Il metano sta bruciando il pianeta. di A. Angeli

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Il 12 dicembre 2015 si chiuse la Conferenza di Parigi, ( La XXI Conferenza delle Parti dell’UNFCCC, COP 21 o CMP 11) aperta il 30 novembre, con un accordo globale sulla riduzione dei cambiamenti climatici, il cui testo ottenne il consenso dei rappresentanti delle 195 parti partecipanti. L’accordo diventò  giuridicamente vincolante dopo la ratifica avvenuta a New York tra il 22 aprile 2016 al 21 aprile 2017, per essere  adottato dalle parti partecipanti all’interno dei propri sistemi giuridici (attraverso la ratifica, accettazione, approvazione o adesione), Nel novembre 2019 Donald Trump deliberò ufficialmente la procedura di uscita dagli accordi di Parigi. A Gasglow è in corso un durissimo confronto sul documento finale mentre fuori, per le strade e le piazze, i giovani di Fridays For future e di tanti altri movimenti manifestano la propria rabbia ricordando che il tempo per salvare il pianeta è già scaduto. I giovani, appunto. Sono loro la parte della verità e lo ha ricordato anche Obama, l’ex Presidente degli Stati Uniti, nel lungo intervento alla conferenza sul clima. E’ stato un fiume in piena: ha attaccato Trump e le sue politiche negazioniste sull’ambiente, bacchettato le grandi assenti Russia e Cina, ironizzato sul catering e ha citato Shakespeare., ma è scivolato su una caratteristica dei grandi, quando ha detto: “ che ora il mondo è pieno di Grete, volendo forse annullare il simbolo di questa lotta in cui sono impegnati migliaia di giovani, l’energia più importante di questa durissima lotta dal  cui successo dipende il loro futuro.

 Doppiamo allora chiederci se gli anni di devastanti siccità, inondazioni, ondate di calore e incendi dall’adozione dell’accordo sul clima di Parigi, non ci hanno insegnato qualcosa, ammettendo, ecco il limite di Obama, che abbiamo sottovalutato il ritmo del cambiamento climatico estremo e destabilizzante. Il mondo si è riscaldato di circa 1,1 gradi Celsius rispetto ai livelli preindustriali, in gran parte dal 1950 , e il ritmo continua. Ecco perché era così importante che più di 100 paesi si unissero  in una coalizione guidata dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea nel corso della COP26 per ridurre le emissioni globali del potente gas serra metano di almeno il 30% entro il 2030 .

Ma i delegati che si sono incontrati alla conferenza mondiale sul clima a Glasgow hanno dimostrato di pensare ad altro anziché alla sicurezza del pianeta, mentre avrebbero dovuto agire con più responsabilità, lucidità, immediatezza , fin dal giorno dopo la conclusione della Conferenza  per limitare l’aumento della temperatura a breve termine. Intanto, più nazioni avrebbero dovuto aderire al patto riguardante l’impiego del metano per ridurre drasticamente le emissioni di CO2 nell’atmosfera,  tra cui Cina, Russia e India, i primi tre grandi emettitori di metano al mondo, e l’Iran, il nono più grande. Gli Stati Uniti, che la scorsa settimana hanno presentato il proprio piano di riduzione delle emissioni  di metano, sono quarti, seguiti dal Brasile, che ha firmato l’accordo. Questo, ovviamente, riassume la  difficile sfida del cambiamento climatico: d’altro canto nessuno può sentirsi in salvo, questo perchè i confini non possono proteggere dall’impatto planetario dovuto al riscaldamento, quindi ogni paese deve unirsi alla lotta, specialmente i grandi inquinatori.

Per chi ha aderito al patto del metano, il loro impegno deve essere  misurato fin da subito e con costanza dandone concreta prova mediante azioni  all’altezza della gravità climatica, non con discorsi, se effettivamente da parte di questi Pesi si vuole  rallentare il riscaldamento prima che le conseguenze diventino catastrofiche. Questo fa parte di una strategia di mitigazione essenziale, insieme alla rapida eliminazione del carbone e dare priorità alla protezione delle foreste e procedere alla piantumazione dei 1000 miliardi di alberi per rallentare il cambiamento climatico.

L’altro elemento di tale strategia è la riduzione delle emissioni dei più perniciosi inquinanti climatici, quelli che, insieme al metano, sovraccaricano il riscaldamento a breve termine. A parte la geoingegneria del clima, questo è il modo più veloce per rallentare il riscaldamento globale.

Questi superinquinanti, come sono chiamiati, hanno il potenziale per capovolgere i sistemi naturali critici, accelerando lo scioglimento del ghiaccio marino artico riflettente e delle calotte glaciali in Antartide e Groenlandia e lo scioglimento del permafrost nelle regioni boreali del mondo. Quel disgelo sarà disastroso per il clima se finirà per liberare le grandi quantità di metano e altri gas serra all’interno del suolo ghiacciato.

Sappiamo, leggendo i risultato scientifici  delle misurazioni dell’aria intrappolata nel ghiaccio antartico, che la quantità di metano nell’aria ha raggiunto il livello più alto in almeno 800.000 anni. E poiché le emissioni di metano possono essere più di 80 volte più potenti nel riscaldare il pianeta in 20 anni rispetto all’anidride carbonica, i tagli al metano hanno un ruolo speciale nel limitare l’aumento della temperatura a breve termine. Particolarmente potenti sono anche altri due inquinanti climatici di breve durata: gli idrofluorocarburi, utilizzati principalmente nella refrigerazione e nel condizionamento dell’aria, e la fuliggine di carbonio nero, causata dalla combustione incompleta di combustibili fossili, legno e rifiuti organici, come gli scarti dei giardini e delle aziende agricole. Riduzioni di questi inquinanti sono possibili con la tecnologia esistente e potrebbero limitare ulteriormente l’aumento della temperatura nei prossimi due decenni , evitando un riscaldamento tre volte superiore entro il 2050 rispetto alle strategie mirate al solo biossido di carbonio.

Nel 2016, con l’accodo di Parigi, 197 paesi hanno deciso di ridurre l’uso di idrofluorocarburi di oltre l’80% nei prossimi 30 anni, con la possibilità di evitare quasi mezzo grado Celsius di riscaldamento entro la fine del secolo. Questi paesi devono accelerare tale programma e fornire ulteriore sostegno finanziario per aiutare alcuni paesi a basso reddito a conformarsi.

Dalle ricerche condotte in alcuni Paesi  in cui sono state adottate norme sull’aria pulita, è risultato che le stesse  servite a ridurre  le emissioni di carbonio da fuliggine nera del 90% dagli anni ’60. Questo può essere replicato altrove. In particolare, il mondo deve concentrarsi sulle emissioni di carbonio nero dalla produzione di petrolio e gas nell’Artico. Queste particelle oscurano la neve e il ghiaccio, riducendo il riflesso della radiazione solare in una regione che si sta riscaldando a un ritmo tre volte superiore a quello globale, con il potenziale di influenzare i modelli meteorologici globali. La riduzione di queste emissioni dovrebbe essere una priorità globale. In breve, abbiamo bisogno di una strategia globale combinata di tagli profondi alle emissioni di anidride carbonica riducendo le emissioni di metano e di altri superinquinanti. Altrimenti, sarà difficile raggiungere l’obiettivo di limitare gli aumenti di temperatura a breve termine e il potenziale di riscaldamento incontrollato. Questo dovrebbe essere uno sforzo a tutto campo da parte di tutti i paesi a sostegno della giusta lotta dei giovani ai quali è obbligatorio dare loro una speranza per il futuro.

Alberto Angeli

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