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Ancora sulla Sardegna. di S. Valentini

Un terzo mio intervento sulle elezioni sarde. Non torno sulle questioni che ho affrontato negli interventi precedenti. Questa volta affronto la questione sullo stato della sinistra su cui vorrei spendere qualche parola.Sono contento per il buon risultato della lista Sinistra Futura, parte integrante della coalizione di Todde, che pur disponendo di limitati mezzi mette tre consiglieri regionali. È tra l’altro una forza politica correntemente impegnata nella lotta per la pace e nello schierarsi decisamente contro la mattanza di Israele a Gaza, per un immediato cessate il fuoco.Su Verdi-SI e sui Progressisti non ho molto da dire. La politica dei primi a livello nazionale la conosciamo molto bene in quanto stretti alleati del PD. Sui progressisti – poco conosciuti a livello nazionale – sono qualcosa invece di più: sono dei fedeli alleati del PD, sono insomma una loro diretta diramazione. Insomma, hanno condiviso tutti i passaggi più salienti del centrosinistra a livello regionale e nazionale, e condivisi in termini ancora più acritici di SI.Sommare queste tre formazioni con un atto matematico per dimostrare che vi è una area di sinistra di circa il 10 per cento è pertanto una operazione molto poco politica. Sono tre liste con visioni politiche profondamente diverse, in particolare i Progressisti sono il sotto prodotto del sistema di potere del centrosinistra quando era al Governo della Sardegna, già nell’epoca d’oro di Soru.Infine, una qualche riflessione su i frammenti di sinistra andati con Soru, chi aggregandosi in liste sardiste e chi come il Prc chiudendo con lui una alleanza insieme a Più Italia della Bonino e Calenda, invece di ricercare una interlocuzione con Sinistra Futura nell’ambito della alleanza con Todde. La loro scelta è stata un disastro e giustamente non compresa. Non si dice di no a Todde perché c’è il PD e poi si va a braccetto con Calenda, i radicali e la Bonino e con lo stesso Soru che nel tentativo di creare massa critica acchiappava di tutto. Se proprio si voleva fare una azione di testimonianza allora era più dignitosa andare con la Chessa e la Lista Rossomori.Credo che non sarà facile per il Prc riprendersi da questo ennesimo disastro e neppure sarà facile per tutti quei compagni che vogliono coniugare il sardismo con una visione davvero di sinistra. A loro si impone una dura riflessione. Spero che ciò avvenga poiché so che sono dei compagni molti generosi.
Sandro Valentini
È la solita storia. di D. Lamacchia

È la vecchia storia del dominio sugli altri popoli esercitato con la violenza. Sin dalla scoperta del Nuovo Mondo. È noto come Spagnoli, Portoghesi, Olandesi, Inglesi, francesi, Italiani abbiano dominato col colonialismo gli stati americani, indiani ed africani, con genocidi, schiavitù e razzismo. È noto come successivamente specie gli USA si siano resi protagonisti di ulteriori crimini politici e umanitari. Vale la pena ricordare l’intervento sanguinario in Vietnam, gli interventi golpisti in America Latina come quello in Cile a supporto di forze reazionarie nei vari siti del mondo, l’uso spregiudicato della forza per imporre i propri interessi come in Iraq, in Libia, in Afghanistan.
Perché’ nacque lo Stato d’Israele? Per lo stesso motivo, garantire i propri interessi nell’area che si vedevano surclassati dal dominio dell’allora URSS. Il “cane da guardia” qualcuno ha definito Israele.
Sia chiaro, non ci sarebbe piaciuta di più l’URSS. È insopportabile non il legittimo volere di uno Stato indipendente di Israele, è insopportabile la maniera di imporre il proprio volere a discapito di un altro popolo con l’obiettivo dichiarato, in particolare di alcune fazioni, di volerlo completamente annientare.
Come è noto a nulla sono valsi i tentativi difficilissimi di trovare accordi di convivenza e di ripartizione territoriale. Nonostante le dichiarazioni ONU sono continuati gli insediamenti illegittimi imposti con la forza. A nulla sono valse le proteste legittimissime dei Palestinesi, sin dagli inizi, ad essi. Alle proteste seguivano ritorsioni con bombe e armi modernissime e micidialissime contro lanci di pietre e fionde. Sono nella memoria di tutti gli episodi di Sabra e Chatila. Cosa resta da fare se la politica fallisce? Cosa resta da fare se si vuole che la politica fallisca? Non si possono eludere queste domande ad esse va data risposta! Sia chiaro la risposta non è l’uso delle armi o il terrore. Il terrore chiama terrore, è sotto i nostri occhi. Mi chiedo, come è possibile che questo non venga alla coscienza della dirigenza e del popolo israeliano. Cosa maturerà dopo i massacri odierni nella coscienza di un giovane palestinese di Gaza che si vede cancellare il suo futuro da una forza opprimente se non odio e volere di vendetta? Cosa centro io si chiederà con il terrore di Hamas, perché colpire me? Questo profondo senso di subita ingiustizia quale stato di coscienza politica potrà far maturare?
Necessita quindi che cessino immediatamente gli attacchi che si cominci ancora una volta un tentativo difficile di mediazione. Consapevoli che in gioco non ci sono solo le questioni territoriali ma una visione del gioco politico basato sull’aberrante assunto: “o domini o sei dominato”. L’assunto che ha visto da secoli prevalere nelle politiche occidentali. Non è forse ora di far prevalere il principio anch’esso occidentale di “Liberta’, fraternità, eguaglianza”, non è giunto il momento che la Politica si faccia contaminare da un pizzico di “fantasia” per un esercizio del potere finalizzato al bene comune anziché’ a logiche di dominio?
Questo è lo sparti acque tra una logica di sinistra e una di destra! La Sinistra deve su questi temi riconquistare una sua logica identitaria senza tentennamenti, pena la sua sconfitta definitiva.
Donato Lamacchia
Due popoli, due Stati. Non ci sono alternative. di A. Angeli.

La parola pogrom non doveva esistere in ebraico. Nel nuovo Israele, l’idea stessa che gli ebrei venissero assassinati in massa, con i loro figli massacrati davanti ai loro occhi, avrebbe dovuto essere relegata nel regno dell’amara memoria. Era solo nell’Europa orientale dell’esilio che gli ebrei avrebbero dovuto fuggire dai tormentatori decisi a ucciderli, solo lì si sarebbero nascosti nell’oscurità, cercando di trattenere il fiato per non emettere suoni traditori. Una volta che avessero avuto uno Stato proprio, dove potessero finalmente difendersi, non ci sarebbe stato bisogno di parlare di pogrom, se non nei libri di storia.
Ma è stato un pogrom quello che si è verificato in Israele lo scorso fine settimana, molteplici pogrom in realtà, letali come quelli che hanno sterminato gli ebrei di lingua yiddish all’inizio del secolo scorso o, secondo schemi ripetitivi, nei secoli precedenti. Gli ebrei ricordano ancora il pogrom di Kishinev del 1903, una calamità ricordata nelle poesie recitate ancora oggi. A Kishinev furono assassinati 49 ebrei. Sabato scorso, almeno 1.200 persone sono state messe a morte, molte in modi troppo sadici e brutali per essere descritti in una breve riflessione . Purtroppo, la parola pogrom non è più riferibile agli eventi storici degli ebrei, poiché proprio quel popolo, oggi costituitosi in uno Stato democratico, Israele, si muove su questa scala di annichilimento del valore umano assalendo con il suo potente esercito un popolo che non ha nessuna responsabilità della feroce e animalesca strage compiuta da gruppi omicidi delle milizie di Hamas.
L’ONU, l’Europa e tanti altri paesi democratici hanno espresso la loro solidarietà ad Israele e condannato con durezza la carneficina di innocenti e il rapimento di oltre 150 israeliani chiedendone l’immediata liberazione, riconoscendo ad Israele il diritto di reagire, per scovare e punire duramente i colpevoli e liberare gli ostaggi. Ma ora questa parte del mondo sta seriamente giudicando pericolosa la reazione Israeliana, una vendetta che si sta consumando mediante bombardamenti a tappeto di un’aera sovraffollata da milioni di persone, colpendo indiscriminatamente ospedali, scuole, abitazioni civili in cui trovano una morte terribile bambini, anziani donne e uomini senza responsabilità alcuna dei massacri di cittadini Israeliani compiuti da Hamas, un movimento terroristico che si muove in una logica di lotta senza quartiere contro lo Stato di Israele, per la sua completa estinzione.
Solo dopo molti giorni di bombardamenti compiuti alla cieca, Israele si è decisa ad invitare la popolazione a lasciare gran parte del territorio di Gaza, cioè quanto rimaneva delle loro case, della loro vita e ad aprire un canale umanitario per consentire a questo popolo di essere assistito al minimo vitale. La parola pogrom trova qui, di nuovo, la sua tremenda attualità, un contesto di inumana similitudine su cui non possiamo tacere e non esprimere la nostra preoccupazione riguardo al futuro di Gaza e del suo popolo. Infatti, non si tratta solo di scacciare oltre un milione e mezzo di incolpevoli cittadini oltre i nuovi confini indicati da Israele, spingendoli ai confini di un altro Stato, l’Egitto, che non sembra affatto disponibile ad accoglierli, ma di sapere cosa vorrà fare di quel territorio una volta compiuta la missione militare, e quindi capire quale sia il disegno di Israele. E qui il tema della caccia ai capi di Hamas diventa cruciale, poiché i veri comandanti delle milizie risiedono negli stati che finanziano e sorreggono Hamas, verso i quali il mondo: ONU, USA Europa, Russia, Turchia, si sta rivolgendo per una mediazione volta a liberare gli ostaggi, sempre che sopravvivano ai combattimenti che, si presume, si svolgeranno sul terreno di Gaza una volta che l’IDF farà il suo ingresso. La parte più seria della preoccupazione non è se Israele riuscirà a sconfiggere Hamas quanto se l’incendio non si allargherà verso il Libano, con gli Hezbollah già in attivo con il lancio di razzi e l’IRAN, i cui capi proprio in queste ore non hanno mancato di esprimere bellicosi messaggi di guerra.
L’altra, motivata, preoccupazione è generata dal fallimento di Bibi” Netanyahu, un incapace assoluto, che ha portato il suo Paese nella guerra, dopo avere tentato di subordinate l’ordinamento giudiziario all’esecutivo e spaccato il Paese, sottovalutato il ruolo di Hamas e inseguito una politica di insediamenti sul territorio palestinese alimentando così il giusto risentimento di quel popolo. Ma il vero punto critico della situazione è cosa Israele si aspetta da questa guerra una volta che sarà conclusa, quali rapporti intenderà costruire con Gaza e la Cisgiordania, con il popolo palestinese, come pensa reagiranno i Paesi Arabi e i vari Regni con i quali aveva tentato intese chiamate “Abramo”, i quali sicuramente saranno indotti a ripensare e rimandare a tempi meno carichi di tensione gli approcci di distensione, non proprio di pace. Sempre che, nel frattempo, le cose non precipitino e il mondo si trovi con il Medio Oriente scatenato contro l’occidente a fianco dell’alleanza Russia, Cina, India, Brasile Sudafrica, meglio conosciuta come BRICS.
La coalizione di governo che si è formata, sempre sotto la guida di Netanyahu, con la formazione di un gabinetto di guerra, dovrà dare molte risposte e risolvere tanti quesiti in un momento tra i più difficili per Israele. Ne va della sua sopravvivenza. Certamente, spetterà al nuovo governo dare le risposte giuste a problemi complessi, come quello di una convivenza con il popolo Palestinese nel rispetto reciproco delle proprie convinzioni sociali, civili e religiose, ma soprattutto dei confini che dovranno segnare il territorio su cui ciascuno sarà libero di esercitare la propria, autonoma politica, amministrativa e giuridica. Eppure, su questa questione ci sono divisioni verticali e molti dubbi su questa possibile soluzione politica di due Stati due popoli, tanto che importanti Università Americane, Inglesi, Francesi, e in altri Paesi sono diventate centro di manifestazioni studentesche pro Hamas e contro Israele. Anche nel nostro paese si sono avuti scontri, confronti e, specie nei talk show, le posizioni spesso rendono introspettiva la posizione dei contendenti, fino a risultare squilibrata, quando non stupida e incomprensibile.
La ferocia commessa da Hamas il 7 ottobre ha reso molto più difficile invertire questo ciclo mostruoso. Potrebbe volerci una generazione. Richiederà un impegno condiviso per porre fine all’oppressione palestinese in modi che rispettino il valore infinito di ogni vita umana. Richiederà ai palestinesi di opporsi con forza agli attacchi contro i civili ebrei, e agli ebrei di sostenere i palestinesi quando resistono all’oppressione in modi umani – anche se i palestinesi e gli ebrei che adottano tali misure rischieranno di diventare paria tra la loro stessa gente. Richiederà nuove forme di comunità politica, in Israele-Palestina e nel mondo, costruite attorno a una visione democratica abbastanza potente da trascendere le divisioni tribali. Lo sforzo potrebbe fallire. Ha già fallito in passato. L’alternativa è scendere, con le bandiere sventolanti, all’inferno.
Alberto Angeli
Perché il socialismo italiano non è mai stato riformista. di G. Giudice

Quando Bettino Craxi nel 1981 definì il sua corrente come “riformista” , al posto di “autonomista” , Riccardo Lombardi rispose che nel PSI non era mai esistita una corrente riformista. Affermando che lo stesso Filippo Turati definì la sua corrente “Critica Sociale” e non riformista. Ancora più esplicita Anna Kuliscioff nel condannare il termine riformista. Che invece fu fatto proprio da Bissolati e Bonomi (che si ispiravano a Bernstein) espulsi dal partito , perchè sostennero la guerra di Libia. E furono espulsi con il pieno consenso di Turati. Kuliscioff e Matteotti (che fu il più duro). Quindi il termine riformismo è una pura invenzione della pubblicistica. Non erano riformisti socialisti democratici come Jaurès (che espresso una critica forte a Bernstein), non lo erano affatto gli austro-marxisti come Bauer e Adler. Non furono riformisti né Morandi , né Saragat. Quest’ultimo socialista marxista democratico , definì il riformismo ed il massimalismo entrambi come “malattie dell’infanzia del socialismo” e il boscevismo come “malattia della pubertà”. SE è vero che Turati cercò un compromesso con Giolitti per fare approvare alcune leggi a favore dei lavoratori, rifiutò sempre l’appoggio organico dei socialisti ad un governo liberale, nè tantomeno un loro ingresso nel governo. E tuttavia ricevette critiche (con Giolitti non si tratta!) dalla sua amata compagna Anna Kuliscioff, da Giacomo Matteotti e Giuseppe Modigliani. Comunque è nell’austromarxismo che si possono trovare meglio le spiegazione per il rifiuto del termine riformismo. Otto Bauer e Max Adler operano una chiara distinzione tra rivoluzione politica e rivoluzione sociale. La rivoluzione politica è un atto (“la presa della Bastiglia”, la conquista del Palazzo d’Inverno) tipico delle rivoluzioni borghesi. La rivoluzione sociale è un processo volto a trasformare radicalmente la società e costruire una società socialista superando il capitalismo. non va confuso con il “putshismo”.Quindi il socialismo democratico è intrinsecamente rivoluzionario. Il carattere processuale certo implica delle gradualità, ma non è certo riducibile ad una somma di riforme che si accumulano su se stesse. E’ invece segnato da rotture di equilibri di potere, e di costruzione di nuovi equilibri, che sconta anche il tentativo degli interessi offesi di reagire anche in modo violento. Ma a questa violenza si reagisce con l’allargamento degli spazi di democrazia dal basso e consiliare che si integrano dialetticamente con la democrazia rappresentativa. Per Bauer , ad una offensiva violenta della borghesia contro un governo socialista, democraticamente eletto, si possono usare misure di emergenza atte a ridurre all’impotenza queste reazioni. Ma mai a restringere gli spazi di democrazia o addirittura ad annullarli. Anzi l’allargamento della democrazia, degli spazi di autogoverno popolare e dei lavoratori è l’antidoto più forte rispetto alla reazione. Qui si manifesta la enorme distanza dal bolscevismo che pone l’accento sulla necessità di reprimere la classe espropriata con la dittatura del partito unico (avanguardia politica e militare e la soppressione di ogni forma di democrazia e libertà). IN effetti questa è, in fondo, solo una giustificazione ideologica a quella che di fatto è stata la dittatura “sul” proletariato e sull’intera società che è poi la base su cui si è sviluppato lo stalinismo. Famosa la risposta di Rosa Luxembourg a questa tesi: ” compito del proletariato giunto al potere non è affatto quella di abolire ogni democrazia, ma di costruire una democrazia socialista fondata su democrazia e libertà illimitate”. E Bauer ed Adler si pongono il problema non dell’estizione dello stato. Quanto di una profonda e radicale modifica, in senso democratico , dello stato stesso. Dell’esercito, della polizia, della burocrazia. Gilles Martinet, riprenderà , dopo molti anni , tali temi , nel suo fortunato opuscolo “la conquista dei poteri” . In cui conia il termine “riformismo rivoluzionario” che poi Lombardi farà proprio. Il termine riformismo si reimpone , nel secondo dopoguerra, con il manifesto della SPD di Bad Godesberg, con il quale si rinuncia al superamento del capitalismo , a favore del compromesso sociale tra movimento operaio e capitalismo. Ma il PSI, già autonomista , con Nenni e Lombardi rifiuta e critica quel manifesto. Come fanno anche le tendenze più a sinistra delle socialdemocrazie. Poi il termine riformismo oggi ha perso ogni significato reale. Un socialista serio che si è sempre dichiarato riformista, Giorgio Ruffolo, scrisse 20 anni fa, che il termine era diventato inutilizzabile, perché aveva subito un vero e proprio “rovesciamento semantico” . Del resto se si definisce riformista un liberale di destra come Calenda, se si definisce riformista Renzi !!!! se in Europa c’è un gruppo parlamentare (a cui appartengono i nostri fascisti) che si chiama “conservatori e riformisti” vuol dire che il termine va gettato nell’immondizia. E comunque il PSI , per larghissima parte della sua storia , non è stato riformista. Certo viene poi un Martelli qualsiasi che afferma “Bettino non è stato allevo di Nenni – già massimalista- quanto piuttosto di Saragat, un vero liberalsocialista. Ignorando che Saragat non è mai stato liberal-socialista. Ha scritto una delle più penetranti critiche a “socialismo liberale” di Rosselli. Pur restando in ottimi rapporti. Del resto Rosselli oggi non si definirebbe certo riformista.
Giuseppe Giudice
Perché in Italia il movimento pacifista è così debole? di A. Benzoni

Sto parlando dell’Italia. Perchè non so quale sia la situazione in altri paesi europei.
E questo è già un primo segnale della nostra debolezza. I guerra fondai, leggi quelli che vogliono la prosecuzione del conflitto sino alla vittoria, hanno una potenza di fuoco internazionale. Noi non riusciamo ad uscire dai nostri confini.
Ma siamo deboli anche per altre ragioni. Per ragioni esterne. Ma anche per responsabilità nostre.
Siamo deboli , in primo luogo, perchè la nostra tradizionale area di riferimento, la sinistra laica e cattolica o è diventata francamente ostile o si muove con cautela e “sotto traccia”. Abbiamo un Pd primo tra tutti nell’ardore bellicista avendo assorbito, fino a farne una seconda natura, l’atlantismo senza se e senza ma e la cultura esiziale dell’interventismo democratico. Mentre gli appelli del papa perdono la loro forza scendendo verso terra in un mondo cattolico politicamente allo sbando. O comunque lontano dal mondo della politica.
Siamo deboli perchè, almeno qui da noi, si è affermata una cultura della guerra ( magari per bieche ragioni strumentali) che bolla come putiniano o, peggio ancora, nemico interno, chiunque si azzardi a contestare l’opinione ufficiale. E in cui si si cambiano continuamente le carte in tavola, soffermandosi su “chi è l’aggressore e chi è l’aggredito”, materia su cui l’accordo è pressochè generale ; mentre oggi la materia del contendere, divide chi vuol porre termine alla guerra e chi, invece, vuole proseguirla fino alla vittoria.
Ma siamo deboli anche per deficienze nostre. Una, tutto sommato, veniale. L’altra, invece, rovinosa.
Peccato veniale, affidarci alle manifestazioni; precedute, peraltro da fastidiose e inutili discussioni sul contenuto dell’appello. Ai nostri ( più o meno lontani) tempi le manifestazioni e gli appelli funzionavano eccome; ma perchè c’era la predisposizioni a vederli e ad ascoltarli. Oggi, non più; fino a ignorare il fatto che, nello scorso novembre a Roma c’erano diecine di migliaia di persone e, nella contromanifestazione di Milano, qualche centinaia.
Errore, invece, gravissimo, continuare a insistere sulla parola “pace”. Perchè è una parola che, in sè e per sè, non ci distingue dai nostri avversari ( “siamo tutti per la pace”) Perchè la pace coinciderebbe con il riconoscimento dell’attuale stato di fatto e non va bene. E, infine, perchè la pace si dovrà e si potràcominciare a costruire ma solo nel corso del tempo; una volta, consolidata la fine delle ostilità.
E allora il nostro obbiettivo, la nostra parola d’ordine dovrebbe essere non la pace ma la tregua, oggi provvisoria ma, nell’immediato futuro a tempo indeterminato. Quella che vogliono i popoli del mondo. Quella che porrebbe fine alla deriva che ogni segna l’Europa. E alla corsa folle al riarmo. E al lento logoramento della democrazia un pò dappertutto nel mondo. E, possiamo dirlo tranquillamente, alle sofferenze presenti e future del popolo ucraino.
Alberto Benzoni
Chi è e cosa vuole Matteo Renzi. di A. Benzoni

Se avesse voluto far passare il referendum, il Nostro avrebbe dovuto: spacchettare i quesiti; parlare non di costi della politica ma di funzionalità delle istituzioni parlamentari (bastava, per inciso, a questo riguardo, introdurre il meccanismo della sfiducia costruttiva e togliere al senato, come avviene in tutti i paesi di democrazia liberale, la facoltà di votare la fiducia); e, infine, non collegare l’esito del voto alle sue sorti personali (“o tutto o niente”). Se avesse voluto evitare al paese il governo giallo-verde, bastava non porre il veto (e, per giunta, in un talk show…) all’avvio di una trattativa con il M5S. Se avesse voluto marcare, e con chiarezza e davanti al paese, le differenza delle sue posizioni rispetto a quelle del Pd, avrebbe dovuto fare la scissione prima delle politiche e presentare la sua lista; mentre ha fatto eleggere i suoi nelle liste dello stesso Pd, incassare i ministri e poi far nascere Italia viva, avendo cura di lasciare buona parte della sua rappresentanza parlamentare all’interno del vecchio partito. Se avesse voluto modificare la rotta del governo Conte avrebbe potuto farlo benissimo e con buone possibilità di successo, anche a livello di rimpasto; ma ha voluto seguire la via dell’insulto personale, del “ciao” e delle liste di proscrizione. Se avesse voluto migliorare la sua immagine, interna e internazionale, non sarebbe corso a baciare i piedi del principe saudita (e, per la proprietà transitiva, anche del generale egiziano) e proprio all’inizio del mandato di Biden, che ha fatto della difesa dei diritti umani, ovunque calpestati, la sua bandiera e che sta per riaprire il negoziato con l’Iran. Se avesse voluto aprire il dialogo all’interno della coalizione, rivendicando i punti per lui essenziali ma concedendo questo diritto anche agli altri “partners” della coalizione, avrebbe dovuto accettare l’ipotesi di un incontro nella prospettiva di un patto di legislatura e non di un incontro tipo “ok Corral” in cui, però, tutti e due i contendenti hanno le pistole scariche e c’è un terzo che gode. Se avesse voluto evitare le elezioni avrebbe dovuto guardarsi le spalle avendo la ragionevole certezza di avere alle porte una forma di governo tale da evitarle. Se avesse voluto coinvolgere il “popolo bue” a sostegno del suo progetto o dei suoi comportamenti, avrebbe dovuto chiarirli; ciò che si è ben guardato dal fare. E ancora e ancora.
Tornano, a questo punto, d’attualità i due quesiti posti all’inizio. E non nel senso di una domanda retorica che ha già in sé la sua risposta; ma di un problema che deve essere risolto per capire la “ratio” della sua furia rottamatoria o, più esattamente, della minaccia rappresentata dal senatore di Scandicci.
Che Matteo abbia un ego smisurato è assodato; come pure il fatto che questo ego è quello di un bullo toscano che lo manifesta non solo distruggendo i suoi avversari del momento ma anche sputandoci sopra. Durante e dopo l’operazione.
Che Renzi sia un rottamatore nato è evidente; come è altrettanto evidente il fatto che eserciti i suoi talenti distruttivi a danno del partito, delle idee, e delle istituzioni del partito e dell’area in cui si colloca.
Follia? Forse; ma nella sua follia c’è sicuramente un metodo.
E il suo metodo è quello del killer per conto terzi. E questi terzi non sono persone o gruppi in carne e ossa che lo convocano, gli indicano l’obbiettivo e poi lo fanno sparire dalla scena mandandolo in qualche paradiso fiscale a raccogliere il compenso.
E però è un sicario a cui piace stare sulla scena. Mostrando la testa mozza delle sue vittime o facendo la danza della pioggia davanti al loro cadavere a uso e consumo dei suoi aficionados; rappresentati dal senso comune un po’ rancido della seconda repubblica e dei suoi padroni del vapore.
Non si accorge, poverino, che, anche grazie a lui, la politica e la democrazia stanno affondando, con esse, quel Pd che non ha mai avuto né il coraggio per fermarlo. E, con esse, anche lui, abbandonato da tutti.
Non so se riusciremo a salvare qualcosa nella débacle che si annuncia. Sappiamo soltanto che il Nostro non troverà una scialuppa su cui salire.. Sarà, anche se piccolissima, una soddisfazione.
Post scriptum
Se Renzi avesse voluto liquidare politicamente Conte e spaccare i 5S non avrebbe dovuto fare cadere il suo governo Perchè così facendo, ha ottenuto il risultato esattamente opposto.
Se Renzi pensava di essere il protagonista dell’operazione Draghi o comunque di trarne un qualche vantaggio non ha capito nulla nè di Draghi nè della natura dell’operazione. Con il risultato di avere un quadro politico esattamente opposto a quello che aveva in mente.
Morale della favola: il crimine talvolta paga, la stupidità mai.
Alberto Benzoni
Draghi riuscirà a salvare l’Italia dal caos politico? di V. F. Russo

Secondo alcuni commentatori, i politici italiani che hanno fatto fallire l’incarico esplorativo del Presidente della Camera dei Deputati Roberto Fico che ha dovuto riportare al Presidente della Repubblica la constatazione dell’impossibilità di ricostituire una maggioranza allargata al governo giallo-rosa di Conte, hanno commesso il suicidio della politica italiana. A fronte del quale il Presidente Mattarella ha dovuto fare ricorso ad un incarico a Mario Draghi tecnico di alto profilo come indubbiamente dimostra anche il suo recente mandato di Presidente della Banca Centrale europea. Ieri ho fatto a caldo un commento su tale nomina su Facebook e l’amico Lino Rizzi ha commentato a sua volta il degrado della politica italiana dove gli elettori innanzitutto non mostrano una grande propensione alla partecipazione, non sanno scegliere bene i candidati né tanto meno i programmi che questi ultimi propongono. In sintesi gli elettori per lo più non sanno per cosa e per chi votano. E’ un problema che riguarda anche altri Paesi non solo l’Italia. Chi volesse approfondire meglio questi problemi potrebbe trovare utili le mie recensioni del libo di Mounk post del 10 agosto 2018 e quella del libro di Brennan del 21 settembre 2018 sempre su questo blog.
In Italia, non ci sono più i partiti di una volta che avevano il compito di elaborare i programmi e selezionare attentamente i rappresentanti che dovevano fare eleggere nei Comuni, nelle Province, nelle Regioni, nel Parlamento. I partiti storici sono stati sostituiti con oligarchie centralistiche dominate da sedicenti leader per lo più senza alcuna visione del futuro. In nome della stabilità che non sempre è associata alla governabilità che è la capacità di affrontare e risolvere nell’interesse generale i problemi del Paese. In nome della stabilità si manipolano i sistemi elettorali in modo da assicurarla – Mounk parla di “dittatura elettorale”. L’esempio preclaro di questo approccio è stata la legge per l’elezione diretta dei sindaci del 1993 poi estesa ai Presidenti delle Province e delle Regioni.
Da allora, spesso e volentieri, da destra e da sinistra da politici e da esperti sono state avanzate proposte di estendere tale legge alla elezione diretta del Presidente del Consiglio dei ministri con l’idea di introdurre in Italia forme di Presidenzialismo, semi-presidenzialismo alla francese e comunque strumenti di rafforzamento del ruolo del governo rispetto al Parlamento. Proprio ieri 2 febbraio, il Sole 24 Ore ha pubblicato i risultati di un sondaggio commentato da Roberto D’Alimonte noto esperto di sistemi elettorali. Quello per la elezione diretta del sindaco piace al 73% degli intervistati e il nostro esperto spiega il perché con una “risposta – a suo dire – semplicissima: in un tempo senza ideologie e con i partiti morti o moribondi gli elettori tendono a fidarsi solo dei leader. Li vogliono scegliere direttamente”. Illusi gli italiani! ma dove li trovano questi leader affidabili? Magari ciò è probabile nei piccoli Comuni dove tutti si conoscono ma quando passi ai livelli di governo intermedi e superiori come fanno a capire le capacità amministrative e le qualità politiche dei rappresentanti e, soprattutto, quando i sistemi elettorali consentono alle oligarchie centralistiche di presentare liste bloccate di candidati sconosciuti alla maggior parte degli elettori? Ma più in generale non vedo dove gli elettori ingenui possano trovare leader affidabili nella quantità necessaria se a giudizio di analisti, politologi, economisti e giuristi la classe politica italiana è prevalentemente di scarsa qualità se non proprio di bassa lega.
Negli anni scorsi ho trovato il tempo per partecipare a tre manifestazioni al Campidoglio per protestare contro il degrado della Capitale. Al netto dei turisti presenti sulla piazza ci siamo ritrovati in 50-70 persone. Anche questa è la prova che i cittadini romani non hanno una grande voglia di partecipare. In forza di quella legge il Sindaco nomina come assessori amici o presunti esperti di suo gradimento e persone che non hanno avuto rapporti diretti o indiretti con gli elettori. E che dire dei Municipi (prima circoscrizioni) che non hanno alcuno strumento per incidere sulla gestione della città? Il Consiglio comunale non conta niente perché se non approva le decisioni del Sindaco può essere sciolto e trattandosi anche qui di nominati non hanno nessun interesse a farsi mandare a casa. Le riunioni del consiglio comunale di Roma non vengono trasmesse da nessuno né da Radio Radicale né da altre stazioni locali.
Ed è il Comune la sede di partecipazione più vicina al cittadino. Figuriamoci al livello nazionale dove il Governo ha espropriato il Parlamento del potere legislativo e sulle leggi di bilancio, su altri importanti provvedimenti di politica economica ricorre al maxiemendamento e al voto di fiducia non consentendo ai parlamentari di approfondire il dibattito e, peggio ancora, in alcuni casi, costringendoli a votare senza avere avuto il tempo di conoscere e studiare particolari importanti delle leggi in esame. Non di rado emendamenti dell’opposizione e della stessa maggioranza vengono respinti per blocchi omogenei o presunti tali e perché ciò avviene? Perché c’è un eccesso di produzione legislativa perché non essendoci fiducia e leale collaborazione neanche tra i poteri dello Stato tutti vogliono leggi che disciplinino ogni caso previsto e prevedibile.
In Italia nella Carta costituzionale c’è il criticato bicameralismo perfetto. In fatto, viene praticato anche il monocameralismo imperfetto perché, in non pochi casi, a norma dei regolamenti parlamentari, una legge già approvata dalla Camera dei deputati non può essere modificata dal Senato e viceversa. Il governo Conte2 non senza fondamento è stato accusato di avere abusato lo strumento amministrativo del decreto del presidente del Consiglio dei ministri mettendo il Parlamento davanti al fatto compiuto. Vedi sul punto le circostanziate critiche del prof. Cassese in sedi diverse. Se questo è il modo di funzionare del nostro sistema politico, a tutti i livelli di base e di vertice, è chiaro che cala la voglia di partecipare e cresce nella gente comune il desiderio di affidarsi all’uomo della Provvidenza, ai leader populisti che le promette di risolvere tutto e in fretta.
Tornando a Draghi, abituato a discutere e decidere in ambienti riservati e/o a comunicare le decisioni in audizioni parlamentari a carattere meramente informativo, lo stato penoso del nostro Parlamento dove non di rado il dibattito è polarizzato, potrebbe aiutarlo ma, in democrazia, molti atti del governo sono leggi formali che, in un modo o nell’altro, devono essere approvati dal Parlamento e lì alcuni nodi potrebbero arrivare al pettine.
La vignetta di Giannelli sul Corriere della sera di oggi rende l’idea: Draghi, seduto davanti a Mattarella che gli affida l’incarico, dice: si ricordi Presidente: sono Draghi, non Mandrake! E infatti ha accettato con riserva secondo prassi.
Vincenzo F. Russo
tratto dal Blog personale dell’autore Draghi riuscirà a salvare l’Italia dal caos politico? – Enzo Russo Blog
“A ciascuno secondo il sue capacità a ciascuno secondo i suoi bisogni”. di A. Angeli
Il 21 gennaio del 1921, alla fine dei lavori del XVII Congresso del PSI, che si svolsero presso il Teatro Carlo Goldoni di Livorno, la frazione Comunista abbandonò i lavori e costituì il Partito Comunista d’Italia. Il 21 gennaio 2021 saranno quindi trascorsi 100 anni da quella data storica, che sicuramente ha influenzato i fenomeni storici che nel tempo si sono susseguiti e che hanno determinato le vicende politiche e sociali del nostro paese: la nascita e la dittatura del fascismo e la seconda guerra mondiale nazifascista. Ma anche altri fatti non meno sorprendenti sono accaduti in questo lungo secolo. La svolta della Bolognina del 3 febbraio 1991, che determina la fine del PCI e la nascita del PDS; il 13 novembre 1994 lo scioglimento definitivo del PSI; poi la costituente socialista promossa da Boselli nel 2007 a Fiuggi, che raccolse quanto rimane del vecchio PSI, che nel congresso del luglio 2008 eleggerà Riccardo Nencini Segretario e adotterà il nome di Partito Socialista Italiano, oggi guidato da un nuovo segretario, Vincenzo Maraio. Oggi, chi si accingesse a compiere un’analisi della presenza della sinistra nel nostro paese non potrebbe parlarne in termini di evoluzione ma, caso mai, d’involuzione o regressione, causata soprattutto dal difficile superamento del paradigma identitario, un fenomeno ancora irrisolto, anche perché nel tempo è intervenuta una revisione sostanziale della forma partito e del modello organizzativo, a causa dell’abbandono della forma ideologica e teorica, per strutturarsi nel modello ideale di rappresentanza democratica e riformista.
E’ quanto si coglie guardando alla vita reale della politica e alla reazione dell’opinione pubblica, poichè dalla deideologizzazione dei processi politici l’attenzione del nuovo modello di partito è rivolta a favorire una visione idealizzante di un nuovo rapporto con l’elettorato il quale, a sua volta, avverte questo cambio di paradigma e reagisce adeguando il suo orientamento e interesse politico. Difatti, alla domanda se il socialismo ha ancora una prospettiva molte associazioni e movimenti cercano di dare una risposta ricorrendo alla storia, alla tradizione e alla cultura del movimento socialista, che ha segnato tanta parte della vita politica del nostro paese. In grande parte delle risposte si cerca di motivare l’impegno per la ripresa o rinascita del socialismo confrontando il livello di inadeguatezza dell’intellighenzia del presente, che ne ha assunto il ruolo di rappresentanza e, impropriamente, ha metamorfizzato le radici originarie della sua cultura scientifica e storia politica. Infatti, accantonata la fase del socialismo scientifico, ( secondo la lettura di Marx della storia vista nell’ottica della lotta di classe ) oggi la ricerca della nuova identità socialista immagina la possibilità di rinnovare l’essenza del socialismo ricorrendo a nominalismi che diano il senso di un movimento attrezzato culturalmente e organizzativamente e pronto a confrontarsi con la globalizzazione economico-finanziaria del XXI secolo: così al socialismo è aggiunto riformista, oppure socialismo liberale o, ancora, socialismo del XXI secolo, una traslitterazione di termini operata con lo scopo di costruire una nuova identità al socialismo nella speranza di intercettare interesse e consenso politico.
“Tenebra dell’immediato” richiamando una frase di Ernst Bloch, è la dimensione dentro cui si muove questa ricerca di una identità socialista, che segni comunque una discontinuità con il passato, per cui al centro di questa ricerca non è più la classe lavoratrice, la lotta di classe e la contrapposizione alla èlite, alla borghesia, ma l’individuo, superando cosi intemeratamente le divisioni di censo e di collocazione sociale. Sono visioni e temi, quelli riguardanti il merito, o l’idea di dare a ciascuno secondo le sue capacità e non secondo i suoi bisogni, sperimentate dal socialismo del XX secolo, al pari dei tentativi di rielaborare teoricamente una visione del socialismo da contrapporre all’analisi Marxista del socialismo scientifico, ricorrendo alle tesi di Proudhon: teorie e strade che si sono dimostrate vie di fuga fallite. Sono esperimenti mentali, quelli di associare il socialismo al liberalismo, che la storia si è già incaricata di dimostrarne l’illogicità politica e sociale; peraltro ipotesi di pensiero già affrontate al pari della democratizzazione del processo politico-economico della società. Ciò che invece queste tesi mettono in campo è l’idea del funzionalismo, inteso come indirizzo metodologico secondo cui tutto è intercorrelato e chiamato a svolgere la propria funzione ai fini dell’obiettivo secondo cui non ci sono classi ma solo diversità, idea che induce a ritenere inesprimibile sociologicamente il principio dell’esistenza di diseguaglianze sociale e di classe.
Se il socialismo oggi non raccoglie consenso nonostante la presenza di un partito organizzato e l’attività di molte organizzazioni, cui adesso si affianca la ripresa del suo storico giornale l’Avanti, dovrebbe costituire materia di studio e approfondimento, magari anche mediante una ricerca tra i giovani per comprendere perché il socialismo non riesce a penetrare e conquistare interesse, invece di limitare le analisi a comparazioni di voto, a studi statistici o valutazioni semplicistiche. Se dopo un secolo di storia il socialismo è ai minimi termini e vive nella speranza di raccogliere percentuali minime, quasi da prefisso telefonico la ricerca dei suoi limiti deve avvenire nell’ambito della società, nel mondo che intende rappresentare e al quale chiedere consenso e forza, e certo non puoi rivolgere la stessa attenzione al mondo del lavoro e al capitale finanziario, al dipendente e allo speculatore, ma chiedere a ciascuno secondo il sue capacità a ciascuno secondo i suoi bisogni, come segnavia per realizzare un socialismo rispondente ai bisogni della società.
Alberto Angeli
Il negazionismo e l’angoscia del nulla. di A. Angeli.
Non credo sia possibile stabilire una data storica alla quale riferire la data di nascita del negazionismo. Forse dal racconto biblico in cui Noè, chiamato a costruire l’Arca sulla quale trasferire tutti gli animali della terra con la sua famiglia, nella previsione del diluvio universale, venne irriso e calunniato dai suoi concittadini che negavano la possibilità di essere stato avvertito da Yahwè. O, scorrendo la bibbia, fermando l’attenzione sulla parte dedicata a Pietro, ricordare la sua negazione: “Nel frattempo, mentre Pietro sedeva nel cortile, una serva gli si avvicinò e gli disse: «Tu eri con Gesù, perché venite tutti e due dalla Galilea!» Ma Pietro lo negò a gran voce, dicendo: «Non so nemmeno di che cosa stai parlando!» Più tardi, fuori dal cancello, una altra serva lo notò e disse a quelli che stavano lì intorno: «Questʼuomo era con Gesù di Nazaret!»Di nuovo Pietro lo negò, stavolta con un giuramento: «Non lo conosco nemmeno quellʼuomo!» disse. Ma, poco dopo, alcune persone gli si avvicinarono e gli dissero: «Sappiamo che sei uno dei suoi discepoli, si capisce dal tuo accento che sei della Galilea!» Pietro cominciò a maledire e a spergiurare. «Non lo conosco nemmeno quellʼuomo là!» diceva.
Improvvisamente il gallo cantò. 75 Allora Pietro si ricordò di ciò che Gesù gli aveva detto: «Prima che il gallo canti, tu mi rinnegherai tre volte». E si allontanò piangendo amaramente”. Ma è il negazionismo dell’Olocausto, della shoah, quello che più ha segnato e segna la storia, che nel tempo si è trasformata in una corrente di pensiero antistorica e antiscientifica il cui principale assunto è la negazione della veridicità dell’Olocausto, ossia del genocidio degli ebrei da parte della Germania nazista.
Oggi, alla schiera dei negazionisti si sono affiancati gli anti-complottisti compulsivi, i revisionisti o storicisti, gli anti cospirazionisti, i no vas, i no covid, i no mask, insomma una falange di paranoici che si oppongono a tutto, anche alla scienza, ritenuta al servizio del potere politico e economico. Le aziende farmaceutiche producono e diffondono il virus, poi speculano sui prodotti sanitari, sulle medicine per le cure, i vaccini. La politica o i politici impongono provvedimenti illiberali, coercitivi, con lo scopo di esercitare un dominio sulla società, il controllo assoluto su ogni aspetto della vita civile, comunitaria. Tutto per coprire “il complotto demo-pluto-giudaico-massonico, è la leggenda dei negazionisti, una sindrome incurabile ma decisamente preoccupante poiché mette sempre come previsione un complesso di fatti persecutori e, ci spiega Umberto Eco, l’integrità del popolo”. E’ dall’analisi del loro linguaggio che si coglie il vuoto di una logica capace di rendere proprietà formali alle cose del mondo. Ecco, appunto, il linguaggio: “Su ciò, di cui non si può parlare, si deve tacere”, così conclude le 7 proposizioni del Tractatus Wittgenstein, una lettura che aiuta a comprendere il linguaggio e a distinguere quelle proposizioni che non sono false ma assolutamente insensate e alla loro insensatezza non possiamo rispondere mettendole in dubbio o negarle, perché si può dubitare e sottoporre a confutazione solo ciò che è esprimibile in termini di verità o falsità. Allora, al negazionista, rimane solo l’ambito dell’angoscia che, come scrive Heidegger, si presenta come un’esperienza del niente, preda della paura, “ che è paura di nulla” chiarisce, poiché il suo oggetto rimane indeterminato.
L’indeterminatezza, è il terreno in cui i negazionisti convogliano le paure, il vuoto del pensiero che ha rinunciato a pensare; insomma il Regno della solitudine in cui si ritrova il negazionista una volta dismessi i simboli nei quali si è avvolto, nascosto durante la prova della sua esistenza consumata nel teatro delle insensatezze. Qui non ci sono messaggi da lanciare, come salvagente lanciato per recuperare senso e significato di idee e modelli culturali, poiché il mare in cui si dovrebbe esercitare il soccorso è il nulla, ovvero il centro della paura. E il superamento della paura è un lavoro che spetta agli psicologi, non alla cultura e al confronto politico.
Alberto Angeli
Alcuni appunti sull’Enciclica “Fratelli tutti” di Papa Bergoglio. di G. Giudice.

Innanzi tutto, una precisazione. Quando si parla di Enciclica si parla di un documento Magisteriale della Chiesa, e non di un documento politico. Però sono d’accordo con lo storico di sinistra Gianpasquale Santomassimo, che questa Enciclica è certo la più radicale scritta da un Papa. Anche se l’impostazione di fondo è quella di rivendicare un universalismo cristiano (“fratelli tutti” è una frase presa da S.Francesco). Ma un universalismo non come corollario di un “eurocentrismo” (come era evidente in Papa Ratzinger) omologante. Tutt’altro. E’ un universalismo che invita a mantenere in vita , soprattutto nel paesi una volta chiamati del III Mondo, la propria identità culturale , a non smarrirla , rispetto alla logica totalizzante del globalismo liberista. E quindi abbiamo una chiara e netta posizione contro il modello neoliberale, con le ingiustizie, le disuguaglianze , lo sfruttamento , fino al ritorno di vere e proprie schiavitù. Che calpesta i diritti dei lavoratori, che mette il profitto al primo posto e disattende il bene comune. Che crea forti disuguaglianze di genere. Che si fonda su un individualismo consumista esasperato. Sono costretto a fare una sintesi, per ragioni di spazio. Il Papa contesta , allo stesso modo il neoliberalismo e le regressioni nazionalistiche (si rivolge evidentemente alla destra radicale. Ora è evidente che questa enciclica è in realtà molto lontana non solo di quella di Leone XIII ed a quella fortemente corporativa di di Pio XI, ma anche da quelle di Woytila e Ratzinger. In realtà Papa Bergoglio dice delle cose che pochissimi della sinistra e socialismo europeo osano (tranne Corbyn) …per non parlare del PD!!!! Qualcuno ha addirittura promosso Bergoglio come capo della sinistra… evidentemente la cosa non ha senso (anche se riflette i malumori e il disorientamento di molta gente di sinistra) …ma alcune suo riflessioni sono certo compatibili con il socialismo. Ma ripeto resta un documento magisteriale. Che poi è giusto contestare il carattere monarchico e non sinodale della Chiesa Cattolica è un altro discorso. Del resto lo stesso Bergoglio ha ammesso (come riferiscono alcune fonti) che per “riformare la Chiesa (come struttura gerarchica e finanziaria è come usare lo spazzolino per pulire le Piramidi d’Egitto”. Del resto , come ha rilevato il cardinale tedesco Kasper , fine teologo e molto vicino a Bergoglio, c’è un complotto di settori importanti della Gerarchia per costringerlo a dimettersi. Ma da buon gesuita Bergoglio non demorde. C’è poi un fondamentalismo laicista (cosa molto diversa dalla laicità di Norberto Bobbio), che fa presa sui “ceti medi riflessivi) ed è un fenomeno tutto borghese. Del resto non dimentico che Riccardo Lombardi aveva un grande interesse verso la sinistra sociale cattolica (vedi Acpol) , la “scelta socialista delle ACLI” e fine dell’unità politica dei cattolici . Del resto molti esponenti delle Acli e della sinistra Cisl entrarono nel PSI nella corrente di sinistra di Lombardi.
Giuseppe Giudice
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