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Dopo il voto del 4 marzo, un ritorno a Karl Marx, di A. Angeli

Marx? Non ci ha mai lasciati ! Non sembri una battuta espressa con l’intento di mitigare lo stato d’animo di un uomo di sinistra che avverte la fine di un sogno: realizzare una società socialista. Il discorso politico sul quale il nostro paese sta mettendo a rischio la tenuta democratica, a causa della crisi economica e politica in cui si avvita il sistema, si sta indebolendo fino ad annullare l’idea di comunicazione politica corretta e fondativa di una forma di valore etico, che Habermas e John Rawls davano al discorso nella loro approfondita ed estesa ricerca sociologica e filosofica.
Il richiamo ai due pensatori ha solo la funzione di una riflessione. che diviene cruciale alla luce degli avvenimenti che stanno investendo il mondo in tutte le latitudini e longitudini conosciute. Il tema, allora, non è più quello delle relazioni sociali, prescindendo dalle loro implicazioni comunicative, ma come queste siano intese ed interpretate, stando attenti a non incappare nelle manipolazioni informative, le sole capaci di disorientare la forma dialogante a favore dell’agire strumentale e autoritario.
Dopo quanto accaduto con il voto del 4 marzo anche i più ostinati avversari della logica devono ammettere che il il risultato elettorale è la prova veritativa di quanto stiamo dicendo. Qualsiasi osservatore onesto e lucido può cogliere nel comportamento delle forze politico-parlamentari, e dei partiti che ne sono espressione, uno sbandamento ai limiti dell’incapacità. La gravità di questa evidenza ha il suo riscontro nella serie delle pesanti sconfitte che si devono registrare sul fronte delle riforme: da quella del sistema elettorale indicato come “italicum”, bocciato dalla Consulta, alla riforma delle riforme, che riguardava parti importanti della Costituzione e delle Istituzioni, sonoramente affossata dal referendum.
Oggi, le forze politiche più rappresentative che si erano impegnate a dotare il Paese di una riforma elettorale: PD, Cinquestelle, Forza Italia e Lega Nord, con un patto ad essa sotteso con il quale si impegnavano a determinare le condizioni per sciogliere l’attuale parlamento e indire nuove elezioni subito dopo l’approvazione della nuova legge, hanno clamorosamente fallito. Né i 5 stelle, né la coalizione di centro destra, hanno ottenuto un consenso maggioritario indispensabile per procedere alla costituzione di un Governo. Il PD ( il Renzismo ) è uscito sconfitto, annientato da questa prova elettorale. I flussi elettorali indicano che una buona parte dei voti PD sono andati ai 5 stelle, altri, in verità pochi, alla lega, mentre molti sono gli astenuti.
La prima analisi del voto compiuta dagli organi responsabili del PD post Renziano, senza giri di parole, ha riconosciuto la sconfitta e individuato nell’allontanamento del suo gruppo dirigente dalla realtà sociale, dalle periferie e dal mondo del lavoro la causa prima di questo inevitabile risultato elettorale. Martina è stato confermato reggente e fiduciato a proseguire con un organismo rappresentativo di tutte le culture presenti nel partito. Nessun Aventino, dunque, ma un’apposizione consapevole dei grossi problemi che gravano sul Paese e sul mondo del lavoro, dei giovani, degli esclusi e dei più deboli. Spetta a coloro che hanno ottenuto i maggiori riconoscimenti dal voto elettorale assumersi la responsabilità di indicare al Paese la strada per la costituzione di un governo e le proposte programmatiche su cui sollecitare e aspettarsi una sostegno dalle forze dell’opposizione, in specie dal PD.
In questa prospettiva di lavoro, il tema della ricostituzione di un movimento della sinistra dovrà divenire, nel presente e in modo permanente, una prioritaria e assoluta. La strada di una rifondazione della sinistra nella casa del PD può conseguire un risultato se l’attenzione ai temi del lavoro, dell’equità e della giustizia distributiva saranno assunti come precondizione di un progetto che ricompatti le divisioni che oggi segnano la società italiana, se la sinistra riorienta la sua funzione e ruolo spostando la propria attenzione sul territorio, nei luoghi di lavoro, sulla scuola e nel mondo della ricerca e delle sensibilità sociali.
Tutto questo si svolgerà sotto la vigile attenzione del Presidente della Repubblica al quale spetta, nel rispetto delle prerogative Costituzionali, impedire alle forze populiste di muoversi spregiudicatamente e al di fuori delle regole democratiche mettendo in atto furbizie, ledendo con i loro comportamenti le regole fondamentali su cui poggia la nostra democrazia. In questo senso verrebbe colpito il presupposto fondamentale su cui la teoria discorsiva della morale e della politica Habermassiana fonda l’agire comunicativo, inficiandone la valenza della giustizia come equità, che, nell’idea di Rawls, significa rendere coerente la teoria normativa e i suoi principi di giustizia indispensabili per l’assetto delle istituzioni di base della società con la questione del pluralismo come tratto persistente delle società democratiche.
Sono altresì convinto che la sinistra del nostro Paese potrò riappropriarsi di una sua identità se sarà nella condizione di ritornare a Marx, a rileggere con attenzione i suoi scritti e trarne le dovute elaborazioni teoriche da riproporre in termini di una visione attuale, su cui condurre una “prassi” di lavoro politico per superare la globalizzazione finanziaria e capitalistica.
Parlare quindi di Marx e dell’attualità del suo pensiero, di fronte allo spettacolo degradante in cui si arrabattano le forze politiche del Paese, è riappropriarsi di una cultura teorica da intendere come “prassi” Marxiana da utilizzare come attività trasformatrice del reale e produttrice della storia. Di qui passa il percorso che ci può condurre verso un orizzonte alternativo all’attuale confusione Borghese-capitalistica. Se effettivamente si vuole rinnovare la sinistra, riformare il paese e vincere la lotta contro il tentativo autoritario diviene indispensabile smascherare il ruolo delle èlites e degli opinionisti dell’informazione, che hanno fatto del loro servizio al potere economico e politico al comando l’unico, redditizio compito, esaltando la morte del Marxismo e l’affermazione del liberalismo finanziario
Al proposito della morte di Marx, c’è una battuta che non è mai tramontata: Dio è morto, Marx è morto e io non mi sento affatto bene. Se stiamo ai fatti della storia possiamo riconoscere che Dio se la cava piuttosto bene, specie dopo la venuta di Papa Francesco; e Marx gode di ottima salute, come ci ricorda l’immensa elaborazione bibliografica teorico-interpretativa della sua dottrina e il fallimento del suo nemico storico: il capitalismo occidentale, nel senso della sua decadenza come illustrata da Marx ed Engels nel testo: “ Dell’Ideologia Tedesca”. D’altro canto non sarebbe serio ignorare la sterminata materia di analisi su cui il mondo scientifico e politico si è misurato e spesso scontrato, come se fosse possibile saltare a piè pari la storia della fortuna o sfortuna dei suoi testi; neppure però avventurarsi in un ennesimo studio su Marx e, magari, accettare di essere catalogati fra i Marxisti che pretendono di rappresentarlo dandone un ritratto che spesso è servito ad oscurare la più feconda teoria scientifico-filosofica a vantaggio di una strumentalità politica sintetizzata nell’idea di un disegno politico anticapitalista.
Sicuramente uno dei temi ricorrenti è quello del rapporto tra Marx e il marxismo e questo perché le sue tesi sono sempre state un cantiere aperto, che i tre volumi del Capitale concorrono a confermare per l’incompiutezza della sua opera. Così, voler ricercare una verità, assoluta e unica, conferma uno spirito dogmatico che si esprime in coloro che hanno inteso richiamarvisi al solo scopo di dotare i movimenti politici di una ideologia di forte e intensa motivazione rivoluzionaria.
Ci sono state nel novecento correnti di pensiero che si sono spinte a valutare l’idea di Marx come una forma di nuova sociologia, considerando Marx uno scienziato della società, (penso ad Althusser) così anche il cosiddetto socialismo scientifico è stato collocato in questa struttura interpretativa. Infatti, il richiamo alla rottura epistemologica che dividerebbe il giovane Marx ( 1844 i manoscritti economico-filosofici) dal Capitale, in cui si cimenta come analista della società dello sfruttamento e dell’alienazione. D’altro canto , proprio il riferimento a studi recenti ci aiuta a capire come l’analisi obiettiva delle strutture del capitalismo non sarebbe possibile, in specie se ciò dovesse svolgersi senza appropriarsi dello spirito di Marx e del diffuso senso normativo a cui ricorre spesso con il termine “ critica”, risentendo notevolmente della Critica della filosofia del diritto di Hegel, fino allo stesso Capitale che è sottotitolato «Critica dell’economia politica».
A mio avviso Marx merita la qualifica di pensatore del futuro; per il quale la filosofia non deve limitarsi a descrivere (o addirittura, a contemplare) il mondo, ma deve trasformarlo ( mettendo l’uomo al centro della sua considerazione) come recita una delle Tesi di Feuerbach).
Ancora. Si pensi a Gramsci, che definirà la «filosofia della prassi» a cui Marx giunge partendo da posizioni che condivide con i «giovani hegeliani», nell’ambito di una critica teorica degli errori che coinvolge anche la religione, smascherata come proiezione del desiderio di perfezione dell’uomo
Scrivendo sulla Gazzetta Renana, Marx esplicita l’acquisizione di una conoscenza dell’uomo e mediandola attraverso Dio ne fa risultare una immagine di perfezione e felicità che non può avere. Per lui bisogna modificare le condizioni di miseria e di infelicità in cui di fatto vive. Questo in fondo è il significato fondamentale del materialismo storico che, come lo spettro del comunismo, ha tanto spaventato le borghesie di tutto il mondo. La forza di questa sua visione si ritrova nel “ Manifesto del Partito comunista”, scritto nel 1848, un lavoro «su mandato della Lega dei comunisti», che Marx e Engels scrivono e pubblicano; inoltre, nel 1864 parteciperanno alla fondazione della Associazione internazionale dei lavoratori, che passa alla storia come la Prima Internazionale.
Con queste brevi considerazioni confermo la mia convinzione che Marx, nonostante le apparenze e le opinioni di tanti suoi interpreti, è un «filosofo della storia»; la descrizione scientifica del capitalismo ha solo senso in questa prospettiva di progresso. Allora si deve convenire che nonostante il «sonno della ragione» in cui siamo caduti, Marx ha ancora, e di nuovo, la capacità di svegliare anche noi: davvero, bentornato Marx!
Alberto Angeli
Non dimenticare il Moro politico, di A. Roazzi

Quando ebbi la opportunita’ di sentire dal vivo Aldo Moro pur non essendo mai stato democristiano, ne ricavai una notevole impressione. Ero andato, per farmi professionalmente le…ossa, a seguire il Congresso democristiano nel quale Moro si presento’ Come oppositore della Segreteria del partito e, di fatto, leader della sinistra interna alla Dc. Le prime battute del suo intervento furono durissime ed io mi rivolsi sorpreso verso un collega assai piu’ Esperto di me per chiedergli dove sarebbe andato a parare. Mi disse di portare pazienza…era solo l’inizio. Parlo’ per ore, demolendo con un puntiglio da gigante della politica le ragioni della maggioranza che non tenevano conto dei profondi cambiamenti della societa’ italiana alla fine degli anni 60. Una lectio magistralis che era pero’ anche una appassionata manifestazione di una convinta battaglia politica. Non l’ho piu’ dimenticata anche se ho continuato a votare…a sinistra. Questa era politica, lo dovrebbe essere ancora se non fossimo sprofondati in una mediocrita’ che ora potrebbe far scricchiolare anche le certezze democratiche. Quando fu rapito, speravo che la strada della trattativa aprisse un varco di vita per lui. Negli anni successivi fino ad oggi ho invece capito che il groviglio infernale ed inquietante per taluni aspetti anche oggi nel quale era caduto non poteva essere dipanato. Ed ancora oggi non mi convincono le tesi che intendono spiegare quei terribili giorni, soprattutto se arrivano da inutili ‘sermoni’ dei brigatisti peraltro incredibilmente non confutati da chi li intervista come se fossimo in un rotocalco per…vite vissute, ma anche da taluni settori della pseudo cultura bene. La fine di Moro e’ assai triste anche per questo. Manca tuttora di verita’. Almeno per me.
Alessandro Roazzi
Una sconfitta referendaria, di A. Angeli

“Una sconfitta referendaria, una batosta elettorale, adesso l’eversione. Rifiutarsi di fare un governo nel Parlamento di una democrazia parlamentare, è non solo ignoranza ma protervia nei confronti dei cittadini elettori.” Il tweet è stato battuto alle 04.26 di ieri, prima dell’alba, ma non basta l’ora a giustificarlo, dal Prof. Gianfranco Pasquino. Professore emerito di scienza politica, con un curriculum di studioso ineguagliabile, per tre volte Parlamentare nelle file dei progressisti, candidato a sindaco di Bologna con una sua lista civica ( con il 2% dei voti ricevuti ), il giorno 8 marzo ha twittato questa dura frase contro il PD, cioè Renzi. Si può dire: voce dal sen fuggita o arroganza di un intellettuale che si crede un Dio per il suo ruolo elitario nella cultura nazionale?
Egli percepisce un vitalizio da ex Parlamentare ed è da presumere che all’età di 75 anni addizioni a tale importo la pensione di ex professore e altre varie rendite derivanti dalla sua attività di studioso e Professore. Non un pensionato di media tacca o un uomo di media cultura, al quale possono essere perdonate parole eccessivamente offensive o improprie. A costui, al povero pensionato o uomo di poca cultura daremmo della personalità schizoide, all’uomo di scienza, a cui non dovrebbe fare difetto un’antropologia del significato delle parole, possiamo solo guardare sbigottiti e perplessi per l’esegesi con la quale commenta una volontà politica fino a definirla “ eversiva”.
Non la giustifico con l’età, o forse l’ora in cui ha twittato, le 4 appena del mattino. Certamente è l’odio per una persona e la presuntuosità di essere la sola e unica verità alla quale compete di dare ordine alla vita dei mediocri, anche se comunque chiamati a rappresentare 6 milioni di elettori/cittadini.
Sono tra coloro che avversano decisamente un sostegno ai 5stelle, che sono lontani dalla mia idea di società e di democrazia quanto lo sono le galassie nell’universo infinito. Men che meno mi passa per la testa un appoggio alla destra.
Al voto. Si lavori per percorrere la strada per il voto apportando minime correzioni alla legge elettorale. Sul ruolo delle elites la sinistra deve riflettere e guardare alla storia. Nel momento presente, ad esempio, tutti i media sono collocati nell’area moderata o di destra, vicini alla gande borghesia affaristica. La grande Stampa è orientata a sostenere questo sistema, come anche l’informazione radiotelevisiva è apertamente o di destra o sostenitrice di una linea liberaldemocratica come La Repubblica. Non c’è più un giornale di sinistra né una fonte radiotelevisiva dell’area comunque riformista
Ritengo, per concludere, che non si comprenderà mai adeguatamente la forza dei movimenti populisti se non si coglie la natura dell’attuale modello produttivo liberista; se non si lega l’attuale composizione sociale alla crisi economica; se non si individuano le ragioni alla base del processo di impoverimento di massa che stanno subendo le società occidentali. Aggirando tali questioni, si cadrà sempre nel tranello moralistico in cui le elites si adopereranno per riorientare le aspirazioni delle masse, le loro lotte e delegittimare il modello di partito di cui si sono dotate per rappresentare la sintesi delle loro aspirazioni.
Non si comprenderanno mai adeguatamente i movimenti populisti se non nell’ambito di un’analisi critica dello spogliamento della sovranità economica degli Stati nazionali, frutto del processo di globalizzazione che ha dileguato il controllo della politica sui processi economici generali. Il populismo risponde a questa esigenza di recupero e resistenza nei confronti di queste dinamiche alienanti, e non potrà mai colmarsi il divario tra “popolo” e sinistra se questa non riprende in mano gli strumenti di questa resistenza ai processi della globalizzazione economica, che è, prima di ogni altra cosa, una resistenza popolare e di classe, e solo successivamente una resistenza che accomuna temporaneamente (e in forma mistificata) le ragioni dei lavoratori con quelle di una piccola e media imprenditoria stritolata dal grande capitale transnazionale.
Certo, la sinistra in Europa attraversa un momento storico difficile. Eppure.., eppure non dobbiamo cedere alla rinuncia. Possiamo partire da qui, dagli errori ( per noi, in Italia, quello di Renzi e della scissione dal PD ), e lavorare con fiducia per la ricostruzione di una prospettiva in cui il ruolo del lavoratore, sia esso professionista, autonomo, dipendente, della classe media, sia sentito come valore e forza culturale per rigenerale una nuova forza riformista che lavora per una società giusta e liberata dalle diseguaglianze sociali ed economiche.
Alberto Angeli
Il voto dei fuorisede, la neve abbondante ed i biglietti del treno, di M.Zanier

In questi giorni le nevicate sulla nostra Penisola che hanno imbiancato, strade e paesi ed incredibilmente la capitale hanno sicuramente reso felici i più piccoli ma anche arrecato grandi disagi a chi è costretto a viaggiare ed a muoversi per studio o per lavoro.
Chi scrive ha la possibilità di osservare ogni giorno l’andamento viario di decine e decine di persone, lavorando per una grande ed importante biglietteria ferroviaria e parlando ogni giorno con tanti passeggeri, ascoltando i loro problemi e cercando di soddifare le loro esigenze. Da questo punto di vista posso dire con certezza che in questi giorni la situazione descritta da giornali e telegiornali è ben più complessa ed articolata. La neve infatti ha reso più drammatica la vita di chi, come me, si muove quotidianamente coi treni regionali per andare al lavoro e tornare a casa. In questi giorni anche io ho fatto sinceramente più fatica ad attraversare la metropoli romana, a programmare le mie giornate tra cancellazioni e ritardi frequenti, a trovare il posto a sedere, a costruire il mio tempo libero una volta finito l’orario di lavoro. Ma, come a me, la vita normale, con le sue incertezze e le sue normali aspettative si è complicata per tante altre persone. Soprattutto per i fuorisede.
Il ghiaccio e la neve hanno colpito infatti in un periodo particolarmente delicato per il nostro Paese ed aggiungo, molto atteso da tempo: il voto alle elezioni politiche. Ossia ha colpito non tanto chi voterà nella sua città, perché la neve si è nel frattempo sciolta in quasi tutti i capoluoghi di rilievo ed anche in tanti piccoli centri ma soprattutto chi vive con nostalgia profonda e con disagio il dover lavorare o studiare in un’altra località avendo la residenza nella propria città natale, in cui si torna con piacere solo saltuariamente per rivedere i propri affetti più cari e sicuramente per esercitare il diritto di voto sancito dalla nostra Costituzione.
Sono tanti, tantissimi, più di quanti si possa immaginare i ragazzi e le ragazze costretti dalla crisi economica e dalle difficoltà strutturali della nostra Italia e soprattutto del nostro Mezzogiorno, che tgli ultimi governi hanno abbandonato a se stessi, sono tante le famiglie che si sono dovute stabilire per un periodo di tempo determinato in un’altra regione, soprattutto per il lavoro che manca e con i soldi che non bastano mai (anche io ne so qualcosa, essendomi spostato in passato da casa anni fa per cercare fortuna al Nord in un momento difficile della mia vita, salvo poi dover ritornare a Roma con le pive nel sacco in cerca di un’altra occupazione e della tanto agognata stabilità). Ebbene io con tanti di loro ho parlato con attenzione e rispetto in questi giorni, per pochi minuti ciascuno, nel tempo necessario a fare un biglietto del treno, ma acoltando la loro voce emozionata all’idea di partire o delusa dalle avverse condizioni metereologiche nel non poterlo fare. In questo periodo, tutti noi che lavoriamo alla biglietteria ci siamo caricati sulle spalle, com’è giusto che sia, i differenti problemi che i passeggeri della nostra compagnia, in particolare i fuorisede, si sono trovati davanti a causa dei ritardi frequenti dei convogli ferroviari, delle cancellazioni delle corse previste a causa della neve e del ghiaccio, del riempirsi dei vagoni sui restanti treni in circolazione. Noi tutti abbiamo fatto ore di lavoro in più, abbiamo stretto i denti, aguzzato l’ingegno e messo al frutto al meglio la nostra competenza maturata in anni di lavoro, trovando volta per volta la soluzione migliore per attenuare il disagio, offrire un servizio e non da ultimo garantire il diritto al voto. Anche oggi, anche stamattina, fin all’ultimo minuto del mio orario.
Domani anche io nella mia città, per fortuna la stessa in cui sono nato ed in cui vivo, andrò con la mia scheda elettorale in mano a mettere una croce sul simbolo che mi convince di più. Spero solo che il mio sforzo quotidiano, quello dei colleghi che conosco e dei tanti che non conosco non sia passato inosservato ai tanti, troppi che parlano dei limiti reali degli impianti su ferro nazionali e dei disagi straordinari che questa neve ha causato a ciascuno di noi.
Marco Zanier
Le carceri, la discriminazione e le disuguaglianze, di M. Foroni

Nelle nostre carceri ci moltissimi immigrati, tossicodipendenti e condannati per reati di strada e di sussistenza. Al 1 gennaio 2016 (fonte: ISTAT, giugno 2017) le persone nate all’estero ma residenti in Italia rappresentavano l’8,3% del totale della popolazione, mentre sfioravano il 27% nella popolazione carceraria. I detenuti di nazionalità italiana per corruzione e grandi bancarotte fraudolente rappresentano una percentuale irrilevante (0,9%).
Il diritto penale, divenuto pertanto luogo, nel suo modello normativo, quantomeno dell’uguaglianza formale o liberale davanti alle legge, è cosi diventato di fatto il luogo della massima disuguaglianza e discriminazione sociale ed etnica.
Non solo riproduce le disuguaglianze presenti nella società, ma ormai concretamente codificato discriminazioni e privilegi modellati sugli stessi stereotipi classisti e razzisti el “delinquente sociale”, oltre che “naturale”.
A ciò consegue, nel fatti, una duplicazione del diritto penale: minimo ed inefficace per i ricchi e i potenti, massimo inflessibile ed inefficiente per i poveri, i disadattati e gli emarginati (spesso immigrati) per effetto di una legislazione penale tanto disinteressata alla criminalità dei primi, quanto duramente severa nei confronti della delinquenza dei secondi.
Si pensi in particolare: alle norme penali che nel nostro Paese hanno abbreviato i termini della prescrizione cui sono destinati, i processi per corruzione, peculati e bancarotte e a quelle che, contemporaneamente, hanno aumentato i reati contro il patrimonio; alle varie forme di plea bargaining e di patteggiamento, introdotte anche in Italia sull’esempio degli USA che hanno piegato il diritto penale alla logica del mercato (l’ammissione da parte dell’imputato in cambio di una riduzione della pena, così trasformando il dibattimento in un lusso riservato a chi può permettersi costose difese.
Tutto ciò è chiaramente in aperta contraddizione non solo con il principio di uguaglianza richiamato dalla Costituzione, am anche con un principio elementare di razionalità penalistica. La maggior parte dei reati contro il patrimonio, essendo legati a situazione di disagio sociale e di povertà, richiedono forme di integrazione e di prevenzione legate a politiche sociali pubbliche dirette a ridurne le cause, ad iniziare dalla disoccupazione e della penosa mancanza di mezzi atti a fa condurre una esistenza dignitosa.
Sono la rimozione delle diseguaglianze delle oggi non più tollerabili diseguaglianze sostanziali, in contrasto con il dettato costituzionale, e il rispetto delle differenze gli elementi atti ad operare come il più sicuro ed efficace fattore di integrazione, riducendo i processi di discriminazione e classismo che sono all’origine delle devianze, e degli atti criminogeni degli esclusi dalla società civile.
Marco Foroni
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P.S.: Il regime carcerario previsto dall’art. 41-bis (cosiddetto carcere duro) oggi applicato a circa 700 detenuti facenti parte di organizzazione criminali mafiose (1,3% della popolazione carceraria), introdotto dal DL 8 giugno 1992, n. 306 (cosiddetto Decreto antimafia Martelli-Scotti) subito dopo la strage di Capaci ove persero la vita Giovanni Falcone, la moglie e gli uomini della sua scorta, convertito nella Legge 7 agosto 1992, n. 356.
Il regime dell’art. 41-bis si applica a singoli detenuti ed è volto a ostacolare le comunicazioni degli stessi con le organizzazioni criminali operanti all’esterno, i contatti tra appartenenti alla stessa organizzazione criminale all’interno del carcere e i contrasti tra gli appartenenti a diverse organizzazioni criminali, così da evitare il verificarsi di delitti e garantire la sicurezza e l’ordine pubblico anche fuori dalle carceri.
Anche se ritenuto da alcuni giuristi come incostituzionale, con le pronunce della Corte Costituzionale nel corso degli anni ‘90 (pur osservando incompatibilità del provvedimento con riferimento all’art. 27 della Costituzione, e limitando nel 2013 la incostituzionalità alla sola limitazione ai colloqui con l’avvocato difensore) e della Corte europea dei diritti dell’uomo (ai sensi della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali) è stata confermata la legittimità del provvedimento.
La modernità in Habermas, di A. Angeli

Spesso ho affrontato temi in cui il richiamo alla modernità esprimeva un valore della contemporaneità, vale a dire un concetto sul senso teorico della modernità vissuta nel presente come un pensiero rivolto al futuro, tuttavia destinato ad una fine, ad un superamento: un presente che ancora insiste ancorato al passato. In Habermas, al quale spesso ho fatto ricorso in quelle circostanze richiamandone il pensiero, la modernità è posta come una caratteristica che implica la trasformazione della coscienza del tempo, specialmente nell’ambito dell’analisi che si avventura nella costruzione di un progetto storico in cui il valore del pensiero si misura con l’autonomia della ragione e della parola.
Habermas è un filosofo e “costruttore” di un pensiero in cui l’agire comunicativo costituisce il modello che condensa l’opera magnum di Habermas, intesa come critica sociale e rappresenta l’approdo epistemologicamente più maturo del pensiero habermasiano. E tuttavia, nelle ricerche che ho intrapreso, per meglio comprendere il suo pensiero, mi sono imbattuto in molte critiche al sistema teorico e politico su cui il filosofo ha costruito il suo pensiero. Si tratta quindi di un “caso” che merita attenzione poiché la critica ( da Vattimo a Liguori e altri specialisti della materia ) è indicata sulla stampa come la “ Rivolta dei discepoli contro il Maestro”. In questo caso il Maestro è Habermas. La querelle consisterebbe nella critica alle posizioni del Filosofo Tedesco in materia di Europa e di immigrazione. Insomma, alla interpretazione Habermasiana di un Europa aperta, accogliente e terzomondista, una idea politica alla quale si oppongono i nuovi filosofi del realismo nazionale e, oserei dire, imperiale epopulista
Partiamo dal discorso sulla modernità, il cui pensiero filosofico si sviluppa molto tempo dopo la nascita della filosofia moderna, successivamente alla critica della scolastica e l’imporsi della nuova scienza a seguito della Riforma, cioè dalla “Querelle des Anciens et des Modernes”, ( dal litigio degli antichi e dei moderni ), persino dopo l’illuminismo come filosofia moderna per eccellenza. Non è quindi l’eteronimia tra l’illuminismo e il moderno che viene soggettivizzata ma la loro funzione dialettica (ovverosia, per il fatto che insieme si presentano come critica e giustificazione), a costituire il discorso filosofico del moderno che, secondo Habermas, trova quindi il proprio atto di nascita in Hegel. ( ignorando che, caso mai, è anche a Leopardi che si deve tale riconoscimento. Invero, della modernità. Leopardi rappresenta la tendenza critico-negativa, non quella ottimistica. Leopardi distrugge i miti della civiltà moderna, a cominciare dal progresso. E prende atto, senza veli, della miseria umana).
Procediamo. La prima tesi del libro di Habermas, sul “Discorso filosofico della modernità”, è pubblicato in Germania nel 1985. Egli rileva: “Hegel, per primo, eleva a problema filosofico quel processo di distacco della modernità dalle suggestioni normative del passato che non rientrano in essa”. Seguendo tale linea la modernità si scopre finalmente come epoca, e nel pensiero teorico è pensata come tale ( anche se invero non può darsi come naturale procedere del progresso, una costante comune a tutte le epoche), vale a dire svincolata dal passato e da ogni riferimento che possa legarla alla tradizione. Infatti, riconoscendosi l’epoca come ‘moderna’, dato ritenuto evidente ed enfatico, la modernità si trova immediatamente irretita. In tale logica, infatti, il moderno, per affermarsi, diviene autoreferenziale, solipsistico, pena il negarsi come moderno. Si è indotti allora a pensare che nella modernità, in cui i processi di mutamento della società influenzano il comportamento umano, i soggetti sono interamente rimessi a sé, ed è in questa curvatura soggettivistica che anche il riconoscere norme e valori può evolversi e fondare nella struttura della propria autocoscienza.
Habermas si pone il problema: “se il principio della soggettività, e la struttura dell’autocoscienza ad essa immanente, siano adeguati a porsi come fonte di orientamenti normativi, possano cioè intendersi come sufficienti a costruire una scienza, una morale o opere d’arte in generale, così da stabilizzare una formazione (una sensibilità !) storica affrancata da tutti gli obblighi storici”. Ora, a questo punto, la questione che si pone è: se dalla soggettività e dall’autocoscienza si possano conseguire criteri interpretativi della società, che siano cioè riconosciuti e percepiti come provenienti dal mondo moderno e, al contempo, siano sussunti utili ad orientarsi in esso; talché, si può anche interpretare come una critica alla modernità in quanto non in armonia con se stessa.
Dato atto del fatto che la soggettività è il principio dell’età moderna, e questo implica, in termini psicologici, che il moderno non vuole riferirsi ad altro che a sé, per cui ne scaturisce che, ricorrendo alla dialettica come critica e insieme come giustificazione del moderno, la questione della critica della soggettività diviene un superamento di una ragione soggettocentrica di cui si colgono pienamente i limiti. E tuttavia, al tempo stesso, non un passare oltre, che insiste sui modelli del passato, non essendo la negazione di sé stesso come moderno, ma ponendosi come autentico oltre sè in cui il moderno si rappresenta nella sua realtà. Una dieresi che si ripropone nel concetto di spirito assoluto in Hegel, che sembra sintetizzare queste aporie: lo spirito soggettivo si conserva e si trascende nell’assoluto – ma l’assoluto cessa di essere inscritto nel tempo, dunque non è più moderno, ma eterno; d’altra parte, l’assoluto trattiene ancora in sé le tracce troppo umane del soggetto, vale a dire che la critica della soggettività è condotta qui a partire da una ragione soggettocentrica.
Se tralasciamo la fallace soluzione di un’alterità della ragione soggettiva, il discorso filosofico del moderno si riproduce all’infinito dentro il suo spazio linguistico. In alternativa il discorso ci induce a criticare la soggettività in quanto limitata, spesso “irrazionale”, proclive a realizzarsi in forme autoritarie. Allora, come attuarlo se non attraverso la ragione intesa come organo della soggettività, ossia come autoriflessione del soggetto su se stesso? C’è da domandarsi se dopo questa critica i risultati saranno ancora una volta le astuzie della ragione in cui il soggetto diviene centrale, per cui il rimedio che, se non è peggiore del male, quantomeno risulterebbe uguale ad esso?
” Al discorso della modernità – elaborato da Habermas – i suoi critici muovono un rimprovero, che permane immodificato anche nelle tesi elaborate da Hegel e Marx fino a Nietzsche e Heidegger, da Bataille e Lacan fino a Foucault e Derrida, ed è diretta contro una ragione che si fonda nel principio della soggettività. Una visione dialettica che afferma e denuncia una diversa ragione, che in definitiva scalza tutte le forme esplicite dell’oppressione e dello sfruttamento, della degradazione e dell’estraniazione, con lo scopo di pervenire all’imporsi del dominio della razionalità stessa”
Sorprende allora che Jürgen Habermas, giustamente indicato l’erede della Teoria Critica francofortese, il cui lavoro rappresenta una delle critiche più radicali del razionalismo moderno, assurga a difensore della modernità, esponendosi ad una astratta polemica condotta da quegli intellettuali che disperdono il loro pensiero in argomenti poco seri, ricorrendo ad iperboliche teorie sul post-moderno. Mentre il discorso sulla modernità intende affrontare proprio questo versante della razionalità
Indubbiamente, Habermas, con l’approfondimento di questo tema, in cui convogliano i tratti tipici di tutto del suo pensiero, evoca gli autori, che con le loro analisi e la produzione dei testi e loro attualizzazione pratica, si sono cimentati su questo fronte teorico: Heidegger e Foucault, Benjamin e Bataille.
Trovo un interesse particolare per Habermas poiché il suo impegno teorico sviluppa temi problematici lungo linee interpretative che danno prova della sua proposta intellettuale, che ci trasporta lungo i confini che corrono tra filosofia e sociologia. Sicuramente, si tratta di una straordinaria capacità di sintesi in cui il significato grammaticale ci interroga sulla possibilità di una forma teorica di eclettismo. D’altro canto, seguendo un certo filone interpretativo, spontanea si pone la curiosità riguardo alla proposta habermasiana della teoria dell’agire comunicativo, da cui si può intendere si sviluppi una certa continuità della sua filosofia tanto da costituire il compimento del “discorso filosofico della modernità”.
E tuttavia, l’interesse per Habermas, che deriva dallo spessore e dalla profondità del suo contenuto gnoseologico e dalle sue argomentazioni, che si muovono in un alone di sofisticata capacità di analisi, non neutralizza l’analisi che ci induce a considerarle incomplete, se non problematicamente e esagerate, fino a confortare, anche se limitatamente alla sementaca, una convinzione che egli ricerchi un commiato dal moderno, mettendo in evidenza aporie e singolarità che mantengono aperto il discorso della e sulla modernità.
Riassumendo il pensiero esposto da Habermas, sia la modernità che l’illuminismo rivelano in sé, innata, fin dall’origine dei due sistemi, una ambivalenza arricchita da una dialettica che può essere liquidata dal o nel postmoderno solo al prezzo dell’antimodernismo. Infatti, non si deve ignorare che all’essenza del moderno pertiene storicamente la negazione in sè. Lo scopo di Habermas, come si evince dai suoi scritti, è conservare, mediante una nuova grammatica, questa tensione dialettica del moderno. Ritorna, rinnovato e seducente, per questa via concettuale, il richiamo al termine “dialettica”, del quale si era avvertita l’ assenza nelle lunghe dissertazioni sulla materia della costruzione teorica della “razionalità comunicativa.
I percorsi sui quali cammina questa teoria conducono direttamente al superamento della centralità del soggetto in cui si impone la intersoggettività del comunicare e la sostituzione del paradigma della coscienza peraltro abbozzato tradizionalmente sulla conoscenza dell’oggetto, con quello dell’interscambio comunicativo, come esposte dallo stesso Habermas, edificato su scambievoli pretese di verità falsificabili , seguendo il concetto filosofico di Popper.
Chi si avventurasse, quindi, a seguire “Il discorso filosofico” della modernità, nel bel mezzo dell’esegesi critica di Nietzsche, Heidegger o Derrida, troverà sulla sua strada spezzoni di questo ragionamento, in modo spesso apodittico o estremamente conciso, salvo che nel capitolo finale. Ciò che si presenta come ineludibile, seguendo il contenuto, è che la struttura teorica di questo libro si fonda sul discorso costitutivo dell’opera basilare dell’autore: “Teoria dell’agire comunicativo” (Il Mulino 1986). È nel contenuto di questo lavoro che trovano chiarezza gli argomenti che giustificano la nuova idea della razionalità comunicativa. “Il discorso filosofico della modernità”, nella sostanza, rappresenta una estensione di questi motivi.
E’ una dote di Habermas quella di procedere senza definizioni fisse o formali. Per questo risulterà inconcludente spingere la nostra ricerca a trovare una definizione di primo approccio al significato di modernità. “Moderno”, secondo i canoni tradizionali, segnala semplicemente un complesso di riflessioni filosofiche e un insieme di processi sociali, quindi tutto ciò che attiene alla organizzazione della società e alle istituzioni politiche, in ciò guidati da un’idea di razionalità Hegeliana che oggi è andata appannandosi. Al proposito, all’inizio del libro si parla di scissione tra modernità e contesto storico del razionalismo, per cui, asserisce Habermas,: “i processi di modernizzazione non possono più venire concepiti come un’oggettivazione storica di strutture razionali”.
Questa affermazione ci mette di fronte ad una duplice reazione, che possiamo qualificare, la prima, come post-moderno di carattere neo-conservatore, nel senso che prende atto della separazione storica tra modernizzazione tecnico sociale e la cultura del sé, dando corpo ad una scissione delle idee che ci spinge ad usare la proposizione: fine della storia delle idee; l’altra condizione ci presenta un post-moderno anarchico o anti umanistico, che rifiuta il supposto sganciamento tra la modernità sociale e la sua cultura razionalistica. Lo svelamento che ne scaturisce mette in luce il vero volto del razionalismo e dell’illuminismo, cioè l’assoggettamento del soggetto e della volontà.
E’ facile cogliere nella critica la similitudine tra dominio e ragione critica verso la modernità che si ritrova in tanti autori tra loro diversissimi per percorso intellettuale, sensibilità, rigore teorico. Ciò che li accosta seguendo Habermas è la presunzione di sconfessare in blocco la visione utopica ad essa legata e di uscire dalla modernità e dalla sua razionalità. Habermas rispinge questa presunzione di allontanamento con cui si intende annunciare la fine della modernità, rilevandone la totale contraddittorietà logica, soprattutto perché tale pensiero riposa su una idea unilaterale e scorretta di modernità. Per questo Habermas ricorre al richiamo dei suoi predecessori e ai loro testi. Hegel, Nietzsche, ricostruendone il pensiero e richiamando a sostegno anche l’autorità di Marx.
Qui sarebbe obbligo confrontare l’interpretazione Habermasiana dei classici menzionati con gli esegeti che ad essi riconducono i loro studi, ma non è questo il nostro interesse riguardo alla teoria argomentativa di Habermas, che si sviluppa in una duplice direzione: recuperare una direzione del pensiero che conduceva all’immanenza nella modernità, smarritosi a seguito della perdita della filosofia del soggetto; in alternativa la sconfessione assoluta della modernità che si ritrova in Nietzschiani della scuola di Francoforte. Qui riporto una citazione di Habermas:
“Se alla fine risultasse che anche la strada di Nietzsche non conduce seriamente fuori dalla filosofia del soggetto, non dovremmo ritornare a quella alternativa che Hegel a Jena aveva lasciato cadere a sinistra – ad un concetto di ragione comunicativa che pone in luce diversa la dialettica dell’illuminismo? Forse il discorso della modernità ha preso la direzione sbagliata proprio a quel crocevia, di fronte al quale si era fermato il giovane Marx”. Di fatto Marx ha abbandonato, sì, il soggetto idealistico a favore del concetto di prassi, ma fissandolo al paradigma del lavoro, della produzione. “Soltanto il mutamento di paradigma dall’attività produttiva all’agire comunicativo e la riformulazione in termini di teoria della comunicazione del concetto di ‘mondo della vita ‘ fa nuovamente reincontrare le due tradizioni”. La citazione pone il lettore davanti ad una interpretazione senza che gli siano forniti elementi probanti, peraltro sviluppati nella già ricordata “Teoria dell’agire comunicativo”. E il riferimento è importante, poichè Habermas può parlare di una nuova “intima relazione tra prassi e razionalità”, e dei “contenuti normativi” della razionalità comunicativa.
Dopo questa presentazione è difficile negare al pensiero teorico di Habermas sulla modernità una continuità con la Teoria Critica classica. D’altro canto come non riconoscere nella sua “teoria comunicativa” la ripresa del discorso della modernità intesa come istanza di ragione pubblica e dialogante. Discorso che è stato deviato in una filosofia del soggetto, che ha provocato, di riflesso, la reazione di tutto ciò che è “altro” dal soggetto razionale, sino alla sua radicale negazione. L’ultima forma di questa negazione è da ravvisare nella logica del sistema che egli indica come autosufficiente.
Senza arrenderci alla critica e ai tentativi di mettere in dubbio la coerenza su cui Habermas imposta la sua analisi a favore del razionale, il fatto allora che egli mantenga con fermezza la base teorica su cui poggia il principio della razionalità, costituisce una conferma della forza argomentativa delle tesi con le quali tiene fermo il principio della razionalità essendo: “disposizione di soggetti, in grado di parlare e di agire, ad acquisire e impiegare un sapere fallibile”.
Rimane in sospeso l’incognita sulla effettiva capacità dell’agire comunicativo a sostenere la varietà degli argomenti che l’autore mette in campo nella sua reiterata critica della modernità, poiché, come ho rilevato fin dall’inizio, insorge chiara una difficoltà a combinare le ambivalenze della modernità con i temi della teoria comunicativa. Certamente, rimane un’impresa ambiziosa e non esente da enigmaticità, se solo si pensa all’uso di concetti quali soggetto e coscienza che, nella ricostruzione, si connotano come responsabili dell’involuzione della modernità. Per superare questa ambivalenza Habermas focalizza l’intersoggettività decentrando il soggetto che indica come partner di una comunicazione carica di ragioni.
La strada seguita è sicuramente difficile. Ma l’autore è un pensatore avvezzo alle intraprese più difficili; da molti anni esercita la sua influenza di pensatore su categorie le più diverse e ardite, pur di tenere vivo un concetto forte, integro, critico, normativo di razionalità. Non so se devo definirlo continuatore o grande assertore della modernità, sicuramente da lui continuo a imparare e a scoprire il valore della comunicazione sociale.
Questa riflessione non ha la pretesa di essere uno studio, dato che la mia cassetta degli attrezzi manca di molti strumenti. Sono, vogliono essere solo appunti su uno storico e sociologo che appartiene alla scuola di Francoforte, culla della teoria critica. Habermas, d’altro canto occupa una posizione centrale anche nel dibattito politico sul ruolo dell’Europa Unita. La sua etica del discorso, la teoria dell’agire comunicativo, che si oppone all’agire strumentale, ci offre un orientamento culturale a lavorare per l’intesa e per la non violenza. Avere lavorato molto per raccogliere in queste poche pagine una riflessione, su uno tra i principali esponenti della cultura Europea, ne è valsa la pena. Mi auguro che possa essere condivisa anche da altri.
Alberto Angeli
Per i cittadini del NO “liberi e consapevoli”, di P. Gonzales

Il quotidiano la Stampa riporta che Alessandro Di Battista (Movimento 5 Stelle), durante una incontro con gli operai presso la fabbrica di Riva di Chieri, alla specifica domanda se i Cinque Stelle andranno al governo avrebbe risposto: “Io non lo so, perché gli italiani li vedo molto rincoglioniti”.
La sua affermazione risulta grave e non veritiera se non a uso e consumo per coloro che ritengono che tutti siano intelligenti e trasparenti se votano i loro candidati o partiti e sono, invece, non a posto con la testa se votano e preferiscono altri candidati e partiti.
Personalmente non mi ritengo di rientrare nella categoria degli italiani a cui fa riferimento e, quindi, rinvio a lui tale affermazione ricordandogli che nel suo incarico e ruolo dovrebbe “fare cultura” e opporre ragionamenti meno legati a considerazioni basate sugli umori del momento per raccattare qualche voto in più e far presa sulla pancia dei cittadini.
Quali sono gli elementi che ha seriamente, profondamente e professionalmente valutato ed esaminato il deputato-psicologo Di Battista per affermare di aver visto e, ovviamente, incontrato molti cittadini “rincoglioniti”? Quali sono le sue ragioni, su cosa si fondono? Che ambienti frequenta?
Ricordo a me stesso, prima che al deputato Di Battista, che sarebbe ora di abbandonare i “vaffa day” e di non fare catalogazioni offensive nei confronti dei suoi connazionali (tutti, nessuno escluso!).
Il voto del 4 dicembre 2016 è stato un risultato non tanto e non solo per la campagna fatta dai movimenti e partiti contrari alla deforma costituzionale, ma è stato il voto di intelligenze libere e capaci di ragionare senza condizionamenti.
Le ragioni del NO sono state quelle dei vari giuristi e dei vari Comitati per il NO, non dei partiti o dei movimenti come i 5 Stelle!
Il merito va attribuito soprattutto al lavoro dei Comitati per il NO ed è loro ascrivibile e non ai partii del NO che hanno espresso la loro contrarietà principalmente per andare contro Renzi ed a quel PD ed ai suoi alleati!
La battaglia sui contenuti e sulle libertà che venivano ad essere intaccate e limitate dalla “deforma renziana” sono state portate avanti dai Comitati per il NO ed hanno convinto la stragrande maggioranza degli italiani, gioventù compresa.
E’ possibile, onorevole Di Battista, che in poco più di 24 mesi la maggioranza degli italiani si sia “rincoglionita”?
Credo, invece, che in questi 24 mesi i cittadini siano diventati più saggi, più attenti e più consapevoli nel valutare le proposte politiche e le persone che si candidano a governare questo nostro Paese che, ancora oggi, vorremmo difenderlo dagli assalti dei qualunquisti e del loro vuoti messaggi elettoralistici!
Paolo Gonzales
La Costituzione, il diritto e il dovere del voto, di M. Foroni

Fino a pochi anni fa, il non esercizio del diritto di voto da parte di una cittadina e di un cittadino era sanzionato. Quando ero giovane studente liceale, ho votato per la prima volta nel 1980, ero come i miei coetanei perfettamente consapevole che se non mi fossi recato alle urne ciò sarebbe stato sanzionato.
Il DPR n.361/1957 all’art. 4 enunciava che “l’esercizio del voto è un obbligo al quale nessun cittadino può sottrarsi senza venir meno ad un suo preciso dovere verso il Paese”, e all’art. 115 che “L’elettore che non abbia esercitato il diritto di voto, deve darne giustificazione al sindaco…l’elenco di coloro che si astengono dal voto, senza giustificato motivo, è esposto per la durata di un mese nell’albo comunale. Per il periodo di cinque anni la menzione ‘non ha votato’ è iscritta nei certificati di buona condotta” tenuti presso il casellario giudiziario. Il certificato di buona condotta veniva richiesto dalle aziende al momento della domanda di assunzione, e se non si aveva esercitato il diritto di voto era inibita la partecipazione ai concorsi pubblici. Questa norma è stata abrogata (forse non a caso) nel 1993, l’anno horribilis della Repubblica, quello delle bombe di mafia a Roma e a Firenze, della abolizione della legge elettorale proporzionale disegnata dai costituenti con il passaggio alla legge elettorale maggioritaria, della discesa nell’agone politico del primo Partito mediatico della storia repubblicana, della nascita (per qualcuno) della cosiddetta seconda Repubblica, che non è mai esistita.
Ma rimane ovviamente l’art. 48 della Costituzione, c. II, “Il voto è personale ed eguale, libero e segreto. Il suo esercizio è dovere civico” rafforzato dalla sentenza n.96/1968 della Corte Costituzionale (Presidente Sandulli) dove “in materia di elettorato attivo, l’articolo 48, secondo comma, della Costituzione ha, poi, carattere universale ed i princìpi, con esso enunciati, vanno osservati in ogni caso in cui il relativo diritto debba essere esercitato”. Forse non era solo per motivazioni ideologiche che durante la cosiddetta prima Repubblica dei partiti della Costituente (che sapevano della importanza decisiva della partecipazione al voto per la tenuta della democrazia, usciti da una guerra devastante e dopo venti anni di dittatura fascista), la partecipazione al voto era mediamente al 90%.
Concetti e principi costituzionali da spiegare bene, oggi, a Viola Carofalo e a Gino Strada.
Marco Foroni
Amazon, il braccialetto elettronico e lo Statuto dei Lavoratori, di M. Foroni

Lo Statuto dei lavoratori, legge 300/1970, recitava all’art. 4 nella sua verisone originale: “ È vietato l’uso di impianti audiovisivi e di altre apparecchiature per finalità di controllo a distanza dell’attività dei lavoratori. Gli impianti e le apparecchiature di controllo che siano richiesti da esigenze organizzative e produttive ovvero dalla sicurezza del lavoro, ma dai quali derivi anche la possibilità di controllo a distanza dell’attività dei lavoratori, possono essere installati soltanto previo accordo con le rappresentanze sindacali aziendali, oppure, in mancanza di queste, con la commissione interna. In difetto di accordo, su istanza del datore di lavoro, provvede l’Ispettorato del lavoro, dettando, ove occorra, le modalità per l’uso di tali impianti.”
Il “Jobs act” (D.Lvo 151/2015 attuativo della Legge delega 183/2014) modifica l’art. 4 e ammette, previo accordo con le rappresentanze sindacali o autorizzazione dell’Ispettorato del lavoro, l’utilizzo di apparecchiature dalle quali derivi “indirettamente” la possibilità di un controllo a distanza, ma installate per finalità di organizzazione e sicurezza aziendali. In sostanza quella che era l’eccezione diventerà la regola, infatti, il datore di lavoro avrà la “facoltà” di installare e utilizzare impianti e strumenti dai quali derivi “anche” un controllo sull’attività del lavoratore esclusivamente per (i) esigenze organizzative e produttive, (ii) per la sicurezza del lavoro e (iii) per la tutela del patrimonio aziendale. Viene pertanto delimitata a determinate condizioni una circostanza che prima era solo eventuale ed eccezionale. Resta comunque l’obbligo, in capo al datore di lavoro, di stipulare un previo accordo con le rappresentanze sindacali.
E’ necessario ritornare all’art. 4 originale. Lo Statuto dei lavoratori non è solo l’art. 18. E questo i compagni socialisti Giacomo Brodolini e Gino Giugni lo sapevano benissimo.
Marco Foroni
Superare le divisioni per costruire un progetto del socialismo riformista, di A. Angeli

« A parità di fattori la spiegazione più semplice è da preferire » (Guglielmo di Occam). Spiegazione: in base al principio stesso del rasoio di Occam, una teoria che progressivamente si appoggiasse alla elaborazione troppo semplice e parziale di termini o a principi sempre più evanescenti alla fine sarebbe da rigettare per la sua stessa inconsistenza. Credo che questa sia l’interpretazione che ha indotto romano Prodi a dichiarare la sua propensione a votare a favore del centrosinistra, mettendo comunque in dubbio una sua preferenza per il PD di Renzi.
Per un qualsiasi osservatore imparziale, seriamente preoccupato per il quadro politico la cui cultura e storia lo orienta a favore delle forze riformiste e che vede i due blocchi: la destra e i cinquestelle in concorrenza tra loro e tuttavia alternativi alla coalizione di centrosinistra e LeU, questo principio logico del rasoio di Occam, inteso come un segnale opportuno in un momento opportuno, è sicuramente applicabile alla situazione che appunto vede in conflitto LeU e PD.
Il punto della divisione a sinistra risiede nella complicata tesi che i fondatori di LeU: Grasso, Bersani, Fratoianni, D’Alema, Civati, sostengono per rifuggire da ogni ipotesi di intesa con il PD: il popolo della sinistra ha scelto di lasciare il PD, noi stiamo con il popolo”. Questa rasoiata che teglia di netto ogni possibile rapporto con il PD, a meno che il voto del 4 marzo non capovolga gli equilibri, vuole anche essere una deliberata e presuntuosa pretesa di qualificare comunque il PD di destra e odiato dal popolo. Ovviamente, ci sono anche le proposte elettorali che sbaragliano ogni ipotesi d’intesa. La reintroduzione dell’art.18 della legge 300/70, la cancellazione del Jobs act e la revisione della legge Fornero, la cancellazione la cosiddetta “Buona scuola” e l’abolizione delle tasse universitarie, tanto per citare i punti di maggiore impegno ( e di attrito ) su cui Leu chiede il voto del popolo, trascurando il fatto che il MdP ex PD( cioè la parte più corposa di Leu ) ha approvato molte di quelle leggi oggi contestate.
D’altro canto, dire oggi: ma se anziché arrivare alla scissione avessero condotto con forza la loro battaglia all’interno del PD e nel parlamento il confronto elettorale avrebbe avuto un diverso svolgimento, sicuramente. Intanto, perché è realisticamente impossibile che Leu, come anche il PD, possa ottenere un successo elettorale, tale da poter realizzare le sue proposte programmatiche; in alternativa, pur augurandogli un buon risultato, dovrà comunque vedersela o con i 5S o sperare che sia il PD, preso atto della insistita indisponibilità di Leu, ad allearsi con Berlusconi, convinti che già esista un piano in tale senso, ( scommettendo quindi su un risultato favorevole al cavaliere e alla destra ) così da poter trasformare una loro probabile dèbàcle in una (rendita di ) posizione da cui muovere contro lo sperato sodalizio Renzi-Berlusconi.
La realpolitik è stata decisamente ignorata da Leu, poichè dall’opposizione non porterà alcun vantaggio al popolo al quale chiede il consenso a sostegno di un progetto presumibilmente destinato a rimanere nel cassetto, confidando che si compia il destino di una riedizione del Nazareno. A meno che; a meno che Leu non confidi in un successo dei 5S, come del resto si può agilmente cogliere nel ragionare di Bersani e di Grasso, e riprovare ( dopo la brutta figura fatta da Bersani ) a ritessere con il movimento 5S un dialogo su alcuni punti del programma, visto e considerato che Di Maio ogni giorno evolve e modifica il programma e le proposte del movimento, un comportamento furbesco che lo assimila al personaggio di Fëdor Dostoevskij del bellissimo romanzo “Il Giocatore”, Aleksej Ivànovic, tanto che vaticina la revisione di molte leggi sul mercato del lavoro e sulla previdenza, che possono sollecitare un approccio diverso e possibilista di Leu.
Realisticamente, lo scenario più probabile e sostenuto anche dai bookmaker è un governo Salvini Meloni-Di Maio, poiché le proposte politiche: su finanza, economia, Europa, Euro, lavoro, previdenza, migrazione e riforme sociali di questi partiti hanno molto in comune. Certo il pellegrinare di Di Maio in USA e a Londra, le processioni a cui dà seguito recandosi nei santuari del potere economico e finanziario ( alla Renzi, per intenderci, e come di costume di molti pellegrini del potere politico del passato) per “spiegare il programma del movimento”, lo fa apparire il Santone colto da una ispirazione dell’oltre mondo, non deve stupirci più di tanto. Perché, poi, in definitiva, saranno i lavoratori, i pensionati, a pagare i danni del progetto di uno vale uno; e allora sarà troppo tardi, per stabilire chi ha la responsabilità di quanto accaduto.
Insomma, con la nascita del movimento di Grasso e l’abbandono di Gramsci per inseguire il popolo, la domanda se per questa strada non si declini il movimento da referente del popolo a nuovo populismo, non trovi una sua risposta nelle macerie che dopo il 4 marzo il mondo della sinistra si troverà sulle spalle. E questa prospettiva non è un pregiudizio profetico. La sinistra del PD, già ridimensionata nell’assegnazione dei seggi dall’autoritarismo di Renzi, se vuole riconquistare posizioni nel nuovo Parlamento dovrà battersi come un leone per difendere il PD, tutto il PD e il suo programma. Una difesa che, come ci insegna Sun Tzu nell’Arte della Guerra, dovranno condurre colpo su colpo per rispondere all’accerchiamento delle altre forze in campo in cui anche Leu è scontato ne farà parte.
Dire che non c’erano alternative è una scusa ingenua e offensiva dell’intelligenza che l’osservatore ( il popolo ) ha ben desta. La scissione poteva essere l’occasione per una costituente socialista, pluralista e aperta a tutte le forze riformiste e della sinistra, per dare corpo ad un movimento socialista moderno con l’intento di recuperare la tradizione e la storia culturale del socialismo e delle varie esperienze che nel secolo scorso hanno contribuito alla sconfitta del fascismo e alla creazione della repubblica democratica e parlamentare. Gli scissionisti di Leu portano una grande responsabilità, quella di avere lasciato a Renzi la custodia della storia della sinistra italiana: PCI,DS,PDS,PD, per rassegnarsi ad essere un movimento ininfluente per il cambiamento ma decisivo per la sconfitta della sinistra.
Nulla deve darsi per perso. Se ancora nell’animo degli scissionisti sopravvive un riverbero di orgoglio assumano l’iniziativa di aprirsi alla sinistra PD prospettando la disponibilità al confronto su un progetto per il Paese e pronti a ritrovarsi per dare vita ad un partito socialista riformista. Questo è ciò che il popolo si aspetta e di cui il paese, l’Italia, ha estremo bisogno.
Alberto Angeli
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