Senza categoria

L’indifferenza. di A. Angeli

Postato il

Alberto Angeli 2

L’indifferenza, ci svela David Grossman , “ è il male che si coglie nel comportamento dell’uomo moderno. “La realtà è troppo carica di cose, di tensioni”, afferma lo scrittore.  “Occorre fare ordine e ribellarsi, chiamando le cose con il proprio nome. Per questo uno strumento fondamentale è il linguaggio e la sua trasmissione con lo scritto: più una lingua è ricca di vocaboli e definizioni  e  l’uomo ne valorizza lo scambio, più la società  ne guadagna”. Nel mondo di oggi, secondo Grossman, sono pochi coloro che vivono all’insegna del bene, decidendo di condividere i sentimenti e gli stati d’animo degli altri, mentre molti trovano piacere nel male. “Il male oggi è l’indifferenza, voltare le spalle nei confronti del prossimo. Ritengo – afferma – che non possiamo restare indifferenti di fronte alle tragedie che avvengono nel mondo, come ad esempio ciò che sta succedendo in Siria e Libia.  E’ difficile scegliere di soffrire.” C’è un male che molti di noi tollerano e di cui sono persino colpevoli: l’indifferenza al male, scrive  Abraham Joshua Hesche filosofo Polacco. “Noi restiamo neutrali, imparziali e non siamo facilmente scossi dal male inferto ad altre persone. L’indifferenza al male è più insidiosa del male stesso; è più universale, più contagiosa e più pericolosa. Si tratta di una giustificazione silenziosa che rende possibile un male che erompe come un’eccezione e lo fa diventare la regola, rendendolo così accetto”. Sempre per quanto riguarda la nostra problematica sull’indifferenza, dall’opera Ethica si evince quanto scrive Spinoza ovvero, che l’indifferenza è in sé ignoranza e non può pertanto essere associata alla libertà la quale, come è risaputo, nel sistema spinoziano, coincide essenzialmente con la conoscenza. Ma si potrebbe continuare con Kant, Hegel, Schelling, Nietzsche, Schopenhauer ed altri filosofi dai cui testi si apprende come l’indifferenza al male, alla giustizia e alla morale etica, costituisca un comportamento indegno per l’uomo.

Allora: contro la foto postata dal suo  portavoce Morisi sul social in cui il Ministro dell’Interno Salvini impugna un mitra , accompagnata dalla scritta:” i seguaci del Capitano, sono armati”, con un intento subliminale,  dobbiamo essere indifferenti o indignarci?  Anche riguardo al  provvedimento sblocca cantieri, definito da Raffaele Cantone, Presidente dell’Autorità Nazionale Anticorruzione (ANAC), norma pericolosa, dobbiamo preoccuparci o essere indifferenti; di fronte ai vari movimenti nazisti, alle continue manifestazioni fasciste di Sindaci, amministratori comunali contro l’ANPI nelle scuole o con prese di posizione contro il 25 aprile, definito un Derby tra fascisti e antifascisti, ecco, su questi accadimenti e su tanto altro che ci viene rivelato dai media, i sindacati CGIL,CISL e UIL, il PD e la sinistra – sinistra non dovrebbero scendere in Piazza a manifestare, a chiedere le dimissioni del Ministro e di tutta la sua accozzaglia? Non dovrebbe intervenire anche il Presidente della Repubblica? quale simbolo unitario dell’antifascismo e depositario dell’eredità antifascista del Paese e della Repubblica Parlamentare, per difendere la quale oggi dovremmo essere in allarme ed occupare tutte le Piazze del Paese.

Questa indifferenza è il male che dobbiamo combattere, mentre intorno a noi il mondo scivola verso il pericolo di nuove guerre disastrose, e se non le guerre sarà il clima che stiamo distruggendo nell’indifferenza dei governanti dei Paesi più inquinanti, mentre una ragazzina, Greta Thunberg, è stata capace di mobilitare milioni di giovani;  indifferenza verso il fenomeno migratorio, dramma delle guerre e del cambiamento climatico, che gli esperti catalogano come un vento catastrofico se non affrontato con politiche di disponibilità all’accoglienza, all’integrazione, ma guardato con indifferenza dai Paesi Europei, e da quelli più ricchi dell’occidente opulento e sfruttatore delle risorse di quelle aree da cui prende corpo il fenomeno.

Una presa di posizione, una manifestazione di questa reazione all’indifferenza scrivendo ad una amica, ad un amico, un passa parola, insomma, è sufficiente a dimostrare che non si è indifferenti, che vogliamo, intendiamo essere presenti, pretendendo che le Istituzioni, i Partiti e le OOS si muovano ora, perché è ora il momento!

Alberto Angeli

Annunci

Ieri partigiani, oggi antifascisti. di M. Spagnoli

Postato il

Michele Spagnoli

Sto partecipando al corteo romano che ogni anno viene organizzato per la Festa della Liberazione e che si concluderà a Porta San Paolo, luogo simbolo della Resistenza cittadina. Le manifestazioni che oggi si terranno in tutta Italia assumono o dovrebbero assumere non solo la forma di celebrazioni di un evento passato, ma anche quella di monito per il presente e per il futuro. Il fascismo come esperienza storica è morto nel 1945, ma le idee alla base di quel fenomeno politico sono sopravvissute e, in un certo senso, si sono evolute. Uno dei caratteri fondamentali della teoria e della pratica del fascismo era la sopraffazione dell’altro, di un nemico che subiva un processo di disumanizzazione.

Anche oggi possiamo purtroppo assistere a dinamiche molto simili. Ad essere disumanizzate sono quelle persone che non fanno parte del branco; quei disperati che, dopo aver subito persecuzioni e violenze ed aver raggiunto una parvenza di salvezza, diventano inconsapevoli e impotenti destinatari di una presunzione di colpevolezza, ritrovandosi con un marchio di criminali difficile da togliere. Il volto istituzionale di questa riedizione del fascismo, abile nella comunicazione, è stato in grado di presentare questa ferocia come “buonsenso”. Contestualmente, quello che di fatto è il buonsenso, nella narrazione oggi di moda, è bollato come “buonismo”, come un modo di pensare ed agire fuori dalla realtà. Si fa finta di non capire che la tanto agognata sicurezza si può raggiungere solo estendendo i diritti, non certo limitandoli. L’attacco al concetto e alla pratica dell’accoglienza è strumentale alla creazione di instabilità sociale. È sullo scontro di tutti contro tutti che le moderne forme di populismo proliferano e si ingrassano.

Chi oggi si vanta di non celebrare la ricorrenza del 25 aprile, chi oggi si può permettere di inneggiare al fascismo, chi oggi può esprimere la sua opinione dissidente sulla Festa della Liberazione, chi può permettersi di compiere una scelta, una qualsiasi scelta, deve ringraziare chi qualche anno fa si è battuto e ha dato la vita per liberare il nostro Paese dalla dittatura fascista e dall’occupazione nazista. Il carattere divisivo della giornata odierna va sottolineato con forza. Buonista sarebbe fare il contrario. Deve essere segnato un solco profondo tra chi sta dalla parte dei diritti e chi vuole una società che discrimina e opprimente.
L’antifascismo di ogni ordine e grado deve urgentemente contrapporre una propria narrazione della società a quella che attualmente si sta rivelando vincente anche se, mi auguro, non maggioritaria.

Sarà forse colpa della mia indole pessimista, ma temo che l’impresa sia molto difficile. A “maltrattare” il ricordo della Resistenza è spesso chi dovrebbe farsene custode. Gli ideali di giustizia e libertà alla base della lotta partigiana sono secondo me a volte usati come scudo per nascondere interessi molto poco nobili. L’utilizzo del “marchio” della Resistenza è insomma in certe occasioni un modo per pulire la propria coscienza, per rifarsi una verginità politica. L’antifascismo, per avere una credibilità nella società, deve guarire dai suoi piccoli grandi mali: ci sono piedistalli da cui scendere e un’etica da ritrovare.

Michele Spagnoli

Gli intellettuali organici, di R. Caputo

Postato il Aggiornato il

Renato Caputo

Tra i fondatori del Partito Comunista d’Italia, Gramsci sviluppa un’interpretazione originale del marxismo, il cui perno è la funzione centrale degli intellettuali. A suo parere, infatti, per conquistare il potere politico nel mondo occidentale è necessario esercitare l’egemonia culturale all’interno della società civile. Perciò il partito rivoluzionario deve divenire un intellettuale collettivo.

 

Come è noto, secondo Gramsci, la rivoluzione in occidente può aver successo solo se i subalterni hanno conquistato l’egemonia sulla società civile. D’altra parte, visto che l’ideologia dominante non può che essere quella della classe dominante, conquistare l’egemonia su subalterni e ceti medi a uno a uno rischia di divenire una fatica di Sisifo. Perciò Gramsci, seguendo la tattica dei gesuiti, ritiene indispensabile – per portare a termine vittoriosamente il conflitto delle idee sul piano delle sovrastrutture – mirare a conquistare alla propria causa, in primo luogo, il supporto dei lavoratori della mente, degli intellettuali. In quanto, a causa della ormai millenaria divisione del lavoro, le masse di lavoratori manuali tenderanno a orientarsi sul piano politico e, ancora più, sul piano ideale sulla base delle posizioni e delle indicazioni ricevute dagli intellettuali di riferimento. Una volta, dunque, che si conquisterà l’egemonia sui dirigenti, sarà decisamente più facile portarsi dietro le masse. Questa è, dunque, la via più semplice e rapida per chi intende portare avanti la guerra di logoramento in funzione della conquista dell’egemonia sulla società civile. Proprio perciò, nelle differenti tematiche affrontare da Gramsci nei Quaderni del carcere, centrale e costantemente ricorrente è proprio la riflessione sulla questione degli intellettuali, sul loro ruolo, sulla loro funzione storica e sociale etc.

Gli intellettuali organici

Per Gramsci vi sono due tipologie fondamentali di intellettuali, quelli preposti a dirigere direttamente i lavoratori manuali, che vengono perciò definiti intellettuali organici e quelli che tendono a svolgere una funzione di direzione indiretta, che sono perciò definiti intellettuali tradizionali, ossia nel senso tradizionale del termine fondato sulla contrapposizione fra lavoratori della mente e lavoratori manuali.

Gli intellettuali, evidentemente, non possono essere considerati, a prescindere dal loro modo di immaginarsi, come un gruppo sociale assestante o come un insieme di individui che si pongono al di fuori o al di sopra dei conflitti fra classi sociali con interessi necessariamente antagonisti. Sostanzialmente gli intellettuali tradizionali sono in generale espressione della classe dominante in quanto, in primo luogo, possono permettersi un livello e una durata di formazione tale da divenire intellettuali professionisti solo coloro che hanno generalmente alle spalle una famiglia che gli consente di conseguire questo elevato livello di specializzazione della propria forza-lavoro. Gli intellettuali provengono, quindi, generalmente dal blocco sociale dominante, anche se possono essere selezionati fra i membri migliori e più promettenti dei ceti subalterni, essenzialmente se si dimostrano disponibili a rompere i ponti con la propria classe di provenienza per divenire funzionali agli obiettivi conservatori della classe dominante. Per questo motivo non è certo facile conquistare gli intellettuali alla causa dei subalterni. I primi, provenienti dalla borghesia, tradendo la loro classe, dovrebbero operare in contrasto con il mantenimento dei propri privilegi, cosa alquanto rara, mentre i secondi – proveniente dai ceti subalterni – dovrebbero rinunciare generalmente alla carriera di lavoratori della mente, ossia a divenire intellettuali a tempo pieno, di professione.

Dunque, le avanguardie dei subalterni sono generalmente in grado di conquistare alla loro causa quella componente degli intellettuali tradizionali che non riesce ad affermarsi, a far carriera, che spesso vive una condizione di precarietà. Costoro più facilmente accettano di passare a svolgere un ruolo dirigenziale nei sindacati e nei partiti della sinistra. In tal modo, visto che generalmente i subalterni non hanno modo di divenire intellettuali, i loro partiti e sindacati sono solitamente diretti da intellettuali tradizionali transfughi dalle classi dominanti. Dunque, costoro, cui generalmente non è pienamente riconosciuto il ruolo di intellettuale dalle classi dominanti, cercano di emergere divenendo dirigenti delle classi subalterne.

D’altra parte, però, come non si stanca di denunciare Gramsci, ogni volta che storicamente lo scontro di classe si è acutizzato, ogni volta che si tratta di uscire dalle trincee della battaglia delle idee e rischiare la vita in uno scontro in campo aperto cosa hanno fatto la massima parte di questi intellettuali? In primo luogo hanno fatto di tutto per posticipare il momento dello scontro in campo aperto, facendo così generalmente perdere ai subalterni il momento decisivo in cui era possibile rovesciare le sorti del conflitto, consentendo alle classi dominanti di riorganizzarsi, superando i momenti di crisi. Quando sono stati, comunque, costretti dagli eventi a doversi battere in una guerra di movimento gli intellettuali tradizionali, divenuti dirigenti delle organizzazioni dei subalterni, per paura di perdere i propri privilegi sono generalmente ritornati nelle fila della classe di provenienza, ovvero hanno tradito i subalterni lasciandoli, nel momento decisivo dello scontro, privi di una direzione consapevole.

Questo fenomeno – per cui così spesso nel corso della storia i dirigenti delle organizzazioni dei subalterni tendono a passare, quando lo scontro si fa duro, dalla parte dei ceti dominanti, da cui in massima parte provengono – è un aspetto particolare, per quanto importante, del più generale fenomeno del trasformismo tipico dei regimi parlamentari liberal-democratici fondati sulla delega della sovranità, della funzione politica a una casta più o meno chiusa di politicanti di professione o aspiranti a divenirlo. Tale fenomeno è particolarmente diffuso nella politica parlamentare italiana.

Quindi, nelle fasi decisive del conflitto sociale, la classe dominante riuscirà generalmente a corrompere e a portare a fare i propri interessi i dirigenti delle classi subalterne, ossia quelli che vengono generalmente definiti gli intellettuali di sinistra. Per tale motivo, mostra Gramsci, l’unico modo per non ripetere gli errori del passato, che hanno condotto a catastrofiche sconfitte le classi subalterne – nel momento cruciale improvvisamente private della indispensabile direzione consapevole – è indispensabile aver formato degli intellettuali di nuovo tipo, organici alle classi subalterne. Anche perché negli intellettuali tradizionali di sinistra, che occupano ruoli dirigenziali nelle classi subalterne, è generalmente presente ab origine un elemento opportunista, che facilita nel momento decisivo il fare il voltagabbana.

Gli intellettuali tradizionali che si convincono a dirigere i subalterni, come abbiamo visto, sono generalmente quelli intellettuali che non hanno avuto successo, che non sono riusciti ad affermarsi, quando avevano tentato di svolgere la funzione di intellettuale nel modo tradizionale. Al contrario, gli intellettuali organici al proletariato sono per definizione proletari essi stessi, anche se svolgono ruoli direttivi fra i subalterni. Si tratta, quindi, in massima parte, di intellettuali provenienti delle fila dei ceti subalterni, che spesso come Gramsci hanno rinunciato a essere molecolarmente cooptati come intellettuali tradizionali nella classe dominante. Come è noto, infatti, Gramsci pur essendo molto povero, grazie a uno straordinario sforzo di volontà era divenuto uno studente geniale, tanto che il suo professore universitario intendeva cooptarlo nella carriera universitaria. Ciò nonostante Gramsci, nel momento in cui comprende di poter operare come intellettuale organico alle classi subalterne, non ha esitazioni, abbandona per sempre l’università, senza nemmeno laurearsi, e rinuncia spontaneamente a divenire, come aveva sempre sognato – dopo aver fatto un lavoro enorme per rendere reale tale obiettivo – un intellettuale nel senso tradizionale del termine, con un posto fisso di rilievo nelle istituzioni culturali dello Stato borghese.

Qual è, infine, la differenza fra l’intellettuale organico alla borghesia e l’intellettuale organico al proletariato? Il primo è, ad esempio, l’ingegnere, il manager che svolge una funzione dirigenziale nella società civile al servizio del capitale, generalmente operando per massimizzare lo sfruttamento della forza-lavoro. Al contrario l’intellettuale organico alla classi proletarie è o il proletario, generalmente autodidatta, che comincia ad assumere ruoli dirigenziale nella propria classe nel corso delle lotte, oppure, come nel caso di Gramsci – secondo il modello ideato e praticato dalla componente bolscevica del partito operaio socialdemocratico russo capeggiato da Lenin – è il rivoluzionario di professione. Quest’ultimo è l’intellettuale che, rinunciando spontaneamente per sempre a fare carriera come intellettuale organico alla borghesia o intellettuale tradizionale, si afferma come intellettuale organico al proletariato mediante la sua capacità di dare direzione consapevole alla lotta di classe condotta spontaneamentein primis, dalla classe operaia.

Il moderno principe

Anche questo nuovo tipo di intellettuale che ha in mente Gramsci – sempre sulla scia di Lenin – non può mai ragionare od operare in modo individualistico, in quanto per definizione deve essere organico al proletariato, ovvero deve essere un’avanguardia riconosciuta almeno dalla componente più consapevole del proletariato. Inoltre, non potrà fare una tranquilla carriera come intellettuale di professione. Il nemico di classe, pur di salvaguardare i propri profitti, infatti, farà di tutto per toglierlo di mezzo o per metterlo in condizione di non nuocere. Proprio per questo l’intellettuale organico – inteso nella sua forma più alta come rivoluzionario di professione – deve avere un solo obiettivo, deve essere animato, sostiene Gramsci, da un’unica grande ambizione: la conquista del potere. Questo è l’obiettivo fondamentale, il fine ultimo dell’intellettuale organico rivoluzionario. Per realizzare questa grande ambizione c’è bisogno, evidentemente, di uno strumento adeguato.

Per comprendere tale strumento Gramsci sente il bisogno di risalire all’origine filosofica di questa decisiva questione, confrontandosi con il più grande esponente della filosofia politica italiana: Niccolò Machiavelli. Quest’ultimo è stato anche il primo a indagare scientificamente l’obiettivo che più premeva a Gramsci, ossia la questione della conquista del potere per fondare un nuovo tipo di Stato, più moderno e giusto. Gramsci, dunque, si confronta con quel capolavoro di filosofia politica, che è anche considerato il testo fondativo della scienza politica, quanto meno moderna, ovvero Il Principe.

Lo sforzo di Gramsci è naturalmente quello di ripensare nel contesto a lui attuale e, più in generale, in relazione alla Rivoluzione in occidente, quanto aveva teorizzato Machiavelli in relazione alla necessità di conquistare il potere politico nel Cinquecento per unificare il paese, liberarlo dal dominio dello straniero e farne uno Stato moderno in prospettiva repubblicano, democratico diremmo noi oggi. Proprio perciò, Gramsci intitola le sue riflessioni sul soggetto necessario a portare a termine la Rivoluzione in occidente Il moderno Principe.

Nel mondo moderno in cui, come abbiamo visto, si è sviluppata un’ampia società civile – un mondo, quindi, decisamente più complesso di quello che aveva dinanzi Machiavelli – il protagonista della conquista del potere non può più essere, come nel caso de Il Principe, un soggetto individuale, un grande condottiero, ma deve necessariamente divenire un soggetto collettivo, un partito, un collettivo politico. Questo partito o collettivo politico deve essere anche un intellettuale collettivo, in quanto deve essere in grado di elaborare, certo sulla base dei classici, una visione complessiva del mondo autonoma e antagonista a quella dominante, generalmente espressione del blocco sociale dominante. Tale obiettivo è indispensabile anche perché, in mancanza di questa visione del mondo autonoma e rivoluzionaria, non sarà nemmeno possibile formare gli intellettuali di nuovo tipo, organici al proletariato, i rivoluzionari di professione che dovranno costituire il gruppo dirigente del moderno principe.

Renato Caputo

————————————————————————————————————————————–

L’articolo è stato pubblicato da La Città Futura col link

https://www.lacittafutura.it/unigramsci/gli-intellettuali-organici?fbclid=IwAR1kwiZYfgk6HepQrPQwgxdf3Svnw7YSzhJEoHAExVI7dTDmf5WosTYw9lA

Torre Maura: la barbarie e la vergogna. di A. Benzoni

Postato il

Alberto Benzoni

A Torre Maura è stato superato il limite che separa la civiltà dalla barbarie. A Torre Maura pochi delinquenti (fascisti in quanto delinquenti e non viceversa) hanno, calpestato, sotto gli occhi di qualche decina di persone, panini destinati ai rom alloggiati (?!) lì vicino; limitandosi, bontà loro, il giorno dopo, a impedirne la distribuzione.

Chi calpesta il pane, a parere mio, è una bestia. Una bestia che, se la fa franca, sarà disposta domani a fare qualsiasi altra cosa. Da che mondo è mondo le cose sono sempre andate così: varchi una soglia, violi le regole della normale convivenza tra gli uomini e i popoli, ti guardi intorno, vedi che nessuno reagisce e vai oltre e oltre e oltre.

E qui, nessuno ha reagito. Non la popolazione di Torre Maura che probabilmente sarebbe stata in maggioranza dalla parte di Simone. Non il comune e i partiti che avrebbero coinvolgerla e farvi appello misurandosi, come sarebbe stato giusto fare, anche con i suoi problemi, ivi compresi quelli legati agli insediamenti rom. Con il risultato grottesco di trasformare un ragazzo di puro e semplice buon senso umano in un’icona. In tempi normali sarebbero stati presenti tutti, comune, sindacati, partiti: per chiarire, discutere, individuare soluzioni, isolando così, agli occhi degli stessi cittadini i delinquenti e i seminatori d’odio.

E invece no. Nulla di tutto questo.

Una giunta e una sindaca dall’incapacità patetica. Fieramente antifascisti nei giorni pari; complice delle loro “buone ragioni” nel vorticoso sballottamento dei rom da una parte all’altra della città nella vana attesa di qualcuno che sia disposto ad accoglierli.

Una sinistra totalmente rinunciataria: idealmente, culturalmente, politicamente. Nei suoi schemini non ci sono i barbari e quelli che, qualsiasi opinione abbiano sui rom o, più esattamente, sui loro insediamenti, barbari non sono e che vanno chiamati a raccolta in una grande manifestazione cittadina; ci sono i fascisti e gli antifascisti. E allora ecco la manifestazione antifascista: Anpi, Cgil e associazioni varie. Perché solo loro? “Perché quelli sono la società civile e noi siamo i partiti”. No comment.

Ci hanno spiegato, che con l’Anpi e la Cgil “c’era più gente”. E quindi la sinistra unita ha battuto per uno a zero Forza Nuova e Casa Pound. Grande risultato; che però ci si dice, non è detto che si verifichi altrove.

E poi, i “dibattiti” e le dichiarazioni ve li raccomando. Partono tutti dalla convinzione, mai però formalmente esplicitata, che la “partita delle periferie” sia persa. A vantaggio della destra e degli inquinatori dei pozzi. Dividendosi però poi tra quanti inveiscono, più o meno apertamente contro i nuovi barbari e i loro seguaci e quanti si battono il petto per aver perso (verrebbe da chiedere “come mai”?; ma è meglio non disturbare i sofferenti…) il rapporto con il popolo.

Eppure la battaglia contro la barbarie che avanza non è persa. E, come sempre accade quando un limite è superato ci saranno quelli che la riprenderanno in mano. Così è sempre successo nella storia; in questo senso, questa denuncia va letta come un piccolo appello.

Alberto Benzoni

Maggior welfare per le famiglie. di M. Chiumarulo

Postato il

marco chiomarulo

Domenica 31 marzo 2019 si sono conclusi i lavori del Congresso Mondiale delle Famiglie. Al di là delle polemiche che sono state suscitate dai temi in discussione, ci sono due pericolosi messaggi che sono stati lanciati da quel palco: in primo luogo è stato detto che la crisi attuale delle famiglie è scaturita dalla posizione della donna all’interno della società e della famiglia stessa; in secondo luogo si è ribadito che l’unica tipologia possibile di famiglia è quella “naturale”.

Per quanto riguarda la seconda affermazione ritengo che non esista una sola tipologia di famiglia, in quanto, secondo me, la definizione di famiglia è soggettiva perché connaturata a chi ritiene di farne parte e, soprattutto, appartiene alla sfera personale ed emotiva di ognuno di noi. Inoltre, penso che la definizione di famiglia data dall’articolo 29 della costituzione (“La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio.”) sia da considerarsi superata e che debba essere oggetto di revisione costituzione affinché diventi attuale e coerente con le leggi che riconosco maggiori diritti alle unioni civili (Legge c.d. Cirinnà). Soprattutto, penso che riconoscere i diritti alle famiglie arcobaleno non tolga nulla alla cosiddetta “famiglia tradizionale”.

L’argomento che cercherò di trattare in questo articolo, invece, riguarda la prima affermazione di cui sopra, e cioè che la “famiglia tradizionale” e la natalità siano messe in crisi dalla posizione della donna nella società e soprattutto nella famiglia. Questa affermazione oltre che esser falsa è soprattutto utile a nascondere i veri motivi della crisi: cioè, la diminuzione delle risorse necessarie a garantire il welfare familiare; la mancanza di stabilità,  di opportunità e di uguaglianza del lavoro femminile rispetto a quello maschile. Tali motivi, oltre ad essere la realtà dei fatti, sono stati dimostrati dai numeri e dalle statistiche che descrivono la nostra società e che proverò mostrarvi.

I numeri alla mano

1) Posti disponibili negli asili nido 

Stando ai dati Istat dell’ultima rilevazione relativa all’anno scolastico 2016/2017, le strutture pubbliche e private presenti sul territorio italiano sono in grado di accogliere solo il 24% (cioè 1 bambino su 4) dei bambini sotto i tre anni, inoltre, questo dato è ben lontano dall’obiettivo europeo, che chiede ai Paesi membri che nei nidi ci sia spazio almeno per un terzo della popolazione di riferimento.

Lo studio ci dice anche che a parità di popolazione, nelle regioni del Nord ci sono più posti disponibili negli asili. Valga, su tutti, il confronto tra le province di Milano e Napoli. Nella prima i residenti under 2 al 1 gennaio 2016 erano 83mila, contro i poco meno di 87mila della seconda. Eppure nel capoluogo lombardo i posti disponibili negli asili erano 15mila, contro gli appena 2mila del capoluogo campano. Altri esempi sono i seguenti: la provincia di Roma, ad esempio, è capace di accogliere negli asili nido del territorio poco meno del 20% dei bambini di età inferiore ai due anni. In generale, il record positivo spetta a Gorizia, che ha spazio per il 29,7% dei bambini. Mentre la prestazione peggiore si registra a Caserta, dove i nidi garantiscono un posto ad appena lo 0,3% della popolazione di età inferiore ai 2 anni.

Per quanto riguarda, invece il costo scaricato sulle famiglie, lo studio ci dice che in generale le maggiori percentuali di costi scaricati sulle famiglie si registrano nei territori nei quali è anche più alta l’offerta di posti disponibili. Mentre in quelle province in cui l’offerta è minore è anche più bassa la somma a carico delle famiglie.

2) Spesa mensile delle famiglie per la sanità

Secondo le recenti elaborazioni su dati Istat presenti nel Rapporto OASI 2018, una famiglia con un reddito basso in Italia spende in media ogni mese per la propria salute un decimo di quanto spende una famiglia appartenente al gruppo di reddito maggiore: 25 euro contro 254 euro, fra medicinali, cure dentistiche, dispositivi biomedicali e assistenza. I dati, quindi, ci dicono che più cresce il reddito delle famiglie meno queste spendono in proporzione per i medicinali.

Inoltre, la metà delle famiglie appartenenti al primo gruppo risiede nelle regioni del Sud, quasi un componente su cinque è disoccupato e tre su quattro non hanno un diploma.

3) La forza lavoro a livello familiare

Con buona pace delle lotte per l’emancipazione femminile, i numeri Istat relativi alle rilevazioni delle forze di lavoro a livello familiare per il 2016, ci raccontano che in Italia sono ancora le donne ad occuparsi dei figli, e se in una coppia c’è qualcuno che deve lasciare il lavoro per prendersi cura dei bambini, tocca più spesso a lei che a lui.

Il primo dato che permette di comprendere come stiano le cose è quello legato al tasso di disoccupazione, suddiviso per genere, all’interno delle coppie con figli: il tasso di disoccupazione femminile è decisamente superiore a quello maschile nelle coppie tra i 25 ed i 34 anni con figli, e certamente su questi numeri incide anche il dato relativo alla disoccupazione giovanile.

Il secondo dato, invece, è quello relativo alla tipologia di occupazione: più della metà delle coppie tra i 25 ed i 34 anni in cui l’uomo ha un lavoro ha tempo pieno e non ci sono figli vedono anche la donna pienamente occupata. Se però c’è almeno un bambino, la percentuale scende ad una su quattro. Mentre poco meno del 47% delle coppie con figli in cui il papà lavora vedono la mamma uscire dal mercato del lavoro. Molto probabilmente per prendersi cura del piccolo.

4) Il Gender pay Gap

L’OCSE  ha pubblicato i dati più recenti intorno al problema del Gender wage Gap, la differenza salariale fra uomini e donne. L’Italia si è collocata in una posizione apparentemente buona, con un gap nella retribuzione oraria del 5,6%. Ma limitarsi a sintetizzare una situazione così articolata con un unico numero è uno sguardo parziale.

Questo 5,6% medio non descrive affatto la situazione che vive la maggior parte delle donne: anzitutto, il dato OCSE riguarda solamente i lavoratori full time, mentre sappiamo che quattro donne su dieci oggi lavorano part-time (dato Istat). In secondo luogo misurare il gender pay gap unicamente sulla retribuzione oraria è una visione parziale del problema, che non considera appunto la disoccupazione femminile, part-time incluso, e le differenze fra settore pubblico e privato.

Conclusioni

Di questi argomenti naturalmente nel Congresso non si è parlato, invece è proprio cercando di risolvere questi problemi e di colmare queste lacune che si riesce a fermare la crisi che le famiglie stanno vivendo.

Bisogna perciò aumentare le risorse nel welfare a disposizione delle famiglie e soprattutto c’è la necessità di riformare la normativa relativa al lavoro femminile.

Marco Chiumarulo

I primi 6 mesi del Governo Conte: un Parlamento privato dei suoi poteri. di M. Chiumarulo

Postato il

marco chiomarulo

Il primo giugno del 2018 prestava giuramento il governo Conte; oggi, dopo più di 6 mesi e dopo l’approvazione della manovra di bilancio e dei suoi collegati (“reddito di cittadinanza” e “quota cento”), è possibile fare un primo bilancio dell’attività del governo a Palazzo Chigi e nel parlamento, ciò è stato fatto nell’analisi di Openpolis in collaborazione con Agi, i quali confrontano l’attività del Governo, con l’attività svolta nei primi sei mesi dei tre governi della scorsa legislatura (Letta, Renzi e Gentiloni), soprattutto con l’attività svolta dal governo Letta, molto simile dal punto di vista delle coalizioni (Forza Italia e Partito Democratico) ma con differenze dal punto di vista dell’attività svolta.

Da governo del “cambiamento” al governo degli “esordienti”

Se da una parte questo governo ha fatto della parola “cambiamento” il proprio mantra, dall’altra parte non si può negare il ricambio politico avvenuto nel governo: per circa il 90% dei ministri è la prima volta che ricoprono un incarico del genere, la percentuale più alta mai registrata da un governo politico nel nostro paese.  Inoltre più del 30% dei presidenti di commissione, tutti appartenenti alla maggioranza, sono al primo mandato in parlamento.

Non si è trattato di solo ricambio politico, ma anche generazionale se consideriamo che l’età media del governo e del parlamento sono tra le più basse mai registrate.

Il problema di per sé non è il ricambio avvenuto con questo governo, quanto il fatto che ciò abbia caratterizzato profondamente la qualità dell’attività di governo.

Le poche proposte nei primi 100 giorni

Di solito i primi 100 giorni di vita di un governo hanno rappresentato il momento per presentare le proposte politiche e le riforme simbolo; per il governo Conte, invece, la storia è stata molto diversa: si è assistito ad un inizio a rilento dovuto soprattutto alla necessità di stabilizzare una maggioranza nuova, dal punto di vista politico, e debole, dal punto di vista numerico, soprattutto al senato; infatti, questa è sembrata una lunga fase di studio e di assestamento tra le due forze politiche.

I punti programmatici sviluppati in disegni di legge sono stati pochi. Le poche proposte politiche che sono state deliberate dal consiglio dei ministri hanno avuto una genesi particolarmente lenta e poco trasparente. Una volta giunti all’attenzione di camera e senato i decreti legge hanno monopolizzato la produzione legislativa dell’aula e l’apporto dei singoli parlamentari è stato minimo, infatti, sono stati pochi gli emendamenti approvati sui decreti del governo, e la maggioranza dei disegni di legge di iniziativa parlamentare sono ancora fermi.

Nonostante nasca per affrontare situazioni eccezionali e di emergenza, il “decreto legge” è diventato il principale strumento legislativo, il quale viene sempre più utilizzato per implementare l’agenda di governo.

I dati raccolti da Openpolis raccontano esattamente questa dinamica: dei 21 provvedimenti deliberati nei primi sei mesi 11 sono stati decreti legge mentre 10 sono stati disegni di legge; mentre per il governo Letta su 31 provvedimenti, 15 erano decreti legge e 16 erano disegni di legge.

Il contenuto delle proposte

Oltre i numeri, necessari per capire la situazione dell’azione di governo, bisogna osservare anche la “qualità” dei provvedimenti deliberati.

Degli 11 decreti legge solo 6 rientrano pienamente in una definizione costituzionale dello strumento, cioè che vanno ad affrontare situazioni straordinarie ed eccezionali (decreto per il funzionamento del tribunale di Bari, quello per il riordino dei ministeri, decreto Genova, decreto per le navi alla Libia, e il decreto per la fatturazione elettronica dei benzinai); inoltre, come da prassi ormai, è stato presentato il decreto “milleproroghe”, il quale non rappresenta a pieno la definizione costituzionale di decreto legge. I restanti decreti, invece, sono stati utilizzati per avanzare delle specifiche proposte politiche: il decreto dignità, il decreto sicurezza e immigrazione e il decreto fiscale (collegato alla Legge di bilancio).

Per quanto riguarda, invece, i disegni di legge i più corposi sono stati il cosiddetto “anti-corruzione” (ancora da approvare) e la Legge di bilancio.

Al governo Conte è stato criticato dal Comitato per la legislazione (il 9 ottobre 2018) l’eccessivo intervallo di tempo che generalmente intercorre tra la deliberazione dei decreti legge in consiglio dei ministri, e la loro effettiva entrata in vigore con la presentazione definitiva del testo e pubblicazione in gazzetta ufficiale.

Tutto ciò è problematico soprattutto per la poca trasparenza e chiarezza di questi processi, in quanto, il decreto legge nasce come strumento eccezionale, che per definizione ridimensiona il ruolo del parlamento.

Le leggi approvate

Da inizio legislatura sono state approvate 19 leggi, di cui 79% sono di iniziativa governativa; questo dato della produzione legislativa è il più basso tra i 4 governi presi in considerazione: rispettivamente i governi Renzi e Gentiloni nei primi 6 mesi avevano approvato circa 50 leggi, mentre il governo Letta ne aveva approvate 26.

Inoltre quasi il 64% dei testi approvati dall’attuale parlamento sono conversioni di decreti legge, infatti, dal 2013 ad oggi si tratta della percentuale più alta.

Per capire quanto la produzione legislativa sia monopolizzata dall’azione di governo, basta analizzare il numero degli emendamenti approvati nella trattazione parlamentare dei decreti legge del governo; bene, per quanto riguarda il governo Conte la media di emendamenti approvati sui decreti del governo è di 44 , mentre per il governo Letta nei primi sei mesi era di 128.

Un altro strumento è rappresentato dalle proposte dei parlamentari: da inizio legislatura sono state depositate 2.326 proposte di iniziativa parlamentare, di cui oltre 2.200 hanno un iter non concluso, non essendo state approvate o ritirate. Se nei primi 6 mesi del governo Letta il 77% dei provvedimenti di iniziativa parlamentare erano già stati assegnati alla commissione competente, per il governo Conte la percentuale scende al 59%.

Appare evidente che sia la produzione legislativa, che l’attività quotidiana in parlamento, sono state completamente in mano al governo, e hanno lasciato ben poco spazio a deputati e senatori.

Il rapporto tra leggi approvate e voti di fiducia 

Nei primi 6 mesi il governo Conte ha posto la fiducia per 6 volte su disegni di legge in discussione. Se da una parte in numero assoluto i voti di fiducia sono stati di meno a confronto con i governi Renzi e Gentiloni; dall’altra parte però il dato da tenere in considerazione è il rapporto che mette in relazione il numero di questioni di fiducia, con il numero di leggi approvate in parlamento. Da questo punto di vista, considerato il limitato numero di leggi approvate dal parlamento, il rapporto per il governo Conte è molto alto: il 32%. Quindi, oltre il 30% delle leggi approvate ha necessitato della fiducia per completare il proprio iter.

Conclusioni

Se nelle intenzioni della maggioranza c’era quella di rimettere il parlamento al centro delle dinamiche legislative, certamente quello che sta avvenendo va nella direzione opposta. Infatti, ciò si è verificato in entrambe i rami del parlamento con l’approvazione della Legge di bilancio, dove per la prima volta nella storia repubblicana non è stato possibile discutere neanche un articolo della legge per il contingentamento dei tempi.

“L’azione dell’esecutivo Conte è stata timida, contorta e soprattutto governo-centrica, con il parlamento messo in secondo piano”.

Marco Chiumarulo

Abbiamo bisogno delle riforme? di L. Billi

Postato il Aggiornato il

Luca Billi

Sono anni che ci arrovelliamo intorno al tema delle riforme istituzionali, che discutiamo, anche aspramente, su quali fare o non fare – alcune sono state approvate, altre sono state cancellate a seguito di un referendum, altre ancora giacciono da anni in parlamento – ma ormai nessuno pare interrogarsi se queste riforme siano davvero necessarie. Abbiamo ormai dato per scontato che le riforme siano indispensabili; l’ho detto anch’io, tante volte, quando facevo un altro mestiere. Sinceramente non ne sono più convinto.

La Costituzione approvata in via definitiva il 22 dicembre 1947, promulgata il 27 ed entrata in vigore il 1 gennaio dell’anno successivo non è forse la più bella del mondo, come ama dire un guitto, che si è fatto un po’ di pubblicità grazie a questo tema, e come viene ripetuto da molti, con scarsa originalità. Però è una costruzione solida. La parola costituzione condivide, non a caso, la radice con il verbo costruire; una casa può essere bellissima, ma se non può essere abitata, se non è abbastanza solida, se non è abbastanza sicura, non serve al proprio scopo e quindi quella sua bellezza è perfettamente inutile.

La nostra Costituzione è naturalmente figlia del suo tempo, è nata in un particolare contesto storico, politico e culturale, è stata scritta da uomini e da donne che avevano subito una dittatura e una guerra dagli esiti drammatici. Non possiamo cercare nella Costituzione cose che non possono esserci. Ci sono temi su cui la Costituzione – anche nella sua prima parte, quella più “sacra” – segna il passo, penso ad esempio ai diritti delle persone che costituiscono – o costruiscono – una famiglia, perché per i Costituenti, indipendentemente dalla loro fede religiosa e dalle loro opinioni filosofiche, era semplicemente impensabile un matrimonio contratto da due persone dello stesso sesso. Allo stesso modo non possiamo pretendere di trovare, in un testo scritto settant’anni fa, risposte ai quesiti a cui la scienza, nella sua rapidissima evoluzione, ci ha messo di fronte, ad esempio sul tema della fine vita. Né i Costituenti potevano immaginare che ci sarebbe stata la rete e che l’accesso a essa avrebbe comportato diritti e doveri: erano saggi, erano intelligenti, ma non erano indovini.

La Costituzione del ’48 però, al di là di questi limiti oggettivi, ha una sua unità, una sua coerenza, che credo sia uno degli aspetti più significativi dello sforzo delle persone che l’hanno redatta. La nostra Costituzione è una costruzione ben progettata, con le fondamenta solide e con una propria armonia funzionale: non ci sono né finestre cieche né stanze a cui non si riesce ad accedere. Le riforme che si sono succedute negli anni successivi, specialmente negli ultimi venti, hanno avuto la pretesa di modificare questo o quel punto, ma sono state per lo più disorganiche e, proprio perché rispondevano a idee spesso divergenti tra di loro, hanno finito, quando sono state approvate, per peggiorare la Costituzione.

La Costituzione di oggi, quella vigente, è peggiore di quella uscita dalle penne dei Costituenti, proprio perché ha perso in parte quel disegno unitario che allora era così forte. Penso ad esempio alla riforma fatta nel 2012 che, modificando gli articoli 81, 97, 117 e 119, ha introdotto l’obbligo del principio del pareggio di bilancio e in questo modo ha tolto sovranità allo stato, introducendo un elemento che limita il potere legislativo, sottomettendolo a un criterio che è alieno allo spirito del resto della Carta. Per non parlare della confusione che è stata fatta nelle varie riscritture del Titolo V, su cui si sono esercitati personaggi per lo più incompetenti, e che ha dato vita a un conflitto permanente tra diversi livelli istituzionali.

La mia proposta di riforma costituzionale è allora piuttosto semplice. Torniamo alla Costituzione del 1948, togliamo le ultime, farraginose e abborracciate modifiche, e proviamo ad applicarla questa Costituzione, con maggior rigore di quanto sia stato fatto in questi settant’anni.
Ho già detto che la nostra Costituzione è figlia del suo tempo, ma questo non è soltanto un aspetto negativo. Anzi. Gli anni immediatamente successivi al conflitto mondiale hanno rappresentato probabilmente il punto più alto di un’elaborazione politica tesa a riconoscere il ruolo preminente dello stato sull’economia, la necessità di garantire diritti universali ai lavoratori, l’obiettivo di trovare strumenti per la redistribuzione della ricchezza, il bisogno di creare una rete di servizi pubblici, finanziati dalla collettività, per aiutare le persone in difficoltà, allo scopo di riconoscere a tutti uguali condizioni di partenza.

La storia del Novecento è stata segnata dalla grande crisi del capitalismo, una crisi di cui adesso – in un’epoca in cui questo è tornato vincente in maniera così violenta – facciamo fatica a capire le possibili conseguenze. Molti, a seguito della crisi del ’29, pensarono che il sistema capitalista fosse destinato a sparire, che si fosse completato quel ciclo descritto da Marx e che sarebbe nato, dalle ceneri del capitale, qualcosa di diverso. Sappiamo che a seguito di questa crisi ci fu la risposta antidemocratica del fascismo, ma – una volta che questo fu sconfitto – si provò a immaginare un sistema che in qualche modo imbrigliasse la bestia del capitale, che ne mitigasse la violenza, anche per ripagare lo sforzo di quelle classe sociali più povere, il cui contributo alla sconfitta del fascismo era stato determinante, che avevano retto lo sforzo durante il conflitto, che si erano messe alla prova, e che avevano vinto quella sfida. Naturalmente sarebbe anacronistico giudicare la nostra Carta – come tutte quelle scritte all’indomani della fine della seconda guerra mondiale – come una costituzione socialista, eppure in essa ci sono tanti elementi socialisti, molti di più di quelli che i conservatori avrebbero voluto concedere, ma che i popoli in qualche modo si presero con la forza, perché avevano combattuto. E avevano vinto.

La vicenda italiana è in qualche modo emblematica di questa storia, che non è appunto solo italiana. Era chiaro che l’Italia non sarebbe diventato un paese socialista, perché così avevano deciso i vincitori della guerra, ed era chiaro che la guida del paese sarebbe toccata ai conservatori, ma le forze socialiste, grazie al ruolo che avevano avuto nella Resistenza e nella guerra di liberazione, assunsero un protagonismo di cui non si poteva non tenere conto e che si tradusse in un dettato costituzionale di forte impianto progressista. Quando diciamo che la Costituzione è nata dalla Resistenza esprimiamo con uno slogan tutto questo.

Sappiamo però che il capitalismo non è stato affatto sconfitto, anzi ha superato quella crisi, si è liberato, a partire dalla fine degli anni Settanta, dai vincoli che le forze progressiste gli avevano imposto finita la guerra ed è tornato a dominare il mondo, sfrenato e violento, come all’inizio del secolo, anzi con una arroganza ancora maggiore. Ha stravinto perché è riuscito a imporre la propria visione del mondo anche alle forze che avrebbero dovuto rappresentare il campo progressista – basti pensare a cosa sono diventati oggi i socialisti europei, per tacere dello schifo che c’è in Italia, dove la sinistra si è suicidata – e domina il mondo con brutalità selvaggia. L’unico limite a questa violenza di classe è rappresentato dalle nostre “vecchie” costituzioni, che infatti sono finite nel mirino delle forze del capitale, che vorrebbero emendarle, modificarle, attenuarne la portata riformista, con la scusa che occorre adeguarsi ai tempi, che servono nuovi strumenti per affrontare le sfide nuove e tutte le menzogne che dicono quelli che sanno tutto, per convincerci che la nostra Carta è da buttare – o da riformare come dicono loro.

Quando abbiamo votato NO al referendum di due anni fa abbiamo cercato di fermare questo attacco, prendendo un po’ di tempo e di fiato. Ma non illudiamoci: ne seguirà un altro, e un altro ancora, perché il loro scopo è distruggere queste costituzioni, e le loro risorse sono moltissime, praticamente illimitate. Non possiamo limitarci a stare fermi, a difenderci dentro le mura assediate: saremmo destinati alla sconfitta, anche perché i traditori sono già qui tra di noi, pronti a venderci al nemico. Dovremo avere la forza di gettarci noi all’attacco.

Io comincerei proprio dalla nostra Costituzione, dalla richiesta di applicarla con rigore. Nella Carta c’è già scritto tutto quello per cui vale la pena di lottare: la difesa della sanità e della scuola pubbliche, il riconoscimento dei diritti dei lavoratori, la salvaguardia dei beni comuni, il riconoscimento delle prerogative democratiche. Perché chi vuole cambiare la Costituzione ha sempre due obiettivi: limitare la democrazia e toglierci diritti. Questi due valori viaggiano sempre insieme e per questo noi dobbiamo continuare a chiedere più democrazia e più diritti.

Luca Billi