Non ci indurre in tentazione. di A. Angeli

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Alberto Angeli 2

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Non ci indurre in tentazione, è una invocazione della catechesi modificata in: “Non abbandonarci alla tentazione”, che traslata dal rapporto con il Padre celeste ci porta : “sul terreno del confronto tra la nostra libertà e le insidie del maligno”. Dobbiamo ricorrere a questa invocazione per scongiurare le insidie del maligno, che si cela nelle menti di coloro che sperano  che dal confronto in corso tra il PD e il movimento 5stelle nasca un governo Giallo/rosso. “Vengo a parlare d’affari”, dice il diavolo a Adrian Leverkhun, protagonista del Doctor Faustus ( di Thomas Mann),ovvero:  Renzi suggerisce a Zingaretti di sfidare i 5stelle su Conte a Presidente del Consiglio, mettendo in atto il secondo piano della tattica con la quale aveva aperto già, con il suo intervento al senato e in altre sedi, ad un Governo PD/5Stelle, da cui trarre tutti i vantaggi a sostegno del suo progetto, che non coincide affatto con il PD partito di governo o di opposizione. Insomma, il nostro Adrian Leverkhun, alias Matteo Renzi, chiede tempo per portare a compimento il suo disegno che, satanicamente, si propone diverse variabili, tra le quali non c’è nessuna delle condizioni sulle quali il Segretario del PD si sta esponendo nella trattativa con i pentastellati.

Per questo Zingaretti non avrebbe dovuto cedere alle scaltre prese di posizione del pifferaio di Hamelin, ma valutare invece la sostanziali iniziative che collocano il personaggio Renzi in competizione con il PD: La Leopolda, i Comitati Civici, la Scuola del Ciocco, e da subito respingere ogni ipotesi di incontrare i 5Stelle. Certo, la natura interclassista del PD costituisce un condizionamento pesante, per un segretario che proviene dalle file del PC, proprio per questo motivo, questa doveva essere colta come l’occasione politica per una appropriata redde rationem sul significato di qualificarsi come un’alternativa di sinistra all’esperienza del governo Conte. Incontrare l’Avatar della Casaleggio/Grillo, patologicamente di destra, come ha dimostrato nei 14 mesi di governo sostenendo con non nonchalance le fascistiche iniziative di Salvini, amante del potere ( tre ruoli impegnativi nel Governo Conte ), manipolatore dei temi sociali ( lavoro, esclusione, povertà, giovani, famiglie . immigrazione, e altro ) ai quali si dedicava al solo scopo di disorientare e imbonire il malessere socio politico per distogliere l’attenzione dai veri temi su cui lavorava con Salvini per la  trasformazione del Paese e della nostra democrazia in una plutocrazia, è decisamente una resa.

La segreteria di Zingaretti è messa alla prova di resistenza anche dalla sorprendente disponibilità di ciò che rimane della sinistra-sinistra favorevole a trattare con i 5stelle e possibilista su un accordo di governo, addirittura incline ad accettare il diktat di Di Maio su Conte 2° e magari con gli stessi Ministri universalmente ritenuti incapaci, a cui si associa perfino la grande CGIL, al contrario della CISL, che ha espresso una posizione più guardinga.  Al dunque, al punto in cui è ormai lo stato del confronto, sarà quindi difficile al segretario del PD sottrarsi al confronto, come parimenti non potrà sfuggire alle conseguenze che si determineranno a seconda dei risultati che i 5stelle, cioè Di Maio, si propone di raggiungere seguendo la sua naturale vocazione politica. Mercoledì 28 è vicino.

Qui ci vorrebbe un esorcista per far fuggire il maligno e riportare serenità nelle file del PD, ( e nel paese ) anzi sanità mentale. La crisi di governo è stata una panacea che andava còlta e coltivata con l’astuzia (l’ottimismo della volontà) politica e il pessimismo dell’intelligenza: cogliere la crisi come occasione per recuperare un ruolo strategico alla sinistra e mantenere (alimentare) una dura lotta contro la destra fascistoide della Lega e del movimento 5Stelle, di cui Conte è stato protettore e esecutore durante i 14 mesi di governo in comune con i giallo/verde. Questa esperienza di Governo e la modalità della sua crisi, quale che sia la conclusione che conosceremo tra pochi giorni, è indubitabilmente un campanello d’allarme per la sinistra o di ciò che rimane. Non solo la sinistra che residua non riesce a individuare un ambito su cui ricostruire una identità socialista e mettere insieme idee, esperienze, conoscenze, volontà per attrezzare un progetto minimo da proporre al Paese e al mondo del lavoro, agli esclusi, ma anche al ceto medio e a quella parte della borghesia intellettuale disponibile a lavorare per una società giusta e  libera, ma sembra permanere in uno stato di paralisi assurda, sfidandosi in continuazione su temi divisivi e di limitato orizzonte, favorendo quel fenomeno che spinge gli elettori a sostenere posizioni populiste, antidemocratiche e demagogiche.

Dobbiamo sperare, come forza conoscitiva dei nostri mezzi, della nostra cultura e della nostra storia, perché la speranza, come scrive Aristotele: “è un abitudine virtuosa che in potenza tende al raggiungimento di un bene futuro difficile ma non impossibile da realizzare. In questo comportamento occorre che sia ben definito il bene che si vuole ottenere e il mezzo che rende congruamente possibile conseguirlo: per cui la speranza si riferisce non solo all’oggettivo bene verso cui tende la volontà, ma anche a ciò con cui si ha fiducia di ottenerlo” ( Vita dei filosofi Diogene Laerzio).

Alberto Angeli 

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