Ultimi Aggiornamenti degli Eventi
Non ci indurre in tentazione. di A. Angeli

.
Non ci indurre in tentazione, è una invocazione della catechesi modificata in: “Non abbandonarci alla tentazione”, che traslata dal rapporto con il Padre celeste ci porta : “sul terreno del confronto tra la nostra libertà e le insidie del maligno”. Dobbiamo ricorrere a questa invocazione per scongiurare le insidie del maligno, che si cela nelle menti di coloro che sperano che dal confronto in corso tra il PD e il movimento 5stelle nasca un governo Giallo/rosso. “Vengo a parlare d’affari”, dice il diavolo a Adrian Leverkhun, protagonista del Doctor Faustus ( di Thomas Mann),ovvero: Renzi suggerisce a Zingaretti di sfidare i 5stelle su Conte a Presidente del Consiglio, mettendo in atto il secondo piano della tattica con la quale aveva aperto già, con il suo intervento al senato e in altre sedi, ad un Governo PD/5Stelle, da cui trarre tutti i vantaggi a sostegno del suo progetto, che non coincide affatto con il PD partito di governo o di opposizione. Insomma, il nostro Adrian Leverkhun, alias Matteo Renzi, chiede tempo per portare a compimento il suo disegno che, satanicamente, si propone diverse variabili, tra le quali non c’è nessuna delle condizioni sulle quali il Segretario del PD si sta esponendo nella trattativa con i pentastellati.
Per questo Zingaretti non avrebbe dovuto cedere alle scaltre prese di posizione del pifferaio di Hamelin, ma valutare invece la sostanziali iniziative che collocano il personaggio Renzi in competizione con il PD: La Leopolda, i Comitati Civici, la Scuola del Ciocco, e da subito respingere ogni ipotesi di incontrare i 5Stelle. Certo, la natura interclassista del PD costituisce un condizionamento pesante, per un segretario che proviene dalle file del PC, proprio per questo motivo, questa doveva essere colta come l’occasione politica per una appropriata redde rationem sul significato di qualificarsi come un’alternativa di sinistra all’esperienza del governo Conte. Incontrare l’Avatar della Casaleggio/Grillo, patologicamente di destra, come ha dimostrato nei 14 mesi di governo sostenendo con non nonchalance le fascistiche iniziative di Salvini, amante del potere ( tre ruoli impegnativi nel Governo Conte ), manipolatore dei temi sociali ( lavoro, esclusione, povertà, giovani, famiglie . immigrazione, e altro ) ai quali si dedicava al solo scopo di disorientare e imbonire il malessere socio politico per distogliere l’attenzione dai veri temi su cui lavorava con Salvini per la trasformazione del Paese e della nostra democrazia in una plutocrazia, è decisamente una resa.
La segreteria di Zingaretti è messa alla prova di resistenza anche dalla sorprendente disponibilità di ciò che rimane della sinistra-sinistra favorevole a trattare con i 5stelle e possibilista su un accordo di governo, addirittura incline ad accettare il diktat di Di Maio su Conte 2° e magari con gli stessi Ministri universalmente ritenuti incapaci, a cui si associa perfino la grande CGIL, al contrario della CISL, che ha espresso una posizione più guardinga. Al dunque, al punto in cui è ormai lo stato del confronto, sarà quindi difficile al segretario del PD sottrarsi al confronto, come parimenti non potrà sfuggire alle conseguenze che si determineranno a seconda dei risultati che i 5stelle, cioè Di Maio, si propone di raggiungere seguendo la sua naturale vocazione politica. Mercoledì 28 è vicino.
Qui ci vorrebbe un esorcista per far fuggire il maligno e riportare serenità nelle file del PD, ( e nel paese ) anzi sanità mentale. La crisi di governo è stata una panacea che andava còlta e coltivata con l’astuzia (l’ottimismo della volontà) politica e il pessimismo dell’intelligenza: cogliere la crisi come occasione per recuperare un ruolo strategico alla sinistra e mantenere (alimentare) una dura lotta contro la destra fascistoide della Lega e del movimento 5Stelle, di cui Conte è stato protettore e esecutore durante i 14 mesi di governo in comune con i giallo/verde. Questa esperienza di Governo e la modalità della sua crisi, quale che sia la conclusione che conosceremo tra pochi giorni, è indubitabilmente un campanello d’allarme per la sinistra o di ciò che rimane. Non solo la sinistra che residua non riesce a individuare un ambito su cui ricostruire una identità socialista e mettere insieme idee, esperienze, conoscenze, volontà per attrezzare un progetto minimo da proporre al Paese e al mondo del lavoro, agli esclusi, ma anche al ceto medio e a quella parte della borghesia intellettuale disponibile a lavorare per una società giusta e libera, ma sembra permanere in uno stato di paralisi assurda, sfidandosi in continuazione su temi divisivi e di limitato orizzonte, favorendo quel fenomeno che spinge gli elettori a sostenere posizioni populiste, antidemocratiche e demagogiche.
Dobbiamo sperare, come forza conoscitiva dei nostri mezzi, della nostra cultura e della nostra storia, perché la speranza, come scrive Aristotele: “è un abitudine virtuosa che in potenza tende al raggiungimento di un bene futuro difficile ma non impossibile da realizzare. In questo comportamento occorre che sia ben definito il bene che si vuole ottenere e il mezzo che rende congruamente possibile conseguirlo: per cui la speranza si riferisce non solo all’oggettivo bene verso cui tende la volontà, ma anche a ciò con cui si ha fiducia di ottenerlo” ( Vita dei filosofi Diogene Laerzio).
Alberto Angeli
Una politica responsabile. di M. Zanier

.
Dopo l’apertura della crisi da parte del vicepremier e ministro dell’Interno Matteo Salvini ed il discorso di Giuseppe Conte al Senato, si è aperta una crisi di governo per le dimissioni che il Presidente del consiglio ha presentato al Presidente della Repubblica.
La trattativa in corso tra il Movimento 5 Stelle, la formazione politica con la maggioranza relativa in entrambe i rami del Parlamento, ed il Partito Democratico, fino ad ora all’opposizione, è stata fortemente voluta dall’ex segretario del PD Matteo Renzi, che ancora controlla i gruppi parlamentari del partito (essendo stati i deputati dem a suo tempo nominati da lui) ed è stata ratificata dall’ultima Direzione nazionale che ha dato all’unanimità l’incarico all’attuale segretario Nicola Zingaretti di tentatre la formazione di un governo con il Movimento 5 Stelle guidato dal vicepremier Luigi Di Maio. La trattativa tra i due partiti, articolata dal PD in cinque punti per correggere la rotta dell’attuale politica di governo verso una prospettiva più chiaramente di centro-sinistra, soprattutto sulla questione di un controllo differente dei flussi migratori e dell’accoglienza dei migranti troppo spesso bloccati nei porti italiani dal ministro Salvini, sembra essersi arenata sul nome di Giuseppe Conte che Di Maio e la base del Movimento 5 Stelle vorrebbero ancora Presidente del consiglio di un governo retto però da una maggioranza diversa da quella precedente.
Se è vero che Giuseppe Conte ha esplicitamente chiuso la porta a Matteo Salvini nel suo discorso in Senato e successivamente al G7 in corso a Biarritz ha chiuso la possibilità di un futuro governo con la Lega sotto la sua egida, gelando in queste ore anche le sotterranee aperture del capo politico del M5S a quel partito e se il Presidente della Camera Roberto Fico (uno degli artefici maggiori nel Movimento di Grillo dell’apertura ai dem), si è sfilato poco tempo fa dalla morsa di Zingaretti che lo voleva Presidente del Consiglio al posto di Giuseppe Conte per un “Governo di svolta” in forte discontinuità con il recente passato, è tuttavia evidente che la trattativa tra i due partiti rischia di naufragare sul nome di Conte.
Di fronte all’argomentare, secondo me, non ancora maturo politicamente del Movimento 5 Stelle, che vuole mantenere il punto a tutti costi nella trattativa con il PD non muovendosi dal Giuseppe Conte premier e di fronte all’inammovibilità di Zingaretti, pure pressato dai parlamentari renziani che gli chiedono di cambiare atteggiamento, si nascondono due ordini di problemi: per il M5S, a detta di Di Maio, l’accordo di governo col PD sarebbe digeribile dalla base sulla loro piattaforma web Rousseau slo se associato al nome di Conte nel ruolo di premier; per il PD invece l’accordo stesso sarebbe indigesto per il neo segretario Zingaretti che fino a pochi giorni fa era dell’avviso di andare al voto, senza contemplare la formazione di un governo con le attuali maggioranze parlamentari.
Se si andasse al voto, quasi sicuramente il centro-destra o forse proprio la Destra più cupa senza l’apporto decisivo di Forza Italia (più morbida a livello europeo e meno legata ai gruppi eversivi di matrice fascista) potrebbe senza troppi problemi andare al governo e restarci per molti anni, scardinando le istituzioni, il delicato equilibrio dei poteri previsto dalla nostra Costituzione, attaccando la laicità dello Stato, i diritti individuali e politici dei cittadini, magari alleandosi con forze eversive nei confronti dello Stato, specialmente al Sud. E questo sarebbe un danno grave per tutti noi. Il Movimento 5 stelle si indebolirebbe di sicuro perché perderebbe per strada la componente civica e di sinistra che ne sorregge parte dell’ossatura ed il PD resterebbe all’opposizione, con una composizione parlamentare certamente differente perché fedele alla linea più a sinistra di Nicola Zingaretti.
Ma il gioco vale la candela? Ossia a chi conviene che il M5S ed il PD facciano i duri e puri fino alla fine? Certamente non a noi cittadini, non alle nostre istituzioni, non al ruolo della sinistra, non alle nuove generazioni, fin troppo escluse e umiliate dalla politica-spettacolo. Al nostro Paese serve una politica responsabile, ossia un passo indietro del Movimento 5 Stelle che solo un No netto di Giuseppe Conte al suo secondo mandato può ottenere. Non mi aspetto, purtroppo, una posizione responsabile dal PD perché in questi anni con Renzi ha attaccato e umiliato lo Statuto dei Lavoratori promulgando il Jobs Act e tentato di scardinare i delicati equilibri della Costituzione. Forse Zingaretti è diverso, magari più di sinistra, magari più responsabile. Ma allora non ha che da fare una cosa: dimostrarcelo, facendo uscire l’Italia dalla crisi, superando l’ostacolo e salvandoci dal fascismo che sta dietro l’angolo.
Marco Zanier
Per un manifesto dell’ambientalismo autonomo e socialista. di R. Paccosi

.
Faccio una rivelazione: anche se ne parlo molto di rado, della tutela dell’ambiente me ne importa parecchio e da sempre.
Quanto segue è una traccia sommaria per un auspicabile manifesto che sappia fuoriuscire dall’ecologismo di oggi, volto a considerare o comunque comunicare la questione ambientale come tema separato da quello sociale.
Il primo aspetto da demistificare, ritengo consti della prospettiva riformista dei Verdi europei a partire dalla constatazione che, in questa fase storica, il riformismo è stato eliminato dai sistemi capitalisti anche solo come possibilità.
Questo non implica che l’alternativa sia, quindi, l’assalto al Palazzo d’Inverno. Questo significa, invece, materializzare una strategia riformatrice fatta di intervento sociale, istituzionale e accademico-scientifico, che sappia darsi una prospettiva di attuazione lunga decenni.
Nè più né meno, cioè, della lunga traversata compiuta dai conservatori americani, ovvero dalle teorizzazioni strategiche di Leo Strauss negli anni ’50 sino all’elezione di Reagan e all’inzio della controrivouzione liberista mondiale.
Occorre, oggi, la medesima strategia a contenuti invertiti, ovvero una strategia che media con le istituzioni e le leggi esistenti, ma che respinge qualsiasi ipotesi di mediazione col neoliberalismo per ciò che riguarda gli obiettivi finali.
Per quanto invece riguarda l’operazione di marketing imprenditoriale che ha creato a tavolino il brand denominato “Greta Thurberg” e che ha riportato la questione ambientale al centro dell’agenda politica, mi pare assurdo anche solo il fatto di doversi fermare a discuterne.
La prospettiva capitalista della green economy promossa dagli autori del succitato brand, sta chiaramente puntando, nella sua comunicazione, a un attacco ai consumi dei singoli cittadni – perfettamente in sintonia, quindi, con quei principi di austerity e di assottigliamento del ceto medio che sono propri della dottrina liberista-globalista – lasciando immutato il contesto internazionale di competizione globale dei mercati e, quindi, l’accumulazione del profitto e l’ipersfruttamento delle risorse che ne derivano.
Occorre, quindi, una prospettiva autonoma, socialista e di classe del tema ambientale che sappia, a differenza dell’ecologismo fin qui determinatosi nei paesi occidentali, connettere il tema dell’ambiente alle altre questioni strategiche e filosofiche della nostra epoca, e precisamente:
a) l’indissolubilità del tema ambientale col tema della sottomissione della società a un contesto di competizione globale dei mercati; in altre parole, solo un processo di de-globalizzazione può consentire di porre freni e regole all’accumulazione di profitto propria del capitalsimo finanziario transnazionale;
b) a partire da quanto detto al punto a), le formazioni politiche che portano avanti la questione ambientale prefigurandola come compatibile al contesto del liberismo-globalismo e dei suoi trattati internazionali, sono da considerare avversari politici;
c) l’indissolubilità del tema ambientale col tema dell’economia di guerra; non è possibile affrontare la questione ambientale se non si crea, nel mondo, un nuovo ordine multipolare e parzialmente regolato dal diritto internazionale: questo significa che occorre avversare con ogni mezzo disponibile la prospettiva unipolare della Nato e dell’Alleanza Atlantica, volta a provocare guerre, terrorismo, colpi di stato e caos in ogni angolo del pianeta; una prassi guerrafondaia correlata, quasi sempre, a questioni strategiche di gasdotti (Siria, Ucraina) e petrolio (Iran, Venenzuela);
d) a partire da quanto detto al punto c), le formazioni che portano avanti la questione ambientale prefigurandola come compatibile a una visione della politica internazionale favorevole all’interventismo militare di Nato e Stati Uniti, sono da considerare avversari politici;
e) nel contesto storico-filosofico di una Tecnica che si sostituisce all’uomo come finalità della storia e della società e nel contesto, altresì, di sistemi capitalisti in cui si teorizza il post-umano in quanto orizzonte finale eliminante la separazione tra uomo e universo, la questione ambientale si colloca come elemento cruciale; valorizzare la relazione profonda tra l’uomo e la natura primaria, significa infatti bloccare il nichilismo e la razionalità strumentale con cui il dominio della Tecnica – assoggettando nel virtuale ogni ambito dell’esperienza, della creatività e della percezione – sta dissolvendo l’intelligenza critica nonché annullando la protensione della coscienza umana verso il sovrasensibile;
f) la connessione della questione ambientale a quellla dello scontro di classe fra popoli ed èlite economiche, però, deve per inverarsi escludere dal proprio ambito la tesi dell’inesistenza della questione ambientale e/o della sua presunta genesi cospirativa a opera delle èlite suddette.
Riccardo Paccosi
Il PD è stato ad oggi neoliberista e poco liberale. di P. P. Caserta

.
In una discussione in risposta ad un mio post, nel quale affermavo che le politiche economiche del PD renziano sono state fedeli ai dogmi del neoliberismo, qualcuno obietta che il PD è liberale e non liberista. Vecchia storia, in ogni caso io penso proprio il contrario, che il PD sia stato ad oggi sicuramente neoliberista e poco liberale.
Il liberalismo, nelle sue complesse linee di evoluzione storica, è fatto di due aspetti principali tra loro interconnessi. Il primo si riferisce al livello politico-istituzionale. In questo senso il liberalismo si configura dalle sue origini, nella seconda metà del Seicento in Inghilterra, come teoria e prassi della divisione, del bilanciamento e del reciproco controllo dei poteri (Locke, poi ripreso da Montesquieu ecc.). In una seconda declinazione, tuttavia strettamente connessa con la prima, il liberalismo si è sempre caratterizzato per la strenua difesa delle libertà e dei diritti dell’individuo in primo luogo contro l’invadenza dello Stato, ma anche contro il punto di vista della maggioranza (Stuart Mill).
Ora, è vero che il PD ha (blandamente ma) difeso i diritti civili, sia pur conculcando quelli sociali (jobs act, antisindacalismo ecc.), tuttavia nel fare questo ha seguito lo schema ormai preferito da tutti i partiti conservatori europei. Questo è un liberalismo conservatore (diritti civili contro diritti sociali).
Ma dove il PD non è stato affatto liberale è sul piano politico-istituzionale, avendo cercato Renzi di mettere mano alla Costituzione per alterare l’equilibrio liberale tra i poteri a favore dell’Esecutivo.
Venendo alle politiche economiche, il PD renziano è stato nettamente interno al modello neoliberista / ordo-liberista egemone, la cui ultima versione in ordine di tempo è l’austerity con le sue politiche antisocial, del quale ha applicato in Italia le ricette (ancora Jobs act). Il renzismo è stato intriso di classismo e gli sponsor di Renzi li conosciamo, i Davide Serra e compagni di cordata. Il segno del renzismo di governo, poi, è stata la cinica amministrazione del declino, condita da una stucchevole retorica nuovista.
Renzi, come il Blair al quale si è sempre richiamato, ha dato il suo contributo ad un più vasto lavoro, quello di occupare il maggior contenitore nominale della sinistra, per svuotare la sinistra dei suoi contenuti e portarla in una posizione del tutto subalterna alla destra economica.
Pier Paolo Caserta
Il voto anticipato non è scelta obbligata. di V. F. Russo

.
Tutti all’unisono chiedono elezioni anticipate tranne Grillo e Renzi. Delle due l’una: o Salvini è un pericolo pubblico e allora bisogna impedirgli di ottenere un’altra investitura pubblica che aumenterebbe enormemente la sua tracotanza e il suo delirio di onnipotenza oppure è un sincero e affidabile democratico di cui ci si può fidare, capace di autocontrollo. Io propendo per la prima ipotesi e la sua recente richiesta di “pieni poteri” conferma che il leader della Lega sia un aspirante dittatore. In ogni caso, anche nella sciagurata ipotesi che si andasse all’elezioni non credo proprio che la quota di consenso popolare che gli assegnano i sondaggi si traduca in seggi parlamentari.
Quello che mi sorprende è il fatto che a chiedere elezioni anticipate sono da un lato Forza Italia e dall’altro il Partito democratico due partiti senza un programma chiaro e in grosse difficoltà organizzative. Il primo con la scissione in corso quella del governatore della Liguria e il secondo con una scissione strisciante quella di Renzi – fin qui minacciata. Se è vero che detti partiti non sono pronti per andare alle elezioni, se è vero che la RAI è controllata dalla Lega, verrebbe di dire: si accomodino pure. Il probabile esito potrebbe essere una coalizione di Centro-destra tra Salvini e la Meloni con l’appoggio esterno di Casa Pound come sostiene The Economist.
Ieri fortunatamente è arrivata una proposta diversa quella dell’ex Presidente del Senato definita come lodo Grasso. Una proposta molto astuta che suggerisce alle attuali opposizioni ad uscire dall’Aula e lasciare sola la Lega a votare contro il governo di cui il suo leader è ancora vice-presidente del Consiglio dei ministri. Una situazione paradossale difficile da spiegare agli osservatori europei e non, che ancora una volta la dice lunga sull’affidabilità dei politici italiani: un partito di governo che vota la sfiducia a sé stesso. Che lo faccia pure. Si coprirà di ridicolo e confermerà la sua irresponsabilità.
Lo scioglimento anticipato delle Camere è avvenuto già cinque volte ma mai a così breve distanza dall’inizio della legislatura: solo 14-15 mesi. Giustamente è stato sottolineato che lo scioglimento delle Camere è competenza del Presidente della Repubblica sentiti i Presidenti delle Camere, i segretari dei partiti accompagnati dai Presidenti dei gruppi parlamentari. Concludendo, il punto che voglio sottolineare è che lo scioglimento delle Camere consegue alla constatazione da parte del Presidente Mattarella dell’impossibilità di formare un nuovo governo. E il primo tentativo di formarlo, secondo prassi costituzionale, spetterebbe al Capo del M5S.
Vincenzo F. Russo
Tratto dal Blog personale dell’autore: http://enzorusso.blog/2019/08/11/il-voto-anticipato-non-e-scelta-obbligata/?fbclid=IwAR0hvh_78T6bV–AKeDa4R49RTJAu7kgfbUEdTuDBdIAWM7HJ1LjD4ndH4I
La crisi del governo Conte – Non sarà una campagna elettorale a “costo” zero. di M. Chiumarulo

Il governo Conte e, con esso probabilmente, anche la legislatura ha ormai i minuti contati, il Ministro dell’Interno Salvini ne ha decretato la fine, in un modo non consueto e con una crisi extraparlamentare.
Dopo 14 mesi di quello che doveva essere il “governo del cambiamento” i due partiti della maggioranza stanno costringendo gli italiani a tornare al voto in autunno per i capricci di un ministro che ha fretta di capitalizzare e monetizzare il forte consenso delle europee e quello possibile prospettato dai sondaggi. La crisi di governo, da consumarsi in fretta nei piani di Salvini, ha uno scopo che ormai è davanti agli occhi degli italiani. Ci sarebbero almeno due motivazioni che hanno portato Salvini ad accelerare la crisi; innanzitutto a partire da settembre, il governo avrebbe dovuto iniziare a redigere i documenti che compongono la Legge di Bilancio del 2020, nella quale per mantenere le promesse di Salvini dello shock fiscale, della cosiddetta “flat tax” e della pace fiscale, sarebbero servite coperture che lo stesso ministro difficilmente avrebbe trovato, per non parlare delle clausole di salvaguardia per evitare l’aumento dell’IVA; a fronte di ciò il calo dei consensi sarebbe stato per lui un problema. In secondo luogo, l’altra motivazione è la riforma costituzionale sul cosiddetto “taglio dei parlamentari”, voluta soprattutto dai 5 Stelle, che il 9 di settembre avrebbe portato il parlamento alla quarta lettura e se favorevole, saremmo entrati nel semestre bianco in cui è impossibile votare e al quale sarebbe seguito un possibile referendum e la necessità di un decreto per ridisegnare i collegi elettorali e quindi una possibile discussione di una legge elettorale; a fronte di ciò l’allungamento dei tempi avrebbe portato ad un logoramento di Salvini, per non parlare della possibilità di una riforma elettorale che avrebbe potuto danneggiare Salvini.
Queste due motivazioni hanno, appunto, spinto Salvini a velocizzare la crisi, ma tutto ciò gli è stato servito su un piatto d’argento fornendogli il pretesto della crisi con il voto delle mozioni – farsa- sulla TAV. Quello che doveva essere il trucchetto per salvare la faccia ai 5 Stelle ha fatto sì che Salvini avesse la prova lampante che non esiste più una maggioranza in parlamento. Però non deve essere lui ha decidere quando e perché si torna al voto, infatti bene ha fatto il Presidente della Repubblica Mattarella a pretendere un voto in aula per parlamentarizzare la crisi di governo, infatti, Salvini avrebbe voluto le dimissioni del Presidente del Consiglio per andare al voto al più presto possibile. Invece, con la parlamentarizzazione della crisi si potrebbero venire a creare alcuni scenari: un governo di scopo – ad esempio un governo Fico (M5S + PD) – per fare la Legge di Bilancio e andare al voto in primavera; un governo tecnico (scenario molto difficile); oppure voto ad ottobre con questo governo che resta in piedi per gli affari correnti.
Ed è proprio con quest’ultimo scenario – il più probabile – che si verrebbero a creare i presupposti per far pagare agli italiani la fretta di Salvini di andare al voto e capitalizzare il consenso che ha fra gli elettori. Infatti, con il governo Conte a gestire gli affari correnti ci sarà il problema di varare la Legge di Bilancio, la quale sarà vuota, ma ci sarebbe, appunto, il problema delle clausole di salvaguardia, infatti a partire da gennaio scatterà l’aumento IVA e senza un governo con i pieni poteri, l’aumento e pressoché sicuro per non parlare della possibilità che a gennaio inizi l’esercizio provvisorio dove il governo è costretto a cercare di non spendere ogni mese più di un dodicesimo di quanto speso l’anno prima. Per questo vi dico che la campagna elettorale non sarà a costo zero e soprattutto sarà a spese degli italiani. Dopo 14 mesi di un governo disastroso su ogni punto di vista ci mancherebbe solo che gli italiani paghino il prezzo dei capricci di un ministro.
Si avvicinano tempi bui.
Marco Chiumarulo
Salvini non è forte come sembra. di P. P. Caserta

.
La Sinistra non cada nella trappola del fronte delle opposizioni che a nulla si oppone e faccia la sua strada.
Ho riflettuto e complice un po’ di insonnia estiva provo a mettere insieme. Credo che il Salvini che chiede i “pieni poteri” potrebbe essere più debole che mai. Fino ad oggi è stato terribilmente efficiente nel suo essere truce, per la prima volta è apparso truce come non mai ma senza traccia dell’efficienza perfetta messa in campo in un anno di govenro. Sta eseguendo un copione già deciso ma non è vero che abbia il controllo degli scenari che si aprono. Ha voluto suscitare ad arte una crisi di governo prima di settembre per non dover pagare i conti della sua demagogia ma è molto nervoso, la natura del suo consenso si basa esclusivamente sul seguito di folle aizzate contro il nemico fabbricato per esser dato loro in pasto ed è una forma di consenso terribilmente instabile. Sa, quindi, armato di sondaggi e algoritmi, che deve capitalizzare il prima possibile ma ha una gran paura che per ottobre non si riesca a perfezionare gli inevitabili passaggi istituzionali e andare a nuove elezioni. Se dovesse prendere forma l’ipotesi di un governo di scopo che ripari il buco aperto dallo stesso governo giallo-verde senza dubbio getterà quintali di fango sul governo di scopo, ma se si vota in primavera o in estate la bolla del consenso instabile si sarà probabilmente sgonfiata. Salvini ha paura. Non è mai stato così fragile. Improvvisamente si rende conto che non è più padrone del gioco come ha creduto fino ad oggi. Ululando alla luna la richiesta di pieni poteri compie un’evocazione storica sinistra ma tutto considerato debolmente nominalistica. Il suo problema è che il passo che lo separa dal progettato bagno di folla gli appare troppo lungo, forse ha fatto male i conti e verbalizza forzature istituzionali alle quali non è in grado di dare un concreto seguito.
In questo quadro, davanti alla Sinistra si presentano a mio modo di vedere una via maestra e due possibili atti di masochismo. Inizio da questi. La Sinistra italiana sembra avere una pulsione di morte che la porta a scegliere sempre la via più fantasiosa per continuare a farsi del male ed essere marginale. Il primo è pensare di dialogare con il M5S… Il secondo atto di puro masochismo è la strada del fronte unico delle opposizioni. Repubblicano o democratico, lo si chiami come si vuole ma il suo vero nome è fallimento garantito. Significa non aver elaborato fino in fondo quello che è accaduto con le elezioni del marzo del 2018, il cui esito fu proprio la conseguenza del fallimento della linea dei fronti repubblicani contro i barbari che premono alle porte del potere.
La paura di essere se stessi e cedere alla trappola del fronte delle opposizioni assume anche una via subdola perché apparentemente ragionevole e conveniente: “Non c’è tempo”… Scegliendo questa via si condannerà il Paese ad avvitarsi in spirali sempre più involutive e ravvicinate che oscillano tra conservazione e reazione, cioè partiti o esecutori dell’establishment eurista e neoliberista da una parte e Salvini-Meloni dall’altra.
E questa è invece a mio parere la strada: non cedere a ragionamenti che sono solo apparentemente pragmatici e fare la sola cosa davvero concreta: lavorare a costruire la propria casa. Cominciando da solide fondamenta. Bisogna uscire dalla gabbia tecno-populista, che qualunque “fronte delle opposizioni” non fa che sigillare. Dovremmo averlo già visto. In Italia e fuori. In Francia la. linea del fronte repubblicano ha prodotto Macron… La sinistra deve fare il suo proprio lavoro e produrre una mole di analisi materiale capace di leggere la fase attuale del Capitalismo, improntando la sua azione politica di conseguenza a livello locale, nazionale e internazionale. Occorre, in particolare, venire a capo del binomio Tecnica – Mercato, senza sciogliere questo nodo non ha senso nemmeno parlare di Lavoro, Lavoratori, immigrazione… Perché passano di qui le odierne forme di schiavitù, e pertanto passa sempre da qui tutto ciò che nel breve futuro meriterà probabilmente il nome di resistenza. Rovesciare il paradigma economicistico basato sulla competitività esasperata facendo al contempo attenzione al tipo di anticapitalismo che si coltiva per non atterrare su un terreno scivoloso (rossobruno), sul quale la destra conserva per definizione la sua egemonia. Abbracciare una visione chiaramente conflittualitstica che sappia riaggiornare al momento attuale lo sconto di classe, che vede oggi di fronte una sorta di neo-aristocrazia finanziaria di contro a un Terzo stato globalizzato, che va dal ceto medio impoverito dalle politiche di austerity ai migranti e il cui malessere l’internazionale ultranazionalista dei Trump, Bolsonaro, Orban, Salvini ha saputo purtroppo intercettare molto meglio della sinistra. È qui che si rovescia e si smonta tutta la narrazione salviniana – che non per nulla punta ad alimentare la guerra tra poveri mentre fa gli interessi dei ricchi – promuovendo al livello nazionale politiche di protezione dei salari volte a tutelare i ceti medi, per rimuovere le cause materiali dei problemi. Se la narrazione di Salvini mette ceti medio-bassi conto i migranti, la risposta da Sinistra deve essere riconnettere gli ultimi con i penultimi. Non solo con la comunicazione, ovviamente importante, ma anche e soprattutto con politiche economiche e del lavoro che invertano la disastrosa rotta perseguita ad oggi.
Anche Canfora dice ora che la chiave è la socialdemocrazia (vera, non il socioliberismo).
Tutto questo descrive nelle linee essenziali un programma chiaramente alternativo all’austerity e al modello neoliberale che rappresenta anche la condizione di possibilità dell’ultranazionalismo e che sta rispetto a quest’ultimo in un rapporto falsamente alternativo…
Queste cose, sulle quali ovviamente è auspicabile la più ampia discussione possibile, la Sinistra non deve farle con la fretta di un baratro vero o presunto che si sta aprendo sotto i piedi di tutti. Deve farle bene, e deve farle tornando a credere nella sua fondamentale funzione storica. Se si arriverà alle prossime elezioni avendo fatto bene solo una parte di quello che va fatto, sarà molto meglio che aver fatto il nulla assoluto di qualunque fronte delle opposizioni non opposizioni.
Pier Paolo Caserta
Sogno di una notte di mezza estate. di A. Benzoni

C’è, ancora, un socialismo, nel nostro futuro?
Tutto ci porta a pensare di no. La parola è scomparsa dal vocabolario corrente. Salvo che nelle parole di odio dei suoi nuovi avversari. Rimane, forse, la carta da visita di qualche funzionario attempato o di qualche falso giovane: sempre nell’attesa di poterne esibire una nuova, magari più “in” e più “cool”. Scomparsi, anche, il proletariato industriale e la lotta di classe; e i “padroni” sostituiti dai “datori di lavoro”.
Ci ripetiamo, però, che l’antagonista deve esserci per forza: perché l’alternativa è la barbarie.
La barbarie di un mondo, mai come oggi, in grado di affrontare, gestire e risolvere i suoi e problemi, e, mai come oggi governato da classi dirigenti che, per stupidità, se non per odio cieco, lo spingono verso la distruzione.
La barbarie di un turbo capitalismo e di un mercatismo che, lungi dal rappresentare la “fine della storia”, appaiono insieme ingiusti e irrazionali.
La barbarie della società in cui viviamo; e in cui vediamo, giorno dopo giorno, dissolversi le basi stesse del nostro vivere collettivo: solidarietà, fiducia, speranza.
Ce lo ripetiamo; ma più per farci coraggio a vicenda che per intima convinzione. Perché lo spettacolo che vediamo intorno a noi è di generale passività di fronte a un disastro che incombe. Una passività nutrita di parole, di ipocrisie, di false coscienze e di politicamente corretto; dove i nostri sacerdoti continuano a pronunciare meccanicamente formule cui non credono più.
Ma forse non guardiamo nella direzione giusta. Ricercando oggetti, persone, formule, riti che hanno totalmente perso il loro valore. Perché il socialismo del futuro, quello che si manifesta, magari inconsapevolmente, nelle azioni di milioni di persone di buona volontà, sarà una Cosa del tutto nuova; ma che, per certi aspetti si richiamerà alle origini del movimento più che a quello che abbiamo conosciuto nel “secolo breve”. E che, soprattutto, si collocherà lungo discriminanti di fondo molto diverse da quelle ereditate dagli anni della sua maturità.
Sarà il ritorno dell’internazionalismo pacifista dei Jaurès e dei Turati. Insomma della convinzione che nessuno si può salvare da solo. E che c’è, tra tutti gli esseri umani, una comunità di destino.
Sarà il ruolo dirimente di questioni che travalicano i limiti delle classi e degli interessi settoriali: la sovranità, la democrazia, il potere; al dunque il diritto/dovere degli individui e delle collettività di vedersi riconosciuta la possibilità di costruire il proprio destino. E, in questa prospettiva, il ruolo decisivo dello stato e delle sue istituzioni.
Sarà, infine, e forse soprattutto, la consapevolezza che quelle che chiamiamo pomposamente le sfide del cambiamento non possono essere gestite dal mercato o da esperti a ciò delegati, ma da una intelligenza pubblica e da un coinvolgimento attivo delle persone; pena la catastrofe.
E’ questo lo scenario del socialismo del futuro. In tutto diverso dal presente: sperimentale e non frutto di formule preordinate; nato in mezzo alla gente e non imposto dall’alto; delle persone e non di fantasmi costruiti a nostro uso e consumo; potenzialmente di tutti e non patrimonio di pochi; irriverente e non subalterno; nato dalla pancia e dal cuore e non da astratta razionalità; largo e fraterno e non dogmatico e settario; rivolto al futuro e non alla custodia, selettiva, delle memorie del passato; trasformativo e non soltanto redistributivo.
A questo punto, però, abbiamo il dramma, lo scenario e i personaggi. Ma la rappresentazione è da rinviare a data da destinarsi perché mancano sia gli attori sia il pubblico.
Vero. Ma non dobbiamo perderci d’animo per questo. Perché il dramma, prima o poi, verrà portato in scena. E questo avverrà nel giorno, non troppo lontano, in cui il degrado del sistema attuale, in una o in tante aree del globo, arriverà a livelli insopportabili, e in cui infinite voci grideranno “ora basta”. E non per affidarsi a nuovi uomini del destino o a nuove rivoluzioni; ma per mettere le mani nel fango per costruirne, a pezzi e a bocconi, un altro.
Forse la nostra generazione non sarà presente a questo appuntamento. Ragione di più per sognarlo.
Alberto Benzoni
Infelice è il popolo… di A. Angeli

“Infelice è il popolo, e sempre precaria la sua Costituzione, il cui benessere deve dipendere dalla virtù e dalle coscienze di ministri e politici”, dalla Favola delle Api, ( di Bernard de Mandeville Laterza 1982, pag, 127) un poemetto satirico che risale al 1714. Dunque sono trascorsi oltre quattrocento anni , eppure ne avvertiamo tutta la verità e fondatezza, una critica che ci invita a riflettere sul disagio che scaturisce dai vizi privati e le pubbliche virtù. Infatti, l’autore dimostra che la felicità pubblica di una società mercantile è legata non alla virtù, all’avvedutezza e alla parsimonia dei suoi componenti, ma ai loro vizi, ai loro comportamenti irrazionali e ai loro sprechi. Una delle più profonde interpretazioni filosofiche dell’individualismo moderno.
Un classico da cui prendere spunto per una interpretazione di alcuni modelli culturali a noi contemporanei e approfondire il fenomeno del disagio che nelle società occidentali è generato dallo scarto che segna la differenza di giudizio tra gli individui e ( come siamo realmente ), vale a dire ciò che segna la differenza tra verità e critica. Si tratta cioè di prendere atto che, dove il processo critico si dimostra incapace di cambiare il corso reale della nostra esistenza, la critica viene percepita come un inutile accessorio morale, un inutile orpello dialettico non in grado di determinare una conseguenza concreta. Ma le cose potrebbero risultare ancora peggiori, allorchè le conseguenze attese da un approccio critico si rivelassero fondate e ne risultasse però l’incapacità del soggetto di coglierne il valore di verità e di ricondurle ad un giudizio politico. Si può addurre allora una sofisticata negazione al valore della critica e alle sue previsioni, magari ipotizzandone la non corrispondenza alla verità, ma, come sosteneva Michel Foucault, si possono dare per fondate verità o effetti di verità, per cui il problema che ne scaturisce è di capire come gestire simili effetti, dato che si imporrebbe il compito da capire il senso di una verità una volta che sia stata individuata e accettata. Per Foucault, rispetto a queste due ipotesi si pone una questione di coerenza morale e…. del caso, cioè trovarsi nel posto giusto al momento giusto e godere così degli effetti, indipendentemente che gli stessi siano conferibili alla verità critica sulla quale stiamo indagando.
Ammettiamo che l’ipotesi si riveli corretta, e di conseguenza affermata una verità secondo i canoni della dialettica, ma poi riscontriamo che alla critica manchi quella necessaria forza argomentativa in grado di gestirne gli effetti: ci si troverebbe pertanto ad affrontare il paradosso di un processo critico efficace che produce effetti nulli, o addirittura controproducenti. Allora, per capire il senso di quanto affermato, proviamo a contestualizzare il breve inciso del poemetto di Mandeville richiamando il ruolo di opposizione che il PD sostiene contro l’attuale governo: una opposizione politico parlamentare di forte critica, che i dirigenti del Partito ritengono efficace, ma che confrontata con il consenso elettorale che i sondaggi gli attribuiscono – confortati dal recente voto sul rinnovo del Parlamento Europeo -, evidenziano un risultato la cui efficacia è senza dubbio nullo. Lo scenario che ne risulta è un mondo dove la critica è sempre più incapace di fare agire le persone oltre il mero tornaconto e l’individualismo elevato a sistema.
Se quindi la critica contro il governo di cui si avvale il PD e la sinistra, fondata su argomenti che riguardano l’economia, il lavoro, l’istruzione e la ricerca, l’ambiente, la giustizia, nella sostanza il futuro e la tenuta democratica del Paese, non ha un ritorno di consenso e sostegno elettorale, risultando nella sostanza inadeguata ad intercettare il fenomeno che porta una parte dell’elettorato tradizionale della sinistra a non partecipare al voto o a favorire politiche fallimentari e potenzialmente orientate a forme autocratiche di governo, pur rilevando questo limite non si deve rinunciare alla critica, ma con essa mettere in campo una strategia di lotta senza quartiere. D’altro canto il sintagma “ esercitare una opposizione critica “ usato con disinvoltura diviene grammaticalmente inefficace se non coinvolge il cittadino, l’elettore e lo si induce a riflettere. Ma dovrà essere la proposta e non solo la critica, un progetto di società e di sistema Paese alternativo all’attuale e non limitarsi alla denuncia dei provvedimenti improvvidi e incoerenti deliberati dall’attuale governo giallo/verde.
Per metafora si asserisce che il popolo ha sempre ragione…..almeno fino a quando non scopre di avere perso la libertà e con la libertà la dignità di uomo. La storia del nostro Paese dovrebbe allora indurci a riflettere e spingerci a contrastare lo stereotipo divinatorio dei molti opinionisti che indulgono a dare a questo governo una patente di vera democrazia, definendo faziosa qualsiasi analisi che invece ne svela la similitudine e l’affinità al fascismo. E’ su questo terreno che la sinistra deve riorganizzare le sue fila, ricostruire una sua identità e riappropriarsi della sintassi anticapitalistica e antiglobalista sulla quale ricostruire un rapporto con la società ed il mondo del lavoro e riorientare in questo senso le sue proposte per un governo di alternativa all’attuale sistema. Già Walter Bengjamin, nell’ottava tesi sul concetto di storia, in una variante al testo, scriveva a proposito del fascismo: «la superiorità che questo ha nei confronti della sinistra trova, non da ultimo, la sua espressione nel fatto che essa gli muove contro in nome della norma storica, di una sorta di condizione media della storia» . Nel presente momento, in cui un nuovo fascismo avanza mascherato, è della massima rilevanza ridefinire in termini di categoria la tesi di Bengjamin sul fascismo, per la straordinaria attualità che la comprensione che Benjamin ebbe del fascismo s’impone alla nostra riflessione, non tanto per il dovere di un approfondimento della natura del fascismo storico, ma soprattutto per migliorare la posizione degli antifascisti nella lotta contro le nuove manifestazioni del fascismo.
Tornando alla questione di un contenitore politico per riannodare le fila di un partito di sinistra ( partito, rassemblament, confederazione ) il PD, per la sua naturale propensione liberal democratica, non pare deputato a rappresentare un’alternativa all’attuale quadro politico nazionale e a segnare una svolta nella politica internazionale. Zingaretti, con la proposta di una costituente delle idee, disegna un percorso minimale, confermando così i confini entro cui quel partito intende riorganizzare la propria identità dopo la sconfitta del 4 marzo, sostanzialmente riconfermata con le Europee: occupare il centro di un’area liberal democratica, magari consentendo la sopravvivenza di posizioni socialdemocratiche rivolte alla base sociale più esposta alle forme di sfruttamento capitalistico e della globalizzazione. Si tratta di un percorso la cui visione ed orizzonte si adagia sull’ipotesi di un probabile governo di collaborazione, sostitutivo dell’attuale, che possiamo immaginare potrebbe nascere con l’appoggio delle forze residuali del dopo crisi dell’attuale governo Lega/5stelle.
Per queste ragioni l’iniziativa del PD, cioè di Zingaretti, dovrebbe aprirsi ad una diversa lettura del momento storico e dedicare il suo impegno alla costruzione di un’area socialista nella quale raccogliere i movimenti civili, sociali, e le forze progressiste e riformiste, che intendono battersi per una società nella quale le diseguaglianze sono combattute con la forza di una politica fondata sulla giustizia, l’equità sociale ed economica. Una scelta che non comporta revisionismi o abiure, ma offre anche alle rappresentanze più combattive e radicali un terreno di sintesi, un ideale culturale nel quale sono custodite le risorse della storia del nostro Paese, delle lotte operaie e della resistenza per un Italia antifascista e democratica.
Alberto Angeli
La svolta di Corbyn: contro Johnson e la Tory Brexit. di P. Borioni

Da storico ho spesso constatato che, dopo avere lungamente consultato ricostruzioni e storiografia, è illuminante tornare alle espressioni esatte dei protagonisti. Nel caso specifico della Brexit ciò sarà meno definitivo poiché gli eventi (contrariamente ad una ricerca storica) sono in corso ed imprevedibili. Tuttavia, le parole di Jeremy Corbyn sull’ultima svolta del suo partito aiutano molto a capire: “in queste circostanze (in caso di referendum, n.d.a) voglio chiarire che il Labour farebbe una campagna per il Remain contro o un no Deal oppure contro un accordo che non protegga l’economia e i posti di lavoro. ”
Quindi non contro la Brexit di per sé, ma contro la Brexit di Johnson resa possibile dal fallimento di May.
Ciò significa che a) la “questione maggiore” è sempre stata una nuova società britannica, una politica economica democratica, la riforma della pressoché unilaterale finanziarizzazione del paese in favore del lavoro dipendente; b) dinanzi a questa priorità i terreni di battaglia possono essere molti e diversi, perché in ogni accordo condotto dai tories, e ancora di più in ogni Brexit senza accordo in manotories, ci sono sempre ragioni per opporsi. Naturalmente, fino a che è stato tenuemente possibile, Corbyn ha cercato di condizionare una May nei guai, che appunto per un politico di livello rappresentano un potenziale spazio di condizionamento. Ha lavorato per un accordo equilibrato, nei rapporti con la Ue ma soprattutto per lavoratori e ceti medi britannici. Non è riuscito perché si è trovato di fronte problemi insormontabili nel proprio partito e nei tories. Nei tories infatti l’ala Johnson (ma in fondo anche il suo attuale competitore Hunt) ha scelto la rottura, finalizzata a rapporti ed accordi transatlantici basati su un modello sociale contro cui appunto ora Corbyn chiama tutti alla battaglia (remainers e leavers, senza dimenticare il ruolo che potranno avere alleanze con scozzesi e nord-irlandesi, che per Johnson provano comprensibile repulsione).
Nel proprio partito egli ha avuto difficoltà per due ragioni: la prima è che dopo due successive cocenti sconfitte i residui blairiani e pezzi notevoli della vecchia soft left interna (tranne gente ammirevole e leale come Ed Miliband) hanno usato le armi residue per metterlo in difficoltà. La seconda è che anche fra i suoi sostenitori alcuni hanno ritenuto valida la associazione internazionalismo-Unione europea, in parte per cortocircuiti intellettuali infondati, in parte perché è innegabile che: a) la Brexit è nata come sfida interna ai tories, in cui come detto l’ala brexiteer incarnava lo spirito più spavaldamente reazionario b) il quadro di regolazione in ambito di welfare, lavoro e politiche che la UE sta sistematicamente smontando da lustri è tuttavia più avanzato di quello britannico dopo l’assalto di Thatcher e il quasi nullo controassalto di Blair.
Corbyn, in tutto ciò, ha dovuto tenere una posizione che non disconoscesse il più che legittimo esito del referendum, esponendosi a notevoli mareggiate, nelle quali tra molti limiti ha tuttavia tenuto fermo il punto principale: dei tories non ci si può fidare, tantomeno quando il fine principale della loro Brexit si fosse dimostrato riportare la storia sociale e internazionale del paese alla Belle Époque. Ergo: non un no al risultato del referendum, ma un no ad ogni Tory Brexit. Ha sempre detto e praticato che solo una May costretta dalle eventualità del fallimento avrebbe potuto produrre un accordo accettabile, cioè con impronta Labour. Ma May ha preferito il fallimento all’accordo con il Labour, e in fondo ciò che oggi Corbyn dice al proprio elettorato è: I tories ci hanno portato nel vuoto pur di rimanere uniti, ora non disuniamoci noi, regalando loro la discrezionalità di riempire questo vuoto.
Peraltro, sarebbe stato errato e suicida reputare dei perduti reazionari i moltissimi voti andati al Brexit nel nord e nelle periferie depresse del paese. Nel dibattito interno al Labour è stato ricordato (https://labourlist.org/2019/06/brexit-is-not-an-expression-of-hard-right-politics/): laddove “…una maggioranza referendaria di 17.4 milioni di voti decide per uscire non si può parlare di estrema destra, per quanto convenga ai Labour Remainers metterla in questo modo”. Inoltre, si è ricordato che il 70% dei deputati Labour rappresenta seggi con forti maggioranze Leave. Ciò, oltre che una sana razionalità elettorale, cirammenta la realtà per cui la ideologia egemone nella UE sfavorisce o ignora tutte le periferie europee, ricevendone distacco e avversione. Corbyn, decidendo di rispettare l’esito del referendum (va ricordato che il Labour già di Corbyn aveva invitato a votare Remain), ha evitato di fare la fine del Pd e dalla Spd tedesca: scomparire dalle periferie e dalle classi medie disagiate. Così ha ottenuto un grande risultato nelle elezioni del 2017, che eravamo stati fra i pochi a prevedere nei dati dei sondaggi qualificati ed affidabili.
Oggi Corbyn si trova dinanzi a dati nuovi. Da un lato il Brexit party ha ottenuto una grande vittoria alle elezioni europee, dall’altro il Labour è riuscito a recuperare molti di quei voti in elezioni suppletive in un indicativo collegio Leave, battendo tutti. Inoltre, è palese che, referendum alle spalle, la Brexit conservatrice assumerà il volto del classismo arrogante di Johnson. Il leader laburista punta sul fatto che dinanzi agli esiti sociali concreti di questa prospettiva (non dinanzi alla disputa fumosa sulla natura del referendum del 2016) la riunificazione di londinesi progressisti, classi lavoratrici in difficoltà, ceti studenteschi rovinati dalle rette universitarie e classi medie declinanti possa essere riproposta. Si dirà che ammettere ora un referendum con “l’opzione Remain sulla scheda” sia una tardiva incoerenza. Abbiamo spiegato che non è così. Soprattutto: quante sono le possibilità che, prima del 31 ottobre (mancano solo 3 mesi, Johnson deve ancora essere eletto capo dei tories e poi ricevere una problematica fiducia) si possa svolgere il referendum? E soprattutto: quanto può essere conveniente, in questo quadro, per un Johnson che fosse davvero eletto primo ministro (vedremo…) sbrigarsi come primissima cosa a favorire un nuovo referendum sulla Brexit? Dunque, si comprende perché la cosiddetta “svolta” di Corbyn scommetta di dover combattere non su Brexit o Remain, ma contro la futura società di Boris Johnson, con con ogni mezzo (e la dichiarazione con cui abbiamo aperto questo testo per l’appunto elenca ogni mezzo). Un combattimento che, peraltro, si svolgerà verosimilmente non in un referendum ma in un’elezione politica probabilmente non lontanissima.
Un combattimento in cui si potrà indicare l’avversario nella sua veste più avversa: un eccentrico conservatore ossigenato disposto a svendere il Sistema Sanitario Nazionale alle imprese assicurative Usa come passaggio di un’integrazione politico-economica con gli Usa in un futuro post-Brexit. Sono argomenti importanti, simbologie efficaci, come tutte quelle in realtà indistinguibili da questioni dannatamente concrete.
Paolo Borioni
Tratto dal sito: http://www.strisciarossa.it/34870-2/?fbclid=IwAR3IZ6JLjvGo5nKe3E1wDv6Rbo-GhpQbOknZ-yQbjR7Ha2Hx3Qcs8IBKvHQ
- ← Precedente
- 1
- …
- 14
- 15
- 16
- …
- 42
- Successivo →