Alla ricerca del moderno Principe di Gramsci- Le Case per la sinistra unita, di S. Valentini

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1. La discussione a sinistra sulla forma partito e sui suoi tratti distintivi.
Da anni è in atto a sinistra, tra sussulti e cadute, una discussione abbastanza oziosa sulla forma partito. I cosiddetti “conservatori” continuano ad avere in testa, anche se non sempre hanno la sufficiente onestà intellettuale di riconoscerlo, il modello partito del XX secolo, nella duplice variante comunista o socialdemocratica. Gli “innovatori”, quelli che vorrebbero determinare una discontinuità più o meno marcata con i modelli del passato, teorizzano invece nuove forme, ma a poi a dir il vero costituiscono circoli che sono la brutta copia delle sezioni del Pci e il metodo della formazione dei gruppi dirigenti resta quello antico della cooptazione, però sulla base della logica correntizia e non sull’esperienza selettiva delle lotte. Così riemergono, nonostante l’accanita discussione, le due facce della stessa medaglia, ma con una ulteriore negatività: a ruolo di direzione politica sono sempre più spesso chiamati giovani cresciuti in “batteria”, come “polli d’allevamento”, con scarsa credibilità e autorevolezza politica.

Iniziamo a dircelo chiaramente: anche questo aspetto rientra nei limiti della sinistra dell’ultimo ventennio. Il Comitato per Tsipras, per esempio, predica l’innovazione ma si è formato con il vecchio metodo della cooptazione, cioè un gruppo precostituito indicato da partiti ed aree, come tutte le sue scelte successive al voto confermano amaramente.

Ovviamente si discute molto non solo sulla forma partito, ma anche sui suoi tratti distintivi. Anche qui vi sono i “conservatori”, gli identitari e gli “innovatori”, tutti protesi, almeno a parole, a tuffarsi nel sociale, e i “pragmatici”, gli istituzionali, che hanno in tasca la sola certezza che non si fa politica, quella con la P maiuscola, se non si è nelle istituzioni, costi quel che costi. Per cui l’iniziativa politica è ridotta dai primi a pura testimonianza ideologica, dai secondi al lavoro sociale o alla intercettazione dell’associazionismo, illudendosi che sommando una miriade di specificità e particolarità si costruisce un soggetto politico alternativo egemone, i terzi, infine, si muovono in modo subalterno al Pd e in diverse ondate confluiscono come ultimo atto nelle sue file.

 

2. “Senso d’appartenenza, volontà collettiva” e iniziativa politica.
Tutti sparlano a distanza di oltre vent’anni del Pci individuando magari un aspetto di quel partito, mai la sua complessità. Per esempio, è senz’altro vero che le sue sezioni erano anche un luogo di aggregazione e d’azione sociale, ma il tratto distintivo della fittissima rete comunista era la forte valenza strategia organizzativa e politica appunto delle sue strutture territoriali. La parola sezione stava a significare ciascuna delle parti in cui è suddiviso un tutto, nel caso specifico il Pci. Le sue sezioni non erano solo espressione delle contraddizioni e dei conflitti sociali del territorio, cioè di una peculiarità, ma rappresentavano un tutto che interagiva con le questioni sociali del territorio stesso. Insomma nel tentare di dare risposte e soluzioni al “problema della fontanella” esercitavano una funzione egemone dando anche localmente un “senso” d’appartenenza a un partito, “senso” senza il quale non si forma una “volontà collettiva” per il cambiamento e la trasformazione della società.

Per dirla con Gramsci, una volontà collettiva per sviluppare l’iniziativa politica; ma l’iniziativa politica è efficace se sposta avanti, a vantaggio delle classi subalterne, i rapporti di forza. Una iniziativa politica è incisiva se stabilisce un rapporto dialettico, un nesso tra struttura e momento sovrastrutturale, se determina, insomma, uno spostamento reale. Se si separano i due momenti si scivola inevitabilmente nel politicismo o nel determinismo, nella subalternità ai ceti sociali dominanti o nel radicalismo estremista.

Può esserci <<riforma culturale e cioè elevamento civile degli strati depressi della società, senza una riforma economica e un mutamento nella posizione sociale e nel mondo economico>> si chiede Gramsci? Egli risponde al suo interrogativo pleonastico chiarendo che per valutare <<se esistano le condizioni perché possa suscitarsi e svilupparsi una volontà collettiva nazionale-popolare>> occorre un’analisi economica della struttura sociale, ma anche un’analisi delle forme in cui si sono affermati (o dei tentativi drammatici manifestatisi) gli aspetti sovrastrutturali, cioè sui caratteri storici, politici e culturali di un paese.

 

3. Alla ricerca del moderno Principe di Gramsci.
È questo un lavoro complesso di analisi, di ricerca e di formazione, di intreccio tra lavoro teorico e pratica politica che può essere condotto e svolto solo da un collettivo che nel far circolare idee, dall’alto al basso e viceversa, metta ogni sua parte in condizione di essere sezione di un tutto, non però come pura cassa di risonanza, ma come parte capace di acquisire nuovi dati, di fare esperienze politiche e di lotta, di sperimentare forme inedite di insediamento sociale. Un collettivo, insomma, che indirizzi proposte e idee, concrete e razionali, anche se non ancora verificate e criticate, all’irrobustimento di una “volontà collettiva” per rendere efficace l’iniziativa politica.

Un lavoro del genere non può che farlo il Principe di Machiavelli, il moderno collettivo organizzatore <<di una riforma intellettuale e morale>> terreno per un ulteriore sviluppo <<della volontà collettiva nazionale- popolare verso il compimento di una forma superiore e totale di civiltà moderna>>. Ma una riforma culturale non può non essere legata che a un programma di riforma economica, anzi il programma di riforma economica è appunto il modo concreto con cui si presenta ogni riforma intellettuale e morale. Ed è il moderno Principe, il partito come collettivo organico, l’organizzatore e il portatore della riforma, in quanto sconvolge tutto il sistema dei rapporti produttivi, ma anche intellettuali e morali. Lo sviluppo della sua azione politica diviene così un atto concreto di trasformazione della società, cioè un qualcosa di simile all’introduzione di elementi di socialismo teorizzata da Berlinguer per <<fuoriuscire dal capitalismo>>.

 

4. Limiti soggettivi e limiti oggettivi.
Proprio la separazione del rapporto dialettico tra struttura e sovrastruttura nell’azione politica è stato uno dei gravi errori soggettivi che ha portato la sinistra da un disastro all’altro, accumulando così in più di vent’anni solo macerie.

Senz’altro i processi oggettivi di finanziarizzazione e terziarizzazione dell’economia su scala globale sono alla base della crisi della sinistra e dei suoi modelli di crescita fino alla metà del XX secolo. Grandi imitazioni che hanno favorito la dislocazione dell’industria, il ciclo produttivo povero, nel sud del mondo, mentre è rimasto all’occidente capitalistico il ciclo produttivo ricco, perché anche e soprattutto con i processi di valorizzazione di merci e beni, materiali o immateriali, dello stesso sapere e conoscenza, dello sfruttamento dell’ambiente, si ricava plusvalore. Alla globalizzazione capitalistica la sinistra non ha saputo contrapporre una sua concezione del mondo, un suo “senso”, un suo sistema di valori che non fosse la stanca riproposizione di modelli in crisi, sconfitti e superati, sia che fossero di espressione comunista sia di espressione socialdemocratica.

La risposta della sinistra alla globalizzazione e alla grande ondata neoliberista è stata soprattutto in Europa la “terza via” di Blair, con una minoranza, sempre più esigua, che ha tentato di resistere arroccandosi su posizioni radicali, ma senza indicare una strategia politica credibile. Ma la “terza via” del Pse è una scelta a rimorchio delle politiche neoliberiste, le attenua ma non le rimuove, né le supera. In Italia poi, per la presenza di un movimento di destra dai tratti illiberali come quello di Berlusconi, addirittura la “terza via” si è concretizzata su posizioni di completo allineamento con le politiche economiche della destra europea, attraverso governi di centrosinistra guidati da personalità come Prodi, Ciampi, Amato, D’Alema e Veltroni.

La contraddizione durissima in cui è rimasta schiacciata la sinistra (ma anche la Cgil) è di aver sostenuto quei governi (e spesso ne ha fatto parte) per tutelare spazi reali di democrazia, per difendere i principi sanciti dalla Carta Costituzionale, per salvaguardare le funzione del Parlamento e la Repubblica parlamentare. Di aver condotto insomma una politica di resistenza all’offensiva moderata delle destre. È stata una scelta che invece di rafforzarla l’ha ulteriormente indebolita nella sua capacità di rappresentare, almeno in parte, un mondo del lavoro devastato dalle politiche neoliberiste.

Le grandi privatizzazioni, la “riforma delle pensioni”, l’introduzione delle precarietà nel mercato del lavoro con la parcellizzazione dei contratti a termine e la conseguente riduzione del peso sindacale e politico dei contratti collettivi di lavoro, l’esasperazione delle imposte indirette, delle tariffe per i servizi e lo smantellamento di importanti comparti dello Stato sociale, dalla sanità alla casa, sono stati provvedimenti impopolari presi dai governi di centrosinistra nell’ambito dei vincoli europei di riduzione drastica della spesa pubblica e di pareggio dei bilanci pubblici: obiettivi politici questi da sempre della destra!

Una sinistra dunque fortemente indebolita e in crisi che ha svolto una battaglia di resistenza cavalcando il politicismo, illudendosi di poter “salvare la pelle” e il sistema democratico chiudendo accordi elettorali e di governo con il Pds-Ds-Pd, senza però mai avanzare uno straccio di proposta ricavata da un suo programma di riforma economica, che avrebbe dovuto essere alla base di qualsiasi azione di governo, sia pur nell’ambito di una coalizione. La sinistra o è questo o non è!

Il suo essere forza di governo per la trasformazione non può essere ridotto a forza di modernizzazione e di miglioramento del “sistema Paese”. Non a caso a sinistra questi aspetti erano una volta lasciati tradizionalmente all’azione del sindacato: suo era soprattutto il compito di migliorare le condizioni materiali di vita dei lavoratori, dei pensionati, dei giovani precari o disoccupati; suo era il compito di avanzare proposte per modernizzare il Paese con vertenze aziendali di riqualificazione dei servizi, riducendo gli sperperi, per una burocrazia statale e un servizio pubblico più efficiente e produttivo, più corrispondenti ai bisogni della collettività.

Il compito della sinistra era soprattutto di legiferare su queste proposte battendosi affinché diventassero legge per essere attuate. La sua azione politica si spinge pertanto ben oltre: è azione permanente tesa alla trasformazione, in quanto la politica promuove organizzazioni permanenti sulla base di precisi interessi ed esigenze economiche, In questo senso la politica si identifica con l’economia. Ma la politica si <<distingue>> dall’economia e quindi si può parlare, sostiene Gramsci, <<separatamente di economia e di politica>>, fino a parlare appunto <<di “passione politica” come di impulso immediato all’azione che nasce sul terreno “permanente e organico” della vita economica, ma lo supera, facendo entrare nel gioco sentimenti e aspirazioni…>>. Insomma, l’insieme degli aspetti sovrastrutturali, religiosi, intellettuali, culturali, che non ubbidiscono, egli osserva, al solo <<tornaconto individuale>>.

 

5. Il governo Renzi.
Oggi, spesso gli stessi che si sono imbarcati in avventure politicistiche, assumendo incarichi istituzionali ed elettivi a tutti i livelli nel centrosinistra, sostengono, con l’ascesa di Renzi, la morte del centrosinistra. Si guarda, giustamente anche con grande preoccupazione, al complesso di riforme istituzionali ed elettorali – un sistema elettorale quello dell’italicum per esempio che va oltre ad ogni più ristrettiva riforma elettorale di restringimento delle rappresentanze democratiche tramite il maggioritario e il bipolarismo – mettendo con atti legislativi concreti, e non con minacce politiche, in discussione la Costituzione dalle fondamenta.
Ma, mentre si grida contro Renzi denunciando il suo disegno autoritario a coronamento di una offensiva moderata che ha maciullato la prima e poi la seconda repubblica, non ci si accorge che sul terreno economico egli è portatore di un politica sociale di attenuazione delle dottrine economiche neoliberiste. Il suo successo elettorale non è solo il risultato di uno sviluppo mistificatorio apparentemente “democratico e innovativo” del populismo rispetto a quello dei luoghi comuni moderati di Berlusconi, e meno distruttivo e demagogico di quello estremista di Grillo; non è solo l’uomo d’ordine democratico della provvidenza che dialoga direttamente con il popolo facendo meno della mediazione delle istituzioni, dei partiti e dei sindacati, il cui populismo però è presentato in modo contrapposto a quello conservatore di destra; è anche il leader di un nuovo disegno strategico interclassista, senz’altro non assimilabile a quello democristiano che guardava a sinistra.

È un interclassismo più spostato al centro, su un versante moderato in cui la mediazione tra capitale e lavoro per essere stabile e duratura ha bisogno da un lato di attenuare le politiche più oltranziste del neoliberalismo, dall’altro lato di istituzioni elettive piegate al governo del leader, proprio perché la “politica delle mance”, della costruzione di uno Stato assistenziale e di un sistema clientelare di potere oggi non è più possibile. D’altronde l’operazione molto criticabile degli 80 euro come una tantum a sostegno dei redditi più bassi e soprattutto le sue reiterate dichiarazioni sulla necessità di una politica economica europea basata non solo sui vincoli di bilancio, ma anche sulla crescita e l’occupazione, pur se non si sono tradotte in atti concreti e significativi di governo, devono essere lette come un chiaro tentativo di stabilizzare il Paese ridisegnando le istituzioni in chiave di riduzione degli spazi di democrazia a supporto di una debolissima mediazione tra capitale e lavoro. Sarebbe però sbagliato credere che con questo Pd la sinistra non ha più nulla in comune. La situazione non è lineare: non lo era con Prodi, non la è oggi con Renzi!

 

6. Una nuova sinistra del XXI secolo.
A sinistra solo gli identitari non sbagliano valutazioni. Infatti, tutto ciò che non rientra nel loro schema ideologico è una variante del pensiero borghese o di quello socialdemocratico, sempre e comunque subalterno al primo; la questione della politica delle alleanze è così bella che risolta. Si resta arroccati nel proprio credo, prigionieri di una ideologia fuori dalla realtà. È questo un problema di tutti gli identitari, non solo dei neo-comunisti post-Pci, ma anche ugualmente di quei socialisti che pensano di essere gli unici depositari della storia novecentesca del movimento operaio in quanto il movimento comunista ha lastricato il suo percorso di errori, concezioni autoritarie e crimini.

Ci sono però identitari che colgono il limite dei loro schemi ideologici. Allora utilizzando in modo macchiettistico il pensiero di Lenin, di Togliatti o addirittura di Stalin, rivendicano con orgoglio la posizione che <<fermo restando i principi si può fare l’alleanza anche con il diavolo!>>. Rimuovono completamente il contesto storico eccezionale in cui questa “tattica” fu utilizzata per applicarla a una normale situazione politica di ricerca di alleanze elettorali e di costruzione di coalizioni di governo del Paese, di una Regione o di un Comune. La tattica è dunque ridotta alla giustificazione di accordi elettorali, il più delle volte privi di veri contenuti programmatici di cambiamento. Un modo di intendere la politica non lontana dalla “teoria di entrare nella stanza dei bottoni” con cui una parte del Psi giustificò l’accordo strategico con la Dc. Ma allora personalità come Giolitti o De Martino tentarono la strada della programmazione e delle riforme, invece oggi nel Psi di Nencini non si va oltre la possibilità d’acquisire dal Pd qualche ministero minore e qualche deputato per riaffermare un riformismo il cui unico impegno è a stare nella stanza di comando, appunto dei bottoni!

Noi abbiamo la convinzione che vi è tra il Pd e il Movimento5 Stelle un enorme spazio per una moderna sinistra del XXI secolo che mantenga aperta una prospettiva socialista; e siamo altresì la convinti che questa sinistra può essere costruita solo liquidando ogni forma di settarismo e minoritarismo da un lato e ogni forma di opportunismo e di subalternità al Pd dall’altro lato. Questo spazio non ha acquisito ancora i contorni della necessità, ma è opportunità, una possibilità su cui aprire un nuovo processo storico. Del resto, segnali forti che vanno in questa direzione ci vengono dal voto europeo. Vi è una sinistra in ripresa non solo in termini di consensi, ma anche nella qualità del voto. Una nuova sinistra che ha di fatto soppiantato la vecchia sinistra comunista e antagonista, guadagnando tra l’altro sensibilmente voti e consensi al Pse.

 

7. Le case per la sinistra unita.
In questa scia, dentro questo contesto si muovono le Case per la sinistra unita. Si è più volte detto che le Case ripartono dai territori e non sono interessate a rimettere insieme i cocci della sinistra italiana, magari sommandoli attraverso operazioni politicistiche dall’alto. È questa una prima differenza, non marginale, con il Comitato per Tsipras che è e resta un “cartello elettorale”, o meglio è un “contenitore” in cui si fronteggiano due diverse culture: una minoritaria, che sconfina verso tendenze identitarie, l’altro che intende costruire una sinistra nuova che si canditi a governare la transizione; insomma che traduca lo slogan “un’altra Italia ed Europa sono possibili” in un programma economico e sociale attorno al quale sviluppare l’iniziativa politica.

Sono due opzioni strategiche che impediscono, oggettivamente, di trasformare il Comitato per Tsipras in un centro propulsivo di azione politica credibile e riconoscibile. Per questo non ci sono le condizioni affinché il Comitato da “contenitore” si trasformi in un soggetto politico, a meno che una delle due parti non decida deliberatamente o forzatamente di uscirne. Un “contenitore£ certamente utile per condurre grandi campagne condivise, come quella referendaria contro il pareggio di bilancio, o di affrontare scadenza elettorali dando vita a una unica lista, una volta decisi unitariamente gli aspetti programmatici e le alleanze. In questo senso il Comitato può continuare a svolgere un ruolo e avere una utilità politica, ma oltre ad essere un luogo d’incontro non gli è dato andare.

Il gruppo dirigente o meglio di coordinamento del Comitato è inoltre precostituito, è il risultato di equilibri tra micro partiti e aeree politiche e il metodo su cui si è chiamati a farne parte è quello della cooptazione senza mettere in discussione gli equilibri. È anche questo un punto di differenza non di poco conto dalla Case per la sinistra unita, strutture aperte invece, alle quali si aderisce individualmente sulla base del criterio “una testa un voto”.

Le Case per la sinistra nascono per contribuire ad aprire un processo tutto in divenire, quindi non si presentono come strumenti compiuti – per questa ragione sono Case per o non della sinistra unita – che hanno come primo obiettivo quello di lavorare per un nuovo e robusto insediamento sociale della sinistra.

Quando si afferma di voler lavorare per un nuovo insediamento sociale della sinistra partendo dai territori non si intende il “territorio” in senso letterario, ma territorio come area di conflitti sociali, in primo luogo a quelli legati al ciclo produttivo della fabbrica e a quelli connessi ai processi di terziarizzazione dell’economia, cioè all’insieme dei “mondi del lavoro”. Ma anche il conflitto legato alle contraddizioni dei luoghi del sapere e della conoscenza, allo sfruttamento dell’ambiente, al degrado urbanistico e al riconoscimento di elementari diritti individuali. Un insediamento sociale, dunque, che in una certa misura configura un nuovo blocco storico per la trasformazione. Lontana da noi pertanto l’idea delle due società, quella garantita, di “sopra” e quella degli oppressi, di “sotto”, destinate a un perenne antagonismo che non determina però il superamento della contraddizioni nell’ambito di un processo di transizione. Siamo invece per la riproposizione di una rinnovata e moderna visione dei conflitti sociali e di classe, in una società caratterizzata da un oligarchico capitalismo finanziario che mette, per alimentarsi e svilupparsi, in discussione anche importanti diritti e libertà conquistate dalle rivoluzioni democratiche-borghesi, come l’ultimo Engels aveva genialmente intuito.

Senza questo insediamento non si ricostruisce la sinistra, si può tutt’al più fare testimonianza o agire come forza marginale. Solo un progetto così concepito può avere un respiro strategico e non avere il fiato corto come tutti quelli tentati in questi anni. È però questo un lavoro di lunga lena che non si esaurisce nelle scadenze elettorali, locali o nazionali.

Le Case perciò non vogliono essere la copia, brutta o bella che sia, delle attuali sedi dei partiti, un po’ comitati elettorali e un po’ sedi correntizie di confronti congressuali; ma neppure, attenzione, dovranno essere confuse o identificate con l’associazionismo sociale. Non perché non siano inclini all’attività sociale e a connettersi con i conflitti sociali, tutt’altro! Ma questo loro specifico tratto dovrà essere ricondotto a una dimensione politica complessiva. Le Case perciò come una parte di un tutto, con una loro autonoma attività, e non come sommatoria di peculiarità sociali, sia pur significative e importanti. Anche per questo sono progettate come luoghi di analisi, di discussione e proposta politica; dei laboratori capaci di moltiplicare forze ed energie per un’azione politica efficace, incisiva. Si tratta, insomma, di avviare un processo di formazione di un “senso comune”, di “una volontà collettiva”.

Per questo non poniamo all’ordine del giorno la forma partito, non perché si teorizza un “sistema a rete”, ma solo perché sarà il reale processo a definirla. Il ”sistema a rete” è un punto di partenza necessario, ma non l’approdo. Ecco perché si evitano slogan roboanti e logori, come “costituente” o “superamento immediato dei partiti” per la costruzione di un nuovo soggetto politico. Per la militanza nelle Case il possesso della tessera a un partito della sinistra non è questione per l’oggi rilevante. L’impegno ora non è di configurare una ossatura di partito, anche perché vi è un lavoro ancora tutto da svolgere legato alla elaborazione, nel vivo dell’iniziativa politica, proprio di una nuova teoria del partito corrispondente a una società matura come quella contemporanea.

 

8. I tre elementi gramsciani della formazione del partito.
L’impegno immediato affinché un partito, come ci dice Gramsci, sia storicamente necessario è la formazione dcl primo degli elementi, che operi e sia diffuso. Si tratta – ricorda il fondatore del Pci – della militanza <<di uomini comuni, medi>>, la cui la partecipazione è data dalla presa di coscienza della necessità del partito, ma <<non da uno spirito creativo ed altamente organizzativo>>. Per dirla in altri termini, si tratta dell’adesione al partito dei ceti sociali subalterni, partecipazione che non deve essere ristretta e quindi <<politicamente insufficiente e senza conseguenza>>. Insomma, di come si riesce a fare “massa critica” al capitalismo.

Gramsci ricorda però nelle “Note sul Machiavelli” che questo primo elemento da solo non darebbe vita a un partito perché in assenza di una <<forza coesiva>> questi uomini <<si sparpaglierebbero e si annullerebbero in un pulviscolo impotente>>. Senza un elemento coesivo principale, con capacita sia inventiva sia di indicare una certa direzione, un partito non si forma. Il secondo elemento più che il primo è necessario perché sarebbe un esercito senza capitani, allo sbando, sarebbe facilmente distrutto o mai si formerebbe. L’esistenza dunque di un gruppo di capitani con fini comuni – cioè di un gruppo dirigente – è dunque decisivo per formare un esercito anche là dove non esiste. Infine Gramsci pone in evidenza un terzo elemento, che connetti in rapporto dialettico il primo con il secondo: un elemento <<che li metta a contatto, non solo “!fisico” ma morale e intellettuale>>. Si tratta dei quadri intermedi senza i quali il partito non è in grado di agire.

Scrive Gramsci:<<Date queste considerazioni, si può dire che un partito non può essere distrutto con mezzi normali, quando esistano necessariamente il secondo elemento, la cui nascita è legata alle condizioni materiali oggettive (e, se questo secondo elemento non esiste, ogni ragionamento è vacuo), sia pur allo stato disperso e vagante, non possono non formarsi gli altri due, cioè il primo, che necessariamente forma il terzo come sua continuazione e mezzo di esprimersi>>. Una riflessione decisiva dalla quale partire che aiuta a comprendere la situazione italiana. Forse si può affermare che mentre il Pci-Pds.Ds-Pd nel corso delle sue diverse mutazioni, anche genetiche, ha mantenuto una <<proporzione definita>> tra questi tre elementi, così non è accaduto per il Pci-Prc e le successive formazioni di sinistra nate da scissioni dal Prc o dal Pdci. Viste oggi in termini critici, erano tutte formazioni non storicamente necessarie. Soltanto, forse, il primo Prc era un partito in cui si erta giunti a una <<proporzione definita>> tra i tre elementi, però appena appena sufficiente, che andava irrobustita con un lavoro teorico e politico impostato dai <<capitani>> che però non c’è stato.

Basta osservare, anche superficialmente, le micro organizzazioni della sinistra per renderci conto che non hanno una vera e propria articolazione dei tre elementi: un esercito di scarsa consistenza, dei gruppi dirigenti nazionali con rari capitani e divisi tra loro, dei quadri intermedi che sono molto spesso più militanti promossi da logiche correntizie al ruolo di dirigenti territoriali che quadri formatisi nelle lotte e nella battaglie politiche. E se lo stato della sinistra è questo i promotori delle Case per la sinistra unita non potevano che riflettere tale drammatica situazione, anche se hanno coinvolto e favorito la partecipazione, proprio perché consapevoli di questa drammatica debolezza, sindacalisti e militanti dell’associazionismo. Ma non è questo encomiabile impegno, naturalmente, a rendere la situazione migliore.

Ecco perché alle Case non piace parlare di un nuovo soggetto politico, ma indicare invece un processo. Non siamo interessati a un altro piccolo e modesto partito transitorio. Non siamo contro i partiti, cioè dei “movimentisti”, bensì le Case nascono proprio per fare un partito, stoicamente necessario, come direbbe Gramsci, espressione delle contraddizioni della società contemporanea. Alle Case aderiscono donne e uomini che potrebbero appartenere teoricamente ai tre diversi elementi, ma questa articolazione nella realtà oggi non esiste. Per questo l’unica organizzazione possibile è quella “a rete” e un metodo di discussione e del formarsi delle decisioni basato sul consenso e sulla trasmissione di idee e proposte in senso circolare, non gerarchizzato. Solo quando le Case avranno quel peso sufficiente per determinare una diversa storia saranno mature le condizioni di nascita del nuovo soggetto, del nuovo partito.

Consideriamo per questo l’esperienza romana delle Case per la sinistra unita un esperimento che ha valenza nazionale. Le Case non sono inclusive. Ben vengano altre esperienze simili alla nostra: associazioni politiche, nazionali o locali, centri e circoli territoriali, e la trasformazione ovunque sia possibile dei Comitati per Tsipras in veri e propri luoghi di iniziativa politica. E soprattutto la presa d’atto consapevole dei micro partiti di sinistra di essere transitori e del tutto insufficienti e autoreferenziali. Con tutti vogliamo discutere e avere uno stretto collegamento, rispettosi delle diversità; ma il percorso comune richiede una scelta strategica irrinunciabile: partire dai territori per ricostruire la sinistra: L’improvvisazione di progetti dettati prevalentemente da scadenze elettorali per cui s’imboccano scorciatoie in cui si sommano debolezze a debolezze e con i soliti finti capitani che precostituiscono i gruppi dirigenti poco o nulla ci interessano. Magari possiamo sostenerli con il voto, come già abbiamo fatto con la Lista Tsipras, ma non parteciparci. Siamo proiettati a ricercare nuovi orizzonti Non intendiamo farci politicamente ancora del male rincorrendo un modo di fare politica datato, che in vent’anni non ha prodotto nulla di buono.
Noi preferiamo invece che la vecchia talpa torni a scavare.

Sandro Valentini

 

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