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Draghi premier, chi ha vinto? di S. Valentini

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La crisi di governo aperta da Renzi non poteva che avere come inevitabile esito quello di uno spostamento verso un assetto ancora più moderato del quadro politico, con buona pace di Leu che immaginava un patto di legislatura con il Pd, 5 Stelle, con l’aggiunta dei “costruttori”, per intraprendere politiche in grado di affrontare la drammatica emergenza della pandemia in un contesto però di ripresa economica del Paese su basi più eque.

Il patto di fine legislatura tra le tre forze politiche esce a pezzi con l’avvento di Mario Draghi. Lo scopo fondamentale della apertura della crisi era quello di determinare chi avrebbe gestito il Recovery Fund, i 209 miliardi della UE. In altre parole, per quali politiche saranno spesi e soprattutto chi saranno i principali beneficiari di questo enorme fiume di denaro. Questa ripartizione della torta deve essere definita entro aprile e si intreccia con la scadenza del semestre bianco che inizia ad agosto. Dopo si entra nella fase della elezione del Presidente della Repubblica, che dovrà essere del perimetro della nuova maggioranza di Draghi, e dell’iter per l’approvazione di una legge elettorale semi proporzionale. Due atti politici fondamentali per destrutturare il blocco delle destre. I fautori del maggioritario, del bipolarismo e dell’alternanza arricceranno – virtuosi liberali – il naso, ma questa è la strada che imboccherà il nuovo governo e la maggioranza che lo sostiene. La necessità diviene virtù in politica!

Allora vista da questa ottica la crisi è tutt’altro che incomprensibile. Del resto numerosi erano stati i segnali che si andava in questa direzione. Il più importante è stato l’imponente riassetto proprietario dei maggiori media oggi sotto il ferreo controllo dei grandi gruppi monopolistici e delle oligarchie finanziarie. Mi pare allora evidente che la crisi non è solo il risultato dell’egocentrismo di Renzi. Le scelte politiche non si spiegano con una psicologia da accatto. La posta in gioco è molto grande: la collocazione internazionale dell’Italia e il suo futuro post-pandemia. Questione resa ancora più preminente e urgente dal fatto che il Presidente del Consiglio italiano è chiamato a presidiare per il 2021 il vertici del G.20.

La sconfitta di Trump ha aperto in Occidente una fase politica nuova. La destra nazionalista e populista aveva già subito in Europa una pesante sconfitta con la nascita della “maggioranza Ursula” (quella che nel 2019 ha permesso la conferma della presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen). Questo dato politico va assolutamente evidenziato. E in Italia, dopo il governo giallo-verde del primo Conte vi è stato un riallineamento con Francia e Germania con il Conte bis sostenuto dal Pd. Le oligarchie finanziarie, di qua e al di là dell’Atlantico, non vogliono populisti e nazionalisti al governo. La stagione in cui una parte del capitale finanziario ha fatto loro l’occhiolino, per usarli al fine di dare una base di consenso a feroci politiche neoliberiste, con la elezione di Biden, si è sostanzialmente conclusa. Ci saranno indubbiamente dei forti colpi di coda, ma le forze nazionaliste e populiste sono per ora in fase discendente. Lo ha capito molto bene Giorgetti che chiede di ricollocare la Lega su una posizione moderata e filo atlantica. Ora l’Occidente, nel bel mezzo di una drammatica crisi sanitaria, economica e sociale, ritrova i suoi cosiddetti valori comuni. Ma l’economia cinese va come un treno e quindi vi è bisogno di condurre politiche nuove per competere con il colosso asiatico e i suoi alleati, in primo luogo la Russia. Ovviamente, questa nuova situazione, non favorevole all’Occidente, non risolve i problemi. Le cancellerie europee e quella statunitense sono consapevoli che non è possibile tornare agli equilibri mondiali emersi dopo l’89. Gli ultimi vent’anni hanno segnato un rovesciamento dei rapporti di forza che si sono determinati dopo il crollo dell’Urss. Il mondo è profondamente cambiato: siamo in un mondo multipolare caratterizzato dal declino statunitense come grande potenza economica. Anche l’UE, (Germania e Francia in testa) vuole dire la sua e ricercare il suo spazio per competere su scala globale con gli altri fondamentali poli dell’economia mondiale. Nazionalisti e populisti escono battuti, sconfitti, ma non per questo l’Occidente ha ritrovato la sua unità di fondo. Può sbandierare i comuni valori, ma le divisioni tra Usa e UE restano tutte e si aggravano, sono evidenti, a iniziare dai rapporti economici e commerciali da stabilire con la Cina e la Russia. La “guerra dei vaccini” si ascrive tragicamente in questo scontro politico, economico e finanziario, prima ancora di essere una emergenza sanitaria.

L’Italia non ha la storia della Francia e neppure è la Germania, locomotiva dell’economia europea. In Italia il partito trasversale atlantico e filo-americano è sempre stato molto forte e nel passato si è scontrato duramente non solo con la sinistra ma anche con le forze che puntavano decisamente all’integrazione economica europea. Il partito filo-americano, oggi rappresentato soprattutto da Renzi e forse da Giorgetti, ma anche da una parte del Pd, (si guardi la fanfara mediatica messa in piedi da Zingaretti sulla vittoria elettorale di Biden e sul mito della democrazia americana, o alle rozze campagne antirusse e anticinesi), si è però indebolito nell’ultimo periodo. Il Pd non ha una posizione strategica sulla grandi questioni geopolitiche, è appiattito sulle decisioni della Casa Bianca, condividendo molte delle scelte compiute in politica estera prima da Obama e poi da Trump, non distinguendosi da quelle più scellerate che quest’ultimo ha fatto. Il partito filo-americano si è indebolito poi anche per la massiccia presenza politica e istituzionale del Movimento 5 Stelle che ha determinato un forte appannamento dell’atlantismo italiano. Da questa situazione scaturisce la manovra degli atlantisti più intransigenti che tentano un riequilibrio che riavvicini l’Italia a Biden, il nuovo inquilino della Casa Bianca. Ma i 209 e rotti miliardi di euro e l’enorme debito pubblico accumulato in questi mesi sono garantiti non dagli Usa ma dalla Germania. Troppo spesso si dimentica questo aspetto essenziale. Ecco perché il confronto tra chi vuole una UE atlantista e tra chi invece vuole dare forza e velocità al progetto di vera integrazione è molto forte in seno al blocco politico, finanziario ed economico dominante in Europa.

Gli Usa hanno però i loro drammatici e straordinari problemi da affrontare. Biden è preoccupato dalla instabilità della situazione interna dovuta alla radicalità dello scontro politico in atto nel paese, che è spaccato in due come una mela, deve fare i conti con l’emergenza pandemica e con una crisi economica e sociale, ma anche di valori fondativi del paese, che forse non ha precedenti nella storia americana. Tale situazione lascia pochi margini e possibilità di iniziativa a sostegno degli “amici” europei. Tra l’altro la soluzione non può essere quella di stampare dollari all’infinito per fronteggiare la crisi economica. È una operazione che porta a un ulteriore indebitamento degli Stati Uniti proprio verso la Cina.

Dunque, l’Europa è costretta a fare da sola, per la prima volta dopo il secondo conflitto mondiale, deve camminare sulle sue gambe. Del resto l’UE, oltre a non avere un sostegno economico dagli Usa, come in passato (non credo che si attenuerà la guerra commerciale con la Germania anche se sarà condotta con altre modalità), deve sempre più fare a meno di uno strumento diplomatico e militare di pressione a Est e nel Sud del mondo come la Nato. La presenza di paesi come la Turchia complica e rende molto difficile l’utilizzo della Nato in chiave pro-UE, come strumento di tutela dei suoi interessi. In un mondo multipolare l’UE ha bisogno di una sua maggiore autonomia politica, economica e persino militare dagli Stati Uniti. Essere insomma amica di tutti e competere nello stesso tempo con tutti.

La crisi aperta da Renzi si sviluppa dunque all’interno di questo scenario, cioè la collocazione e il ruolo dell’Europa nel prossimo futuro che si trova ad un bivio, da un lato la visione perseguita dall’asse strategico franco-tedesco, pur tra limiti e contraddizioni, dall’altro l’antico rapporto di subalternità con gli Usa. Naturalmente lo scontro non è ancora così netto. I margini di mediazione tra le due diverse spinte sono ancora ampi. Ma il confronto è aperto e si gioca oggi una partita che potrebbe porre una forte ipoteca sulla opzione europeista. Il Regno Unito, con la Brexit, ha fatto la sua scelta e vedremo cosa succederà nei prossimi anni in Irlanda e in Scozia. Mentre la Cdu tedesca prepara il dopo Merkel in perfetta continuità con la sua politica, respingendo le posizioni di quella parte del partito che vorrebbero una politica meno europeista. La Francia, anche quando è stata governata dalle sinistre, ha sempre fatto leva sull’orgoglio nazionale francese. L’anello debole dello scenario è l’Italia.

Non è pertanto una polemica pretestuosa quella del leader di Italia Viva che ha criticato Conte per l’intestazione della delega ai servizi segreti o per la condanna troppo tiepida dell’assalto al Campidoglio degli Stati Uniti in quanto troppo legato a Trump, forse proprio tramite l’intelligence. La questione della collocazione internazionale dell’Italia non è punto trascurabile della crisi. Nella sua lettura occorre tenerne conto e solo qualche raro commentatore lo ha fatto. La richiesta del Ponte di Messina e del Mes, che in Europa nessun paese ha deciso di utilizzare, sono argomenti di pura propaganda per dare maggiore forza alla polemica politica. Draghi aveva già reso esplicito il suo pensiero a proposito e cioè che non riteneva opportuno chiederlo per non allarmare i mercati. Caso mai l’unico interrogativo legittimo è sapere se effettivamente Renzi sia un paladino della nuova amministrazione democratica americana o si è illuso di poterlo essere. Mi pare che Giorgetti abbia carte migliori da giocare. Comunque si vedrà strada facendo, soprattutto se sarà confermata la notizia che dalla Casa Bianca sarà candidato a Segretario generale della Nato grazie ad una vecchia promessa fatta da Obama. D’altronde i suoi rapporti con l’Arabia Saudita sono un indizio. In politica contano le azioni e quella compiuta da Renzi si colloca nel solco del partito filo-americano.

Il piatto principale però del confronto/scontro è il Recovery Fund, un mucchio di denaro che dovrà affluire dall’UE nei prossimi sei anni. Leggo che molti sostengono, soprattutto a sinistra, che Renzi sia una delle punte di diamante di questo disegno, funzionale al grande capitale. In questa analisi c’è del vero, ma chi sostiene che Renzi sia il maggior sostenitore di politiche neoliberiste nostrane dimentica che anche gran parte del Pd è funzionale a questi interessi, come anche qualcuno del Movimento 5 Stelle, per non parlare dei centristi o di Forza Italia e della Lega. Per essere più esplicito: quali discontinuità ha introdotto Zingaretti rispetto a Renzi? Forse il primo ha come referenti più i sindacati che la Confindustria? Certamente l’attuale segretario del Pd è portatore di una politica economica che contiene alcuni aspetti cari alle socialdemocrazie (aspetti e non nodi tematici fondamentali), ma non vi è stato da parte del Pd nessun ripensamento critico rispetto alle scelte fatte dal centrosinistra in questi trent’anni. La pandemia impone oggi un ulteriore indebitamento del Paese, ma subito dopo, finita l’emergenza, si tornerà a una politica liberista rigorosa. Il trattato di Maastricht è stato sospeso, non è stato abrogato!

Che siamo in piena emergenza lo ha capito molto bene la Germania della Merkel non adottando la stessa politica che aveva condotto nei confronti della Grecia o di altri paesi europei. Con una pandemia in corso, che ha un impatto sociale drammatico, non si è di sinistra perché vengono bloccati i licenziamenti, o perché si potenzia la cassa integrazione, o perché vengono distribuiti un po’ di bonus o sussidi. Misure analoghe sono state prese da quasi tutti i governi, compreso quello del vituperato Trump, quindi non da queste misure si distingue un governo di destra da uno di sinistra. Un governo di sinistra si caratterizza per interventi volti ad una più equa redistribuzione della ricchezza, per le politiche per il lavoro e l’occupazione, per investimenti strutturali nella economia green, per lo sviluppo di servizi pubblici essenziali: sanità, casa, innovazione tecnologica, formazione. Per questo sono convinto che la politica economica di Draghi, a differenza del governo Monti, non sarà, almeno nella fase emergenziale pandemica, segnata da provvedimenti “lacrime e sangue”. Non sarà insomma all’inizio una politica improntata alla pura austerità liberalista. Non è questa la fase che sta attraversando l’UE.

Lo scontro politico dunque che si è aperto con la crisi di governo non è tra riformisti e neoliberisti, cosa che Leu fatica a comprendere, ma muove dalla opzione di quali interessi economici e finanziari deve rappresentare la politica. C’è chi guarda agli Usa e continua a intrecciare i suoi legami con quelli del capitale finanziario americano, chi punta alla Germania, che già controlla, in modo diretto o indiretto, buona parte del tessuto produttivo del Nord del Paese, chi infine vuole fare affari, senza avere troppo lacci politici, con la Cina, ma anche con la Russia. Un groviglio di interessi insomma non riconducibili a una visione politica unitaria del blocco di forze dominanti. Un insieme di contraddizioni che la politica non riesce adeguatamente a mediare. Tutti vogliono mettere le mani sul malloppo che viene dall’UE, avendo però molto chiaro che la parte del leone nel dettare la ripartizione delle risorse non poteva essere prerogativa solo del Movimento 5 Stelle e Conte, insieme ad un Pd ondivago che non ha una visione strategica. Questo è il vero motivo che ha scatenato l’opposizione della Confindustria, della grande stampa e dei media, controllati appunto dalle oligarchie finanziarie, che da tempo lavoravano per giocare la carta Draghi.

L’iniziativa di Renzi, condivisa anche dal Pd (e chissà da chi altro nel centrodestra), partiva dalla necessità di procedere a un forte rimpasto di governo per ridimensionare la presenza nell’esecutivo del Movimento 5 Stelle poi, se ci scappava pure il cambio del premier tanto meglio, nessuno si sarebbe strappato i capelli. Ma il piano iniziale ha imboccato un altro sentiero. La manovra si è combinata con il ruolo di Mattarella che ha imposto tutt’altra piega alla crisi. Il Presidente della Repubblica e il suo fido Franceschini hanno determinato un esito non previsto rispetto agli obiettivi iniziali che si volevano ottenere dalla manovra. Molti commentatori hanno notato che il nome di Draghi è stato proposto da Mattarella appena poco dopo che Fico gli ha riferito l’esito negativo del suo tentativo di rimettere in piedi la maggioranza parlamentare uscente per un Conte ter. Ciò vuol dire che il Presidente della Repubblica stava preparando il “pacco” da giorni, lo aveva pianificato. Mattarella ha lasciato prima bruciare l’ipotesi Conte, e tutti quelli che si illudevano, in testa Zingaretti e Bettini (lo stratega!), di costruire una alleanza politica con il Movimento 5 Stelle e con i cosiddetti “costruttori”, sono rimasti con un pugno di mosche, per poi compiere un vero e proprio colpo di mano, politico e istituzionale, da Statuto Albertino più che da Carta Costituzionale, più da monarca che da presidente di una repubblica parlamentare. Al Presidente della Repubblica non deve inoltre essere piaciuta – e non si può dargli torto – la campagna acquisti di parlamentari dal centrodestra, tra l’altro solo in parte riuscita, per tentare di formare una maggioranza di governo senza Italia Viva. Un ulteriore degrado e immiserimento della politica che Leu non ha colto. Una ennesima pagina nera del trasformismo parlamentare, questa volta con l’avallo anche della sinistra.

Con estrema abilità, da raffinato democristiano, Mattarella ha azzerato le ambizioni di tutti i principali protagonisti, ma ha fatto in modo che tutte le responsabilità della crisi fossero scaricate su Renzi, che credeva di essere il grande manovratore, ma che invece è stato manovrato come tutti gli altri protagonisti della crisi. L’argomento che ha ben chiaro il Quirinale è che si debba tenere conto della Germania che garantisce il nostro enorme debito pubblico e ci mette in mano ingenti risorse finanziarie. Mi pare più propenso quindi a raccogliere le istanze del processo di integrazione europea che vengono da Berlino. Del resto una partita simile, dalle grandi conseguenze politiche, economiche e finanziarie, persino di ordine geopolitico, non poteva essere lasciata in mano a un governicchio esposto agli umori quotidiani del Movimento 5 Stelle, di Italia Viva e di un Pd senza spina dorsale. Insomma Mattarella ha fatto lo stesso ragionamento che il Pd e Italia Viva avevano fatto su Conte e il Movimento 5 Stelle. Se non ci fossero di mezzo le drammatiche sorti del Paese sembrerebbe una commedia umoristica degli equivoci.

209 miliardi dall’UE saranno dunque gestiti da un tecnocrate della finanza europea che ha solide relazioni con i grandi gruppi monopolistici, con le banche e con le oligarchie finanziarie. Saranno quindi questi poteri forti a realizzare i progetti del Recovery Fund e nello stesso tempo dare tutte le garanzie al capitale finanziario europeo che tali progetti saranno funzionali ai suoi interessi. E non a caso i mercati volano mentre l’economia reale è in agonia. Chi meglio di Draghi può garantire questa straordinaria operazione con una maggioranza di governo in cui tutti i grandi potentati hanno un posto a tavola? L’esito della crisi conferma inoltre che il sistema istituzionale e politico europeo è un sistema a-democratico totalmente dominato dal capitale finanziario. Anche la democrazia formale oramai è stata messa in discussione. Ci vogliono altre prove politiche per capirlo?

Dalla crisi escono quindi con le ossa rotte il Pd, il Movimento 5 Stelle e Leu. Renzi può salvarsi solo se i suoi amici americani gli daranno un incarico di rilievo. Si dirà: Franceschini e Mattarella sono del Pd. Vero. Ma dentro il PD molti ex democristiani sono convinti che occorra ricostruire un forte partito o schieramento neocentrista che sia il polo egemone di un governo moderato e allineato alla maggioranza che governa l’UE. Una formazione che sia l’argine principale di uno schieramento politico e parlamentare impegnato prima di tutto a sbarrare la strada a quelle destre che non intendono ridurre il loro tasso di nazionalismo e di populismo. Facendo leva sulle contraddizioni della Lega l’obiettivo è di ridimensionare il loro spazio politico. Il secondo obiettivo del nuovo polo neocentrista è ridurre la base elettorale del Pd, svuotarlo politicamente e bloccare il suo pur velleitario tentativo di inglobare in modo subalterno la sinistra. Il terzo obiettivo, infine, è impedire che la sinistra possa dare vita a una formazione influente. In questo disegno strategico quindi non c’è spazio per il Pd di Zingaretti senza arte né parte. Questo disegno neocentrista, portato avanti soprattutto dal diffuso mondo ex democristiano, è funzionale, a me pare, alla strategia dell’asse Berlino-Parigi di integrazione europea. Con Draghi si intende normalizzare il quadro politico dopo i grandi guasti determinati da bipolarismo e dal vento populista figlio illegittimo del governo Monti.

In questa prospettiva non regge la critica di chi sostiene che le risorse del Recovery Fund devono essere utilizzate per realizzare progetti qualificati se effettivamente si vuole la loro approvazione da parte della Commissione europea. In questa partita ciò che veramente conta è che i progetti siano organici agli interessi e all’espansione del capitale franco-tedesco. Dunque è necessario correre, fare presto e affidarsi mani e piedi alle oligarchie finanziarie europee. L’obbligo al senso della responsabilità della politica alla fin fine si riduce a questa urgenza posta dalla finanza. Nel 2021 si ripropone insomma, sia pur in forme nuove, il metodo politico della Dc, un partito che sapeva mediare tra le diverse spinte del capitalismo italiano, tra imprese pubbliche e imprese private. Una inedita riesumazione della prima repubblica anche se i cavalli di razza di allora oggi sono dei ronzini, con le dovute eccezioni. Una nuova maggioranza politica centrista, senz’altro amica degli Usa, almeno finché non matureranno altre condizioni dettate dall’asse franco-tedesca. Un forte polo moderato ma centrista insomma che abbia lo sguardo rivolto soprattutto ai padroni dell’UE. Draghi per condurre tale politica è perfetto!

In questo disegno c’è spazio pure per Conte come leader di una parte importante del Movimento 5 Stelle e possa raccogliere anche un po’ di elettorato deluso dal Pd, in modo che, dopo la frantumazione dei partiti attuali, solo dei pezzi marginali vadano alle destre o alla sinistra. Il lavoro di costruzione di un forte polo politico centrista attorno alla figura di Draghi è un cantiere aperto e lungo la strada è indubbio che vi saranno correzioni e assestamenti, ma la via imboccata è questa. Allora una alleanza strategica tra Leu, Pd e Movimento 5 Stelle non regge alla prova delle trasformazioni politiche in corso. In primo luogo in quanto è concepita come operazione di palazzo e non come processo unitario che dovrebbe svilupparsi a partire dai territori. Basta dare una occhiata a quello che è avvenuto in questi anni nelle elezioni amministrative, comunali e regionali, e allo stato dei rapporti tra i tre partiti nei comuni dove si vota, a iniziare da Roma e Torino. In secondo luogo perché una parte dei gruppi dirigenti del Pd e del Movimento 5 Stelle perseguono altre opzioni strategiche e non si muovono nella direzione di costruire una nuova alleanza politica che sia una riesumazione di un centrosinistra, travestito dietro a delle formule amene, magari un po’ più spostato a sinistra. Vi sono contraddizioni strutturali tali in questa potenziale alleanza evocata che impedisce il decollo politico dell’operazione, non ha sufficiente credibilità e consenso elettorale, non è né vincente né centrale.

Molti sostengono che il governo è fragile. Ha una maggioranza parlamentare composita. Ma il governo, nel fronteggiare l’emergenza della pandemia, deve fare tre cose: decidere gli indirizzi e come utilizzare le risorse del Recovery Fund in accordo soprattutto con la Germania; garantire la elezione di un Presidente della Repubblica che sia dentro a questo perimetro e prospettiva del Paese; fare una legge elettorale un po’ più proporzionale, sufficiente a smontare ulteriormente l’attuale centrodestra. E per fare queste cose i numeri di partenza sono più che sufficienti. Cresceranno con il consolidarsi dell’operazione politica. Questo è il suo compito e non ha importanza come definire il governo: maggioranza Ursula, governo istituzionale o di unità nazionale, governo tecnico o politico. La debolezza politica (ma non numerica) della maggioranza parlamentare che lo sostiene è la sua forza, anche perché a questo governo non ci sono alternative se non quella del voto che la maggior parte del Parlamento e delle forze politiche non vogliono. Ma soprattutto non le vuole il grande capitale. L’unico progetto in campo – che ha 209 miliardi di motivazione convincenti – è quello di legare ancora di più il destino del Paese alla Germania. Ecco perché il partito filo-americano non si è rafforzato e alla lunga forse è destinato a soccombere. Questo passaggio della crisi di governo conferma il declino statunitense in atto. Quando invece dei Di Bella da New York, come opinionisti fissi nei Tg, ce ne sarà uno presente tutte le sere da Berlino, forse gli italiani inizieranno a comprendere dove sta andando il Paese.

Per concludere vorrei aggiungere qualche riflessione sulla sinistra. Però ho poco da dire. Posso solo affermare che è totalmente fuori fase e forse conta poco anche per questo. Dovrebbe cogliere i processi in atto, ma non è in grado di farlo. Emergono due tendenze nella martoriata, povera e divisa sinistra, entrambe prive di consistenza politica.

La prima, del tutto politicistica, utilizza l’argomento di non lasciare il governo Draghi alle destre, come se il pericolo fosse la collocazione parlamentare del suo governo. Draghi non è di destra, semplicemente è diretta espressione del potere, quello vero, che pesa e conta. L’atteggiamento da avere rispetto governo Draghi non può essere ridotto a tattica parlamentare, spacciandola per sopraffina manovra togliattiana. Leu non è il Pci e neppure tra le sue file c’è un nuovo Togliatti. La seconda tendenza è ideologica. Si ricorda giustamente cosa rappresenta in termini di potere Draghi e per questa ragione si crede che riproporrà per l’immediato una politica economica di austerità, come fecero la Bce e l’UE dieci anni fa quando soffocarono la Grecia e misero in riga tutta una serie di paesi europei, tra cui l’Italia. Ripeto, non siamo in quella fase. Una politica liberista da adottare, dopo la fine dell’emergenza pandemica, resta una prospettiva di fondo, ma non si concretizzerà nei primi mesi del governo Draghi, anzi produrrà al contrario qualche sorpresa, spiazzando la campagna ideologica di chi denuncia, ancora prima di vedere il governo all’opera, selvagge politiche antipopolari da subito, perdendo così la pochissima credibilità che ancora vanta. Per dirla in altro modo non credo che Draghi chiederà il Mes, o che voglia sopprimere il reddito di cittadinanza (caso mai lo riformerà per farne esclusivamente uno strumento di sussidio per le famiglie più povere) e tratterà con i sindacati su quota cento e soprattutto sul blocco dei licenziamenti. Prevedo che finché il Paese sarà in piena emergenza pandemica si avvarrà dell’attuale sistema emergenziale di protezione sociale per non gettare il Paese nel totale caos sociale. Il suo compito è soprattutto preparare e impostare strategicamente la nuova legislatura che sarà quella sì di “lacrime e sangue”, garantita magari da lui come Presidente della Repubblica.

La sinistra dunque cosa dovrebbe fare? Leu intanto, invece di imbarcarsi nel governo Draghi (mentre scrivo vi è qualche incertezza di Sinistra Italiana), dovrebbe marcare una forte discontinuità politica prendendo le distanze dal governo, anche considerato che ha una modestissima pattuglia di parlamentari, del tutto ininfluente per le sorti della maggioranza. Sarebbe così più credibile per poter promuovere una iniziativa politica rivolta all’insieme della sinistra, sia verso alcuni settori del Movimento 5 Stelle che del Pd, sia verso quelle forze della sinistra fuori dal Parlamento che potrebbero essere sensibili a un processo costituente di un nuovo partito. Occorre da oggi, partendo dalla condizione data, costruire una prospettiva nuova per la sinistra. Ma non mi pare però che sia questo l’intendimento. Dall’altro lato i partitini extra-parlamentari, più o meno residuali e autoreferenziali, dovrebbero sciogliersi invece di agitarsi senza costrutto nel fare spicciola propaganda ideologica. Ma l’aria che tira, anche in questo caso è pessima. Dunque la discussione sulla necessità di costruire una forza di sinistra capace di incidere sugli scenari politici italiani ed europei è rimandata, rinviata a data da destinarsi, con molta probabilità dopo le elezioni politiche.

C’è chi evoca la ripresa della lotta sociale. Ma le tensioni sociali sono già forti, dopo un anno di pandemia, e oggettivamente sono destinate a crescere nei prossimi mesi, nei prossimi due/tre anni. Dopo una prima fase di assoluta emergenza pandemica, che durerà ancora a essere ottimisti fino all’estate, si passerà inevitabilmente al ritorno a politiche rigorose per fronteggiare l’enorme debito pubblico, ma con un piano strategico del Recovery Fund approvato e avviato e con un quadro politico totalmente diverso. Vi è una penuria di risorse che si rivela anche nel caso del Recovery Fund, se non si conduce una politica vera di ridistribuzione della ricchezza e di lotta alle diseguaglianze che naturalmente non si prende in considerazione. Nonostante l’ingente flusso di finanziamenti, dopo una corposa trance iniziale, per i prossimi sei anni non arriverà a erogare che poco più di 10 miliardi all’anno tra finanziamenti a fondo perduto e risparmi di interessi, a meno che l’UE non decida altri provvedimenti. Ben poca cosa rispetto all’enormità di una crisi che ha creato una massa immane di imprese insolventi, come ricordato proprio da Draghi. Diventa allora urgente affidare al “tecnico” l’impostazione di una politica economica fortemente competitiva e selettiva, una politica di assoluto rigore e di contenimento del debito pubblico. La questione vera è quindi la ripresa della lotta politica! Per questo ci sono le condizioni oggettive per la formazione di un nuovo partito della sinistra, ma non quelle soggettive. Una volta chiarito che il Pd non giocherà più un ruolo centrale nel quadro politico italiano e sarà nel contempo ridotto, sotto il livello di guardia, il pericolo delle destre nazionaliste e populiste, e quindi verrà meno il ricatto del voto utile, forse si realizzeranno anche le condizioni soggettive per spingere alla formazione di un forte partito della sinistra che non nasca per una politica basata su un illusorio riformismo rinchiuso dentro gli steccati di un sistema a-democratico dominato dal capitale finanziario. Nutro fermamente questa speranza, anche se per i prossimi due o tre anni non vedo all’orizzonte nulla di buono.

P.S.

Chi è Mario Draghi? Dal 1991 al 2001 è Direttore Generale del Ministero del Tesoro, dove viene chiamato da Guido Carli, ministro del Tesoro del Governo Andreotti VII, su suggerimento di Carlo Azeglio Ciampi, all’epoca governatore della Banca d’Italia. È stato confermato da tutti i governi successivi: Amato I, Ciampi, Berlusconi I, Dini, Prodi I, D’Alema I e II, Amato II e Berlusconi II. In questi anni è stato l’artefice delle privatizzazioni delle società partecipate in varia misura dallo Stato italiano.

Nel 1992, prima che in Italia avesse inizio la stagione delle privatizzazioni, incontrò alti rappresentanti della comunità finanziaria internazionale sul panfilo HMY Britannia della regina d’Inghilterra Elisabetta II. Questo episodio scatena un’accesa polemica nel dibattito pubblico italiano. Nel 2008, il Presidente emerito della Repubblica italiana, Francesco Cossiga, ricordando quest’episodio, respinse l’ipotesi di vederlo sostituire Romano Prodi a Palazzo Chigi. Cossiga affermò assai esplicitamente: <<Un vile, un vile affarista…socio della Goldman & Sachs, grande banca d’affari americana …il liquidatore, dopo la famosa crociera sul Britannia, dell’industria pubblica, la svendita dell’industria pubblica italiana, quand’era Direttore Generale del Tesoro, colui che svenderebbe quel che rimane di questa povera patria (Finmeccanica, l’Enel, l’Eni) ai suoi comparuzzi di Goldman Sachs>>. In questa Banca fu dal gennaio 2002 al dicembre 2005, quando divenne Governatore della Banca d’Italia, dove rimase fino alla nomina a quella Centrale Europea nel 2011.

Dalla campagna di privatizzazione di società come IRI, Telecom, Eni, Enel, Comit, Credit e varie altre, consegnate ai cosiddetti “capitani coraggiosi”, lo Stato italiano ricavò all’incirca 182.000 miliardi di lire. Secondo alcune stime, il rapporto debito pubblico italiano sul Pil scese dal 125 per cento del 1991 al 115 del 2001. Fu inoltre la guida della commissione governativa che scrisse la nuova normativa in materia di mercati e finanza e per questa ragione viene informalmente chiamata legge Draghi (Decreto legislativo 24 febbraio 1998 e come ben si nota, qui ci si attiene al terrore del debito pubblico, tipica concezione della scuola neoclassica tradizionale, prekeynesiana. Quindi Draghi, svendendo le imprese pubbliche, viene considerato benemerito per aver ridotto questo debito. E poi, solo alla fine del mandato alla BCE, egli si ricorda vagamente di alcune tematiche keynesiane e accenna ad una autocritica per l’austerità caratteristica di tutta la politica economica della UE.

Ci vuole tanto a capire che siamo oramai in un sistema a-democratico dominato dal capitale finanziario e dai suoi tecnocrati? Quando la politica è incapace di prendere decisioni allora subentrano loro con l’appellativo di salvatori della Patria, ma devono solo gestire, come per il Recovery Fund, un fiume di denaro per conto delle oligarchie finanziarie europee, in particolare della Germania.

Quello di Mattarella è un colpo di mano? Sì, ma non è il primo e non sarà l’ultimo. La Costituzione italiana è solo carta da sbandierare per fare retorica sull’ideologia della democrazia.

Sandro Valentini

Un breve scritto sull’Europa. di A. Angeli

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Essere Europeista costituisce oggi una discriminante politica e una caratteristica identificativa che traccia una netta divisione dal populismo sovranista. Non è un caso, infatti, che proprio una delle caratteristiche richieste da Zingaretti e da Conte ai volenterosi era di dichiararsi Europeisti. Allora qualcuno potrebbe essere indotto a pensare che questa disposizione favorevole si sia rafforzata a causa dei Recovery Fund, quindi al cambio di pensiero che guida oggi l’Europa in merito alla creazione di bond per finanziare la crisi economica dovuta alla pandemia da Covid 19, che ha preso forma e sostanza con la elezione della signora Ursula Von der Layen, sostenitrice di un programma green per rendere l’Europa il primo continente a impatto climatico zero entro il 2050, nel contempo stimolando l’economia, migliorando la salute e la qualità della vita delle persone, avendo cura della natura e senza lasciare indietro nessuno. E tuttavia essere europeisti non è una scelta facile e scontata, anzi è un terreno di lotta durissima condotta contro avversari che vorrebbero abbandonare l’euro e portare l’Italia furi dall’Europa imitando la Brexit. Ma anche dichiararsi europeista includendo però dei “ma” comporta che si chiarisca cosa rappresenti questa scelta.

L’affermazione: sono Europeo, ha valore quando si condivide una civiltà; Saint-Simon data l’inizio dell’idea d’Europa a Carlo Magno, una consistente letteratura ne vede l’inizio nell’Illuminismo con Voltaire, ed è proprio nell’esperienza dell’illuminismo, inteso come una sorta di repubblica degli intellettuali, che assume carattere universale e ne illumina l’identità come continuazione del Romanticismo.; mentre per quella che viene indicata come la scuola francese, di orientamento marxista, indica la nascita dell’idea d’Europa nel Medioevo, alle soglie del pensiero Spinoziano. L’Europa è stata la patria del socialismo, nelle sue diverse declinazioni, poiché è su questa parte dell’occidente che ha preso le mosse l’industrializzazione e maturata una conflittualità geopolitica con gli Stati Uniti. L’Europa è storicamente territorio di migrazione, un fenomeno culturale che ne ha segnato un’ identità e la sua unità di base; l’Europa è stata anche territorio di guerre e di regimi totalitari, che hanno scosso le radici dell’allegoria illuministica sostenuta dagli intellettuali : che nello svolgersi dello scontro teorico diventano organici, secondo la definizione della scuola Gramsciana, perché al servizio del socialismo e decisi avversari del fascismo e del nazismo.

Non sfugge come il pensiero d’Europa derivi da un lungo percorso storico/culturale secolare, un pensiero che matura e si rafforza nel corso delle due guerre mondiali, fino a strutturarsi in una realtà altra sul piano della rielaborazione dei principi costitutivi di nuovi valori, che spingono alla nascita di partiti e di una società di massa con nuovi obiettivi il cui orizzonte è il superamento delle forme ideologiche dalle quali ha avuto origine il nazismo e il fascismo. Nel 1956 prendono corpo i primi contrasti tra le forze della sinistra, quando il PCI vota contro l’ingresso dell’Italia nel MEC, a differenza del PSI, con la motivazione del suo legame con l’Unione Sovietica e si oppone quindi all’Unione Europea vista come la costituzione di una forza di accerchiamento dell’Unione sovietica. Questo passo in avanti dell’Europa riposa soprattutto sulla pacificazione raggiunta tra Germania e Francia, da cui poi prenderà corpo e anima la nascita degli Stati Uniti dell’Europa. E’ in questi anni che inizia a circolare l’idea di un Federalismo, che trova nel pensiero di Altiero Spinelli la sua forza culturale e pragmatica, in contrasto con le idee contrarie di De Gaulle e Churchill. La spinta verso l’Europa è elaborata e contenuta nel dal Manifesto di Ventotene”, e trova la sua prima forma nei 6 Paesi che diedero il via al processo di unificazione europea (Italia, Germania Occidentale, Francia, Belgio, Lussemburgo, Olanda), rinunciando ai contenuti del Manifesto perché considerato utopistico. Nel 1951 nasce la CECA, primo passo verso il processo di integrazione, percorso rafforzato dal progetto per un esercito comune europeo, da intendersi come bastione antisovietico. Gli Stati Uniti avrebbero accettato questo esercito a patto che fosse inserito nel Patto Atlantico, ma il progetto fallì per i timori francesi di un riarmo tedesco, e di questo fallimento ancora oggi ne subiamo le conseguenze.

Nel 1957 nascono il M.E.C. e la C.E.E. Irlanda, Gran Bretagna e Danimarca entrano nell’Unione nel 1973. Nel 1981 con l’ingresso della Grecia abbiamo un’ “Europa dei Dieci”, mentre, parallelamente, l’Unione Sovietica organizza la “sua Europa”. Nel 1989 il leader socialista Bettino Craxi lancia l’idea della moneta unica, osteggiata dalla Thatcher; nello stesso anno crolla il muro di Berlino e si pongono nuovi orizzonti per l’allargamento dell’Europa. Nel 1992 entra in vigore il trattato di Maastricht, con i famosi cinque parametri. Nel 1990, con gli accordi di Schengen, si sopprimono i controlli sulle persone alle frontiere intercomunitarie. Nel 1990 entra nell’Europa la ex D.D.R. e nel 1995 nasce l’ “Europa dei Quindici”, con l’ingresso di Austria, Finlandia e Svezia. Tutto però procede con difficoltà, poiché nei cittadini prevale sempre un sentimento di prevalenza per la propria patria, anziché per un processo di unificazione vera. Contestualmente, il 1° Gennaio 1993 vengono eliminate le barriere doganali. La nascita ufficiale dell’Euro viene fatta risalire al 1° Gennaio 1999, quando viene introdotto all’interno di undici Paesi (Francia, Belgio, Italia, Austria, Germania, Finlandia, Irlanda, Lussemburgo, Olanda, Spagna, Portogallo), ma è nel 2002, precisamente il 3 Maggio 2002, che l’Euro diventa la valuta ufficiale dei Paesi dell’Unione monetaria europea. Nei dodici Paesi aderenti alla Moneta unica vengono fatte circolare otto monete e sette banconote in euro. Rimangono fuori il Regno Unito e la Danimarca, per i quali vige una deroga al Trattato di Maastricht. Anche la Svezia ha deciso, nel 1997, di non aderire alla moneta unica. Oltre ai Paesi membri dell’Unione, altri piccoli Stati come la Repubblica di San Marino, Città del Vaticano e il Principato di Monaco adottano l’euro come moneta circolante. Negli anni successivi la valuta è stata progressivamente adottata da altri stati membri, portando all’attuale situazione in cui diciannove dei ventisette stati UE (la cosiddetta Zona euro) riconoscono l’euro come propria valuta legale. Mercato Unico, 4 libertà fondamentali: libera circolazione delle merci; libera circolazione delle persone; libera circolazione dei capitali; libera circolazione dei servizi. Poi: Unione Monetaria e Unione Bancaria, diritti e tutela dei diritti umani, ma ancor più le fondamenta di una pace duratura. Si può fare di più e meglio’ Certo. Unificazione fiscale, federazione Europea, superamento del Consiglio qualificando il ruolo del Parlamento Europeo; elezioni universali dei componenti il Parlamento, unificazione dei modelli contrattuali e retributivi e del minimo salariale, unificazione delle normative in materia di lavoro e di Welfare, e tante atre riforme possibili, solo se ci battiamo per una crescita dell’interesse e del rilancio dell’Europa. L’Italia exit è solo una pazzia, di chi è privo di idee e punta all’avventura. Su questo dobbiamo confrontarci, su questo terreno culturale in cui il socialismo può ritrovare la sua identità e ragione di rivendicare un ruolo e un consenso per il bene dei lavoratori e del nostro Paese.

Alberto Angeli

Chi è e cosa vuole Matteo Renzi. di A. Benzoni

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Se avesse voluto far passare il referendum, il Nostro avrebbe dovuto: spacchettare i quesiti; parlare non di costi della politica ma di funzionalità delle istituzioni parlamentari (bastava, per inciso, a questo riguardo, introdurre il meccanismo della sfiducia costruttiva e togliere al senato, come avviene in tutti i paesi di democrazia liberale, la facoltà di votare la fiducia); e, infine, non collegare l’esito del voto alle sue sorti personali (“o tutto o niente”). Se avesse voluto evitare al paese il governo giallo-verde, bastava non porre il veto (e, per giunta, in un talk show…) all’avvio di una trattativa con il M5S. Se avesse voluto marcare, e con chiarezza e davanti al paese, le differenza delle sue posizioni rispetto a quelle del Pd, avrebbe dovuto fare la scissione prima delle politiche e presentare la sua lista; mentre ha fatto eleggere i suoi nelle liste dello stesso Pd, incassare i ministri e poi far nascere Italia viva, avendo cura di lasciare buona parte della sua rappresentanza parlamentare all’interno del vecchio partito. Se avesse voluto modificare la rotta del governo Conte avrebbe potuto farlo benissimo e con buone possibilità di successo, anche a livello di rimpasto; ma ha voluto seguire la via dell’insulto personale, del “ciao” e delle liste di proscrizione. Se avesse voluto migliorare la sua immagine, interna e internazionale, non sarebbe corso a baciare i piedi del principe saudita (e, per la proprietà transitiva, anche del generale egiziano) e proprio all’inizio del mandato di Biden, che ha fatto della difesa dei diritti umani, ovunque calpestati, la sua bandiera e che sta per riaprire il negoziato con l’Iran. Se avesse voluto aprire il dialogo all’interno della coalizione, rivendicando i punti per lui essenziali ma concedendo questo diritto anche agli altri “partners” della coalizione, avrebbe dovuto accettare l’ipotesi di un incontro nella prospettiva di un patto di legislatura e non di un incontro tipo “ok Corral” in cui, però, tutti e due i contendenti hanno le pistole scariche e c’è un terzo che gode. Se avesse voluto evitare le elezioni avrebbe dovuto guardarsi le spalle avendo la ragionevole certezza di avere alle porte una forma di governo tale da evitarle. Se avesse voluto coinvolgere il “popolo bue” a sostegno del suo progetto o dei suoi comportamenti, avrebbe dovuto chiarirli; ciò che si è ben guardato dal fare. E ancora e ancora.

Tornano, a questo punto, d’attualità i due quesiti posti all’inizio. E non nel senso di una domanda retorica che ha già in sé la sua risposta; ma di un problema che deve essere risolto per capire la “ratio” della sua furia rottamatoria o, più esattamente, della minaccia rappresentata dal senatore di Scandicci.

Che Matteo abbia un ego smisurato è assodato; come pure il fatto che questo ego è quello di un bullo toscano che lo manifesta non solo distruggendo i suoi avversari del momento ma anche sputandoci sopra. Durante e dopo l’operazione.

Che Renzi sia un rottamatore nato è evidente; come è altrettanto evidente il fatto che eserciti i suoi talenti distruttivi a danno del partito, delle idee, e delle istituzioni del partito e dell’area in cui si colloca.

Follia? Forse; ma nella sua follia c’è sicuramente un metodo.

E il suo metodo è quello del killer per conto terzi. E questi terzi non sono persone o gruppi in carne e ossa che lo convocano, gli indicano l’obbiettivo e poi lo fanno sparire dalla scena mandandolo in qualche paradiso fiscale a raccogliere il compenso.

E però è un sicario a cui piace stare sulla scena. Mostrando la testa mozza delle sue vittime o facendo la danza della pioggia davanti al loro cadavere a uso e consumo dei suoi aficionados; rappresentati dal senso comune un po’ rancido della seconda repubblica e dei suoi padroni del vapore.

Non si accorge, poverino, che, anche grazie a lui, la politica e la democrazia stanno affondando, con esse, quel Pd che non ha mai avuto né il coraggio per fermarlo. E, con esse, anche lui, abbandonato da tutti.

Non so se riusciremo a salvare qualcosa nella débacle che si annuncia. Sappiamo soltanto che il Nostro non troverà una scialuppa su cui salire.. Sarà, anche se piccolissima, una soddisfazione.

Post scriptum

Se Renzi avesse voluto liquidare politicamente Conte e spaccare i 5S non avrebbe dovuto fare cadere il suo governo Perchè così facendo, ha ottenuto il risultato esattamente opposto.

Se Renzi pensava di essere il protagonista dell’operazione Draghi o comunque di trarne un qualche vantaggio non ha capito nulla nè di Draghi nè della natura dell’operazione. Con il risultato di avere un quadro politico esattamente opposto a quello che aveva in mente.

Morale della favola: il crimine talvolta paga, la stupidità mai.

Alberto Benzoni

Draghi riuscirà a salvare l’Italia dal caos politico? di V. F. Russo

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Secondo alcuni commentatori, i politici italiani che hanno fatto fallire l’incarico esplorativo del Presidente della Camera dei Deputati Roberto Fico che ha dovuto riportare al Presidente della Repubblica la constatazione dell’impossibilità di ricostituire una maggioranza allargata al governo giallo-rosa di Conte, hanno commesso il suicidio della politica italiana. A fronte del quale il Presidente Mattarella ha dovuto fare ricorso ad un incarico a Mario Draghi tecnico di alto profilo come indubbiamente dimostra anche il suo recente mandato di Presidente della Banca Centrale europea. Ieri ho fatto a caldo un commento su tale nomina su Facebook e l’amico Lino Rizzi ha commentato a sua volta il degrado della politica italiana dove gli elettori innanzitutto non mostrano una grande propensione alla partecipazione, non sanno scegliere bene i candidati né tanto meno i programmi che questi ultimi propongono. In sintesi gli elettori per lo più  non sanno per cosa e per chi votano. E’ un problema che riguarda anche altri Paesi non solo l’Italia. Chi volesse approfondire meglio questi problemi potrebbe trovare utili le mie recensioni del libo di Mounk post del 10 agosto 2018 e quella del libro di Brennan del 21 settembre 2018 sempre su questo blog.  

In Italia, non ci sono più i partiti di una volta che avevano il compito di elaborare i programmi e selezionare attentamente i rappresentanti che dovevano fare eleggere nei Comuni, nelle Province, nelle Regioni, nel Parlamento. I partiti storici sono stati sostituiti con oligarchie centralistiche dominate da sedicenti leader per lo più senza alcuna visione del futuro. In nome della stabilità che non sempre è associata alla governabilità che è la capacità di affrontare e risolvere nell’interesse generale i problemi del Paese. In nome della stabilità si manipolano i sistemi elettorali in modo da assicurarla – Mounk parla di “dittatura elettorale”. L’esempio preclaro di questo approccio è stata la legge per l’elezione diretta dei sindaci del 1993 poi estesa ai Presidenti delle Province e delle Regioni.

Da allora, spesso e volentieri, da destra e da sinistra da politici e da esperti sono state avanzate proposte di estendere tale legge alla elezione diretta del Presidente del Consiglio dei ministri con l’idea di introdurre in Italia forme di Presidenzialismo, semi-presidenzialismo alla francese e comunque strumenti di rafforzamento del ruolo del governo rispetto al Parlamento. Proprio ieri 2 febbraio, il Sole 24 Ore ha pubblicato i risultati di un sondaggio commentato da Roberto D’Alimonte noto esperto di sistemi elettorali. Quello per la elezione diretta del sindaco piace al 73% degli intervistati e il nostro esperto spiega il perché con una “risposta – a suo dire – semplicissima: in un tempo senza ideologie e con i partiti morti o moribondi gli elettori tendono a fidarsi solo dei leader. Li vogliono scegliere direttamente”.  Illusi gli italiani! ma dove li trovano questi leader affidabili? Magari ciò è probabile nei piccoli Comuni dove tutti si conoscono ma quando passi ai livelli di governo intermedi e superiori come fanno a capire le capacità amministrative e le qualità politiche dei rappresentanti e, soprattutto, quando i sistemi elettorali consentono alle oligarchie centralistiche di presentare liste bloccate di candidati sconosciuti alla maggior parte degli elettori? Ma più in generale non vedo dove gli elettori ingenui possano trovare leader affidabili nella quantità necessaria se a giudizio di analisti, politologi, economisti e giuristi la classe politica italiana è prevalentemente di scarsa qualità se non proprio di bassa lega.

Negli anni scorsi ho trovato il tempo per partecipare a tre manifestazioni al Campidoglio per protestare contro il degrado della Capitale. Al netto dei turisti presenti sulla piazza ci siamo ritrovati in 50-70 persone. Anche questa è la prova che i cittadini romani non hanno una grande voglia di partecipare. In forza di quella legge il Sindaco nomina come assessori amici o presunti esperti di suo gradimento e persone che non hanno avuto rapporti diretti o indiretti con gli elettori. E che dire dei Municipi (prima circoscrizioni) che non hanno alcuno strumento per incidere sulla gestione della città? Il Consiglio comunale non conta niente perché se non approva le decisioni del Sindaco può essere sciolto e trattandosi anche qui di nominati non hanno nessun interesse a farsi mandare a casa. Le riunioni del consiglio comunale di Roma non vengono trasmesse da nessuno né da Radio Radicale né da altre stazioni locali.  

Ed è il Comune la sede di partecipazione più vicina al cittadino. Figuriamoci al livello nazionale dove il Governo ha espropriato il Parlamento del potere legislativo e sulle leggi di bilancio, su altri importanti provvedimenti di politica economica ricorre al maxiemendamento e al voto di fiducia non consentendo ai parlamentari di approfondire il dibattito e, peggio ancora, in alcuni casi, costringendoli a votare senza avere avuto il tempo di conoscere e studiare particolari importanti delle leggi in esame. Non di rado emendamenti dell’opposizione e della stessa maggioranza vengono respinti per blocchi omogenei o presunti tali e perché ciò avviene? Perché c’è un eccesso di produzione legislativa perché non essendoci fiducia e leale collaborazione neanche tra i poteri dello Stato tutti vogliono leggi che disciplinino ogni caso previsto e prevedibile.

In Italia nella Carta costituzionale c’è il criticato bicameralismo perfetto. In fatto, viene praticato anche il monocameralismo imperfetto perché, in non pochi casi, a norma dei regolamenti parlamentari, una legge già approvata dalla Camera dei deputati non può essere modificata dal Senato e viceversa. Il governo Conte2 non senza fondamento è stato accusato di avere abusato lo strumento amministrativo del decreto del presidente del Consiglio dei ministri mettendo il Parlamento davanti al fatto compiuto. Vedi sul punto le circostanziate critiche del prof. Cassese in sedi diverse. Se questo è il modo di funzionare del nostro sistema politico, a tutti i livelli di base e di vertice, è chiaro che cala la voglia di partecipare e cresce nella gente comune il desiderio di affidarsi all’uomo della Provvidenza, ai leader populisti che le promette di risolvere tutto e in fretta.

Tornando a Draghi, abituato a discutere e decidere in ambienti riservati e/o a comunicare le decisioni in audizioni parlamentari a carattere meramente informativo, lo stato penoso del nostro Parlamento dove non di rado il dibattito è polarizzato, potrebbe aiutarlo ma, in democrazia, molti atti del governo sono leggi formali che, in un modo o nell’altro, devono essere approvati dal Parlamento e lì alcuni nodi potrebbero arrivare al pettine.     

La vignetta di Giannelli sul Corriere della sera di oggi rende l’idea: Draghi, seduto davanti a Mattarella che gli affida l’incarico, dice: si ricordi Presidente: sono Draghi, non Mandrake! E infatti ha accettato con riserva secondo prassi.

Vincenzo F. Russo

tratto dal Blog personale dell’autore Draghi riuscirà a salvare l’Italia dal caos politico? – Enzo Russo Blog

Sui cento anni del Pci. di S. Valentini

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Ho dovuto ascoltare leggere e vedere tante stupidaggini sulla scissione di Livorno: falsità e revisionismo storico. Non mi interessa confutarle, lascio il compito agli storici, come quando Martelli afferma che la rivoluzione di febbraio fu guidata dai menscevichi, scordandosi che vi era in quel momento un partito populista, i socialisti rivoluzionari, che avevano in quel momento un consenso ben maggiore rispetto ai menscevichi e bolscevichi messi insieme, per cui la prima fase rivoluzionaria ebbe la caratteristica di moti spontanei di piazza promossi all’inizio dalle donne. L’iniziativa bolscevica fu vincente poiché i socialisti rivoluzionari non erano in grado di dare uno sbocco alla rivoluzione. Ma lascio stare, mi soffermo sulla eredità del ’21, cosa molto più importante. La scissione del ’21 fu indubbiamente un duro scontro tra visioni diverse di avanzata al socialismo, tra una via graduale tramite le riforme e una via di rottura rivoluzionaria. Entrambe le visioni erano contemplate nelle opere di Marx ed Engels. Cito per intenderci solo la Prefazione dell’anziano Engels “Alle lotte di classe in Francia” di Marx, per intenderci. Ma posso citare numerosi scritti dei fondatori del marxismo in cui prevale l’orientamento pacifico e graduale o quello rivoluzionario. Una volta detto ciò Turati fu in prima fila, insieme con Labriola in Italia, nella battaglia contro il revisionismo di Bernestein. Era marxista e socialista, e come tutti i socialisti credeva nella possibilità di edificare il socialismo. Questo è un primo fondamentale discrimine, di campo, tra chi lotta per il socialismo e chi persegue riforme per umanizzare e riformare il capitalismo diventando così l’ala sinistra del pensiero liberale. Una volta venuta meno la ragione dello scontro, in quanto il movimento operaio in Occidente, dopo il secondo conflitto bellico, aveva intrapreso la strada riformatrice e graduale di avanzata al socialismo (unica possibile), le motivazioni della scissione venivano meno. Così la pensava Longo (vedere il suo rapporto e conclusioni al X congresso, il primo dopo la morte di Togliatti) e soprattutto Amendola. Un processo di unificazione tra i due partiti senza mettere in discussione le strategia del superamento del capitalismo. Molto socialisti alla Martelli, ma anche alcuni ex comunisti come Occhetto e D’Alema, dovrebbero spiegarci perché nel Psi la proposta di ricomposizione della ferita del ’21 non fu recepita e molti comunisti, soprattutto della sinistra ingraiana, si opposero. Questa è la vera dannazione della sinistra!Quella di Longo e Amendola era una scelta di campo per il socialismo sulla base delle intuizioni di Gramsci e del partito nuovo di Togliatti. Un partito di massa che recuperava la parte più nobile del pensiero della II Internazionale di cui Engel era il grande padre, ma nello stesso tempo si muoveva nel solco dell’internazionalismo leniniano riconoscendo che vi potevano essere anche altre vie al socialismo, rivoluzionarie e non pacifiche, a seconda delle condizioni oggettive. Cosa è stata la rivoluzione cubana se non questo? Insomma il leninismo come metodo, analisi concreta di una situazione concreta. Invito a leggere gli appunti e la lezione di Togliatti a Frattocchie su Gramsci e il leninismo. Allora oggi il confronto/scontro non è tra riformismo e rivoluzione, almeno in questa parte del mondo, ma tra l’accettazione di un sistema dominato dal capitale finanziario – sempre più a-democratico – e lotta per il socialismo. Occorre in Italia – ma credo anche in gran parte dell’Europa – ricostruire partiti che abbiano una visione riformatrice della politica (riformatori lo sono tutti, pure il fascismo ha fatto delle riforme), cioè una teoria della trasformazione senza la quale non si realizza una società socialista. In questi giorni in molti hanno ricordato la scomparsa di Macaluso non rammentando però che sosteneva – cito a memoria – a sinistra si chiacchiera molto di riforme o si aspetta l’ora X della rivoluzione ma non si fanno oggi né le prime né la seconda. Ancora nel 1963 Longo scriveva sulle pagine de L’Unità che la via italiana al socialismo non è necessariamente pacifica anche se i comunisti lo auspicano e lavorano per questa soluzione. Altro che partito socialdemocratico se socialdemocratico è solo la metamorfosi in altra cosa del movimento socialista, in Italia il Psdi di Saragat.Credo che vi siano le condizioni oggettive ma non soggettive per la ricostruzione in Italia di un forte e influente partito impegnato a governare processi reali di trasformazione. Poi lo si chiami come si vuole. La sostanza non è il nome o quello che proclama di fare, ma cosa è e che politiche di massa conduce. Insomma la sua natura di partito alternativo al dominio del capitale. In ciò sta l’eredità del ’21: i comunisti si posero dentro il campo rivoluzionario, e in ciò sta anche l’eredità del Partito dei lavoratori fondato a Genova, poi trasformatosi in Psi, che si poneva, anch’esso, nel campo del socialismo.

Sandro Valentini

La nascita del PCI una necessità non un errore. di D. Lamacchia

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Nel centenario della nascita del PCd’I con la scissione di Livorno del 21 Gennaio 1921 molti sono stati gli interventi tesi a riesaminare i fatti e le ragioni di quegli eventi e molti sono gli autorevoli commentatori. Come è consueto nelle celebrazioni storiche in molti c’è la tendenza a calare nell’attualità le riflessioni. Sta accadendo anche per il centenario del PCI. Il fatto più in evidenza è la tendenza della sinistra italiana alla scissione e del carattere nefasto della stessa. Molti fanno risalire al ’21 di Livorno questa tendenza. A far sentire cioè quell’evento un errore storico primordiale. Anzi alcuni lo vogliono far vivere come una vera e propria colpa. Questo è fatto soprattutto da parte di chi si richiama politicamente e culturalmente al PSI da cui il PCd’I si separò.

La scissione non fu un errore ma una “necessità storica”. In sintesi gli eventi storici che fecero da generatori della scissione furono la rivoluzione russa da un lato e il “biennio rosso” dall’altro. Il processo di industrializzazione seguito alla prima guerra mondiale aveva innescato una situazione di contrapposizione tra capitale e lavoro che aveva generato conflitti che avevano interessato tutta l’Europa, Italia compresa.

L’allora gruppo dirigente del PSI (Turati, Modigliani, Serrati) riteneva che compito del PSI fosse quello non di portare le masse in piazza ma di sviluppare azioni atte a rafforzare la pratica e la cultura del metodo socialista attraverso le sezioni di partito, le cooperative, le case del popolo, ecc.

Dall’altra parte (Gramsci, Bordiga, Terracini, Togliatti, Tasca) si avvertiva l’esigenza di agire sulla carne viva del conflitto di classe con le occupazioni di fabbriche e terre, la realizzazione dei Consigli Operai per portare fino a compimento il rovesciamento dello stato di cose e realizzare ciò che era stato già compiuto in Russia da Lenin e come veniva organizzato e proposto dalla III Internazionale. Da un lato una opzione “socio-culturale” dall’altra l’esigenza di agire sulle leve del conflitto di classe vero e proprio. Non mancava a questi ultimi la coscienza che una leva culturale fosse necessaria, valgano le riflessioni di Gramsci a tale proposito e il suo concetto di “Egemonia” e della necessità che la classe operaia si attrezzasse per operare la propria una volta giunta al potere. Prima però necessitava avercelo il potere!

Queste diverse sensibilità si manifestarono anche nei giudizii che si ebbero sul fenomeno fascista. Come un “accidente” da contrastare con la politica e la battaglia parlamentare da parte socialista (fino all’estremo sacrificio di Matteotti) e con una più radicale opposizione da parte comunista considerando il fenomeno come una risposta che la borghesia stava dando al pericolo di affermazione delle lotte operaie in tutta Europa. Atteggiamento che si evidenziò nella partecipazione attiva alla resistenza e successivamente alla realizzazione della Costituzione dell’Italia repubblicana (Umberto Terracini presidente dell’assemblea Costituente). Nel secondo dopo guerra queste sensibilità distinte si mantennero e si manifestarono allorquando inseguito al “boom economico” di nuovo il conflitto di classe si esasperò con il sostegno da parte comunista del conflitto stesso (lotte operaie al centro nord, occupazione delle terre a sud) e con la scelta da parte socialista di optare per l’azione di governo (partecipazione ai governi di centro-sinistra).

Stesso schema si mantenne negli anni ’80-’90 quando il Craxismo operò per l’opzione riformista che includeva l’abolizione della scala mobile e il PCI di Enrico Berlinguer lottava per sostenerla e difendeva l’occupazione delle fabbriche. Dunque si capisce che il nodo sta nel modo di affrontare e stare nel conflitto di classe. Non un capriccio o un volere personale. Tale è la situazione attuale. Con l’affermarsi dell’era digitale e con la caratterizzazione del capitale da industriale a finanziario sono mutate le caratteristiche del conflitto ma esso non è scomparso. Se è vero che il mutamento dei metodi di produzione ha affievolito la classe operaia e quindi ha reso ininfluente l’”operaismo”, non è venuta meno la necessità di stare al centro del conflitto con proposte che vogliono superare la fase di crisi e che non facciano sentire le classi lavoratrici sole senza nessuno che le rappresenti, facile “preda” di parole d’ordine rassicuranti e parolai di destra ad approfittarne in modo demagogico. La riflessione dunque sia benvenuta ma sia anche proficua e non miri a cercare colpe ma a capire come è possibile costruire un progetto comune.

Donato Lamacchia

Noi, vecchi Socialisti d’Italia. Costantino Lazzari al Congresso di Livorno del 1921

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Cari compagni

Esaminiamo la situazione intricata nella quale si trova oggi il PSI. Oggi una frazione ci viene a domandare, nell’interesse del partito, di dividere il partito nell’interesse del proletariato italiano.

Ma credete davvero che quando noi avremo allontanato i riformisti il nostro partito avrà acquistato una maggiore potenza rivoluzionaria? Io credo sia sufficiente per noi garantire la libertà di pensiero e la disciplina dell’azione. La necessità della scissione ci viene consigliata dai nostri compagni che lottano meravigliosamente per la rivoluzione nel loro Paese, la Russia, ma non è giusta e non è opportuna perché indebolirebbe noi e la lotta che dobbiamo fare.

Noi abbiamo visto con molta simpatia sui muri delle città i manifesti con il proletariato che spezza le catene gettandole nell’abisso del creato. E’ l’Ordine Nuovo. Quando mi sono ritrovato di fronte al gruppo dei compagni torinesi, pieni di sapienza di attività e di giovinezza, mi sono ricordato di quaranta anni fa quando abbiamo iniziato col Fascio operaio. Bene, benissimo fanno quei compagni. Ma nel loro comportamento c’è un difetto, ed è la deficienza nel sentimento della fraternità e dell’uguaglianza tra di noi.

Guardate cosa mi capita di leggere in questo giornale: ‘Il Partito comunista riunendo in sé la parte più avanzata e cosciente del proletariato…’ . Modestia a parte, constato la loro superba sicurezza. Noi non ci siamo mai considerato né più avanti né più coscienti degli altri, sapendo che tutti quanti dobbiamo riunire le nostre facoltà, i nostri diritti, la nostra buona volontà.

Oggi contro il nome del nostro Partito, contro questo nostro appellativo di socialisti viene opposta la qualifica di comunisti. Ma in Italia, ha ragione di esistere questa distinzione? Da noi non c’è una differenza tra comunismo e socialismo, noi siamo diventati socialisti educando la nostra anima con il Manifesto dei comunisti di Marx. L’obiettivo generale che tutti dobbiamo raggiungere è la civiltà socialista. Se in questa parola c’è l’espressione chiara e concreta del nostro scopo, perché dovremmo cambiare la nostra qualifica e diventare comunisti?

Questi comunisti che oggi per bocca del compagno bulgaro qui presente, sono venuti a consigliarci la scissione e la liquidazione dei riformisti, e non hanno ancora liquidato dal loro partito i massoni. L’Internazionale dice che, se vogliamo servire la causa della rivoluzione mondiale, dobbiamo spogliarci della giacchetta portata fino ad adesso, cambiare i connotati, cambiare passaporto e diventare comunisti. Io ho assistito tre volte al cambio del nome del nostro Partito, ma sempre semplicemente per la necessità di salvarci dalla reazione.

Nella storia di questi quarant’anni abbiamo distrutto una grande quantità di idoli e altari proprio per far sorgere questa bandiera del PSI. Da poveri, modesti proletari abbiamo creato in Italia un movimento col quale le classi dominanti devono fare i conti oggi e dovranno capitolare domani. Vi siete mai accorti di come sono belli, pedagogici i consigli di Mosca e Pietrogrado per diventare perfetti affiliati della Terza Internazionale? Belli, magnifici, ma non per i nostri contadini e per i nostri operai.

Noi, vecchi Socialisti d’Italia, non ci sentiamo né pigmei né giganti davanti agli uomini dell’Internazionale, perché sappiamo di avere un passato del quale rispondere e un dovere da compiere verso l’avvenire. L’unico bene indistruttibile che abbiamo a nostra disposizione è l’unità, con la quale possiamo portare alla Terza Internazionale una forza reale, sicura e devota.

Costantino Lazzari

Intervento al XVII Congresso del Partito Socialista Italiano di Livorno

Teatro Goldoni. Domenica, 16 gennaio 1921


Costantino Lazzari nacque a Cremona nel 1857, amico di Engels, compagno di Lenin e Trotszkij a Zimmerwald, fu tra i fondatori del Partito Operaio Italiano nel 1882 e del Partito Socialista Italiano dal 1892, ne fu Segretario per sette anni tra il dal 1912 al 1919, tranne che per due brevi periodi a causa del suo arresto per “disfattismo”. Allo scoppio della Prima guerra mondiale sostenne la posizione pacifista, decisa dalla stragrande maggioranza del PSI. Una volta proclamata l’entrata in guerra dell’Italia nel 1915, coniò lo slogan “né aderire, né sabotare”. Perseguitato dai fascisti, morì a Roma nel 1927 in estrema povertà e solitudine.

Il socialismo di Max Weber, di A. Angeli

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La rivoluzione Tedesca del 1918/1919, maturata a seguito della drammatica conclusione della prima guerra mondiale, costituisce la svolta che segna il cambiamento e la trasformazione dello Stato Tedesco da una monarchia costituzionale in una repubblica democratica e parlamentare. Si tratta di uno degli eventi più significativi dell’inizio del XX secolo, che prende corpo nello Stato in cui si è formato il più grande e rappresentativo movimento del socialismo Europeo, patria del grande teorico socialista Karl Marx e riconosciuto come il Paese più avanzato sul piano della industrializzazione. L’eredità della guerra, simboleggiata dalla miseria e dalla disperazione diffuse tra la popolazione, e la notizia della rivoluzione in Russia, che ha determinato la caduta della Zar, sono colte dai socialisti come una premessa per la rivoluzione, favorita da un clima di forte tensione tra le masse che facilita la presa del potere da parte del Partito socialista Tedesco e porta all’abdicazione dell’Imperatore.

E’ sulla importanza di questa rivoluzione, che si afferma come una realtà universale per il legame ideale e politico con quella che aveva travolto e cambiato la Russia agraria, e che viene a costituire il cuore pulsante del movimento operaio della Germania industriale e capitalista, nel 1918, che si rivolge l’attenzione di Max Weber, il quale ne segue con scrupolosa attenzione di studioso la sua evoluzione in cui forti si manifestano le tendenze verso un processo di burocratizzazione dell’economia e un allontanamento da quella che poteva definirsi, agli inizi della rivoluzione, una via teorica progressista verso il comunismo. Weber seppe leggere la forza degli argomenti e la serietà del metodo di lotta adottate dalla classe operaia come una disciplina sulla base della quale organizzare la gestione diretta delle fabbriche, da lui intesa come nucleo fondante dell’ideale socialista. Weber si accinge quindi a una rielaborazione dei principi teorici su cui si è modellato questo tentativo di riorganizzare il capitalismo su basi politiche e sociali completamente alternativi al sistema, e cogliere la novità che questo avvenimento storico viene a rappresentare, dal momento che il potere nelle fabbriche è passato sotto il dominio della classe lavoratrice e il controllo sul sistema della borghesia e dell’aristocrazia sotto quello dei dirigenti riformisti della socialdemocrazia Tedesca.

Il 1918 è quindi il periodo storico della rivoluzione in Germania e l’affermazione di una nuova realtà rappresentata dalla classe lavoratrice organizzata e dal partito socialdemocratico, un fatto storico che impone una revisione della storia e del pensiero Weberiano, elaborato nell’ambito della cultura di classe appartenente alla società borghese che assume come principio attivo la neutralità della scienza sociale e dequalifica la lotta in corso tra capitalismo e socialismo a una semplice forma di contrapposizione ideologica, che a ben considerare ricalca, articolandola per diverse forme di pensiero, la contraddizione tra scienza e logica che distingue il processo antagonistico delle forze produttive del capitale nella sua fase più matura. C’è un salto ideologico tra il 1914 quando Weber, dopo aver sottoscritto le famose “tesi” del 1914, in cui l’Accademia Germanica sposava le idee espansionistiche della nuova Germania imperiale e federale, ossia il manifesto con cui giustificare l’intervento nella Grande Guerra, e l’estate del 1918, quando Weber accetta di tenere un corso sulla cattedra di Economia politica all’Università di Vienna. E’ proprio in quel periodo, e nella capitale austriaca, che tiene una conferenza, su invito dello Stato Maggiore dell’imperial-regio esercito austro-ungarico, sul tema del socialismo e della Rivoluzione d’Ottobre, mediante un’originale interpretazione della rivoluzione Russa. In quella circostanza, smentendo il luogo comune che lo voleva come il “Marx della borghesia”, Weber si rivela invece un pensatore politico liberal-conservatore, di una specie ben diversa da quella di stampo anglosassone. E’ in quella lezione, tenuta non a studiosi, ma come un orientamento teorico sul socialismo rivolto agli ufficiali di un esercito, che Weber illustra in modo originale le vicende russe ponendole a confronto con i testi marxiani e le aspettative del movimento socialdemocratico in Occidente, in specie di quello Tedesco.

Nel 1914 si susseguono fatti rilevanti, da cui poi prendono forma quei processi che condurranno alla rivoluzione del proletariato nel corso del 1918 per concludersi nel il 1919: la scissione del vecchio partito socialdemocratico (SDP), determinata dal voto che l’ala destra del partito espresse al Reichstag a favore dei crediti militari per la guerra imperialistica, a cui seguì la costituzione del nuovo partito socialdemocratico (USPD); il sorgere del movimento spartachista, con Rosa Luxemburg e Karl Liebchneckt, mentre nel resto dell’Europa si formavano nuove esperienze politiche, come in Olanda, il movimento consiliare, che in parte confluisce poi nel partito comunista Tedesco (KPD). Ancora: segue la nascita del revisionismo teorizzato da Bernstein e sostenuto da Kautsky, Adler, l’EPD e l’USPD. Un periodo che segna cambiamenti storici rilevanti, anche per il realizzarsi della rivoluzione d’Ottobre e la nascita della Terza internazionale, dai quali prende forma un contesto politico interessante e sul quale Weber esplicita una sua interpretazione del contesto storico/politico in cui legge il formarsi di una separazione tra quelle forze politiche che si rivolgono al socialismo evoluzionista, dalla originalità del pensiero Marxiano che si incarna in Bernstein e in altri teorici del tempo a quelle rappresentanze politiche che si muovono in un area anarco-sindcalista, ovvero quella consiliare, i bolscevichi, gli spartachisti ed altri gruppi minori che si raccolgono attorno all’idea di un rivoluzione seguendo i canoni del Manifesto di Marx ed Engels.

Nell’illustrazione che Weber svolge nell’assemblea degli Ufficiali dell’esercito austriaco il significato della parola socialista viene espressa ricorrendo al vocabolario della cultura ufficiale dell’epoca e propria dell’ideologia democratico borghese, che assimila socialismo e democrazia: tutti i partiti che hanno un puro carattere socialista sono oggi partiti democratici, sussumendo con tale rilievo che non esista nessuna ineguaglianza formale dei diritti politici tra le diverse classi della popolazione”. Questo rende subito chiaro come tale concetto alteri la funzione sociale del lavoratore, anche se accoglie il principio di un ruolo del lavoratore nei processi della fabbrica, poiché mentre valorizza il carattere ideologico, etico e politico del lavoro, “abolizione del potere dell’uomo sull’uomo “, in effetti restano immutate le forme di condizionamento o le tecniche di disciplina vigenti nella fabbrica, quali l’organizzazione dei tempi di lavoro e l’esercizio di comando da parte dell’impresa. Qui, allora, si affaccia l’idea che il socialismo costituisca solo una reazione morale, sebbene spontanea e necessaria, da parte della classe operaia alle terribili condizioni della fabbrica, sottoposta alla razionalità capitalistica dell’industria che si pone l’obiettivo di intensificare la produzione industriale e quindi lo sfruttamento del lavoro. Sono i processi del lavoro, afferma Weber “con la creazione della produzione meccanica nella fabbrica, cioè con la concentrazione e localizzazione di forza-lavoro in uno stesso spazio, col legame alle macchine e alla comune disciplina del lavoro nella sala macchine o nella miniera”, e non lo specifico rapporto sociale di produzione – cioè il rapporto capitalistico – che produce, precisa Weber, la specificità del “socialismo moderno”. Per questo, è la “disciplina di fabbrica” che lega l’operaio alla macchina, costringendo la forza-lavoro negli spazi e nei tempi della “produzione meccanica”, “che dà ora alla forma della divisone dell’operaio dagli strumenti di lavoro il suo carattere specifico”.

E’ da queste condizioni del lavoro di fabbrica, del regime di controllo dei tempi e dei processi produttivi, è nato il socialismo. La sottomissione alle condizioni dei tempi di produzione è sicuramente e incredibilmente sentita dal lavoratore, per il fatto che, diversamente da altre forme di lavoro, nei cicli produttivi dell’impresa industriale tutto il processo di produzione poggia su metodologie di selezione eccezionalmente rilevanti, e stringenti diventano i tempi organizzativi del processo produttivo in cui la tecnologia prende il sopravvento sul lavoratore e la sua autonomia decisionale. Il socialismo diventa allora l’alternativa a questa condizione di vita nella fabbrica e di sfruttamento del lavoro da parte della “grande industria meccanizzata”, afferma Weber. Un rilievo, quello di Weber in merito alla tecnica considerata come un fattore ineludibile della produzione, e tuttavia un ambito in cui si realizza incondizionatamente il dominio dell’uomo sull’uomo, che dà evidenza a quella forma di sfruttamento capitalistico dell’operaio la quale, nelle forme organizzate mediante la tecnologia, si trasforma in alienazione. Tale processo produttivo richiede disciplina e selezione, che il capitalista impone come condizione preliminare al processo produttivo per conseguire razionalmente la valorizzazione del capitale. Qui la teoria del valore lavoro è identificata da Weber nell’idea marginalistica dell’ utilità, rispetto invece alla legge del profitto, poiché per Weber tutto si riconduce al meccanismo del mercato e dei prezzi a cui abbina il rischio e il calcolo dell’interesse imprenditoriale.

Il pensiero di Weber sul socialismo, che seppure in qualche modo risente dell’ influenza della cultura sociale borghese della sua epoca, è il riflesso di complessi processi storici, sociali, politici in atto in quella particolare situazione storica, in cui prevaleva il capitale monopolistico e incontrollabili risultavano i suoi meccanismi di riproduzione ed accumulazione, per la formazione di quella che Marx indica come la formazione del plusvalore relativo. Per tale motivo non è fuori luogo individuare in Weber il teorico più illuminato a favore di un capitalismo più liberale e razionale, e ciò lo sosteneva in un epoca in cui la crisi del liberismo moderno non facilitava il sostegno di una teoria in cui forte era avvertita l’esigenza di un rinnovamento teorico del capitale monopolistico. E tuttavia, Weber, penetrando nel profondo processo rivoluzionario in corso in quell’epoca, si colloca dalla parte del mondo del lavoro e del movimento operaio cogliendo nell’idea dogmatica dell’evoluzione di Karl Marx un percorso politico utile a conseguire quel cambiamento che la rivoluzione si propone di realizzare sotto la guida e il governo del socialismo. A tale proposito egli scrive: “Non esiste nessun mezzo per far scomparire dal mondo l’ideologia socialista e la speranza nel socialismo. La classe operaia sarà sempre di nuovo in qualche modo socialista”.

Alberto Angeli

“A ciascuno secondo il sue capacità a ciascuno secondo i suoi bisogni”. di A. Angeli

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Il 21 gennaio del 1921, alla fine dei lavori del XVII Congresso del PSI, che si svolsero presso il Teatro Carlo Goldoni di Livorno, la frazione Comunista abbandonò i lavori e costituì il Partito Comunista d’Italia. Il 21 gennaio 2021 saranno quindi trascorsi 100 anni da quella data storica, che sicuramente ha influenzato i fenomeni storici che nel tempo si sono susseguiti e che hanno determinato le vicende politiche e sociali del nostro paese: la nascita e la dittatura del fascismo e la seconda guerra mondiale nazifascista. Ma anche altri fatti non meno sorprendenti sono accaduti in questo lungo secolo. La svolta della Bolognina del 3 febbraio 1991, che determina la fine del PCI e la nascita del PDS; il 13 novembre 1994 lo scioglimento definitivo del PSI; poi la costituente socialista promossa da Boselli nel 2007 a Fiuggi, che raccolse quanto rimane del vecchio PSI, che nel congresso del luglio 2008 eleggerà Riccardo Nencini Segretario e adotterà il nome di Partito Socialista Italiano, oggi guidato da un nuovo segretario, Vincenzo Maraio. Oggi, chi si accingesse a compiere un’analisi della presenza della sinistra nel nostro paese non potrebbe parlarne in termini di evoluzione ma, caso mai, d’involuzione o regressione, causata soprattutto dal difficile superamento del paradigma identitario, un fenomeno ancora irrisolto, anche perché nel tempo è intervenuta una revisione sostanziale della forma partito e del modello organizzativo, a causa dell’abbandono della forma ideologica e teorica, per strutturarsi nel modello ideale di rappresentanza democratica e riformista.

E’ quanto si coglie guardando alla vita reale della politica e alla reazione dell’opinione pubblica, poichè dalla deideologizzazione dei processi politici l’attenzione del nuovo modello di partito è rivolta a favorire una visione idealizzante di un nuovo rapporto con l’elettorato il quale, a sua volta, avverte questo cambio di paradigma e reagisce adeguando il suo orientamento e interesse politico. Difatti, alla domanda se il socialismo ha ancora una prospettiva molte associazioni e movimenti cercano di dare una risposta ricorrendo alla storia, alla tradizione e alla cultura del movimento socialista, che ha segnato tanta parte della vita politica del nostro paese. In grande parte delle risposte si cerca di motivare l’impegno per la ripresa o rinascita del socialismo confrontando il livello di inadeguatezza dell’intellighenzia del presente, che ne ha assunto il ruolo di rappresentanza e, impropriamente, ha metamorfizzato le radici originarie della sua cultura scientifica e storia politica. Infatti, accantonata la fase del socialismo scientifico, ( secondo la lettura di Marx della storia vista nell’ottica della lotta di classe ) oggi la ricerca della nuova identità socialista immagina la possibilità di rinnovare l’essenza del socialismo ricorrendo a nominalismi che diano il senso di un movimento attrezzato culturalmente e organizzativamente e pronto a confrontarsi con la globalizzazione economico-finanziaria del XXI secolo: così al socialismo è aggiunto riformista, oppure socialismo liberale o, ancora, socialismo del XXI secolo, una traslitterazione di termini operata con lo scopo di costruire una nuova identità al socialismo nella speranza di intercettare interesse e consenso politico.

“Tenebra dell’immediato” richiamando una frase di Ernst Bloch, è la dimensione dentro cui si muove questa ricerca di una identità socialista, che segni comunque una discontinuità con il passato, per cui al centro di questa ricerca non è più la classe lavoratrice, la lotta di classe e la contrapposizione alla èlite, alla borghesia, ma l’individuo, superando cosi intemeratamente le divisioni di censo e di collocazione sociale. Sono visioni e temi, quelli riguardanti il merito, o l’idea di dare a ciascuno secondo le sue capacità e non secondo i suoi bisogni, sperimentate dal socialismo del XX secolo, al pari dei tentativi di rielaborare teoricamente una visione del socialismo da contrapporre all’analisi Marxista del socialismo scientifico, ricorrendo alle tesi di Proudhon: teorie e strade che si sono dimostrate vie di fuga fallite. Sono esperimenti mentali, quelli di associare il socialismo al liberalismo, che la storia si è già incaricata di dimostrarne l’illogicità politica e sociale; peraltro ipotesi di pensiero già affrontate al pari della democratizzazione del processo politico-economico della società. Ciò che invece queste tesi mettono in campo è l’idea del funzionalismo, inteso come indirizzo metodologico secondo cui tutto è intercorrelato e chiamato a svolgere la propria funzione ai fini dell’obiettivo secondo cui non ci sono classi ma solo diversità, idea che induce a ritenere inesprimibile sociologicamente il principio dell’esistenza di diseguaglianze sociale e di classe.

Se il socialismo oggi non raccoglie consenso nonostante la presenza di un partito organizzato e l’attività di molte organizzazioni, cui adesso si affianca la ripresa del suo storico giornale l’Avanti, dovrebbe costituire materia di studio e approfondimento, magari anche mediante una ricerca tra i giovani per comprendere perché il socialismo non riesce a penetrare e conquistare interesse, invece di limitare le analisi a comparazioni di voto, a studi statistici o valutazioni semplicistiche. Se dopo un secolo di storia il socialismo è ai minimi termini e vive nella speranza di raccogliere percentuali minime, quasi da prefisso telefonico la ricerca dei suoi limiti deve avvenire nell’ambito della società, nel mondo che intende rappresentare e al quale chiedere consenso e forza, e certo non puoi rivolgere la stessa attenzione al mondo del lavoro e al capitale finanziario, al dipendente e allo speculatore, ma chiedere a ciascuno secondo il sue capacità a ciascuno secondo i suoi bisogni, come segnavia per realizzare un socialismo rispondente ai bisogni della società.

Alberto Angeli

Dal telelavoro allo smart working. di F. Ranucci

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Di seguito la mia recensione al libro di Domenico De Masi dal titolo “Smart working. La rivoluzione del lavoro intelligente” (Marsilio 2020, pp. 688, euro 24), pubblicata su via Po economia di oggi

C i sono svolte epocali che segnano il tempo e cambiano tutto senza preavviso. Di quelle improvvise, non immediate e difficili da segnare sul calendario. E come nel caso dello smart working hanno un prima e un poi, degli scatti e delle accelerazioni talvolta incontrollabili che possono portare effetti positivi. A scriverlo nel suo libro sull’argomento è Domenico De Masi, professore emerito di Sociologia del lavoro alla Sapienza di Roma. Che nel telelavoro, al di là della pandemia da Covid-19, ha creduto sin dal principio sostenendo che, se è pur vero che famiglie e lavoratori sono stati catapultati e costretti dall’oggi al domani a lavorare e studiare in modalità remota, in questa maniera in tanti hanno salvato la salute, la scuola e finanche l’economia. Smentendo coloro che, contro questa tesi, hanno sbandierato crisi e choc vari.

Il sociologo spiega tutto in questo corposo tomo che si allontana dalle semplici considerazioni personali approfondendo il quadro di una società che si è modificata profondamente sull’onda della rivoluzione digitale e della trasformazione tecnologica.

L’Italia riparte dallo smart working, sottolinea De Masi nella sua ricerca, il lavoro si riorganizza e questo vale per tutti i settori, dalla pubblica amministrazione all’imprenditoria privata fino ai servizi quali istruzione, fisco, sanità. È la strada giusta, assicura, e nessuno pensi di tornare indietro.

Parola di studioso. Che parte da lontano. “Il volume – asserisce – ripercorre le tappe della storia dello smart working, il cui antenato è stato il telelavoro. Racconta in sostanza il grande cambiamento, cosa è avvenuto dalle origini ai giorni nostri fino all’avvento delle nuove tecnologie. Adesso il lavoro ce lo sottraggono sempre di più le macchine, gli operai sono di meno, ridotti al 30 per cento. E il lavoro intellettuale si può destrutturare, si può fare ovunque tramite internet. Uno sconvolgimento che riguarda il digitale e la rete, ma soprattutto, in un Paese come il nostro, circa 6 milioni di persone su 23 milioni. In effetti, si tratta del 25 per cento di tutta la forza lavoro, un numero che dimostra come un quarto degli individui potrebbe lavorare da casa. Questo significherebbe ridurre il pendolarismo, l’inquinamento, gli spostamenti, il bisogno di spazi nelle aziende. Si parla frequentemente di calo della produttività che invece, secondo alcuni studi, migliora con lo smart working. Ebbene l’Italia, ad esempio, ha un gap con la Germania del 20 per cento che potremmo senz’altro recuperare in questo modo”.

Non solo. “In questi ultimi mesi”, secondo De Masi, “a causa del lockdown abbiamo vissuto una strana esperienza, in quanto costretti a lavorare da casa con orari flessibili, ma che ci ha fatto comprendere l’importanza dello smart working e la sconfitta della ritrosia delle aziende e dei loro capi che hanno cercato di opporre resistenza all’inesorabile trasformazione”.

Già, i vertici della PA e il sistema delle imprese in generale si sono dovuti piegare all’evidenza. Anzitutto perché la pandemia ha portato all’esplosione dello smart working in pochissimo tempo. “Basti pensare che all’inizio dell’anno lavoravano in modalità remota 570 mila italiani che ai primi di marzo sono diventati 8 milioni. E bisogna dare atto alla ministra Dadone se il primo dicastero ad agire in tal senso è stato quello della Pubblica amministrazione. Infatti, anche grazie a lei si parla sempre più di lavoro agile. La ministra ha presentato un progetto di legge in cui si afferma che entro l’anno venturo la metà dei tre milioni e mezzo di dipendenti pubblici lavorerà da casa”. Del resto, secondo il sociologo, “non dobbiamo dimenticare che la PA è stata la prima a codificare il telelavoro nel nostro Paese con la legge Madia del 2015. Per i privati invece il provvedimento è arrivato nel 2017 anche se l’antesignano del telelavoro è stato l’Inps nel 1990, seguito dall’Ibm nel ’95 e dalla Telecom nel ‘97”.

Il lavoro agile dunque non rappresenta solo una soluzione a tempo limitato nel momento in cui riesce a coniugare adeguatamente produttività e attenzione alle persone, che a casa spesso diventano più motivate sentendosi padrone del proprio lavoro.

Addio dunque alle distrazioni dell’ufficio, alle chiacchierate e ai caffè con i colleghi? Negli Stati Uniti i produttori di “The Office”, la sitcom creata da Greg Daniels, hanno annunciato di voler preparare una nuova serie tv dove però tutti i dipendenti lavorano da casa. A dimostrazione che l’argomento smart working, indicato come strada virtuosa da intraprendere ma mai realmente percorsa per intero, sia stato semplicemente sdoganato dalla pandemia al punto da essere indicato come il futuro del lavoro.

“Anche la scuola – dice De Masi – si è affidata alla didattica a distanza con il doppio scopo dell’insegnamento e di tutelare la salute dei genitori e dei figli, offrendo ai professori la possibilità di accrescere le proprie competenze in informatica. Chiaramente prima o poi ricominceremo daccapo. Nel frattempo però abbiamo compreso che pur lavorando mamma e papà possono stare a casa”.

Il libro di De Masi, che risponde ai tanti interrogativi che una questione così importante solleva, è un excursus soprattutto storico e si divide in cinque parti. Nella prima viene illustrato in che modo è cambiato il lavoro nel tempo, dalla Grecia classica alla bottega rinascimentale passando poi per Locke, Smith, Marx e Arendt. Nella seconda si ripercorrono le tappe fondamentali del telelavoro, dal “guinzaglio del telefono fisso” alle nuove leggi. La terza invece è incentrata sullo smart working, sul lavoro dominato da personal computer, tablet e smartphone, macchine il più delle volte piccole, portatili, che spesso non necessitano dell’apporto di una scrivania e sono utilizzabili in qualsiasi luogo. Nella quarta si legge l’analisi di quanto è avvenuto in questi mesi, con l’autore che parla di “grande esperimento” e di nuovi compiti da assegnare. Del ruolo del governo sul tema e dei punti di vista imprenditoriale, sindacale, giuridico, sociologico, psicologico e filosofico.

“Tutte le ricerche realizzate – conclude De Masi – dicono che la maggior parte dei lavoratori vorrebbe continuare a lavorare in smart working anche dopo l’emergenza Covid-19 e qui c’è una grande occasione per il sindacato, che può e deve trasformarsi in telesindacato raggiungendo i lavoratori in tempo reale come ha fatto la giovane attivista svedese Greta Thunberg, che con un computer ha mobilitato milioni di ragazzi in tutto il mondo. Nella quinta parte del testo c’è la ricerca previsionale e ho chiesto aiuto a undici esperti, tra i quali vi sono docenti universitari, per capire e spiegare cosa potrebbe avvenire nei prossimi anni. Le risposte sono state tutte ottimistiche, lo smart working sarà la forma più utilizzata per quei lavori che si possono fare a distanza. Il mio auspicio quindi è che il sindacato sappia cogliere al volo questa grandiosa occasione per un rinnovamento totale”.

Ricadute sulla vita di tutti? Eccole: “Oggi – si legge nel volume – ogni ventenne ha davanti a sé circa 580 mila ore di vita. Per gli addetti a mansioni esecutive, il lavoro occuperà non più di 60 mila ore; 200 mila ore saranno dedicate alla cura del corpo (sonno, ‘care’, ecc.); 120 mila ore saranno dedicate alla formazione. Disporremo di 200 mila ore di tempo libero, pari a ventitré anni. Per i lavoratori creativi, il lavoro si confonderà con il tempo libero. In una famosa conferenza del 1930 (‘Economic Possibilities for our Grandchildren’) Keynes salutò con entusiasmo questa prospettiva e profetizzò che i suoi nipoti (cioè i bambini che nascono oggi) avrebbero ridotto la settimana lavorativa a quindici ore e poi, via via, si sarebbero abituati a una vita finalmente liberata dal lavoro e pienamente realizzata”.

Quindi, “con lo smart working il lavoratore è padrone degli orari, dei luoghi, dei ritmi e dei metodi di lavoro. Le ricerche dimostrano che il telelavoratore riesce a svolgere le pratiche in meno tempo di quanto gli occorresse in ufficio. Tuttavia la pratica dell’overtime, ormai congenita, può indurre alcuni telelavoratori a espandere il lavoro oltre misura ed è probabile che occorra del tempo prima che ci educhi e ci si abitui a godere pienamente i vantaggi dello smart working”.

Dalla lettura del libro si evince così che vi potranno essere enormi vantaggi, dal risparmio non solo del tempo ma anche economico per i lavoratori e per le aziende che non avranno più bisogno di affittare spazi per le loro sedi. Una nuova realtà, un altro tipo di organizzazione che prende il sopravvento trasformando tutto da scelta momentanea in strutturale, anche se necessiterà un piano adeguato e ben studiato di lavoro agile per assecondare le esigenze delle famiglie, magari alternando il lavoro da ufficio e da casa. Per questo, e per altri motivi, il successo del nuovo modello di lavoro non è affatto scontato. Perché il cambiamento, che probabilmente avviene in un momento decisivo, va condiviso da tutti. E perché è indispensabile ipotecare un cambio culturale che racchiuda in se principalmente la riorganizzazione delle risorse umane, dei controlli e dell’autonomia gestionale.

Fabio Ranucci