Lavoro

Rai: Slc Cgil, trasparenza su consulenze, acquisto di format, appalti, contratti conduttori e stars

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“Con la direzione di Gubitosi, nata sotto il Governo Monti, si era avviato un processo di riduzione dei compensi dei dirigenti neoassunti. Operazione che, come qualcuno afferma, avrà ridotto l’appeal per i professionisti che arrivano dal mondo dei privati, ma che aveva calmierato l’innalzamento sconsiderato degli stipendi per i dirigenti del servizio pubblico radio televisivo.” Lo afferma una nota di Slc Cgil nazionale.

“Ci sfugge il senso della polemica avviata dalle forze politiche che, con l’approvazione della “riforma della Rai”, prodotta senza aver tenuto in alcuna considerazione le critiche mosse da Slc nel corso di diverse audizioni  parlamentari, hanno attribuito una delega molto forte all’Amministratore Delegato, prevedendo nel testo di riforma deroghe a quanto stabilito in materia di reclutamento del personale e di appalti per le pubbliche amministrazioni.”

“Oggi – prosegue la nota – il Direttore Generale della Rai, a seguito dell’attribuzione dei poteri da Amministratore Delegato, ha la possibilità di decidere modalità di assunzione e retribuzioni, questione rafforzata dal fatto che, sotto il Governo Renzi, la Rai ha quotato in borsa Rai Way, di fatto privatizzando parte della società, ed ha emesso Bond ad investitori istituzionali per 350 milioni di euro, liberando l’azienda, al pari di altre società Pubbliche quotate in borsa, dal dover attribuire dei limiti ai compensi dei propri dirigenti.”

“Gli stipendi stratosferici di manager e dirigenti sono una consuetudine e un primato tutto italiano – ricorda Slc. E’ illogico chiedere alla Rai di essere competitiva, senza introdurre alcuna regola sul mercato pubblicitario e stupirsi poi di stipendi che rispondono proprio a quel mercato che non si vuole regolamentare. Ancora una volta siamo di fronte a populismi da quattro soldi ad opera di diverse forze politiche.”

“Il problema della Rai – conclude la nota di Slc Cgil – più che i compensi dei dirigenti con responsabilità apicali, è la modalità con cui si  spendono e sperperano risorse economiche per: l’acquisto di format (mediocri), in consulenze, in contratti per conduttori e star, per mantenere in essere un numero eccessivo di posizioni da dirigente (lascito delle forze politiche all’azienda che non risponde alle esigenze produttive della Rai).”

Comunicato stampa di SLC CGIL

tratto dal sito: http://www.slc-cgil.it/2016/07/rai-slc-cgil-trasparenza-su-consulenze-acquisto-di-format-appalti-contratti-conduttori-e-star/

L’impatto liberista, di C. Baldini

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Dagli anni ’90 in poi è subdolamente cambiata la civiltà del vivere, del convivere e la faccia della democrazia, reale. Quando l’ unico metro di valutazione divengono il Pil e le borse, significa che dal lato economico si scatena la corsa al Pil , aumentando competitivita, indipendente dal degrado della qualità della vita e dall’altra non si ha interesse a reinvestire in economia ma la si delega in perdita alla gestione politica.
Subdolamente perché i più speravano che solo la classe operaia dovesse come al solito pagare ed invece grazie alla crisi finanziaria indotta, tutte le categorie stanno soffrendo. Tutti coloro che non hanno accesso alle informazioni che contano, non possono arricchirsi o sopravvivere mediante clic che spostano le regole del gioco al giusto potere.

Quindi diviene meno importante produrre beni o servizi per investire e dare economia reale, piuttosto che aggiungere ricchezza a ricchezza.
E non importa se quel clic manda un Paese fallito o in dittatura, finché rende va bene.

Non è che la trasformazione sia giunta di improvviso , preparata per tempo dalla decisione Usa dell’accorpamento banca commerciale – banca affari. Veniva li a Bretton Woods sancito l’impiego del risparmio per investimento finanziario. Cadeva quindi due capisaldi dell’ economia reale : il credito territoriale e il possesso delle azioni industriali per sostenere le imprese nella loro crescita. Un patto insostituibile per lo sviluppo di un Paese: io compro azioni Fiat perché aiuto il lavoro per tutti. Ora compri e vendi per speculare, al di là della rappresentatività dell’azione. È un po’ come giocare alla roulette rossa sulla sopravvivenza di una economia e dei suoi addetti.
Non è un caso che Sanders pretenda la separazione bancaria, il rigido controllo della Fed sulle società quotate e la drastica limitazioni delle transazioni speculative. Difficile, sì, ma socialismo.
Dalla Cina all’ America, dall’ Europa agli Emirati Arabi, chi detiene leadership sulla Finanza globale, governa il mondo. È dallo scontro e convenienza tra essi che cadono governi, si fanno guerre per il possesso di aree di influenza, si usano dittatori, terroristi e false democrazie al fine di mantenere in equilibrio gli stessi poteri sulla pelle di chi non li ha. Non c’è infatti alcun motivo militare di continuare l’ accerchiamento da parte della coalizione alla Siria, se non quello di sottrarre influenza politica alla Russia. Una volta ci si minacciava con i missili, ora con il controllo del mercato. La strizzatina d’ occhio del fascista Erdogan a Putin è un avviso di sfratto alle 24 basi americane in Turchia. Il massacro dei Curdi ed ogni violazione dei diritti sono effetti collaterali. La posta è il controllo del mercato. E i terroristi nativi e foraggiati da Arabia Saudita e lasciati fare in Turchia sono uno strumento nello scontro di potere.

Anche la debole Europa,inetta e mediocre partecipa al piatto e al sistema attraverso i Ttp.
È ovvio che dovessero sparire le ideologie e la politica dovesse cambiare per non decidere. Perciò non abbiamo teste autonome ,potere politico, ma solo pedine politiche nello scacchiere internazionale. Lo stesso Obama, nonostante le buone intenzioni., ha dovuto soggiacere al mostro creato negli anni di Reagan , Bush e Thatcher.
In Europa non esiste un Paese socialista: la Grecia è alla gogna senza influenza e senza onore.

In Italia, dove abbiamo un Paese diviso tra pubblico,mantenuto col clientelismo, e privato con ogni diritto perduto, né il Pci del dopo Berlinguer, né la Cgil del dopo Cofferati che si è crogiolata nell’ identificazione col Pd, hanno valutato la portata di sconvolgimenti che venivano dalla globalizzazione. Si sono adeguati al concetto di massima competizione, pensando alla qualità decisamente scartata a favore del basso costo.
Non mi spiego diversamente la calata di braghe di D’Alema, Fassino, Chiamparino inquadrati nel New deal malefico della fusione a freddo veltroniana. Fusione con chi questo mercato globale lo incensava, avendo il capitalismo fissato nel suo DNA. Tutto ciò ha portato da Treu, Biagi in poi ad accordi disattesi da difendere con lotte continue per farli rispettare. E Cgil , anche isolata, si è riparata nel Pd, dopo il 2008, con un silenzio assenso colpevole e traditore dei suoi valori. Abbiamo perso il contatto con il degrado culturale e sociale nelle fabbriche, negli uffici. E come al solito bersagliati anziché sorretti a ricompattarsi e porsi riferimento per la difesa dei diritti ci siamo ripiegati sulle singole difese aziendali e sui soli contratti. Pare che qualcosa cambi , ma è molto tardi.

Nel pubblico dopo un perdurare ancora di clientelismo, è precipitato tutto. Niente contratti, furbetti a volte difesi, dirigenti intatti.

Abbiamo ancora la forza e il coraggio di cambiare il nostro palazzo per tornare alla lotta? Non so, ma non c’è scelta è non perché spariamo noi, ma perché nessuno è ora più in grado di noi di tentare.
L’ultima nefandezza del Jobs act ha allargato la faglia tra la dirigenza e la base. Anche qui solo Landini e pochi altri hanno capito. Basta analizzare bene come il Jobs act sia un atto pro poteri forti del mercato. Si è interrotta la fidelizzazione del lavoratore con il suo posto di lavoro che non significava solo stabilità, ma attaccamento e collaborazione. Ha rotto un modesto equilibrio di poteri tra impresa e lavoratori faticosamente conquistato, lo tiene perennemente sulla porta di uscita.

Da Pomigliano in poi con l’ appoggio politico e dei sindacati soliti, Marchionne rappresenta sul mercato dell’usato auto la mano della Finanza e ancora il pd lo loda.

Bisogna tornare all’ origine. Non so come.
E la sinistra non ha finito il suo ruolo. Ma anche qui è sfacelo. Ovviamente,venendo a mancare dalla sinistra il partito maggiore in politica di destra impegnato con ominicchi e furbetti è normale. Quello che non è normale è avere gente che si dice di sinistra, ma vuole alleanze con Verdini.

Non vedo una grande volontà di tentare, di unirsi di rendersi credibili. In fondo dobbiamo trarre forza e unità da chi ripartì dopo la Resistenza anche se era più semplice. Volendo, ora, abbiamo maestri e strumenti culturali alle spalle da far prevalere sui piccoli uomini che abbiamo dentro

In fondo giochiamo il futuro di un Paese che potrebbe anche dare una svolta in Europa.

Claudia Baldini

Attacco alla Costituzione, una lunga storia, di L. Canfora

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L’attacco alla Costituzione partì già quasi all’indomani del suo varo. Il 2 agosto 1952 Guido Gonella, all’epoca segretario politico della Democrazia cristiana, chiedeva – in un pubblico comizio – di riformare la Costituzione italiana, entrata in vigore appena tre anni e mezzo prima, il 1 gennaio 1948. Si trattava di un discorso tenuto a Canazei, in Trentino, e la richiesta di riforma mirava – come egli si espresse – a «rafforzare l’autorità dello Stato», ad eliminare cioè quelle «disfunzioni della vita dello Stato che possono avere la loro radice nella stessa Costituzione». E concludeva, sprezzante: «la Costituzione non è il Corano!» (Il nuovo Corriere, Firenze, 3 agosto 1952).

Nello stesso intervento, il segretario della Dc, richiamandosi più volte a De Gasperi, chiedeva di modificare la legge elettorale, che – essendo proporzionale – dava all’opposizione (Pci e Psi) una notevole rappresentanza parlamentare. L’idea lanciata allora, in piena estate, era di costituire dei «collegi plurinominali», onde favorire i partiti che si presentassero alle elezioni politiche «apparentati» (Dc e alleati).

Come si vede, sin da allora l’attacco alla Costituzione e alla legge elettorale proporzionale (la sola che rispetti l’articolo 48 della Costituzione, che sancisce il «voto uguale») andavano di pari passo.

Pochi mesi dopo, alla ripresa dell’attività parlamentare fu posto in essere il progetto di legge elettorale (scritta da Scelba e dall’ex-fascista Tesauro, rettore a Napoli e ormai parlamentare democristiano) che è passata alla storia come «legge truffa». Imposta, contro l’ostruzionismo parlamentare, da un colpo di mano del presidente del senato Meuccio Ruini, quella legge fu bocciata dagli elettori, il cui voto (il 7 giugno 1953) non fece scattare il cospicuo «premio di maggioranza» previsto per i partiti «apparentati».

L’istanza di cambiare la Costituzione al fine di dare più potere all’esecutivo divenne poi, per molto tempo, la parola d’ordine della destra, interna ed esterna alla Dc, spalleggiata dal movimento per la «Nuova Repubblica» guidato da Randolfo Pacciardi (repubblicano poi espulso da Pri), postosi in pericolosa vicinanza – nonostante il suo passato antifascista – con i vari movimenti neofascisti, che una «nuova Repubblica» appunto domandavano.

La sconfitta della «legge truffa» alle elezioni del 1953 mise per molto tempo fuori gioco le spinte governative in direzione delle due riforme care alla destra: cambiare la Costituzione e cambiare in senso maggioritario la legge elettorale proporzionale. Che infatti resse per altri 40 anni. Quando, all’inizio degli anni Novanta, la sinistra, ansiosa di cancellare il proprio passato, capeggiò il movimento – ormai agevolmente vittorioso – volto ad instaurare una legge elettorale maggioritaria, il colpo principale alla Costituzione era ormai sferrato. Ammoniva allora, inascoltato, Raniero La Valle che cambiare legge elettorale abrogando il principio proporzionale significava già di per sé cambiare la Costituzione. (Basti pensare, del resto, che, con una rappresentanza parlamentare truccata grazie alle leggi maggioritarie, gli articoli della Costituzione che prevedono una maggioranza qualificata per decisioni cruciali perdono significato). Ma la speranza della nuova leadership di sinistra (affossatasi più tardi nella scelta suicida di assumere la generica veste di partito democratico) era di vincere le elezioni al tavolo da gioco. Oggi è il peggior governo che l’ex-sinistra sia stata capace di esprimere a varare, a tappe forzate e a colpi di voti di fiducia, entrambe le riforme: quella della legge elettorale, finalmente resa conforme ad un tavolo da poker, e quella della Costituzione.

Ma perché, e in che cosa, la Costituzione varata alla fine del 1947 dà fastidio? Si sa che la destra non l’ha mai deglutita, non solo per principi fondamentali (e in particolare per l’articolo 3) ma anche, e non meno, per quanto essa sancisce sulla prevalenza dell’«utilità sociale» rispetto al diritto di proprietà (agli articoli 41 e 42). Più spiccio di altri, Berlusconi parlava – al tempo suo – della nostra Costituzione come di tipo «sovietico»; il 19 agosto 2010 il Corriere della sera pubblicò un inedito dell’appena scomparso Cossiga in cui il presidente-gladiatore definiva la nostra costituzione come «la nostra Yalta». E sullo stesso giornale il 12 agosto 2003 il solerte Ostellino aveva richiesto la riforma dell’articolo 1 a causa dell’intollerabile – a suo avviso – definizione della Repubblica come «fondata sul lavoro». E dieci anni dopo (23 ottobre 2013) tornava alla carica (ma rimbeccato) chiedendo ancora una volta la modifica del nostro ordinamento: questa volta argomentando «che nella stesura della prima parte della Costituzione – quella sui diritti – ebbe un grande ruolo Palmiro Togliatti, l’uomo che avrebbe voluto fare dell’Italia una democrazia popolare sul modello dell’Urss». Di tali parole non è tanto rimarchevole l’incultura storico-giuridica quanto commovente è il pathos, sia pure mal riposto.

Dà fastidio il nesso che la Costituzione, in ogni sua parte, stabilisce tra libertà e giustizia. Dà fastidio – e lo lamentano a voce spiegata i cosiddetti «liberali puri» convinti che finalmente sia giunta la volta buona per il taglio col passato – che la nostra Costituzione sancisca oltre ai diritti politici i diritti sociali. Vorrebbero che questi ultimi venissero confinati nella legislazione ordinaria, onde potersene all’occorrenza sbarazzare a proprio piacimento, come è accaduto dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori.

La coniugazione di libertà e giustizia era già nei principi generali della Costituzione della prima Repubblica francese (1793): «La libertà ha la sua regola nella giustizia». Ed è stata poi presente nelle costituzioni – italiana, francese della IV Repubblica, tedesca – sorte dopo la fine del predominio fascista sull’Europa: fine sanguinosa, cui i movimenti di resistenza diedero un contributo che non solo giovò all’azione degli eserciti (alleati e sovietico) ma che connotò politicamente quella vittoria. Nel caso del nostro paese, è ben noto che l’azione politico-militare della Resistenza fu decisiva per impedire che – secondo l’auspicio ad esempio di Churchill – il dopofascismo si risolvesse nel mero ripristino dell’Italia prefascista magari serbando l’istituto monarchico.

La grande sfida fu, allora, di attuare un ordinamento, e preparare una prassi, che andassero oltre il fascismo: che cioè tenessero nel debito conto le istanze sociali che il fascismo, pur recependole, aveva però ingabbiato, d’intesa coi ceti proprietari, nel controllo autoritario dello Stato di polizia, e sterilizzato con l’addomesticamento dei sindacati. La sfida che ebbe il fulcro politico-militare nell’insurrezione dell’aprile ’45 e trovò forma sapiente e durevole nella Costituzione consisteva dunque – andando oltre il fascismo – nel coniugare rivoluzione sociale e democrazia politica. Perciò Calamandrei parlò, plaudendo, di «Costituzione eversiva» (1955), e perciò la vita contrastata di essa fu regolata dai variabili rapporti di forza della lunga «guerra fredda» oltre che dalle capacità soggettive dei protagonisti. C’è un abisso tra Palmiro Togliatti e il clan di Banca Etruria. Va da sé che l’estinguersi dei «socialismi» con la conseguente deriva in senso irrazionalistico-religioso delle periferie interne ed esterne all’Occidente illusoriamente vittorioso hanno travolto il quadro che s’è qui voluto sommariamente delineare. La carenza di statisti capaci e la autoflagellazione della fu sinistra non costituiscono certo il terreno più favorevole alla pur doverosa prosecuzione della lotta.

Luciano Canfora

articolo pubblicato sul quotidiano “il manifesto” e consultabile al link http://ilmanifesto.info/attacco-alla-costituzione-una-lunga-storia/

Il bicchiere di petrolio, di R. Donini

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Pubblichiamo sulle nostre pagine l’ interessante riflessione di Roberto Donini sull’esito dell’ultimo Referendum, ospitata sulla rivista “l’interferenza” di cui condividiamo molte posizioni critiche e molti spunti di dibattito. La nostra scelta vuole essere anche un gesto di solidarietà e di aiuto nei confronti di quella testata che in rete porta avanti coraggiosamente un confronto articolato e fuori dagli schemi dell’informazione tradizionale e che ora purtroppo è sotto attacco dei media.

La Redazione.

l'interferenza

Per una lettura del fallimento del referendum.

Il referendum contro le trivellazioni non è dunque arrivato al quorum – 31,19% generale (32,15% in Italia) 15,5 mln di votanti-   ciò cosa significa sul piano reale (tecnico), ideale-ideologico e politico? Scomporrei il tutto in tre domande: perché le persone sono così disaffezionate alle consultazioni (comprese oramai quelle elettorali)? Come viene condotta la discussione l’informazione politica? I veri motivi di potere, lontani dai quesiti referendari come dai programmi politici? Proviamo a costruire un filo o meglio un bicchiere.

Bicchiere mezzo pieno. Nonostante il caos informativo, dovuto allo stato miserrimo della propaganda dei media ma anche e soprattutto alla fine di sedi politiche di discussione e informazione popolare come erano i partiti di massa, quasi la metà dei votanti alle elezioni politiche-amministrative c’è “stato”. Significa che comunque sopravvive una “resistenza antropologica”, più che politica, un istinto a difendere il proprio cervello dalle idiozie somministrate dal pensiero dominante e “corretto”. Certo la maggioranza viene coinvolta nella deriva astensionista ma è una semplificazione demagogica che porterà “ruina” a colui che la arruola tra le sue fila. La realtà è più complessa.

Bicchiere. Il quesito referendario, nella sua veste giuridica, riguardava la fine (il termine temporale) dei contratti di concessione alle piattaforme entro le 12 miglia nautiche. Invece qual’era l’entità reale del problema? I motivi veri e “volgarissimi” dell’indizione del referendum? Infine la prospettiva concreta del petrolio mediterraneo? L’entità reale è ridicola: si tratta di poche decine di piattaforme di cui molte ferme, un buon numero improduttive, cioè diseconomiche, costando assai più di quello che producono, infine alcune (sotto alla decina) produttive di gas naturale. Interessante è capire le motivazioni “frondiste” dell’indizione. Perché ad indire il referendum sono state regioni del PD (capofila Emiliano in Puglia) o comunque di (cosiddetto) centro-sinistra? Perché, per imbrogli (inchiesta attorno al ministro Guidi) o sciatteria tecnico-burocratica (le cose avvengono pure o soprattutto per caso nel “sottobosco” ministeriale italiano), nei contratti (con le aziende petrolifere)  ci si è dimenticato (o si è omesso) di precisare il piccolo dettaglio, di chi e quando vanno smantellate le piattaforme improduttive (quasi tutte) ovvero chi ci mette la “grana” per farlo. Lì si è aperta la querelle interna al “partito che non esiste” (PD) che è poi stata “politicizzata”. Tuttavia l’argomento trova, infine, spiegazione “macroeconomica”, cioè più vasta e prospettica, arrivando al petrolio, al fatto. Primo, nel mediterraneo c’è poco petrolio e continuare a trivellare in mare, cioè in condizione di investimenti maggiori, è cosa già fallita (si pensi che sta fallendo la stessa trivellazione, ben più ricca di quantità estratte, del mare del nord); secondo, la diseconomia nasce dal prezzo “deflattivo” del petrolio: giusto ieri l’Arabia Saudita (litigando con l’Iran) ha confermato l’aumento della produzione con ulteriore calo dei prezzi. In pratica il petrolio, estratto a “terra”, “te lo tirano appresso” e non c’è argomento, nell’attuale economia globale, di “petrolio nazionale” che possa tenere.

Bicchiere mezzo vuoto. Nei due referendum del giugno 2011 sull’acqua pubblica e nucleare,  nonostante  il medesimo imbarazzo e disimpegno delle forze politiche, si travolsero privatizzatori e nuclearisti. Certo occorre ricordare l’effetto emotivo di Fukushima ma in generale c’è un dato ora non presente: allora si organizzò il movimento per l’acqua e si ri-organizzò il più antico movimento antinuclearista, insomma nonostante la già putrefazione dei partiti ci fù un soggetto militante. La politica di palazzo apparve per quello che è: chiacchiere. Ora mi pare che le chiacchiere e una speranza simbolica, fideistica, fatta di mari limpidi e generiche perorazioni naturalistiche ed edonistiche (prendiamoci la tintarella) non abbiano rovesciato il “disimpegno” ed elevato i ricordati e  bassi contenuti reali del quesito. Il problema della ricostruzione di un soggetto stabile è avere una chiara e razionale visione dove inquadrare le banalità, insomma rispondere alle emozioni-idiote di “petrolio nazionale” e agli “11.000 licenziamenti” non con le emozioni-foto di acque cristalline ma offrendo un altro modello economico in grado di sbarazzarsi della catena maggiore: “petrolio-auto”.

Bicchiere rotto. Poi senti, ieri sera, la demagogia di Renzi, il bollettino della vittoria, e capisci che, come si dice a Napoli, “sta ‘nguaiato”. Invece di mantenere un profilo basso, attacca le regioni e il suo principale avversario di “fronda”. Lui sa che il petrolio italiano è finito (per fortuna non è quasi mai iniziato) e che gli 11000 perderanno il lavoro ma preferisce buttarla in caciara per guadagnare qualche decimale “oggi” a fini interni. Ricorre a tutti i trucchi da baraccone e arruola nel “partito della nazione che non esiste” pure chi ha votato ma la realtà al di sotto delle lodi adulatorie è miseranda. Renzi e tutto il burattiname prodottosi attorno (prima/dopo) la “letterina dall’Europa” (5.8.2011) vive cirenaicamente “giorno per giorno”, con l’ingrato compito del ciarlatano di far credere che un precipizio sia una pianura. La cosa più interessante (sintomatica, direbbe uno psichiatra) e paradossale dell’ignobile discorso di ieri sera è che con l’ipocrita mozione degli affetti ha cercato di rendere il dramma della realtà (licenziamenti, ragazzo che avrebbe voluto votare) ma poi è prevalsa, proprio nel pronunciarla, “l’autoreferenzialità”, il rissoso parapiglia con le regioni e gli insulti con Emiliano. Dunque se guardiamo meglio, criticamente, dal bicchiere rotto della politica si vedono i nervosismi dei suoi attori incapaci di governare la frattura dalla realtà e ridotti, pirandellianamente, a cercarsi un autore per farsi apprezzare dai poteri veri. Purtroppo, come segnalavamo, negli stessi cocci fluttano indefiniti i soggetti “oppositivi” privi di una teoria del reale che dia alla prassi una continuità di battaglia.

Roberto Donini

articolo tratto dal sito  de l’interferenza

Jobs act e la dignità del lavoro, di V. Martino

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Sono passati ormai due anni dal decreto Poletti, primo capitolo del Jobs Act con il quale è stato liberalizzato il ricorso ai contratti a tempo determinato. Da allora il diritto del lavoro italiano è stato riscritto e completamente destrutturato. In attuazione della legge delega n. 183/2014, sono stati emanati dal governo ben otto decreti legislativi delegati, con i quali tra l’altro:

– è stato pressoché abolito l’art. 18 dello Statuto dei lavoratori per gli assunti con contratto a tutele crescenti (cioè tutti gli assunti a tempo indeterminato dopo il 7 marzo 2015), i quali non potranno praticamente mai essere reintegrati nel loro posto di lavoro in caso di licenziamento illegittimo;

– è stato introdotta in molti casi la possibilità di demansionare il dipendente;

– è stato legittimato il controllo a distanza sugli strumenti di lavoro, prevedendo anche l’utilizzabilità a fini disciplinari dei dati raccolti.

Le norme su demansionamento e controlli a distanza si applicano non solo ai nuovi assunti, ma a tutti e da subito. Non si può certo dire, dunque, che il governo Renzi non abbia fatto le riforme. Il problema è: come le riforme sono state fatte? Gli obiettivi propagandati dal governo erano quelli di creare nuova occupazione e di combattere il precariato. Quanto al primo obiettivo, i dati ci dicono che, al formidabile aumento di potere attribuito al datore di lavoro, non si è accompagnato un significativo aumento dell’occupazione complessiva.

E dire che il governo è stato generosissimo con le imprese, regalando incentivi a pioggia. La decontribuzione è già stata peraltro ridotta: quando cesserà del tutto l’effetto boomerang sarà inevitabile. Quelle ingenti risorse potevano dunque essere meglio impiegate. Anche il secondo obiettivo, quello di limitare il ricorso a forme di lavoro precario, sembra essere destinato ad un flop clamoroso. Già il contratto a tutele crescenti, per come è strutturato, costituisce esso stesso una sorta di ossimoro negoziale: è un contratto stabile e precario nello stesso tempo.

Ma i dati confermano nel contempo la tenuta delle assunzioni a termine e l’esplosione del lavoro accessorio. forma estrema di precariato. Se a ciò si aggiunge la scarsità di risorse destinate agli ammortizzatori sociali, si può tranquillamente affermare che la flexsecurity in salsa nostrana è ben lontana dai modelli nord europei ai quali si è finto di ispirarsi. Preso atto della gravità dell’attacco ai diritti dei lavoratori, la Cgil non si limita a protestare, ma finalmente formula una propria autonoma proposta di nuovo Statuto del lavoro.

Si tratta di una proposta molto complessa e ambiziosa, composta di ben 95 articoli destinata a divenire una proposta di legge di iniziativa popolare dopo la consultazione di cinque milioni di iscritti, ai quali in queste settimane viene richiesto il mandato per sostenerla anche con specifici quesiti referendari. Il testo, molto articolato anche perché vuol dare una risposta all’altezza dei tempi, si compone di tre parti.

Il titolo I sancisce diritti dei lavoratori a portata universale, configurabili in gran parte come diritti di cittadinanza, che valgono per tutti a prescindere dalla natura subordinata, parasubordinata ovvero autonoma del rapporto. Si tratta di norme tendenzialmente precettive, che garantiscono il diritto ad un lavoro dignitoso; ad un compenso equo e proporzionato; a condizioni ambientali sicure; al riposo ed alla conciliazione tra vita professionale e familiare; alla non discriminazione ed alle pari opportunità tra generi; alla riservatezza ed all’informazione; a forme di tutela assistenziale e pensionistica; ed altri diritti ancora.

Nel titolo II, destinato al diritto sindacale, si affronta finalmente la storica questione della piena attuazione dell’art. 39, seconda parte, della Costituzione, al fine di restituire centralità ed effettività alla rappresentanza sindacale e nel contempo di garantire l’efficacia generale (erga omnes) della contrattazione collettiva.

Nel titolo III , infine, si ripristinano i diritti cancellati o ridotti in questi anni, a cominciare dall’apparato sanzionatorio in caso di licenziamento illegittimo, nella cui disciplina riacquista piena centralità la reintegrazione nel posto di lavoro.

Un progetto ambizioso e di lungo respiro, dunque, che speriamo abbia le gambe per marciare. Ci sarà certo chi dirà che si vuole ritornare al passato: ma è indice di modernità togliere i diritti, incentivare la precarietà e l’insicurezza, dare il via libera ad ogni possibile abuso da parte delle imprese? Ed inoltre: è servito a qualcosa?

Vincenzo Martino

Avvocato giuslavorista, vice-presidente di AGI, Avvocati Giuslavoristi Italiani

tratto dal sito http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/02/10/jobs-act-e-la-dignita-del-lavoro/2448580/

Serve una cultura di pace, oggi è minoritaria, di G. Viale

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La guerra non è fatta solo di armi, eserciti, fronti, distruzione e morte. Comporta anche militarizzazione della società, sospensione dello stato di diritto, cambio radicale di abitudini, milioni di profughi, comparsa di “quinte colonne” e, viva iddio, migliaia di disertori e disfattisti, amici della pace. Quanto basta per capire che siamo già in mezzo a una guerra mondiale, anche se, come dice il papa, “a pezzi”.

Questa guerra, o quel suo “pezzo che si svolge intorno al Mediterraneo, è difficile da riconoscere per l’indeterminatezza dei fronti, in continuo movimento, ma soprattutto degli schieramenti. Se il nemico è il terrorismo islamista e soprattutto l’Isis, che ne è il coagulo, chi combatte l’Isis e chi lo sostiene? A combatterlo sono Iran, Russia e Assad, tutti ancora sotto sanzione o embargo da parte di USA e UE; poi i peshmerga curdi, che sono truppe irregolari, ma soprattutto le milizie del Rojava e il Pkk, che la Turchia di Erdogan vuole distruggere, e Hezbollah, messa al bando da USA e UE, insieme al Pkk, come organizzazioni terroristiche. A sostenere e armare l’Isis, anche ora che fingono di combatterlo (ma non lo fanno), ci sono Arabia Saudita, il maggiore alleato degli Usa in Medioriente, e Turchia, membro strategico della Nato. D’altronde, ad armare l’Isis al suo esordio sono stati proprio gli Stati uniti, come avevano fatto con i talebani in Afghanistan. E se la Libia sta per diventare una propaggine dello stato islamico, lo dobbiamo a Usa, Francia, Italia e altri, che l’hanno fatta a pezzi senza pensare al dopo. Così l’Europa si ritrova in mezzo a una guerra senza fronti definiti e comincia a pagarne conseguenze mai messe in conto.

La posta maggiore di questa guerra sono i profughi: quelli che hanno varcato i confini dell’Unione europea, ma soprattutto i dieci milioni che stazionano ai suoi bordi: in Turchia, Siria, Iran, Libano, Egitto, Libia e Tunisia; in parte in fuga dalla guerra in Siria, in parte cacciati dalle dittature e dal degrado ambientale che l’Occidente sta imponendo nei loro paesi di origine. Respingerli significa restituirli a coloro che li hanno fatti fuggire, rimetterli in loro balìa; costringerli ad accettare il fatto che non hanno altro posto al mondo in cui stare; usare i naufragi come mezzi di dissuasione.
Oppure, come si è cercato di fare al vertice euro-africano di Malta, allestire e finanziare campi di detenzione nei paesi di transito, in quel deserto senza legge che ne ha già inghiottiti più del Mediterraneo; insomma dimostrare che l’Europa è peggio di loro. Ma respingerli vuol dire soprattutto farne il principale punto di forza di un fronte che non comprende solo l’Isis, le sue “province” vassalle ormai presenti in larga parte dell’Africa e i suoi sostenitori più o meno occulti; include anche una moltitudine di cittadini europei o di migranti già residenti in Europa che condividono con quei profughi cultura, nazione, comunità e spesso lingua, tribù e famiglia di origine; e che di fronte al cinismo e alla ferocia dei governi europei vengono sospinti verso una radicalizzazione che, in mancanza di prospettive politiche, si manifesta in una “islamizzazione” feroce e fasulla.
Un processo che non si arresta certo respingendo alle frontiere i profughi, che per le vicende che li hanno segnati sono per forza di cose messaggeri di pace.

Troppa poca attenzione è stata dedicata invece alle tante stragi, spesso altrettanto gravi di quella di Parigi, che costellano quasi ogni giorno i teatri di guerra di Siria, Iraq, Afghanistan, Libia, Nigeria, Yemen, ma anche Libano o Turchia. Non solo a quelle causate da bombardamenti scellerati delle potenze occidentali, ma anche quelle perpetrate dall’Isis e dai suoi sostenitori, di Stato e non, le cui vittime non sono solo yazidi e cristiani, ma soprattutto musulmani. “Si ammazzano tra di loro” viene da pensare a molti, come spesso si fa anche con i delitti di mafia. Ma questo pensiero, come quella disattenzione, sono segni inequivocabili del disprezzo in cui, senza neanche accorgercene, teniamo un’intera componente dell’umanità.
E’ di fronte a quel disprezzo che si formano le “quinte colonne” di giovani, in gran parte nati, cresciuti e “convertiti” in Europa, che poi seminano il terrore nella metropoli a costo e in sprezzo delle proprie come delle altrui vite; e che lo faranno in futuro sempre di più, perché i flussi di profughi e le cause che li determinano (guerre, dittature, miseria e degrado ambientale) non sono destinati a fermarsi, quali che siano le misure adottate per trasformare l’Europa in una fortezza (e quelle adottate o prospettate sono grottesche, se non fossero soprattutto tragiche e criminali).

Coloro che invocano un’altra guerra dell’Europa in Siria, in Libia, e fin nel profondo dell’Africa, resuscitando le invettive di Oriana Fallaci, che speravamo sepolte, contro l’ignavia europea, non si rendono conto dei danni inflitti a quei paesi e a quelle moltitudini costrette a cercare una via di scampo tra noi; né dell’effetto moltiplicatore di una nuova guerra. Ma in realtà vogliono che a quella ferocia verso l’esterno ne corrisponda un’altra, di genere solo per ora differente, verso l’interno: militarizzazione e disciplinamento della vita quotidiana, legittimazione e istituzionalizzazione del razzismo, della discriminazione e dell’arbitrio, rafforzamento delle gerarchie sociali, dissoluzione di ogni forma di solidarietà tra gli oppressi. Non hanno imparato nulla da ciò che la storia tragica dell’Europa avrebbe dovuto insegnarci.

Una politica di accoglienza e di inclusione dei milioni di profughi diretti verso la “fortezza Europa”, dunque, non è solo questione di umanità, condizione comunque irrinunciabile per la comune sopravvivenza. E’ anche la via per ricostruire una vera cultura di pace, oggi resa minoritaria dal frastuono delle incitazioni alla guerra. Perché solo così si può promuovere diserzione e ripensamento anche tra le truppe di coloro che attentano alle nostre vite; e soprattutto ribellione tra la componente femminile delle loro compagini, che è la vera posta in gioco della loro guerra. Nei prossimi decenni i profughi saranno al centro sia del conflitto sociale e politico all’interno degli Stati membri dell’UE, sia del destino stesso dell’Unione, oggi divisa, come mai in passato, dato che ogni governo cerca di scaricare sugli altri il “peso” dell’accoglienza.

Eppure, fino alla crisi del 2008 l’UE assorbiva circa un milione di migranti ogni anno (e ne occorrerebbero ben 3 milioni all’anno per compensare il calo demografico). Ma perché, allora, l’arrivo di un milione di profughi è diventato improvvisamente una sciagura insostenibile? Perché da allora l’Europa ha messo in atto una politica di austerity, a lungo covata negli anni precedenti, finalizzata a smantellare tutti i presidi del lavoro e del sostegno sociale e a privatizzare a man bassa tutti i beni comuni e i servizi pubblici da cui il capitale si ripromette quei profitti che non riesce più a ricavare dalla produzione industriale. Ma quelle politiche, che non danno più né lavoro né redditi decenti a molti, né futuro a milioni di giovani, non possono certo concedere quelle stesse cose a profughi e migranti. Devono solo costringerli alla clandestinità, per pagarli pochissimo, ridurli in condizione servile, usarli come arma di ricatto verso i lavoratori europei per eroderne le conquiste.

Per combattere questa deriva occorrono non solo misure di accoglienza (canali umanitari per sottrarre i profughi ai rischi e allo sfruttamento degli “scafisti” di terra e di mare, e permessi di soggiorno incondizionati, che permettano di muoversi e lavorare in tutti i paesi dell’Unione); ma anche politiche di inclusione: insediamenti distribuiti per facilitare il contatto con le comunità locali, reti sociali di inserimento, accesso all’istruzione e ai sevizi, possibilità di organizzarsi per avere voce quando si decide il futuro dei loro paesi di origine. Ma soprattutto, lavoro: una cosa che un grande piano europeo di conversione ecologica diffusa, indispensabile per fare fronte ai cambiamenti climatici in corso e alternativo alle politiche di austerity, renderebbe comunque necessaria.
Ma per parlare di pace occorre che venga bloccata la vendita di armi di ogni tipo agli Stati da cui si riforniscono l’Isis e i suoi vassalli, che non le producono certo in proprio.

Guido Viale

 

Pubblicato su “Il manifesto” il 18/11/2015

http://ilmanifesto.info/serve-una-cultura-di-pace-oggi-e-minoritaria/

Recensione del libro di Luciano Gallino “Il costo umano della flessibilità”, a cura di M. Managò

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©AlessandroParis/Lapresse Trento 01-06-2008 economia Festival dell'economia Nella foto: Luciano Gallino

Nella foto: Luciano Gallino

 

Il libro Il costo umano della flessibilità, opera del professore universitario Luciano Gallino (pubblicato da Editori Laterza), rappresenta una testimonianza interessante riguardo i nuovi sviluppi della condizione lavorativa, italiana e mondiale.
In poche pagine l’autore è in grado di centrare il fenomeno “flessibilità”, di indicare gli aspetti degenerativi e di suggerire alcuni correttivi.
La famelica new-economy mondiale, sull’onda della necessità esclusiva di contenere i costi di produzione, supportata dalle dichiarazioni della Banca d’Italia, della Confindustria e dell’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico), tende all’impiego “misurato” della forza lavoro. Il materiale umano è necessario senza produrre sprechi e vuoti produttivi, alternando fasi più dinamiche ad altre meno attive.
L’azienda mira allo sfruttamento ad hoc della forza lavoro utilizzando particolari periodi del mese o dell’anno, sconfessando quella condivisione di rapporto a tempo indeterminato così svantaggiosa economicamente. Altrettanto infruttuoso è il ricorso al cosiddetto “lavoro straordinario”; ben più sensato d’ogni flessibilità.
“E’ dal suo inflessibile perseguimento ad opera delle imprese, all’insegna dell’imperativo primo non assumere, che nascono i contratti a tempo determinato; gli impieghi a tempo parziale…” scrive Gallino.
Alcuni studiosi dei fenomeni economici considerano la flessibilità come un’ottima occasione per muovere il mondo del lavoro, creando nuova occupazione in barba alla rigidità normativa del settore. All’autore del volume, e allo scrivente, tali supposizioni paiono, però, prive di valido fondamento.
All’Italia si rimprovera troppa Epl (Employment protection legislation, ossia “rigidità della legge a protezione dell’impiego”) ma allo stesso tempo è impossibile riconoscere valide opportunità di sviluppo, di occupazione. Anzi, il quadro attuale sembra proprio minare le conquiste sociali e normative (diritto del lavoro) acquisite in decenni di rivendicazioni. Lo schema normativo sembra, per alcuni esperti, l’ostacolo più serio alla dinamicità imprenditoriale; svuotato, invece, da qualsiasi retaggio etico, deve assecondare i dettami dell’elasticità aziendale.
L’autore sottolinea quanto la disgregazione e la frammentazione professionale contribuiscano ad allentare qualsiasi attività associativa dei lavoratori, a tutto vantaggio dell’azienda e quanto questa sia legittimata ad affrancarsi da qualsiasi vincolo etico riguardo i licenziamenti.
L’imprenditore, quindi, a differenza di qualche collega del passato (più filantropico), scarica sulle istituzioni, e sull’interessato, il peso del licenziamento.
L’ansia e il disagio che il licenziato o il precario traspongono nella società, e nella famiglia, sono decisamente notevoli e in continuo aumento (sulle spalle di oltre 8 milioni di individui), illegittimi figli di una flessibilità volano dell’imposta globalizzazione.
Dirigenti e funzionari, pressati dalle esigenze crescenti di contenere il costo della forza-lavoro, in alcuni casi comprendono il periglioso percorso intrapreso ma si adeguano, rapaci carrieristi, alle pazze regole del sistema. Un regime, ricorda Gallino, costituito “…dalle privatizzazioni mal concepite che hanno privato il paese sia di gioielli tecnologici, sia di ben rodati strumenti di sviluppo di infrastrutture pubbliche”.
Molti studiosi hanno ritenuto necessaria, per l’Italia, una flessibilità estesa pur di non perder terreno nell’era della globalizzazione; i risultati raggiunti in tal senso sono tali che il nostro paese si dimostra fiero paladino e modello meritevole di studio per gli altri paesi leggermente in ritardo(!).
Le forme assunte dalla flessibilità sono molteplici: da una di tipo esclusivamente quantitativo, fondato sulla fredda corrispondenza della forza lavoro al ciclo produttivo del momento, salvo mutare la numericità in funzione del mercato; a una di stampo qualitativo che prevede, come scrive l’autore “l’articolazione differenziale dei salari, praticata per ancorarli ai meriti individuali o alla produttività di reparto o di impresa; le modificazioni degli orari…”.
Solo in rari casi la flessibilità conosce una caratterizzazione positiva e nasce da una scelta del lavoratore stesso, di orario o categoria professionale, in posizione di autogoverno, grazie alla quale non si avverte alcun disagio psicologico o sociale.
Tutte le altre fattispecie della flessibilità, invece, comportano rilevanti oneri personali e sociali che pregiudicano sia le previsioni a breve durata sia la progettazione a lungo termine: una castrazione notevole sullo sviluppo della personalità.
Altra forma di disagio e di penalizzazione è quella, non riscontrabile in rari casi di professionalità elevata, in cui le mansioni svolte, variabili secondo i vari contratti, siano talmente irrilevanti nel sistema lavorativo italiano e sia così impossibile formare un bagaglio culturale/professionale spendibile all’esterno.
Non possedere un ufficio, non sviluppare relazioni professionali, non identificare la propria persona con il posto occupato in un’azienda, sono fattispecie che incidono notevolmente sullo stato emotivo e mentale del precario.
L’autore distingue quattro sistemi di lavoro flessibile: da quello razionalizzato, vincolato saldamente da fattori tecnici e organizzativi (call centers e ambienti di fast food), a quello di qualificazione medio-bassa ed alta intensità di forza lavoro (costruzioni stradali), per poi proseguire con quelli semi-autonomi, contrassegnati da notevole autogestione e possibilità di comando, sino a concludere con le forme più elevate, di stampo professionale, più svincolate da legacci e rigidità strutturali. Queste ultime prediligono forme di contratto a tempo determinato (giudicando infruttifere quelle indeterminate), in quanto la loro capacità di rinnovarsi e di offrirsi, a varie aziende, con professionalità crescente, è funzionale alla ricerca di uno sviluppo carrieristico e remunerativo.
Paladini e vestali della flessibilità, anziché vittime, Gallino li raffigura così: “Delle tutele sindacali non sanno che farsene: il loro ideale è (molti vi si avvicinano) a ciascuno/a il suo contratto”.
Per loro la formazione è una componente essenziale, senza la quale sarebbe minata la particolare professionalità acquisita e spendibile. Lo sviluppo tecnologico, inoltre, da assecondare e prevenire, è una costante minaccia, perché l’innovazione continua potrebbe evidenziare, in un settore, determinate professionalità ormai anacronistiche.
Diversa la situazione per la stragrande maggioranza dei lavoratori precari attuali, in larga parte giovani, donne, maggiori di 40 anni, chi ha un titolo di studio non elevato o risieda nelle zone d’Italia cronicamente a disagio occupazionale.
Faccia riflettere l’osservazione di Gallino: “…il lavoro interinale più come un serbatoio di lavoratori-massa che non come un mezzo per sopperire a carenze contingenti di personale di elevata caratura tecnica, come fu presentato all’inizio”.
Siamo ormai nella cosiddetta new-economy che, comunque, di là da alcune innovazioni terminologiche (call centers in luogo di centralini) non migliora di certo le condizioni di sfruttamento del post-fordismo o post-taylorismo, basandosi sempre su tecniche di “intensificazione produttiva” e di “densificazione del lavoro”, sopprimendo ogni buco nell’orario produttivo, quand’anche previsto per la legittima pausa; net e new-economy, inoltre, non producono alcuna riduzione del lavoro qualificato, come previsto da alcuni, anzi ne aumentano la diffusione.
Le soluzioni da alternare al triste fenomeno sono di molteplice natura e, integrandosi, potrebbero lenire il disagio subito; innanzitutto quello morale, psicologico, di crisi personale, col quale si traumatizza ogni licenziamento sino alla moderata euforia per quello nuovo. Sarebbe, inoltre, opportuna una certificazione delle attività svolte durante i vari percorsi lavorativi, utilizzandola per future professioni e capitalizzare, così, l’esperienza acquisita (il cosiddetto “credito formativo”).
Molte aziende ricorrono alla flessibilità per mantener sempre il proprio personale entro determinati standard di giovinezza, non solo fisica, anche tecnologica. Aggiornare costantemente coloro che varcano la temuta soglia dei quaranta anni significherebbe investire eccessivamente nella formazione. Purtroppo l’esasperazione dei bilanci pone in secondo piano il significato di tale preparazione e, dimentica delle situazioni personali del lavoratore (non più come mera risorsa fisica), preferisce rinnovarlo anziché “formarlo” in sede.
Fondamentale è anche donar giusto valore al luogo come espressione dell’identità del lavoratore, anziché disperderlo in anonime e vacanti sedi, tra centinaia di operatori, spesso di aziende diverse ma sotto lo stesso tetto per risparmiare (terzizzazione interna), oppure confinare l’attività in mansioni senza scrivania (deskless jobs). Il proficuo rapporto interpersonale tra colleghi e datori di lavoro rischia di svanire, compresso da flessibilità e telelavoro.
Un ruolo essenziale, rivolto anche a eliminare qualsiasi differenziazione e ritardo regionale, dovrebbe essere svolto dallo Stato per mezzo delle istituzioni locali, favorendo, in più, il relativo associazionismo. A tale scopo si dovrebbe legare l’attività sindacale.
Sembra utopia il solo ricordare le espressioni di pochi decenni or sono, quando si paventava la possibilità di poter scegliere la propria flessibilità: si dibatteva della “rivoluzione del tempo liberamente scelto”, che avrebbe addolcito la rigidità di determinati e ineluttabili processi.
Il volume di Gallino è preciso nell’individuare le problematiche e le possibili soluzioni. A queste aggiungerei il colpevole silenzio dei media ammaestrati, di regime, per esigenze di sponsor commerciali e ideologici costretti a tacere e a dirigere l’attenzione su fenomeni di bassissimo profilo, anziché informare la popolazione sul grande cancro che pian piano la sta divorando; un male che allunga i suoi tentacoli su tutti, anche su quelli che pensano di esserne fuori e continuano a “divorare” sponsor, gli stessi per i quali un giorno andranno a lavorare, flessibilmente. Impossibile, poi, riconoscere un ruolo degno di nota alle associazioni sindacali, non più in grado di salvaguardare le conquiste lavorative degli anni settanta, già seminate e sbocciate quaranta anni prima.

Marco Managò

recensione pubblicata sul sito http://www.rinascita.net/ e sul sito http://ariannaeditrice.it/

Sulla laicità delle istituzioni e le responsabilità della sinistra, di M. Zanier

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In un periodo in cui si guarda al Papa come al miglior referente per il rispetto dei diritti dei più deboli, ci si dimentica troppo spesso del ruolo storico delle forze della sinistra e della laicità delle nostre istituzioni, io torno col pensiero alla Breccia di Porta Pia ed al sacrificio dei bersaglieri caduti per rendere l’Italia unita e libera quel 20 settembre 1870. Quel giorno, al temine della Terza Guerra d’Indipendenza, essi si sono aperti faticosamente una breccia nelle mura vaticane a suon di cannonate e sono entrati vittoriosi a Roma guidati dal generale Raffaele Cadorna. Da quel giorno è ufficialmente finito il potere temporale della Chiesa, lo Stato Pontificio è caduto, al suo posto è nata l’Italia unita. Pochi mesi dopo Roma verrà proclamata capitale d’Italia.

Al momento della nascita della Repubblica Italiana, i padri costituenti hanno voluto sancire le fondamenta laiche del nostro Stato, scrivendo nella nostra Costituzione l’Articolo 7 : “Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani. I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi. Le modificazioni dei Patti accettate dalle due parti, non richiedono procedimento di revisione costituzionale”. E la separazione dei poteri è stata confermata dal successivo Concordato, sottoscritto dai i due Stati nel 1984. Ed oggi che assistiamo alle ennesime ingerenze di oltretevere nelle vicende italiane (si veda il caso Marino e la resistenza delle forze politiche di ispirazione cattolica a far pagare l’IMU agli immobili del Vaticano od a far approvare la legge sulle unioni civili mentre si continuano a sovvenzionare le scuole private cattoliche coi soldi della scuola pubblica ed il fatto che lo stesso succede nella sanità ) mi domando se non sia il caso di ripartire anche da lì per definire il profilo e gli obiettivi di una politica alternativa realmente efficace per il Paese. Non intendo con questo il limitarsi al laicismo di facciata senza toccare le controriforme degli ultimi governi e di questo in particolare che hanno attaccato e distrutto le ultime certezze dello Stato sociale rimaste negli italiani (abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori e del contratto di lavoro a tempo indeterminato, trasformazione della Scuola pubblica in una succursale delle aziende private con la chiamata diretta del preside-manager, riduzione drastica della democrazia rappresentativa con il ridimensionamento drastico del ruolo del Senato e l’elaborazione dell’Italikum, ossia la legge elettorale che annulla i contrappesi istituzionali previsti dalla Costituzione) ma coniugare le istanze più serie e rigorose della difesa dei diritti dei lavoratori, dei pensionati, dei tanti tantissimi precari e senza reddito né certezze abitative e dei ceti medi in grandissima difficoltà con una sana, antica e indispensabile presa di distanza dalla politica pontificia, che dovrebbe riguardare solo la Città del Vaticano.

Per questo oggi, sento il bisogno di guardare anche indietro a quel 20 settembre 1870 ed ai 49 bersaglieri caduti, perché è al loro sacrificio che dobbiamo l’unità d’Italia. Tutti quanti. E sento il bisogno di ricordare i loro nomi, sperando di non essere il solo a sentirsi riconoscente per il loro sacrificio:  PAGUARI GIACOMO, PALAZZOLI MICHELE, CASCARELLA EMANUELE,PARILLO GIACOMO, RIPA ALARICO, AGOSTINELLI PIETRO, CANAL LUIGI,GAMBINI ANGELO, BOSI CESARE, MATRICCIANI ACHILLE, MORRARA SERAFINO, ZOBOLI GAETANO, VALENZIANI AUGUSTO, SANTUNIONE TOMMASO, PERRETTO PIETRO, MARTINI DOMENICO, PAOLETTI CESARE, THEORISOD LUIGI DAVID, RISATO DOMENICO, MARABINI PIO, LEONI ANDREA, IACCARINO LUIGI, IZZI PAOLO, CARDILLO BENIAMINO, GIANNITI LUIGI, CORSI CARLO, RAMBALDI DOMENICO, GIOIA GUGLIELMO, BONEZZI TOMMASO, SANGIORGI PAOLO, CALCATERRA ANTONIO, TURINA CARLO, ROMAGNOLI GIUSEPPE, MATTESINI FERDINAND, BERTUCCIO DOMENICO, ZANARDI PIETRO, COMPAGNOLO DOMENICO, BOSCO ANTONIO, MAZZOCCHI DOMENICO, CAVALLO LORENZO, TUMINO GIUSEPPE, MADDALENA DOMENICO, ALOISIO VALENTINO, BIANCHETTI MARTINO, DE FRANCISI FRANCESCO, SPAGNOLO GIUSEPPE, FRANCISI FRANCESCO SPAGNOLO, GIUSEPPE XHARRA LUIGI, RENZI ANTONIO.

Marco Zanier.

Sindacato sotto attacco, la via d’uscita è l’unità, di B. Ugolini

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Bruno Ugolini

Ho davanti una pagina de l’Unità di giovedì 11 settembre 1969. C’è un titolo enorme: “SCIOPERO: i metallurgici iniziano la battaglia per il contratto”. Era l’avvio di quello che il socialista Francesco De Martino battezzerà come “autunno caldo”. Sarebbe interessante andare a vedere le stesse pagine dell’epoca prodotte dal Corriere della Sera o dalle reti televisive. Troveremmo le stesse rampogne, le stesse grida scandalizzate che troviamo oggi in quasi tutti i mass media. Per cui le parole usate nell’editoriale de l’Unità quel giorno del 1969, firmato da Bruno Trentin, potrebbero essere riprodotte anche oggi. Laddove, ad esempio, si sofferma sui “vibranti articoli del Corriere della Sera” i quali non riconoscono più “il Sindacato buono e vilipeso, dai gruppi contestatori”.

Certo viviamo in tempi ben diversi da quel 1969. Allora c’era l’espansione economica, oggi c’è la decrescita infelice. C’è però qualcosa che non cambia. E’ l’atteggiamento prepotente della Confindustria. Oggi vuole cancellare il contratto nazionale per dare ampio spazio a quello aziendale (sapendo che è presente in un’assoluta minoranza di fabbriche). E che cosa chiedeva imperiosamente nel 1969? Lo ricorda ancora Trentin: “la rinuncia dei Sindacati ad ottenere anche a livello aziendale dei miglioramenti integrativi”. Niente contratti aziendali. La solita solfa, capovolta.

E anche allora l’informazione stava quasi tutta impegnata nel sostegno alla parte imprenditoriale. Sempre il Corriere il 19 ottobre del 1969 invoca una “legge sindacale” nonché “uno Stato autorevole”. Mentre il 4 dicembre annota come “le nuove forme di lotta sindacali pongono problemi sulla sopravvivenza stessa delle libere istituzioni”. Non tutti, però, 45 anni fa, si piegavano al conformismo dilagante. C’era chi indagava sul malessere del mondo del lavoro, sulle ragioni dei sindacati. Parliamo di Sergio Turone, Giorgio Bocca, Pietro Radius, Giovanni Russo, Goffredo Parise, Ignazio Silone, Cesare Zappulli.Oggi fare nomi altisonanti è più difficile.

La grande novità sta poi nei comportamenti dell’attuale governo. Le compagini capitanate da Rumor o Forlani non si sarebbero mai sognate di prendere per i fondelli i capi sindacali dell’epoca. Ve lo immaginate un Aldo Moro che accusa Luciano Lama di essere un retrogrado, un conservatore perché non capisce anticipatamente (come poteva avvenire all’epoca) il sorgere del cosiddetto “operaio massa”, la presenza di una forza fresca e combattiva a Mirafiori?

Fatto sta che nella nostra tecnologica epoca, l’informazione sta al gioco. C’è un Belpietro che chiede di “limare le unghie” ai sindacati, mentre il direttore del Sole 24 Ore invoca Di Vittorio e il suo piano del lavoro, ignorando che anche la Cgil della Camusso ha un piano del lavoro. Un piano che il governo non prende in alcuna considerazione, come del resto fecero i governi al tempo di Di Vittorio. E certo resta difficile pensare a quel grande “cafone” che incita gli operai e i braccianti a levarsi il cappello davanti a Squinzi e compagnia.

D’altronde un’altra novità oggi, a proposito di Confindustria, è data dalla scomparsa di quelli che un tempo si chiamavano “falchi” e “colombe”. Gli industriali metalmeccanici e chimici sono accanto a Squinzi nel ripudiare un negoziato sui contratti. Perché mai dovrebbero essere loro a impegnarsi in una trattativa quando hanno a disposizione esponenti di un “governo amico” che già hanno dato molto riassorbendo l’articolo 18 e disponendo notevoli incentivi per l’assunzione di giovani a contratto chiamato indeterminato, anche se nel finale può essere sciolto? Misure che incrementano dello zero virgola qualcosa l’occupazione suscitando un’esultanza ottimistica che non può essere condivisa dall’esercito dei giovani precari rimasti in costante attesa.

Oggi però, di fronte all’imponente campagna antisindacale, molto più forte rispetto al passato, c’è per i sindacati un rischio centuplicato dell’isolamento. Ecco perché sarebbe necessario dare un respiro alto alla battaglia che si preannuncia. Non può essere, credo, una battaglia solo salariale capace di coinvolgere, certo giustamente, operai, impiegati e tecnici attualmente occupati. Le piattaforme, come credo si stia operando, devono essere capaci di parlare anche ai nuovi assunti e a quelli non ancora assunti. Capaci di dare risposte a problemi della diffusione e non della restrizione del lavoro, anche con manovre sugli orari. Capaci di dare risposte alle domande di partecipazione: magari conquistando “consigli di sorveglianza” e replicando così a chi addita sempre l’esempio dei sindacati tedeschi. Piattaforme accompagnate da richieste ai “poteri pubblici” perché cerchino le strade per agire in supplenza di quegli imprenditori che scappano all’estero.

C’è infine un’esigenza sopra tutte le altre. Quella di rafforzare l’unità tra Cgil, Cisl e Uil. Tornano bene le parole di Trentin che chiudono quell’editoriale di tanti anni fa: “La nostra arma decisiva: l’unità e la democrazia di base…Qui sta la chiave del potere che il Sindacato riuscirà ad esprimere con la battaglia d’autunno…qui sta la chiave della vittoria dei lavoratori”.

Bruno Ugolini

tratto da http://www.rassegna.it/articoli/sindacato-sotto-attacco-la-via-duscita-e-lunita