Ultimi Aggiornamenti degli Eventi

Sulla laicità delle istituzioni e le responsabilità della sinistra, di M. Zanier

Postato il Aggiornato il

 

foto

In un periodo in cui si guarda al Papa come al miglior referente per il rispetto dei diritti dei più deboli, ci si dimentica troppo spesso del ruolo storico delle forze della sinistra e della laicità delle nostre istituzioni, io torno col pensiero alla Breccia di Porta Pia ed al sacrificio dei bersaglieri caduti per rendere l’Italia unita e libera quel 20 settembre 1870. Quel giorno, al temine della Terza Guerra d’Indipendenza, essi si sono aperti faticosamente una breccia nelle mura vaticane a suon di cannonate e sono entrati vittoriosi a Roma guidati dal generale Raffaele Cadorna. Da quel giorno è ufficialmente finito il potere temporale della Chiesa, lo Stato Pontificio è caduto, al suo posto è nata l’Italia unita. Pochi mesi dopo Roma verrà proclamata capitale d’Italia.

Al momento della nascita della Repubblica Italiana, i padri costituenti hanno voluto sancire le fondamenta laiche del nostro Stato, scrivendo nella nostra Costituzione l’Articolo 7 : “Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani. I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi. Le modificazioni dei Patti accettate dalle due parti, non richiedono procedimento di revisione costituzionale”. E la separazione dei poteri è stata confermata dal successivo Concordato, sottoscritto dai i due Stati nel 1984. Ed oggi che assistiamo alle ennesime ingerenze di oltretevere nelle vicende italiane (si veda il caso Marino e la resistenza delle forze politiche di ispirazione cattolica a far pagare l’IMU agli immobili del Vaticano od a far approvare la legge sulle unioni civili mentre si continuano a sovvenzionare le scuole private cattoliche coi soldi della scuola pubblica ed il fatto che lo stesso succede nella sanità ) mi domando se non sia il caso di ripartire anche da lì per definire il profilo e gli obiettivi di una politica alternativa realmente efficace per il Paese. Non intendo con questo il limitarsi al laicismo di facciata senza toccare le controriforme degli ultimi governi e di questo in particolare che hanno attaccato e distrutto le ultime certezze dello Stato sociale rimaste negli italiani (abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori e del contratto di lavoro a tempo indeterminato, trasformazione della Scuola pubblica in una succursale delle aziende private con la chiamata diretta del preside-manager, riduzione drastica della democrazia rappresentativa con il ridimensionamento drastico del ruolo del Senato e l’elaborazione dell’Italikum, ossia la legge elettorale che annulla i contrappesi istituzionali previsti dalla Costituzione) ma coniugare le istanze più serie e rigorose della difesa dei diritti dei lavoratori, dei pensionati, dei tanti tantissimi precari e senza reddito né certezze abitative e dei ceti medi in grandissima difficoltà con una sana, antica e indispensabile presa di distanza dalla politica pontificia, che dovrebbe riguardare solo la Città del Vaticano.

Per questo oggi, sento il bisogno di guardare anche indietro a quel 20 settembre 1870 ed ai 49 bersaglieri caduti, perché è al loro sacrificio che dobbiamo l’unità d’Italia. Tutti quanti. E sento il bisogno di ricordare i loro nomi, sperando di non essere il solo a sentirsi riconoscente per il loro sacrificio:  PAGUARI GIACOMO, PALAZZOLI MICHELE, CASCARELLA EMANUELE,PARILLO GIACOMO, RIPA ALARICO, AGOSTINELLI PIETRO, CANAL LUIGI,GAMBINI ANGELO, BOSI CESARE, MATRICCIANI ACHILLE, MORRARA SERAFINO, ZOBOLI GAETANO, VALENZIANI AUGUSTO, SANTUNIONE TOMMASO, PERRETTO PIETRO, MARTINI DOMENICO, PAOLETTI CESARE, THEORISOD LUIGI DAVID, RISATO DOMENICO, MARABINI PIO, LEONI ANDREA, IACCARINO LUIGI, IZZI PAOLO, CARDILLO BENIAMINO, GIANNITI LUIGI, CORSI CARLO, RAMBALDI DOMENICO, GIOIA GUGLIELMO, BONEZZI TOMMASO, SANGIORGI PAOLO, CALCATERRA ANTONIO, TURINA CARLO, ROMAGNOLI GIUSEPPE, MATTESINI FERDINAND, BERTUCCIO DOMENICO, ZANARDI PIETRO, COMPAGNOLO DOMENICO, BOSCO ANTONIO, MAZZOCCHI DOMENICO, CAVALLO LORENZO, TUMINO GIUSEPPE, MADDALENA DOMENICO, ALOISIO VALENTINO, BIANCHETTI MARTINO, DE FRANCISI FRANCESCO, SPAGNOLO GIUSEPPE, FRANCISI FRANCESCO SPAGNOLO, GIUSEPPE XHARRA LUIGI, RENZI ANTONIO.

Marco Zanier.

Sindacato sotto attacco, la via d’uscita è l’unità, di B. Ugolini

Postato il Aggiornato il

Bruno Ugolini

Ho davanti una pagina de l’Unità di giovedì 11 settembre 1969. C’è un titolo enorme: “SCIOPERO: i metallurgici iniziano la battaglia per il contratto”. Era l’avvio di quello che il socialista Francesco De Martino battezzerà come “autunno caldo”. Sarebbe interessante andare a vedere le stesse pagine dell’epoca prodotte dal Corriere della Sera o dalle reti televisive. Troveremmo le stesse rampogne, le stesse grida scandalizzate che troviamo oggi in quasi tutti i mass media. Per cui le parole usate nell’editoriale de l’Unità quel giorno del 1969, firmato da Bruno Trentin, potrebbero essere riprodotte anche oggi. Laddove, ad esempio, si sofferma sui “vibranti articoli del Corriere della Sera” i quali non riconoscono più “il Sindacato buono e vilipeso, dai gruppi contestatori”.

Certo viviamo in tempi ben diversi da quel 1969. Allora c’era l’espansione economica, oggi c’è la decrescita infelice. C’è però qualcosa che non cambia. E’ l’atteggiamento prepotente della Confindustria. Oggi vuole cancellare il contratto nazionale per dare ampio spazio a quello aziendale (sapendo che è presente in un’assoluta minoranza di fabbriche). E che cosa chiedeva imperiosamente nel 1969? Lo ricorda ancora Trentin: “la rinuncia dei Sindacati ad ottenere anche a livello aziendale dei miglioramenti integrativi”. Niente contratti aziendali. La solita solfa, capovolta.

E anche allora l’informazione stava quasi tutta impegnata nel sostegno alla parte imprenditoriale. Sempre il Corriere il 19 ottobre del 1969 invoca una “legge sindacale” nonché “uno Stato autorevole”. Mentre il 4 dicembre annota come “le nuove forme di lotta sindacali pongono problemi sulla sopravvivenza stessa delle libere istituzioni”. Non tutti, però, 45 anni fa, si piegavano al conformismo dilagante. C’era chi indagava sul malessere del mondo del lavoro, sulle ragioni dei sindacati. Parliamo di Sergio Turone, Giorgio Bocca, Pietro Radius, Giovanni Russo, Goffredo Parise, Ignazio Silone, Cesare Zappulli.Oggi fare nomi altisonanti è più difficile.

La grande novità sta poi nei comportamenti dell’attuale governo. Le compagini capitanate da Rumor o Forlani non si sarebbero mai sognate di prendere per i fondelli i capi sindacali dell’epoca. Ve lo immaginate un Aldo Moro che accusa Luciano Lama di essere un retrogrado, un conservatore perché non capisce anticipatamente (come poteva avvenire all’epoca) il sorgere del cosiddetto “operaio massa”, la presenza di una forza fresca e combattiva a Mirafiori?

Fatto sta che nella nostra tecnologica epoca, l’informazione sta al gioco. C’è un Belpietro che chiede di “limare le unghie” ai sindacati, mentre il direttore del Sole 24 Ore invoca Di Vittorio e il suo piano del lavoro, ignorando che anche la Cgil della Camusso ha un piano del lavoro. Un piano che il governo non prende in alcuna considerazione, come del resto fecero i governi al tempo di Di Vittorio. E certo resta difficile pensare a quel grande “cafone” che incita gli operai e i braccianti a levarsi il cappello davanti a Squinzi e compagnia.

D’altronde un’altra novità oggi, a proposito di Confindustria, è data dalla scomparsa di quelli che un tempo si chiamavano “falchi” e “colombe”. Gli industriali metalmeccanici e chimici sono accanto a Squinzi nel ripudiare un negoziato sui contratti. Perché mai dovrebbero essere loro a impegnarsi in una trattativa quando hanno a disposizione esponenti di un “governo amico” che già hanno dato molto riassorbendo l’articolo 18 e disponendo notevoli incentivi per l’assunzione di giovani a contratto chiamato indeterminato, anche se nel finale può essere sciolto? Misure che incrementano dello zero virgola qualcosa l’occupazione suscitando un’esultanza ottimistica che non può essere condivisa dall’esercito dei giovani precari rimasti in costante attesa.

Oggi però, di fronte all’imponente campagna antisindacale, molto più forte rispetto al passato, c’è per i sindacati un rischio centuplicato dell’isolamento. Ecco perché sarebbe necessario dare un respiro alto alla battaglia che si preannuncia. Non può essere, credo, una battaglia solo salariale capace di coinvolgere, certo giustamente, operai, impiegati e tecnici attualmente occupati. Le piattaforme, come credo si stia operando, devono essere capaci di parlare anche ai nuovi assunti e a quelli non ancora assunti. Capaci di dare risposte a problemi della diffusione e non della restrizione del lavoro, anche con manovre sugli orari. Capaci di dare risposte alle domande di partecipazione: magari conquistando “consigli di sorveglianza” e replicando così a chi addita sempre l’esempio dei sindacati tedeschi. Piattaforme accompagnate da richieste ai “poteri pubblici” perché cerchino le strade per agire in supplenza di quegli imprenditori che scappano all’estero.

C’è infine un’esigenza sopra tutte le altre. Quella di rafforzare l’unità tra Cgil, Cisl e Uil. Tornano bene le parole di Trentin che chiudono quell’editoriale di tanti anni fa: “La nostra arma decisiva: l’unità e la democrazia di base…Qui sta la chiave del potere che il Sindacato riuscirà ad esprimere con la battaglia d’autunno…qui sta la chiave della vittoria dei lavoratori”.

Bruno Ugolini

tratto da http://www.rassegna.it/articoli/sindacato-sotto-attacco-la-via-duscita-e-lunita

Il Campidoglio, la democrazia e i burattini, di M. Foroni

Postato il Aggiornato il

Foroni 1

Triste e avvilente spettacolo in questi mesi e in questi giorni, a Roma. Per i cuori e le anime democratiche. L’inevitabile epilogo delle epoche senza pensiero, prive di quella Politica, che quando non pensa ai problemi reali delle persone, diviene miseramente politicante. Con gli schieramenti urlanti in piazza, giullari da varie parti in salsa corporativa medievale. A morte il tiranno, il Cola di turno. Burattini senza fili, che questi nemmeno servono.
E ora tutti a candidarsi, evviva il cavallo vincente, quello che per primo arriva, pur prendendo una minoranza di voti, vince e sale sul podio. Quello del burattino più in alto. Le elezioni come rito e scommessa, quelle delle gare degli “onesti” contro le “caste”, utili a far dimenticare che le classi sociali esistono, eccome, ancora.
Perchè quando vi era la Democrazia, le elezioni comunali e regionali non erano “vinte” da nessuno. E il sindaco veniva proclamato, con la sua giunta, a seguito degli accordi tra i partiti della coalizione di maggioranza. Gli accordi politici. Che rappresentavano numericamente la volontà e la scelta dell’elettorato. La mediazione della Politica. E’ dal 1993 , anno horribilis per la democrazia del Paese, quello delle bombe a Roma e Firenze, che abbiamo sistemi elettorali di tipo maggioritario, per le elezioni politiche e le amministrative, con la personalizzazione spinta della politica. L’anno della legge elettorale maggioritaria per il Parlamento, il Mattarellum, dichiarato nel 2014 incostituzionale (come il Porcellum) dalla Consulta. L’anno in cui furono sdoganati i fascisti, e non a caso Gianfranco Fini si candidò a sindaco di Roma, nella gara “tra cavalli” con Francesco Rutelli.
Purtroppo, da alcuni anni, abbiamo perduto memoria di tutto questo. Oggi una cittadina e un cittadino italiani che ha meno di 40 anni non ha minimamente l’idea di cosa voglia dire fare politica, della rappresentanza, di quella democrazia mediata dei Partiti e della partecipazione dal basso, che si ispirava ai dettami della Costituzione. Nella deriva attuale del leaderismo all’americana, abbiamo perduto l’essenza del pluralismo, e ridotta la politica, appunto, ad una gara di cavalli (o di burattini). Tempi bui e tragici, di questo neofascismo strisciante e ambiguo. Cerchiamo con forza di non abbandonare le ultime speranze. Forti dei nostri ideali. Ma è, e sarà, sempre più dura.
Marco Foroni

Combattere gli estremismi prima che sia tardi, di L. Lecardane

Postato il

lecardane

Ieri sera sono stato all’iniziativa di tale avvocato Amato Gianfranco sulla cosiddetta teoria gender in provincia di Palermo. Mai e poi mai mi sarei aspettato nel mio paese, nella mia Italia, di vedere un tale spettacolo vergognoso di odio, mistificazioni e falsità. Sul modello io non sono omofobo ma pezzi estratti a caso da linee guida dell’OMS, e, come classico metodo di comunicazione, mettere cose false in mezzo a cose vere che però di per sé non sono un qualcosa per cui indignarsi. Mai nel mio paese avrei immaginato che la storia non avesse insegnato nulla, ieri gli ebrei con la teoria che questi volevano governare tutto grazie alla loro potenza economica, oggi con la sciocchezza della teoria gender che si sta diffondendo, secondo lui, a macchia d’olio, facendo tra altro andare via, per fortuna diverse persone indignate, ma facendone restare sedute altre.

Come ha scritto un docente universitario presente alla serata “mi sembra un incredibile affastellamento confuso di illazioni (per es., l’informazione sul “toccarsi” ai bambini di 0-4 anni previsto dalle Linee guida dell’OMS sarebbe da depravati), scandalismi (foto di uomini in vestiti e biancheria intima femminili,foto di moda tra altro, che a molti del pubblico fa dire “che schifo”, “assurdo”, “ma dove dobbiamo arrivare?!”, “è davvero una vergogna” e insomma tutto ciò che mio nonno diceva quando vedeva una donna con i pantaloni o che fumava o col rossetto), inesattezze (ci sarebbero persone che, ininterrottamente, “un giorno si percepiscono come uomo e il giorno seguente come uomini”) e banalità che pretendono di denunciare “l’irrazionalità” e la “vergogna” di chi crede nel genere (cioè la percezione di sé, sulla base delle categorie socio-culturali all’interno delle quali si vive, come uomo o donna indipendentemente dal sesso, ovvero dalla classificazione, su base fisico-biologica, in maschio e femmina). La percezione di sé, secondo l’avvocato Amato, non conta (è la stessa obiezione che veniva fatta una volta alle donne che si percepivano uguali, per capacità e intelligenza, agli uomini…).”

Peccato che le linee guida dell’OMS parlino dello sviluppo sessuale dei bambini e ne parlino sia l’unione pediatri per amico https://www.uppa.it/speciali/educazione-sessuale/    sia l’ordine psicologi del Lazio , ma non bastasse ciò ecco il documento ufficiale dell’OMS http://www.aispa.it/attachments/article/78/STANDARD%20OMS.pdf dove a pagina 22 si parla de “Lo sviluppo psicosessuale nell’infanzia e nell’adolescenza” , altro che imposizione di non so quali riti sessuali a scuola.

Poi leggo su un giornale nazionale che la regione Lombardia vuole fare l’ennesimo convegno anti-gay ed a questo convegno  è invitata l’autrice di un libro dal titolo “sposati e sii sottomessa” che si rifà, evidentemente,  alla Christian Domestic Discipline (http://www.huffingtonpost.it/2013/07/05/christian-domestic-discipline_n_3550121.html

http://www.huffingtonpost.it/2015/01/21/adinolfi-donna-sottomessa_n_6513662.html  )

e alle parole di Adinolfi, rilasciate in un’intervista facilmente reperibile attraverso i motori di ricerca, il quale afferma che la donna deve essere sottomessa all’uomo.

Poi leggi le critiche ad una delle parti della legge sulla buona scuola, una delle poche, che, secondo noi,  va bene, cioè i comma 7 e 16 che parlano di pari opportunità, di lotta al bullismo, le quali rinviano alla legge sul femminicidio che sarebbe l’attuazione della Convenzione di Istanbul  (http://www.governo.it/GovernoInforma/Dossier/8_marzo_2014/convenzione_Istanbul_violenza_donne.pdf)  che tratta di prevenzione e la lotta contro la  violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, e fai pensieri cattivi sulle vere intenzioni di queste persone.

Quello che molto mi colpisce è il silenzio dei partiti come il Pd, Sel , Altra Europa che, su questa vicenda, non intervengono facendo informazione. Evidentemente conta altro per loro, magari per alcuni conta di più sostenere Renzi o combatterlo, non accorgendosi di quello che accade in questo tempo, in questo luogo e in che modi.

Insomma fanno come quelli che distolsero lo sguardo dalle tragedie che il fascismo e il nazismo si apprestavano a cominciare.

Meno male che allora i Gramsci, i Togliatti, gli studenti cristiani de La Rosa Bianca si opposero, anche se non fu sufficiente.

Net Left, insieme ad altre associazioni, continuerà a fare vera informazione tra la gente indicando leggi, convenzioni europee e tutti gli istituti giuridici che parlano di queste argomenti indicandone le fonti primarie dai siti istituzionali della Repubblica Italiana e dell’Unione Europea e non da siti che incitano all’odio, edulcorano la realtà o estrapolano frasi. ‪#‎rompiamoilsilenzio

Luca Lecardane

coordinatore regionale Net Left

Le scuole private e l’ICI. La vittoria della Costituzione, di M. Foroni

Postato il

Foroni 1

Sentenza storica per il Comune di Livorno: la Corte di Cassazione ha riconosciuto la legittimità della richiesta dell’Ici avanzata nel 2010 dal Comune agli istituti scolastici del territorio gestiti da enti religiosi. A comunicarlo è proprio il Comune sul suo sito. Per ora la sentenza si applica alle due scuole “Santo Spirito” e “Immacolata” che dovranno versare 422mila euro per gli anni dal 20o4 al 2009. A seguito delle sentenze, si provvederà a notificare anche gli importi dovuti per il 2010 e il 2011. Il pronunciamento della Cassazione potrebbe essere destinato a fare giurisprudenza. Si tratta della prima sentenza sul tema, in Italia.

Con le sentenze 14225 e 14226 depositate l’8 luglio, la suprema Corte ha di fatto ribaltato quanto stabilito nei primi due gradi di giudizio, sentenziando che, poiché gli utenti della scuola paritaria pagano un corrispettivo per la frequenza, tale attività è di carattere commerciale, «senza che a ciò osti la gestione in perdita». In proposito il giudice di legittimità ha precisato che, ai fini in esame, è giuridicamente irrilevante lo scopo di lucro, risultando sufficiente l’idoneità tendenziale dei ricavi a perseguire il pareggio di bilancio. E cioè, il conseguimento di ricavi è di per sé indice sufficiente del carattere commerciale dell’attività svolta.

Questo genere di pronunciamento da parte della Corte di Cassazione è il primo in Italia sul tema specifico. La vicesindaco Stella Sorgente in proposito dichiara: «Abbiamo fatto degli incontri con le scuole interessate e l’ufficio tributi, nei quali era stata proposta un’ipotesi di conciliazione fra Comune e Istituti che sarebbe stata vantaggiosa per le scuole stesse, rispetto ad un’eventuale sentenza favorevole per il Comune da parte della Cassazione. Successivamente ci è stato comunicato dalle scuole stesse che avrebbero invece preferito attendere l’esito del giudizio in Cassazione. L’Amministrazione comunale è stata ringraziata per il sincero atteggiamento di apertura e dialogo dimostrato, ma non è stata accettata la proposta fatta. Pertanto, adesso che la Cassazione si è espressa con le due sentenze, le scuole sono costrette a pagare l’intero importo, comprensivo delle relative sanzioni. Ci fa piacere che questa sia la prima sentenza a livello nazionale che riguarda immobili di questa tipologia, destinati ad uso scolastico, affinché sia fatta definitivamente chiarezza sulla legittimità di tali pagamenti tributari da parte degli enti religiosi».

È la vittoria della Costituzione sull’«interpretazione» che ne hanno dato i governi. La sentenza fa scalpore perché è in controtendenza con quello che fanno i governi, compresi quelli di centrosinistra. La Costituzione all’articolo 33 parla di scuola pubblica e aggiunge che enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione ma “senza oneri per lo Stato”. Invece, negli ultimi anni non è stato così. A partire dalla legge Berlinguer, con un governo di centrosinistra, e poi negli anni c’è stato uno smottamento verso la scuola privata. “Senza oneri” per lo Stato non può avere un’interpretazione diversa. Purtroppo i contributi di cui le scuole paritarie già godono e i privilegi di natura fiscale si accompagnano a una contestuale riduzione dei finanziamenti per la scuola pubblica. E sarebbero molto più tollerabili se la scuola pubblica venisse salvaguardata, invece non è così. Non dubito che la scuola privata vada difesa, ma la scuola pubblica dovrebbe avere il primato.” Salvatore Settis

Marco Foroni

Da dove ripartire come socialisti, di M. Zanier

Postato il Aggiornato il

foto

E’ giunto il momento, secondo me, di creare per gradi un processo di aggregazione a sinistra. Credo che per creare uno schieramento che raccolga le storie migliori della sinistra ci si debba lasciare molto alle spalle ma non penso che questo debbano essere le singole appartenenze quanto piuttosto le differenze, le incomprensioni, le diffidenze storiche direi, perché la storia bella di socialisti e comunisti credo possa e debba costituire il cemento ideale della nuova formazione politica da costruire insieme. Penso alle tante battaglie importanti condotte dalla stessa parte nel passato, alle capacità organizzative che hanno permesso alla sinistra di riempire le piazze e di sostenere le lotte nelle fabbriche e nei luoghi di lavoro, penso soprattutto ad un’ottica di classe che credo vada mantenuta o, meglio, recuperata: lo stare dalla parte degli sfruttati e in contrapposizione netta a chi sfrutta e divide per suo tornaconto personale o di categoria. Per i socialisti in particolare credo si debba ripartire da una certa sana critica dell’orizzonte socialdemocratico, così come lo criticavano Basso e De Martino, per immaginare una società socialista da realizzare veramente più giusta ed equa per tanti.

Mi vengono in mente due passaggi: da un lato le parole che Lelio Basso pronunciò nel 1962, poco prima cioè di lasciare il partito per dare vita al Psiup (Per una sinistra socialista, Editoriale del numero di marzo 1962 di Problemi del Socialismo): “L’alternativa non è tra il riformismo della maggioranza e il rifiuto totale di ogni politica, di ogni obiettivo e di ogni strumento che non sia integralmente socialista, come da molte parti ci sentiamo ripetere (rifiuto della costituzione, del parlamento, della democrazia, ecc.), perché il socialismo si costruisce proprio lottando all’interno degli attuali rapporti sociali, delle attuali strutture e sovrastrutture, lottando sul terreno della realtà di oggi, anche con gli strumenti che essa ci offre, anche con la costituzione, anche con il parlamento, anche con quel tanto di democrazia che oggi possediamo, e che dobbiamo progressivamente allargare perché è vero che la costituzione, il parlamento e la democrazia di oggi non sono per sé soli bastevoli di avvicinarci al socialismo” e l’altro di De Martino, nel suo libro del 1989 “Il pessimismo della storia e l’ottimismo della ragione” (p.22): “Il socialismo viene concepito da molti come pienamente compatibile con la sopravvivenza del sistema capitalistico. In tal modo si pensa di acquistare legittimità nella gestione del sistema, ma non si valuta nella sua entità la rinuncia all’autonomia teorica e politica. In tal senso hanno operato correnti maggioritarie della socialdemocrazia europea ed in modo ancor più accentuato il moderno riformismo in Italia, fino a condividere una sorta di esaltazione del ‘privato’ di contro al pubblico. A questo punto cade una effettiva delimitazione tra liberismo e socialismo e si indeboliscono i legami col riformismo originario.”

In questo senso credo che il contributo dei socialisti alla creazione di una nuova concezione della sinstra possa essere interessante anche per i compagni che vengono da altre esperienze, senza per questo avere la presunzione di possedere una verità rivelata ma invece con la voglia di aiutare a superare alcuni limiti di tanti altri tentativi di riaggregazione a sinistra. Intendiamoci però, se come socialisti possiamo essere d’aiuto ai compagni comunisti che con mente aperta e spirito critico intendano dare vita insieme ad un nuovo soggetto di sinistra efficace ed utile a tanti, dall’altra parte dobbiamo, secondo me essere aiutati ad uscire dalla nostra autorefeenzialità e dal nostro isolamento, mascherato da autonomismo e vestito troppo spesso di anticomunismo.

Guardare alla realtà, alle trasformazioni della società, alla gravità della trasformazione della legislazione sul lavoro introdotta dal Jobs Act, votata anche dai nostril rappresentati in Parlamento e dalla maggioranza del PD (anche da molti esponenti storici di sinistra) che ha cancellato le conquiste introdotte dallo Statuto dei Lavoratori ed introdotto una precarietà senza fine e senza scampo per i nuovi assunti, aprirsi al confronto con le questioni nuove come la gestione concreta dei flussi migratori in un momento in cui le destre e non solo stanno portando avanti una battaglia senza quartiere ai diritti basilari delle persone, ripartire dai problemi concreti della casa e dell’abitare mentre sono in aumento gli sfratti nelle gandi città e nei piccolo centri e manca da troppo tempo una politica di rilancio dell’edilizia sociale, parlare di diritto al lavoro per i tanti precari della scuola che sono sotto scacco per colpa delle politiche del governo Renzi, affrontare con coraggio il drama dei tagli alla sanità pubblica che colpiscono i servizi essenziali per i cittadini come i Pronto Soccorso riducendo i servizi e il personale mentre aumentano le sovvenzioni alla sanità private, in barba ai principi contenuti nella nostra Costituzione.

Riparire da qui adesso, tutti insieme. Questo secondo me deve fare oggi la sinistra che si vuole costruire. Senza chiuderci ognuno nel proprio staccato, senza guardarci gli uni e gli altri con diffidenza, abbattendo i muri che ci dividono per tornare a dire la nostra in questo Paese. Ed aiutare la maggior parte della gente che non ce la fa ad alzare lo sguardo ed avere una prospettiva ideale: costruire insieme una società nuova, migliore e socialista.

Marco Zanier

In difesa della Camusso (per una volta), di R. Achilli

Postato il Aggiornato il

achilli riccardo

L’intervista di Landini su Repubblica dice, in estrema sintesi, tre cose:

– l’unità sindacale lanciata dalla Camusso è roba vecchia, non più sufficiente, e ci vuole un nuovo modello di sindacato, essenzialmente un sindacato unico, come suggerito da Renzi e Scalfari;

– Questo modello di sindacato unico deve prevedere meccanismi democratici più avanzati nell’elezione, da parte dei lavoratori iscritti, non soltanto delle rappresentanze aziendali, ma anche delle strutture dirigenziali, oltre che in una maggiore estensione del meccanismo referendario;

– Occorre una lettura nuova del mondo del lavoro, che inglobi anche chi sta fuori dai meccanismi tradizionali della contrattazione, ovvero, da una parte, i lavoratori non sindacalizzati (il precariato) e dall’altro le aziende che, per scelta o per natura, stanno fuori dai meccanismi della rappresentanza sindacale, oppure sono stanche della contrattazione.

Inizierò dal terzo punto, sul quale concordo con Landini, e direi che sono anni che tutti stiamo dicendo che la lettura del precariato data dal sindacato per lunghi anni, è stata condizionata dal riflesso di riportare indietro, al fordismo, le lancette della storia industriale, per cui la frontiera della proposta al precariato era la richiesta di “stabilizzazione”, e di implementazione di un modello competitivo più avanzato (“una strada alta alla competitività”, direbbe Salvati) fondato sulle competenze e sull’innovazione, che naturalmente tendesse a fidelizzare il lavoratore al posto. Questa lettura è definitivamente saltata per aria con la crisi, con la precarizzazione definitiva del mercato del lavoro, con la constatazione che il capitalismo micro padronale e familistico italiano non è nelle condizioni patrimoniali, finanziarie e culturali per promuovere un modello “alto” di competizione, e che un sistema composto prevalentemente da micro imprese operanti in settori tradizionali o di nicchia, ma non innovativi, ha bisogno di grandi dosi di flessibilità per tenere su mercati in cui esso stesso è precario, in termini di risultati commerciali. E che la strada alta, fino agli anni Novanta, era garantita solo dalla grande industria pubblica, smantellata la quale ci siamo ritrovati con un capitalismo straccione e relazionale, non molto più evoluto del capitalismo comprador e mercantile descritto da Fanon rispetto ai Paesi africani appena decolonizzati.

Di conseguenza, la “nuova lettura” deve ripartire da una analisi del mercato del lavoro e delle sue segmentazioni interne, delle condizioni competitive e delle possibilità della nostra economia nello scenario globale, degli aspetti strutturali del rapporto fra capitale e lavoro, che determinano la distribuzione dei frutti della ricchezza, ed è un lavoro in primo luogo analitico e di studio. Che non c’entra niente, almeno in prima istanza, con il numero dei sindacati, quanto piuttosto con il modo in cui essi si interfacciano all’analisi della situazione con le proposte che sono in grado di fare. che a mio modesto avviso passano per il tramite di uno scambio fra estensione della rappresentanza sindacale e della effettiva partecipazione del sindacato alla vita aziendale e alle decisioni gestionali e garanzia di una maggiore tenuta della pace sociale in azienda, un pò come avviene in Germania. E per proposte operative innovative, ad esempio il rappresentante sindacale territoriale, in grado di dare voce anche agli addetti delle micro imprese prive di rappresentanza interna (ad esempio perché si tratta di botteghe artigiane con un solo addetto, o con due o tre addetti).

Se invece si lega, come fa Landini, la questione di una rilettura dell’azione sindacale a quella del numero dei sindacati in campo, si commette il classico errore del riformismo italiano, che confonde il contenitore con il contenuto, credendo che cambiando il contenitore il contenuto cambierà anch’esso, salvo ovviamente sbagliare sistematicamente.

Sul secondo punto, come non essere d’accordo sul principio generale? Certo, più democrazia interna e meno cooptazione. Certo, più referendum fra i lavoratori. Ma c’è un ma, un ma di tipo operativo, non di principio: senza commettere l’ingenuo errore del movimentismo, che nel nome del popolo sovrano ritiene che l’Eletto sia, di per sé stesso, investito di una autorità e di una onnipotenza divine. Mutatis mutandis, è la stessa logica maggioritaria e plebiscitaria, intrinsecamente autoritaria, di Renzi. La democrazia sindacale vera, profonda, caro Landini, sta dentro un modello di sindacato in grado di incidere nelle scelte aziendali, e cogestirle nell’interesse dei lavoratori. Un sindacato di dirigenti eletti, che però non conta niente, non produce affatto più democrazia. Il referendum fra i lavoratori deve avvenire a valle di un processo negoziale fra le parti che affronti la complessità e trovi soluzioni fattibili, altrimenti sarebbe un referendum alla Catalano, che chiede a lavoratori “volete avere più salario e lavorare meno, oppure avere meno salario e lavorare di più?” Ma le aziende non si gestiscono con i metodi di Catalano.

Sul terzo punto non ci siamo proprio. La storia del sindacato italiano è diversa da quello tedesco. Ed ha portato ad una graduale frammentazione del sidnacato confederale, guidata, almeno inizialmente, da grandi divergenze di principio e di visione della società. che ha condotto a percorsi diversificati, che se riescono a stare dentro un principio unificante di difesa dell’interesse del lavoratore, come propone la Camusso con la sua idea di tornare a forme di unità d’azione fra le tre confederazioni, pur nella reciproca autonomia, sono una ricchezza, non un impoverimento. L’idea dell’unificazione è una infausta consuetudine italiana: partiamo alleati, poi ci mettiamo insieme nell’illusione di essere più forti. E cosa produciamo? Il partito democratico, ad esempio. La verità è che una unificazione sindacale, oggi, schiaccerebbe la CGIL e la FIOM sotto il peso di sindacati molto più moderati, come la CISL e la UIL, spostando l’intero movimento sindacale italiano a destra, esattamente come il processo fusorio del PD ha finito per spostare a destra tutto il centrosinistra italiano. E, esattamente come nel caso del PD, il presunto sindacato unico sarebbe, almeno nei primi anni, una accozzaglia caotica di componenti interne con il loro capobastone. Questo caos paralizzante sarebbe il miglior regalo possibile per la controparte padronale. Per una volta, caro Landini, ha ragione la Camusso. La strada è l’unità d’azione nella diversità organizzativa e nell’autonomia reciproca. E smettiamola per favore con questo modernismo da strapazzo, per cui la proposta della Camusso non va bene perché è “vecchia”, è “roba da anni Settanta”. Sembra di sentir parlare il rottamatore della Valdarno e il suo mito del modernismo a tutti i costi. Intanto negli anni Settanta il sindacato era più efficace e potente di oggi, tanto per dire. Se tornassimo al livello di tutele di quegli anni, noi lavoratori saremmo felicissimi.

Ed una ultima annotazione, caro compagno Landini. Tu giustamente hai detto, recentemente, che il sindacato deve essere più autonomo dalla politica. mi sembra giustissimo. Allora tu stesso sii coerente con le tue affermazioni, e decidi dove vuoi stare, se in politica o nell’agone sindacale, se vuoi essere riformatore della politica oppure del sindacato. Proporsi entrambi gli obiettivi significa “de facto” sottomettere il sindacato alla politica, anziché liberarlo.  L’ora della scelta del campo in cui si vuole combattere inizia ad avvicinarsi, anche per le coalizioni sociali.

Riccardo Achilli

ASPETTANDO FRANCESCHINI, di M. Luciani (Foto di Patrizia Cortellessa)

Postato il Aggiornato il

IMG_0216[1]IMG_0215[1]IMG_0216[1]IMG_0217[1]IMG_0227[1]IMG_0232[1]IMG_0233[1]IMG_0239[1]
I lavoratori degli stabilimenti cinematografici di Cinecittà ricominciano a lottare. Ieri, al termine di una assemblea sindacale hanno deciso di salire sulla torre dei ripetitori e di non riscendere. Il motivo che ha fatto ripartire la lotta è il “Piano Industriale” della proprietà (Abete, Della Valle, Haggiag, De Laurentis) presentato ufficialmente alle organizzazioni sindacali, lunedì scorso. Nel documento si legge nero su bianco che dei 30mila mq di superficie dell’area di Via Tuscolana solo 6000 saranno destinati a Teatri di Posa e annessi. Gli altri saranno destinati a uffici, alberghi, palestre, parcheggi di superficie e sotterranei, mense. Una volta portato a compimento tale progetto lo spazio più ampio e meglio attrezzato dedicato alla produzione presente a Roma resterebbe la ex De Paolis (oggi Studios), sulla Tiburtina, con i suoi 25000 mq di teatri, insufficienti per le grandi produzioni cinematografiche ed impiegati finora, al massimo, per fiction televisive o film low budget. Del resto si tratterebbe soltanto della pietra tombale perché la musealizzazione della cinematografia è già un fatto compiuto nella Cinecittà di Abete, Della Valle, Haggiag. Basta visitare l’area ex Dino Città al km 23,300 della Pontina divenuta da un anno Parco a Tema o gli stessi stabilimenti di Via Tuscolana 1055 caratterizzati da teatri di posa fermi e da spazi sottratti alla produzione e dedicati a mostre e a percorsi turistici per capire quale sia la scelta strategica tra la produzione e la rendita. Ma i lavoratori non ci stanno a dichiarare la partita chiusa e continuano a lottare, nonostante la cassa integrazione per 88, il contratto di solidarietà per 110 e poi lo spettro del licenziamento per tutti. Continueranno a lottare facendo coalizione sociale con i lavoratori e con i cittadini che non vogliono rinunciare alla vocazione produttiva di eccellenza di Cinecittà che tante opportunità occupazionali ha dato al territorio fin dalla sua inaugurazione nel 1937.
Intanto sono saliti sulla torre, “aspettando Franceschini”. Che spieghi, il ministro, se il piano di cementificazione a beneficio della rendita privata può giustificare 7 milioni di investimento sul sito di Cinecittà, la rateizzazione in 8 anni di 5 milioni di euro di debito contratto da Cinecittà Studios verso l’Istituto Luce (pubblico) e la riduzione del canone d’affitto che la stessa Cinecittà Studios deve corrispondere al Ministero dei beni ambientali, culturali e del turismo. O se ancora la libera iniziativa d’ impresa non può svolgersi in contrasto con la utilità sociale, come è ancora stabilito dalla Carta Costituzionale. Articolo 41.

25 aprile partigiano a Porta San Paolo, di G. Martinotti

Postato il

giampaolo 2

Nel 70esimo anniversario della Liberazione una folla unita e variegata si è stretta sotto il palco dell’ANPI a porta San Paolo per celebrare il 25 aprile partigiano, onorando il sacrificio delle donne e degli uomini che impiegarono tutte le proprie forze per combattere la sanguinaria oppressione nazifascista.

Tanti gli interventi, susseguiti da applausi calorosi quanto commossi, che hanno voluto ricordare alcuni dei momenti più vividi o cruenti di quei giorni lontani ma presenti. Racconti forti e meticolosi, parole profonde, che ravvivano più che mai la consapevolezza di una lotta ancora in corso d’opera, per realizzare quel sogno di libertà che aveva portato sulle montagne i partigiani.

La loro energica presenza sul palco ha avuto anche il merito, tra gli altri, di allontanare le polemiche che in queste settimane avevano preceduto l’importante giornata di commemorazione. Le “autoesclusioni” della Brigata Ebraica e dell’ANED, che avevano portato l’ANPI nazio­nale alla decisione di can­cel­lare il tradizionale cor­teo, non hanno comunque fatto dimenticare il ruolo che la componente ebraica ha ricoperto nella lotta di liberazione a livello europeo. Un fatto storico che ancora oggi lega quelli che furono le migliaia di partigiani ebrei, comunisti e socialisti, all’odierna minoranza antifascista e pacifista che resiste al fianco dei palestinesi contro le ostilità del governo israeliano.

Appunto, il 25 aprile non è una ricorrenza, la “liberazione” è tuttora da portare a termine. Tra il crescente revisionismo storico, la rinnovata popolarità dell’estrema destra fascio-leghista e le sciagurate politiche reazionarie del nostro governo, l’antifascismo militante è più che mai necessario.

Proprio Tina Costa, 90 anni, staffetta partigiana lungo la Linea Gotica, ci ricorda dal palco che ‘la Costituzione non può essere cambiata’ e che ‘dobbiamo fare in modo che non passi questa vergogna, perché la Costituzione è scritta con il sangue dei nostri combattenti’. Le sue parole sono un chiaro riferimento a quei nuovi squadristi che a colpi di demagogia fanno a pezzi giorno dopo giorno la nostra società ed il principio di eguaglianza tra i cittadini.

Governanti non-eletti che mistificano la realtà, strappano la dignità alle persone e la vita a migranti disperati, ne sbriciolano i diritti fondamentali in nome del profitto, sventrando la democrazia reale per conto di “nuove forze d’occupazione”; multinazionali dispensatrici di miseria e disuguaglianza, che mirano essenzialmente all’espansione globale del capitale, del potere finanziario, del debito soggettivo e della commodificazione delle risorse, a discapito delle istituzioni statali e delle relative politiche per concretizzare la giustizia sociale.

Nel finale c’è ancora il tempo per una sorpresa che scalda i cuori e la memoria. Un cor­teo spontaneo, e non autorizzato, parte dalla piazza alla vosta del Ponte dell’Industria per rendere omaggio alle donne vittime nell’eccidio del 7 aprile 1944.

Sulle note di “Bella Ciao”, tra le bandiere palestinesi, alcuni tricolore ed il grande striscione del comitato per il Don­bass anti­na­zi­sta, è difficile dimenticare che abbiamo il dovere di sostenere la Resistenza ogni giorno.

Giampaolo Martinotti