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Sindacato sotto attacco, la via d’uscita è l’unità, di B. Ugolini
Ho davanti una pagina de l’Unità di giovedì 11 settembre 1969. C’è un titolo enorme: “SCIOPERO: i metallurgici iniziano la battaglia per il contratto”. Era l’avvio di quello che il socialista Francesco De Martino battezzerà come “autunno caldo”. Sarebbe interessante andare a vedere le stesse pagine dell’epoca prodotte dal Corriere della Sera o dalle reti televisive. Troveremmo le stesse rampogne, le stesse grida scandalizzate che troviamo oggi in quasi tutti i mass media. Per cui le parole usate nell’editoriale de l’Unità quel giorno del 1969, firmato da Bruno Trentin, potrebbero essere riprodotte anche oggi. Laddove, ad esempio, si sofferma sui “vibranti articoli del Corriere della Sera” i quali non riconoscono più “il Sindacato buono e vilipeso, dai gruppi contestatori”.
Certo viviamo in tempi ben diversi da quel 1969. Allora c’era l’espansione economica, oggi c’è la decrescita infelice. C’è però qualcosa che non cambia. E’ l’atteggiamento prepotente della Confindustria. Oggi vuole cancellare il contratto nazionale per dare ampio spazio a quello aziendale (sapendo che è presente in un’assoluta minoranza di fabbriche). E che cosa chiedeva imperiosamente nel 1969? Lo ricorda ancora Trentin: “la rinuncia dei Sindacati ad ottenere anche a livello aziendale dei miglioramenti integrativi”. Niente contratti aziendali. La solita solfa, capovolta.
E anche allora l’informazione stava quasi tutta impegnata nel sostegno alla parte imprenditoriale. Sempre il Corriere il 19 ottobre del 1969 invoca una “legge sindacale” nonché “uno Stato autorevole”. Mentre il 4 dicembre annota come “le nuove forme di lotta sindacali pongono problemi sulla sopravvivenza stessa delle libere istituzioni”. Non tutti, però, 45 anni fa, si piegavano al conformismo dilagante. C’era chi indagava sul malessere del mondo del lavoro, sulle ragioni dei sindacati. Parliamo di Sergio Turone, Giorgio Bocca, Pietro Radius, Giovanni Russo, Goffredo Parise, Ignazio Silone, Cesare Zappulli.Oggi fare nomi altisonanti è più difficile.
La grande novità sta poi nei comportamenti dell’attuale governo. Le compagini capitanate da Rumor o Forlani non si sarebbero mai sognate di prendere per i fondelli i capi sindacali dell’epoca. Ve lo immaginate un Aldo Moro che accusa Luciano Lama di essere un retrogrado, un conservatore perché non capisce anticipatamente (come poteva avvenire all’epoca) il sorgere del cosiddetto “operaio massa”, la presenza di una forza fresca e combattiva a Mirafiori?
Fatto sta che nella nostra tecnologica epoca, l’informazione sta al gioco. C’è un Belpietro che chiede di “limare le unghie” ai sindacati, mentre il direttore del Sole 24 Ore invoca Di Vittorio e il suo piano del lavoro, ignorando che anche la Cgil della Camusso ha un piano del lavoro. Un piano che il governo non prende in alcuna considerazione, come del resto fecero i governi al tempo di Di Vittorio. E certo resta difficile pensare a quel grande “cafone” che incita gli operai e i braccianti a levarsi il cappello davanti a Squinzi e compagnia.
D’altronde un’altra novità oggi, a proposito di Confindustria, è data dalla scomparsa di quelli che un tempo si chiamavano “falchi” e “colombe”. Gli industriali metalmeccanici e chimici sono accanto a Squinzi nel ripudiare un negoziato sui contratti. Perché mai dovrebbero essere loro a impegnarsi in una trattativa quando hanno a disposizione esponenti di un “governo amico” che già hanno dato molto riassorbendo l’articolo 18 e disponendo notevoli incentivi per l’assunzione di giovani a contratto chiamato indeterminato, anche se nel finale può essere sciolto? Misure che incrementano dello zero virgola qualcosa l’occupazione suscitando un’esultanza ottimistica che non può essere condivisa dall’esercito dei giovani precari rimasti in costante attesa.
Oggi però, di fronte all’imponente campagna antisindacale, molto più forte rispetto al passato, c’è per i sindacati un rischio centuplicato dell’isolamento. Ecco perché sarebbe necessario dare un respiro alto alla battaglia che si preannuncia. Non può essere, credo, una battaglia solo salariale capace di coinvolgere, certo giustamente, operai, impiegati e tecnici attualmente occupati. Le piattaforme, come credo si stia operando, devono essere capaci di parlare anche ai nuovi assunti e a quelli non ancora assunti. Capaci di dare risposte a problemi della diffusione e non della restrizione del lavoro, anche con manovre sugli orari. Capaci di dare risposte alle domande di partecipazione: magari conquistando “consigli di sorveglianza” e replicando così a chi addita sempre l’esempio dei sindacati tedeschi. Piattaforme accompagnate da richieste ai “poteri pubblici” perché cerchino le strade per agire in supplenza di quegli imprenditori che scappano all’estero.
C’è infine un’esigenza sopra tutte le altre. Quella di rafforzare l’unità tra Cgil, Cisl e Uil. Tornano bene le parole di Trentin che chiudono quell’editoriale di tanti anni fa: “La nostra arma decisiva: l’unità e la democrazia di base…Qui sta la chiave del potere che il Sindacato riuscirà ad esprimere con la battaglia d’autunno…qui sta la chiave della vittoria dei lavoratori”.
Bruno Ugolini
tratto da http://www.rassegna.it/articoli/sindacato-sotto-attacco-la-via-duscita-e-lunita
Il Campidoglio, la democrazia e i burattini, di M. Foroni
Combattere gli estremismi prima che sia tardi, di L. Lecardane
Ieri sera sono stato all’iniziativa di tale avvocato Amato Gianfranco sulla cosiddetta teoria gender in provincia di Palermo. Mai e poi mai mi sarei aspettato nel mio paese, nella mia Italia, di vedere un tale spettacolo vergognoso di odio, mistificazioni e falsità. Sul modello io non sono omofobo ma pezzi estratti a caso da linee guida dell’OMS, e, come classico metodo di comunicazione, mettere cose false in mezzo a cose vere che però di per sé non sono un qualcosa per cui indignarsi. Mai nel mio paese avrei immaginato che la storia non avesse insegnato nulla, ieri gli ebrei con la teoria che questi volevano governare tutto grazie alla loro potenza economica, oggi con la sciocchezza della teoria gender che si sta diffondendo, secondo lui, a macchia d’olio, facendo tra altro andare via, per fortuna diverse persone indignate, ma facendone restare sedute altre.
Come ha scritto un docente universitario presente alla serata “mi sembra un incredibile affastellamento confuso di illazioni (per es., l’informazione sul “toccarsi” ai bambini di 0-4 anni previsto dalle Linee guida dell’OMS sarebbe da depravati), scandalismi (foto di uomini in vestiti e biancheria intima femminili,foto di moda tra altro, che a molti del pubblico fa dire “che schifo”, “assurdo”, “ma dove dobbiamo arrivare?!”, “è davvero una vergogna” e insomma tutto ciò che mio nonno diceva quando vedeva una donna con i pantaloni o che fumava o col rossetto), inesattezze (ci sarebbero persone che, ininterrottamente, “un giorno si percepiscono come uomo e il giorno seguente come uomini”) e banalità che pretendono di denunciare “l’irrazionalità” e la “vergogna” di chi crede nel genere (cioè la percezione di sé, sulla base delle categorie socio-culturali all’interno delle quali si vive, come uomo o donna indipendentemente dal sesso, ovvero dalla classificazione, su base fisico-biologica, in maschio e femmina). La percezione di sé, secondo l’avvocato Amato, non conta (è la stessa obiezione che veniva fatta una volta alle donne che si percepivano uguali, per capacità e intelligenza, agli uomini…).”
Peccato che le linee guida dell’OMS parlino dello sviluppo sessuale dei bambini e ne parlino sia l’unione pediatri per amico https://www.uppa.it/speciali/educazione-sessuale/ sia l’ordine psicologi del Lazio , ma non bastasse ciò ecco il documento ufficiale dell’OMS http://www.aispa.it/attachments/article/78/STANDARD%20OMS.pdf dove a pagina 22 si parla de “Lo sviluppo psicosessuale nell’infanzia e nell’adolescenza” , altro che imposizione di non so quali riti sessuali a scuola.
Poi leggo su un giornale nazionale che la regione Lombardia vuole fare l’ennesimo convegno anti-gay ed a questo convegno è invitata l’autrice di un libro dal titolo “sposati e sii sottomessa” che si rifà, evidentemente, alla Christian Domestic Discipline (http://www.huffingtonpost.it/2013/07/05/christian-domestic-discipline_n_3550121.html
http://www.huffingtonpost.it/2015/01/21/adinolfi-donna-sottomessa_n_6513662.html )
e alle parole di Adinolfi, rilasciate in un’intervista facilmente reperibile attraverso i motori di ricerca, il quale afferma che la donna deve essere sottomessa all’uomo.
Poi leggi le critiche ad una delle parti della legge sulla buona scuola, una delle poche, che, secondo noi, va bene, cioè i comma 7 e 16 che parlano di pari opportunità, di lotta al bullismo, le quali rinviano alla legge sul femminicidio che sarebbe l’attuazione della Convenzione di Istanbul (http://www.governo.it/GovernoInforma/Dossier/8_marzo_2014/convenzione_Istanbul_violenza_donne.pdf) che tratta di prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, e fai pensieri cattivi sulle vere intenzioni di queste persone.
Quello che molto mi colpisce è il silenzio dei partiti come il Pd, Sel , Altra Europa che, su questa vicenda, non intervengono facendo informazione. Evidentemente conta altro per loro, magari per alcuni conta di più sostenere Renzi o combatterlo, non accorgendosi di quello che accade in questo tempo, in questo luogo e in che modi.
Insomma fanno come quelli che distolsero lo sguardo dalle tragedie che il fascismo e il nazismo si apprestavano a cominciare.
Meno male che allora i Gramsci, i Togliatti, gli studenti cristiani de La Rosa Bianca si opposero, anche se non fu sufficiente.
Net Left, insieme ad altre associazioni, continuerà a fare vera informazione tra la gente indicando leggi, convenzioni europee e tutti gli istituti giuridici che parlano di queste argomenti indicandone le fonti primarie dai siti istituzionali della Repubblica Italiana e dell’Unione Europea e non da siti che incitano all’odio, edulcorano la realtà o estrapolano frasi. #rompiamoilsilenzio
Luca Lecardane
coordinatore regionale Net Left
In difesa della Camusso (per una volta), di R. Achilli
L’intervista di Landini su Repubblica dice, in estrema sintesi, tre cose:
– l’unità sindacale lanciata dalla Camusso è roba vecchia, non più sufficiente, e ci vuole un nuovo modello di sindacato, essenzialmente un sindacato unico, come suggerito da Renzi e Scalfari;
– Questo modello di sindacato unico deve prevedere meccanismi democratici più avanzati nell’elezione, da parte dei lavoratori iscritti, non soltanto delle rappresentanze aziendali, ma anche delle strutture dirigenziali, oltre che in una maggiore estensione del meccanismo referendario;
– Occorre una lettura nuova del mondo del lavoro, che inglobi anche chi sta fuori dai meccanismi tradizionali della contrattazione, ovvero, da una parte, i lavoratori non sindacalizzati (il precariato) e dall’altro le aziende che, per scelta o per natura, stanno fuori dai meccanismi della rappresentanza sindacale, oppure sono stanche della contrattazione.
Inizierò dal terzo punto, sul quale concordo con Landini, e direi che sono anni che tutti stiamo dicendo che la lettura del precariato data dal sindacato per lunghi anni, è stata condizionata dal riflesso di riportare indietro, al fordismo, le lancette della storia industriale, per cui la frontiera della proposta al precariato era la richiesta di “stabilizzazione”, e di implementazione di un modello competitivo più avanzato (“una strada alta alla competitività”, direbbe Salvati) fondato sulle competenze e sull’innovazione, che naturalmente tendesse a fidelizzare il lavoratore al posto. Questa lettura è definitivamente saltata per aria con la crisi, con la precarizzazione definitiva del mercato del lavoro, con la constatazione che il capitalismo micro padronale e familistico italiano non è nelle condizioni patrimoniali, finanziarie e culturali per promuovere un modello “alto” di competizione, e che un sistema composto prevalentemente da micro imprese operanti in settori tradizionali o di nicchia, ma non innovativi, ha bisogno di grandi dosi di flessibilità per tenere su mercati in cui esso stesso è precario, in termini di risultati commerciali. E che la strada alta, fino agli anni Novanta, era garantita solo dalla grande industria pubblica, smantellata la quale ci siamo ritrovati con un capitalismo straccione e relazionale, non molto più evoluto del capitalismo comprador e mercantile descritto da Fanon rispetto ai Paesi africani appena decolonizzati.
Di conseguenza, la “nuova lettura” deve ripartire da una analisi del mercato del lavoro e delle sue segmentazioni interne, delle condizioni competitive e delle possibilità della nostra economia nello scenario globale, degli aspetti strutturali del rapporto fra capitale e lavoro, che determinano la distribuzione dei frutti della ricchezza, ed è un lavoro in primo luogo analitico e di studio. Che non c’entra niente, almeno in prima istanza, con il numero dei sindacati, quanto piuttosto con il modo in cui essi si interfacciano all’analisi della situazione con le proposte che sono in grado di fare. che a mio modesto avviso passano per il tramite di uno scambio fra estensione della rappresentanza sindacale e della effettiva partecipazione del sindacato alla vita aziendale e alle decisioni gestionali e garanzia di una maggiore tenuta della pace sociale in azienda, un pò come avviene in Germania. E per proposte operative innovative, ad esempio il rappresentante sindacale territoriale, in grado di dare voce anche agli addetti delle micro imprese prive di rappresentanza interna (ad esempio perché si tratta di botteghe artigiane con un solo addetto, o con due o tre addetti).
Se invece si lega, come fa Landini, la questione di una rilettura dell’azione sindacale a quella del numero dei sindacati in campo, si commette il classico errore del riformismo italiano, che confonde il contenitore con il contenuto, credendo che cambiando il contenitore il contenuto cambierà anch’esso, salvo ovviamente sbagliare sistematicamente.
Sul secondo punto, come non essere d’accordo sul principio generale? Certo, più democrazia interna e meno cooptazione. Certo, più referendum fra i lavoratori. Ma c’è un ma, un ma di tipo operativo, non di principio: senza commettere l’ingenuo errore del movimentismo, che nel nome del popolo sovrano ritiene che l’Eletto sia, di per sé stesso, investito di una autorità e di una onnipotenza divine. Mutatis mutandis, è la stessa logica maggioritaria e plebiscitaria, intrinsecamente autoritaria, di Renzi. La democrazia sindacale vera, profonda, caro Landini, sta dentro un modello di sindacato in grado di incidere nelle scelte aziendali, e cogestirle nell’interesse dei lavoratori. Un sindacato di dirigenti eletti, che però non conta niente, non produce affatto più democrazia. Il referendum fra i lavoratori deve avvenire a valle di un processo negoziale fra le parti che affronti la complessità e trovi soluzioni fattibili, altrimenti sarebbe un referendum alla Catalano, che chiede a lavoratori “volete avere più salario e lavorare meno, oppure avere meno salario e lavorare di più?” Ma le aziende non si gestiscono con i metodi di Catalano.
Sul terzo punto non ci siamo proprio. La storia del sindacato italiano è diversa da quello tedesco. Ed ha portato ad una graduale frammentazione del sidnacato confederale, guidata, almeno inizialmente, da grandi divergenze di principio e di visione della società. che ha condotto a percorsi diversificati, che se riescono a stare dentro un principio unificante di difesa dell’interesse del lavoratore, come propone la Camusso con la sua idea di tornare a forme di unità d’azione fra le tre confederazioni, pur nella reciproca autonomia, sono una ricchezza, non un impoverimento. L’idea dell’unificazione è una infausta consuetudine italiana: partiamo alleati, poi ci mettiamo insieme nell’illusione di essere più forti. E cosa produciamo? Il partito democratico, ad esempio. La verità è che una unificazione sindacale, oggi, schiaccerebbe la CGIL e la FIOM sotto il peso di sindacati molto più moderati, come la CISL e la UIL, spostando l’intero movimento sindacale italiano a destra, esattamente come il processo fusorio del PD ha finito per spostare a destra tutto il centrosinistra italiano. E, esattamente come nel caso del PD, il presunto sindacato unico sarebbe, almeno nei primi anni, una accozzaglia caotica di componenti interne con il loro capobastone. Questo caos paralizzante sarebbe il miglior regalo possibile per la controparte padronale. Per una volta, caro Landini, ha ragione la Camusso. La strada è l’unità d’azione nella diversità organizzativa e nell’autonomia reciproca. E smettiamola per favore con questo modernismo da strapazzo, per cui la proposta della Camusso non va bene perché è “vecchia”, è “roba da anni Settanta”. Sembra di sentir parlare il rottamatore della Valdarno e il suo mito del modernismo a tutti i costi. Intanto negli anni Settanta il sindacato era più efficace e potente di oggi, tanto per dire. Se tornassimo al livello di tutele di quegli anni, noi lavoratori saremmo felicissimi.
Ed una ultima annotazione, caro compagno Landini. Tu giustamente hai detto, recentemente, che il sindacato deve essere più autonomo dalla politica. mi sembra giustissimo. Allora tu stesso sii coerente con le tue affermazioni, e decidi dove vuoi stare, se in politica o nell’agone sindacale, se vuoi essere riformatore della politica oppure del sindacato. Proporsi entrambi gli obiettivi significa “de facto” sottomettere il sindacato alla politica, anziché liberarlo. L’ora della scelta del campo in cui si vuole combattere inizia ad avvicinarsi, anche per le coalizioni sociali.
Riccardo Achilli
ASPETTANDO FRANCESCHINI, di M. Luciani (Foto di Patrizia Cortellessa)
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I lavoratori degli stabilimenti cinematografici di Cinecittà ricominciano a lottare. Ieri, al termine di una assemblea sindacale hanno deciso di salire sulla torre dei ripetitori e di non riscendere. Il motivo che ha fatto ripartire la lotta è il “Piano Industriale” della proprietà (Abete, Della Valle, Haggiag, De Laurentis) presentato ufficialmente alle organizzazioni sindacali, lunedì scorso. Nel documento si legge nero su bianco che dei 30mila mq di superficie dell’area di Via Tuscolana solo 6000 saranno destinati a Teatri di Posa e annessi. Gli altri saranno destinati a uffici, alberghi, palestre, parcheggi di superficie e sotterranei, mense. Una volta portato a compimento tale progetto lo spazio più ampio e meglio attrezzato dedicato alla produzione presente a Roma resterebbe la ex De Paolis (oggi Studios), sulla Tiburtina, con i suoi 25000 mq di teatri, insufficienti per le grandi produzioni cinematografiche ed impiegati finora, al massimo, per fiction televisive o film low budget. Del resto si tratterebbe soltanto della pietra tombale perché la musealizzazione della cinematografia è già un fatto compiuto nella Cinecittà di Abete, Della Valle, Haggiag. Basta visitare l’area ex Dino Città al km 23,300 della Pontina divenuta da un anno Parco a Tema o gli stessi stabilimenti di Via Tuscolana 1055 caratterizzati da teatri di posa fermi e da spazi sottratti alla produzione e dedicati a mostre e a percorsi turistici per capire quale sia la scelta strategica tra la produzione e la rendita. Ma i lavoratori non ci stanno a dichiarare la partita chiusa e continuano a lottare, nonostante la cassa integrazione per 88, il contratto di solidarietà per 110 e poi lo spettro del licenziamento per tutti. Continueranno a lottare facendo coalizione sociale con i lavoratori e con i cittadini che non vogliono rinunciare alla vocazione produttiva di eccellenza di Cinecittà che tante opportunità occupazionali ha dato al territorio fin dalla sua inaugurazione nel 1937.
Intanto sono saliti sulla torre, “aspettando Franceschini”. Che spieghi, il ministro, se il piano di cementificazione a beneficio della rendita privata può giustificare 7 milioni di investimento sul sito di Cinecittà, la rateizzazione in 8 anni di 5 milioni di euro di debito contratto da Cinecittà Studios verso l’Istituto Luce (pubblico) e la riduzione del canone d’affitto che la stessa Cinecittà Studios deve corrispondere al Ministero dei beni ambientali, culturali e del turismo. O se ancora la libera iniziativa d’ impresa non può svolgersi in contrasto con la utilità sociale, come è ancora stabilito dalla Carta Costituzionale. Articolo 41.
25 aprile partigiano a Porta San Paolo, di G. Martinotti
Nel 70esimo anniversario della Liberazione una folla unita e variegata si è stretta sotto il palco dell’ANPI a porta San Paolo per celebrare il 25 aprile partigiano, onorando il sacrificio delle donne e degli uomini che impiegarono tutte le proprie forze per combattere la sanguinaria oppressione nazifascista.
Tanti gli interventi, susseguiti da applausi calorosi quanto commossi, che hanno voluto ricordare alcuni dei momenti più vividi o cruenti di quei giorni lontani ma presenti. Racconti forti e meticolosi, parole profonde, che ravvivano più che mai la consapevolezza di una lotta ancora in corso d’opera, per realizzare quel sogno di libertà che aveva portato sulle montagne i partigiani.
La loro energica presenza sul palco ha avuto anche il merito, tra gli altri, di allontanare le polemiche che in queste settimane avevano preceduto l’importante giornata di commemorazione. Le “autoesclusioni” della Brigata Ebraica e dell’ANED, che avevano portato l’ANPI nazionale alla decisione di cancellare il tradizionale corteo, non hanno comunque fatto dimenticare il ruolo che la componente ebraica ha ricoperto nella lotta di liberazione a livello europeo. Un fatto storico che ancora oggi lega quelli che furono le migliaia di partigiani ebrei, comunisti e socialisti, all’odierna minoranza antifascista e pacifista che resiste al fianco dei palestinesi contro le ostilità del governo israeliano.
Appunto, il 25 aprile non è una ricorrenza, la “liberazione” è tuttora da portare a termine. Tra il crescente revisionismo storico, la rinnovata popolarità dell’estrema destra fascio-leghista e le sciagurate politiche reazionarie del nostro governo, l’antifascismo militante è più che mai necessario.
Proprio Tina Costa, 90 anni, staffetta partigiana lungo la Linea Gotica, ci ricorda dal palco che ‘la Costituzione non può essere cambiata’ e che ‘dobbiamo fare in modo che non passi questa vergogna, perché la Costituzione è scritta con il sangue dei nostri combattenti’. Le sue parole sono un chiaro riferimento a quei nuovi squadristi che a colpi di demagogia fanno a pezzi giorno dopo giorno la nostra società ed il principio di eguaglianza tra i cittadini.
Governanti non-eletti che mistificano la realtà, strappano la dignità alle persone e la vita a migranti disperati, ne sbriciolano i diritti fondamentali in nome del profitto, sventrando la democrazia reale per conto di “nuove forze d’occupazione”; multinazionali dispensatrici di miseria e disuguaglianza, che mirano essenzialmente all’espansione globale del capitale, del potere finanziario, del debito soggettivo e della commodificazione delle risorse, a discapito delle istituzioni statali e delle relative politiche per concretizzare la giustizia sociale.
Nel finale c’è ancora il tempo per una sorpresa che scalda i cuori e la memoria. Un corteo spontaneo, e non autorizzato, parte dalla piazza alla vosta del Ponte dell’Industria per rendere omaggio alle donne vittime nell’eccidio del 7 aprile 1944.
Sulle note di “Bella Ciao”, tra le bandiere palestinesi, alcuni tricolore ed il grande striscione del comitato per il Donbass antinazista, è difficile dimenticare che abbiamo il dovere di sostenere la Resistenza ogni giorno.
Giampaolo Martinotti
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