Paura di volare, di R. Giordano

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alitalia

 

Dall’inizio della crisi economica molte aziende sono entrate in difficoltà e sono fallite, ad Alitalia è accaduto ben due volte. E pensare che il fallimento ed il successivo salvataggio sono stati gestiti direttamente dal governo in carica, sia per quanto riguarda la prima che la seconda crisi. Si ricorderà nel 2008 la scesa in campo dei capitani coraggiosi, un manipolo di eroi votati al sacrificio pur di salvare la storica compagnia di bandiera: la patria lo chiedeva e Berlusconi lo sollecitava. In quell’occasione, per la prima volta, sentimmo parlare di bad company, ossia di quel contenitore spazzatura – a carico dello stato – nel quale confluirono con pari dignità debiti e cassintegrati. Solo successivamente Marchionne fece tesoro di quell’insegnamento, fino a conferirgli la dignità di sistema. Ricordiamo anche che tutta l’operazione doveva servire ad evitare che Air France prendesse tutto il pacchetto. Come è andata lo sappiamo: i capitani coraggiosi, non capendo nulla di trasporto aereo, hanno sbagliato tutte le strategie industriali ed hanno condotto la new company sull’orlo del fallimento; la crisi del vettore di riferimento ha messo in ginocchio parte del sistema (handling, manutenzioni, indotto); i cassintegrati invece di diminuire, attraverso il paventato riassorbimento, sono aumentati; il governo continua a subordinare la definizione di un piano nazionale del trasporto aereo ai desiderata degli proprietari di turno ( incredibile come Hogan detti le condizioni pur non avendo formalizzato alcuna acquisizione).

Con l’ingresso di Ethiad lo sviluppo industriale di Alitalia ne potrebbe trarre evidenti benefici, posizionandosi maggiormente sul lungo raggio (nord e sud America, ma anche Asia), in modo da evitare la concorrenza spietata delle compagnie low cost che, soltanto nel 2014, potrebbero rosicchiare quote decisive di mercato.

Tutto bene dunque? Non sembrerebbe. Ethiad ha chiesto, in cambio di qualche centinaio di milioni freschi, alcune condizioni che fanno tornare alla mente la vecchia bad company: azzeramento dei debiti e mobilità per 2251 lavoratori.

Sorvolando sulla questione dei debiti, vorremmo sottolineare alcuni aspetti legati al costo del lavoro. Se mettiamo a confronto il numero di dipendenti per aeromobile di Alitalia con quello di Air France, British, Lufthansa e la stessa Ethiad, scopriamo che questo è rispettivamente di 105.8, 174.1, 158.3, 419.9, 152.1, vale a dire che quello di Alitalia è il più basso di tutti. Lo stesso fatturato per dipendente (migliaia di euro) è rispettivamente, per i primi quattro vettori citati, di 261.7, 238.8, 257.6, 243.2.

Si deduce con facilità che il problema di Alitalia non è nel costo del lavoro, anche perchè il CCNL varato nel 2009 operò un taglio del 10% proprio in questo senso. Il problema sta nei ricavi e nella redditività (scarsa attività lungo raggio ed errato posizionamento sul mercato). Il vantaggio dell’entrata di Ethiad sta proprio nel nuovo posizionamento strategico di Alitalia e nello sviluppo dell’hub di Fiumicino.

Per questi motivi non si comprende la volontà di estromettere da Alitalia un numero così consistente di lavoratori, la gran parte impegnati nell’attività di terra e collocati presso il sito di Fiumicino, rischiando di perdere definitivamente professionalità e competenze che hanno fatto grande la nostra ex compagnia di bandiera e trascinando altre migliaia di lavoratori dell’indotto.

Certamente convince l’alleanza con un vettore importante e strategico, convince molto meno l’idea che la competizione la si vince estromettendo i lavoratori ed impoverendo un intero territorio. Certo, la ricollocazione di parte dei paventati esuberi lenisce la ferita inferta, ma dà l’idea di un governo senza strategie, completamente prono alle necessità del profitto.

Roberto Giordano

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