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PERCHE’ UNA UNIVERSITA’ POPOLARE “ANTONIO GRAMSCI”. Documento programmatico del Comitato Promotore
Per molti il crollo dei regimi comunisti europei nell’ultimo decennio del secolo passato ha significato, oltre che il fallimento di una esperienza storica, anche il tramonto della possibilità stessa di promuovere un progetto di trasformazione radicale degli assetti sociali.
In quegli anni, il monito di quanti avvertivano che la vittoria dell’Occidente non aveva rimosso – e anzi avrebbe aggravato – gli squilibri e le disparità che si dipanano dalla natura intrinsecamente contraddittoria del capitalismo globale è rimasto sostanzialmente inascoltato, sopraffatto dall’egemonia acquisita dalla narrazione storica della destra neoliberista, che, nell’analizzare il “secolo breve” ha accentuato unilateralmente il nesso tra economia di mercato e libertà politica (in Italia, tra l’altro, indicando nella impostazione “anticapitalista” il punto critico della Costituzione repubblicana), ignorando il corto circuito verificatosi tra classi dirigenti e istituzioni democratiche a partire dalle radici stesse dello Stato unitario
D’altra parte, l’esito devastante della crisi esplosa nel 2008 non ha avuto l’effetto di fare emergere una linea alternativa di direzione dell’economia e delle istituzioni, né di avviare una riflessione organica sulle conseguenza di una liberalizzazione che ha considerato come eresia qualsiasi riflessione sul controllo democratico del ciclo economico e su forme di intervento pubblico sull’economia. In altri termini, la “lunga durata” ideale del successo neoliberista ha messo in ombra il declino economico reale.
La dimensione della sconfitta subìta è epocale e non riguarda solo le forze politiche ma il senso comune, la mentalità, il sentire di sinistra. Per l’Italia c’è una data che può essere presa a simbolo dopo il decennio rosso e un ventennio di avanzata delle forze popolari e precede ampiamente l’implosione del socialismo reale e la collegata fine di un Pci, già in crisi di consensi: il 14 ottobre 1980 con la cosiddetta “marcia dei quarantamila” contro gli operai della Fiat e la sua gestione in chiave di piena ripresa dell’egemonia padronale. Ad aggravare la situazione in maniera decisiva ha poi contribuito il modo in cui il Pci ha scelto di chiudere la sua storia: con la maggioranza dei suoi dirigenti decisi a non fare i conti con il passato, pronti a cambiare rapidamente giacca, per ritrovarsi poi tutti liberali e magari disposti a giurare di non essere mai stati comunisti, rinunciando insieme sia ad una assunzione di responsabilità che a rivendicare una propria storia su cui riflettere, per elaborare un’interpretazione critica del passato.
Ormai la destra risulta vincente anche sul terreno della “narrazione” riscrivendo nel senso comune delle masse, cioè nel loro cervello, la storia nazionale e mondiale.
Ma non c’è un bel tempo andato da ritrovare. Se si vuole ridare respiro a un pensiero e a una prassi di sinistra non ci si può limitare a una trasmissione della memoria, perché la storia, le nostre storie, sono tutte da capire. A partire dalle domande di oggi. A partire da come è andata a finire. A partire dalla presa d’atto radicale della sconfitta, ma della possibilità di riprendere un cammino (come ha scritto Pintor nel suo ultimo articolo).
Anche il lavoro sulla memoria può assumere punti di partenza, che guardino non solo alla valorizzazione di un patrimonio senz’altro importante (per la cui conservazione si è rivelata essenziale la storia orale, che ha tutta la forza di una narrazione diretta, e anche tutte le peculiari caratteristiche degli scherzi della memoria) ma anche i modi attraverso i quali si forma, oggi, la percezione di ciò che è stato e come esso rivive, anche a livello individuale, nell’esperienza del presente.
La nostra passione è politica, ma in un senso preciso. Abbiamo l’ambizione di contribuire anche noi a “fare società”, così come un orto sociale o una società di mutuo soccorso, abbiamo la speranza di dare una mano a ricucire o creare un tessuto umano e sociale dentro e contro la crisi. Rivendichiamo il valore di un percorso di ricerca critica anche per il “qui e ora” proprio perché non abbiamo nessuna intenzione di “inseguire le scadenze”, tantomeno elettorali, ma vogliamo tentare di costruire percorsi di ricerca senza farci prendere dall’ansia dell’attualizzazione o della riduzione di temi complessi a formule facilmente assimilabili ma, alla fine, poco nutrienti.
Può essere un altro modo di togliere dall’angolo la politica che, come ha scritto efficacemente Stefano Rodotà, “oggi appare come l’ancella dell’economia, è declassata ad amministrazione, è affidata alla tecnica”. Ma la liberazione della politica di sinistra dalla subalternità passa per la ricostruzione di una prospettiva e questa si nutre di analisi del passato e sguardo sul futuro.
Della nostra proposta fa parte integrante la critica (anche con un impegno in rete a partire da Wikipedia) del “pensiero unico” dominante e dei luoghi comuni anche di sinistra: come la riduzione delle forze di cambiamento che hanno agito in Italia al Pci o la mitizzazione eroica di Br e affini che hanno invece contribuito ampiamente a rafforzare lo Stato e a distruggere quell’egemonia che il lungo ’68 aveva creato.
L’ambizione è di attivare percorsi di ricerca orientati secondo diversi ambiti disciplinari e interdisciplinari, con una forte apertura verso le esperienze europee ed internazionali.
Si parte dal presupposto di un pluralismo che vorremmo fosse la cifra di questo progetto: pluralismo di pensiero, di sensibilità, di proposte: nessuno ha la linea in tasca per ricreare le condizioni di una larga opposizione di sinistra allo stato di cose esistenti. Del resto addirittura il Papa dichiara che non è più tempo di proselitismo, ma di ascolto. Una citazione che è un invito: ad avere occhi attenti a quello che accade nella Chiesa, perché può segnalare l’avvio di processi che vanno ben oltre il mondo dei credenti. Del resto il Concilio si è svolto prima e non dopo il ’68 e ha contribuito a farlo essere quello che è stato.
Questo spazio pubblico intende assumere una forma e una connotazione specifica: quella dell’Università Popolare. A favore di questa denominazione militano varie considerazioni. Ci limitiamo a proporre quelle che ci sembrano più significative:
1) il nome “Università popolare” si ricollega a una bella tradizione del movimento operaio e popolare delle origini, a cui (come ci insegnava Pino Ferraris) la nostra fase storica, ahimé, somiglia;
2) noi (ri-)fonderemmo – quasi simbolicamente – una Università del popolo come luogo di ricerca e formazione nel momento stesso in cui la borghesia distrugge la sua Università, quella che avevamo cercato di democratizzare nel dopoguerra e tanto più a cominciare dal ’68, e nel momento in cui la tutela del patrimonio culturale materiale ed immateriale si limita a riproporre la stucchevole retorica del “petrolio nazionale” mentre le già scarse risorse vengono ulteriormente ridotte e il lavoro intellettuale è condannato a una crescente emarginazione sociale;
3) “Universitas” implica alcuni significati che rispecchiano i nostri intenti: a) occuparsi praticamente di tutto (tutto ciò che ci interesserà), e in questo senso le forti differenze delle competenze e degli interessi disciplinari già presenti sono di buon auspicio; b) legare didattica a ricerca, dando vita ai primi nuclei di lavoro costituiti in seminari a carattere permanente, nel senso che da essi dovrebbero svilupparsi strutture più stabili e meglio definite dal punto di vista disciplinare.
4) per ultimo, ma non meno importante: questo stesso nome di UP potrebbe favorire i raccordi di una iniziativa che non si propone di cercare o rivendicare finanziamenti pubblici, ma intende mantenere sempre aperto il dialogo con il comparto pubblico, sia con le istituzioni rappresentative, sia con gli enti e gli istituti di ricerca.
Intitolare poi al nome di Antonio Gramsci la nostra UP vorrebbe dire molte altre cose:
1) il richiamo ad un atteggiamento di ricerca caratterizzato da un chiaro e solido ancoraggio politico ed etico, ma aperto e inclusivo ( anche di chi tra noi non si considera comunista);
2) il richiamo a un pensatore studiato e usato in tutto il mondo, a cominciare dagli USA e dall’America Latina che ci sta particolarmente a cuore: insomma un segnale forte di internazionalità;
3) infine si vuole scegliere non solo il nome di Gramsci, ma anche cercare di cogliere il senso più sostanziale della sua lezione: tenere duro nella sconfitta e, al tempo stesso, interrogarsi senza remore sulle ragioni vere e profonde del fallimento.
Insomma: intitolare ad Antonio Gramsci il nostro progetto non vuole dunque essere né una scelta identitario-minoritaria, né un omaggio a un presunto paradiso perduto. Ripartiamo da Gramsci, con umiltà e con una gran voglia di ragionare insieme tra generazioni, perché Gramsci si interrogava su una sconfitta. E proprio questo noi dobbiamo fare. Lo storico Guido Crainz si è chiesto: da dove sono usciti fuori gli anni Ottanta? E si è risposto: “Già c’erano, ma vi erano degli anticorpi che li contrastavano”. Vero, ma aggiungiamo noi: anche gli anticorpi non erano poi così sani.
Insomma, nessun rimpianto, ma l’atto umile di rimboccarsi le maniche e cominciare a lavorare al futuro.
Roma, 29 aprile 2014
Il Comitato Promotore
UNIVERSITA’ POPOLARE ANTONIO GRAMSCI, di C. Gambini
SEMINARIO PERMANENTE “UN MONDO NUOVO: ISTITUZIONI OPERAIE E POPOLARI NELL’ITALIA POST UNITARIA”. Nota esplicativa
Per fornire ai potenziali frequentatori una prima idea dei nostri intenti, è stata redatta questa scheda sintetica, che traccia un “indice” di massima degli argomenti da affrontare:
Il corso dovrebbe svolgersi lungo due percorsi: il primo è relativo alle diverse forme che l’associazionismo operaio e popolare assume a partire dagli anni Ottanta del XIX secolo, con specifici approfondimenti su mutualità, cooperazione e resistenza, oltre che su realtà specifiche come ad esempio la Società Umanitaria. Lo scopo è quello di studiare i meccanismi di funzionamento di questi organismi e di ricostruire anche il dibattito che si svolge attorno ad essi, sia fuori sia all’interno del movimento operaio. Il secondo percorso dovrebbe invece affrontare il tema dell’istituzionalizzazione, ossia delle forme con cui si è realizzato il rapporto tra istituzioni operaie ed istituzioni pubbliche: per fare alcuni esempi, la nascita del Consiglio superiore del lavoro nel contesto della formazione degli organi consultivi del Governo; alcuni profili della legislazione sociale; il socialismo municipale; la cooperazione e gli investimenti pubblici.
Successivamente, sono stati approfonditi alcuni punti, nel presupposto che i temi elencati nella scheda debbano essere affrontati in più moduli e che, in particolare, il tema specifico del rapporto tra istituzioni pubbliche ed istituzioni del movimento operaio possa essere svolto il prossimo anno, dopo lo svolgimento della prima parte del corso. Pertanto di seguito si parlerà solo del primo modulo del corso.
Dal punto di vista organizzativo, il corso stesso dovrebbe avere inizio a novembre e concludersi ad aprile, prevedendo un incontro settimanale, di circa 90 minuti l’uno. In totale, avremmo pensato a 18-20 incontri, per un totale di 30 ore. Da settembre a novembre dovremmo tenere una serie di incontri preliminari con le persone che hanno manifestato l’intenzione di partecipare attivamente all’organizzazione di questo lavoro, che, considerata anche la sua articolazione temporale su almeno due anni, dovrebbe essere parte di un seminario permanente, ovvero, nell’ottica della costruzione dell’università popolare, di un soggetto collettivo promotore di studi e corsi su un determinato argomento (nel nostro caso, la storia del movimento operaio italiano nel periodo post unitario).
Nel merito, il corso dovrebbe essere ripartito in una parte più istituzionale, con due o più lezioni “frontali” dedicate al tema “storia d’Italia e storia del movimento operaio” con il fine di dare un inquadramento generale di problematiche che verranno poi approfondite in focus specifici. Avremmo pensato di articolare le lezioni su due periodi: 1880-1901, ovvero dalle prima manifestazioni del conflitto sociale alla svolta di fine secolo, con la formazione del governo Giolitti—Zanardelli; 1901-1914, fino allo scoppio della prima guerra mondiale che costituisce, per così dire, il termine finale della nostra ricerca. Saremmo interessati anche ad integrare la parte “istituzionale” con una o due lezioni sulla storia economica del periodo 1880-1914. Per lo svolgimento delle lezioni abbiamo la disponibilità di Claudio Gambini, di Giacomo Gabbuti (per la parte di storia economica) e di Valerio Strinati.
Una seconda parte del corso dovrebbe riguardare gli approfondimenti riguardanti l’organizzazione del movimento operaio nel periodo preso in considerazione. Al momento, l’idea sarebbe di prendere in esame tre questioni: l’organizzazione sindacale fondata sulle camere del lavoro (quindi a base territoriale o, come si dice spesso, “orizzontale”); l’organizzazione sindacale “verticale”, per federazioni di categoria; la cooperazione. Questi temi dovrebbero essere affrontati prendendo in esame sia il dibattito politico che si sviluppò su di essi tra le diverse correnti del movimento operaio e in seno al PSI, sia esaminando le modalità concrete con cui queste forme organizzative presero corpo nel periodo considerato. Del mutuo soccorso si parlerà con riferimento ai percorsi che portano alle prime forme di resistenza, così come credo che una specifica attenzione dovrà essere dedicata al processo di formazione della CGdL, che potrebbe essere inquadrata nell’ambito della riflessione sulla vicenda delle federazioni di categoria. Non escludiamo, tempo permettendo, un focus sulla Società Umanitaria.
Queste proposte sono emerse da conversazioni informali e scambi di email e ovviamente vanno prese come ipotesi da approfondire, modificare, anche radicalmente ed eventualmente rigettare (speriamo di no). L’importante è che da settembre a novembre ci si possa vedere con coloro che hanno dato la loro disponibilità e lavorare insieme a mettere a punto il corso e a costruire il nostro auditorio. Per il corso, riteniamo credibile aspirare a un minimo di 10-15 studenti.
Gli approfondimenti dovrebbero essere svolti in forma seminariale, con il coinvolgimento del maggior numero possibile di noi. Non escludiamo dei possibili contributi esterni, in forma, eventualmente, di lezione-conferenza: uno potrebbe essere chiesto al professor Fabio Fabbri (Roma 3), studioso della cooperazione; un altro al professor Paolo Mattera, autore di un bel libro sulle origini del riformismo sindacale.
Non sarebbe male, per quello che riguarda la bibliografia, cercare di lavorare sulle fonti dell’epoca. Addirittura, potremmo pensare di arrivare ad un esame di testi che porti ad edizioni “critiche” con introduzioni e note esplicative, da elaborare collettivamente e proporre ad un più vasto pubblico attraverso il sito internet attualmente in costruzione. Una proposta di bibliografia ragionata verrà comunque presentata alla prima riunione utile, da fissare nei primi giorni di settembre.
Referenti organizzativi sono:
Valerio Strinati; v.strinati19@gmail.com, cell. 3397091191.
Claudio Gambini; Claudio.gambini49@alice.it cell. 3284683817.
Claudio Gambini
Paura di volare, di R. Giordano
Dall’inizio della crisi economica molte aziende sono entrate in difficoltà e sono fallite, ad Alitalia è accaduto ben due volte. E pensare che il fallimento ed il successivo salvataggio sono stati gestiti direttamente dal governo in carica, sia per quanto riguarda la prima che la seconda crisi. Si ricorderà nel 2008 la scesa in campo dei capitani coraggiosi, un manipolo di eroi votati al sacrificio pur di salvare la storica compagnia di bandiera: la patria lo chiedeva e Berlusconi lo sollecitava. In quell’occasione, per la prima volta, sentimmo parlare di bad company, ossia di quel contenitore spazzatura – a carico dello stato – nel quale confluirono con pari dignità debiti e cassintegrati. Solo successivamente Marchionne fece tesoro di quell’insegnamento, fino a conferirgli la dignità di sistema. Ricordiamo anche che tutta l’operazione doveva servire ad evitare che Air France prendesse tutto il pacchetto. Come è andata lo sappiamo: i capitani coraggiosi, non capendo nulla di trasporto aereo, hanno sbagliato tutte le strategie industriali ed hanno condotto la new company sull’orlo del fallimento; la crisi del vettore di riferimento ha messo in ginocchio parte del sistema (handling, manutenzioni, indotto); i cassintegrati invece di diminuire, attraverso il paventato riassorbimento, sono aumentati; il governo continua a subordinare la definizione di un piano nazionale del trasporto aereo ai desiderata degli proprietari di turno ( incredibile come Hogan detti le condizioni pur non avendo formalizzato alcuna acquisizione).
Con l’ingresso di Ethiad lo sviluppo industriale di Alitalia ne potrebbe trarre evidenti benefici, posizionandosi maggiormente sul lungo raggio (nord e sud America, ma anche Asia), in modo da evitare la concorrenza spietata delle compagnie low cost che, soltanto nel 2014, potrebbero rosicchiare quote decisive di mercato.
Tutto bene dunque? Non sembrerebbe. Ethiad ha chiesto, in cambio di qualche centinaio di milioni freschi, alcune condizioni che fanno tornare alla mente la vecchia bad company: azzeramento dei debiti e mobilità per 2251 lavoratori.
Sorvolando sulla questione dei debiti, vorremmo sottolineare alcuni aspetti legati al costo del lavoro. Se mettiamo a confronto il numero di dipendenti per aeromobile di Alitalia con quello di Air France, British, Lufthansa e la stessa Ethiad, scopriamo che questo è rispettivamente di 105.8, 174.1, 158.3, 419.9, 152.1, vale a dire che quello di Alitalia è il più basso di tutti. Lo stesso fatturato per dipendente (migliaia di euro) è rispettivamente, per i primi quattro vettori citati, di 261.7, 238.8, 257.6, 243.2.
Si deduce con facilità che il problema di Alitalia non è nel costo del lavoro, anche perchè il CCNL varato nel 2009 operò un taglio del 10% proprio in questo senso. Il problema sta nei ricavi e nella redditività (scarsa attività lungo raggio ed errato posizionamento sul mercato). Il vantaggio dell’entrata di Ethiad sta proprio nel nuovo posizionamento strategico di Alitalia e nello sviluppo dell’hub di Fiumicino.
Per questi motivi non si comprende la volontà di estromettere da Alitalia un numero così consistente di lavoratori, la gran parte impegnati nell’attività di terra e collocati presso il sito di Fiumicino, rischiando di perdere definitivamente professionalità e competenze che hanno fatto grande la nostra ex compagnia di bandiera e trascinando altre migliaia di lavoratori dell’indotto.
Certamente convince l’alleanza con un vettore importante e strategico, convince molto meno l’idea che la competizione la si vince estromettendo i lavoratori ed impoverendo un intero territorio. Certo, la ricollocazione di parte dei paventati esuberi lenisce la ferita inferta, ma dà l’idea di un governo senza strategie, completamente prono alle necessità del profitto.
Roberto Giordano
Alla ricerca del moderno Principe di Gramsci- Le Case per la sinistra unita, di S. Valentini
1. La discussione a sinistra sulla forma partito e sui suoi tratti distintivi.
Da anni è in atto a sinistra, tra sussulti e cadute, una discussione abbastanza oziosa sulla forma partito. I cosiddetti “conservatori” continuano ad avere in testa, anche se non sempre hanno la sufficiente onestà intellettuale di riconoscerlo, il modello partito del XX secolo, nella duplice variante comunista o socialdemocratica. Gli “innovatori”, quelli che vorrebbero determinare una discontinuità più o meno marcata con i modelli del passato, teorizzano invece nuove forme, ma a poi a dir il vero costituiscono circoli che sono la brutta copia delle sezioni del Pci e il metodo della formazione dei gruppi dirigenti resta quello antico della cooptazione, però sulla base della logica correntizia e non sull’esperienza selettiva delle lotte. Così riemergono, nonostante l’accanita discussione, le due facce della stessa medaglia, ma con una ulteriore negatività: a ruolo di direzione politica sono sempre più spesso chiamati giovani cresciuti in “batteria”, come “polli d’allevamento”, con scarsa credibilità e autorevolezza politica.
Iniziamo a dircelo chiaramente: anche questo aspetto rientra nei limiti della sinistra dell’ultimo ventennio. Il Comitato per Tsipras, per esempio, predica l’innovazione ma si è formato con il vecchio metodo della cooptazione, cioè un gruppo precostituito indicato da partiti ed aree, come tutte le sue scelte successive al voto confermano amaramente.
Ovviamente si discute molto non solo sulla forma partito, ma anche sui suoi tratti distintivi. Anche qui vi sono i “conservatori”, gli identitari e gli “innovatori”, tutti protesi, almeno a parole, a tuffarsi nel sociale, e i “pragmatici”, gli istituzionali, che hanno in tasca la sola certezza che non si fa politica, quella con la P maiuscola, se non si è nelle istituzioni, costi quel che costi. Per cui l’iniziativa politica è ridotta dai primi a pura testimonianza ideologica, dai secondi al lavoro sociale o alla intercettazione dell’associazionismo, illudendosi che sommando una miriade di specificità e particolarità si costruisce un soggetto politico alternativo egemone, i terzi, infine, si muovono in modo subalterno al Pd e in diverse ondate confluiscono come ultimo atto nelle sue file.
2. “Senso d’appartenenza, volontà collettiva” e iniziativa politica.
Tutti sparlano a distanza di oltre vent’anni del Pci individuando magari un aspetto di quel partito, mai la sua complessità. Per esempio, è senz’altro vero che le sue sezioni erano anche un luogo di aggregazione e d’azione sociale, ma il tratto distintivo della fittissima rete comunista era la forte valenza strategia organizzativa e politica appunto delle sue strutture territoriali. La parola sezione stava a significare ciascuna delle parti in cui è suddiviso un tutto, nel caso specifico il Pci. Le sue sezioni non erano solo espressione delle contraddizioni e dei conflitti sociali del territorio, cioè di una peculiarità, ma rappresentavano un tutto che interagiva con le questioni sociali del territorio stesso. Insomma nel tentare di dare risposte e soluzioni al “problema della fontanella” esercitavano una funzione egemone dando anche localmente un “senso” d’appartenenza a un partito, “senso” senza il quale non si forma una “volontà collettiva” per il cambiamento e la trasformazione della società.
Per dirla con Gramsci, una volontà collettiva per sviluppare l’iniziativa politica; ma l’iniziativa politica è efficace se sposta avanti, a vantaggio delle classi subalterne, i rapporti di forza. Una iniziativa politica è incisiva se stabilisce un rapporto dialettico, un nesso tra struttura e momento sovrastrutturale, se determina, insomma, uno spostamento reale. Se si separano i due momenti si scivola inevitabilmente nel politicismo o nel determinismo, nella subalternità ai ceti sociali dominanti o nel radicalismo estremista.
Può esserci <<riforma culturale e cioè elevamento civile degli strati depressi della società, senza una riforma economica e un mutamento nella posizione sociale e nel mondo economico>> si chiede Gramsci? Egli risponde al suo interrogativo pleonastico chiarendo che per valutare <<se esistano le condizioni perché possa suscitarsi e svilupparsi una volontà collettiva nazionale-popolare>> occorre un’analisi economica della struttura sociale, ma anche un’analisi delle forme in cui si sono affermati (o dei tentativi drammatici manifestatisi) gli aspetti sovrastrutturali, cioè sui caratteri storici, politici e culturali di un paese.
3. Alla ricerca del moderno Principe di Gramsci.
È questo un lavoro complesso di analisi, di ricerca e di formazione, di intreccio tra lavoro teorico e pratica politica che può essere condotto e svolto solo da un collettivo che nel far circolare idee, dall’alto al basso e viceversa, metta ogni sua parte in condizione di essere sezione di un tutto, non però come pura cassa di risonanza, ma come parte capace di acquisire nuovi dati, di fare esperienze politiche e di lotta, di sperimentare forme inedite di insediamento sociale. Un collettivo, insomma, che indirizzi proposte e idee, concrete e razionali, anche se non ancora verificate e criticate, all’irrobustimento di una “volontà collettiva” per rendere efficace l’iniziativa politica.
Un lavoro del genere non può che farlo il Principe di Machiavelli, il moderno collettivo organizzatore <<di una riforma intellettuale e morale>> terreno per un ulteriore sviluppo <<della volontà collettiva nazionale- popolare verso il compimento di una forma superiore e totale di civiltà moderna>>. Ma una riforma culturale non può non essere legata che a un programma di riforma economica, anzi il programma di riforma economica è appunto il modo concreto con cui si presenta ogni riforma intellettuale e morale. Ed è il moderno Principe, il partito come collettivo organico, l’organizzatore e il portatore della riforma, in quanto sconvolge tutto il sistema dei rapporti produttivi, ma anche intellettuali e morali. Lo sviluppo della sua azione politica diviene così un atto concreto di trasformazione della società, cioè un qualcosa di simile all’introduzione di elementi di socialismo teorizzata da Berlinguer per <<fuoriuscire dal capitalismo>>.
4. Limiti soggettivi e limiti oggettivi.
Proprio la separazione del rapporto dialettico tra struttura e sovrastruttura nell’azione politica è stato uno dei gravi errori soggettivi che ha portato la sinistra da un disastro all’altro, accumulando così in più di vent’anni solo macerie.
Senz’altro i processi oggettivi di finanziarizzazione e terziarizzazione dell’economia su scala globale …sono alla base della crisi della sinistra e dei suoi modelli di crescita fino alla metà del XX secolo. Grandi imitazioni che hanno favorito la dislocazione dell’industria, il ciclo produttivo povero, nel sud del mondo, mentre è rimasto all’occidente capitalistico il ciclo produttivo ricco, perché anche e soprattutto con i processi di valorizzazione di merci e beni, materiali o immateriali, dello stesso sapere e conoscenza, dello sfruttamento dell’ambiente, si ricava plusvalore. Alla globalizzazione capitalistica la sinistra non ha saputo contrapporre una sua concezione del mondo, un suo “senso”, un suo sistema di valori che non fosse la stanca riproposizione di modelli in crisi, sconfitti e superati, sia che fossero di espressione comunista sia di espressione socialdemocratica.
La risposta della sinistra alla globalizzazione e alla grande ondata neoliberista è stata soprattutto in Europa la “terza via” di Blair, con una minoranza, sempre più esigua, che ha tentato di resistere arroccandosi su posizioni radicali, ma senza indicare una strategia politica credibile. Ma la “terza via” del Pse è una scelta a rimorchio delle politiche neoliberiste, le attenua ma non le rimuove, né le supera. In Italia poi, per la presenza di un movimento di destra dai tratti illiberali come quello di Berlusconi, addirittura la “terza via” si è concretizzata su posizioni di completo allineamento con le politiche economiche della destra europea, attraverso governi di centrosinistra guidati da personalità come Prodi, Ciampi, Amato, D’Alema e Veltroni.
La contraddizione durissima in cui è rimasta schiacciata la sinistra (ma anche la Cgil) è di aver sostenuto quei governi (e spesso ne ha fatto parte) per tutelare spazi reali di democrazia, per difendere i principi sanciti dalla Carta Costituzionale, per salvaguardare le funzione del Parlamento e la Repubblica parlamentare. Di aver condotto insomma una politica di resistenza all’offensiva moderata delle destre. È stata una scelta che invece di rafforzarla l’ha ulteriormente indebolita nella sua capacità di rappresentare, almeno in parte, un mondo del lavoro devastato dalle politiche neoliberiste.
Le grandi privatizzazioni, la “riforma delle pensioni”, l’introduzione delle precarietà nel mercato del lavoro con la parcellizzazione dei contratti a termine e la conseguente riduzione del peso sindacale e politico dei contratti collettivi di lavoro, l’esasperazione delle imposte indirette, delle tariffe per i servizi e lo smantellamento di importanti comparti dello Stato sociale, dalla sanità alla casa, sono stati provvedimenti impopolari presi dai governi di centrosinistra nell’ambito dei vincoli europei di riduzione drastica della spesa pubblica e di pareggio dei bilanci pubblici: obiettivi politici questi da sempre della destra!
Una sinistra dunque fortemente indebolita e in crisi che ha svolto una battaglia di resistenza cavalcando il politicismo, illudendosi di poter “salvare la pelle” e il sistema democratico chiudendo accordi elettorali e di governo con il Pds-Ds-Pd, senza però mai avanzare uno straccio di proposta ricavata da un suo programma di riforma economica, che avrebbe dovuto essere alla base di qualsiasi azione di governo, sia pur nell’ambito di una coalizione. La sinistra o è questo o non è!
Il suo essere forza di governo per la trasformazione non può essere ridotto a forza di modernizzazione e di miglioramento del “sistema Paese”. Non a caso a sinistra questi aspetti erano una volta lasciati tradizionalmente all’azione del sindacato: suo era soprattutto il compito di migliorare le condizioni materiali di vita dei lavoratori, dei pensionati, dei giovani precari o disoccupati; suo era il compito di avanzare proposte per modernizzare il Paese con vertenze aziendali di riqualificazione dei servizi, riducendo gli sperperi, per una burocrazia statale e un servizio pubblico più efficiente e produttivo, più corrispondenti ai bisogni della collettività.
Il compito della sinistra era soprattutto di legiferare su queste proposte battendosi affinché diventassero legge per essere attuate. La sua azione politica si spinge pertanto ben oltre: è azione permanente tesa alla trasformazione, in quanto la politica promuove organizzazioni permanenti sulla base di precisi interessi ed esigenze economiche, In questo senso la politica si identifica con l’economia. Ma la politica si <<distingue>> dall’economia e quindi si può parlare, sostiene Gramsci, <<separatamente di economia e di politica>>, fino a parlare appunto <<di “passione politica” come di impulso immediato all’azione che nasce sul terreno “permanente e organico” della vita economica, ma lo supera, facendo entrare nel gioco sentimenti e aspirazioni…>>. Insomma, l’insieme degli aspetti sovrastrutturali, religiosi, intellettuali, culturali, che non ubbidiscono, egli osserva, al solo <<tornaconto individuale>>.
5. Il governo Renzi.
Oggi, spesso gli stessi che si sono imbarcati in avventure politicistiche, assumendo incarichi istituzionali ed elettivi a tutti i livelli nel centrosinistra, sostengono, con l’ascesa di Renzi, la morte del centrosinistra. Si guarda, giustamente anche con grande preoccupazione, al complesso di riforme istituzionali ed elettorali – un sistema elettorale quello dell’italicum per esempio che va oltre ad ogni più ristrettiva riforma elettorale di restringimento delle rappresentanze democratiche tramite il maggioritario e il bipolarismo – mettendo con atti legislativi concreti, e non con minacce politiche, in discussione la Costituzione dalle fondamenta.
Ma, mentre si grida contro Renzi denunciando il suo disegno autoritario a coronamento di una offensiva moderata che ha maciullato la prima e poi la seconda repubblica, non ci si accorge che sul terreno economico egli è portatore di un politica sociale di attenuazione delle dottrine economiche neoliberiste. Il suo successo elettorale non è solo il risultato di uno sviluppo mistificatorio apparentemente “democratico e innovativo” del populismo rispetto a quello dei luoghi comuni moderati di Berlusconi, e meno distruttivo e demagogico di quello estremista di Grillo; non è solo l’uomo d’ordine democratico della provvidenza che dialoga direttamente con il popolo facendo meno della mediazione delle istituzioni, dei partiti e dei sindacati, il cui populismo però è presentato in modo contrapposto a quello conservatore di destra; è anche il leader di un nuovo disegno strategico interclassista, senz’altro non assimilabile a quello democristiano che guardava a sinistra.
È un interclassismo più spostato al centro, su un versante moderato in cui la mediazione tra capitale e lavoro per essere stabile e duratura ha bisogno da un lato di attenuare le politiche più oltranziste del neoliberalismo, dall’altro lato di istituzioni elettive piegate al governo del leader, proprio perché la “politica delle mance”, della costruzione di uno Stato assistenziale e di un sistema clientelare di potere oggi non è più possibile. D’altronde l’operazione molto criticabile degli 80 euro come una tantum a sostegno dei redditi più bassi e soprattutto le sue reiterate dichiarazioni sulla necessità di una politica economica europea basata non solo sui vincoli di bilancio, ma anche sulla crescita e l’occupazione, pur se non si sono tradotte in atti concreti e significativi di governo, devono essere lette come un chiaro tentativo di stabilizzare il Paese ridisegnando le istituzioni in chiave di riduzione degli spazi di democrazia a supporto di una debolissima mediazione tra capitale e lavoro. Sarebbe però sbagliato credere che con questo Pd la sinistra non ha più nulla in comune. La situazione non è lineare: non lo era con Prodi, non la è oggi con Renzi!
6. Una nuova sinistra del XXI secolo.
A sinistra solo gli identitari non sbagliano valutazioni. Infatti, tutto ciò che non rientra nel loro schema ideologico è una variante del pensiero borghese o di quello socialdemocratico, sempre e comunque subalterno al primo; la questione della politica delle alleanze è così bella che risolta. Si resta arroccati nel proprio credo, prigionieri di un…a ideologia fuori dalla realtà. È questo un problema di tutti gli identitari, non solo dei neo-comunisti post-Pci, ma anche ugualmente di quei socialisti che pensano di essere gli unici depositari della storia novecentesca del movimento operaio in quanto il movimento comunista ha lastricato il suo percorso di errori, concezioni autoritarie e crimini.
Ci sono però identitari che colgono il limite dei loro schemi ideologici. Allora utilizzando in modo macchiettistico il pensiero di Lenin, di Togliatti o addirittura di Stalin, rivendicano con orgoglio la posizione che <<fermo restando i principi si può fare l’alleanza anche con il diavolo!>>. Rimuovono completamente il contesto storico eccezionale in cui questa “tattica” fu utilizzata per applicarla a una normale situazione politica di ricerca di alleanze elettorali e di costruzione di coalizioni di governo del Paese, di una Regione o di un Comune. La tattica è dunque ridotta alla giustificazione di accordi elettorali, il più delle volte privi di veri contenuti programmatici di cambiamento. Un modo di intendere la politica non lontana dalla “teoria di entrare nella stanza dei bottoni” con cui una parte del Psi giustificò l’accordo strategico con la Dc. Ma allora personalità come Giolitti o De Martino tentarono la strada della programmazione e delle riforme, invece oggi nel Psi di Nencini non si va oltre la possibilità d’acquisire dal Pd qualche ministero minore e qualche deputato per riaffermare un riformismo il cui unico impegno è a stare nella stanza di comando, appunto dei bottoni!
Noi abbiamo la convinzione che vi è tra il Pd e il Movimento5 Stelle un enorme spazio per una moderna sinistra del XXI secolo che mantenga aperta una prospettiva socialista; e siamo altresì la convinti che questa sinistra può essere costruita solo liquidando ogni forma di settarismo e minoritarismo da un lato e ogni forma di opportunismo e di subalternità al Pd dall’altro lato. Questo spazio non ha acquisito ancora i contorni della necessità, ma è opportunità, una possibilità su cui aprire un nuovo processo storico. Del resto, segnali forti che vanno in questa direzione ci vengono dal voto europeo. Vi è una sinistra in ripresa non solo in termini di consensi, ma anche nella qualità del voto. Una nuova sinistra che ha di fatto soppiantato la vecchia sinistra comunista e antagonista, guadagnando tra l’altro sensibilmente voti e consensi al Pse.
7. Le case per la sinistra unita.
In questa scia, dentro questo contesto si muovono le Case per la sinistra unita. Si è più volte detto che le Case ripartono dai territori e non sono interessate a rimettere insieme i cocci della sinistra italiana, magari sommandoli attraverso operazioni politicistiche dall’alto. È questa una prima differenza, non marginale, con il Comitato per Tsipras che è e resta un “cartello elettorale”, o meglio è un “contenitore” in cui si fronteggiano due diverse culture: una minoritaria, che sconfina verso tendenze identitarie, l’altro che intende costruire una sinistra nuova che si canditi a governare la transizione; insomma che traduca lo slogan “un’altra Italia ed Europa sono possibili” in un programma economico e sociale attorno al quale sviluppare l’iniziativa politica.
Sono due opzioni strategiche che impediscono, oggettivamente, di trasformare il Comitato per Tsipras in un centro propulsivo di azione politica credibile e riconoscibile. Per questo non ci sono le condizioni affinché il Comitato da “contenitore” si trasformi in un soggetto politico, a meno che una delle due parti non decida deliberatamente o forzatamente di uscirne. Un “contenitore£ certamente utile per condurre grandi campagne condivise, come quella referendaria contro il pareggio di bilancio, o di affrontare scadenza elettorali dando vita a una unica lista, una volta decisi unitariamente gli aspetti programmatici e le alleanze. In questo senso il Comitato può continuare a svolgere un ruolo e avere una utilità politica, ma oltre ad essere un luogo d’incontro non gli è dato andare.
Il gruppo dirigente o meglio di coordinamento del Comitato è inoltre precostituito, è il risultato di equilibri tra micro partiti e aeree politiche e il metodo su cui si è chiamati a farne parte è quello della cooptazione senza mettere in discussione gli equilibri. È anche questo un punto di differenza non di poco conto dalla Case per la sinistra unita, strutture aperte invece, alle quali si aderisce individualmente sulla base del criterio “una testa un voto”.
Le Case per la sinistra nascono per contribuire ad aprire un processo tutto in divenire, quindi non si presentono come strumenti compiuti – per questa ragione sono Case per o non della sinistra unita – che hanno come primo obiettivo quello di lavorare per un nuovo e robusto insediamento sociale della sinistra.
Quando si afferma di voler lavorare per un nuovo insediamento sociale della sinistra partendo dai territori non si intende il “territorio” in senso letterario, ma territorio come area di conflitti sociali, in primo luogo a quelli legati al ciclo produttivo della fabbrica e a quelli connessi ai processi di terziarizzazione dell’economia, cioè all’insieme dei “mondi del lavoro”. Ma anche il conflitto legato alle contraddizioni dei luoghi del sapere e della conoscenza, allo sfruttamento dell’ambiente, al degrado urbanistico e al riconoscimento di elementari diritti individuali. Un insediamento sociale, dunque, che in una certa misura configura un nuovo blocco storico per la trasformazione. Lontana da noi pertanto l’idea delle due società, quella garantita, di “sopra” e quella degli oppressi, di “sotto”, destinate a un perenne antagonismo che non determina però il superamento della contraddizioni nell’ambito di un processo di transizione. Siamo invece per la riproposizione di una rinnovata e moderna visione dei conflitti sociali e di classe, in una società caratterizzata da un oligarchico capitalismo finanziario che mette, per alimentarsi e svilupparsi, in discussione anche importanti diritti e libertà conquistate dalle rivoluzioni democratiche-borghesi, come l’ultimo Engels aveva genialmente intuito.
Senza questo insediamento non si ricostruisce la sinistra, si può tutt’al più fare testimonianza o agire come forza marginale. Solo un progetto così concepito può avere un respiro strategico e non avere il fiato corto come tutti quelli tentati in questi anni. È però questo un lavoro di lunga lena che non si esaurisce nelle scadenze elettorali, locali o nazionali.
Le Case perciò non vogliono essere la copia, brutta o bella che sia, delle attuali sedi dei partiti, un po’ comitati elettorali e un po’ sedi correntizie di confronti congressuali; ma neppure, attenzione, dovranno essere confuse o identificate con l’associazionismo sociale. Non perché non siano inclini all’attività sociale e a connettersi con i conflitti sociali, tutt’altro! Ma questo loro specifico tratto dovrà essere ricondotto a una dimensione politica complessiva. Le Case perciò come una parte di un tutto, con una loro autonoma attività, e non come sommatoria di peculiarità sociali, sia pur significative e importanti. Anche per questo sono progettate come luoghi di analisi, di discussione e proposta politica; dei laboratori capaci di moltiplicare forze ed energie per un’azione politica efficace, incisiva. Si tratta, insomma, di avviare un processo di formazione di un “senso comune”, di “una volontà collettiva”.
Per questo non poniamo all’ordine del giorno la forma partito, non perché si teorizza un “sistema a rete”, ma solo perché sarà il reale processo a definirla. Il ”sistema a rete” è un punto di partenza necessario, ma non l’approdo. Ecco perché si evitano slogan roboanti e logori, come “costituente” o “superamento immediato dei partiti” per la costruzione di un nuovo soggetto politico. Per la militanza nelle Case il possesso della tessera a un partito della sinistra non è questione per l’oggi rilevante. L’impegno ora non è di configurare una ossatura di partito, anche perché vi è un lavoro ancora tutto da svolgere legato alla elaborazione, nel vivo dell’iniziativa politica, proprio di una nuova teoria del partito corrispondente a una società matura come quella contemporanea.
8. I tre elementi gramsciani della formazione del partito.
L’impegno immediato affinché un partito, come ci dice Gramsci, sia storicamente necessario è la formazione dcl primo degli elementi, che operi e sia diffuso. Si tratta – ricorda il fondatore del Pci – della militanza <<di uomini comuni, medi>>, la cui la partecipazione è data dalla presa di coscienza della necessità del partito, ma… <<non da uno spirito creativo ed altamente organizzativo>>. Per dirla in altri termini, si tratta dell’adesione al partito dei ceti sociali subalterni, partecipazione che non deve essere ristretta e quindi <<politicamente insufficiente e senza conseguenza>>. Insomma, di come si riesce a fare “massa critica” al capitalismo.
Gramsci ricorda però nelle “Note sul Machiavelli” che questo primo elemento da solo non darebbe vita a un partito perché in assenza di una <<forza coesiva>> questi uomini <<si sparpaglierebbero e si annullerebbero in un pulviscolo impotente>>. Senza un elemento coesivo principale, con capacita sia inventiva sia di indicare una certa direzione, un partito non si forma. Il secondo elemento più che il primo è necessario perché sarebbe un esercito senza capitani, allo sbando, sarebbe facilmente distrutto o mai si formerebbe. L’esistenza dunque di un gruppo di capitani con fini comuni – cioè di un gruppo dirigente – è dunque decisivo per formare un esercito anche là dove non esiste. Infine Gramsci pone in evidenza un terzo elemento, che connetti in rapporto dialettico il primo con il secondo: un elemento <<che li metta a contatto, non solo “!fisico” ma morale e intellettuale>>. Si tratta dei quadri intermedi senza i quali il partito non è in grado di agire.
Scrive Gramsci:<<Date queste considerazioni, si può dire che un partito non può essere distrutto con mezzi normali, quando esistano necessariamente il secondo elemento, la cui nascita è legata alle condizioni materiali oggettive (e, se questo secondo elemento non esiste, ogni ragionamento è vacuo), sia pur allo stato disperso e vagante, non possono non formarsi gli altri due, cioè il primo, che necessariamente forma il terzo come sua continuazione e mezzo di esprimersi>>. Una riflessione decisiva dalla quale partire che aiuta a comprendere la situazione italiana. Forse si può affermare che mentre il Pci-Pds.Ds-Pd nel corso delle sue diverse mutazioni, anche genetiche, ha mantenuto una <<proporzione definita>> tra questi tre elementi, così non è accaduto per il Pci-Prc e le successive formazioni di sinistra nate da scissioni dal Prc o dal Pdci. Viste oggi in termini critici, erano tutte formazioni non storicamente necessarie. Soltanto, forse, il primo Prc era un partito in cui si erta giunti a una <<proporzione definita>> tra i tre elementi, però appena appena sufficiente, che andava irrobustita con un lavoro teorico e politico impostato dai <<capitani>> che però non c’è stato.
Basta osservare, anche superficialmente, le micro organizzazioni della sinistra per renderci conto che non hanno una vera e propria articolazione dei tre elementi: un esercito di scarsa consistenza, dei gruppi dirigenti nazionali con rari capitani e divisi tra loro, dei quadri intermedi che sono molto spesso più militanti promossi da logiche correntizie al ruolo di dirigenti territoriali che quadri formatisi nelle lotte e nella battaglie politiche. E se lo stato della sinistra è questo i promotori delle Case per la sinistra unita non potevano che riflettere tale drammatica situazione, anche se hanno coinvolto e favorito la partecipazione, proprio perché consapevoli di questa drammatica debolezza, sindacalisti e militanti dell’associazionismo. Ma non è questo encomiabile impegno, naturalmente, a rendere la situazione migliore.
Ecco perché alle Case non piace parlare di un nuovo soggetto politico, ma indicare invece un processo. Non siamo interessati a un altro piccolo e modesto partito transitorio. Non siamo contro i partiti, cioè dei “movimentisti”, bensì le Case nascono proprio per fare un partito, stoicamente necessario, come direbbe Gramsci, espressione delle contraddizioni della società contemporanea. Alle Case aderiscono donne e uomini che potrebbero appartenere teoricamente ai tre diversi elementi, ma questa articolazione nella realtà oggi non esiste. Per questo l’unica organizzazione possibile è quella “a rete” e un metodo di discussione e del formarsi delle decisioni basato sul consenso e sulla trasmissione di idee e proposte in senso circolare, non gerarchizzato. Solo quando le Case avranno quel peso sufficiente per determinare una diversa storia saranno mature le condizioni di nascita del nuovo soggetto, del nuovo partito.
Consideriamo per questo l’esperienza romana delle Case per la sinistra unita un esperimento che ha valenza nazionale. Le Case non sono inclusive. Ben vengano altre esperienze simili alla nostra: associazioni politiche, nazionali o locali, centri e circoli territoriali, e la trasformazione ovunque sia possibile dei Comitati per Tsipras in veri e propri luoghi di iniziativa politica. E soprattutto la presa d’atto consapevole dei micro partiti di sinistra di essere transitori e del tutto insufficienti e autoreferenziali. Con tutti vogliamo discutere e avere uno stretto collegamento, rispettosi delle diversità; ma il percorso comune richiede una scelta strategica irrinunciabile: partire dai territori per ricostruire la sinistra: L’improvvisazione di progetti dettati prevalentemente da scadenze elettorali per cui s’imboccano scorciatoie in cui si sommano debolezze a debolezze e con i soliti finti capitani che precostituiscono i gruppi dirigenti poco o nulla ci interessano. Magari possiamo sostenerli con il voto, come già abbiamo fatto con la Lista Tsipras, ma non parteciparci. Siamo proiettati a ricercare nuovi orizzonti Non intendiamo farci politicamente ancora del male rincorrendo un modo di fare politica datato, che in vent’anni non ha prodotto nulla di buono.
Noi preferiamo invece che la vecchia talpa torni a scavare.
Sandro Valentini
Il sostegno della Sinistra Socialista e della Lega dei Socialisti al Referendum sul Fiscal Compact, di F. Bartolomei
La LEGA dei SOCIALISTI e la SINISTRA SOCIALISTA SOSTERRANNO LA RACCOLTA DELLE FIRME NECESSARIE PER SVOLGERE I REFERENDUM per abrogare, in particolare, alcune disposizioni della legge n. 243 del 2012 , attuativa del nuovo principio dell’ obbligo di equilibrio di bilancio introdotto in Costituzione durante il governo Monti , che ne prevedono il conseguimento attraverso politiche di austerità di natura assolutamente recessiva, dannose per lo sviluppo del Paese, e per il lavoro ,e pericolose per la stessa stabilità dei conti pubblici a causa della inevitabile contrazione degli introiti fiscali derivante dalla sicura futura contrazione della ricchezza prodotta .
Decidiamo di sostenere i referendum abrogativi proposti , al di la’ del merito dei quesiti referendari , per contribuire comunque a costruire nella opinione del paese un consapevole fronte del dissenso rispetto alle normative europee imposte dalle autorita’ finanziarie sovranazionali sull’onda dell’ attacco dei mercati finanziari alle sovranita’ degli stati , ed ovviamente per cercare di attenuare le conseguenze che l’introduzione di una stringente normativa vincolistica delle politiche di spesa ed incentivazione pubblica dell’economia potra’ causare al.tessuto produttivo ed all’equilibrio sociale del paese .
E’ pero’ opportuno chiarire da subito che, in ogni caso , la celebrazione di un referendum parziale, come questo , non puo’ e non deve essere considerato, in alcun modo , una fonte di legittimazione indiretta degli indirizzi complessivi fissati alle politiche di bilancio degli Stati della zona ” Euro” fissati dall’ACCORDO EUROPEO sul ” FISCAL COMPACT ” , che deve, al contrario , continuare ad ESSERE CONDIDERATO UNO DEI PUNTI CENTRALI DELLA REVISIONE TOTALE DEI TRATTATI ISTITUTIVI DELLA UNIONE .
In tal senso riteniamo questo REFERENDUM ; ANCHE IN CASO DI ACCOGLIMENTO DEI QUESITI ABROGATIVI DA PARTE DEL CORPO ELETTORALE, una espressione di volonta’ del corpo elettorale che non puo’ ESSERE CONSIDERATO , in alcun modo, QUALE ATTO DI LEGITTIMAZIONE POPOLARE DEL DISPOSTO GENERALE DELLA NORMATIVA ; anche in relazioni alle parti rilevanti della legge attuativa , n. 243 del 2012 , che non sono neppure SOTTOPINIBILI A REFERENDUM ABROGATIVO in quanto assumono il contenuto dispositivo vincolante di precetti normativi costituenti diretta espressione applicativa di un disposto costituzionale , che sicuramente non puo’ essere da noi condiviso nel suo reale significato di limite invalicabile di natura politico -finanziaria alla discrezionalita’ valutativa ed operativa del governo del paese in materia di politica economica e sociale , ed attraverso essa alla sua stessa sovranita’ .
Un referendum abrogativo parziale come questo , peraltro costretto alla parzialita’ del suo oggetto dalla stessa natura di legge costituzionalmente rafforzata della legge n. 243 del 2012 , attuativa del disposto costituzionale introdotto in esecuzione del trattato europeo sul Fiscal Compact , che contiene le norme di cui si chiede l’abrogazione , puo’ sicuramente contenere, quale sua conseguenza naturale , una portata legittimante dell’intera normativa restante sugli obblighi di pareggio o di equilibrio di bilancio essendo obbligatoriamente limitato solo ad alcune delle modalita’ del suo concreto perseguimento , per cui riteniamo indispensabile il nostro chiarimento diretto ad inquadrare correttamente la parziale battaglia referendaria nel reale contesto complessivo che la circonda, e sopratutto lo riteniamo necessario ad evitare che il suo svolgimento possa essere succesivamente considerato una sorta di accettazione indiretta del significato politico reale della restante normativa complessiva .
Noi continuiamo infatti a ritenere assolutamente negativo quel principio fatto divenire disgraziatamente Costituzionale , e lo consideriamo da eliminare in toto attraverso quella revisione complessiva dei trattati europei per cui ci battiamo , e che riteniamo debba costituire il vero obiettivo attorno a cui ricostruire la Sinistra in Italia ed in Europa .
Il processo costituente di una nuova forza della sinistra , in cui noi crediamo , deve infatti costruire una forza nuova che abbia un profilo di forza riformatrice Socialista dai caratteri di programma molto radicali , totalmente autonoma culturalmente dagli schemi mentali e dalle sugestioni del modello neo-liberista , o , ancor meglio ancora, del sistema neo -finanziario dei processi di creazione della ricchezza .
Una forza politica che ricostruisca la Sinistra, libera del tutto da ogni condizionamento dei poteri forti che costituiscono i sogetti attuatori sovranazionali del modello economico dominante , alternativa al quadro esistente ed in grado di reggere con energia ed intelligenza un ruolo di opposizione , ma in condizione di assumersi ,se ne dovessero creare le condizioni , le responsabilita’ di una politica di governo .
Il nostro impegno in questo referendum , con la chiarezza necessaria riguardo al suo autentico significato , e’ quindi un passaggio decisivo di questa nostra idea di ricostruzione della Sinistra Italiana .
Franco Bartolomei
Partito il Cinecittà Film Festival, di A. Galeotta
Dal 10 al 13 luglio si terrà il primo Cinecittà Film Festival.
Il Festival vuole essere anche una risposta alla speculazione del piano di Luigi Abete che gestisce Cinecittà Studios e che inaugurerà nella stessa data, insieme ai fratelli Della Valle, il parco giochi Cinecittà World.
L’evento promosso dalla rete territoriale Cinecittà Bene Comune e dalle maestranze degli storici studios è autogestito, aspira ad essere partecipato e popolare, e vuole valorizzare la grande produzione cinematografica di Cinecittà proiettando i grandi capolavori della fabbrica dei sogni italiana. Ad ospitare la rassegna sarà la suggestiva cornice del Parco degli Acquedotti, una location altrettanto celebre nel quartiere simbolo del cinema italiano.
Il Festival nasce a sostegno delle maestranze del cinema di Cinecittà Studios, del lavoro, della cultura contro il piano di cementificazione di Luigi Abete che prevede all’interno degli studi 400 mila metri cubi di cemento, di natura commerciale e per intrattenimento.
Il festival vuole essere anche un luogo di discussione e riflessione sul futuro degli Studios attraverso il coinvolgimento della cittadinanza ma anche delle istituzioni e del mondo del cinema, con autori, registi e attori, ma anche sindacati e forze politiche.
Il 15 Luglio a Roma per la Casa per la Sinistra Unita del Municipio IX (locandina)
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Campagna referendaria per cambiare la legge sul Fiscal Compact (materiali)
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I tre pilastri della sinistra, di M. M. Pascale
Relazione alla tavola rotonda “ricostruire la sinistra”, Civitavecchia, 5 luglio 2014
Libertà e giustizia sociale. Un vecchio enunciato di Sandro Pertini che ha scosso a suo tempo la politica italiana in maniera trasversale. Due parole semplici ma potenti. Libertà vuol dire poter disporre di se, poter essere ed esistere nel mondo. Aristotele diceva che era libero solo “chi possedeva almeno uno schiavo”. Spartaco rispose impugnando la spada contro i padroni. La libertà è anche un punto di vista. Non la si impara, la si costruisce. La libertà viene a noi attraverso l’autonomia economica che porta a poter soddisfare bisogni materiali e ci dà la possibilità di soddisfare i bisogni spirituali. Il lavoro diventa, da sintomo di schiavitù, simbolo di libertà. Avere un salario che porti un avanzo rispetto alle spese, poterlo gestire, vuol dire essere liberi.
Ma se solo alcuni sono liberi, la libertà esiste? La risposta è no. Esiste solo il sopruso. Per rendere possibile la libertà noi abbiamo bisogno dello strumento della giustizia sociale. Ogni uomo nasce libero, compito nostro, interpretando J. J. Rousseau, è quello di evitare che cada in catene. Pari opportunità di partenza, stimolo a chi resta indietro o parte svantaggiato, ma anche incentivazione dell’impegno e dei meriti. La giustizia sociale non è rendita di posizione, ma è la strada verso una società migliore.
Ecco quindi cos’è la sinistra. Da ognuno secondo le sue possibilità, a ciascuno secondo i suoi bisogni ed i suoi meriti. Ma forse non dovremmo neanche chiamarla più “sinistra”, nome che ci fa pensare, oggi, ad intellettuali prezzolati che di giorno predicano Marx e Gramsci e la sera parlano con Berlusconi per proporre il loro ultimo libro ad Einaudi o a Mondadori. Politici di professione, cacciatori di “contatti” che portino a scorciatoie per l’ascesa nei salotti che contano, conduttori televisivi dal ghigno cattivo più o meno radical chic, eroi di carta che parlano, parlano e basta, di camorra, godendosi lauti diritti d’autore. Sarebbe il caso di creare tra noi e tutta questa genia di parassiti una certa distanza e ripeto, provocando, forse un nome nuovo per i concetti espressi dalla forma storica che noi chiamiamo “sinistra” non sarebbe una cattiva idea.
Su questo ci penseremo.
Ma dato che noi siamo qui ed ora, mi preme pormi e porvi un interrogativo. Mi chiedo e vi chiedo,che fare a Civitavecchia? Francamente sono rimasto frastornato, dopo la vittoria dei 5 stelle, dal coro bipartisan che si levava dalle opposizioni, dentro e fuori l’aula consiliare, e che ripeteva, a mo’ di mantra “siamo collaborativi”. Ne comprendo, al limite, l’esigenza tattica, ma ci vedo anche una palese incapacità di lettura dei dati politici. I nostri rappresentanti credono di avere a che fare con un “nemico convenzionale”, che si combatte, vero, ma con cui si può anche dialogare, al limite fare la pace dopo la guerra, perché, in fondo, esistono valori comuni che possono portare a linee di azione condivise. Per fare un esempio: il social housing è stato ed è una preoccupazione sia della sinistra che del mondo cattolico e ambedue questi soggetti, nonostante le feroci battaglie combattute, hanno sempre collaborato per portare avanti progetti.
Eppure è evidente che con i 5 stelle non sia così. La vicenda di TVS, ad esempio, la dice lunga sul tema della difesa del lavoro e sulla sua irrilevanza nei disegni della “nuova politica”. Il comune di Civitavecchia non è stato neanche invitato al tavolo ministeriale che doveva discutere il problema. Gli altri comuni interessati si sono presentati lo stesso, con tanta faccia tosta, sbattendo i pugni sul tavolo. I nostri amministratori sono rimasti incollati alle loro poltrone, preferendo il “tavolo dei bambini” più piccolo, minoritario e destinato al fallimento.
Semplicemente per loro il lavoro non è un valore così importante. Lo si difende a tempo perso.
Pari opportunità? Giustizia sociale? Quando sento l’assessore al welfare dire che “i servizi sociali non sono ad personam” e che gli utenti “debbono recarsi in ufficio, riempire un modulo ed aspettare”, mi si gela il sangue nelle vene. I servizi sociali sono ad personam, ogni caso è diverso dall’altro e la data di presentazione delle domande non coincide mai con la gravità e con l’urgenza del caso. Una donna maltrattata, un bambino abusato, una famiglia cui è crollata la casa non possono sedersi ed aspettare il loro turno. Dietro alla visione burocratica si cela l’arroganza di chi vuole eliminare il bisogno dalla città, ma non perché vede un mondo migliore, non perché risolve il problema, ma semplicemente perché la vista dei bisognosi offende lo sguardo del piccolo borghese.
Meriti? Certo i 5 stelle hanno la qualità dei curricula e le competenze tra le loro parole d’ordine. Eppure guardiamo chi sono, questi meritevoli. Tra eletti, amministratori e delegati, l’unica loro dote, oggettivamente, è quello di aver votato e fatto campagna elettorale per loro. Marx li definirebbe, in blocco, senza mezzi termini, “studenti e giuocatori di biliardo”. Questo mentre le eccellenze, quelle vere, continuano ad andare ogni mattina verso Roma, dove vengono stritolate dal precariato.
Quali valori comuni possiamo avere noi, figli e nipoti della grande tradizione socialista, con loro? Loro ogni giorno demoliscono i tre pilastri della sinistra: libertà, giustizia sociale e merito. Loro hanno portato, in Italia e a Civitavecchia, un abbrutimento della politica, con la pratica quotidiana del linciaggio mediatico contro chiunque fosse in disaccordo. L’egemonia dell’urlo, il razzismo strisciante, evidentissimo nell’alleanza tra Grillo e Farage, che si estrinseca a Civitavecchia con il mitologema antisemita applicato ai cinesi.
La politica, per i 5 stelle, non è geometria, ma è degradata a luogo in cui si risolvono contraddizioni psicologiche di fondo.
Compagni, senza tanti giri di parole: vogliono la morte dei nostri valori. Vogliono, da un punto di vista politico, la nostra morte. Di fronte a questa evidenza vi domando, cosa dovremmo fare? Dovremmo “collaborare” oppure sarebbe lecito difendersi? La domanda è retorica, ovviamente. Dobbiamo difenderci con tutto quello che abbiamo a disposizione, coprendoci le spalle gli uni con gli altri. Quando si è nella stessa trincea la morte del compagno, per quanto antipatico possa essere, mi scopre il fianco. Io divento vulnerabile.
La sinistra, nella sua genesi storica, ha dimostrato ampiamente un fatto. Ogni qual volta c’è stato un soggetto che ha provato ad essere egemone sugli altri, si è sempre perso. Veltroni e la teoria dell’autosufficienza ne sono un esempio. La sinistra ha vinto, in Italia e a Civitavecchia, solo quando si è presentata unita. I più sofisticati, a questo punto, obietteranno impugnando la categoria di governabilità. D’accordo. Ma la politica non è solo amministrazione, bensì anche visione del mondo. Oltretutto la nostra carta costituzionale (che è sempre valida, finché non ne avremo un’altra) non cita la governabilità come valore, bensì la democrazia. Sono due cose profondamente diverse ed io, nel mio piccolo, preferisco la democrazia, quella dei padri fondatori, al vile dominio dell’amministratore di condominio.
Ma voglio anche farmi carico della categoria di governabilità, perché poi è pur sempre un governo (nazionale o locale) che deve agire per il raggiungimento degli obiettivi.
Come si governa, efficacemente, tutti insieme?
Dobbiamo tutti, senza eccezione, guarire dal berlusconismo, che ci ha contaminato negli ultimi anni. I partiti, anche se difendono “una parte” del corpo sociale, debbono svolgere alloro interno una dialettica tra diversi punti di vista. Non possiamo permetterci più partiti “padronali”, che rispondono ad un solo uomo o partiti “azienda” che difendono ciecamente gli interessi di una sola lobby. Questo deve essere un impegno condiviso e comune. Non possiamo permetterci di congelare la mobilità generazionale: chi ha fatto il suo tempo dia pure buoni consigli, ma si faccia di lato. Non possiamo permettere alla vanità personale, alle psicologie particolari, di governare i partiti. Non possiamo permetterci di essere schiavi dei voti, che sono importanti, certo, ma dobbiamo capire che in politica servono, in egual misura, tre cose: certamente i voti, ma anche le capacità organizzative e le capacità intellettuali.
Proprio per questo dobbiamo abbandonare lo schema perverso della dittatura degli eletti. La politica non può coincidere con la pura e semplice amministrazione.
Queste le mie considerazioni per ricostruire la sinistra. Il mio augurio e che si riparta qui, tutti insieme, per l’edificazione di una casa comune.
Mario Michele Pascale
Ultimo sprint per la campagna DELIBERIAMO ROMA, di M. Luciani
Siamo ormai agli ultimi giorni utili per raccogliere le firme a sostegno delle Delibere di Iniziativa Popolare della campagna cittadina DELIBERIAMO ROMA.
L’istituto della Delibera d’Iniziativa Popolare è previsto dallo Statuto di Roma Capitale ed è un atto con il quale almeno 5000 cittadini iscritti nelle liste elettorali del Comune di Roma, le cui firme devono essere autenticate dal Comitato Promotore e certificate dal Sindaco, presentano un progetto di deliberazione all’Assemblea Capitolina o alla Giunta (nel nostro caso all’Assemblea Capitolina).
Le delibere proposte dai promotori sono quattro: 1)Acqua Pubblica, 2) Uso sociale del patrimonio abbandonato, 3) Sostegno alla Scuola Pubblica per l’Infanzia, 4) Finanza sociale.
Attraverso i contenuti delle quattro delibere i promotori intendono indicare su alcuni temi qualificanti una prospettiva alternativa a quella definita dal decreto Salva-Roma e caratterizzata da piani di austerità, dismissioni e privatizzazioni.
- ACEA ATO 2 S.p.a. va ri-pubblicizzata e va assicurata la gestione pubblica per migliorare la qualità del servizio idrico e garantire la partecipazione delle comunità locali e la dignità dei lavoratori, in coerenza con l’esito del referendum del 2011 promosso da Acqua Bene Comune che ebbe uno schiacciante successo col pronunciamento di 27 milioni di cittadini italiani un milione dei quali erano romani.
- Acquisizione a Patrimonio Comune anche attraverso espropri e requisizioni, in alternativa alle svendite degli edifici sfitti ed invenduti, delle ex aree militari, le fabbriche, i cinema e i teatri dismessi, delle terre incolte e i casali abbandonati, per trasformarli in case, servizi, centri culturali, verde pubblico, laboratori, sedi di amministrazioni a canone zero.
- Spostare i finanziamenti alle scuole d’infanzia private verso le scuole d’infanzia comunali con l’obiettivo di soddisfare la domanda inevasa quantificabile in 4600 bambini di famiglie che ogni anno a Roma vedono respinte le domande per raggiunti limiti di capienza delle graduatorie.
- Il Consiglio Comunale deve fare formale richiesta alla Cassa Depositi e Prestiti di modificare status giuridico e funzione al fine di sostenere con finanziamenti a tasso agevolato gli investimenti degli Enti Locali riguardanti Beni Comuni e Welfare Locale, affrancandoli dai vincoli del Patto di stabilità.
La campagna è stata promossa dal Coordinamento Romano per l’Acqua Pubblica, la Rete Patrimonio Comune, Il Comitato Articolo 33 e il Forum per una Nuova Finanza Pubblica e Sociale di Roma.
I contatti per dare una mano alla campagna in questi ultimi e decisivi giorni o, semplicemente, per sapere dove si può andare a firmare sono:
http://www.art.33.roma@gmail.com
www.perunanuovafinanzapubblica.it
Le Case per la Sinistra Unita sono un luogo aperto dove la campagna può trovare consenso e appoggio.
Massimo Luciani
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