difendere i propri interessi materiali immediati la forza dei lavoratori e delle classi subalterne è sempre quella dell’organizzazione, diretta, di massa, democratica. Il modello è quello anche di recente collaudato in vertenze sindacali che sono state affrontate su un terreno sociale ampio, non limitato al rapporto tra lavoratore e padrone, nella prospettiva più avanzata di ricomposizione di interessi e di unità di lotta. Solo per fare qualche esempio: le vertenze per l’istruzione pubblica che hanno visto studenti e famiglie scendere in campo con insegnanti e non docenti; quelle per la cultura che hanno visto intellettuali anche a livello internazionale, studenti, giovani, saldare i propri interessi con quelli dei tecnici, delle maestranze e del personale artistico del cinema e del teatro; quelle per il pluralismo e la libertà dell’informazione che hanno visto giuristi, intellettuali, comitati e associazioni di scopo costruire insieme ai poligrafici e ai giornalisti l’azione di lotta. Intere comunità locali hanno sviluppato momenti alti di unità di popolo attorno ai lavoratori in lotta quando si è trattato di difendere insediamenti produttivi o di intervenire per ridurre l’impatto ambientale delle produzioni nocive. Non spetta a noi, né ad altri fare l’interpretazione autentica delle reali intenzioni semantiche dei promotori. Pensiamo, però, che riprodurre su scala più ampia questo modello puntando ad una coalizione sociale di interessi aggregati attorno al lavoro che si dia obiettivi più avanzati e più generali è possibile, ma, soprattutto, è necessario. E noi ci siamo e ci saremo. Sosterremo la Proposta di Legge per il Nuovo Statuto dei Lavoratori, il Referendum abrogativo del Jobs Act, come stiamo sostenendo la Proposta di Legge d’Iniziativa Popolare sugli appalti della Cgil e abbiamo sostenuto il Referendum e la Proposta di Legge contro il Fiscal Compact.
Pensiamo però che una coalizione sociale con forme permanenti di organizzazione e di unità d’azione e con un forte connotato di autonomia non sancirà l’autosufficienza del sociale. Al contrario: farà salire la domanda di rappresentanza politica delle istanze sociali. Ciò è evidente proprio alla luce della pratica esperienza della Cgil: avanzare proposte alla politica come ha fatto col Piano del Lavoro, la Rappresentanza, il Fisco, le Pensioni era necessario, ma non è stato sufficiente. Non sarà sufficiente fin tanto che la Cgil avrà come interlocutore un governo espressione di partiti asserviti alle politiche neo-liberiste della troika, al di la delle questioni di stile dei leader che stanno assumendo tratti sempre più inquietanti. C’è bisogno di una risposta politica adeguata alla domanda di rappresentanza delle istanze del lavoro sul terreno dei rapporti sociali in generale, come in Grecia. Adesso. Altrimenti sul COSA avremo tanto materiale per seminari interessanti eper dichiarazioni roboanti, ma al momento di indicare CHI fa COSA comincia il solito gioco a nascondersi. E chi fa le lotte, inesorabilmente, finirà col pestare acqua nel mortaio.

APPUNTAMENTO SABATO 28 MARZO ALLE 14,00 A PIAZZA ESEDRA.

LE BUGIE DEL JOBS ACT, di M. Luciani

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CGIL CIRCO MASSIMO 2009 (185)

 

Attorno ai primi decreti attuativi del Jobs Act ci sono percezioni ancora approssimative e cognizioni distorte.
Ciò non di meno la becera propaganda del Presidente del Consiglio una cosa vera la dice: la portata dell’operazione è storica. Tutto il resto sono bugie da sbugiardare.
La portata è storica perché non si tratta di un semplice arretramento del quadro normativo che disciplina il mercato del lavoro, e il licenziamento in particolare, come ce ne sono stati tanti negli ultimi trent’ anni. Si tratta di una svolta epocale sia nella civiltà giuridica del paese che nella dottrina politica della “sinistra moderata” mainstream.
Sul piano normativo occorre subito sgombrare il campo dalle mistificazioni.
La menzogna delle Tutele Crescenti.
Le tutele crescenti non esistono e la terminologia è maliziosamente ingannevole. In realtà il Contratto a Tutele Crescenti altro non è che il contratto senza la tutela reale del reintegro in caso di licenziamento illegittimo, salvo casi del tutto improbabili, ma invece, con la monetizzazione del licenziamento senza giusta causa e giustificato motivo. In realtà la monetizzazione già prevista dalla precedente normativa per i dipendenti delle aziende sotto i 16 dipendenti viene persino ridotta. Da notare che per il computo dei dipendenti i lavoratori part time non si potranno considerare uno, ma zerovirgola. Per i licenziamenti collettivi il reintegro non c’è più nemmeno nei casi di errori materiali di procedura o nei criteri di scelta. Nel caso di passaggio diretto per cambio appalto l’impresa appaltatrice subentrante non potrà accedere agli incentivi anche se, ai fini del licenziamento, saranno da considerarsi nuovi rapporti di lavoro, ma con il riconoscimento dell’anzianità pregressa per il calcolo dell’indennizzo. Dulcis in fundo, l’indennizzo diventa esentasse se il lavoratore accetta la conciliazione extragiudiziale, come a dire: “caro mio ex dipendente, con l’indennizzo esentasse io risparmio e lei non perde molto, se vuole possiamo guadagnarci entrambi, se poi lei proprio insiste a farmi pagare per intero la somma dovutale mi faccia pure causa, così avrà la sentenza d’appello fra qualche anno ed io potrò dedurle dall’importo che le devo i redditi da lei dichiarati nel frattempo”.
La menzogna dell’eccessiva rigidità delle mansioni.
Non è vero che il demansionamento ora diventa possibile nei casi di crisi aziendale come annunciato: lo era già. Dalla pubblicazione del decreto attuativo in Gazzetta, però, demansionare il lavoratore non sarà più un’eccezione limitata alle misure alternative al licenziamento per motivi economici, ma sarà una facoltà unilaterale del datore di lavoro nel caso che egli decida di riorganizzarsi. Per le mansioni superiori invece raddoppia il periodo di comporto necessario al riconoscimento giuridico dell’inquadramento corrispondente passando da 3 a 6 mesi che devono essere continuativi e su posto vacante. Insomma, la flessibilità c’era già. Si è voluto semplicemente introdurre maggiore libertà per il datore di lavoro di disporne a suo vantaggio, fino al punto di poter licenziare il lavoratore che non sia in grado di svolgere le nuove mansioni assegnate.
   La menzogna del superamento delle Collaborazioni.
Non è vero che spariscono le Collaborazioni Coordinate, infatti dette tipologie sopravvivono nei quattro casi di lavoratori iscritti ad albi professionali, partecipanti ad organi o commissioni di società, che offrono prestazioni ad Associazioni Sportive dilettantistiche riconosciute dal CONI e nel caso, infine, di deroghe sancite (bontà loro) dalla contrattazione nazionale. Le collaborazioni che non trovano siffatte giustificazioni, per altro, non è detto che debbano trasformarsi in lavoro subordinato, a Tempo Determinato o Indeterminato a Tutele Crescenti (sic!), perché, se proprio non potessero ricadere nel lavoro autonomo, invece di aprire la partita IVA gli si aprono altre prospettive come il Contratto a Chiamata, lo Staff Leasing (somministrazione a Tempo Indeterminato) o il Lavoro Accessorio dato che, per calmierare ulteriormente i costi, si è opportunamente elevato da 5000 a 7000 € il limite annuo del Voucher. Ha fatto notare Pierluigi Alleva che potrebbe persino sparire il Progetto che era un fattore di contenimento dell’abuso di questa forma contrattuale introdotto dalla legge 30 per riproporre le Co.Co.Co del regime antecedente. Vedremo comunque ben presto se davvero agli ex collaboratori, una volta diventati Lavoratori a Chiamata o Accessori o a Tutele Crescenti, si concederà un mutuo facilmente come il Presidente del Consiglio ha promesso o se, invece, diventerà potenziale insolvente anche chi non lo era prima.
   La menzogna delle stabilizzazioni.
Tutti i rapporti di lavoro subordinato a tempo Indeterminato che si instaureranno nel 2015 saranno incentivati con la decontribuzione fino a 8060 € per tre anni e, dopo la pubblicazione in Gazzetta, avranno anche il licenziamento libero. Nello stesso tempo, però, il limite del 20% dell’organico per l’impiego di personale a Tempo Determinato sarà derogabile non più solo mediante contrattazione nazionale, come stabilito dalla Legge 78 (il famigerato decreto Poletti), ma anche mediante accordi aziendali. Gli incentivi alle assunzioni non derivano dal nuovo ordinamento, ma dalla legge di spesa per soli tre anni e, dunque, servono soltanto a fare lo spot politico sui nuovi contratti senza dar conto del saldo tra questi e quanti ne saranno cessati durante il triennio e, dopo il triennio, di quanto si sia abbassata la soglia delle tutele. Cosa succederà dopo la fine degli incentivi? Il Tempo Indeterminato con le Garanzie Crescenti diventa, di fatto, il precariato più lungo in un Mercato del Lavoro che resta un grande supermarket di forme contrattuali precarie. L’Apprendistato, svuotato in gran parte del valore formativo parifica il conseguimento della qualifica, del diploma e della specializzazione professionale e conferma nella soglia irrisoria del 20% il minimo di trasformazioni per poter assumere nuovi apprendisti, finendo in questo modo per aggiungersi anch’esso alle altre forme di precariato. In realtà il tempo indeterminato viene favorito soltanto per il lavoro in affitto, con lo Staff Leasing. Di “esemplificazione” e di “disboscamento” restano soltanto i proclami regalati a piene mani.
   La menzogna della Flexsecurity.
Da maggio 2015 entrerà in vigore la Nuova ASpI (NASpI), sostegno al reddito per i disoccupati, della durata massima di 24 mesi che poi diventeranno 18 nel 2017. E’ falso che questo provvedimento aumenta il periodo di sostegno al reddito in quanto nel 2014 un lavoratore ultracinquantenne poteva avere 36 mesi di mobilità al Centro-Nord e 48 al Sud. Ma soprattutto il lavoratore avrà due anni solo se ha lavorato ininterrottamente negli ultimi 4, altrimenti la durata verrà decurtata dei periodi non lavorati nel quadriennio. Quanto alla misura del trattamento la percentuale di copertura più favorevole si ha a 1195 € di reddito mensile, superati i quali decresce. Questo lavoratore avrebbe un assegno di 896,25 € lordi per i primi tre mesi di disoccupazione che scenderebbe del 3% mensile nei successivi per finire a 331,61 € lordi. Qualora si trovasse ancora senza lavoro e in condizioni di indigenza certificabile (sic !), ma fosse inserito in un programma di ricollocazione del Centro per l’Impiego (se saranno finanziati) potrebbe avere ulteriori 6 mesi di sostegno al reddito (l’ASDI) di 248,71 € (naturalmente lordi). Per i Collaboratori compare la DIS-COLL, ma il sostegno arriverà al massimo a sei mesi e, per di più, con la clausola di decadenza dal diritto se instaurano rapporti di lavoro subordinato superiori a cinque giorni. Si attendono intanto nuovi tagli agli ammortizzatori sociali conservativi (casse integrazioni e contratti di solidarietà). Mentre si taglia complessivamente il sostegno al reddito, inoltre, le politiche attive del lavoro restano ancora nebulose. Insomma, ci vuole proprio un bella faccia di bronzo per evocare la Flexsecurity!
    Il crepuscolo della civiltà giuridica del lavoro.
Sul piano della cultura giuridica si è estinto il diritto al lavoro. Il lavoro si è ridotto a merce tra le merci. Il suo valore è soltanto quello espresso dal prezzo, ed è in atto una valorizzazione drastica della forza- lavoro. La Costituzione materiale, così fondata sulla merce, entra in contraddizione con la Costituzione formale che continua a dichiararsi fondata sul lavoro. Si sono cambiati i “postulati morali”, il lavoratore non è più il contraente debole che, per avere uguali diritti, deve avere maggiori poteri.
   La sinistra del capitale.
Sul piano della dottrina politica non c’è più una “sinistra moderata” che tenga a riferimento gli “interessi generali del paese”, all’interno dei quali, però, si collocano anche i diritti dei lavoratori in quanto tali. Quella che è sopravvissuta è, al massimo, una “sinistra del capitale” che scrive le leggi sotto dettatura di Confindustria. Avversa ai lavoratori e arrogante verso ogni forma di dissenso, non solo nelle aziende e nelle piazze, ma anche verso il parlamento stesso.
    La sinistra necessaria.
Una nuova stagione dei diritti in Italia ci sarà soltanto se nascerà un soggetto nuovo della sinistra con una strategia fondata sul lavoro, sul sociale e sulla pace. Radicalmente nuovo, come in Grecia e in Spagna, data la ormai conclamata incapacità dei gruppi dirigenti nostrani di produrre un rinnovamento adeguato ai tempi come in Irlanda o in Germania. Ogni vertenza sindacale, ogni lotta sociale, ne avverte sempre di più il bisogno. Se ne riconoscerà l’urgenza man mano che si svilupperanno le iniziative contro il Jobs Act sia sul terreno più propriamente sindacale della guerriglia applicativa contrattuale e legale che su quello più propriamente politico del referendum abrogativo e della Legge di Iniziativa Popolare per il nuovo Statuto dei Lavoratori.

Massimo Luciani

 

 

LA LEGALITA’ ENTRA IN SCENA, di Angelo Ciaiola

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agi

 

L’8 Agosto segnerà d’ora in avanti una data importante per i tanti lavoratori generici del mondo delle produzioni cineaudiovisive. Oggi, infatti, è stato ratificato dall’Associazione dei Produttori Televisivi il Protocollo d’Intesa sottoscritto lo scorso 22 luglio con l’Associazione dei Generici Italiani dello Spettacolo, l’AGI, di cui mi onoro di essere il presidente.

Il Protocollo riguarda il rispetto delle regole nelle modalità di reclutamento dei Generici per le figurazioni nelle Fiction e nelle Serie Televisive. Come infatti è noto anche a chi è estraneo all’ambiente, per poter ottenere un contratto giornaliero per una produzione televisiva spesso occorre sottostare al “pre-casting” mediante iscrizione, a titolo oneroso, a società di service “specializzate”. In realtà i service altro non sono che veri e propri caporali che svolgono un ruolo di intermediazione tra i lavoratori e le produzioni in modo poco trasparente e costituiscono un canale di reclutamento per un mercato del lavoro parallelo, più povero e sottratto alle regole contrattuali e di legge del settore. Detti service trattengono dagli ignari aspiranti oltre alle indebite quote associative anche le spese per sempre nuovi book fotografici, avviando spesso i lavoratori a prestazioni sottopagate e, non di rado, non offrendo affatto alcun contratto.

L’intesa raggiunta impegna le parti a intraprendere tutte le azioni necessarie a fare pulizia e vigilare sul rispetto delle regole.

All’Associazione dei Generici Italiani dello Spettacolo il Protocollo assegna un compito di garanzia che sarà svolto col massimo impegno vigilando con i Coordinatori dei Generici/Aiuto Organizzatori delle Scene di Massa che nei set si operi nelle norme del contratto e della legge per quanto riguarda paghe, diritti e sicurezza e che cessi il supersfruttamento dei Generici minori da parte delle agenzie.

Il Protocollo d’Intesa è un risultato che si inserisce nel programma rivendicativo dell’Ufficio Troupes della Slc-Cgil e che premia la tenacia con la quale la nostra associazione si sta battendo per assicurare la legalità e la trasparenza nelle trasmissioni di intrattenimento televisivo e per favorire l’accesso, spesso sbarrato dalle regole farraginose e dalla burocrazia, dei lavoratori generici dello spettacolo che ne hanno diritto al sostegno al reddito.

 

Angelo Ciaiola – Pressidente dell’AGI Spettacolo

INTERVISTA AI RAPPRESENTANTI SLC-CGIL DEL TEATRO DELL’OPERA, a cura della Redazione.

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teatro dell'opera

 

D) Il governo ha precise linee di indirizzo e vincoli legge che mettono a rischio la sopravvivenza delle Fondazioni Lirico Sinfoniche.

R) In 8 anni da parte governativa ci sono stati 7 interventi legislativi per iniziativa dei governi di centro-destra e centro sinistra tutti volti alla precarizzazione del lavoro e all’esternalizzazione delle produzioni delle Fondazioni Lirico Sinfoniche (FLS). Ultimi in ordine di tempo la legge 100 (Bondi), la legge 112 (Bray) e il decreto 83 (Franceschini) recentemente convertito in legge.
Il meccanismo della legge Bray (affinato e perfezionato da Franceschini) è questo: si indica in modo perentorio dove arrivare (il cosiddetto risanamento), come (colpendo quasi esclusivamente il personale) e in che tempi (max 2016). Però, data la macchina e la meta, nessuno ha certezze sulla benzina: in altre parole, il “risanamento”, che in molti casi sembra impossibile già da adesso, è oltretutto subordinato agli stanziamenti del Fondo Unico dello Spettacolo (FUS) e degli enti locali. Su queste cifre NESSUNO al mondo può dire cosa accadrà da qua al 2016 ma, visti i precedenti degli ultimi anni, tutto potrà accadere tranne che queste risorse aumentino. Mi pare che la legge abbia tracciato questo percorso: dare a tutte le fondazioni un compito evidentemente impossibile al fine di creare le condizioni per il collasso di alcune (ma solo dopo aver spolpato ben bene il personale).
La legge Bray concede un prestito di 75mln + 25 per le 8 FLS a fronte di un debito che è almeno il doppio. La legge prevede che per avere ‘sta misera boccata di ossigeno che da alcuni è accolta ovviamente con piacere si deve mettere in campo un piano industriale e arrivare ad un impossibile PAREGGIO entro 31 dic 2016. Impossibile perché le risorse messe in campo non bastano. La pena per chi naturalmente non otterrà il pareggio è la LIQUIDAZIONE COATTA AMMINISTRATIVA PER LEGGE, è matematico, quindi, che fra tre anni esatti almeno 4 o 5 fondazioni chiuderanno i battenti. E gli altri si spartiscono la torta rimasta diventando di fatto eccellenze perché prendendosi i soldi dei “morti” potranno iniziare a fare una produzione che giustifica la loro stessa esistenza in “vita”. Il progetto è IL DIMEZZAMENTO circa del sistema delle Fondazioni Liriche.
Va rilevato anche che l’investimento pubblico nel settore della produzione Lirica, Sinfonica e di Balletto in Italia è a livelli da terzo mondo e non è nemmeno paragonabile a quello di Francia, Austria, Germania ecc.

D) Quale respiro può avere una vertenza che vede come controparte il Comune di Roma?

R) Il Comune di Roma ha un ruolo fondamentale per il Teatro dell’Opera. Tutte le fondazioni liriche dipendono dal Fondo Unico dello Spettacolo che è erogato per legge e hanno un contributo marginale da parte del comune in cui risiedono. A Roma invece per ragioni storiche il contributo del Comune è ingente e vitale e tale contributo “non è per legge,” ma viene deciso sulla base di una delibera. E’ intuitivo affermare che chi ha in mano “i cordoni della borsa” ha potere “di vita e di morte” in un settore che per sua natura non può vivere di sole risorse proprie. Esattamente come non può vivere di sole risorse proprie una biblioteca comunale, un museo o una scuola pubblica.

D) Come si può valutare la mediazione della neo-Assessora al ramo della giunta Marino, Giovanna Marinelli, nella vertenza in corso al Teatro dell’Opera?

R)La neo Assessore Marinelli si è fatta artefice di un incontro tra i sindacati e il Sovraintendente del Teatro dell’Opera Carlo Fuortes e va detto che costringere Fuortes ad un tavolo di trattativa non è cosa facile. L’accordo che è stato firmato a piazza Campitelli il 28 luglio 2014 presenta luci e ombre. Va valutato positivamente che il Comune si pone come parte terza tra sindacati e dirigenza ponendo le condizioni affinché quest’ultima non si sottragga al confronto democratico. Va valutato negativamente che nella firma di tale accordo non si sia entrati in modo puntuale nel merito del problema maggiore che quello della progressiva precarizzazione del personale e del rischio concreto di esternalizzazione della produzione.

D) Perché i sindacati presenti in Teatro hanno dato valutazioni diverse, e la vostra è contraria, sulle linee guida depositate dal Sovraintendente Carlo Fuortes al Mibact (il Ministero) fino ad arrivare all’accordo separato?

R) In effetti si rileva che di fatto si è creata una dannosa spaccatura tra i dipendenti del Teatro e tra le Organizzazioni sindacali.
In base alla legge 112 entro il 30 settembre si dovrà dotare di una nuova “pianta organica” che rimarrà in vigore a tempo indeterminato: l’Opera è uno spettacolo fatto di persone e la “dotazione organica” è un dato fondamentale. Al momento, e siamo ad agosto -da considerare anche l’inevitabile stop concomitante con le ferie- la Direzione non ha dato indicazioni precise e numeriche su quello che intende fare in relazione alla futura “pianta organica”, ma si è limitata a generiche rassicurazioni e indicazioni di principii generali e rinvii a una futura discussione.
Chi PROTESTA ritiene che conoscere le intenzioni puntuali della direzione sulla “pianta organica” e una previsione sulla base di dati concreti di entrate/uscite sia indispensabile per poter firmare e approvare il “piano industriale” complessivo previsto dalla legge 112 stessa. Tra chi protesta ci sono anche diverse valutazioni sull’efficacia dello sciopero come strumento per la risoluzione di queste problematiche.
Chi NON PROTESTA, invece, ritiene che le rassicurazioni fornite dalla Direzione siano bastanti e si ritiene sufficientemente tranquilla in base ai dati di cui è a conoscenza.
In questa situazione (a parte singoli casi personali) SONO TUTTI IN BUONA FEDE e TUTTI dal loro punto di vista operano per l’interesse del Teatro nell’insieme.
Il 18 e 19 settembre si svolgerà un referendum (tipo vicenda Mirafiori) sulla base degli accordi inter-confederali per approvare da parte dei dipendenti l’accordo che l’8 luglio è stato siglato da una parte dei sindacato (quella che non ha aderito alle proteste delle ultime settimane). Naturalmente questa cosa potrà avere un importante peso nella chiarificazione della vicenda. Ma va rilevato che non è vero che la maggioranza ha sempre ragione!

D) Carlo Fuortes nella sua recente esperienza al Petruzzelli di Bari ha chiuso in forte passivo il bilancio 2013 nonostante che quel Teatro non sia dotato di organico stabile delle masse artistiche. Perché, dunque, oggi sta perseguendo l’obiettivo di ridurre il lavoro stabile nell’orchestra, nel ballo e nel coro, oltre che nel settore tecnico, anche al Teatro dell’Opera?

R) Carlo Fuortes è l’esecutore del progetto Bondi-Bray-Franceschini che come già detto è volto a trasformare i Teatri da centri di produzione (quali oggi ancora sono) in contenitori vuoti dove far circuitare spettacoli prodotti da la nota “cricca” di agenzie, appaltatori, impresari amici di amici.

D) Dal 25 agosto al 25 settembre l’Assessore alla Cultura del Comune di Roma ha dichiarato di essere a disposizione per il confronto tra le parti. Il 18 e 19 settembre si terrà il referendum dei lavoratori, poi, il 30 settembre, il Consiglio d’Amministrazione voterà una nuova pianta organica prima di essere sostituito. Quale esito vi proponete alla fine di questo percorso?

R) Il nostro obiettivo è che gli organici stabili del Teatro abbiano una consistenza paragonabile a quella dei Teatri lirici di una capitale europea. Siamo convinti che Roma lo meriti. Grazie anche alla presenza del Maestro Riccardo Muti il Teatro dell’Opera di Roma produce spettacoli ai massimi livelli internazionali e lo ha dimostrato a Salisburgo nel 2013 e a Tokyo nel 2014. Chiediamo solo che ci sia il numero corretto di persone per poter continuare su questa strada. Vogliamo difendere gli organici produttivi del Teatro a partire da quelli in maggior sofferenza con particolare attenzione al CORPO DI BALLO che ad oggi conta solo 12 elementi stabili.

D) Si è sviluppata in queste settimane una mobilitazione dei lavoratori del Teatro dell’Opera straordinaria per intensità e durata sotto la direzione di Slc-Cgil e Fials con tre scioperi e lo stato d’agitazione permanente. Vi aspettereste a questo punto dalla sinistra romana di aprire un fronte unico sulle numerose vertenze in corso nel campo della produzione culturale, tra le quali, oltre il Teatro dell’Opera, il Teatro Eliseo (sfratto rinviato al 16 settembre), il Teatro Valle occupato e Cinecittà Bene Comune?

R) Sarebbe auspicabile il “fronte unico” sulle numerose vertenze in corso nel campo della produzione culturale, purtroppo la cosa non è facile per 2 semplici ragioni: quelle elencate nella domanda sono realtà troppo diverse e la tecnica del “divide et impera” si rivela di facile applicazione per quella che di fatto è la naturale controparte, cioè l’amministrazione comunale e regionale, ma anche da parte del Ministero. Anche all’interno del Teatro dell’Opera stesso la forza della dirigenza si basa proprio sull’applicazione sapiente di questa tecnica.

Democrazia e Lavoro – Minoranza Congressuale CGIL

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CGIL democrazia e lavoro

 

Con l’elezione della nuova segreteria nazionale della CGIL è stata ribadita una scelta di chiusura e di autoconservazione del gruppo dirigente, che non tiene conto del pluralismo di posizioni e del malessere che hanno attraversato lo svolgimento dei congressi a tutti i livelli, compreso il Congresso Nazionale.

Non c’è stato, anzi è stato negato alcun momento di riflessione sullo svolgimento del Congresso Nazionale, sul risultato delle votazioni, sul livello di esasperazione che ha determinato per alcune ore la sospensione di fatto del congresso, per cercare soluzioni che evitassero la rottura della nostra Organizzazione.

Si è scelto il nulla, come se non fosse successo niente.

Una scelta irresponsabile a fronte della gravità della situazione sociale e delle evidenti difficoltà della nostra Organizzazione.

Le ragioni che ci hanno portato durante lo svolgimento del Congresso Nazionale alla presentazione della lista 2, che aveva come riferimento gli emendamenti al documento “Il lavoro decide il futuro”, e il giudizio negativo sull’accordo del 10 gennaio 2014 “ Testo Unico sulla Rappresentanza”, vengono in questo modo confermate.

Non è possibile pensare di cancellare le diverse posizioni esistenti, con una torsione autoritaria nella gestione dell’Organizzazione.

Per fare vivere queste diverse posizioni stante gli strumenti previsti dallo Statuto, non ci resta che la nostra ufficializzazione come “minoranza congressuale della CGIL”.

I contenuti dei nostri emendamenti – previdenza; democrazia; welfare; diritti; contrattazione– e l’opposizione al “Testo Unico sulla Rappresentanza” disegnano il nostro terreno di iniziativa e di approfondimento di un’altra idea della CGIL.

Il collante che tiene insieme questi obiettivi e che caratterizza il nostro impegno in CGIL è la necessità di un profondo cambiamento nella definizione stessa di questi obiettivi e nella pratica da adottare perla loro realizzazione.

Rivendicare cambiamento significa pensare concretamente ad una possibilità di futuro perla CGIL:

l’arroccamento burocratico, autoreferenziale e conservativo vuole dire l’ininfluenza, la marginalità la sconfitta per i lavoratori e le lavoratrici, i giovani precari e disoccupati, i pensionati.

Continuiamo a pensare che anche nel terzo millennio ci sia bisogno di Sindacato: il tema oggi è quale Sindacato, come il Sindacato struttura e organizza la sua rappresentanza, come la esercita, su quali obiettivi, su quale progetto di cambiamento della società e dell’Europa.

Non è più possibile negare la dimensione e la profondità della crisi della CGIL.

L’illusione che l’affannosa ricerca della “sponda istituzionale” fosse sostitutiva della pratica contrattuale e rivendicativa perseguendo nel corso di questi anni la logica del meno peggio, della riduzione del danno, ci ha portato alla cancellazione di tutte le conquiste degli anni 60′ e 70′ senza alcun reale contrasto sociale e che oggi ci consegna un quadro legislativo e contrattuale finalizzato alla aziendalizzazione del Sindacato, al Sindacato di mercato.

La concertazione è finita da tempo, quello che adesso è saltato con il nuovo Governo è la sua variabile degenerativa che perseguiva il rapporto con una forza politica o ancora peggio con una parte di esso, come “sponda emendativa”, rispetto alle scelte che venivano compiute dal Governo senza capire nulla delle dinamiche in atto nelle nostre controparti a livello nazionale ed europeo.

Abbiamo in questo modo accompagnato il processo sociale che ha determinato l’attuale situazione.

Il Congresso è stata la plastica rappresentazione di tutto ciò, di un gruppo dirigente che ha scelto di non misurarsi con l’apertura di un reale confronto, un gruppo dirigente che non è disposto a mettersi in discussione per preservare se stesso, le sue logiche interne, che sempre più in assenza della politica sono quelle promozionali degli esercizi di fedeltà, dell’utilizzo degli strumenti di gestione dell’Organizzazione, fino a metterne in pericolo la stessa unità che al congresso è stata evitata grazie all’intervento di importanti strutture della nostra Organizzazione.

La CGIL:

tutti gli strumenti disponibili.

Cosa vogliamo essere?

· Siamo coloro che (come si evince dagli emendamenti portati in discussione nelle assemblee congressuali di base) fanno del cambiamento del Sindacato Confederale la ragione principale della loro azione. Con ciò intendendo un cambiamento che coinvolga non solo le strategie e le politiche della CGIL relative alla democrazia sindacale, alla contrattazione,che deve garantire diritti a prescindere dalla tipologia contrattuale,al mercato del lavoro,agli ammortizzatori sociali, al reddito minimo, alla scuola e alla formazione, al welfare (sanità, previdenza), ai beni comuni, ma anche il suo modo di essere, la sua organizzazione democratica,la trasparenza della sua azione politica, organizzativa e amministrativa, la sua indipendenza e autonomia nel rapporto con il padronato e il quadro politico.

· Siamo coloro che vogliono dare vita e continuità a una iniziativa nuova e aperta, non all’unione burocratica di  esperienze che, per quanto importanti e significative, appartengono ad una fase ormai conclusa. Per questa ragione siamo interessati alla discussione più ampia possibile, senza steccati e posizioni precostituite.

· Vogliamo interloquire dentro e fuori l’Organizzazione, con grande libertà e capacità di movimento, al fine di realizzare compiutamente quella la CGIL continua a non fare. Per questo intendiamo avvalerci della facoltà prevista dallo Statuto che riconosce i diritti delle minoranze congressuali, definendo gli strumenti a loro disposizione, quali le agibilità sindacali, gli strumenti interni dell’Organizzazione, il diritto di proposta per le sostituzioni negli organismi dirigenti.

· Con questa scelta vogliamo dare vita a un luogo che dia visibilità al pluralismo di posizioni che vivono tra gli iscritti della CGIL, e che, a partire dalle assemblee congressuali di base, hanno avuto un consenso ben superiore a quello effettivamente riconosciuto nella composizione nella platea congressuale nazionale.Tale luogo deve essere di iniziativa sindacale, di libera discussione, di ricerca, di scambio di esperienze, di monitoraggio e di difesa del pluralismo in tutte le sedi, comprese quelle decisionali dell’Organizzazione.

· A questo obiettivo occorre rapportare il modo di organizzare il nostro lavoro che deve essere il più libero, partecipato e collegiale possibile, in grado di coinvolgere tutti coloro che guardano con interesse alla nostra battaglia. Un atteggiamento inclusivo e idoneo a liberare e utilizzare tutte le potenzialità che aspirano ad esprimersi nella ricerca e nella azione politica, volta al cambiamento della CGIL. Un atteggiamento che faccia del rinnovamento la molla per recuperare un dialogo che si sta spegnendo con i nuovi lavoratori e con i giovani più in generale.

· Vogliamo attivare a tutti i livelli dell’Organizzazione, una modalità di lavoro che incalzi e coinvolga l’insieme della CGIL e la costringa a misurarsi con il cambiamento necessario e urgente a difendere e rilanciare, nel mutato mondo contemporaneo,la dimensione di Sindacato Confederale Generale, che basa la sua forza sulla rappresentanza collettiva e sulla funzione contrattuale. Un Sindacato per risalire la china, per modificarel’attuale sfavorevole rapporto di forze e una sua percezione critica assai diffusa nella società italiana, partendo dal rapporto con le lavoratrici e i lavoratori, dalla democrazia e dalla partecipazione, lavorando al coinvolgimento reale di ogni settore di un mondo del lavoro sempre più frantumato e disperso.

In previsione della Conferenza di Organizzazione della CGIL prevista per il prossimo anno è necessario aprire da parte nostra un confronto ed una ricerca collettiva a tutto campo sulla democratizzazione della CGIL, sui processi di formazione dei gruppi dirigenti, della partecipazione dei delegati e degli iscritti nelle decisioni, sulla trasparenza  nell’uso delle risorse e la loro distribuzione ai vari livelli.

Insomma si tratta di aprire una sfida democratica perché non esiste futuro per un Sindacato che non sia radicalmente democratico.

 

Roma,1 luglio 2014

 

Partito il Cinecittà Film Festival, di A. Galeotta

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Dal 10 al 13 luglio si terrà il primo Cinecittà Film Festival.

Il Festival vuole essere anche una risposta alla speculazione del piano di Luigi Abete che gestisce Cinecittà Studios e che inaugurerà nella stessa data, insieme ai fratelli Della Valle, il parco giochi Cinecittà World.

L’evento promosso dalla rete territoriale Cinecittà Bene Comune e dalle maestranze degli storici studios è autogestito, aspira ad essere partecipato e popolare, e vuole valorizzare la grande produzione cinematografica di Cinecittà proiettando i grandi capolavori della fabbrica dei sogni italiana. Ad ospitare la rassegna sarà la suggestiva cornice del Parco degli Acquedotti, una location altrettanto celebre nel quartiere simbolo del cinema italiano.

Il Festival nasce a sostegno delle maestranze del cinema di Cinecittà Studios, del lavoro, della cultura contro il piano di cementificazione di Luigi Abete che prevede all’interno degli studi 400 mila metri cubi di cemento, di natura commerciale e per intrattenimento.

Il festival vuole essere anche un luogo di discussione e riflessione sul futuro degli Studios attraverso il coinvolgimento della cittadinanza ma anche delle istituzioni e del mondo del cinema, con autori, registi e attori, ma anche sindacati e forze politiche.

Augusta Galeotta
 

Con i lavoratori dei Call Center in sciopero, di M. Luciani

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Call centerdi Massimo Luciani

Roma, 30 maggio 2014 – Mercoledì prossimo, 4 giugno, Roma sarà invasa da migliaia di lavoratori dei Call Center in sciopero provenienti da tutta Italia per manifestare in difesa del lavoro, dei diritti e del salario.

Solo 7 anni sono passati da quando furono  effettuate 26.000 stabilizzazioni di lavoratori dei Call Center outsourcer in esito ad una lunga e dura vertenza contro il dilagante lavoro precario ed irregolare. Da allora i servizi telefonici conto terzi sono diventati l’approdo, provvisorio o definitivo, per chi era in cerca di prima occupazione o aveva perso il lavoro.

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Roma Capitale, Roma Città Metropolitana, Roma dei romani, di M. Foffo

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Maurizio Foffodi Maurizio Foffo

(Intervento all’Assemblea per le Case della Sinistra unita – 13 maggio 2014)

“Dal 2008 in poi sia la capitale che l’intero territorio regionale stanno pagando un prezzo durissimo in termini economici per la crisi strutturale che attraversiamo.

Siamo passati da 15 mln ore di cassa integrazione 2008  a 100 mln ore 2013 ( 50 mila c.a. addetti coinvolti).

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Una giornata di lotta per il diritto alla pensione, di M. Luciani

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Tutto sulle nostre spalledi Massimo Luciani

Roma, 19 maggio 2014 – Anche a Roma come in numerose città d’Italia venerdì 16 il Coordinamento delle Rsu Autoconvocate ha manifestato contro l’infame legge Fornero sulle Pensioni con un sit in davanti al Ministero del Lavoro indetto insieme all’Associazione dei Generici dello Spettacolo e nel quale sono confluiti anche rappresentanti del Coordinamento quota 96 (insegnati esodati da 27 mesi in lotta), l’Associazione Diritto alla Pensione e un altro Comitato di esodati.

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Precariato, cultura e conoscenza, di R. Sbordoni

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Riccardo SbordoniRelazione  di  Riccardo Sbordoni all’Assemblea del 13 maggio 2014 per la costruzione delle Case per la Sinistra unita

E’ di qualche giorno fa il presidio organizzato dagli studenti dei Licei romani davanti al MIUR, per contestare il test invalsi, lo strumento che forse più evidenzia il mutamento in atto nella scuola pubblica italiana, che va sempre più verso un modello anglosassone, puntando sulla privatizzazione dei luoghi della conoscenza superiore e quindi modificando l’istruzione così come l’abbiamo conosciuta fino a questo momento.

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