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Lettera aperta di Mussi a Migliore e a chi vuole uscire da Sel

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Cari Gen­naro, Titti, Clau­dio, e cari com­pa­gni che avete lasciato Sel o che medi­tate di farlo,

non vi dico delle tele­fo­nate, della delu­sione, dello sgo­mento. Lo sapete cer­ta­mente. In que­ste ore dif­fi­cili non smette di girarmi per la testa la nota frase di Tal­ley­rand: “E’ più che un cri­mine, è un errore”. Cri­mine no, siamo in tempi di scelte poli­ti­che libere, non esi­stono fedeltà e tra­di­menti, e il senso di comu­nità e appar­te­nenza ognuno libe­ra­mente lo gra­dua. Ma un errore sì, un errore grave, anche dal punto di vista degli argo­menti vostri.

Non posso dav­vero cre­dere che la ragione sca­te­nante di una così pesante deci­sione sia que­sta o quella frase pro­nun­ciata da Ven­dola o da chic­ches­sia. Farei torto alla vostra intel­li­genza e alla vostra espe­rienza. La que­stione che è sul tavolo, come voi stessi affer­mate, ha nome e cognome: si chiama Pd e governo.

Non trovo legit­timo rap­pre­sen­tare Sel come un covo di estre­mi­sti; trovo legit­timo pro­porre che Sel sostenga il governo Renzi, e magari con­flui­sca nel Pd.

Non lo con­di­vido, ma capi­sco si possa pen­sare che ciò cam­bie­rebbe qual­cosa negli assetti poli­tici ita­liani. Credo che cam­bie­rebbe poco o niente, se restasse l’asse tra Pd e Ncd di Alfano, e penso anche che il “ren­zi­smo” non sia desti­nato a con­te­nere l’Alfa e l’Omega di tutte le ita­liane sini­stre tran­sa­tlan­ti­che. Mi sarebbe pia­ciuto discu­terne aper­ta­mente, magari sul testo di una qual­che mozione pre­sen­tata al nostro recente Con­gresso. L’avrei con­tra­stata, comun­que l’avrei rite­nuta e la ritengo una posi­zione legittima.

Ma voi, cari com­pa­gni, avete fatto tutt’altro: tra­sfor­mando una nor­male valu­ta­zione del gruppo su un prov­ve­di­mento (il decreto degli 80 euro) in un’Autodafè, avete inne­scato un esodo di par­la­men­tari verso la mag­gio­ranza. E alla Camera, dove i numeri – anche gra­zie al pre­mio di mag­gio­ranza che esat­ta­mente i voti di Sel fecero scat­tare — sono per il governo abbondantissimi

A parte la tri­stezza per il Ritorno del Sem­pre Uguale, nella poli­tica e nella sini­stra ita­liana, il fatto è poli­ti­ca­mente inin­fluente. Che senso ha? Il risul­tato più pro­ba­bile è che con­tino zero quelli che vanno. E quelli che restano.

Di più: ho l’impressione che il Pd sia da que­sta mossa più imba­raz­zato che entu­sia­sta, e non solo nella sua ala sinistra.

Un errore poli­tico. Una mossa priva di senso politico.

La legi­sla­tura durerà pro­ba­bil­mente fino al 2018. C’è tempo. Non siamo, certo, in que­sti anni, riu­sciti a costruire la sini­stra che vole­vamo. Ma Sel ha più di un milione di voti, più di 40 par­la­men­tari, tanti valenti ammi­ni­stra­tori locali (e nes­suno ha dimen­ti­cato il con­tri­buto nostro alla scelta e alla ele­zione di Pisa­pia, Doria, Zedda) che hanno aggiunto valore alla bat­ta­glia del cen­tro­si­ni­stra. Abbiamo aperto una inter­lo­cu­zione con mondi impor­tanti par­te­ci­pando alla impresa della lista “L’Altra Europa per Tsi­pras” (che ha fatto il quo­rum). Uniti pos­siamo eser­ci­tare una fun­zione, stando all’opposizione, con testa e cul­tura di governo (ma ça va sans dire, ver­rebbe da sot­to­li­neare ad uno che viene dalla sto­ria mia e di molti di voi). Votando a favore di quel che ci piace e con­tro quello che non ci piace. Potendo infine trarre un bilan­cio più serio e medi­tato dell’azione del governo e del Pd nuova gestione.
Tanto più che, quando si for­mano par­titi “della Nazione”, per il bene della Nazione mede­sima, qua­lora non ce ne fos­sero, biso­gne­rebbe subito fon­darne altri: l’opposizione è una fun­zione essen­ziale del governo demo­cra­tico delle Nazioni.

Per quanto mi riguarda i risul­tati della legi­sla­tura si misu­re­ranno su tre assi: occu­pa­zione e diritti del lavoro; livello di dise­gua­glianza; con­di­zioni eti­che e demo­cra­ti­che della Repub­blica. Pas­sai all’opposizione dei Ds quando Blair ne diventò la stella polare (e non vi dico il mio sba­lor­di­mento nel veder­melo riven­duto vent’anni dopo come l’ultima novità, per­sino dopo i bei risul­tati in Iraq).

Non ade­rii, con molti altri, al Pd, par­tendo dall’idea che è neces­sa­rio eser­ci­tare una più alta cri­tica della glo­ba­liz­za­zione e del capi­ta­li­smo finan­zia­riz­zato (ed era­vamo alla vigi­lia della grande crisi che ha inve­stito il mondo come una tem­pe­sta, e ripor­tato l’Italia trent’anni indietro).

E’ vero che “solo i cre­tini non cam­biano mai idea”, ma è vero anche che biso­gna resi­stere almeno un po’ alla ten­ta­zione di cam­biarla troppo spesso. Ma ora biso­gna darsi il tempo, agendo, di poter meglio valu­tare. Usando e non disper­dendo la forza, per quanto pic­cola, di cui disponiamo.

Posso spe­rare di con­vin­cervi a pren­dere almeno una pic­cola pausa di riflessione?

Vostro

Fabio Mussi

 

Lettera apparsa sul sito di Sinistra Ecologia e Libertà  e sul sito de “Il manifesto”.

Passo dopo passo, di S. Valentini

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Pur tra tanti limiti e contraddizioni s’intravvede, dopo il voto alla europee, l’avvio a sinistra di un processo nuovo, in forte discontinuità con le esperienze fallimentari dell’ultimo decennio. Aver superato lo scoglio del quorum del 4%, dopo anni di rovinose sconfitte elettorali, apre nuovi scenari e orizzonti.

L’Assemblea Nazionale di Sel va in questa direzione. Per questo sono da considerare positive le conclusioni dei suoi lavori, pur restando nell’ambito del partito divisioni e opzioni diverse. Divisioni e opzioni diverse che si sono immediatamente manifestate nel gruppo alla Camera dei Deputati di Sel sulla discussione di quale orientamento avere sul provvedimento del Governo sugli 80 euro. Discussione forte che ha portato tra l’altro alle dimissioni di Migliore da Capogruppo.

L’accento della discussione è ora spostato sulla natura e sui caratteri di una forza di sinistra, con un Pd – renziano – a oltre il 40%, con la brusca frenata del Movimento 5 Stelle, che comunque resta il secondo partito in Italia, ma dove emergono diverse e significative contestazioni alla linea di Grillo, e un centrodestra in crisi che non riesce, per ora, a uscire dalla tenaglia del berlusconismo. Non poteva che essere così. Anche la vicenda dell’opzione di Barbara Spinelli va inquadrata come momento di questa discussione.

La Lista Tsipras ha prodotto un risultato politico importante. Per la prima volta, dopo tanti anni, la sinistra si è presentata ad una elezione con una sola lista. È questo un dato da non sottovalutare. La necessità di superare il quorum ha unito, ha fatto prevalere un po’ in tutti una spinta forte all’unità. Ma la spinta all’unità, che è comunque un valore da coltivare, non è un progetto politico. Per questo la Lista Tsipras nata come “cartello elettorale” non è in grado di trasformarsi, come le vicende post-elettorali confermano – in un centro propulsivo per la costruzione di una influente sinistra . Nel suo ambito infatti si fronteggiano diverse e radicate opzioni culturali, prima ancora che politiche e strategiche. Diversità che impediscono la trasformazione della Lista in un embrione di un nuovo soggetto politico. Di questo, senza faziosità ed eccessive polemiche, occorre prendere atto.

Il rilancio su basi del tutto nuovo di una moderna sinistra del XXI secolo non passa e non passerà su operazioni elettorali, sia pur importanti, da non sottovalutare, ma dalla condivisione di un progetto politico alla cui base vi deve essere la ricerca di una identità culturale comune. Con ciò non si vuole sostenere la marginalità del valore delle intese elettorali, quando sono possibili e necessarie, ma solo evidenziare il concetto – non sempre chiaro a sinistra – che tale ricerca non va confusa con quella ben più importante di indicare un progetto, un percorso di ricostruzione della sinistra appunto su basi nuove, lasciandoci alle spalle le macerie dell’ultimo ventennio. I firmatari dell’Appello per la costruzione a Roma delle “Case per la sinistra unita” hanno sostenuto con grande determinazione la Lista Tsipras senza però indicare preferenze di candidature e soprattutto non hanno aderito al Comitato elettorale di Coordinamento. Sappiamo che con questa scelta abbiamo suscitato qualche antipatia e che c’è chi ci ha guardato con sospetto, ma a noi interessava e ci interessa il progetto politico e non un passaggio elettorale sia pur decisivo. Per questo siamo nati e per questo lavoriamo. Il passaggio elettorale o s’intreccia in termini fecondi con il progetto o rischia di divenire esclusivamente un momento elettoralistico senza nessun respiro strategico; un passaggio che inizia e si conclude con una elezione e magari con una rappresentanza istituzionale del tutto autoreferenziale.

A rieleggere il nostro Appello a distanza di alcuni mesi pare che sia stato scritto ieri, all’indomani del voto e della discussione che si è aperta.

Al centro della discussione infatti non vi è oggi – pare un paradosso – il valore dell’unità, ma il carattere e la natura della sinistra, che resta ancora strettamente schiacciata tra radicalismo e subalternità. Il risultato delle urne in questo senso non aiuta. Dal voto la spinta al settarismo e a visioni identitarie e residuali traggono nuove motivazioni, come altrettanto trae nuovi argomenti la tendenze di racchiudere l’azione politica nel campo ampio del Pd, magari insieme ad altre forze, come il Psi e alcune aeree moderate di centro, che avevano prima in Monti il punto di riferimento. Negli ultimi vent’anni si è predicato molto sul tema dell’autonomia. Ma questa autonomia raramente è stata coltivata e praticata come necessità di affermare una propria cultura tramite la quale lavorare per un insediamento sociale. Purtroppo l’autonomia è stata esclusivamente coniugata e messa in relazione, positivamente o negativamente, al tema delle alleanze, degli accordi elettorali e di governo. Per questo crediamo che radicalismo e subalternità siano le due facce di una brutta medaglia.

Anche Sel, nata per contrastare il minoritarismo del Prc al Congresso di Chianciano, e la deriva moderata Ds-Pd, pur rivendicando fin dalla sua nascita una sua autonoma cultura, non è riuscita ad andare oltre al quadro del centrosinistra, trovandosi improvvisamente senza un solido orientamento nel momento in cui l’azione travolgente di Renzi ha spazzato via lo scenario politico su cui Sel aveva investito per marcare la sua presenza nel Paese.

Da qui oggi occorre ripartire. Dall’autonomia culturale della sinistra. Un’autonomia che può produrre novità e dischiudere nuovi orizzonti solo se riesce a coniugare il binomio cultura di governo e azione di trasformazione. Insomma se saprà essere una forza capace di governare la trasformazione, cioè di introdurre elementi sociali tratti dai valori e dai principi del socialismo. E questa capacità di essere forza di governo e di trasformazione prescinde – come del resto insegna la storia del Pci – dalla collocazione parlamentare: si può essere forza di opposizione mantenendo però forte una cultura di governo per non alzare solo i “cartelli dei no”.

È un binomio che va oltre a quello tradizionale di autonomia e unità.

L’autonomia infatti non s’intreccia solo con la politica, ma diviene il tratto culturale di una sinistra portatrice di valori sociali condivisi di ampi settori popolari e dunque per questo in grado di insediarsi nel sociale; come la capacità di produrre un’azione di governo per la trasformazione ingloba in sé anche il valore dell’unità, cioè la capacità non solo di realizzare intese elettorali o programmatiche, ma anche di avere l’intelligenza di attuare in concreto tali accordi con modalità, tempi e passaggi che possono minare l’unità se non si ha una solida cultura di governo.

Ecco perché affermiamo che occorre ripartire dai territori per la costruzione di una sinistra popolare in Italia. Non siamo né basisti né movimentisti e non siamo così stolti da credere che un ambizioso progetto politico di ricostruzione della sinistra possa essere la pura e semplice sommatoria di esperienze locali, sia pur significative. Sappiamo che occorre una visione nazionale – anzi europea – per dare una valenza credibile e strategica al progetto. Ma neppure crediamo che la realizzazione di un progetto così impegnativo possa essere affidato alle capacità e alla volontà dei gruppi dirigenti. Non seguiamo la moda dell’antipolitica, oggi molto in voga, che conduce alla negazione della funzione democratica dei partiti. Siamo semplicemente convinti che un’operazione promossa dall’alto dai gruppi dirigenti della sinistra – se ci fosse caso mai questa determinazione – sarebbe una sommatoria, tra l’altro per difetto, delle singole debolezze. Un meno sommato a un mendo non dà un più, ma un valore negativo più grosso: una debolezza più grande. Siamo attenti alla discussione in corso dentro Sel o quella in atto in aree significative, come quella di “Essere comunisti” del Prc o della sinistra del Psi. Come non sottovalutiamo il malessere della sinistra del Pd e le crescenti insofferenze nel Movimento 5 Stelle. Non ci sfugge neppure l’importanza del processo apertosi nella Cgil, con la possibilità di raccogliere attorno alla Fiom una grande aerea della sinistra sindacale. Tutto ciò è importante, è segno di una vitalità che ancora c’è a sinistra, che quel 4% (che in prospettiva può essere molto di più) ha contribuito ad alimentare.

Ma la nostra convinzione è che senza la risoluzione della questione dell’insediamento sociale della sinistra questa vivacità, come in altre occasioni, è destinata a deludere.

Da qui la proposta delle “Case per la sinistra unita” – e insistiamo Case per la sinistra e non della sinistra per dare il senso di un processo aperto che deve essere sopportato da un lavoro di lunga lena – come uno degli strumenti per la formazione di una cultura di governo e della trasformazione, come centri propulsivi di lotte e di iniziativa sociale, come spazi politici moltiplicatori di forze ed energie.

Siamo pertanto per la costruzione di “Case” per contribuire ad avviare e dare impulso a un processo. Non siamo per parole d’ordine ridondanti, come “costituente” o “scioglimento dei partiti”. La prospettiva di un nuovo soggetto politico non si costruisce con fughe in avanti, con astrazioni o definendo oggi a tavolino cosa questo soggetto dovrà essere. Siamo invece molto interessati all’apertura di un processo nuovo, di forte discontinuità anche con il recente passato. Per questo crediamo che le “Case” debbano misurarsi immediatamente con i problemi sociali reali e drammatici presenti nei territori per tentare di dare risposte e soluzioni con la lotta e l’azione, non disgiunte però dalla necessità di indicare la soluzione dei problemi. Non ci interessa fare delle “Case” la bella o brutta copia delle sezioni di partito, cioè luoghi di un generico dibattito o di propaganda politica o di iniziative elettorali.

Il nostro obiettivo è molto più ambizioso: le “Case” come centri di attività sociale, di lotta, ma anche di analisi e di costruzione della proposta politica. E chiediamo a tutti i militanti dei partiti della sinistra, ma anche a quelli impegnati nell’associazioni e ai quadri sindacali di partecipare attivamente a questo laboratorio, sulla base del criterio “una testa un voto”. E chiediamo alle Segreterie dei partiti di aprire le loro sedi alle “Case per la sinistra”, di dare il loro fattivo contributo alla loro realizzazione, proprio perché, come abbiamo scritto nell’Appello, vogliamo lavorare non contro ma con i partiti.

Attiviamolo tutti insieme questo processo e sulla base del suo sviluppo valuteranno passaggi e modalità successive. Ma oggi è decisivo partire. E noi siamo partiti.

A fine giugno sarà inaugurata la “Casa” di San Lorenzo. Passo dopo passo stiamo portando avanti il programma che si siamo proposti nell’assemblea dei firmatari dello scorso maggio.

Sono oltre dieci, ad oggi, le sedi che possiamo aprire, ma non ci interessa aprirle tanto per dire che ci siamo, insomma per mettere sulla mappa di Roma una bandierina per rivendicare la nostra visibilità. Vogliamo politicamente prepararle al meglio le assemblee costitutive delle “Case” coinvolgendo forze vere e vive della sinistra, politica, sociale e sindacale, romana. Vogliamo che le “Case” siano una novità irreversibile nello scenario politico romano. Stiamo dunque lavorando per aggregare e raccogliere nuove e significative adesioni, per consolidare rapporti e relazioni, soprattutto con l’articolato mondo dell’associazionismo. E abbiamo gettato lo sguardo anche fuori dai confini romani. Il nostro Appello infatti ha suscitato interesse. Iniziative simili alla nostra e strutture territoriali unitarie sono sorte un po’ in tutta Italia. Ad Asti e a Torino, a Milano, nelle Marche, a Bari e a Napoli, in Calabria e in Sardegna operano strutture unitarie che hanno svolto la campagna elettorale sulla Lista Tsipras ma a latere del Comitato elettorale, condividendo con noi la medesima scelta: di impegnarsi a lavorare sul progetto di un nuovo soggetto politico unitario della sinistra italiana, un progetto tutto da costruire, ma che è possibile avviare perché oggi vi è la consapevolezza di voler ripartire dai territori e dalla necessità dell’insediamento sociale.

Crediamo che sia maturo il momento di un primo incontro nazionale di queste realtà per valutare come insieme dare vigore e impulso alla costruzione di momenti organizzativi nei territori e per rendere irreversibile il processo unitario. Un lavoro che crediamo si debba intrecciare anche con quello di quei tanti Comitati territoriali della Lista Tsipras che non intendono sciogliersi e che sulla base dell’esperienza fatta intendono procedere sulla strada della costruzione di una moderna sinistra, nuova, in netta discontinuità con le pratiche del radicalismo e della subalternità.

Nelle prossime settimane lavoreremo anche per rendere possibile questo incontro nazionale, per mettere le prime basi al progetto politico.

Sandro Valentini

 

 

 

 

Roma, Nascono le Case per la Sinistra unita

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 Comunicato stampa

Roma, 7 maggio 2014

    I firmatari dell’appello “Un nuovo percorso per una moderna sinistra del XXI secolo”, oltre 140 militanti e dirigenti storici della sinistra romana, politica,  sindacale  e dell’associazionismo, si incontrano in assemblea martedì 13 maggio presso la sede Arci di via Goito.

     L’obiettivo è di costituire entro l’estate, subito dopo le elezioni europee, in quanto fino al 25 maggio si sentono fortemente impegnati nella campagna elettorale per il successo della Lista Tsipras, le prime Case per la sinistra unita con tanto di sedi, almeno otto. Sei nella città di Roma: San Saba, San Lorenzo, Ghetto, Trionfale, Laurentina, Tufello;  due in provincia: Civitavecchia e Velletri. È altresì prevedibile un immediato ulteriore sviluppo della rete in altre due significative zone della Città: Flaminio e Cinecittà.

     Si individua  nella  nascita  delle  Case per la sinistra unita un primo strumento per  la crescita di un forte processo unitario a sinistra che sia un moltiplicatore di forze ed energie. Leggi il seguito di questo post »